Il Viminale a Macron: “Altri migranti portati a Claviere, c’è il video”

Un altro sconfinamento da parte della polizia francese per riportare migranti in territorio italiano. La denuncia arriva direttamente dal vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini, che posta un video su Facebook, prima ancora che la polizia e la Procura abbiano acquisito gli elementi per aprire un’indagine. “È una provocazione e un atto ostile – tuona il titolare del Viminale – i rapporti tra Italia e Francia rischiano di essere gravemente danneggiati”. L’episodio è avvenuto ieri mattina alle 9:30 ed è stato ripreso da un cittadino di Claviere, lo stesso paese a 3 chilometri dal confine francese dove una settimana fa la Digos ha notato e fotografato un furgone della gendarmeria francese scaricare due migranti nelle vicinanze di una galleria. L’autore del video, dice il Viminale, “è una persona con nome e cognome e, se necessario, è disponibile a confermare l’episodio alle autorità competenti”. Nel filmato, che dura una trentina di secondi, si vede una jeep bianca con i lampeggianti sul tetto, ferma sul bordo della strada. Secondo il Viminale è territorio italiano. L’auto è ripresa dall’alto e accanto ci sono tre persone, presumibilmente migranti. Vicino alla vettura c’è una quarta persona.

Sicurezza, Ischia e le altre spine tra Lega e M5S

Il condono penale poteva e può essere lo scoglio contro cui sbattere. Ma la partita tra Lega e Cinque Stelle si gioca anche su molto altro. Ossia su disegni di legge che in parte verranno evocati nel pre-vertice di stamattina, come possibili beni di scambio. E che sono in Parlamento, o presto ci arriveranno.

Decreto sicurezza

È il primo dei problemi, in arrivo in Senato, almeno per Matteo Salvini che di quel testo ha fatto il suo provvedimento simbolo. Prevede tra l’altro l’abolizione della protezione umanitaria per i migranti e la revoca della cittadinanza per chi venga sottoposto a procedimento penale. “Perché i 5Stelle hanno presentato 81 emendamenti come se fossero all’opposizione al testo? Non è così che si fa tra alleati” si è lamentato ieri il leader del Carroccio su Facebook. E non è una mossa casuale, perché molti di questi emendamenti, 62, sono stati presentati da singoli senatori del M5S, senza un accordo con i vertici. Eletti vicini a Roberto Fico, quindi nettamente contrari al testo, come Paola Nugnes. O come Gregorio De Falco, ostile alla linea di Salvini sull’immigrazione. E il timore è che alcune di queste proposte possano trasformarsi in mine, in un eventuale voto segreto. “Il rischio esiste” ammetteva ieri un maggiorente del Movimento. Salvini lo sa, e chiede al M5S di intervenire. Ma Di Maio per ora gli ha detto di no: “Se ci sono degli emendamenti e non c’è un accordo politico non è per colpa del M5S”. Intanto Nugnes avverte: “Il decreto Salvini è incostituzionale”. E martedì inizia la discussione in commissione.

Condono per Ischia

La Lega irritata ieri mattina ha giocato di contro-condono. “Il condono edilizio per Ischia, non è un bel segnale” ha graffiato Salvini dal Trentino. Ce l’aveva con la norma piazzata nel decreto Genova, che ha provocato mal di pancia anche dentro il M5S e che prevede, in sostanza, solo una definizione accelerata (6 mesi) delle domande di condono edilizio del 1985, del 1994 e del 2003 per le case danneggiate sull’isola dal terremoto dell’agosto 2017. “Quello del 2003 lo votò anche il Carroccio” ricordano piccati i 5 Stelle. La maggioranza, in ogni caso, dovrebbe inserire una correzione proprio per le richieste del 2003 (in sostanza, tutte da bocciare) per il cui sblocco sarà necessario anche il parere dell’autorità paesaggistica. Potrebbe bastare. Ma se ne riparlerà.

Ddl Pillon

Il testo del senatore leghista sull’affido condiviso, che impone ai figli di coppie separate, di dividersi tra le case dei genitori per la stessa quantità di tempo e abolisce l’assegno di mantenimento, è una grossa rogna. Al Movimento non piace per nulla. “Va cambiato” hanno detto dritto 5Stelle come la vicepresidente della Camera Maria Edera Spadoni e il sottosegretario a Palazzo Chigi Vincenzo Spadafora, vicino a Di Maio. Mercoledì scorso Pillon è stato chiaro: “Non ritiro il ddl, siamo aperti al contributo di tutti”. Ma l’iter in commissione Giustizia è rallentato con decine di audizioni.

Prescrizione

Il ministro della Giustizia Bonafede lo ha promesso: “La riforma della prescrizione arriverà entro fine anno”. E potrebbe essere un’altra miccia: i leghisti vorrebbero rinviarla sine die. Nel contratto di governo, dopo una trattativa sfibrante, accettarono una formula vaga: “È necessaria una efficace riforma della prescrizione dei reati”. E per Bonafede andrebbe tradotta con lo stop al suo decorrere dopo la sentenza di primo grado, per la preoccupazione del Carroccio. Una proposta di norma sul punto ancora non c’è. Ma arriverà, presto.

Il governo non cade, ma tra i gialloverdi volano schiaffoni

Almeno su un fatto Luigi Di Maio e Matteo Salvini sono d’accordo: il governo non cadrà sul condono fiscale. Però resta da capire il prezzo per non farsi male. Ed è l’interrogativo che incombe su una (quasi) certezza: la norma che ha fatto vacillare l’alleanza sarà cancellata oggi a Palazzo Chigi, dove di prima mattina ci sarà un pre-vertice di governo, nei piani chiarificatore, e poi il Consiglio dei ministri alle 13. Lo garantisce il leader leghista durante l’ennesima diretta Facebook: “A me del condono non frega un accidente, questo governo non salta. Non ho intenzione di fare un regalo al Pd, agli speculatori di Bruxelles”.

È già qualcosa, rispetto a quello che lo stesso Salvini sosteneva ieri nelle interviste su Messaggero e Stampa. Nelle quali il condono era ancora “una misura di buonsenso” e “il testo non sarà cambiato”. Il Capitano rinuncia. E Di Maio benedice: “L’esecutivo deve andare avanti con il massimo della forza”.

Su tutto il resto, però, i due leader parlano lingue diverse. Il leghista non vuole “passare per scemo”, il 5stelle non vuole “passare per bugiardo”. Sulla famigerata “manina” che avrebbe infilato la norma incriminata, i due continuano ad accusarsi. Salvini sostiene: “C’erano due persone protagoniste di quel Cdm. Il presidente Conte leggeva e Di Maio verbalizzava. Passare per amici dei condonisti proprio no”. Di Maio ha un’altra versione: “Non ci sto a passare per distratto. Nel Cdm non si legge un provvedimento norma per norma, Conte ha enunciato solo i principi generali. Non è stato letto il comma 9 con il condono penale per gli evasori, né è stato detto che c’erano delle norme che favorivano l’evasione con fondi all’estero”.

In mezzo ai due uomini forti dell’esecutivo, Giuseppe Conte prova a tenere insieme i pezzi. Dando ragione un po’ all’uno e un po’ all’altro. “Salvini – spiega il premier – non dice il falso quando sostiene che ero io a leggere il testo del decreto fiscale in Cdm”. Ma è nel giusto pure Di Maio: “Quella arrivata nel corso del Consiglio era una prima traduzione normativa dell’accordo politico”. E poi la norma contestata “è stata aggiunta all’ultimo e io l’ho riassunta in termini politici, poi sulla traduzione tecnica si può sempre intervenire”. Insomma, il premier fa da scudo. Tra i due partiti di maggioranza però tira aria pesante (e per la prima volta – come si vede nel grafico accanto – entrambi calano nei sondaggi).

La Lega rinuncia al condono, ma ora pretende di passare all’incasso sui suoi totem. A iniziare dal decreto Sicurezza, su cui Salvini teme imboscate: “I 5Stelle hanno presentato 81 emendamenti, non è normale”, lamenta il ministro. Per continuare con la legittima difesa, con una battuta allusiva di Nicola Molteni, braccio destro di Salvini al Viminale: “Martedì inizia l’iter al Senato, siamo certi che non ci saranno scherzi da parte di avversari e alleati”.

Nel Movimento la linea invece è tentare di separare i leghisti “buoni” da quelli “cattivi”. Non a caso i sottosegretari Laura Castelli e Stefano Buffagni hanno parole distensive per Salvini. La prima parla a Repubblica: “Il ministro sta conducendo un enorme lavoro sulla lotta alle mafie”. Il secondo, all’Huffington Post: “Ho apprezzato molto il gesto di Salvini (il sì al ritiro del condono penale, ndr”).

Interviste che devono abbassare la temperatura, certo. Ma che vogliono anche dividere il leader dagli altri maggiorenti del Carroccio, a partire dal sottosegretario a Palazzo Chigi Giancarlo Giorgetti e dal sottosegretario all’Economia Massimo Garavaglia. “Sono legati a Maroni, e con questa forzatura sul condono volevano dare un segnale all’elettorato di Silvio Berlusconi” è la tesi dei piani alti del Movimento. Dove restano convinti che Giorgetti, l’avversario, si sia mosso senza informare il leader. “E d’altronde Salvini non legge le carte, quindi non poteva capire il gioco” insistono. Mentre c’è chi teorizza anche il piano di guerra in caso di improbabile naufragio dell’alleanza: “Ci provassero a rompere tutto: a quel punto faremmo una campagna elettorale tutta contro la Lega che con il condono favorisce le mafie e i peggiori delinquenti”.

Giuseppe Conte: “Mai aiuti ai grandi evasori, vale il contratto di governo”

Presidente Conte, che versione del condono avete approvato nel Consiglio dei ministri? La bozza che abbiamo noi giornalisti, datata 16 ottobre, con lo scudo sul riciclaggio?

Siamo entrati in Cdm subito dopo aver concluso l’accordo politico sulla ‘dichiarazione integrativa’, l’ormai famoso articolo 9, nella consapevolezza che la sua traduzione tecnico-giuridica sarebbe stata formulata successivamente. Nel testo che avevamo sul tavolo del Consiglio l’articolo 9 era in bianco. Un testo normativo viene spesso rimaneggiato nel passaggio tra uffici della Presidenza, ministero dell’Economia e Ragioneria e, infine, Quirinale. Nel corso del Consiglio mi è stato recapitato un foglio con una prima formulazione giuridica dell’accordo. Questo foglio non è stato distribuito a tutti i ministri, sono stato io a sintetizzare i termini dell’accordo politico raggiunto, nella consapevolezza che il testo che avevo tra le mani andava poi verificato sul piano tecnico. Già a caldo ho segnalato alcune correzioni che andavano apportate per renderlo aderente all’accordo raggiunto.

Lei è garante dell’equilibrio Lega-M5S sulla base del Contratto di governo. Un condono con scudo penale è compatibile? O bisogna tornare alla versione originaria, aiuti solo per chi ha dichiarato i redditi ma non ha pagato le tasse per difficoltà economiche?

La ‘pacificazione fiscale’ serve a consentire ai contribuenti di azzerare le pendenze e di accedere al nuovo sistema, che contempla un ‘fisco amico’. L’accordo politico raggiunto ha l’obiettivo di permettere a chi ha avuto difficoltà oggettive di regolarizzare la sua posizione con il fisco, non vale certo a favorire i malfattori. Neppure gli esponenti della Lega, negli incontri politici preliminari, hanno mai manifestato l’intenzione di premiare i grandi evasori.

Perché la Lega tiene così tanto alla questione del riciclaggio?

La Lega e il Movimento 5 Stelle hanno a cuore i cittadini onesti e vogliono perseguire duramente chi pratica il riciclaggio. Torneremo in Consiglio e chiariremo questo passaggio pervenendo a una soluzione che, come nelle intenzioni iniziali, mira a offrire ai contribuenti la possibilità di mettersi in regola senza alcun favore ai grandi evasori.

Quale compromesso proporrà lei nel Consiglio dei ministri di oggi?

Non offrirò un compromesso. Dopo avere rivisto il testo normativo e averlo coordinato al suo interno, lo riporterò in Consiglio perché sia effettuata una seconda deliberazione, che potrà anche apportare modifiche. Se ci sono dei dubbi di natura tecnica o se sorgessero dubbi di natura politica potremo anche intervenire su di esso. In questi giorni ci sono state fibrillazioni, ma rimaniamo una compagine coesa e responsabile.

Quali sono i suoi rapporti con Salvini? C’è la possibilità di una crisi di governo?

I miei rapporti con Salvini sono ottimi. Parliamo, ci confrontiamo e agiamo di conseguenza. Salvini ha già detto che ci sarà e io lo aspetto, come aspetto tutti gli altri ministri. Una crisi di governo non è assolutamente nell’ordine delle cose.


Ha pensato di dare le dimissioni?

Il mio lavoro è appena iniziato. Ci aspettano ancora tante azioni da compiere e obiettivi da raggiungere. Fin dalla sua formazione, questo governo si è contraddistinto per unione e serietà di intenti. Non può essere un passaggio, pur critico, a mettere in discussione il cambiamento che stiamo apportando al Paese.


Cosa le hanno detto a Bruxelles sulla manovra a fronte delle sue rassicurazioni? La bocciatura della Commissione è netta e inevitabile, il giudizio dei mercati arriva ogni giorno.

Molti dei miei interlocutori sono rimasti colpiti dalla mole di riforme che stiamo realizzando. Angela Merkel, per esempio, ha molto apprezzato la riforma sull’anticorruzione. Nel corso dell’euro-summit nessuno ha messo sul banco degli imputati l’Italia. Sono stato io a illustrare le linee fondamentali e alcuni dettagli della nostra manovra economica. Ho richiamato i dati che dimostrano che le ricette economiche del passato hanno compromesso la crescita. I nostri partner europei sanno che devono essere gli organi della Commissione a interloquire con il governo italiano ed è per questo che si sono perlopiù astenuti da improvvidi commenti.


Quanto la preoccupano i mercati? La soglia di panico è lo spread a 400?

Non esiste alcuna soglia di panico. Ciò che mi sta a cuore è il futuro degli italiani. Dobbiamo rispettare gli impegni presi con loro, riassunti nel contratto di governo, in un quadro di sostenibilità finanziaria che ci assicuri le risorse necessarie a realizzare le riforme programmate.


Toglierete il condono per le case abusive di Ischia?

Con il decreto Emergenze non si introduce alcun condono a Ischia né si riaprono i termini di quelli precedenti. Noi ci siamo trovati di fronte a circa un migliaio di edifici sull’isola danneggiati dal terremoto del 2017. Va chiarito quanti di questi immobili avevano già fatto domanda di condono in passato e se non a norma, se non avranno i requisiti in regola, non sarà loro riconosciuto alcun risarcimento. Ma se non verrà regolarizzata la posizione di questi immobili, non potranno essere riconosciuti i fondi per la ricostruzione post sisma. Questa è la nostra priorità. Il Parlamento avrà modo di modificare la norma, qualora lo ritenesse necessario.


Lei si aspetta le dimissioni di Tria dopo l’approvazione della manovra?

A questa domanda il ministro Tria ha già risposto. Dopo il duro lavoro e le numerose riunioni per elaborare la manovra sarebbe da ‘masochisti’, uso le sue parole, dismettere l’incarico.


Tap, Tav e Terzo Valico: come finirà?

Sto studiando i dossier sulle grandi opere. Ci siamo trovati di fronte a lavori già avviati che hanno reso strettissimi i margini di manovra. L’analisi costi-benefici su Tav e Terzo valico è ancora in corso, al termine faremo le opportune valutazioni. Sul Tap abbiamo ascoltato tutti, come non era mai successo in questi anni. Io stesso ho incontrato due volte gli amministratori locali e le comunità territoriali. Ora attendiamo l’esito di un’ultima verifica presso il ministero dell’Ambiente e poi comunicherò la decisione del governo.


Conferenza sulla Libia. Quali sono le vostre aspettative?

Vogliamo offrire a tutti gli attori libici, con l’ausilio della comunità internazionale e a sostegno dell’operato delle Nazioni Unite, l’opportunità di parlarsi e di trovare una soluzione che consolidi il processo democratico e contribuisca alla stabilizzazione del Paese.

Contratto o tutti a casa

Com’è ridotta la maggioranza, con la Lega che gioca a fregare i 5Stelle, i 5Stelle che si fanno fregare e il Contratto di governo ridotto a carta straccia da un condono partito mini e arrivato maxi, lo vediamo. Come sono ridotte l’opposizione e l’informazione al seguito, lo leggiamo. Nessuno conosce tutti i particolari del casus belli che divide i giallo-verdi. Ma tutti dovrebbero conoscere alcuni fatti incontrovertibili e tenerli presenti.

1) Lunedì 15 ottobre, dal vertice politico di maggioranza con Conte, Di Maio e Salvini, esce un mini-condono fiscale, che infatti il ministro Tria ha stimato in un gettito irrisorio di 180 milioni.

2) Dopo il Consiglio dei ministri che ha licenziato l’intera manovra, senza più entrare nei dettagli specialistici che si ritenevano risolti nel vertice politico ed erano affidati a foglietti volanti, dagli uffici tecnici del Mef esce un maxi-condono che fa rientrare dalla finestra le schifezze richieste dalla Lega e cacciate dalla porta dal M5S: sanatoria sui reati di frode e riciclaggio; scudo fiscale sui capitali all’estero; soglia di 100 mila euro moltiplicata per 25, cioè per ciascuna delle tasse evase (che sono 5: Irpef, Irpeg, Irap, Iva e imposta sui capitali) e delle annualità condonabili (anch’esse 5).

3) Mercoledì 17 gli uffici tecnici del Quirinale, che han ricevuto la bozza informale dal Mef, la restituiscono al governo con un secco no alla depenalizzazione di riciclaggio e frode. Lo scrive il Fatto, avendone avuto conferma dai portavoce del Quirinale, e lo conferma Giorgetti a Repubblica: “Sulla non punibilità credo ci fossero delle perplessità anche del Colle”. Le successive smentite della Presidenza della Repubblica non smentiscono nulla, se non che Mattarella abbia avuto il testo definitivo (infatti hanno ricevuto quello provvisorio i suoi tecnici: sennò come avrebbero fatto a scoprire e a bocciare il colpo di spugna?).

4) Salvini&C., a furia di fare la spola tra Roma e Arcore, pensano di essere ancora al governo con B. e rivendicano tutt’e tre le porcate, anche quelle bocciate dagli uffici del Colle. Poi, vista la reazione “alleata”, fanno mezza marcia indietro. E intanto lanciano oscuri messaggi sul condono edilizio per Ischia infilata nel decreto Genova, attribuendolo ai soli 5Stelle: nel qual caso sarebbe una porcata pentastellata (anche se il ministro M5S dell’Ambiente Sergio Costa lo contesta), ma facilmente eliminabile in Parlamento in sede di conversione del decreto. Ora, a parte FI e i suoi house organ, che delibano i fetori dei condoni come le persone normali lo Chanel n. 5, chi non vuole quelle tre porcate dovrebbe tifare per chi tenta di spazzarle via.

O almeno rispettare la verità dei fatti. E distinguere fra il peccato veniale dei 5Stelle (colpevoli al massimo di ingenuità e imperizia, per non aver controllato ciò che scrivevano i tecnici del Mef, pur ritenuti inaffidabili) e quello mortale della Lega (che il condono extra-large l’ha voluto fin dall’inizio e continua a rivendicarlo, in barba al contratto, ai no dell’alleato e pure del Colle). Invece giornaloni e giornalini sono spalmati a edicole unificate sulla versione di Salvini, beniamino di tutto l’Ancien Régime: le grandi lobby (da Confindustria ad Autostrade, dal partito Rai ai padroni dei giornali terrorizzati dai tagli dei fondi e delle pubblicità degli enti pubblici) puntano su di lui per salvare i privilegi; FI, che solo sul Carroccio può tornare al governo e, nell’attesa, proteggere la bottega Mediaset; e il Pd, che vede nella Lega il nemico ideale e nel M5S il concorrente più insidioso (senza contare che Renzi nel 2014 voleva condonare le frodi fiscali sotto il 3% dell’imponibile, comprese quelle di B., poi autorizzò i pagamenti in contanti fino a 3 mila euro, alzò le soglie dell’evasione depenalizzata e ora se ne va in giro con Briatore). Quindi, fra Di Maio che tenta di cancellare le porcate e Salvini che vuole mantenerle, scelgono tutti il secondo. Sul Corriere, Polito el Drito arriva a scrivere che il vero problema è il “rancore” dei 5Stelle (contro gli evasori e i riciclatori?).
Pazienza se i fatti, la logica, le dichiarazioni di Conte-Di Maio-Salvini-Tria nella conferenza stampa di lunedì sera, il no del Colle (che a parti invertite dominerebbe le prime pagine e invece viene nascosto o ignorato) e il Contratto di governo portano nella direzione opposta. Oggi Conte, nel Cdm straordinario, ha una sola via d’uscita: tornare al Contratto di governo. Che non lascia spazio a equivoci: “È opportuno instaurare una pace fiscale con i contribuenti per rimuovere lo squilibrio economico delle obbligazioni assunte e favorire l’estinzione del debito mediante un saldo e stralcio dell’importo dovuto, in tutte quelle situazioni eccezionali e involontarie di dimostrata difficoltà economica. Esclusa ogni finalità condonistica”. Queste parole escludono condoni su qualunque importo di fondi neri (anche sotto i 100 mila euro di imposta evasa, figurarsi al di sopra), scudi fiscali e depenalizzazioni di reati collegati: le situazioni eccezionali e involontarie, infatti, riguardano solo chi al fisco dichiara tutto e poi non ha i soldi per pagare a causa della crisi. Chi fa nero e/o esporta capitali i soldi li ha. E lo fa consapevolmente, non involontariamente. Per commettere riciclaggio o frode, occorre il “dolo”, cioè l’intenzione, altrimenti non c’è reato e non c’è bisogno di depenalizzare alcunché: le depenalizzazioni servono a chi accumula volontariamente fondi neri e/o li esporta all’estero e/o li fa reinvestire, non a chi non ha soldi e non può pagare le tasse sui redditi che ha dichiarato. Dunque, a norma di Contratto, dal decreto fiscale vanno cancellati le depenalizzazioni (come chiede il Colle), lo scudo e il condono sull’evasione Irpef (anche sotto i 100 mila euro). Altrimenti si straccia il Contratto di governo. E il governo non c’è più.

Opere d’arte, patacche e 007. Indagati gli spioni di Paolo B.

L’inchiesta sui dossier farlocchi venduti a Paolo Berlusconi per milioni di euro è alle battute finali: tre gli indagati per calunnia, tra cui un ex poliziotto, mentre parti lese del procedimento sono tre “nemici” storici del fratello. Si tratta del pm di Milano, Ilda Boccassini (accusa nei processi sulle corruzioni giudiziarie a beneficio delle aziende berlusconiane e poi nel caso Ruby), del giudice Raimondo Mesiano, che condannò in primo grado la Fininvest a pagare 750 milioni alla Cir di Carlo De Benedetti e dell’editore stesso di Repubblica. Sono i protagonisti presi di mira nei dossier pagati profumatamente: per attività giornalistica in quanto editore de Il Giornale, si giustificherà Paolo Berlusconi davanti ai pm romani che ritengono anch’egli parte lesa perché inconsapevole della falsità dei documenti e del loro uso calunnioso. È una vicenda comunque imbarazzante per i Berlusconi, anche perché milioni di euro vengono sborsati per dossier mentre il quotidiano di famiglia affronta una crisi sfociata con l’annuncio di un piano lacrime e sangue per i giornalisti.

Le notizie (false) contenute nei dossier sono finite in parte anche in una denuncia presentata in Procura a Roma. Da qui l’apertura di un fascicolo. I pm hanno fatto accertamenti sulle accuse riportate nell’esposto, scoprendo che erano tutte false e così hanno deciso di procedere per calunnia. Per questo reato sono indagati Luigi Lombardi, Tiziano Cosettini e Luigi Ferdinandi. Di quest’ultimo e dei soldi ricevuti da Paolo Berlusconi si è occupato L’Espresso il 2 febbraio 2017. Ferdinandi viene descritto come un ex poliziotto (ora in pensione), che in passato ha fatto da scorta anche all’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga in un viaggio in Mozambico. Ferdinandi viene citato (ma non è mai stato sfiorato da quell’indagine) anche in un verbale del 12 dicembre 2006 davanti ai pm milanesi di Marco Bernardini, testimone nell’ambito dello scandalo delle intercettazioni illegali compiute dalla security di Telecom. Bernardini – sempre secondo quanto riporta il settimanale – racconta di come avesse saputo degli accertamenti sull’ex presidente di Telecom, Marco Tronchetti Provera: “Ero venuto a conoscenza del fatto che si stavano svolgendo accertamenti sul dottor Tronchetti da un mio collaboratore, il quale era in contatto con Luigi Ferdinandi del Sisde (dove svolgeva attività nel settore minacce economiche diversificate)”. A L’Espresso che chiede se fosse davvero uno 007, Ferdinandi risponde: “Non posso rispondere in merito, perché sussiste il Segreto di Stato”.

Secondo quanto rivelato dal settimanale, proprio sui conti di Ferdinandi e su quelli del co-indagato Cosettini sono arrivati i soldi di Paolo Berlusconi: nel solo 2016 i due avrebbero ricevuto 4 milioni di euro, due a testa. Movimentazione che finisce nel mirino di Bankitalia: “I bonifici – riporta sempre il settimanale – sono stati accompagnati sovente da causali riferite all’acquisto di opere d’arte e mobili antichi”.

In ogni modo, secondo le accuse dei pm di Roma, proprio Cosettini e Ferdinandi, con tale Lombardi, sarebbero dietro l’esposto arrivato in Procura che conteneva informazioni false. Come quelle che riguardavano Mesiano, il giudice autore della sentenza sul caso Cir-Mondadori, la celebre guerra di Segrate (iniziata nel 1990) che ha avuto per oggetto il gruppo Mondadori con i settimanali, i quotidiani locali e il quotidiano Repubblica. La vicenda è nota: nel 1991 la Corte d’appello dà ragione a Berlusconi con una sentenza che anni dopo – grazie alle indagini della pm Boccassini – si scopre essere frutto della corruzione del giudice Vittorio Metta.

Nel 2007, però, la Cassazione rende definitiva la sentenza penale di condanna per corruzione in atti giudiziari dell’avvocato di Berlusconi, Cesare Previti, del giudice Metta e dell’avvocato Pacifico. Il gruppo Cir di De Benedetti fa causa civile. In primo grado, nel 2009, Fininvest è condannata a versare alla controparte quasi 750 milioni di euro per danni patrimoniali perché non c’era stato un giudizio imparziale. Il 9 luglio 2011, la Corte d’appello di Milano conferma la decisione riducendo il risarcimento a 564 milioni di euro. Due anni dopo la Cassazione rende definitiva la condanna con un altro ribasso fino a 494 milioni. Il dossier farlocco su Carlo De Benedetti, sulla pm Boccassini e sul giudice Mesiano poteva tornare utile per rimettere in discussione quel verdetto.

Per Mesiano nell’esposto calunnioso si farebbe riferimento a presunti estratti conti, uno all’estero. Si fanno illazioni su un legame dei movimenti con la sentenza Cir. Tutto falso, come hanno riscontrato i pm. Sulla Boccassini, invece, il dossier conteneva informazioni false su un pagamento destinato alla sorella del magistrato che in realtà non esiste. Sia Mesiano sia la Boccassini sono stati interrogati nei mesi scorsi dal pm Maria Teresa Gerace e ovviamente hanno smentito le accuse contenute nell’esposto.

Edonismo d’Oriente: gli anni Ottanta di Taiwan con Bruce Lee e la breakdance

 

Quand’è che il mondo ha iniziato a diventare tutto uguale, uniformato dalle stesse ambizioni di consumo, dagli stessi gusti, dalle stesse mode? A leggere il graphic novel di Sean Chuang la risposta sembra essere negli anni Ottanta. Chuang è nato nel 1968 e ha raccolto in un elegante volume per Add ricordi e nostalgie de I miei anni Ottanta a Taiwan. Per l’isola un tempo nota come Formosa, quello è il decennio della fine della legge marziale e dell’ingresso nel capitalismo mondiale, forte del rapporto con gli Stati Uniti. La politica resta però sullo sfondo del volume di Chuang che ammette con onestà di aver vissuto in modo politicamente inconsapevole quegli anni: vedeva qualche manifestazione in strada, ma era molto più interessato alla liberalizzazione del taglio dei capelli a scuola, ai giocattoli robot che venivano importati dal Giappone, ai film di Bruce Lee – cui è dedicato il capitolo più sentito del libro – o alle mosse di breakdance da copiare dai video musicali. L’edonismo disimpegnato che ha reso gli anni Ottanta così spensierati, e un po’ vuoti, ha avvolto come una nube rosa le nostre società occidentali ma anche Taiwan. Add si conferma l’editore più attento al fumetto orientale non manga, Chuang è un talento, le sue tavole riescono a essere dettagliatissime eppure soffici, per avere un termine di paragone pensate a Boulet, il francese da cui Zerocalcare ha preso le idee migliori. Anche sotto la patina di consumismo sempre uguale, Chuang trasmette il dinamismo di un Paese felice di cambiare, che nel benessere vedeva la premessa dello sviluppo invece che, come da noi, del declino.

 

 

Una storia semplice per un omicidio difficile

Il libro è scritto dal famoso autore italiano Leonardo Sciascia, autore di libri abbastanza complicati ma bellissimi, tutti fra di loro molto vari. Questo racconta di una storia molto complicata, al contrario del titolo. Si tratta di un giallo poliziesco che richiede un’attenzione del lettore molto elevata, ma soprattutto è una storia che si legge in pochissimo tempo grazie al numero di pagine (66). Ma in queste 66 pagine si nasconde un killer, un assassino. Tutto comincia la sera prima di una festa, la festa di San Giuseppe. Una strana e inquietante telefonata arriva da un villino agli uffici della polizia, il telefonista è un certo Giorgio Roccella che dice alla polizia di giungere immediatamente al suo villino per vedere una scoperta alquanto inquietante, ma il commissario sottovaluta la telefonata e rinvia il controllo all’indomani. Arrivata la polizia, la casa è chiusa, la porta è bloccata da catenacci di ferro come disabitata, ma c’è un uomo morto sulla scrivania in un’ampia sala di questa vecchia casa. La storia si complica grazie a un bigliettino misterioso ritrovato sulla scrivania dove era posata la testa del morto. È un omicidio o un suicidio? Era una rapina o aveva uno scopo? Tutto questo lo scoprirete leggendo il bellissimo libro di Leonardo Sciascia che vi porta nella storia e vi fa diventare uno spettatore della storia.

 

Il volto umano. Tutto secondo Andy Warhol

Certo: è innegabile che le scatole di zuppa Campbell’s – con la loro implicita elevazione a opera d’arte di una materia così comune (potremmo intendere letteralmente “volgare”) – e le innumerevoli polaroid abbagliate e irregolari siano una firma tra le più riconoscibili della produzione di Andy Warhol, eppure è stato il volto umano il suo paesaggio, l’ossessione cui è sempre tornato. L’irriproducibilità del volto, la sua unicità enigmatica e insieme seduttiva per il padre della Pop-Art sono al centro dell’esposizione romana “Andy Warhol” (fino al 3 febbraio al Complesso del Vittoriano), che raccoglie più di 170 lavori dell’artista, tra cui moltissime serigrafie. Sfilano, dunque, accanto alla collezione dedicata a Marilyn Monroe (Marilyn, 1967), quelle di un’ammiccante Liz Taylor (Liz, 1964) e un Mao Tse Tung ora con il rossetto rosso, ora con il volto verde o ancora tutto viola. E insieme alla serie dall’ambiguo nome Ladies and Gentlemen (1975), in cui Warhol narra la sua simpatia per il mondo delle drag queen, troviamo omaggi agli artisti per lui fonte di ispirazione come Martha Graham (1976), che raffigura la coreografa fondatrice della danza moderna mentre sul palco accenna un panché (un piegamento in avanti) e la serigrafia su T-Shirt Joseph Beuys (1980), dedicata al pittore e scultore tedesco. E ancora ricorda gli amici, come in Keith Haring (su cotone, 1986) con accanto una delle sue figure umane stilizzate, e il fraterno sodale Basquiat in Jean- Michel Basquiat (su T-Shirt, 1981).

Non mancano intelligenti incursioni serigrafiche nel mondo della politica: Lenin (1987) vede per esempio il politico russo ammantato da un mare di politicamente legittimo rosso; nella musica, con John Lennon (1986) – la copertina che Warhol disegnò per Menlove Avenue, il secondo album postumo di Lennon – e la serie dedicata a Mick Jagger (1975) in cui il cantante posa ora serio, ora sorridente, ora con le labbra eroticamente protese verso l’obiettivo.

Accanto ai volti serigrafati, molti disegni di un giovane Andy a inizio carriera in cui – spaziando dal volto alla natura morta, passando per decori e oggetti vari – si legge già il tocco del maestro della Pop-Art, che quest’autunno sarà protagonista in più declinazioni e città: “Camera Pop. La Fotografia nella Pop Art di Andy Warhol, Schifano & Co” al centro Italiano per la Fotografia di Torino e “Warhol e New York anni 80” a Bologna, Palazzo Albergati con lavori di Basquiat, Haring, Jeff Koons.

 

I russi arrivano a Berlino: l’ultima inchiesta per l’ebreo Oppenheimer

La percezione critica della realtà, di quello cioè che viviamo storicamente nel presente, è qualità rarissima. E solitamente non appartiene alle masse. Così quando l’Armata Rossa di Stalin libera Berlino dalle bestia nazista, nella primavera del 1945, l’ex commissario Richard Oppenheimer, rimosso perché ebreo, affronta con la sua amica nobile e anti-hitleriana, Hilde von Strachwitz, la questione chiave della percezione. Anche perché i liberatori sovietici non solo stuprano le donne teutoniche ma rinfacciano ai tedeschi di non essere stati capaci da soli di fermare Hitler. Un po’ come successo in Italia con l’immondo regime fascista.

Dice dunque Oppenheimer: “Tanta gente ha commesso l’errore di non prendere Hitler sul serio. Quando è arrivato al potere era troppo tardi”. Risponde Hilde: “È solo una scusa, avrebbero dovuto interessarsi di più di politica. Se Hitler è arrivato al potere, forse è stato proprio grazie a tutte le persone che non avevano un’opinione politica. Quelli a cui non fregava niente. Io non ho fatto altro che sprecare fiato, tanto nessuno voleva ascoltare”. Appunto.

Con Atto finale (traduzione di Angela Ricci), lo scrittore bavarese Harald Gilbers conclude la sua trilogia dedicata alle inchieste di Oppenheimer nella Berlino devastata dalla guerra. Stavolta il mistero è rappresentato da un ex dipendente delle Poste, in realtà un fisico nucleare, ammazzato per il contenuto top secret della sua valigia. Ancora una volta Gilbers è sontuoso nella descrizione della quotidianità bellica e le sue ricostruzioni storiche sono meticolose (non come Scurati con M). E ricordare bene è sempre un esercizio prezioso, soprattutto in questo tempo.