Anne si sentiva incapace di tutto. Era una donna irrequieta e clinicamente depressa, soffriva di disturbo bipolare, catapultata nella vita domestica con il dovere di accudire le proprie figlie. Senza peraltro riuscirvi. Si era sempre sentita “chiusa nella stanza sbagliata” finché arrivò la scrittura a liberarla. A soli 39 anni la sua stella era già alta in cielo, vinse numerosi riconoscimenti fra cui il Premio Pulitzer per la poesia, ottenne inviti ad Harvard e una cattedra alla Boston University. Il suo nome era Anne Sexton e con le raccolte Transformations e Love Poems, divenne una vera e propria icona della poesia confessionale che abbatteva i muri dell’intimità e i tabù letterari, parlando di masturbazione, sesso e aborto senza nessuna remora. Fu un’icona del femminismo a cavallo fra gli anni 60-70 e, dopo un lungo oblio, per la prima volta la sua storia viene narrata in Dio nella macchina da scrivere. Ma non si tratta di una classica biografia, piuttosto di un racconto della sua vita ampiamente romanzato. Non un atto di devozione ma un omaggio. L’autrice è Irene Di Caccamo – doppiatrice e dialoghista – che nella postfazione confessa di essersi presa delle grandi libertà creative per raccontare la vita di Anne, operando una “riscrittura intima e libera, in un continuo sconfinamento fra realtà e immaginario”, rinominando i personaggi principali – tranne le colleghe Maxine Kumin e Sylvia Plath – riducendo il numero dei suoi amanti, “restituendo l’urgenza delle parole”, “creando una doppia voce”, attingendo sia a fatti reali sia fittizi, mescolando – con una buona dose di spavalderia, va detto – le citazioni della poetessa ad altri brani, frutto proprio della mano della Di Caccamo (già autrice de L’amore imperfetto). Ed è la ricerca di una propria voce che aderisse all’animo irrequieto della Sexton senza ricalcarne il profilo, a premiare l’autrice, varando un diario intimo che si rivela un riuscito passe-partout, aprendo la via a una nuova generazione di lettori. Del resto, l’ostacolo più impervio era proprio quello di sfuggire alla biografia agiografica a posteriori, riuscendo comunque a dare forza ai pensieri della poetessa, prigioniera del proprio mondo percettivo.
Una prova narrativa intensa, capace di addentrarsi nei meandri bui della depressione, rivivendo i ripetuti tentativi di suicidio, andando incontro al piacere sessuale come forma per dominare il corpo, placando l’isteria con la masturbazione, desiderando tanto di addentare la vita che di rinunciarvi per sempre, sopraffatta da tutto. Alla ricerca continua di esempi e conferme del proprio talento, l’incontro con Sylvia Plath sarà decisivo. La sua fermezza nell’infilare la testa nel forno a gas, asfissiandosi ma proteggendo i propri figli, sarà vissuta con una sorta di invidia da Anne. Fin quando anche lei troverà la forza necessaria. Il 4 ottobre 1974, 45enne, scese in garage e dopo aver acceso il motore della sua macchina si lasciò morire inalando monossido di carbonio. “Di certo sapete che ognuno ha la sua morte, che lo aspetta. Quindi io ora me ne vado, senza vecchiaia e malattia, selvaggiamente ma scrupolosamente”. Firmato, Anne Sexton.