Comico, folle, genio. Tre aggettivi in ordine sparso come i tre personaggi affidatigli da Stanley Kubrick nel Dottor Stanamore: Peter Sellers era solo questo, ma in forma estrema. Paradossale fin dalla nascita, con l’aneddoto macabro legato al nome Peter, che era del fratello morto, ma così avevano preso a chiamarlo i genitori. Lui che all’anagrafe si chiamava Richard Henry divenne Peter prima in casa e poi nel mondo, che tale l’ha celebrato e continua a farlo. Per un uomo nato “resuscitando” un morto, l’unica fuga era ridere, o far ridere, e Sellers ha fatto morire dal ridere generazioni di spettatori.
L’aneddoto del nome è esemplare per raccontare “il protagonista e il protagonista e il protagonista” (come Kubrick lo definiva sul set di Stranamore) ed è lo spunto della nuova biografia a lui dedicata, In arte Peter Sellers, scritta da Andrea Ciaffaroni per Sagoma Editore. Il volume accompagna la retrospettiva che celebra il grande attore alla Festa del Cinema di Roma. Un omaggio costituito da 12 film da lui interpretati (fra questi due capolavori kubrickiani come Lolita e il Dottor Stranamore, lo straordinario Oltre il giardino di Al Ashby, il leggendario Hollywood Party e il primo delle Pantera rosa entrambi siglati da Blake Edwards) che si motiva quale atto d’amore per un attore/autore capace di creare nella sua vita “un continente con popolazioni di personaggi”.
Il territorio umano e artistico di Sellers appartiene al bigger than life, si sa, con un’aneddotica ovviamente ricchissima per i trent’anni della sua carriera (dal 1951 al 1980, anno della sua scomparsa), tra episodi noti e nascosti. Essere coinvolti da Peter Sellers tanto nel lavoro quanto nella vita privata implicava uno sconvolgimento dello status quo, nel bene o nel male. E questo detto per un britannico doc vale il doppio. Perché solo un suddito di Sua Maestà può comprendere cosa significava in piena II guerra mondiale (in cui Sellers si trovò a combattere) appiccicarsi i gradi sulla divisa e fingersi ufficiale per andare a bere con i graduati – imitandone la parlata che differiva di accento in base all’importanza nell’esercito, sintomo del noto classismo sociale British – prendendoli pure per i fondelli. Ma Richard Henry detto Peter già (soprav)viveva del suo umorismo viscerale, dei suoi travestimenti assoluti, dei suoi tic irresistibili.
E, come naturale contraltare, era incline a depressioni invalidanti. Come quando lasciava (o era lasciato) dalle sue numerose donne che lo adoravano perché da lui divertite, ma inconsapevoli delle crisi di impotenza (anche letterale…) da cui era tormentato. Pare che all’inizio del matrimonio con la seconda moglie, l’attrice svedese Britt Ekland, Sellers assunse così tanti stimolanti per raggiungere l’orgasmo da causargli otto infarti nell’arco di tre ore. Ma delle donne la maschera del mitico Ispettore Clouseau aveva un bisogno illimitato, fantasmi di una madre morbosa: così non si contano fra mogli, amanti o presunte tali fra cui, nel 1960, Sophia Loren, che sempre negò l’affair benché Sellers le si dichiarò davanti alla sua moglie di allora. Ed è il regista ungherese Peter Medak a ricordare nel suo documentario The Ghost of Peter Sellers quanto “costò” all’attore e al film che stavano girando insieme l’abbandono della giovane Liza Minnelli nel 1973: stavano insieme da un mese solamente ma abbastanza per devastarlo. Il suddetto film, peraltro, esonda di aneddotica sulla follia dell’attore nato nel 1925 nel sud est dell’Inghilterra: s’intitolava Ghost in the Noonday Sun ed era una pellicola avventurosa sui pirati targata Columbia Pictures.
L’allora giovane Medak non sapeva che il “privilegio” di avere il genio comico del momento si sarebbe tradotto in un esaurimento nervoso che lo segnò per la vita, tanto da farci 45 anni dopo un doc terapeutico. Sparizioni dal set, finte malattie, litigi con gli attori che costringevano il povero regista a girare scene separate benché sul copione comparissero insieme: tali e tanti furono i problemi che l’esito dell’opera fu disastroso e la Columbia la cancellò dal listino. E pensare che Kubrick – che sia in Lolita che Stanamore gli diede “carta bianca” – lo lodava quale “il più accanito lavoratore che conosca”.