Lirico di Cagliari e Arena di Verona: “Non toccate i bonus”

“È inaccettabile che in seguito a visite ispettive ci si accorga di errate erogazioni e si voglia, per l’ennesima volta, mettere le mani nelle tasche dei lavoratori, invece che agire nei confronti delle gestioni”. Con queste parole, i lavoratori del Lirico di Cagliari e dell’Arena di Verona respingono la richiesta avanzata loro in questi giorni di restituire i premi ricevuti negli anni 2014-2015. Bonus che ora, visti i conti non di certo positivi e in mancanza del pareggio di bilancio richiesto dalla legge Bray, si scopre che non potevano essere erogati.

Contro la proposta – avviata su input del Mibact e del Mef – di procedere al recupero di tali somme, i dipendenti dei due teatri lirici insieme a Slc Cgil nazionale minacciano una manifestazione e uno sciopero. “È incredibile – denunciano inoltre – che di tali irregolarità non si sia accorto nessuno, neppure la Corte dei conti”. È di qualche settimana fa, infatti, la relazione del Commissario straordinario Gianluca Sole in Senato sulla situazione economica delle Fondazioni Liriche, giudicata dall’avvocato lontana dal risanamento atteso.

Militari in Libano, no alla liberatoria

“Si tratta di un’iniziativa impropria in quanto né lo Stato maggiore dell’Esercito né altri Comandi hanno mai dato disposizioni in tal senso (…) tale atto non rientra nelle direttive (…) un errore interpretativo a cui si è posto rimedio dando immediatamente l’ordine di cessare la distribuzione del documento e di ritirare quelli già compilati e sottoscritti”.

Lo Stato maggiore dell’Esercito prende le distanze dal documento di esonero da responsabilità fatto firmare nei giorni scorsi ai militari della Brigata Garibaldi che nelle prossime settimane verranno inviati in Libano. Ieri avevamo denunciato come fosse stato fatta sottoscrivere a donne e uomini dell’unità, “consapevoli dei rischi ambientali e alimentari”, una dichiarazione che liberava l’amministrazione militare “da ogni responsabilità civile e penale, anche oggettiva” in conseguenza dell’impiego in teatro operativo. Il testo tra i militari della Garibaldi aveva creato malumore. Ma evidentemente neppure in vertici dell’Esercito l’hanno apprezzato. Anzi, deve aver provocato non poco imbarazzo a giudicare dalla tempestività con cui ne hanno preso le distanze e annunciato l’avvio di un “necessario approfondimento d’indagine interno” provvedendo alla “valutazione/adozione dei necessari provvedimenti nei confronti del personale responsabile”.

Una mossa a dir poco maldestra, per di più in un momento in cui l’attenzione per i temi della salute del personale è molto alta. E non solo perché al vertice del dicastero c’è una ministra che ne ha più volte ribadito l’importanza.

Significativo anche l’incontro della Trenta con Domenico Leggiero, ex maresciallo da anni animatore delle attività di denuncia e sostegno alle vittime dell’uranio impoverito. Leggiero è molto critico. “In questa vicenda non c’è nulla in buonafede. Le gerarchie in questi anni hanno sempre tenuto un atteggiamento negazionista” e ricorda come l’avvocato Angelo Fiore Tartaglia abbia ottenuto ben novanta sentenze, avallate anche in Cassazione, che confermano il nesso tra l’impiego nei teatri e le morti per uranio. Sulla pagina Facebook di Leggiero, a proposito della liberatoria, Tartaglia scrive come sia “un documento illegittimo ed incostituzionale” ma che fa emergere “la consapevolezza dell’apparato militare” sui rischi di queste missioni.

Interviene anche il luogotenente Pasquale Fico del consiglio centrale della rappresentanza militare. Fico ha all’attivo numerose missioni all’estero e, se da una parte apprezza la posizione dei vertici, dall’altra sollecita più attenzione. “Oggi ci sono numerose disposizioni a tutela della salute, ma spesso sono gestite in modo burocratico. Non basta infilare un certificato in un fascicolo personale. Servono prassi concretamente attive e soprattutto prolungate nel tempo”.

Via Fillak, la Pompei di Genova. Due ore per radunare una vita

I ricordi non stanno nelle valigie. “Due ore”, ricordano i vigili del fuoco agli sfollati. Centoventi minuti per prendere la tua vita. Non torneranno mai più. Questa non sarà più la loro casa, soltanto cemento, muri, in attesa di essere demoliti.

Sono le nove di mattina, i primi sfollati premono contro le transenne di via Fillak. Li riconosci per quei trolley che trascinano dietro a sé, per gli scatoloni portati come si può. E sacchetti, borse, qualsiasi cosa. È il primo giorno concesso agli abitanti della zona rossa per svuotare le case. Intorno sciami di giornalisti, autorità, curiosi. Ma loro, gli sfollati, sembrano altrove, lo sguardo verso il viale di platani e in fondo la casa. In mano hanno una lista: “Computer, documenti (il 730 per chiedere i danni!), foto, targa da partigiano, vestiti”. Chissà se servirà a qualcosa o se sarà la memoria a scegliere.

“Marinelli”, arriva la chiamata. Si va. Gli ultimi cento metri e poi l’ingresso del condominio, la prima fitta: calcinacci e silenzio. Le scale deserte, le vetrate già opache. Fino alla porta. Chissà quante volte hanno girato la maniglia d’ottone dell’interno 6. Migliaia, in 39 anni.

“Quando tornavo dal lavoro, quando prendevo le bimbe da scuola, quando sono diventate grandi e tornavano la sera”, racconta Sabino Marinelli. Dal 14 agosto le hanno sognate ogni notte queste stanze e adesso le hanno davanti, con la polvere che già le fa somigliare a un ricordo. Niente è più soltanto ciò che era: “Intorno a questo tavolo vedo la faccia di mia figlia, i nostri pranzi della domenica… tutti insieme”. Poi le foto – “Hai preso quelle del matrimonio?” – la poltrona dove si sedeva il gatto Patti; la caffettiera, ancora lì sul fuoco. Sabino l’ha fotografata, lì dov’era, pronta per il tempo del ritorno. Guarda ogni oggetto come per trovare impronte invisibili, lo sfiora in una specie di saluto. “Cosa prenderete?”, chiedono i giornalisti. Impossibile rispondere se “più di tutto manca la finestra, la vista che andava dal mare alla Madonna della Guardia”.

“La mia storia è tutta là dentro, gli anni più belli… vede quel terrazzo? Stavo lassù ad aspettare che suonasse il telefono quando è nata mia figlia”, sospira Sergio Rosa, 67 anni. Era un ‘ansaldino’, ricorda con orgoglio: suo nonno, suo padre, tutti hanno lavorato nella grande fabbrica appena oltre il fiume. Ora ci lavora sua figlia. Vecchi e nuovi sogni. Qui Juan Obregon – 42 anni, muratore venuto dall’Ecuador – aveva portato la moglie, il figlio con la compagna e il nipotino.

No, non solo case. Con il ponte è crollato un mondo. “Quando sono nate le mie gemelle tutto il palazzo era in festa”, sorride Marinelli. E si andava a casa del vicino a prendere il caffè. Ora sono sparsi ovunque: “Io sono dall’ex fidanzato di mia figlia”, “Mi sono trasferito in Piemonte”, “Cerco casa”. I fili dei legami oggi sono lunghi centinaia di chilometri. Sottilissimi, uniti dalla chat del condominio.

Eccola la gente del ponte che ancora incombe sulle case. “L’ho visto costruire”, Mara Meloni guarda verso il moncone appeso al nulla. Il Morandi che era negli occhi appena aprivi la finestra; nelle orecchie giorno e notte con quel rumore continuo. “C’era il carro ponte… e poi un suono strano… tum, tum, quando passava un camion. L’ho detto a quelli di Autostrade. Poi si è spezzato proprio in quel punto”, racconta Marinelli. Cosa rispondevano? “Forse lei non ha mai preso un’autostrada”. Sì, scherzavano.

È la Pompei del ponte: la tazza sul tavolo, la penna abbandonata sul foglio. E fuori le vie deserte: i panni stesi, anneriti; la posta mai presa nelle cassette; i vasi con i fiori ormai secchi.

Eccoli Sabino, Sergio, Mara, per l’ultima volta insieme. A guardare i palazzoni squadrati costruiti negli anni 30 per i ferrovieri: “Erano fatti bene, cemento armato e muri portanti”. Per un ultimo giorno ti pare di vederla ancora tutta quella vita che si riversava in strada la mattina alla sirena delle fabbriche: generazioni e generazioni. Un strada operaia, dignitosa, non povera. Accogliente. Com’era Genova. Via Walter Fillak, il ventenne partigiano che nell’ultima lettera al padre scrisse: “Sarò fucilato. Sono tranquillo, ho fatto il mio dovere di italiano e comunista”. Oggi il delegato alla Protezione civile del Comune è Sergio Gambino che portò il Tricolore del Comune alla commemorazione dei caduti di Salò. Qui sono venuti i militanti di CasaPound – accusata a Genova di aggressioni – per incontrare gli sfollati e i commercianti nei negozi deserti. Via Fillak non esiste più.

“Il loro clan è mafia”. Prime condanne per la famiglia Spada

Il clan Spadadi Ostia è mafia. Lo ha stabilito il Gup del Tribunale di Roma Corrado Cappiello, che ha condannato con rito abbreviato 3 dei 32 arrestati – 27 dei quali sono attualmente sotto processo nell’aula bunker di Rebibbia – nell’ambito dell’operazione Eclissi, condotta a gennaio da polizia di Stato, carabinieri e Guardia costiera. Dieci anni e 8 mesi di carcere inflitti a Massimiliano Spada e Massimo Massimiani, 9 anni a Caludio Galatioto. A diverso titolo sono stati ritenuti parte dell’associazione mafiosa diretta, secondo il pm Mario Palazzi, da Carmine Spada, detto Romoletto, e suo fratello Roberto. Decisive si sono rivelate le dichiarazioni di collaboratori di giustizia che hanno consentito la ricostruzione dettagliata degli ultimi dieci anni di attività del sodalizio criminoso. Il 4 ottobre 2017, in capo a Massimiliano Spada e Massimiani, era già stata riconosciuta l’aggravante del metodo mafioso. Il sindaco di Roma Virginia Raggi ha manifestato in un tweet la propria soddisfazione per la sentenza: “Complimenti a tribunale e forze dell’ordine per la condanna per mafia agli esponenti del clan Spada”.

Verbali falsi, Colombo per otto ore dai pm

Massimiliano Colombo, il comandante della stazione Tor Sapienza – dove nel 2009 Stefano Cucchi passò una notte dopo l’arresto – è entrato nella stanza del pm romano Giovanni Musarò alle due di pomeriggio. E per quasi otto ore ha risposto alle domande del magistrato. Indagato per falso ideologico, Colombo avrebbe fornito elementi utili ai pm per capire se nove anni fa partì un ordine dalla scala gerarchica per modificare lo stato di salute riportato nei verbali di Cucchi.

Il comandante è stato tirato in ballo dall’appuntato Francesco Di Sano, anche questi indagato per falso ideologico con un terzo collega.

Il 17 marzo scorso infatti Di Sano viene sentito in aula come testimone nell’ambito del processo in corso a carico di cinque carabinieri, tre imputati per omicidio preterintenzionale. Tra questi Francesco Tedesco, il militare che a giugno ha accusato i colleghi Raffaele D’Alessandro e Alessio Di Bernardo del pestaggio.

Il pm Musarò sottopone a Di Sano – che la notte del 15 ottobre 2009, dopo un collega, prese in consegna Cucchi – due annotazioni redatte a Tor Sapienza: la data (26 ottobre 2009) e il numero di protocollo è lo stesso, cambia il contenuto nella parte che riguardava lo stato di salute. Nella prima annotazione c’è scritto che Cucchi riferiva di “non poter camminare, veniva comunque aiutato (…) a salire le scale”. Elemento che scompare nella seconda annotazione dove si parla di dolore alle ossia “sia per la temperatura freddo/umida che per la rigidità della tavola del letto (priva di materasso e cuscino) ove aveva dormito per poco tempo” e di “dolenzia accusata anche per la sua accentuata magrezza”.

Di Sano, davanti alle due annotazioni, afferma: “Non ricordo perché la modificai nella forma. (…) Le firme sono le mie. Il protocollo è lo stesso perché doveva essere la stessa annotazione di servizio”. Il pm chiede se avesse ricevuto un ordine. “Il comandante di stazione, – è la risposta dell’appuntato –, a sua volta delegato penso o dal comandante del gruppo o dal comandante provinciale, dalla scala gerarchica”. Non fa i nomi, ma all’epoca il suo comandante di stazione era Colombo, il comandante provinciale Vittorio Tomasone mentre il numero uno del Gruppo Roma Alessandro Casarsa (Tomasone e Casarsa non sono mai stati sfiorati dall’indagine). Nei giorni scorso, il generale Tomasone al Fatto ha detto: “Non ho mai dato disposizioni simili nella mia vita”.

Dopo le parole di Di Sano, il pm Musarò apre un’indagine per falso ideologico e nelle scorse settimane perquisisce anche Colombo, facendo una copia del suo pc. Ieri dunque l’interrogatorio. Il verbale di Colombo, difeso dall’avvocato Antonio Buttazzo, è stato secretato: non si sa se abbia confermato o meno la versione di Di Sano. Il pm gli avrebbe sottoposto alcune mail e chiesto conto anche di una circostanza, raccontata il 9 luglio da Tedesco. Il carabiniere ha parlato di “una telefonata del maresciallo Mandolini (a processo per calunnia, ndr) al comando della stazione di Tor sapienza, credo che parlò con il comandante. Mandolini chiese di modificare le annotazione”.

Ilaria: “Da Nistri attacchi ai tre che hanno parlato”

È provata e anche “molto arrabbiata”, per queste ragioni Ilaria Cucchi, ieri, ha cominciato una conferenza stampa leggendo le proprie riflessioni scaturite dall’incontro che ha avuto mercoledì sera con la ministra della Difesa, Elisabetta Trenta, e con il comandante generale dei carabinieri, Giovanni Nistri.

Con Trenta tutto bene, “mi sento protetta”, il problema che non l’ha fatta dormire la notte, invece, ha il nome del generale Nistri: “Mi sarei aspettata non dico delle scuse, perché avrebbe potuto essere per lui troppo imbarazzante, ma certo non 45 minuti di sproloquio contro Casamassima, Rosati e Tedesco, gli unici tre pubblici ufficiali che hanno deciso di rompere il muro di omertà nel mio processo”, ha detto la sorella di Stefano Cucchi, morto per le botte di alcuni carabinieri 9 anni fa il prossimo 22 ottobre. “Come a dire, ho pensato che gli unici tre pubblici ufficiali che hanno deciso di rompere il muro di omertà nel mio processo non sono degni di continuare a indossare la divisa. Io amo e rispetto i carabinieri, ma dei carabinieri hanno pestato a morte mio fratello e degli altri carabinieri li hanno protetti. Questo processo – ha proseguito – io, Fabio (l’avvocato Anselmo, ndr) e la mia famiglia lo abbiamo fortissimamente voluto, e ora il generale vuole colpire tutti coloro che hanno parlato. Danno peso ai post di Casamassima, ma non ci difendono da quelli infamanti e violenti partoriti da pagine di Facebook e troll in gran parte gestiti da appartenenti a polizia e carabinieri. Non voglio odio, voglio giustizia, per questo ho chiesto aiuto alla ministra Trenta, che si è rivelata molto sensibile. Basta con gli insulti e le violenze verbali, possono essere molto pericolosi”.

Si chiede come sia possibile che la priorità dei vertici dell’Arma sia quella di sanzionare chi ha parlato: “Siamo sicuri che vi sia proprio adesso una insopprimibile esigenza di punire proprio coloro che hanno parlato?”.

Ilaria Cucchi racconta anche gli interrogativi che le sono scaturiti dopo aver incontrato il generale Nistri: “Avrebbe potuto dirmi tante altre cose, ma ha ritenuto che quella fosse la cosa da dire, poteva davvero rappresentare un momento di svolta ma non ho compreso per quale motivo il comandante generale ha ritenuto di informare la sorella di Stefano Cucchi dei provvedimenti che l’Arma sta prendendo e prenderà nei confronti di tre persone, e cioè i carabinieri che hanno parlato nel corso del processo per mio fratello”.

Nella sala stampa estera, Ilaria risponde anche a chi le ha chiesto i costi di questa battaglia per la verità: “Costi emotivi enormi, la mia famiglia è devastata. I miei genitori non hanno più quella luce negli occhi che avevano prima, sopravvivono per questa battaglia e temo il loro crollo quando finirà il processo. Dopo 9 anni mio fratello non l’ho ancora lasciato andare. Tante volte ho chiesto scusa a Stefano quando sentivo al processo parlare di nostri contrasti, della sua fragilità. I miei figli, Valerio e Giulia, cresceranno senza lo zio, qualcuno li ha privati di questo. E poi ci sono i costi economici, i processi non sono per tutti. Ma finalmente si parla di quello che noi sapevamo da sempre e voglio ringraziare Fabio perché ha sempre creduto in questo processo”.

Diciotti, l’inchiesta sul vicepremier passa da Palermo a Catania

L’inchiesta a carico di Matteo Salvini per sequestro di persona sulla nave Diciotti si sposta a Catania. Il Tribunale dei ministri di Palermo ha dichiarato la propria incompetenza territoriale. La consumazione del presunto reato avrebbe avuto inizio nelle acque di Catania, dove la nave è stata ferma per giorni in attesa del via libera allo sbarco dei profughi – soccorsi dalla Guardia costiera il 16 agosto scorso – e non nel mare di Lampedusa, dove un primo gruppo venne fatto approdare per un mero scalo tecnico. Il presidente della sezione specializzata palermitana, Fabio Pilato, ha dichiarato di avere “portato a compimento le proprie attività” e “di avere rimesso gli atti al procuratore della Repubblica di Palermo” Francesco Lo Voi, per il corso ulteriore dell’indagine. Lo Voi ha già inviato le carte alla Procura catanese che le inoltrerà al Tribunale dei ministri. Il vicepremier ha così commentato l’elezione di Catania a sede competente: “Incredibile, continua l’inchiesta su di me: sarei un sequestratore (rischio 15 anni di carcere) per aver fermato in mare una nave carica di immigrati. Ma chiudetela qui e lasciatemi lavorare!”.

Agrigento, tutti sul carro del “Capitano”: il boom della Lega al sud del Sud

Consiglieri leghisti, circoli della Lega pieni, simpatizzanti che inneggiano a Salvini leader e migliaia di tessere stipulate in meno di due mesi. Non siamo dalle parti del Po, ma ad Agrigento, nel sud del Sud. Qui, nella provincia che ha per punto estremo l’isola di Lampedusa, più vicina all’Africa che all’Italia, la testa di Garibaldi ha lasciato il posto alla miniatura di Alberto da Giussano.

D’accordo, non si chiama più Lega Nord, non è più – sulla carta – il partito che disprezzava i terùn, oggi – dicono da queste parti – è tutta un’altra storia: “Salvini è riuscito a invertire la tendenza – spiega Nuccia Palermo, primo consigliere leghista di Agrigento –. Oggi a dargli fiducia è l’intero Paese perché lui è un leader che si impegna a passare dalle parole ai fatti senza tradire le promesse elettorali. Questo è un buon biglietto da visita per dimenticare un passato che non apparteneva in pieno al leader di oggi che oggi invece ci rappresenta”.

È proprio in questa figura di leader che si riconoscono molte persone che hanno deciso di cambiare casacca: da Favara, Comune amministrato dal Movimento 5 Stelle, dove è stato appena inaugurato il nuovo circolo della Lega, a Licata, dove il candidato sindaco salviniano Annalisa Tardino, sconfitta alle ultime elezioni, ha aperto un circolo tutto nuovo per coinvolgere i simpatizzanti della provincia, sempre più numerosi.

La Lega sbarca anche a Ribera, dove ad aderire è l’ex assessore della giunta di destra di Carmelo Pace – poi fatto fuori dopo un rimpasto – e con lui anche Gaetano Montalbano, ex consigliere che un tempo appoggiava in Regione il presidente di sinistra Rosario Crocetta, che oggi ha invece abbracciato il partito di Salvini perché – dichiara – “per la prima volta tanta gente, me compreso, è orgogliosa del partito oggi al governo. Salvini è riuscito con il suo carattere a far rispettare l’Italia anche all’estero, l’ha fatta tornare al centro dello scacchiere europeo e internazionale. Adesso ci rispettano”.

In una sola settimana sono stati creati ben cinque circoli. Il trend è simile in tutta la Sicilia: 4 mila tessere sono andate in fumo in poche settimane, tanto che i coordinatori hanno dovuto fare già una nuova richiesta.

Archiviata la fase dei circoli con il marchio “Noi con Salvini”, quello cui oggi aderiscono è percepito come un partito nuovo che Matteo Salvini ha affidato a Stefano Candiani, da maggio commissario della Lega in Sicilia: “Con lui parte la fase 2 – spiega il coordinatore Fabio Cantarella – Lui è riuscito a far arrivare in Umbria il partito dal 2 al 23 per cento. Noi non accettiamo i vecchi politici che vogliono transitare al nostro partito – continua – nonostante dall’Assemblea regionale siciliana sono state tante le richieste. Da settembre abbiamo aperto i tesseramenti, ma al congresso che si terrà il prossimo anno voterà chi ha già due tessere e dimostra una militanza concreta”.

A pochi mesi dalle elezioni europee, la Lega riparte quindi dal sud del Sud, da Agrigento il regno che una volta era di Angelino Alfano.

Complotto M5S&Pd per regalare anche la Sardegna a Salvini

Colpo di scena in vista delle elezioni regionali di febbraio in Sardegna: il coordinatore del M5S, Mario Puddu, l’unico che finora aveva ufficializzato la sua corsa alle Regionali, ha ritirato la sua candidatura in seguito alla condanna a un anno di reclusione per abuso d’ufficio da parte del Tribunale di Cagliari. I fatti contestati risalgono al 2015 quando Puddu era sindaco ad Assemini, popoloso centro dell’hinterland cagliaritano.

Tre consigliere pentastellate dissidenti, poi espulse, presentarono un esposto contro il primo cittadino, nel quale lo accusavano di aver ideato una pianta organica del Comune in modo tale da demansionare una dipendente – poi costituitasi parte civile – a vantaggio di altre due, non indagate. Subito dopo il pronunciamento, Puddu sulla sua pagina Facebook ha annunciato il “passo di lato, ancor prima e a prescindere dalle regole del Movimento. Sono orgoglioso – ha scritto – di appartenere a un Movimento che chiede a chi è stato anche solo condannato in primo grado di fare un passo indietro”. Quello della rinuncia in realtà era un passaggio obbligato, non solo per le regole 5S, ma anche per la legge Severino che prevede l’abuso d’ufficio fra i casi di sospensione anche in caso di condanna in primo grado.

In caso di elezione la sospensione sarebbe scattata immediatamente, di qui la scelta obbligata del Movimento, che ringrazia Puddu e annuncia: “Presto si terranno le votazioni per individuare il nuovo candidato presidente per la Regione Sardegna”. Ma se il fronte pentastellato ricomincia da zero, il centrosinistra non naviga in acque migliori. A cominciare dal Pd, che dopo l’investitura informale di 130 sindaci a Massimo Zedda, ora aspetta che il sindaco sciolga le riserve e lanci la sua candidatura alle Regionali. Solo un nome forte, infatti, potrebbe evitare il passaggio delle primarie di coalizione, su cui un altro contendente, il Partito dei sardi (già parte della maggioranza del centrosinistra in Regione), ha lanciato da tempo l’opa con le “primarie della nazione sarda”: il leader Paolo Maninchedda chiede agli altri partiti di partecipare riconoscendo l’istanza identitaria e “nazionale” delle competizioni isolane. Anche il centrodestra si gioca la carta identitaria grazie all’asse di ferro fra Lega e Psd’Az, che vede in pole position la candidatura del leader azionista sardo, Christian Solinas.

Lo ha ribadito lunedì a Cagliari il coordinatore del tavolo della coalizione Eugenio Zoffili. Stando agli accordi nazionali, infatti, la Sardegna andrà alla Lega. Per questo, ha precisato Zoffili “il nome sarà fatto da Salvini in persona” quando arriverà nell’isola entro il 15 novembre. Nonostante alcune fibrillazioni nel campo di FI, la macchina elettorale del centrodestra si sta muovendo da tempo. Non è un caso l’avvicendamento repentino, proprio lunedì, alla guida del seguitissimo quotidiano online Sardiniapost: al vecchio direttore Giommaria Bellu, ex Unità, subentra Guido Paglia, in passato vicedirettore de Il Giornale di Montanelli e direttore delle relazioni esterne Rai, vicino al centrodestra

Nuovi direttori di reti e telegiornali: è tutto rinviato

“È tutto fermo”. Con queste parole, sia dalla politica sia da Viale Mazzini, si certifica il nuovo stallo sulle nomine Rai. Uno stop non dovuto, questa volta, alle trattative sulle direzioni, ma alla tensione tra Lega e 5Stelle sulla manovra e sul condono fiscale. Così lo scontro tra Di Maio e Salvini ha fatto slittare ancora la partita delle direzioni di reti e tg della tv pubblica. Ieri, infatti, era previsto un vertice tra i due. O comunque tra i rispettivi colonnelli, Giorgetti e Buffagni. Ma niente. “È tutto rinviato a metà della prossima settimana. Non c’è il clima per parlare di nomine”, dicono fonti di entrambi i partiti. Anche perché il puzzle non è affatto completo. Al Tg1, per esempio, che dovrebbe essere in quota 5 Stelle, ancora non si è deciso tra Federica Sciarelli e Giuseppina Paterniti. Ma ci sono anche altre caselle aperte. Sangiuliano andrà al Tg2? Coletta resterà a Rai3? A Freccero cosa verrà dato? Più altre cosucce, come Radio Rai, Rainews e il sito web, dove Di Maio vorrebbe il direttore di Fanpage, Francesco Piccinini. Questioni da affrontare con un clima più disteso, non con quello da lunghi coltelli come ieri.