“Fino a quel giorno ero convinta che Salvini fosse uno di noi. Gli dissi ‘fai qualcosa che qui stanno sparendo tutti i soldi’. Lui mi ascoltò ma non si sbilanciò…”. Parla Daniela Cantamessa, storica segretaria di Umberto Bossi nella Lega. Dichiarazioni – raccolte da The Post Internazionale (tpi.it) –, scomode per i successori del Senatùr, prima Roberto Maroni e poi Matteo Salvini. Un racconto che interessa ai pm genovesi Francesco Pinto e Paola Calleri che indagano sui 49 milioni. Una somma che la Lega deve restituire allo Stato e che non si trova nelle casse del partito. Il video dell’intervista è stato già acquisito dai pm. Cantamessa potrebbe essere sentita in Procura a Genova. Resta da capire se si tratti soltanto della versione di Cantamessa oppure se vi siano documenti che suffragano le dichiarazioni. “Con Bossi nelle casse della Lega c’erano circa 40 milioni – esordisce l’ex segretaria, ribadendo la versione dell’ex cassiere leghista Francesco Belsito –. Eravamo preoccupati perché vedevamo che la gestione Maroni, anziché utilizzare la struttura Lega, utilizzava strutture esterne che avevano costi alti. Il 5 aprile si è dimesso Bossi e il 18 è stato fatto un contratto da centinaia di euro all’ora all’avvocato di Maroni. Poi un altro a un commercialista esterno. Nonostante la Lega avesse tutto un suo programma di contabilità. Tutti legati a Maroni”. Prosegue Cantamessa: “Salvini era vicesegretario federale. Gli dissi ‘fai qualcosa perché qui stanno sparendo tutti i soldi. Hai tutte le motivazioni di chiedere chiarimenti… quello che vedo io lo vedono tutti… ma quando glielo dissi non si sbilanciò… mi ascoltò, mi disse va bene”. Cantamessa parla di “un disastro impostato dal 2012 in poi”, le gestioni Maroni e Salvini, appunto. Ora bisogna capire la sua attendibilità.
“Rai, l’antidoto alle pressioni politiche è solo uno: dimissioni”
“Io non sono né ingenuo né vergine e la politica da sempre adora distribuire le poltrone con una predilezione per la Rai”. Così Pierluigi Celli ha scritto la Stagione delle nomine, un romanzo che condensa più di trent’anni ai vertici di aziende private e statali. Per ragioni di spazio, l’elenco è parziale: Eni, Olivetti, Omnitel, Enel, Enit, Luiss e dg di Viale Mazzini dal ’98 al 2001.
Esordio nel servizio pubblico con Romano Prodi.
No, con Massimo D’Alema, è il segretario dei Ds o Pds.
Prodi a Palazzo Chigi.
In uscita, diciamo.
L’amico Prodi.
Romano è un tipo rancoroso, che si circonda di persone servili, come dimostra lo scarso successo dei suoi governi. A cena mi chiede di aumentare la potenza dei ripetitori Rai per raggiungere le coste e i confini stranieri. Io gli dico: ‘Fa ammalare la gente, non posso, mi mandano in galera’. E lui: ‘Sei un dalemiano’.
La passione per D’Alema.
Io non sono dalemiano, giuro. Non mi manda D’Alema in Rai, o meglio: non direttamente. Un giorno mi chiama un tale Claudio Velardi per invitarmi a prendere un caffè alle spalle di via delle Botteghe Oscure a Roma e mi sussurra: ‘Vuoi fare il dg Rai?’. Io declino. Vado in Enel dal mio capo, Franco Tatò, e gli supplico di riportare il mio diniego a D’Alema. Mi risponde gelido: ‘Io non posso’. Mi arrendo.
Cade D’Alema, sale Giuliano Amato.
Chiamo Amato per comunicargli l’indicazione di Gad Lerner al Tg1. Non reagisce. Farfuglia: ‘Spero sia una scelta ponderata’. È ponderata, poi si rivela azzardata. Lerner manda in onda un servizio sui pedofili con immagini assurde di bambini, i dalemiani ne chiedono la testa alla Camera. Io resisto, lui resiste. Finché, per fare il martire, mostra al Tg1 un bigliettino di raccomandazioni di Mario Landolfi di Alleanza nazionale.
Febbraio 2001, Rai addio.
Campagna elettorale vicina, il centrosinistra vuole schierare l’azienda contro Berlusconi. Impazzisco. Porta pure sfiga, penso. Mi lamento con il presidente Roberto Zaccaria in maniera informale e poi con una lettera mi dimetto.
Le telefonate di B.
Non molte. La prima nel ’93, c’è il Cda dei professori di Claudio Dematté. Berlusconi è quasi in politica, ma sempre il padrone di Mediaset. Io sono il capo del personale di Viale Mazzini, mi chiama per un favore. Mi dice: ‘Senta, gli artisti giocano al rialzo sui compensi saltando tra noi e voi, ci mettiamo d’accordo e li freghiamo?’.
Le pressioni dei politici.
Il mio schermo è Zaccaria, molto preciso nel percepire le sensibilità del centrosinistra. Un pomeriggio mi implora di andare a Palazzo Chigi per illustrare le novità sulla Rai al presidente D’Alema. Parla mezzora, mentre D’Alema fa gli origami con dei fogli di carta, poi si alza di scatto e ci congeda: ‘Perché siete venuti qui?’.
Le pressioni dei politici bis.
Io uso un metodo: premio i migliori anche se sono di destra. Un paio di esempi: il finiano Mauro Mazza vicedirettore del Tg1 e Agostino Saccà direttore di Rai1 e poi non tocco Clemente Mimun al Tg2.
Un litigio.
Con Lamberto Dini: desidera la promozione di Anna La Rosa a vicedirettore di un canale. Io respingo e lui urla: ‘Sono il ministro degli Esteri!’.
Daniele Luttazzi.
Un errore. Critico il programma – e anche l’intervista a Marco Travaglio sugli affari di Berlusconi – per dare un movente alle mie dimissioni. Ora chiedo scusa, Luttazzi è un talento della tv.
Vita in Rai.
Terribile, non la consiglio neanche ai nemici. Il mio conforto era Biagio Agnes.
Il dg di marca Dc.
Biagio viene in stanza per controllare se ho spostato dei quadri o se la finestra ha tende nuove. Io sto per mollare, sono esausto dalle pressioni del centrosinistra. Mi suggerisce: ‘Prendi un ufficio più piccino accanto al prossimo dg. Il mio successore – dice – era Gianni Pasquarelli. Siccome era diabetico, arrivava in Viale Mazzini non prima delle dieci. Io alle sette ero già qui e tutti parlavano con me. Lui ha protestato e, per risolvere il conflitto, mi hanno trovato un posto, alla Stet’.
I posti si danno e, troppo spesso, si tolgono.
Alla Olivetti di Carlo De Benedetti non sono il capo del personale, ma dell’ex personale. Licenzio 10 mila dipendenti in 10 mesi. De Benedetti è arrogante, è un padrone. Se gli dici sempre di sì, ti passa addosso.
Quando ha detto di no.
Mi chiede di firmare 500 lettere di cassa integrazione per il 24 dicembre. La vigilia di Natale, che diamine. Lui insiste, non lo faccio. E mi vendico. Una volta mi informa che ha cambiato macchina aziendale. Ha comprato un’Audi gigantesca per dismettere la Bmw, così dice. Ma qualche settimana dopo, ritrovo una donna a bordo della Bmw: ‘Cosa fa qui, signora?’ ‘Vado in Svizzera con l’Ingegnere’. Corro su e scateno un putiferio.
Quando ha sbagliato a dire sì.
Franco Bernabé mi sceglie per dirigere il Festival del Cinema di Venezia e poi organizza un incontro con Giuliano Urbani, ministro della Cultura. Una follia, prevedo le solite ‘spintarelle’. Franco mi trascina da Urbani. Siparietto divertente. Vittorio Sgarbi spalanca la porta, allunga il braccio e ci saluta: ‘Camerati!’. Urbani sorride, poi tira fuori un taccuino e ci indica chi spedire in commissione per il premio. Tiro un calcio a Franco e mi dimetto.
Il direttore dell’Università Luiss – durante la recessione del 2009 – suggerisce ai ragazzi di emigrare.
Una provocazione. Di mattina tutti mi ringraziano, di pomeriggio – i docenti, i più ipocriti – prendono le distanze.
Il figlio di Celli, però, resta in Italia alla Ferrari.
Succede dopo, ci va con l’Adecco e resta solo otto mesi.
Agiografia non credibile: Celli immune ai politici.
Sono furbo, e con la fama di cattivo. Con la vecchiaia, però, sono diventato buono e un po’ rincoglionito.
M5S vuole abolire i vitalizi nell’Ue (che non ci sono)
Slancio europeista per il taglio dei vitalizi. L’europarlamentare M5S Rosa D’Amato, ricordando come “prima la Camera dei Deputati e poi il Senato della Repubblica hanno tagliato i vitalizi riservati alla classe politica” si è rivolta in una lettera a tutti i parlamentari di Strasburgo invitandoli a “seguire l’esempio virtuoso che arriva dall’Italia e adeguare il trattamento previdenziale anche dei parlamentari europei”. “La nostra proposta – ha spiegato- è semplice: cambiare al più presto l’articolo 14 dello Statuto dei deputati del Parlamento europeo che disciplina il trattamento pensionistico degli eletti. Abbiamo presentato una proposta di risoluzione e inviato una lettera al Presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani, ma non abbiamo avuto nessuna risposta”. La risposta è arrivata invece dal servizio stampa del Parlamento Europeo, che in riferimento alla nota ha precisato che “Gli eurodeputati non hanno diritto ad alcun vitalizio, cioè un’erogazione mensile godibile alla fine del mandato parlamentare, ma solo a un trattamento pensionistico che inizia ad essere erogato al 63esimo anno di età”.
Casellati, nello staff un altro acquisto dal Csm
Maria Elisabetta Alberti Casellati è affezionata al Csm. Che finora le ha sempre portato bene. Dopo aver ottenuto il vitalizio parlamentare riconosciuto dall’amministrazione del Senato anche per gli anni in cui è stata al Consiglio superiore della magistratura, ora ha chiesto e ottenuto dal plenum che Claudio Maria Galoppi entri a far parte della sua squadra. Il magistrato che ha appena terminato il mandato di consigliere togato in quota Magistratura indipendente, la corrente di destra di cui è leader indiscusso Cosimo Ferri, non dovrà dunque tornare nelle aule di giustizia. Grazie alla sua collega di banco Csm, varcherà invece le porte di Palazzo Madama per un incarico di assoluto prestigio. Secondo solo a quello che la presidente, estremamente accorta nella scelta del cerchio magico, ha riservato a Nitto Palma. Un’altra sua vecchia conoscenza risalente all’epoca in cui Casellati era sottosegretaria alla Giustizia e l’ex magistrato Guardasigilli del governo Berlusconi.
Galoppi al Senato sarà consigliere per gli affari giuridici e istituzionali della presidente che lo ha fortemente voluto nel suo gabinetto. Anche se al Csm non sono mancati mugugni. Del resto lo scorso anno la cancellazione del divieto per i togati di essere subito promossi ad altro incarico, una volta finito il mandato nell’organo di autogoverno della magistratura, aveva provocato polemiche aspre. Il capo di Autonomia e Indipendenza Piercamillo Davigo era inorridito di fronte alla norma ad personam, che, in circostanze piuttosto misteriose, aveva posto fine alla moratoria pensata proprio per impedire che i consiglieri togati usassero a fini di carriera le relazioni intessute durante il mandato a palazzo dei Marescialli. La previsione era stata infilata alla chetichella nella legge di Bilancio: chi aveva presentato materialmente l’emendamento, Paolo Tancredi deputato di Ap, si giustificò dicendo che non lo aveva neppure letto. Fatto sta che, una volta scoperto il suo contenuto, nessuno nel governo Gentiloni si premurò di cancellarlo o di rimediare in qualche modo. Neppure dopo le polemiche e le indiscrezioni sulla manina misteriosa che aveva messo a segno il colpo.
E doveva essere una manina non solo misteriosa, ma pure potentissima. Per la verità non tutte le toghe presero le distanze da quella iniziativa, nonostante il monito dell’Anm. I vertici di MI, la corrente di Galoppi e del potente sottosegretario alla Giustizia Ferri, ad esempio, invitarono i colleghi a riflettere mettendo da parte “retorica e ipocrisie”. Proprio così. Disse la sua anche la Casellati, mai tenera nel suo passato forzista con i magistrati, specie quelli anti Cav. A sorpresa benedì l’intervento “perché va ad armonizzare la normativa sui fuori ruolo, che fino a oggi ha prodotto disparità di trattamento. Per esempio non capisco perché un ex componente togato si possa candidare, ma non ricoprire incarichi direttivi e fuori ruolo” disse come di consueto indifferente alle polemiche. Che passano in fretta, chi ci vede lungo, no.
Per i sovranisti Salvini può guidare l’Europa
La Commissione rappresenta oggi l’Unione europea burocratica e anti-democratica nella quale i popoli non contano. Ma Matteo Salvini incarna la speranza di un’altra Europa, delle nazioni e delle protezioni. La sua candidatura potrebbe essere un segnale forte su scala continentale”. Nicholas Bay, capo delegazione del Rassemblement National nel gruppo Europa delle nazioni e delle Libertà del Parlamento europeo, la mette così. D’altra parte, Marine Le Pen è venuta appena 10 giorni fa in Italia per partecipare a un evento con l’amico Matteo. E il sodalizio tra i due è solido.
Ieri il leader del Carroccio in un’intervista a Repubblica ha fatto un (mezzo) annuncio, sulla propria discesa in campo alle Europee come Spitzenkandidat (ovvero, candidato alla guida della Commissione europea): “Amici di vari Paesi europei me lo stanno chiedendo. Vediamo, ci penso”. Non c’è niente di ufficiale e neanche niente ancora di definitivo, ma il lavorio del Carroccio per intestarsi la guida dei sovranisti va avanti da mesi. Grazie al fatto di potersi vendere, in base all’esperienza italiana, come una sorta di avamposto dell’Europa che verrà. Una cosa, però, è già decisa: Salvini si candiderà alle Europee, come capolista, pronto a rinunciare al seggio una volta eletto. Un modo per prendere voti. È quasi impossibile che diventi presidente della Commissione europea, ma il ruolo di Spitzenkandidat gli permetterebbe di girare in campagna elettorale tutto il Vecchio Continente da protagonista. E intestarsi la guida dell’eventuale Europa sovranista.
L’embrione di quell’operazione esiste già: si tratta proprio dell’Enf. Azionisti di maggioranza, oltre alla Lega, il Rassemblement National e poi il Pvv (Partito della Libertà) olandese di Gert Wilders. Ne fanno parte l’Fpo austriaco di Heinz-Christian Strache, l’Interesse fiammingo belga, il tedesco Alternative für Deutschland, il congresso della Nuova destra polacco. Si tratta dell’Alternative right, l’estrema destra che avanza, nazionalista, identitaria. Con diverse sfumature, le parole d’ordine sono: no all’immigrazione, no agli omosessuali.
“È una decisione che spetta alla Lega e dobbiamo capire come si sviluppano le cose. Ma noi siamo pronti a sostenere Salvini come il nuovo volto del nostro movimento. Anche se siamo scettici sul concetto di Spitzenkandidat, lui, come ministro di successo e capo di un partito di successo, sarebbe una buona scelta”, commenta Harald Vilimsky (Fpo), vicepresidente del gruppo.
“Matteo Salvini è il re della nuova Europa, il salvatore”, dice Janice Atkinson, europarlamentare fuoriuscita dall’Ukip (il partito per l’indipendenza del Regno Unito, che a Strasburgo è nel gruppo con i Cinque Stelle), oggi nell’Enf. Lei non si potrà ricandidare, dopo la Brexit, ma assicura che lavorerà “per costruire la nuova destra”.
Viceversa, i Cinque stelle tradiscono una certa difficoltà, in un contesto già difficile: la situazione a Roma sta diventando più esplosiva ogni minuto che passa, la diversa collocazione europea e l’idea di fare una campagna elettorale su fronti diversi non promettono niente di buono. Ambienti M5S in Europa sottolineano intanto che si tratta di un’ipotesi allo stadio ancora iniziale e precisano anche che non ci sarebbero ripercussioni sul governo, la cui agenda è regolata dal contratto.
La Lega, comunque, ha ben chiaro che è importante allargare la propria rete. C’è una cabina di regia che sta lavorando per questo. Prima di tutto, il ministro Lorenzo Fontana, che tiene i contatti non solo con i sovranisti, ma pure con i popolari “amici” (come Viktor Orban) e il gruppo dei Conservatori e riformisti a Strasburgo. L’idea è di fare una convention tra febbraio e marzo. E poi, Paolo Borchia, coordinatore di Lega nel mondo, è in contatto con una serie di partiti ancora non rappresentati a Strasburgo, dal Belgio alla Grecia, dall’Estonia a Cipro. “Sono in molti a chiedere a Salvini di presentarsi”.
Strada dei Parchi, scattano i limiti al traffico pesante
Scattano le limitazioni al traffico sulla A24 e A25. Le autostrade tra Lazio e Abruzzo presentano “standard di sicurezza inadeguati” tanto da non poter sopportare una circolazione regolare. È la “sentenza” del ministero delle Infrastrutture dopo le ispezioni del ministro Danilo Toninelli che, al Senato, parla di “decadimento manutentivo riscontrato”. Richiamo contenuto nella relazione del dirigente del Mit, Placido Migliorino, inviata alla Vigilanza sulle concessioni autostradali e alle quattro prefetture abruzzesi. Il Mit chiede di estendere a “tutti i viadotti ispezionati” (87, di cui due con frane, su 339) le limitazioni già in atto su 8 ponti. Divieto di sosta dei mezzi pesanti nelle aree di emergenza e obbligo di 100 metri tra un Tir e l’altro: Strada dei Parchi annuncia l’estensione delle limitazioni alle strutture ispezionate dai tecnici del Mit, ma anche una diffida per ottenere “risposte in 5 giorni sulla consegna dei progetti per la messa in sicurezza”. Soni i 192 milioni di euro inseriti nel decreto Genova e bloccati. “Nonostante il blocco dei fondi – dice l’ad di Strada dei Parchi, Ramadori – abbiamo iniziato i lavori”. Intanto la procura de L’Aquila indaga sulla caduta di calcinacci dal viadotto San Giacomo.
“Solo 1,5 milioni di ludopatici? La ricerca è fatta male”
Nonostante sia una pratica vietata ai minorenni, nell’ultimo anno in Italia quasi 700 mila studenti under 18 hanno giocato d’azzardo almeno una volta. A questi si aggiungono 18 milioni di adulti che – almeno in un’occasione negli ultimi dodici mesi – hanno scommesso, tentato la sorte con una lotteria o puntato una somma di denaro in una sala bingo. Solo 1,5 milioni di adulti e 70 mila minori sono però considerati “giocatori problematici”, cioè quelli che rischiano di perdere il controllo del proprio comportamento e causare conseguenze negative alle persone vicine. Questi dati, tuttavia, rischiano di essere falsati secondo Maurizio Fiasco, sociologo e presidente dell’associazione per lo studio del gioco d’azzardo e dei comportamenti a rischio (Alea).
Il docente si è detto perplesso dal modo in cui è stata condotta l’indagine epidemiologica commissionata dall’Agenzia delle dogane e dei monopoli all’Istituto superiore di Sanità, che l’ha realizzata in collaborazione con la società Explora. “Innanzitutto – spiega – solo il 51% degli adulti interpellati ha risposto al questionario, nonostante abbiano dato buoni spesa da 10 euro ai partecipanti. Per me uno studio epidemiologico serio deve avere un tasso di adesione di almeno il 70%”. Inoltre, Fiasco non è d’accordo con l’idea di considerare a rischio solo i giocatori problematici: “Così sembra che la dipendenza derivi solo la vulnerabilità delle persone e non anche dalla pericolosità che è propria del gioco d’azzardo”. Per concludere, anche una serie di domande del questionario non hanno convinto il sociologo: “Veniva chiesto agli intervistati di indicare per esempio il marchio del centro scommesse frequentato. Mi sembrano informazioni più utili a un’indagine di mercato che a uno studio epidemiologico”.
Costi-benefici solo per Tav. Salvo il Terzo Valico di Salini
Lo psicodramma della maggioranza gialloverde sulle grandi opere, iniziato ancor prima che il governo Conte giurasse, ha toccato ieri vette sconosciute con le parole dette in Senato dal ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli. Dietro le affermazioni apparentemente sconclusionate fatte in Senato dall’esponente pentastellato c’è il tentativo di chiudere un accordo con la Lega su un tema, le grandi opere inutili, che vede i due alleati di governo su posizioni opposte. Il tentativo deve naturalmente incastrarsi nel contesto quanto mai instabile dei rapporti di maggioranza. Rispondendo a un’interrogazione del capogruppo del Pd Andrea Marcucci sul Terzo Valico (52 chilometri di ferrovia ad alta velocità tra Genova e Tortona), Toninelli ha detto: “La valutazione che il ministero sta svolgendo non ha l’obiettivo di fermare l’opera, ma quello di giudicarne la convenienza complessiva per i cittadini”. In sostanza l’analisi costi-benefici – affidata a una nutrita pattuglia di esperti capitanati dall’economista Marco Ponti – ha scopi puramente statistici e descrittivi. Si pagano dei tecnici perché calcolino se e quanti euro stiamo buttando sulle grandi opere, ma solo per il gusto di saperlo: è infatti già deciso che i cantieri non si fermeranno. E questo nonostante lo stesso ministro abbia ricordato ai senatori che sul Terzo Valico sono state appena chiuse le indagini per corruzione a carico dei vertici del consorzio Cociv che lo costruisce e di alti dirigenti statali: 36 indagati in tutto.
Le parole di Toninelli in questo caso non derivano dal deficit di acribia che critici malevoli gli attribuiscono. Tra M5S e Lega si è trovato un accordo vagamente mefistofelico. Avendo per le mani la grana del Tav Torino-Lione e quella del Terzo Valico, i due alleati hanno ideato la mediazione salomonica: stop alla Torino-Lione e avanti con il Terzo valico. Il segnale l’hanno dato i due leghisti piemontesi Alessandro Benvenuto ed Elena Maccanti che hanno fatto alla amata Torino-Lione ciò che Abramo era pronto a fare a Isacco: “Se ci dimostrano che i costi superano di gran lunga i benefici ne trarremo le conseguenze”. Come si vede, l’analisi costi-benefici vale per la Torino-Lione ma non per il Terzo Valico. È la politica, bellezze. L’accordo è fatto. E per il M5S se n’è fatto garante, a quanto pare, il sottosegretario agli Affari regionali Stefano Buffagni, l’uomo che per conto di Luigi Di Maio sussurra ai “prenditori” – come Toninelli definisce gli imprenditori.
Il governatore del Piemonte Sergio Chiamparino, da sempre ultra del Tav in Val di Susa, ha reagito con la consueta scompostezza alla mossa leghista, paventando “il rischio che si voglia sacrificare l’economia del Piemonte a quella del Lombardo-Veneto”. Opponendo così al sovranismo di Lega e M5S il campanilismo. Tattica inefficace: i due soci di maggioranza hanno già definito gli equilibri del localismo.
La Torino-Lione interessa una sola regione, il Piemonte, e di quella regione solo alcuni gruppi d’interesse che trovano in Chiamparino il più agguerrito rappresentante. Non a caso ai tempi d’oro, quando ci si contendevano i finanziamenti, anche il governatore della Liguria Claudio Burlando diceva che il Tav della Val di Susa era un’opera inutile. Il Terzo Valico invece promette prosperità ai costruttori amici del Piemonte ma anche a quelli della Liguria, e in prospettiva, quando forse nel prossimo secolo la strada ferrata continuerà da Tortona verso Milano, a quelli della Lombardia. Nella sua inutilità il Terzo Valico può mettere d’accordo tre regioni, e in particolare la scelta di gettare alle ortiche i risultati dell’analisi costi-benefici è un regalo prezioso per il governatore ligure Giovanni Toti, l’uomo di Forza Italia più esposto sulla linea dell’intesa con Matteo Salvini, un interlocutore cioè prezioso in vista della grandi manovre di Capodanno in preparazione degli schieramenti per le elezioni europee della prossima primavera.
Un secondo elemento appare ancora più decisivo. Con buona pace di Chiamparino, la debolezza dell’affare Val di Susa rispetto al Terzo Valico è che il succulento appalto non è ancora stato assegnato. Quindi non c’è alcun grande costruttore che si lagnerà del blocco dell’opera, e Chiamparino e i suoi cari resteranno soli a piangere. Il Terzo Valico invece è già da molti anni assegnato (e i lavori sono già iniziati) al gruppo Salini Impregilo (64 per cento del consorzio Cociv) e alla Condotte (31 per cento).
Il boss di Impregilo, Pietro Salini, è indagato nell’inchiesta genovese sul Terzo Valico per turbativa d’asta, insieme al profeta dell’alta velocità Ercole Incalza, all’ex direttore dei lavori Stefano Perotti e all’ex ragioniere generale dello Stato Andrea Monorchio. Il figlio di Monorchio, Giandomenico, succeduto a Perotti come direttore dei lavori, è stato arrestato il 26 ottobre 2016 per corruzione insieme al presidente del Cociv Michele Longo, plenipotenziario di Salini per i grandi affari in Italia. Quanto al presidente di Condotte Duccio Astaldi, è stato arrestato sei mesi fa per corruzione a proposito di una tangente per l’autostrada Siracusa-Gela.
Si parla di interessi talmente forti, e coinvolti anche giudiziariamente nei loro affari, da farci capire al volo perché la Lega, nel solco di una antica tradizione, si offra come scudo politico alla lobby del cemento. E quanto sia rischiosa la scommessa del M5S, pronto a immolarsi sull’altare del Terzo Valico (che ha dipinto per anni come immensa porcheria) pur di salvare il matrimonio Di Maio-Salvini.
Tria: “Il fondo sovrano cinese investirà da noi, c’è l’accordo”
Il più grande fondo sovrano di investimenti del mondo, il China Investment Corporation, con una potenza di fuoco di oltre 400 miliardi di dollari, è determinato a investire in Italia. Così il ministro del Tesoro, Giovanni Tria, è al lavoro per un accordo che metta Cina e Italia in grado di fare investimenti incrociati in settori industriali chiave. È il senso dell’incontro avuto ieri a Milano tra il titolare di Via XX settembre e il numero due del Cic, Tu Guangshao. Incontro che arriva qualche mese dopo un primo contatto durante la missione di Tria a Pechino insieme all’ad di Cassa Depositi e Prestiti, Fabrizio Palermo e dopo la visita di febbraio del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. I tempi per firmare l’accordo con il Dragone sono stretti: entro la fine del 2018 si dovrebbe infatti siglare un pre-accordo che diventerebbe poi operativo, con la firma definitiva, a inizio del prossimo anno. Il ministro Tria sottolinea come il progetto punti a “mettere insieme non solo capitali ma anche le conoscenze e le analisi per promuovere la cooperazione tra i due Paesi e mettere in moto un’iniziativa comune con ricadute dirette e indirette sul reciproco dialogo”.
Taglio alle pensioni d’oro, io dico no
Il vicepremier Luigi Di Maio ha annunciato che il taglio alle pensioni cosiddette d’oro sarà attuato con immediatezza con apposito decreto governativo. Con il solito gergo nazional popolare ha dichiarato “ci facciamo un miliardo” che, detto così, suona molto ambiguo.
Si potrebbe pensare che alluda a soldi “risparmiati” da destinare ai poveri, ma questo non dovrebbe essere motivo di particolare trionfalismo. Tale “risparmio” comporta infatti costi sociali ed economici a breve e medio termine di gran lunga più elevati dei benefici immediati. Si sta colpendo una parte dei cittadini, si sottraggono risorse alla disponibilità fiscale, si demotiva il lavoro, si disincentiva la dirigenza e si crea una frattura insanabile all’interno della cittadinanza. Il miliardo (tutto da verificare) rappresenta lo 0,28 per cento della spesa previdenziale (345 miliardi), il 5,8 per cento del costo più benevolo del reddito di cittadinanza (17 miliardi) e lo 0,04 per cento del debito pubblico (2.341,7 miliardi). Un risultato non eccezionale per chi rifiuta la politica dello “zero virgola”. Ci sarebbero risparmi ben più sostanziosi se soltanto non si promuovesse l’evasione fiscale con vari condoni, scudi e scudetti, non si rinunciasse a riscuotere i crediti e si rendesse più efficiente la stessa spesa previdenziale, la spesa per la sanità, per l’istruzione, i trasporti, i lavori pubblici, la sicurezza, gli enti locali e tanti altri settori pubblici. Ma tant’è, tutti i settori hanno dei padri-padroni che non si possono disturbare nemmeno se i ponti crollano, le scuole vanno a pezzi, i malati rinunciano a curarsi e i missili giacciono nei depositi in attesa di essere sostituiti da altri più nuovi, costosi e inutilizzabili. Meglio tagliare le pensioni, anzi è questa la sola fascia che richiede un provvedimento di “urgenza”.
Rimane solo da sperare che quanto sottratto alle pensioni vada veramente ai poveri. E che questi ne facciano buon uso per un salto di qualità della vita che non sia solo una possibilità di consumare di più ma di produrre qualcosa di più. Che comprendano che l’aiuto ricevuto è temporaneo e inventivante nei confronti di una stabile condizione di nobiltà: quella del lavoro. Si è parlato di Robin Hood e del suo sano principio di “rubare ai ricchi per dare ai poveri”. Il paragone non calza.
Robin Hood è un nobile che aspetta il suo re e che per far sopravvivere la sua banda diventa “il principe dei ladri”. Ruba agli usurpatori e protegge la nobiltà lealista e il popolo che lavora e combatte. Qui il ladro è il re che ruba ai suoi nobili e distribuisce la refurtiva (ammesso che lo faccia) a non si sa chi, ma che comunque non combatte e non lavora. Una cosa è in comune: rubare. Sarebbe perciò bello che ogni pensionato vittima del furto potesse conoscerne uno qualsiasi dei beneficiari: per nome e cognome. Potrebbe verificare se è realmente povero, se veramente non ha alternative, se quanto gli viene dato in mano o con bancomat corrisponde alla equa ripartizione del bottino, se quanto riceve gli cambia la vita e le prospettive. Potrebbe fargli notare che quanto riceve è frutto di un furto e che quindi non può costituire un esempio da seguire nello stile di vita. Potrebbe dirgli che non deve nulla a chi gli ha consegnato parte della refurtiva.
Lui stesso nel momento in cui riceve la sua quota viene scippato della sua dignità; non riceve una proposta di lavoro, ma gli viene imposta una condizione di “sussidiato”. Dalla condizione di povertà si può uscire solo lavorando e comunque fornendo un servizio utile alla comunità. Quella di sussidiato può diventare una pretesa, un “diritto” che per essere conservato impone di non lavorare o farlo al nero. Una vera conquista sociale.