La scuola delle lacrime salva-vita

Tiepide lacrime rigano i volti, mentre sullo schermo scorrono le immagini di “silenzio dell’amore”, una pubblicità di una compagnia di assicurazioni tailandese. Lacrime calde per la storia di un gatto morto, molto amato dalla padrona. La catarsi poi è invogliata dal susseguirsi di canzoni tristi. Un ennesimo video genera lo scroscio di pianto della sala e la platea nipponica singhiozza. Il rito collettivo si chiama “rui-katsu”, ricerca delle lacrime.

I giapponesi si danno appuntamento nei centri di salute mentale perché da soli non sanno piangere, ma per il benessere di se stessi e del Paese ora devono imparare.

Si ricorre alle lezioni di lacrime negli istituti e negli uffici pur di scongiurare lo squilibrio psicologico dell’arcipelago. “Scuole e società incoraggiano studenti ed impiegati a piangere per migliorare la loro salute mentale”, scrive il Japan Times. Alleviare lo stress, che danneggia la produttività, è imperativo dichiarato del governo di Tokyo.

È un controcanto statale per arginare l’insanità mentale da lavoro, in una nazione lastricata di workaholic, professionisti in escandescenze per straordinari e burnout.

Dal 2015 le autorità hanno introdotto un programma di stress-check obbligatorio per ogni azienda per l’emergenza da psicosi lavorativa e “karoshi”, un termine che è in cima alle lista delle cause di decesso e statistiche sulla mortalità precoce dal 1987. Vuol dire “morte per troppo lavoro” e l’hotline governativa per prevenirlo è così intasata che di solito gli utenti digitano il numero 30 volte prima di parlare con un operatore.

Junko Umihara, professore della scuola medica nipponica, ora informa i connazionali che piangere “è un’autodifesa contro l’accumulo di tensione” e invoglia i cittadini a cercare un namida sensei, maestro di lacrime. Uno è Hidefumi Yoshida, che va in giro per società e scuole a spiegare, per 8mila yen a seduta, circa 60 euro, che piangere “è un atto più benefico del ridere o dormire” se si è stanchi. Sui contratti c’è scritto 8, ma i giapponesi lavorano almeno 12 ore al giorno.

Secondo l’ultima indagine governativa 2016, un quarto delle aziende costringe gli impiegati a lavorare, non retribuendoli, 80 ore in più del dovuto e almeno il 63% dei giapponesi non usa i giorni di ferie per senso di colpa. Il governo ora costringe i cittadini ad almeno 5 giorni di vacanza l’anno e obbliga le aziende ai “venerdì premio”: il lavoro finisce a metà giornata prima dell’ultimo weekend del mese.

Una morte dopo l’altra nella patria dei karoshi. Dopo un ingegnere Toyota nel 2006, nel 2013 Miwa Sado, reporter della tv pubblica Nhk, è morta di infarto a 31 anni dopo 159 ore di straordinario. L’emittente ha riveduto le norme contrattuali e lo stesso ha dovuto fare l’agenzia di pubblicità Dentsu, quando una praticante – 24 anni e 105 ore di straordinario – è saltata dalla finestra dell’edificio della compagnia.

L’amministratore delegato ha dato le dimissioni e ora regola tassativa della Dentsu è spegnere le luci degli uffici alle 10 di sera. Anche chi non vuole, è obbligato a smettere di lavorare e tornare a casa.

La “fabbrica del potere” francese coi conti in rosso

La chiamano la “fabbrica del potere” perché è qui che si formano le future élite della Francia. Ma negli ultimi tempi l’esclusiva École nationale d’administration-Ena, fondata nel 1945 da una figura “intoccabile” per i francesi come il generale De Gaulle, è diventata anche una “fabbrica di deficit” per la République. Nel 2017 il budget della scuola ha registrato un rosso di 2,8 milioni di euro (su un totale di 40,8 milioni di euro), secondo i dati contabili che Le Parisien è riuscito a procurarsi. Andando avanti così, la prestigiosa scuola potrebbe “chiudere in quattro anni”, predice l’Ifrap, think tank per la ricerca sulle amministrazioni. L’Ena costa allo Stato francese più di qualsiasi altro istituto superiore. Vive soprattutto di sovvenzioni pubbliche, 31,1 milioni di euro, che coprono gli stipendi del personale, 30,9 milioni, in cui vanno incluse anche le “borse” degli studenti (un compenso di quasi 1.700 euro lordi al mese per i 2 anni di corsi). Il segretario generale dell’Ena, Thierry Rogelet, ha ammesso a Le Parisien che la scuola affronta delle “difficoltà finanziarie”. Ma il governo è già intervenuto per salvare uno dei simboli di grandeur che la République si è fabbricato. Durante l’estate 2017, poco dopo l’elezione di Emmanuel Macron all’Eliseo, il ministro dei Conti pubblici, Gérard Darmanin, ha chiesto al direttore della grande école, Patrick Gérard, di stringere la cinghia per ritrovare l’equilibrio di bilancio.

Un piano di salvataggio su 3 anni è stato dunque presentato e approvato dal cda dell’Ena. Esso prevede tra l’altro il taglio del personale e del numero degli iscritti (da 90 a 80, ma i tagli non riguardano gli studenti stranieri). In questo modo si intende portare il deficit del 2018 a 1,4 milioni, quello del 2019 a 400 mila euro e generare un avanzo di 500 mila euro nel 2020.

“Una scuola la cui missione è di insegnare la buona gestione pubblica deve dare l’esempio”, ha scritto il ministro Darmanin in un comunicato dopo le rivelazioni de Le Parisien.

L’Ena è figlia della guerra. Nel 1945 bisognava rigenerare la funzione pubblica dopo l’episodio cupo della Collaborazione e democratizzare l’accesso alle più alte cariche dello Stato.

La meritocrazia prima di tutto. Gli studenti devono superare 5 prove molto dure e solo i migliori sono ammessi. Superato l’esame finale si diventa énarque per la vita. Da quelle aule sono usciti Valérie Giscard d’Estaing e Jacques Chirac. È lì che si sono conosciuti François Hollande e Ségolene Royal. Sono énarque Laurent Fabius, Alain Juppé, Dominique de Villepin, Lionel Jospin. Lo è lo stesso Emmanuel Macron che si è circondato di altri énarque, tra cui il premier Edouard Philippe. Non tutti gli ex allievi della scuola intraprendono la carriera politica. La maggior parte sono alti funzionari dell’amministrazione pubblica. Altri entrano nelle istituzioni internazionali, come Jean-Claude Trichet, che dopo essere stato governatore della Banque de France è divenuto presidente della Banca centrale europea. Altri ancora prendono la testa di grandi aziende a partecipazione statale, la Sncf, Eads, Axa.

Ma da alcuni anni ormai la scuola di Strasburgo, dove ha sede dal 1991, è anche al centro di numerose polemiche. Alcuni ex presidenti, come Chirac e Nicolas Sarkozy (che ha una formazione di avvocato), hanno anche ipotizzato di chiuderla. Per ora nessuno ha osato farlo. In un saggio di alcuni fa anni, il magistrato Olivier Saby, lui stesso énarque, scriveva che l’Ena è fatta in modo tale da “sterilizzare lo spirito critico” degli studenti.

Per alcuni critici la scuola forma una “casta” di amministratori, giovani rampanti ambiziosi, tutti formattati allo stesso modo sulla base di un vecchio modo di fare politica, staccato dalla realtà dei francesi. Difetto che spesso si rimprovera a Macron.

I gialloverdi di Crozza sono una squadra fortissimi

Non è vero che il governo gialloverde fa solo promesse, deficit e non produce opportunità. Maurizio Crozza, un uomo solo al comando della satira, è in gran forma e i meriti dell’esecutivo sono evidenti. La nuova vendemmia di Fratelli di Crozza (La9, venerdì 21:25) preannuncia un’ottima annata, in questa Italia legastellata nulla risulta originale quanto le imitazioni. I talk sono affollati di replicanti in affannosa crisi di identità (non ci staremo replicando un po’ troppo?), ovunque gli stessi mantra, lo stesso tiki-taka; ma ecco Crozza schierare un tridente di attacco che Mancini se lo sogna. Giovanni Tria che si porta i microfoni di ricambio da casa, come fossero pannoloni, Giuseppe Conte che durante l’intervista carica la lavatrice (forse proprio a causa dei pannoloni), e infine il bomber, il ministro Danilo Toninelli, ciao a tutti, che fa il Toninelli, lo fa 18 ore al giorno e se ne vanta. Con un tridente così non si riesce nemmeno a star dietro al repertorio, che pure quanto a evergreen rivaleggia con quello di Frank Sinatra. Giusto un recitativo di Feltri, una cavatina di Silvio verso la fine del concerto, per tirar fuori gli accendini al pubblico. Difficile uscire dalla politica, l’erba del vicino è sempre più gialloverde, ma a volte ne vale la pena, come nell’interpretazione in fasce di Leognez, il primo bebè brandizzato della storia, ovviamente in edizione limitata. Era meglio morire da piccoli? A volte viene il dubbio che sarebbe più prudente non nascere.

Mail Box

 

Il balcone e le pene troppo severe: i limiti di Di Maio

Direttore Travaglio, le pare normale che il ministro del Lavoro dica lui quale sarà la pena (fino a 6 anni) per chi non rispetterà le regole del reddito di cittadinanza? Non è compito di qualche altro ministero e quale è la prassi per stabilire una pena? Cosa dice inoltre della carnevalata del balconcino di Palazzo Chigi? Non riuscendo a immaginare cosa avrebbe detto lei se una cosa del genere l’avessero fatta altri, magari del Pd, può toglierci questa curiosità? Non compero più il vostro giornale ma lo farò nei prossimi giorni per vedere se pubblica questa lettera e per leggere la sua risposta.

Carlo Meazza

 

Caro Meazza, se leggesse il Fatto prima di giudicare o di “immaginare”, scoprirebbe che ho già soddisfatto le sue curiosità, criticando Di Maio per la sceneggiata del balcone e per l’esagerazione della pena di sei anni per gli abusivi del reddito di cittadinanza (non sul suo diritto-dovere di fissare le sanzioni, trattandosi del vicepremier e del ministro del Lavoro che presenta la legge). Mi auguro che oggi lei eccezionalmente acquisti il Fatto ed eccezionalmente lo legga anche, così troverà pubblicata la sua lettera e la mia risposta, uomo di poca fede

M. Trav.

 

Diritto di replica

Mi riferisco all’articolo di Beppe Scienza sul Mese dell’Educazione Finanziaria e trovo ingrato e ingiusto definirlo come il mese “del lavaggio del cervello dei risparmiatori”. Il fatto che le banche stanno erogando in tutto il territorio percorsi formativi per far conoscere prodotti e servizi finanziari è una circostanza altamente qualificante. Per poter essere inseriti nel calendario ufficiale del Mese, occorre rispettarne le Linee Guida che non consentono finalità promozionali, commerciali e pubblicitarie. Le iniziative intraprese dall’Associazione di Volontariato Migranti e Banche, che (spero) l’autore dell’articolo abbia annoverato in quel 2% solo o neutro, si sono potute realizzare avvalendosi della collaborazione di personale bancario che ha donato il proprio tempo nella convinzione che con l’innalzamento delle conoscenze finanziarie tutti possono costruire un futuro sereno e sicuro.

Marco Marcocci, Presidente Assoc. Volontariato Migranti e Banche

 

Le vostre quattro iniziative vanno classificate a parte. Bilancio familiare, mezzi di pagamento ecc. non c’entrano nulla coi temi finanziari. Un po’ strano che vi atteggiate a difensori d’ufficio del mese della “educazione finanziaria” e delle banche quali soggetti ideali per “far conoscere prodotti finanziari”. A ben vedere però neanche tanto: nel sito scrivete di essere “un gruppo di colleghi che lavorano in banca”.

B.S.

 

Alcune precisazioni dopo l’articolo: “Fondi per l’asilo. Il Viminale affossa Riace, ma ‘perdona’ altri Sprar”. La revoca del finanziamento Sprar di Riace è estranea a valutazioni politiche. È il risultato dell’attività amministrativa degli uffici, che vigilano sul corretto uso dei fondi pubblici e offrono supporto. Chi sbaglia e non corregge eventuali anomalie (nonostante le segnalazioni), incassa dei punti di penalità. Se le penalità sono troppe, il progetto salta. A Riace sono emersi problemi in più occasioni, fin dal primo monitoraggio del 20 e 21 luglio 2016. Nel dicembre 2016 c’è stata una visita ispettiva della prefettura di Reggio Calabria e altri controlli il 22 e 23 novembre 2017 e il 14, 15 e 16 maggio 2018. In questo periodo c’è stata una fitta corrispondenza con il Comune, anche per suggerire soluzioni e offrire l’aiuto del Ministero. Tutto inutile. Il Comune non si è mai reso disponibile a sanare le irregolarità, e addirittura ha peggiorato la già precaria situazione finanziaria. Mai nessuno, nella storia degli Sprar, ha avuto tante penalità. Ecco perché era inevitabile la revoca.

Paolo Canaparo e Matteo Pandini ufficio stampa ministero dell’Interno

 

Ministro Salvini,

la norma che disciplina l’argomento prevede che, in presenza di punteggi negativi – il caso Riace pare obiettivamente un record –, si “può” (non si “deve”) revocare il finanziamento, in modo totale o parziale. Potere non significa dovere. È una discrezionalità. E ciò che Lei, attraverso il suo ufficio stampa, ci scrive non smentisce il punto di partenza del discorso, ovvero la norma. Nessuno dubita della regolarità del procedimento amministrativo. Però mi consenta una riflessione, che nulla toglie alla professionalità dei funzionari coinvolti, anzi: le sue posizioni estremamente critiche sul modello Riace sono note da tempo. Le ispezioni a Riace sono partite con i governi Renzi e Gentiloni. Lei stesso ribadisce che ripetutamente il sindaco Lucano non ha ottemperato, nei due anni scorsi, alle richieste di sanare le criticità rilevate. Ma perché allora questa procedura di revoca non è stata adottata dagli stessi funzionari quando al Viminale sedevano prima Alfano e poi Minniti, che pure avevano avviato le ispezioni? E ai quali – è Lei stesso a sostenerlo – Lucano rispondeva picche? Mettiamola così. Prima – con Alfano e Minniti – non s’era potuto. E adesso – con lei al Viminale – si può. Lei sostiene che non si tratti di una scelta politica. Sarà una coincidenza. E – ne siamo certi – non le sarà dispiaciuta.

Antonio Massari

Caso Khashoggi. Tagliamo i rapporti con i sauditi? E anche con noi stessi

 

Ormai è chiaro anche ai ciechi che il coraggioso giornalista Khashoggi, che si opponeva al tirannico governo saudita, è stato torturato, ucciso e fatto a pezzi o sciolto nell’acido nel suo consolato in Turchia, per ordine diretto del re e del principe sauditi, massime autorità di quel Paese. È spaventoso che di fronte a questa mostruosità Trump continui a difenderli, per salvare i 110 miliardi di commesse di armi che sta per vendere all’Arabia, che poi le userà contro il povero Yemen, Stato assolutamente pacifico. A un Paese del genere non si dovrebbe comprare il petrolio e rifiutarsi di commerciare con uno Stato canaglia che commetta una mostruosità simile, sino a che una simile macelleria non sarà credibilmente ammessa e punita. Non dovrebbero esserci ragion di Stato, interessi di facciata e commerciali esattamente come doveva essere per il caso Regeni per accettare nel consesso mondiale simili dittature, e per scendere ipocritamente a patti con simili delinquenti.

Enrico Costantini

Gentile Costantini, io la penso esattamente come lei. A prescindere persino dal caso Khashoggi, su cui lei ha certezze molto più radicate delle mie, a un Paese come l’Arabia saudita che viola sistematicamente i diritti dell’uomo e l’uguaglianza di genere, nessuno dovrebbe comprare petrolio né vendere armi: gli Usa e tutta quanta la comunità internazionale. E lo stesso dovremmo fare con la Turchia di Erdogan che imprigiona e condanna all’ergastolo giornalisti e oppositori, e con l’Egitto di al-Sisi che copre gli assassini di Giulio Regeni. E non sono neppure sicuro che dovremmo avere relazioni economiche e commerciali, oltreché politiche, con i regimi autoritari – la Russia, il Kazakhstan, l’Azerbaigian del Tap, etc –, con i Paesi che praticano la pena di morte in modo “seriale” e sono teocrazie o residuali “dittature del partito” o addirittura anacronistiche “dinastie comuniste” – l’Iran, la Cina, la Corea del Nord –, con i Paesi che calpestano la suddivisione dei poteri dello Stato di diritto – l’Ungheria e la Polonia –, che imprigionano i genitori separatamente dai figli minori e tengono detenuti da oltre 15 anni senza processo e senza condanna ‘combattenti nemici’ – gli Stati Uniti –. Ma mi accorgo che, se portassi avanti questo mio esercizio un po’ giacobino e molto arbitrario, finiremmo in un’autarchia quasi perfetta, l’Ue – non tutta, l’abbiamo visto –, il Canada, la Nuova Zelanda – l’Australia no, ché tratta i migranti peggio degli Usa –. E poi penso alla nave Diciotti e ai bimbi di Lodi e non sono più neppure sicuro che dovremmo avere rapporti con noi stessi…

Non sono un cultore della “ragion di Stato” e della “real politik”, l’avrà capito. Però, una “linea di tolleranza”, da qualche parte, bisogna tracciarla: non verso l’Arabia saudita, per quanto petrolio ci venda e armi ci compri, e neppure verso l’Egitto, per quanto grandi siano i giacimenti che l’Eni vi potrà sfruttare.

Giampiero Gramaglia

Dal Gran Sasso a Genova, il nodo è la manutenzione

Manutenzione: anche se tutti ne conoscono il significato conviene qui, a uso e consumo dei distratti, riproporre cosa dice su questa parola la Treccani. Per l’enciclopedia italiana fare manutenzione significa “mantenere in buono stato”, mentre “avere la manutenzione” di un impianto vuol dire essere incaricati “di provvedere alla sua conservazione (…) eseguendo anche, se necessario, le opportune riparazioni e sostituzioni di pezzi”.

Eppure, in questa strana Italia in cui pure l’ovvio diventa motivo di polemica, accade persino che qualcuno si stupisca se il ministero delle Infrastrutture tenta di imporre a un concessionario autostradale di fare ciò per cui gli automobilisti pagano il pedaggio: conservare bene e in piena efficienza i ponti, le strade e le gallerie per contratto affidati al privato dallo Stato.

Certo, lo sappiamo, il ministro Danilo Toninelli è uomo avvezzo alle gaffe e alle sparate. Inventarsi un fantomatico tunnel del Brennero percorso da camion e automobili, come ha fatto Toninelli in un video diffuso in Internet, è uno scivolone grave che fa concorrenza a Mariastella Gelmini e ai suoi neutrini che viaggiavano in un “tunnel tra Ginevra e il Gran Sasso finanziato con 45 milioni di euro”. Ma dopo i 43 morti causati dal crollo del ponte Morandi di Genova, c’era d’aspettarsi che tutti, a partire dal concessionario Strada dei Parchi Spa (gruppo Toto), non avessero nulla da ridire sulla decisione del ministro di inviare i propri ispettori sull’autostrada Roma-L’Aquila per poi ordinare limitazioni al traffico sulla A24 e A25. Per sapere che quei 300 chilometri d’asfalto non stanno affatto bene bastava andare sotto i tanti viadotti che collegano l’Abruzzo con la Capitale. A patto però di munirsi di un elmetto, perché qua e là cemento e ferro cascano spesso.

A fine settembre un bel reportage di Filippo Roma delle Iene aveva mostrato la disastrata situazione di decine di piloni: nel viadotto Macchia Maura il ferro è in bella vista; in quello Santacroce basta una mano nuda per staccare, come fosse cioccolato, metallo e cemento. Stessa scena sui viadotti di Bussi o di Cocullo. E davvero poco importa che i tecnici delle società dell’imprenditore Carlo Toto assicurino che (salvo terremoto) non c’è nulla da temere. Anche se non si crede a ciò che ha spiegato alle Iene l’ingegner Tommaso Giambuzzi, secondo il quale ogni segnale di degrado esterno è un indice di rischio, perché i piloni all’interno sono vuoti, bisognerebbe almeno riflettere su ciò che accade sotto il viadotto Isola di Gran Sasso. Un ponte che, come a Genova, fa ombra a delle abitazioni. Lì, quando si stacca il cemento, il rischio di uccidere diventa reale. Tanto che, secondo le testimonianze, qualche tempo fa un detrito ha colpito uno scuolabus.

Bastano insomma le immagini e le parole per concludere che la manutenzione delle società di Toto, anche quando c’è stata, è risultata insufficiente. Secondo i documenti consultati dalle Iene, Strada dei Parchi Spa avrebbe dovuto spendere per la manutenzione ordinaria 9 milioni l’anno, quando invece ne ha spesi in media, negli ultimi tre anni, solo 3 milioni ogni 12 mesi. Carlo Toto intervistato da Roma ha negato. Ha dato al giornalista del bugiardo e lo ha insultato con violenza. Ma mentre sulle gaffe di Toninelli si sono sprecati (giustamente) anche in Parlamento gli sfottò, non si sono registrate critiche particolari al ricco imprenditore, che in passato ha finanziato (lecitamente) esponenti di destra e di sinistra. Cosa triste per chi, come noi, continua a pensare che almeno la sicurezza non debba avere colore politico.

Niente sbadigli o il popolo si ribellerà

Azionando il telecomando mi sono imbattuto in una cosa che si chiama Grande Fratello, versione Vip. Sono rimasto così scioccato da sentire l’esigenza di confrontarmi con i lettori del Fatto, ammesso che qualcuno di voi guardi quella roba. Una volta Very Important Person si usava per persone di rilievo. Già, dopo aver visto Crozza imitare la coppia che ha mercificato il povero neonato, mi chiedo perché non intervenga il Tribunale dei minori per levare l’innocente pupo dalle mani dei due venditori. Chi abusa del proprio bebè per far quattrini è degno della patria potestà?

Quanto al Grande Fratello per trovare qualcosa di simile bisognerebbe rivedere Freaks, lo straordinario film di Tod Browning, ambientato nel mondo circense. Mentre nella pellicola si aggirano saltimbanchi senza gambe, macrocefali e mostruosità varie, nel rodeo televisivo è di scena una pseudo marchesa, una contessa che sembra una battona, bellimbusti che piangono a orologeria, ex dive che pur di apparire sono pronte a vendere l’anima, parolieri di talento trasformati in macchiette, cantanti senza voce, giovanotti di bella presenza pronti a esibire i glutei a patto di non doversi esprimere. Un caravanserraglio che nemmeno Fellini, pur uso alla varietà del circo, avrebbe potuto immaginare. Che dire poi di quella showgirl che, dopo aver appena perso un figlio, ritiene sia il palcoscenico l’unico luogo dove sentirsi in pace? Ammetto che dovrei essere aggiornato e guardare anche le trasmissioni delle varie De Filippi, D’Urso, Venier, le nostre regine dei colpi bassi. Se questo è ciò che allieta le masse, per fortuna piace anche Piero Angela. Non che l’uno escluda l’altro, ma il tema della cultura catodica non può essere lasciato al sarcasmo. È qualcosa di profondo che esprime lo spirito dei tempi, una deriva a cervello spento, non priva di effetti collaterali.

Inutile che il Codacons domandi la chiusura delle trasmissioni più becere. La compagnia degli orrori è seguita da milioni, pronti a protestare qualora le vietassero. Viene in mente il Nobel Vargas Llosa quando, di fronte a spettacoli indegni spacciati per meritevoli, ebbe l’impressione di essere lui a non capire ed “essere diventato uno stupido”.

Il trionfo del trash è ormai assurto a categoria estetica. Osservando meglio il campionario ho ravvisato non poche somiglianze con gli antichi giochi al Colosseo. Anche lì il pubblico accorreva per assistere al primo grande show improntato al sadismo estremo. Nani che a un cenno dell’imperatore si esibivano sino a cadere tramortiti, gladiatori che si squartavano a vicenda, teste mozzate che volavano, schiavi crocifissi, sangue che scorreva a fiumi per la gioia degli spettatori, mentre sugli spalti si assaporavano abbondanti grigliate di carni arrostite.

Già allora vigeva il reddito di cittadinanza, se è vero che oltre 150.000 romani vivevano sulle spalle dello Stato. Di quelle antiche gesta hanno scritto con dovizia di particolari Svetonio e Marziale.

A leggerli sembrano le recensioni dei nostri cronisti televisivi. Quanto più gli spettacoli erano atroci, tanto più le masse andavano in visibilio. E quando si trattava di mandare a morte o salvare, il pubblico era felice di votare per questo o per quello, esattamente come fa oggi l’audience di X-Factor, quando si alza in piedi come allo stadio per gridare in favore del proprio beniamino o mandare al macero il rivale. “Il popolo che sbadiglia – scriveva Svetonio – è maturo per la rivolta”. Non lasciamo sbadigliare i nostri teleutenti, facciamo scaricare loro rabbia e frustrazioni.

È un diversivo sempre efficace. Metti mai che gli venga voglia di ribellarsi.

Il palazzo ha bisogno delle leggi oscure

Le “manine”, tecniche o politiche, che alterano il processo legislativo si nutrono di quella che Michele Ainis, autorevole costituzionalista, ha definito La legge oscura. Si prenda l’articolo del Decreto fiscale che sta generando una crisi di governo: “È esclusa la punibilità per i delitti di cui agli articoli (2, 3), 4, 10-bis e 10-ter del decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74”. Oppure: “È altresì esclusa la punibilità delle condotte previste dagli articoli 648-bis e 648-ter del codice penale commesse in relazione ai delitti di cui alla lettera a)”.

Per qualsiasi cittadino una simile formulazione – non certo la peggiore nella legislazione italiana – costituisce un non senso. Incomprensibile se non tramite l’ausilio di avvocati, giuristi, commercialisti e consulenti vari. Per chi si occupa di fare le leggi, ministri, sottosegretari e deputati, il caso è diverso, ma non c’è nessun parlamentare che, quando si trova davanti al testo scritto, non abbia bisogno del supporto di tecnici preparati, come ad esempio quelli delle due Camere.

La legge è oscura, quindi, per diverse ragioni, ma soprattutto per responsabilità di chi la produce. Anni fa, l’allora presidente del Comitato per la legislazione, Roberto Zaccaria, organizzò un bel convegno parlamentare per mettere a fuoco il problema. Si discusse di “ipertrofia normativa” con importanti citazioni del linguista Tullio De Mauro sostenitore della tesi che “senza chiarezza non c’è sviluppo”. Il convegno, tenutosi alla Camera, è del 2011, da allora nulla è stato prodotto.

Una responsabilità evidente è dovuta al sequestro del processo legislativo da parte del governo con lo scarso utilizzo sia di uffici altamente preparati a redigere testi chiari e comprensibili, come quelli delle due Camere, sia del supporto di chi, deputati e senatori, dovrebbe fare da intermediario con i cittadini destinatari ultimi della legislazione. Anche perché l’articolo 5 del Codice penale ricorda che “nessuno può invocare a propria scusa l’ignoranza della legge penale”. Ma come si fa a non essere ignoranti se il governo Renzi, due anni fa, per riformare il cristallino articolo 70 della Costituzione – “La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere” – produsse un simile testo: “La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere per le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali, e soltanto per le leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali concernenti la tutela delle minoranze linguistiche, i referendum popolari, le altre forme di consultazione di cui all’articolo 71, per le leggi che determinano l’ordinamento, la legislazione elettorale, gli organi di governo, le funzioni fondamentali dei Comuni e delle Città metropolitane e le disposizioni di principio sulle forme associative dei Comuni, per la legge che stabilisce le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea, per quella che determina i casi di ineleggibilità e di incompatibilità con l’ufficio di senatore di cui all’articolo 65, primo comma, e per le leggi di cui agli articoli 57, sesto comma, 80, secondo periodo, 114, terzo comma, 116, terzo comma, 117, quinto e nono comma, 119, sesto comma, 120, secondo comma, 122, primo comma, e 132, secondo comma…”? Noi ci fermiamo qui, per ragioni di spazio, ma il testo proseguiva ancora a lungo.

I costituenti hanno dato un esempio mirabile di cosa significhi mettere al servizio del diritto e delle leggi la bellezza e la semplicità della lingua. Ma quell’esempio è stato rigettato, soprattutto con il venire meno del ruolo del Parlamento. Spostando il potere all’esecutivo si è avuta la crescita progressiva delle “manine” di funzionari dei vari ministeri, spesso esperti in diritto, meno di lingua italiana, che fanno il bello e cattivo tempo. Anche i Consigli dei ministri si svolgono sempre con una pre-riunione dei capi di gabinetto che concordano i vari testi o le modifiche da effettuare e lo fanno con il loro linguaggio burocratico, giuridico e pieno di rinvii ad altre leggi in un continuum incomprensibile. Fino ad arrivare all’aberrazione delle leggi di Bilancio, riscritte dai governi in seguito all’apposizione della fiducia parlamentare e che sono costituite da un solo articolo di 800 commi (come è successo più volte).

Quello che si verifica, al fondo, è la volontà del Palazzo di non far capire cosa sta accadendo nelle leggi con le burocrazie che eseguono fedelmente. Esattamente quello che è successo in questa situazione. Non si producono testi unici, leggi organiche e non si lavora a una cultura legislativa che rispecchi il principio costituzionale della sovranità popolare. Le leggi se le fanno loro, le capiscono solo loro e spesso neanche loro.

Uccise il compagno: per i giudici fu legittima difesa

È stata assolta per legittima difesa Alessia Mendes, la ballerina 40enne di origini brasiliane che nel giugno del 2017 uccise il compagno Alessio Rossi a coltellate. I giudici di primo grado hanno riconosciuto la scriminante basandosi sulle varie denunce sporte dalla donna a carico di Rossi per la frequenza e la violenza dei maltrattamenti subiti, e sulle testimonianze dei vicini. Decisiva si sarebbe rivelata, inoltre, una consulenza tecnica sulle macchie di sangue chiesta dal legale della Mendes, che ha dimostrato la veridicità della sequenza descritta dalla ballerina. Il 22 giugno 2017 la donna, subito dopo il fatto, aveva minacciato di gettarsi nel vuoto, per poi confessare l’accaduto. Da allora la Mendes, che alla lettura della sentenza è scoppiata in lacrime, è sempre rimasta in carcere. Ora il tribunale ne ha disposto l’immediata scarcerazione. “Ci speravamo – ha dichiarato il suo avvocato Rachele De Stefanis – ma sino all’ultimo non sapevamo cosa aspettarci. Ci siamo commosse, è un verdetto che mette la parola fina a una vicenda molto dolorosa e che fa giustizia. La priorità per Alessia, adesso, è lasciarsi tutto alle spalle”.

La libraia che sfida la sindaca: la battaglia a Lodi è donna

La sua piccola libreria, “indipendente e resistente”, come ama definirla, è in centro, a pochi metri dal Comune, in piazza Broletto a Lodi, diventata famosa per il presidio delle mamme straniere contro la sindaca leghista Sara Casanova e il suo regolamento che, di fatto, esclude i bambini stranieri da mensa e scuolabus. E lei, Michela Sfondrini, 48 anni, libraia per passione, di questa protesta è stata voce e volto: tra le fondatrici del Coordinamento Uguali Doveri con cui ha lanciato l’iniziativa “Colmiamo la differenza” (più di 145.000 euro raccolti per le rette). Martedì scorso, davanti al Comune, per 12 ore ha tenuto il microfono in mano ripetendo senza mai stancarsi che “quel regolamento è iniquo” e che “se la sindaca non ritira il provvedimento, la mobilitazione non si ferma”.

Lei ha conosciuto la sindaca tra i banchi dell’opposizione nel vecchio consiglio? La libraia di sinistra versus la parrucchiera leghista.

Non mi appartiene questa logica dello scontro. Con la sindaca ci conosciamo da anni. È una persona che ha serie difficoltà a verbalizzare il suo pensiero, va subito nel panico. Forse anche per questo si è ammutolita. Mi spiace moltissimo per le minacce che ha ricevuto sui social. Io ci tengo però a distinguere tra quello che uno è e quello che uno fa. E lei è il sindaco di Lodi, e lo è anche di quelle mamme che chiedono, assieme a noi del Coordinamento, di essere ricevute. Abbiamo suonato sei volte alle porte del Comune. Nessuno ci ha ricevuto.

Cosa chiedete?

Il regolamento deve essere subito ritirato, o radicalmente modificato. Quanto sta accadendo qui a Lodi è inedito: per questo si parla di ‘laboratorio Lodi’. Se un provvedimento del genere passa qui che è un capoluogo di provincia, allora può essere proposto e approvato ovunque.

Ovvero?

Stiamo scoprendo molti altri casi di regolamenti simili. Quello che emerge è che, con la scusa della burocrazia, si sta facendo passare l’idea che gli stranieri siano ‘furbetti’ e che debbano fare più fatica di noi per gli stessi diritti.

“Per le rette agevolate servono i documenti. Come li presento io, devono farlo loro. Se vogliono integrarsi, qualche sforzo dovranno pur farlo”, ha detto la sindaca.

Non stiamo parlando di ‘tariffe agevolate per i cittadini extracomunitari’, ma di tariffe proporzionate a modello Isee per tutti allo stesso modo: italiani e stranieri. Non chiediamo sconti a nessuno.

C’è stata una grandissima risposta, in termini di solidarietà alla vostra lotta.

Straordinaria. Commovente. Abbiamo sospeso la raccolta perché abbiamo raggiunto il nostro primo obiettivo: permettere a tutti i bambini esclusi di iscriversi alla mensa. E siamo contentissimi. Ma per noi la solidarietà è solo uno strumento con cui cerchiamo di risolvere un problema. La società civile non può sostituirsi alle istituzioni.

Dunque la “società civile” data per defunta è invece viva e lotta insieme a noi?

Per me non c’è differenza tra società civili e partiti, e i partiti, che ci piaccia o meno, esistono ancora. Qui a Lodi c’è una saldatura tra molti consiglieri comunali e il Coordinamento. Senza di loro non avremmo avuto accesso a tante informazioni. Io da lodigiana la prima volta che avevo sentito il termine ‘furbetto’ era associato ai ‘furbetti del quartierino’. Ora il ‘furbetto’ è lo straniero: le famiglie degli stranieri, con tanto di bambini al seguito. Lodi è spaccata, così come l’Italia. Solidale da una parte, rancorosa dall’altra. E diciamocelo chiaramente: è più spaccata a sfavore delle persone che credono che dall’incontro si possa più prendere che perdere.

Il motto della sua libreria, fondata 19 anni fa con una sua compagna di collegio universitario, è: “Luogo dello scambio, delle chiacchiere, della condivisione di una grande passione che ci avvicina senza legarci”.

Come tutte le piccole librerie in un Paese che non investe in cultura e che spreca così tanto in marketing e festival, facciamo molta fatica. Ma ringrazio ogni giorno per il mio lavoro. La nostra libreria rende migliore la vita di chi ci passa dentro. Attraverso il libro, la scrittura, i mondi possibili.

Lei, la sindaca, le mamme straniere, spesso considerate peraltro solo sottomesse: un mondo dove le donne sono protagoniste.

Le mamme straniere sono le vere protagoniste. Noi le accompagniamo, le sosteniamo. Ma è da loro che si è sviluppata la forza della protesta.

Qual è il libro che consiglierebbe oggi?

Sembrerà scontato, ma io lo rileggo ogni tre anni. Il buio oltre la siepe di Harper Lee.