Anne, che insegnò alle donne ad amarsi

Anne si sentiva incapace di tutto. Era una donna irrequieta e clinicamente depressa, soffriva di disturbo bipolare, catapultata nella vita domestica con il dovere di accudire le proprie figlie. Senza peraltro riuscirvi. Si era sempre sentita “chiusa nella stanza sbagliata” finché arrivò la scrittura a liberarla. A soli 39 anni la sua stella era già alta in cielo, vinse numerosi riconoscimenti fra cui il Premio Pulitzer per la poesia, ottenne inviti ad Harvard e una cattedra alla Boston University. Il suo nome era Anne Sexton e con le raccolte Transformations e Love Poems, divenne una vera e propria icona della poesia confessionale che abbatteva i muri dell’intimità e i tabù letterari, parlando di masturbazione, sesso e aborto senza nessuna remora. Fu un’icona del femminismo a cavallo fra gli anni 60-70 e, dopo un lungo oblio, per la prima volta la sua storia viene narrata in Dio nella macchina da scrivere. Ma non si tratta di una classica biografia, piuttosto di un racconto della sua vita ampiamente romanzato. Non un atto di devozione ma un omaggio. L’autrice è Irene Di Caccamo – doppiatrice e dialoghista – che nella postfazione confessa di essersi presa delle grandi libertà creative per raccontare la vita di Anne, operando una “riscrittura intima e libera, in un continuo sconfinamento fra realtà e immaginario”, rinominando i personaggi principali – tranne le colleghe Maxine Kumin e Sylvia Plath – riducendo il numero dei suoi amanti, “restituendo l’urgenza delle parole”, “creando una doppia voce”, attingendo sia a fatti reali sia fittizi, mescolando – con una buona dose di spavalderia, va detto – le citazioni della poetessa ad altri brani, frutto proprio della mano della Di Caccamo (già autrice de L’amore imperfetto). Ed è la ricerca di una propria voce che aderisse all’animo irrequieto della Sexton senza ricalcarne il profilo, a premiare l’autrice, varando un diario intimo che si rivela un riuscito passe-partout, aprendo la via a una nuova generazione di lettori. Del resto, l’ostacolo più impervio era proprio quello di sfuggire alla biografia agiografica a posteriori, riuscendo comunque a dare forza ai pensieri della poetessa, prigioniera del proprio mondo percettivo.

Una prova narrativa intensa, capace di addentrarsi nei meandri bui della depressione, rivivendo i ripetuti tentativi di suicidio, andando incontro al piacere sessuale come forma per dominare il corpo, placando l’isteria con la masturbazione, desiderando tanto di addentare la vita che di rinunciarvi per sempre, sopraffatta da tutto. Alla ricerca continua di esempi e conferme del proprio talento, l’incontro con Sylvia Plath sarà decisivo. La sua fermezza nell’infilare la testa nel forno a gas, asfissiandosi ma proteggendo i propri figli, sarà vissuta con una sorta di invidia da Anne. Fin quando anche lei troverà la forza necessaria. Il 4 ottobre 1974, 45enne, scese in garage e dopo aver acceso il motore della sua macchina si lasciò morire inalando monossido di carbonio. “Di certo sapete che ognuno ha la sua morte, che lo aspetta. Quindi io ora me ne vado, senza vecchiaia e malattia, selvaggiamente ma scrupolosamente”. Firmato, Anne Sexton.

 

Incontro di Nobel dalla prima (donna) all’ultimo: a Nuoro Deledda con Fo

Dalla prima all’ultimo: da Grazia Deledda, prima (e unica) donna italiana a vincere il Nobel per la Letteratura nel 1926, a Dario Fo, ultimo italiano a conquistare il Premio nel 1997. Un filo ora li lega: il progetto “Il Nobel incontra i Nobel”, ideato dall’Istituto superiore regionale etnografico (Isre) di Nuoro e in programma dal 26 ottobre al 26 gennaio 2019.

Ospite di questa prima edizione della rassegna sarda è, appunto, Fo, qui omaggiato attraverso spettacoli, convegni, performance, eventi e una ricca mostra di suoi lavori, teatrali e non solo: canovacci, saggi, bozzetti, disegni, dipinti, tele, arazzi, pupazzi, maschere, costumi…

Intitolata Il Mondo Popolare narrato da Dario Fo e curata da Mattea Fo e Stefano Bertea per la Compagnia Fo-Rame, l’esposizione è articolata in due sezioni e in due spazi differenti: la prima – La Maschera, la Commedia dell’Arte, il Teatro all’Improvvisa, presso il Museo del Costume – è dedicata alle ricerche di Fo sul teatro popolare medievale e sulla commedia dell’arte; la seconda – Impegno Sociale, Culturale, e Politico nell’Arte di un Premio Nobel, allestita nell’ex Artiglieria – affastella le videoproiezioni e i materiali di scena di oltre sessant’anni di vita in palcoscenico.

Il 10 novembre, inoltre, il Teatro Eliseo (sempre a Nuoro) ospiterà il sempiterno Mistero Buffo nell’interpretazione di Mario Pirovano, che si è formato e ha lavorato a lungo con i guitti Fo e Rame: tra pochi mesi ricorreranno, infatti, i cinquant’anni della pièce, che debuttò eccezionalmente nell’Aula magna dell’Università Statale di Milano, per l’occasione occupata da duemila e passa studenti.

Era il 30 maggio del 1969; da allora quello spettacolo irriverente è stato allestito oltre cinquemila volte, in Italia e all’estero, nelle piazze, nelle scuole, nelle fabbriche, nei teatri e addirittura nelle chiese: ci è voluto mezzo secolo per traslocare da un’occupazione all’altra e da una parrocchia all’altra.

Un Arlecchino così non s’ è mai visto

Scrive il primattore Natalino Balasso in una lettera al regista Valerio Binasco: “È tipico della commedia non avere (nel titolo) nomi propri. Mentre la tragedia li richiede – vedi Amleto –, la commedia si identifica non nel nome proprio, ma in una caratteristica del personaggio”.

Non vi è dubbio perciò che Il servitore di due padroni di Goldoni sia una commedia: con gli anni, tuttavia, il protagonista Truffaldino è stato sostituito da Arlecchino e il titolo si è conseguentemente modificato in Arlecchino servitore di due padroni, ormai “canonizzato” da 71 anni di allestimenti strehleriani. Da questo mostro sacro della scena italiana (sopravvissuto persino al regista e ai suoi interpreti e ancora in replica) prende opportunamente e coraggiosamente le distanze Binasco, che firma un nuovo adattamento per lo Stabile di Torino: “Non è uno spettacolo ispirato alla Commedia dell’Arte, e non usiamo le maschere della tradizione”, ha spiegato. “L’antico teatro è ancora il teatro della festa e della favola”, esplicitate in una quasi commedia all’italiana con giostre, palloncini, scivoli e biciclette, oltre a intermezzi di pura clownerie, come le irresistibili scene del trasporto delle valigie e del pranzo dalle mille portate.

Dei tanti fili della trama se ne prediligono qui tre: il tema dell’identità e del doppio, dai nomi fittizi al travestitismo; lo scarto tra verità e menzogna, noto e ignoto, vedo-non vedo, felicemente tradotto dalle scene di Guido Fiorato in un saliscendi di sipari e porte a vista; la questione femminile (vexata quaestio) di giovani donne – non madri! – in cerca di libertà e denaro, ostinate, leali, compassionevoli, laddove gli uomini sono spesso violenti e dispotici.

Spassosissimo, antiretorico, per nulla intellettualoide, lo spettacolo vanta un cast di raro affiatamento e intelligenza, garantendo il difficile equilibrio tra scene (e parti) comiche e scene (e parti) drammatiche e d’amore. Nessuno è fuori posto, tutti recitano nella stessa commedia, che non è una barzelletta: Michele Di Mauro, Fabrizio Contri, Elena Gigliotti, Denis Fasolo, Elisabetta Mazzullo, Gianmaria Martini, Ivan Zerbinati, Lucio De Francesco e Marta Cortellazzo Wiel. Umano troppo umano è l’Arlecchino di Balasso: affamato ma sgobbone, imbroglione ma bonaccione, ingenuotto ma calcolatore, uno che ha per amico il borsello, da cui non si separa mai, ma a cui non piace affatto sentir piangere gli altri. Una delle licenze poetiche dell’adattamento riguarda proprio lui, il cui vero nome è Pasquale: non è Arlecchino, è che lo disegnano così, e infatti le pezze non sono sul vestito, ma sulla sua pelle, incise a forza di cinghiate.

Agitano il fondo nero della pièce anche le luci e i suoni lividi di Pasquale Mari e Arturo Annecchino, e così il finale, amaro e malinconico, mantiene le promesse. Questo è davvero l’Arlecchino servitore di due padroni: il nome proprio nel titolo avrebbe dovuto farci intuire che commedia non è.

Torino, Teatro Carignano, fino al 28 ottobre; poi in tournée (Novara, Mantova, Bari, Reggio Emilia, Varese…) fino al 16 dicembre

Arlecchino servitore di due padroni. Valerio Binasco

Vincent Cassel alla prova con una storia di autismo

Alessandro Gassmann, Fabrizio Bentivoglio, Jasmine Trinca e Filippo Scicchitano sono gli interpreti principali di Croce e delizia, una nuova commedia sul set a Gaeta prodotta dalla Paco cinematografica e diretta da Simone Godano, già autore dell’insolita opera prima Moglie e marito.

L’8 novembre Marco Giallini inizierà a girare per la Rodeo Drive tra il Veneto e Roma Villetta con ospiti!, il nuovo film di Ivano De Matteo di cui è interprete con Michela Cescon, Cristina Flutur (Palma d’oro al Festival di Cannes per Oltre le colline di Cristian Mungiu) e Bebo Storti.

La storia ruoterà attorno alla proprietaria di un’azienda vitivinicola colta e benestante la cui vita si intreccerà con quelle di altre persone dal vissuto differente.

I registi di Quasi amici Olivier Nakache e Eric Toledano hanno scelto Vincent Cassel e Reda Kateb (l’interprete di Django dedicato al musicista Django Reinhardt) per girare Hors Norme, un nuovo film incentrato su due educatori che si occupano di bambini e adolescenti affetti da autismo.

Stanno per concludersi in Puglia le riprese di Un’avventura, in cui Marco Danieli dopo il felice esordio con La ragazza del mondo è tornato a dirigere Michele Riondino, questa volta con Laura Chiatti, in un musical prodotto da Fabula Pictures, Lucky Red e Rai Cinema. Sceneggiato da Isabella Aguilar e ambientato negli anni 70 racconta le vicende di Francesca, ragazza ribelle e moderna che ha girato il mondo sull’onda della liberazione sessuale per poi tornare nel suo paese del Sud dove il vicino di casa Matteo, da sempre invaghito di lei, cercherà di conquistarla sulle note e le parole di alcuni celebri brani di Lucio Battisti e Mogol (consulente artistico) gli arrangiamenti di Pivio e De Scalzi e le coreografie di Luca Tommassini.

“7 sconosciuti” in cerca d’autore: Goddard (Drew)

Animali impagliati, arredamento pesante, atmosfera inquietante. Benvenuti al grand hotel El Royale, luogo d’antichi fasti ora ridotto a maniero segreto di lussuriosi potenti, antro sinistro di perversioni e massacri. D’altra parte siamo a inizio 1969, in piena era Nixon, al secondo mandato.

Se dentro il resort – posto sull’esatta e suggestiva linea di confine fra California e Nevada – regna l’intimità di segreti irricevibili, fuori imperversa la grande bugia della politica statunitense, tra Vietnam e relative apocalissi. È in tale contesto che il 43enne texano Drew Goddard (da non confondersi con Godard, di ben altri tempi, luoghi e carature) imbastisce 7 sconosciuti a El Royale (Bad Times at the El Royale), il suo secondo lungometraggio da regista dopo l’ottimo esordio col mistery thriller Quella casa nel bosco (2011) e la firma di sceneggiature di valore fra cui Sopravvissuto – The Martian di Ridley Scott e un bel po’ di commissioni seriali da Buffy la vampira ad Alias e Lost. Antonio Monda l’ha voluto ad aprire ieri sera la sua 13ª Festa romana, sperando probabilmente nella presenza della diva Dakota “Suspiria” Johnson che si è data accreditata fino all’ultimo momento per poi dare forfait. Un colpo basso per la kermesse capitolina il cui red carpet inaugurale è stato lasciato a talenti pressoché ignoti (Goddard stesso e l’attrice Cailee Spaeny). Ma poco male, se l’opera vale. Il problema sorge sulla sua discutibilità, figurina tarantiniana dai blandi echi da The Hateful Eight con un numero e tanta qualità in meno. Il racconto vede quattro individui spinti da motivi diversi ad alloggiare a El Royale dove sono accolti dal giovane e apparentemente innocuo custode. Dopo le rivelazioni (prima al pubblico e poi reciprocamente) di svariati segreti e bugie fra flashback e montaggi di punti di vista incrociati, i personaggi in cerca più di un tesoro che di un autore giungono al culmine narrativo con l’arrivo sulla scena del cattivo, il tanto sexy quanto bifolco guru Billy Lee (non a caso interpretato da “Thor” Chris Hemsworth), che consegna alla roulette la sorte dei malcapitati.

Lungo e a tratti noioso, 7 sconosciuti a El Royale è scandito in capitoli più o meno guidati da ciascun personaggio a cui spetta, loro malgrado, di rappresentare certe categorie “umane” e sociali del tempo: il vecchio prete Jeff Bridges, la cantante nera Cynthia Erivo, la ruvida hippie Dakota Johnson, l’agente speciale Fbi John Hamm. Il cast brilla (nota a margine: c’è anche un cameo dell’enfant prodige fra i registi, Xavier Dolan) ma i personaggi per nulla, prevedibili più della curiosa location che versa su uno “sconfinamento” geografico (ma anche politico) dal punto di vista americano assai rilevante. Se dunque El Royale offre “caldo & sole” a chi sogna il West (California) e “speranza & opportunità” a chi punta a East (Nevada), dirigendosi verso la capitolina Festa del cinema offre una modesta, anonima e dimenticabile apertura. Le sale diranno la loro dal 25 ottobre.

Un avvocato a guardia del Nobel

Eric Runesson e Jila Mossaed, sono questi i nomi che l’Accademia di Svezia ha trovato nell’estremo tentativo di far ripartire il Premio per la Letteratura almeno nel 2019. Lui è un avvocato specializzato in contratti aziendali e contenziosi economici, ex socio di Sandart & Partners, “probabilmente il migliore team di Svezia”, come recita lo slogan sul sito dello studio che dà anche la notizia della sua nomina. Il migliore sì, visto che ne sa più del re Gustavo indignato per non aver ricevuto nessuna comunicazione ufficiale dei nuovi membri. Runesson, classe 1960, laurea ad Harvard è anche tra i membri della Corte Suprema. È dunque chiaro quale sarà il suo ruolo: “Garantire la conformità dell’organizzazione, sia in termini di legge che per gli standard interni”, come scrive il quotidiano svedese Svenga Dagbladet. A lui toccherà infatti non solo vigilare sui fondi, visti quelli sviati dall’Accademia in favore del marito di Katarina Frostenson, ma risolvere anche la questione delle datate norme dello statuto che impediscono le dimissioni o il licenziamento dei membri e quindi l’allontanamento di Frostenson stessa, che – nonostante la condanna a due anni per molestie sessuali incassata dal marito Arnault – non intende mollare lo scranno.

Dal canto suo, la poetessa iraniana Jila Mossaed, fuggita in Svezia per la fatwa di Khomeini, prenderà il posto di Kerstin Ekman, che ha lasciato il posto numero 15 in polemica proprio con la fatwa ai danni di Salman Rushdie. Non male come maquillage.

Pronto, ho vinto lo STREGA?

Per anni un caro amico, di professione editor, si è lamentato sulla mia bacheca di Facebook di non avere ricevuto ancora il Premio Strega. Per una bieca macchinazione, protestava, certo non per il dettaglio trascurabilissimo di non avere mai scritto un romanzo. Il nonsense mi è tornato in mente non molti giorni fa, dopo aver preso in ufficio una telefonata abbastanza surreale.

“Pronto, buongiorno, mi hanno detto che ho vinto il Premio Strega 2017, può darmi delle informazioni?”.

“Con quale libro, signora?”.

“Una raccolta inedita di poesie, c’è scritto anche su Google”.

Ho googlato: I luoghi del silenzio, questo il titolo dei versi insigniti del supposto riconoscimento, è un’opera ignota al famoso motore di ricerca (esiste però un sito omonimo, una sorta di guida agli eremi dell’Italia centrale).

Paolo Cognetti può stare tranquillo: il premio del 2017 è ancora saldamente nelle sue mani. Quanto all’autrice della silloge, può accomodarsi nel palmares già abbastanza folto di vincitori virtuali: scrittori immaginari che in opere di vario genere ricevono il riconoscimento assegnato a Villa Giulia dagli Amici della domenica. Come il Davide Bias interpretato da Riccardo Scamarcio nel film di Pupi Avati Un ragazzo d’oro (2014), il Mario Bambea di Corrado Guzzanti in Dov’è Mario? (2016) e il “noto fumettista Fermo” di Sergio Gerasi, autore del graphic novel Un romantico a Milano (2018).

È la prima volta che qualcuno si presenta direttamente da vincitore. Come il personaggio di Francesco Paolantoni, Robertino, con quel suo tormentone: “Ho vinto qualche cosa? Niente? Niente”. Di solito gli aspiranti stregati si limitano a proporsi come concorrenti. Malgrado lo Strega sia un premio di narrativa, abbondano le candidature di libri di varia (vanno ancora per la maggiore i repertori di proverbi napoletani) e le raccolte di poesia, appunto.

In un altro caso, piuttosto recente, si trattava indubbiamente di un romanzo, anche se non propriamente di un libro.

Alla ripresa dopo la pausa estiva, ecco un plico contenente una serie di fogli manoscritti, opportunamente fotocopiati e disposti uno sull’altro a simulare una sequenza di fascicoli non rilegati. Al centro del racconto c’è una cronaca familiare, pare di capire, considerando alcune foto d’epoca e documenti d’identità pure acclusi in copia. Segue a stretto giro l’immancabile telefonata di verifica (la pagina più visitata del nostro sito è con tutta evidenza quella dei contatti, non quella del regolamento). Colgo l’occasione per ribadire che il Premio Strega è riservato a libri già pubblicati.

“In che senso pubblicati?”.

“Da un editore. Per essere chiaro: se vado in libreria, il suo romanzo lo trovo?”.

“Certo! Se mi dice quando passa, glielo lascio”.

Ah, bei tempi quando Ninuccio, autonominato pescatore-filosofo, scriveva periodicamente dalle sponde abruzzesi dell’Adriatico per trasmettere i ritagli di giornale con le sue ultime interviste e la documentazione fotografica delle numerose medaglie al valore ricevute. Ha la quinta elementare presa a vent’anni, “ma parla come e meglio di un letterato”, scrive di lui un sito d’informazione locale. Il suo magistero, come quello di Socrate, è affidato all’oralità. “Gli chiediamo perché non scriva un libro sulla sua vita, e lui: ‘Perché non ne conosco il finale. E a chi interesserebbe poi? Il mare sa tutto di me’”.

Il mare sa già tutto di noi. Forse faremmo meglio a meditare a lungo su questo assioma, prima di affidare alla pagina le nostre storie.

 

Banksy, l’opera distrutta e la beffa al quadrato

“Qualche anno fa ho inserito in uno dei miei quadri un meccanismo di autodistruzione… nel caso fosse andato all’asta”. Il video di Banksy si apre così, testo bianco su sfondo nero, un uomo con il cappuccio della felpa tirato sulla testa che monta un seghetto all’interno di una cornice. La scena si sposta nella sede londinese di Sotheby’s, la casa d’aste dei record: folla varia di compratori e collezionisti, le fasi concitate della contrattazione, poi il battitore che aggiudica, per oltre un milione di sterline, una stampa di The Girl with a Balloon, la bambina con il palloncino rosso, creato come murale a Londra nel 2002 e diventato una delle opere identificative dello street artist. Pochi secondi e il meccanismo si attiva: video in soggettiva, quadro triturato. A metà. “Ma doveva distruggersi completamente”, spiega l’autore. Durante le prove aveva funzionato. Uno show per prendersi gioco di un altro show. La notizia è lo choc dei presenti, comparse di una scena parallela a quella dell’arte contemporanea.

“Lo chiamiamo mercato BTS, Behind The Sofa, roba che ricchi senza gusto mettono in salotto per stupire i loro ospiti”, è il giudizio liquidatorio di una austera curatrice londinese. Per lei Banksy è solo un attention grabber, uno costantemente in cerca di attenzione, e le sue performance una copia insignificante delle radicali provocazioni anni Sessanta e Settanta. Ma funzionano perfino quando, come in questo caso, falliscono, perché il mercato assimila anche un’opera triturata: ora The Girl with a Balloon si chiama Love in the Bin, ‘Amore nel cestino’, e la performance che ha semidistrutto la tela ne ha probabilmente aumentato il valore simbolico, e quindi economico, in un circuito di rialzi mediatici indipendenti dal valore artistico.

Riparte la caccia: chi è davvero Banksy? È stato lui a girare il video e ad attivare il meccanismo? The Independent scommette su Robert Del Naja, 52 anni, co-fondatore del gruppo musicale Massive Attack: è di Bristol, dove sono comparsi i primi murali di Banksy, e ha cominciato la carriera artistica proprio con i graffiti prima di darsi alla musica. Disegna ancora, e la sua copertina di Heligoland, album dei Massive Attack del 2010, ricorda molto da vicino lo stile di Banksy. È apparso nel documentario su Banksy Exit Through the Gift Shop: i due hanno ammesso l’amicizia ma sempre negato di essere la stessa persona. Finché, nel giugno 2017, il musicista inglese Clifford Joseph Price (Dj Goldie) ha parlato dello street artist chiamandolo Robert. Lapsus rivelatore o falsa pista?

Tutti i cinguettii russo-iraniani che inquinano la politica Usa

We need to fix it. Dobbiamo aggiustarlo. Lo dice quello che l’ha inventato: Jack Dorsey. Parla della sua creatura: Twitter. È il primo tra i re delle nuove tecnologie ad ammetterlo, mentre parla delle conseguenze del suo social virtuale nel mondo reale. Le chiama “filter bubbles”, bolle di filtraggio (ovvero l’insieme delle preferenze di ogni utente social, ndr). Il loro fine ultimo è diffondere fake news, notizie false, per manipolare chi legge e le diffonde a sua volta. Dorsey vuole “favorire le indagini” delle autorità statunitensi e apre il suo archivio.

Da Washington a Londra, dalle elezioni americane alla Brexit. Dieci milioni di tweet sono stati resi pubblici dalla compagnia dell’uccellino blu. Ora al vaglio degli esperti ci sono 360 giga di parole. Questi messaggi avevano lo scopo di influenzare la politica americana e, in misura minore, quella inglese durante la Brexit.

L’archivio 2013-2018 è stato prodotto da 3800 account russi – sono risaliti di nuovo al’Ira, Internet Research Agency, di Pietroburgo -, ma tutto il resto arriva da Teheran, per un totale di 4570 account. Rispetto a quella russa, la campagna iraniana, per diffusione e numeri, rimane pulviscolo: solo 284 account. Tutti i profili rilevati sono tacciati di “comportamento inautentico e manipolatorio” per uno scopo: diffondere il caos. Se i profili iraniani avevano un target mirato, quelli russi sparavano da entrambi i lati, uno contro l’altro.

Esempi. Malboro man è molto contento e usa tanti esclamativi quando ringrazia Trump. Texas Lone Star, stella solitaria del Texas, spiega quale sia la differenza tra “loro” e “noi”, cristiani e musulmani. Crystal Johnson invece afferma che la vera autrice delle commedie di Shakespeare è Amelia Bassano, donna e nera, e per questo dimenticata. Poi insulta Trump, “un maschio bianco predatore”. Altri profili erano intenti a chiedere il licenziamento di Jared Kushner per i bombardamenti in Siria. Prima il genero di Trump: poi 280 caratteri di offese ad Aleksey Novalny, blogger anti-corruzione russo. I tweet rimangono reali, anche se Malboro man e Crystal Johnson non esistono. O forse sì, ma solo nel mondo parallelo creato a migliaia di chilometri di distanza nelle stanze segrete dei troll russi, letti da ignari elettori alle elezioni americane. Liberali e repubblicani, conservatori e democratici, presenti su ogni barricata: i troll erano sia a favore che contro Trump. Entrambe i gruppi di account farebbero parte della galassia di Mosca, che ha cercato di interferire alle elezioni, ma non è più una notizia. Il nuovo nome che prima non c’era e, che svela adesso la compagnia di Dorsey, è quello di Teheran.

Non solo diffamare Hillary e impedirne la vittoria. Lo scopo era “polarizzare le comunità virtuali americane, unire il supporto per l’interesse russo e distruggere la fiducia nelle istituzioni Usa”, scrive il think thank americano Atlantic Council. La galassia cremliniana risponde al fuoco come d’abitudine in tempo reale: “Prima delle elezioni americane di Midterm (martedì 6 novembre, ndr), Twitter ricorda agli americani che la democrazia è ancora minacciata, ma non spiega come questi account siano legati all’Ira”. O a Mosca.

Caso Khashoggi, Ryad dà la colpa allo spione di primo piano

La monarchia saudita sarebbe pronta a incolpare dell’assassinio di Jamal Khashoggi un alto funzionario dell’intelligence di Riad vicino al principe ereditario Mohammed bin Salman. Si tratta del generale Ahemd al-Assiri, secondo quanto riporta il New York Times, uomo di punta dei servizi sauditi e consigliere della corona. Mentre a Istanbul la polizia continua a cercare nuove prove sulla sorte di Jamal Kashoggi, perquisendo una seconda volta la residenza del console saudita, gli Stati Uniti hanno deciso di non inviare il segretario al Tesoro, Steven Mnuchin, alla “Davos nel deserto”. Dopo la defezione anche della direttrice del Fondo monetario internazionale, Christine Lagarde, alla conferenza di Ryad del 28 ottobre patrocinata dal principe ereditario saudita Mohammed bin Salman per attrarre investimenti in Arabia Saudita, la decisione dell’Amministrazione Usa è il segno che i più stretti alleati del principe saudita non possono continuare a proteggerlo se non farà trapelare una “verità”. La notizia del “colpevole” nella persona dello 007 di punta potrebbe essere la quadratura del cerchio. Il segretario di Stato Mike Pompeo ha riferito gli esiti della sua visita a Riad al presidente Trump: aveva dato 72 ore al principe saudita Mohammed bin Salman per completare l’ inchiesta “se non voleva mettere a rischio la reputazione del regno nel mondo”. Secondo gli inquirenti turchi il giornalista sarebbe stato torturato e smembrato dentro la sede consolare o nella residenza del console. La polizia ha esteso per la prima volta le ricerche in altre zone della città come la “Foresta di Belgrado”, un bosco meta di escursionisti alla periferia di Istanbul. Il presidente russo Putin a Sochi ha usato la questione Kashoggi per criticare, seppur “diplomaticamente”, gli Usa. “Il giornalista saudita scomparso viveva negli Stati Uniti: da questo punto di vista, hanno una certa responsabilità”.