I ricordi non stanno nelle valigie. “Due ore”, ricordano i vigili del fuoco agli sfollati. Centoventi minuti per prendere la tua vita. Non torneranno mai più. Questa non sarà più la loro casa, soltanto cemento, muri, in attesa di essere demoliti.
Sono le nove di mattina, i primi sfollati premono contro le transenne di via Fillak. Li riconosci per quei trolley che trascinano dietro a sé, per gli scatoloni portati come si può. E sacchetti, borse, qualsiasi cosa. È il primo giorno concesso agli abitanti della zona rossa per svuotare le case. Intorno sciami di giornalisti, autorità, curiosi. Ma loro, gli sfollati, sembrano altrove, lo sguardo verso il viale di platani e in fondo la casa. In mano hanno una lista: “Computer, documenti (il 730 per chiedere i danni!), foto, targa da partigiano, vestiti”. Chissà se servirà a qualcosa o se sarà la memoria a scegliere.
“Marinelli”, arriva la chiamata. Si va. Gli ultimi cento metri e poi l’ingresso del condominio, la prima fitta: calcinacci e silenzio. Le scale deserte, le vetrate già opache. Fino alla porta. Chissà quante volte hanno girato la maniglia d’ottone dell’interno 6. Migliaia, in 39 anni.
“Quando tornavo dal lavoro, quando prendevo le bimbe da scuola, quando sono diventate grandi e tornavano la sera”, racconta Sabino Marinelli. Dal 14 agosto le hanno sognate ogni notte queste stanze e adesso le hanno davanti, con la polvere che già le fa somigliare a un ricordo. Niente è più soltanto ciò che era: “Intorno a questo tavolo vedo la faccia di mia figlia, i nostri pranzi della domenica… tutti insieme”. Poi le foto – “Hai preso quelle del matrimonio?” – la poltrona dove si sedeva il gatto Patti; la caffettiera, ancora lì sul fuoco. Sabino l’ha fotografata, lì dov’era, pronta per il tempo del ritorno. Guarda ogni oggetto come per trovare impronte invisibili, lo sfiora in una specie di saluto. “Cosa prenderete?”, chiedono i giornalisti. Impossibile rispondere se “più di tutto manca la finestra, la vista che andava dal mare alla Madonna della Guardia”.
“La mia storia è tutta là dentro, gli anni più belli… vede quel terrazzo? Stavo lassù ad aspettare che suonasse il telefono quando è nata mia figlia”, sospira Sergio Rosa, 67 anni. Era un ‘ansaldino’, ricorda con orgoglio: suo nonno, suo padre, tutti hanno lavorato nella grande fabbrica appena oltre il fiume. Ora ci lavora sua figlia. Vecchi e nuovi sogni. Qui Juan Obregon – 42 anni, muratore venuto dall’Ecuador – aveva portato la moglie, il figlio con la compagna e il nipotino.
No, non solo case. Con il ponte è crollato un mondo. “Quando sono nate le mie gemelle tutto il palazzo era in festa”, sorride Marinelli. E si andava a casa del vicino a prendere il caffè. Ora sono sparsi ovunque: “Io sono dall’ex fidanzato di mia figlia”, “Mi sono trasferito in Piemonte”, “Cerco casa”. I fili dei legami oggi sono lunghi centinaia di chilometri. Sottilissimi, uniti dalla chat del condominio.
Eccola la gente del ponte che ancora incombe sulle case. “L’ho visto costruire”, Mara Meloni guarda verso il moncone appeso al nulla. Il Morandi che era negli occhi appena aprivi la finestra; nelle orecchie giorno e notte con quel rumore continuo. “C’era il carro ponte… e poi un suono strano… tum, tum, quando passava un camion. L’ho detto a quelli di Autostrade. Poi si è spezzato proprio in quel punto”, racconta Marinelli. Cosa rispondevano? “Forse lei non ha mai preso un’autostrada”. Sì, scherzavano.
È la Pompei del ponte: la tazza sul tavolo, la penna abbandonata sul foglio. E fuori le vie deserte: i panni stesi, anneriti; la posta mai presa nelle cassette; i vasi con i fiori ormai secchi.
Eccoli Sabino, Sergio, Mara, per l’ultima volta insieme. A guardare i palazzoni squadrati costruiti negli anni 30 per i ferrovieri: “Erano fatti bene, cemento armato e muri portanti”. Per un ultimo giorno ti pare di vederla ancora tutta quella vita che si riversava in strada la mattina alla sirena delle fabbriche: generazioni e generazioni. Un strada operaia, dignitosa, non povera. Accogliente. Com’era Genova. Via Walter Fillak, il ventenne partigiano che nell’ultima lettera al padre scrisse: “Sarò fucilato. Sono tranquillo, ho fatto il mio dovere di italiano e comunista”. Oggi il delegato alla Protezione civile del Comune è Sergio Gambino che portò il Tricolore del Comune alla commemorazione dei caduti di Salò. Qui sono venuti i militanti di CasaPound – accusata a Genova di aggressioni – per incontrare gli sfollati e i commercianti nei negozi deserti. Via Fillak non esiste più.