Il mistero dei 45 miliardi di debito senza spiegazioni

Nel testo della Nota di aggiornamento al Def (Nadef) c’è un mistero: 45 miliardi di debito pubblico aggiuntivo in tre anni che si aggiungono a quelli determinati dal deficit e che nessuno sa da cosa siano causati. La denuncia arriva da una nota dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica, guidato da Carlo Cottarelli, che da tempo chiede trasparenza su una voce di bilancio che, invece, nell’ultima Nadef è diventata sempre più opaca. Si tratta del cosiddetto “aggiustamento stock-flussi”, cioè “la parte di debito non spiegata dal deficit, se il debito in un certo anno aumenta di 50 miliardi e il deficit nell’anno è pari a 40 miliardi, la parte dell’aumento non determinata dal deficit (aggiustamento stock-flussi) è pari a 10 miliardi”, spiega Carlo Valdes dell’Osservatorio.

È una questione puramente contabile ma di grande rilevanza: ogni anno il governo prevede un certo deficit, cioè spese da finanziare a debito, che a sua volta richiederà l’emissione di un certo numero di titoli di Stato per essere finanziato. Ma ci sono delle spese, o delle entrate, che hanno impatto direttamente sul debito da finanziare, perché riguardano la gestione della cassa e non la programmazione. Un esempio: i derivati sul debito pubblico. Se comportano una uscita di cassa – perché il Tesoro si è assicurato contro un aumento dei tassi di interesse che non si verifica e quindi è il ministero a pagare la controparte – l’impatto si verifica sul debito, ma non sul deficit e quindi verrà registrato come “aggiustamento stock-flussi”. Ma anche le scelte del Tesoro sulla gestione della cassa hanno un effetto, come i contributi ai fondi salva-Stati europei.

Sono variazioni rilevanti: secondo i calcoli dell’Ufficio parlamentare di bilancio, l’autorità indipendente sui conti pubblici, tra 2008 e 2016 il rapporto tra debito pubblico e Pil è cresciuto del 32,8 per cento. Ben 8 punti di quei 32,8 derivano dall’aggiustamento stock-flussi, in valore assoluto sono circa 120 miliardi di euro. E veniamo alla Nadef del governo Conte: l’aggiustamento stock-flussi previsto per il 2019 è di 17 miliardi, 14 nel 2020 e altri 14 nel 2021. Non c’è una grande differenza rispetto a quanto era previsto nella versione di aprile del Def, firmato dal governo Gentiloni. Ma resta il mistero di cosa determini questi 45 miliardi.

Un indizio lo troviamo nell’audizione dell’Upb proprio sulla Nadef 2018: nel 2018 il ministero del Tesoro prevede un aumento di 0,3 punti di Pil (circa 4,5 miliardi) per “far fronte al maggiore volume di scadenze di titoli di Stato nel 2019 (per circa 18 miliardi) rispetto all’anno precedente”. Nei due anni successivi, invece, le disponibilità liquide del Tesoro si ridurranno per 0,1 punti di Pil (circa 1,5 miliardi all’anno). Se c’è meno liquidità in cassa, servirà più debito per finanziare le spese senza copertura, cioè in deficit.

Quando a gennaio l’Osservatorio di Cottarelli aveva chiesto trasparenza sull’aggiustamento stock-flussi, il ministero aveva risposto che a determinare la cifra complessiva contribuivano “le partite finanziarie, le stime riguardanti la rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione, la spesa per interessi sugli swap, la spesa per interessi sui Buoni postali fruttiferi, gli introiti delle aste delle frequenze Umts”. Il Documento di programmazione di bilancio inviato lunedì a Bruxelles non aggiunge alcuna informazione: si limita a indicare per il 2019 0,7 punti di Pil, circa 10,5 miliardi, di aggiustamento stock-flussi dovuto a differenze tra competenza (spese attribuite all’anno in questione) e cassa (spesse effettivamente sostenute). Ma il mistero sui 45 miliardi di euro in tre anni di nuovo debito dall’origine ignota resta ancora fitto.

Cafiero de Raho: “Corruzione dilaga, niente più scudi”

Lo scudo fiscale è pessimo e la politica non pensa a combattere mafia e corruzione. Non ha peli sulla lingua, come sempre, il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho, che ieri ha parlato alla presentazione del rapporto di Libera proprio su mafia e corruzione. “Misure come lo scudo fiscale – ha detto il magistrato – favoriscono chi ha operato nell’illegalità, prima di tutte le organizzazioni mafiose”. Invece, “è certo che il maggiore attivismo dei controlli fiscali sulle società consentirebbe di conseguire un migliore obiettivo, facendo accertamenti e verifiche sostanziali sui bilanci”. Quanto alla politica, “pospone questi problemi a tanti altri, ma quando ci sono corruzione e mafia l’economia va a fondo: la nostra zavorra sono mafia e corruzione, quest’ultima dilaga. È come se non si andasse in linea e quella voce viene sopita, non viene raccolta da nessuno. Questo è il peggiore aspetto che si coglie in questo momento nel Paese, non vi è attenzione per questi fenomeni emergenziali”.

Da B. a Prodi e Renzi: gli specialist delle manine per leggi figlie di NN

Ah, quante manine per tradurre in parole o percentuali magiche l’essenziale rimasto invisibile agli occhi. Storie di potere, storie di Sistema. Le manine pro-riciclaggio o pro-Croce Rossa hanno una tradizione antica nonché una prassi consolidata. Addirittura, ai tempi dell’ultimo governo Berlusconi, dal 2008 al 2011, divenne pratica comune la cosiddetta “strategia dei refusi”, come la chiamò all’epoca l’allora ministro del Lavoro Maurizio Sacconi. Nascosto perlopiù in un emendamento, il refuso doveva allargare soprattutto la platea dei condoni (corsi e ricorsi storici, per dirla stancamente alla Vico). Non solo. Nel Parlamento della Seconda Repubblica, quello dei “condonisti” è stato un partito forte e trasversale di peones.

Il refuso più famoso dell’era berlusconiana resta quello del giugno 2008: il Consiglio dei ministri mise all’ordine del giorno un decreto legge per imbavagliare le odiate intercettazioni. Il Colle intervenne (c’era Re Giorgio Napolitano) e B. scaricò su Gianni Letta, il premier ombra: è stato un refuso, dissero. Dl (decreto legge) al posto di ddl (disegno di legge). Come no. Colpa di una “d” mancante. Del resto l’ex Cavaliere aveva dimostrato da subito la sua predilezione per manine e codicilli. Era la metà luglio del 1994 quando il primo governo di B. varò il decreto salvaladri per annientare le inchieste su Tangentopoli del pool milanese di Mani Pulite. L’esecutore fu il Guardasigilli Alfredo Biondi, antico liberale. Obiettivo: salvare dal carcere preventivo i colletti bianchi inquisiti. Il pool si ribella e il Paese scende in piazza. Dirà il leghista Roberto Maroni, ministro dell’Interno: “Mi hanno ingannato, imbrogliato, mi hanno fatto leggere un testo diverso da quello che poi mi hanno dato da firmare. Biondi mi aveva giurato che non sarebbero usciti i tangentisti, i De Lorenzo”.

L’origine politico-semantica della fatale “manina”, stavolta tra virgolette, è da ricondurre alla più grande tragedia repubblicana: il sequestro e l’omicidio dello statista dc Aldo Moro. Nel 1990 a Milano, nel covo brigatista di via Monte Nevoso, fu rinvenuto il memoriale bis di Moro, dodici anni dopo il rapimento. Così il leader socialista Bettino Craxi s’interrogò sulla “manina” che ce l’aveva messo successivamente. Una manina che corrispondeva a quella di Giulio Andreotti, depositario dei misteri del Moro. Il Belzebù democristiano rispose sibillinamente: “È stata una manina o una manona”.

Accade poi che la manina, per tornare alle cronache parlamentari, agisca alla luce del sole. Nel 2006, il governo di Romano Prodi era alle prese con la sua prima legge finanziaria e l’indicibile si celò nel chilometrico maxiemendamento: un codicillo di tre righe per dimezzare la prescrizione per i reati contabili, cioè per le azioni di risarcimento del danno erariale davanti alla Corte dei Conti. Il comma 1346. Il primo firmatario fu un senatore trasformista calabrese: Pietro Fuda, esponente dell’allora partitino di Agazio Loiero, il Pdm, Partito democratico meridionale. Subito dopo, l’autografo di un senatore vicinissimo al leader della Margherita Francesco Rutelli: Luigi Zanda.

Un’altra manina nota è quella di Matteo Renzi nel dicembre del 2014, nel pieno del Patto del Nazareno con Silvio Berlusconi. Renzi è premier e il suo governo si dà da fare con la delega fiscale. Nel decreto di attuazione spuntano cinque righe inserite alla vigilia di Natale per favorire l’amico B.: un colpo di spugna clamoroso. Cioè: la non punibilità per gli evasori se le somme in nero non superano il 3 per cento del totale. In questo modo si cancellerebbe la condanna per frode fiscale di Berlusconi, con relativa decadenza, dell’anno precedente. Un paio di settimane dopo, a gennaio del 2015, Renzi rivendica la paternità delle cinque righe, dinanzi ai gruppi parlamentari: “La manina è mia”.

Nemmeno il governo Gentiloni è rimasto immune da questa prassi: nell’aprile del 2017 il Consiglio dei ministri approva il Codice degli appalti. Indi sparisce una norma dall’ultima versione: quella che concede pieni poteri all’Anac di Raffaele Cantone. L’ex pm chiede: “Chi è stato e perché ha agito di nascosto?”.

Ischia, il ministro Costa: “Spero nel Parlamento…”

Si è infilato, ma qui nessuno ha denunciato manine, nel decreto su Genova: il condono per gli abusivismi edilizi di Ischia, però, non piace al ministro dell’Ambiente Sergio Costa, che ieri lo ha spiegato a Repubblica Tv: “Per me, da generale della Forestale e poi dei carabinieri, il condono mi fa venire il mal di stomaco, mi fa soffrire fisicamente. Pensi che in inglese non esista la parola condono, quando vado all’estero mi dicono ‘cosa vuol dire?’. Ma io sono fiducioso che il dibattito parlamentare possa far sorgere idee diverse”. Il ministro promette di insistere: “Mi faccia fare la goccia cinese – ha aggiunto Costa –. Sono molto perseverante, costante e determinato. Io martello tutti i giorni… Il condono dell’85 e il condono del ’94 hanno avuto una storia in Italia, si stanno ancora valutando. Il condono del 2003 ha un’altra storia”. In Parlamento, intanto, è atteso anche l’emendamento del governo al decreto Genova: annunciato per ieri, non è ancora giunto nelle commissioni Trasporti e ambiente della Camera che stanno esaminando il provvedimento.

“Ci tolgono i poteri” Presidenti vs governo per il dopo-terremoto

“Questa svolta centralista del governo è grave e miope perché moltissime scelte della ricostruzione impattano direttamente con norme e leggi di carattere regionale”. È scontro tra i governatori – tutti di centrosinistra – delle regioni terremotate del Centro Italia e il governo. Marini, Ceriscioli, Lolli e Zingaretti hanno attaccato aspramente la modifica inserita nel decreto per la ricostruzione del ponte Morandi, che declasserebbe il loro potere a funzione consultiva, e hanno annunciato di disertare l’incontro previsto nei prossimi giorni col nuovo commissario Piero Farabollini: “Mentre per Genova si nomina commissario il sindaco della città, per il terremoto – sostengono – si esautorano i presidenti e i sindaci dei territori”. Di tutt’altro avviso i parlamentari Patrizia Terzoni, M5S, e Tullio Pastassini della Lega: “Abbiamo fatto nostre le istanze che giungevano dalle comunità colpite dal terremoto, da sindaci, presidenti di Regione e cittadini. E stiamo lavorando per sbloccare finalmente una ricostruzione ferma da due anni”. Stessi toni dal neo-commissario Farabollini: “I governatori strumentalizzano un passaggio legislativo per snellire una ricostruzione ferma”.

L’Italia nel mirino dell’Ue Spread ai livelli del 2013

Beato il premier che vede la vie en rose: “Sono venuto qui per illustrare la manovra economica, non ci sono stati particolari rilievi”, “non c’è nessun muro contro muro”. In realtà, pur invidiando la pace interiore di Giuseppe Conte, il messaggio che la Commissione e i Paesi Ue volevano mandare ai mercati è arrivato ancor prima che fosse ufficiale il testo della lettera consegnata ieri pomeriggio al ministro dell’Economia Giovanni Tria dal suo omologo di Bruxelles Pierre Moscovici: c’è una spaccatura politica a Bruxelles e la manovra di Bilancio italiana non avrà vita facile.

Messaggio recepito: la clava degli spread in Europa (spinta anche dalle intenzioni della Fed americana di far salire ancora i tassi entro l’anno) è ripartita e il differenziale tra Btp e Bund decennali ha toccato a fine seduta i 325 punti, livello massimo da marzo 2013, con rendimenti vicini al 3,7% (massimo da inizio 2014); male anche la Borsa (-1,9%) e, in particolare, i titoli bancari che nel medio periodo potrebbero risentire di un alto livello dello spread, specie se questo fosse solo l’inizio della corsa.

La battaglia, pur giocata via “mercati”, è però tutta politica. Come Il Fatto ha scritto più volte, i saldi di bilancio decisi dal governo italiano non sono affatto fuori dalla razionalità economica, ma sfidano il dogma politico del taglio del deficit come unica via per ridurre il peso del debito, cioè quel complesso di misure noto come Fiscal compact: “Abbiamo sfidato la vecchia Europa – ha detto giorni fa Paolo Savona –. Ora dobbiamo vincere la guerra, perché guerra sarà”. Se il ministro degli Affari Ue ha ragione, la guerra è iniziata ieri col Consiglio europeo e la lettera di “bocciatura” della manovra consegnata a Roma. A spaventare ulteriormente gli investitori ci hanno pensato le dichiarazioni dei leader europei come Sebastian Kurz – cancelliere austriaco del Ppe assai benvisto da Matteo Salvini – che ha messo a verbale: “Non abbiamo nessuna comprensione per le politiche dell’Italia” e “ci aspettiamo che il governo rispetti le regole”. Il presidente della Commissione, Jean Claude Juncker, ha declinato gli stessi concetti in altro modo: “L’Italia è stata capace, negli ultimi tre anni, di spendere 30 miliardi di euro in più senza sanzioni. Quindi siamo stati molto gentili e positivi con l’Italia”, ma “so, perché me lo hanno detto al telefono, che alcuni colleghi non vogliono aggiungere flessibilità alle flessibilità già esistenti e non è nostra intenzione farlo”.

Anche Mario Draghi, le cui parole sono state riportate da Bloomberg, ha partecipato alla giornata dall’alto della sua poltrona di governatore della Bce, garante della stabilità finanziaria nell’Eurozona: “Mettere in discussione le regole nella Ue può portare ad un peggioramento delle condizioni nel settore finanziario e quindi danneggiare la crescita”, ha detto all’Eurosummit secondo l’agenzia finanziaria.

Gli investitori, come detto, hanno recepito il messaggio, che poi è arrivato a Roma nello stile ragionieristico in voga a Bruxelles. La missiva consegnata da Moscovici a Tria contesta al bilancio italiano una deviazione “senza precedenti nella storia del Patto di stabilità” dovuta a uno scostamento degli obiettivi dell’1,5% di deficit-Pil, “un non rispetto particolarmente serio degli obblighi”, tanto più che il quadro macroeconomico della manovra non è stato nemmeno validato dall’Ufficio parlamentare di bilancio (organo nato proprio nell’ambito del Fiscal compact).

Il ministro Tria ha provato a spiegare l’ovvio: la previsione di un deficit allo 0,8% del Pil a fine 2019 (Def Gentiloni) era irrealistica e incorporava un aumento dell’Iva per un punto percentuale da realizzare mentre la crescita mondiale, che trainava quella europea, rallenta. Argomento sensato, ma il punto non è la razionalità economica ma la tenuta di un assetto ideologico e, volendo, la credibilità del governo.

La risposta ufficiale dell’esecutivo italiano deve arrivare entro lunedì e a quel punto inizierà un confronto che, in un mese al massimo, dovrebbe portare alla bocciatura formale della manovra e di lì persino a sanzioni economiche (mai applicate prima). Si tratterebbe, comunque, di inezie senza la clava dello spread: la scommessa di Bruxelles è che si alzi abbastanza da ridurre l’Italia a più miti consigli senza creare una crisi incontrollabile visto che la Bce sta per riporre il “bazooka”. È a situazioni come queste che si riferisce l’espressione “apprendisti stregoni”.

Le 48 ore che hanno terremotato il Contratto

Se Luigi Di Maio ha voluto fare accenno alla “manina” che ha modificato il decreto fiscale, la Lega nega che sia mai esistita sostenendo che il testo incriminato è frutto di un accordo politico. Ecco la dinamica dei fatti che hanno portato al pasticcio del condono.

Lunedì 15, ore 10:30. In quelle ore dovrebbe tenersi un vertice politico tra il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte e i suoi due vice, Di Maio e Matteo Salvini, ma il vertice non si terrà. Salvini dice che ha altro da fare e anche Di Maio si adegua e non partecipa nonostante si trovi a Palazzo Chigi, sede del governo.

Palazzo Chigi, ore 15:30. Il vertice fallito al mattino si tiene nel primo pomeriggio. Vi partecipano Conte, Di Maio e Salvini. Di Maio in questa sede dice di aver bocciato tutte le proposte hard della Lega: scudo fiscale, depenalizzazione, limite dei 100 mila per singola imposta. “Non se ne parla” avrebbe risposto alle insistenze leghiste. Il vertice, che avrebbe dovuto concludersi alle 17, si prolunga fino alle 19 facendo ritardare l’avvio del Consiglio dei ministri.

Tra il vertice e il Cdm. Tra il vertice politico e l’avvio della riunione di governo gli sherpa dell’esecutivo, i vari capi di gabinetto coordinati da Roberto Garofoli del Mef, mettono nero su bianco le varie modifiche. La bozza del decreto quindi prende la forma definitiva e nel Consiglio dei ministri non si entrerà nei dettagli. La riunione di governo infatti inizia alle 19:31 e termina alle 21:15, un’ora e tre quarti in cui ci si occupa anche di molte altre questioni. Le modifiche contestate dovrebbero essere state introdotte in questa fase: escludendo che funzionari tecnici abbiano preso un’iniziativa personale, è probabile che il testo abbia tradotto delle indicazioni politiche rivendicate ieri dalla Lega.

Ore 21:15, dopo il Consiglio. Il M5S fa subito sapere che ci sarà “l’arresto per gli evasori” anche se la formulazione “finale” del testo è un po’ diversa. La Lega parla solo ed esclusivamente di “sanatoria per liti e cartelle” e rateizzazione in 20 rate per cinque anni. Sulla “pace fiscale” si fa riferimento solo all’aliquota che verrà applicata, il 20% sugli importi portati a emersione, e al tetto di 100 mila euro.

Il video. In un video pubblicato dal fattoquotidiano.it si vedono il sottosegretario all’Economia della Lega, Massimo Bitonci, che spiega le misure fiscali alla collega 5Stelle, Giulia Grillo, dilungandosi sulla rottamazione delle cartelle con eliminazione delle sanzioni e degli interessi. A proposito delle soglie sulla dichiarazione integrativa parla invece di “una fase di discussione” ancora in corso: potrebbe significare che c’è ancora da discutere, ma che una decisione non è stata presa.

21:30 conferenza stampa. Conte, a proposito del condono, dice “chiamatelo come volete”. Nessun accenno alle depenalizzazioni, all’Iva o all’ampliamento delle soglie. Il comunicato diramato dal governo elenca solo i punti generali e non fa nemmeno menzione della “pace fiscale”. Nel Documento programmatico di Bilancio, che in nottata viene inviato a Bruxelles, alla voce in questione si stimano entrate per 180 milioni di euro, una cifra modesta.

La bozza. La bozza del decreto contestata è datata 16 ottobre ore 10:30. Questo documento è quello che è stato dato in visione al Quirinale, non in forma ufficiale e definitiva, permettendo agli uffici di Mattarella di segnalare la non praticabilità delle ipotesi di depenalizzazione.

Di Maio spara a zero. Essendo venuti a conoscenza della bozza i dirigenti 5Stelle iniziano ad attaccare i tecnici del Mef, ma fanno allusioni anche sulla Lega e in particolare sul sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti. Di Maio in tv annuncia il ricorso in Procura e parla di decreto “manipolato”.

Il governo scricchiola: lo scudo fiscale manda in crisi i giallo-verdi

Dice il vicepremier Luigi Di Maio che “lo spread è a 327 perché i mercati pensano che il governo non sia più compatto”. E non devono essere dotati di particolare acume, questi mercati, per intravedere nella giornata di ieri lo scricchiolio – per la prima volta così rumoroso – della maggioranza gialloverde. Finora si è retta su faticosi compromessi, ha digerito bocconi amari e ha celato la reciproca e profonda disistima sotto la copertina del Contratto di governo. Ma la storia del condono fiscale e penale per gli evasori, finita non si sa bene come nel decreto licenziato da Palazzo Chigi lunedì, si consuma in un giorno in cui il matrimonio d’interesse tra Lega e Cinque Stelle mostra tutti i livori repressi in questi quattro mesi di convivenza forzata.

Luigi Di Maio si è riavuto dalla serata a Porta a Porta con la sveglia del viceministro all’Economia Massimo Garavaglia: altro che la “manipolazione” denunciata in tv dal leader grillino, “il testo (del decreto fiscale, ndr) lo conoscevamo tutti”. Linea confermata dall’intero fronte leghista che rivendica il provvedimento e a tutto pensa tranne che a stralciarlo, come chiedeva da Vespa il capo politico grillino. La parola fine la scrive Matteo Salvini alle quattro di pomeriggio, con un certo sprezzo di alcuni dei cavalli di battaglia mediatici del Movimento: “Non si può costruire di giorno e smontare di notte. Non ci sono regie occulte, invasioni degli alieni oppure scie chimiche”.

Così, appurato che la manina occulta non è, ma siede al governo con loro, i Cinque Stelle prendono atto che i compagni dei banchi di governo si sono fatti riottosi.

È un martellamento che va avanti tutto il giorno. Prima le assicurazioni: “Mai vista né condivisa”, spiega ancora il viceministro Garavaglia, la norma che provocherebbe aumenti delle Rc Auto al Nord per effetto di uno sgravio al Sud. Poi le grandi opere: “Se comincio a fare un buco in una montagna, preferisco finirlo piuttosto che lasciarlo a metà”, è la metafora con cui Matteo Salvini ha fatto la sua personalissima analisi costi-benefici del tunnel al Brennero (estesa poi a Pedemontana, Terzo Valico e gasdotto pugliese), proprio nel giorno in cui il ministro M5S Fraccaro aveva detto a Bolzano che i lavori della talpa andavano fermati.

Vista la mala parata, Giuseppe Conte, il premier che ieri era in trasferta a Bruxelles, prima concilia: “Sabato mattina ci sarà un Consiglio dei ministri perché porterò il risultato della rilettura del decreto e avremo quindi la possibilità di confermare” il testo o “nel caso, dirimere qualche dubbio politico che è sorto”. Poi capisce che non è aria: Salvini ha tirato fuori dall’agenda una serie di impedimenti che lo terranno lontano da Roma. Con Inter-Milan in calendario, sabato, proprio non ha testa per pensare ad altro: “Entro in clima derby…”. Conte a quel punto si stizzisce. Per qualcuno arriva a minacciare le dimissioni, in serata smentite dal suo portavoce. Agli impegni di Salvini risponde a muso duro: “Il premier sono io, decido io che si svolga un Consiglio dei ministri”. Ma dalla Lega fanno filtrare che, se manca il Capitano, nessuno dei ministri del Carroccio si presenterà a Palazzo Chigi. Di Maio è costretto ad abbassare i toni: “Possiamo continuare a risponderci a mezzo stampa per sempre, ma spero che possa rinunciare a qualche appuntamento e risolvere questa questione”. E in serata anche Salvini tende una mano: “Basta litigi”.

Ecco, i pensieri dei mercati, per dirla con Di Maio, non sono poi così campati per aria. Sono gli stessi sherpa leghisti e grillini a parlare apertamente dei rischi per la tenuta della maggioranza. E Di Maio arriva a scomodare una perifrasi da Prima Repubblica chiedendo “un chiarimento politico” agli alleati. Lo stesso che invoca come “urgente” il presidente della Camera Roberto Fico, visto che “il condono non è nel contratto”. La traduzione per conto dei compagni di partito più istituzionali la fa il sottosegretario 5Stelle Michele Dall’Orco: “Salvini se ne faccia una ragione, è al governo con il Movimento 5 Stelle e NON con Berlusconi”.

Intorno, chi non ha il compito o non è uso sfornare dichiarazioni, ragiona su quello che è successo davvero quel famoso lunedì in cui lo scudo è spuntato nel decreto fiscale: “È anche stavolta il frutto di un modo di lavorare disordinato, che non segue alcun metodo, che non ha alcuna organizzazione. La fretta, i ritardi, le approssimazioni. Per questo vengono le cose fatte male”. Però il concetto, ça va sans dire, funziona meno dei complotti quando lo racconti in tv. E poi, mica si può denunciare in Procura. A proposito. Da Vespa, Di Maio annunciava: “Depositerò subito un esposto”. L’unico reato che si sarebbe potuto ravvisare è il falso in atto pubblico. Ma non era il caso del testo, ancora non ufficiale. In piazzale Clodio, ieri, non si è visto nessuno.

Manona e condonone

Quando due partiti governano insieme, per un’alleanza politica o per un “contratto” di programma, devono potersi fidare l’uno dell’altro. Se cercano di fregarsi a vicenda, non vanno lontano e a rimetterci non sono soltanto loro, ma i cittadini. Finora l’accordo fra due soggetti umanamente e politicamente diversissimi come Di Maio e Salvini, era parso forte e solido, anche per via di un buon rapporto personale e “generazionale”. “Salvini è di parola”, aveva detto Di Maio (e anche Grillo) dopo l’elezione dei presidenti delle Camere e ben prima del governo. “Di Maio è l’alleato ideale, governeremo cinque anni”, aveva ripetuto Salvini. Anche se entrambi sapevano che la loro non è un’alleanza strategica, ma una convivenza obbligata dalla totale assenza di alternative. Ieri, all’improvviso, s’è scoperto che le cose non stanno così. Le due versioni opposte e inconciliabili sulla manina tecnica o manona politica che ha infilato nella manovra tre norme scandalose (depenalizzazione del riciclaggio e della frode, scudo fiscale per capitali all’estero, tetto di 100 mila euro annui moltiplicato per ogni imposta evasa) per trasformare il condonino in condonone, mandano in frantumi non tanto l’identità di vedute fra 5Stelle e Lega, che sulla sanatoria fiscale non c’è mai stata (i 5Stelle, se governassero da soli o con altri alleati, non la farebbero mai). Quanto su quel minimo sindacale di lealtà che è necessario per governare insieme.

Il procedimento legislativo italiano, non da oggi, è farraginoso ai limiti del demenziale, e se qualcuno vuole fregare qualcun altro ha mille spazi e occasioni per farlo. Fabrizio d’Esposito, a pag. 4, racconta tutte le volte in cui singoli ministri o interi governi finirono gabbati da norme sbucate dal nulla e rimaste figlie di padre ignoto. O di padre noto, come il decreto Biondi imposto nel ’94 da B. ai riottosi Bossi e Fini per salvare i tangentari (anche di casa sua) e i mafiosi. Un caso molto simile al condonone voluto dalla Lega e messo nero su bianco dai tecnici del Tesoro all’insaputa del M5S. Ma con una differenza fondamentale. Il 13 luglio ’94 il decreto Salvaladri fu discusso nei dettagli in Consiglio dei ministri, dove Maroni disse di aver chiesto al Guardasigilli Biondi se sarebbero stati scarcerati indagati di Tangentopoli e di averlo votato solo dinanzi alla sua risposta negativa. Poi, quando uscirono centinaia di tangentisti, se ne dissociò e, con Bossi e Fini, costrinse B. a ritirarlo. Il 15 ottobre 2018 il Cdm, iniziato alle 19,31 (con due ore di ritardo e con la fretta di dover chiudere tutto entro la mezzanotte), non doveva approvare un decreto di pochi articoli.

Ma l’intera manovra, una legge lunga chilometri. E i ministri l’hanno approvata senza tornare sui singoli dettagli tecnici, già concordati nei giorni precedenti in vari incontri politici fra gli sherpa, i ministri e i sottosegretari giallo-verdi, l’ultimo dei quali si era svolto dalle 15 alle 19 e aveva affrontato proprio i temi del condono. Lì i 5Stelle avevano ribadito la linea Maginot del contratto di governo: “pace fiscale” fino a 100 mila euro annui per chi ha dichiarato i suoi redditi ma non ha potuto pagare l’imposta negli anni della crisi; niente scudi fiscali, né sanatorie penali, né sforamenti della soglia. A quel punto i tecnici del Mef, incaricati di mettere in bella copia il contenuto dell’accordo politico, hanno prima prodotto un foglietto sintetico, poi una bozza “ufficiosa” che hanno girato all’ufficio legislativo del Quirinale per un’analisi preliminare. Ora i leghisti parlano di “testo approvato anche dai 5Stelle”, che non l’avrebbero letto (o capito) e Repubblica s’inventa che “Di Maio e i grillini non si sono accorti di aver firmato un condono”. La verità è che nessuno ha firmato niente e dal Cdm non è uscito alcun “testo” della manovra, a parte appunto foglietti volanti che dovevano recepire l’accordo politico stipulato nel vertice di 4 ore, in attesa della stesura definitiva dell’articolato. È qui che il condonino è diventato condonone, in cui i tecnici – non si sa se per fare un regalo alla Lega, o per fare uno sgambetto al M5S, o su input diretto di qualche ministro o sottosegretario leghista – hanno inserito le norme chieste dal Carroccio, bocciate dal M5S e infine cancellate con l’accordo verbale di entrambi gli alleati.
Chi ha giocato sporco fino a un attimo prima che la bozza giungesse al Quirinale, al momento non si sa. Si sa soltanto che Tria dava per scontato un condono “small” modello 5Stelle, altrimenti avrebbe previsto un gettito di miliardi, non di appena 180 milioni (compatibile solo col condonino). L’altroieri i tecnici del Colle hanno cassato la sanatoria penale e restituito la bozza corretta al governo. E quella provvidenziale cancellatura ha aperto gli occhi a Di Maio. Il quale, fidandosi degli alleati, era rimasto all’accordo politico di lunedì con la Lega, poi avallato da tutto il Cdm. Invece ha scoperto il raggiro, fortunatamente in tempo per rimediare: senza il veto quirinalizio, per come vanno le cose nell’iter legislativo all’italiana, a quest’ora il condonone poteva essere già stato firmato da Mattarella e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Per la gioia di grandi evasori, frodatori, riciclatori e mafiosi, e dei loro protettori politici. Che un tempo sedevano in FI e in qualche anfratto del centrosinistra, ma ora han trovato usbergo nella Lega pigliatutto. Quella Lega che, mandante o beneficiaria che sia della truffa, ora rivendica spudoratamente tutte le norme contestate, tradendo il contratto di governo, l’accordo politico di lunedì e persino le censure del Colle. Si spera che il premier Conte, a norma di contratto, cancelli le tre norme della vergogna. Se poi la Lega le preferirà alla sopravvivenza del governo e lo farà cadere, i cittadini onesti sapranno da che parte stare.

“Scrivo aforismi sui social network. Ma sempre senza offendere nessuno”

“Non ho mai rilasciato interviste, anche se c’è chi ha provato a far passare per tale una semplice conversazione. Credo che il mio compito sia quello di porre domande, non di dare risposte”. Vincenzo Mollica, più che volto, microfono storico dei servizi sulla cultura e gli spettacoli di Rai1, il suo ruolo lo interpreta con assoluta fedeltà da anni. Anche ora che si mette un po’ più in mostra su Instagram e Facebook con immagini, foto e ricordi, oltre a brevi frasi come richiede il mezzo.

Le stesse che da oggi si possono leggere in Scritto a mano pensato a piedi nella raccolta “aforismi per la vita di ogni giorno”.

Perché gli aforismi?

Perché mi sono sempre divertito a scriverli, mi piacciono molto quelli in rima perché ti regalano sorprese e ti permettono di fare una sintesi: mi ricordano il Corriere dei piccoli. Sono frasi che ho composto negli ultimi tre anni, da quando mi è diminuita molto la vista e scrivere e leggere è diventato molto complicato. Li metto su Internet e mi diverto a leggere i commenti.

Che tipo di commenti sono?

Tutti molto simpatici, anche perché i miei sono riflessioni, frammenti di racconti che avrei voluto scrivere.

Lei è famoso per essere l’ultimo degli ottimisti. Invece questi aforismi sono molto caustici.

Mah, sono dei miei pensieri anche di fatti raccolti durante la mia vita.

La notizia quindi è che Mollica ha pensieri negativi.

C’è solo una notizia: che penso e mi confronto con le cose che ‘la testa ti fa dire’ come direbbe Camilleri. Con l’arma dell’ironia. Non ho mai lanciato strali contro nessuno.

Ironicamente colpisce alcune categorie, come opinionisti tv e intellettuali.

Mi riferisco a tutti quelli che straparlano. Non mi sono mai piaciuti. Le vere persone colte sono quelle che si esprimono con semplicità ed efficacia. Quando le parole alzano una grande nebbia, significa che dietro c’è poco da dire.

Cito un aforisma: “Solo gli stolti si credono colti”.

È vero. Una delle persone più colte che ho conosciuto nella vita è stato Federico Fellini. Non ha mai ostentato le sue conoscenze, nonostante abbia rivoluzionato il cinema italiano.

Fellini è uno dei pochi nomi che cita in questo libro.

Fellini mi ha regalato la sua amicizia, ed è lui che mi ha insegnato tanto del mio lavoro anche perché era lui stesso un giornalista. Il suo più grande insegnamento è stato: ‘Ricordati Vincenzo che è la curiosità che mi fa svegliare la mattina’. Poi ho capito che è questo il senso del mio lavoro.

Poi c’è Alda Merini

La sentivo sempre, anche più volte al giorno. Lei mi ha regalato il privilegio di dettarmi le sue poesie, di farmi sentire l’emozione della nascita dei suoi versi. L’anno prossimo farò uno speciale su di lei. Ho registrato 13 cassette durante i nostri incontri. Ma dopo la morte di Alda non ho avuto il coraggio di rivederle. Quando l’ho fatto, ho capito che erano un grandissimo tesoro: lei era un fuoco d’artificio.

È Mina. L’ha più rivista da quando si è ritirata?

Sì, qualche anno fa. È la cantante che ho amato di più nella mia vita.

Ci svela qualcosa di quell’incontro?

Non ho l’abitudine di raccontare gli incontri privati.

Ecco. Sempre corretto. Fin troppo buono. Da questo suo tratto distintivo hanno coniato il “mollichismo”: parlare sempre bene di tutto e tutti.

Accetto la critica, ma non credo che sia una colpa. Mi piace il giornalismo che si fa racconto e in genere racconto le cose che mi appassionano e che mi piacciono, quindi perché dovrei parlarne male. E poi, ci vuole rispetto le persone che si ha la fortuna di incontrare. Mi occupo di ciò che mi piaceva fin da piccolo: cinema, teatro, libri e fumetti. Sono fortunato.