Peter, genio sotto falso nome tra risate, orgasmi e infarti

Comico, folle, genio. Tre aggettivi in ordine sparso come i tre personaggi affidatigli da Stanley Kubrick nel Dottor Stanamore: Peter Sellers era solo questo, ma in forma estrema. Paradossale fin dalla nascita, con l’aneddoto macabro legato al nome Peter, che era del fratello morto, ma così avevano preso a chiamarlo i genitori. Lui che all’anagrafe si chiamava Richard Henry divenne Peter prima in casa e poi nel mondo, che tale l’ha celebrato e continua a farlo. Per un uomo nato “resuscitando” un morto, l’unica fuga era ridere, o far ridere, e Sellers ha fatto morire dal ridere generazioni di spettatori.

L’aneddoto del nome è esemplare per raccontare “il protagonista e il protagonista e il protagonista” (come Kubrick lo definiva sul set di Stranamore) ed è lo spunto della nuova biografia a lui dedicata, In arte Peter Sellers, scritta da Andrea Ciaffaroni per Sagoma Editore. Il volume accompagna la retrospettiva che celebra il grande attore alla Festa del Cinema di Roma. Un omaggio costituito da 12 film da lui interpretati (fra questi due capolavori kubrickiani come Lolita e il Dottor Stranamore, lo straordinario Oltre il giardino di Al Ashby, il leggendario Hollywood Party e il primo delle Pantera rosa entrambi siglati da Blake Edwards) che si motiva quale atto d’amore per un attore/autore capace di creare nella sua vita “un continente con popolazioni di personaggi”.

Il territorio umano e artistico di Sellers appartiene al bigger than life, si sa, con un’aneddotica ovviamente ricchissima per i trent’anni della sua carriera (dal 1951 al 1980, anno della sua scomparsa), tra episodi noti e nascosti. Essere coinvolti da Peter Sellers tanto nel lavoro quanto nella vita privata implicava uno sconvolgimento dello status quo, nel bene o nel male. E questo detto per un britannico doc vale il doppio. Perché solo un suddito di Sua Maestà può comprendere cosa significava in piena II guerra mondiale (in cui Sellers si trovò a combattere) appiccicarsi i gradi sulla divisa e fingersi ufficiale per andare a bere con i graduati – imitandone la parlata che differiva di accento in base all’importanza nell’esercito, sintomo del noto classismo sociale British – prendendoli pure per i fondelli. Ma Richard Henry detto Peter già (soprav)viveva del suo umorismo viscerale, dei suoi travestimenti assoluti, dei suoi tic irresistibili.

E, come naturale contraltare, era incline a depressioni invalidanti. Come quando lasciava (o era lasciato) dalle sue numerose donne che lo adoravano perché da lui divertite, ma inconsapevoli delle crisi di impotenza (anche letterale…) da cui era tormentato. Pare che all’inizio del matrimonio con la seconda moglie, l’attrice svedese Britt Ekland, Sellers assunse così tanti stimolanti per raggiungere l’orgasmo da causargli otto infarti nell’arco di tre ore. Ma delle donne la maschera del mitico Ispettore Clouseau aveva un bisogno illimitato, fantasmi di una madre morbosa: così non si contano fra mogli, amanti o presunte tali fra cui, nel 1960, Sophia Loren, che sempre negò l’affair benché Sellers le si dichiarò davanti alla sua moglie di allora. Ed è il regista ungherese Peter Medak a ricordare nel suo documentario The Ghost of Peter Sellers quanto “costò” all’attore e al film che stavano girando insieme l’abbandono della giovane Liza Minnelli nel 1973: stavano insieme da un mese solamente ma abbastanza per devastarlo. Il suddetto film, peraltro, esonda di aneddotica sulla follia dell’attore nato nel 1925 nel sud est dell’Inghilterra: s’intitolava Ghost in the Noonday Sun ed era una pellicola avventurosa sui pirati targata Columbia Pictures.

L’allora giovane Medak non sapeva che il “privilegio” di avere il genio comico del momento si sarebbe tradotto in un esaurimento nervoso che lo segnò per la vita, tanto da farci 45 anni dopo un doc terapeutico. Sparizioni dal set, finte malattie, litigi con gli attori che costringevano il povero regista a girare scene separate benché sul copione comparissero insieme: tali e tanti furono i problemi che l’esito dell’opera fu disastroso e la Columbia la cancellò dal listino. E pensare che Kubrick – che sia in Lolita che Stanamore gli diede “carta bianca” – lo lodava quale “il più accanito lavoratore che conosca”.

A lezione con Scorsese. Notti magiche con Virzì

Si parte oggi, per la tredicesima volta, con la speranza di tenere fede all’intestazione, peraltro storicamente ballerina: Festa del Cinema. Al timone c’è Antonio Monda, l’uomo dei due mondi, Roma e New York: scrittore e amico di scrittori illustri, professore di cinema alla Nyu, democristiano con licenza di incazzarsi, domani compie 56 anni. I prossimi due lo vedranno ancora al timone capitolino, e poi? Nei sogni si vorrebbe alla guida del coetaneo New York Film Festival, nella realtà prenota la successione ad Alberto Barbera, che scade alla Mostra di Venezia proprio tra due anni: la Festa (+ 8% di biglietti in prevendita sul 2017) per ipoteca, e quella che inaugura non è la peggiore ultima scorsa. Anche perché, pur tra mille veleni, frustrazioni e rivalità, Roma prova finalmente a fare sistema: la Festa, giustapposta dalla sempreverde Alice nella Città per i più giovani; il Mia, il mercato dell’audiovisivo che ha aperto ieri; la novità Videocittà, il Fuorisalone de’ noantri ideato e promosso da Francesco Rutelli.

Festa del Cinema

In programma fino al 28 ottobre, apre con 7 sconosciuti a El Royale, una sorta di The Hateful Eight, solo che al posto di Tarantino in regia c’è Drew Goddard, che calcherà il red carpet con Cailee Spaeny: nel cast corale Jeff Bridges, Chris Hemsworth e Jon Hamm, avremmo dovuto vedere in carne e ossa almeno Dakota Johnson (50 sfumature, Suspiria), che però ha dato forfait. In assenza – o quasi: Millenium: Quello che non uccide, con Claire Foy per Lisbeth Salander; Mia e il leone bianco – di prime mondiali, che non sono importanti per lo ius primae noctis bensì per avere i talent al seguito, le star di Roma XIII sono con soddisfazione di Monda libere dalla promozione, ovvero vengono senza film: Martin Scorsese, Cate Blanchett (Il mistero della casa del treno di Eli Roth, da lei interpretato, è arrivato dopo), Isabelle Huppert, lo scrittore Jonathan Safran Foer, Sigourney Weaver, il direttore di Cannes Thierry Fremaux, e tra gli italiani Giuseppe Tornatore e Fabio Rovazzi. Tutti incontrano il pubblico, ed è il pezzo forte. Più non dimandare? No, c’è Michael Moore che porta il l’anti-trumpiano Fahrenheit 11/9; Barry Jenkins, quello di Moonlight, con If Beale Street Could Talk; il remake di Halloween; They Shall Not Grow Old di Peter Jackson, che ridà voce e colore al repertorio della Prima Guerra Mondiale; Corleone, la mafia vista dalla Francia; Stan & Ollie, ovvero Stanlio e Ollio. E gli italiani? Paolo Virzì chiude con Notti magiche, Giovanni Zoppeddu video-scrive un Diario di tonnara, e il più atteso: Il vizio della speranza di Edoardo De Angelis, scartato da Venezia, passato a Toronto e tematicamente – leggi aborto – ultrasensibile. Spazio, poi, ai grandi della settima arte: i doc “Sono Gassman!” Vittorio re della commedia di Fabrizio Corallo e Flavioh Tributo a Flavio Bucci di Riccardo Zinna, nonché le retrospettive di Peter Sellers e Maurice Pialat.

Alice nella Città

L’adattamento Rémi, le sempiterne Winx, la regia di Francesco Mandelli Bene ma non benissimo, il controversoCapernaum di Nadine Labaki, e il doc Ora è qui di Giorgio Horn, sulla realtà degli oratori. Ma anche la masterclass del regista russo Andrei Konchalovsky, i rendez-vous con i nostri cervelli in fuga, ovvero il prossimo direttore della Berlinale Carlo Chatrian e quello di Annecy Francesco Giai Via.

Mia

Più di 125 proiezioni di mercato, 400 buyer, titoli da scoprire – Se ti abbraccio non aver paura di Gabriele Salvatores, Freaks Out di Gabriele Mainetti e le serie Il nome della rosa e Diavoli – e un problema da risolvere: lo stallo del tax credit.

Videocittà

Oltre 114 eventi; 45 masterclass; 13 premi Oscar: i compositori Ennio Morricone e Allah Rakha Rahman alla Sapienza, Dante Ferretti, Pierre Bismuth, Gabrielle Pescucci; due colossei, il Quadrato con il videomapping di Laszlo Bordos e l’Anfiteatro Flavio per un drive-in icastico; un Paese ospite, l’India. Obiettivo: portare in primo piano le maestranze, ossia l’anima invisibile dell’audiovisivo, ci sarà gloria per gli youtuber, da Maccio Capatonda ai The Pills, per la moda (Bulgari, Fendi, Gucci) e per gli studenti dell’Istituto Rossellini, che documenteranno la manifestazione (19 – 28 ottobre) sotto la supervisione di Pappi Corsicato. Al Foro Romano, ghiotto, le Vedute della Capitale di fine Ottocento, girate da due operatori d’eccezione: i fratelli Lumière.

Il caso “Garofoli”: politica, tecnica e l’equivoco democratico

Era il 2011 quando Guido Crosetto disse in tv l’indicibile: “Sapete chi comanda nei ministeri? Chi credete che scriva le finanziarie di Tremonti?”. Le risposte erano: i burocrati e Vincenzo Fortunato, che all’epoca era capo di gabinetto al Tesoro, ruolo oggi appannaggio di Roberto Garofoli, magistrato del Consiglio di Stato assai caro, per così dire, a chi fa concorsi in diritto amministrativo, già al ministero con Padoan e a Palazzo Chigi con Letta. Garofoli e altri tecnici assurgono ora agli onori delle cronache per articoli e commi che spuntano nei testi di legge senza che nessuno, cioè nessun politico, li abbia chiesti. A fronte delle polemiche che fatalmente ne nascono (i “dante causa” politici da giugno sono assai diversi) la reazione è la chiusura a riccio: Tria, ad esempio, martedì sera ha difeso Garofoli con una nota un po’ reticente, un po’ scorretta (l’ultima puntata è a pagina 2). E dunque chi comanda nei ministeri? Non è una domanda oziosa perché è pacifico secondo legge e buon senso che debbano farlo i vertici politici, eppure non solo questo non accade (almeno non del tutto), ma circola ormai nella fu opinione pubblica democratica l’idea che il tecnico sia comunque nel giusto perché il bene è, appunto, un fatto tecnico. Pensiero assai pericoloso visto che non c’è decisione politica che non prefiguri vincitori e vinti, che non premi alcuni interessi e ne penalizzi altri: se non lo fa una politica legittimata dal consenso, gli obiettivi li sceglie la tecnica, equivoco burattino di un potere anti-costituzionale assurto, per paradosso, a eroe d’opposizione.

Ora la Lega scopre il modello Sicilia

Ma il patrimonio culturale è davvero così importante per gli italiani come continuiamo a ripetere facendoci mutuamente l’incantesimo, cantando giaculatorie sempre identiche senza pensare, verificare, capire?

Guardiamo da vicino un esempio, e non da poco: la storia di due città e due regioni, un braccio di mare, le furberie e i trucchi verbali della politica, un passato che ci pesa e il futuro che ci attende, non solo in quelle due città ma nell’intero Paese. Andiamo per gradi: c’è una città italiana duramente colpita dal terremoto, che ha dovuto aspettare più di cent’anni per aprire il proprio museo. E sì che in quel museo ci sono, per non dir altro, due Caravaggio. Messina fu distrutta dal terremoto del 28 dicembre 1908, il più grave della storia italiana (oltre 100.000 morti). Progettato sin dal 1912, il museo messinese ha dovuto aspettare il 1985 per la posa della prima pietra, ed è stato aperto il 9 dicembre 2016. Un vero record di lentezza per collezioni mirabili, che includono resti sensazionali della Sicilia araba, ma anche testimonianze della cultura figurativa messinese, a lungo la più alta della Sicilia: basti evocare Antonello, il più europeo dei pittori italiani del Quattrocento. Questo in una città dotata di un’antica università (fondata nel 1548), ma in gravissima crisi economica e occupazionale.

In questa crisi come nel terremoto, Messina è sorella di Reggio Calabria, sull’altra sponda dello Stretto. Da sempre le due città conducono vite intrecciate, entrambe colonie greche fondate dai Calcidesi nell’VIII secolo a.C., entrambe distrutte 110 anni fa dallo stesso terremoto. Una convivenza geograficamente e culturalmente ideale per dar vita e sostanza alla nozione di “città metropolitana”, invenzione lessicale che grazie alla cattiva riforma costituzionale di centro-sinistra del 2001 si è insediata negli articoli 114, 117 e 118 della Costituzione. Niente da fare: nel fallito tentativo di abolizione delle province firmato Renzi-Delrio, “città metropolitana” è diventato sinonimo di provincia, senza che assolutamente nulla cambi nell’amministrazione o pianificazione del territorio. Intanto il complesso Messina-Reggio, che potrebbe essere la sola città metropolitana italiana foriera di un vero cambiamento, esiste nella realtà e nella vita ma non nascerà mai nel distorto mondo della politica e della sua sorella gemella, la burocrazia. E non solo per via dello Stretto (la grande Istanbul ingloba il Bosforo e si stende su due continenti), ma perché la Calabria è regione a statuto ordinario, la Sicilia a statuto speciale, con una divaricazione di norme e pratiche che si allarga ogni anno. Quanto ai beni culturali, la Sicilia è l’unica regione italiana ad aver ottenuto la piena secessione dal Paese, con due decreti del 30 agosto 1975 (D.P.R. 635 e 637) emanati, paradossalmente, a pochi mesi di distanza dall’istituzione del ministero dei Beni Culturali (29 gennaio 1975). Pochi italiani lo sanno, ma da allora il Ministero dei Beni Culturali nulla può in Sicilia, dove l’assessore regionale ha tutti i poteri del ministro. Anche le amministrazioni sono separate: un archeologo che lavora a Messina non può essere trasferito a Reggio, e viceversa, come se lo Stretto fosse una frontiera.

Vi sono ottimi argomenti per sostenere che questa secessione della Sicilia dal resto d’Italia sia anticostituzionale, in quanto viola la piena unità del patrimonio e del paesaggio italiano fissata dall’art. 9 della Costituzione, ma nessun governo finora, per meschini calcoli elettoralistici, ha mai osato proporre la questione alla Corte Costituzionale. Che cosa farà in merito l’attuale governo “del cambiamento”? Avanziamo una profezia: non farà nulla di nulla, seguendo le orme di tutti gli altri governi. Anzi farà qualcos’altro: avvierà (se ne sentono già gli indizi, i prodromi, le trombe di guerra, l’odore di zolfo) l’ulteriore secessione benculturalista di altre regioni, come Lombardia e Veneto, che rivendicheranno un’autonomia vicina o identica a quella della Sicilia. Le altre regioni seguiranno, facendo l’Italia a fette come già accade per la sanità. Segnaliamo un significativo precedente: la pessima riforma Franceschini del ministero dei Beni Culturali non ha fatto che copiare il modello attuato in Sicilia qualche decennio prima (con pessimi risultati) istituendo le cosiddette “soprintendenze olistiche”, che sommano archeologia, paesaggio, belle arti eccetera: gettando fumo negli occhi ma togliendo valore e funzionalità alle competenze specifiche.

Naturalmente a nessuno fra i collaboratori di Franceschini venne allora in mente di studiare le conseguenze di un tal “olismo” in Sicilia prima di trapiantare l’identico modello nel resto d’Italia. Come a nessuno viene mai in mente di alzare il coperchio della pentola per vedere se quel che bolle nell’autonomia siciliana è conforme a Costituzione o no. Oggi poi di Costituzione si può parlare solo sottovoce, come in una cospirazione. Oggi siamo tutti (compresi i ministri in carica) col fiato sospeso in attesa della forma finale della legge di bilancio e dei possibili tagli che comporterà sul fronte cultura, scuola, università, ricerca. Ma domani, tagli o non tagli, questi nodi verranno al pettine. Vedremo allora che cosa, nei Beni Culturali, s’intende per “governo del cambiamento”. Se davvero vi saranno, come con le migliori intenzioni del mondo ha annunciato il ministro Bonisoli, 6000 nuove assunzioni, o la consueta paralisi. Se si porrà rimedio alle frettolose devoluzioni del passato, o si avvieranno cinicamente, incistandole sulle manovre democristiane di ieri, le devoluzioni leghiste del futuro.

La Milano vincente di Sala in cui avanza la marea leghista

Caro Sala, mi piaci ma non ti voto. Così dicono i milanesi: il “modello Milano” si sta trasformando nel “paradosso Milano”. Il problema non è Forza Italia che vuole dare l’Ambrogino d’oro – il premio civico concesso ai cittadini eccellenti – a Chiara Ferragni. No, a indicare le stranezze dell’opinione pubblica nella città più cool d’Italia sono i sondaggi, a cui non crediamo molto, ma che alla fine indicano una tendenza. Le ultime rilevazioni sono molto positive per il sindaco Giuseppe Sala e per la sua amministrazione. Soddisfatto o molto soddisfatto della giunta il 64 per cento dei cittadini. Del sindaco, il 60 per cento. Della città, addirittura l’81 per cento dei milanesi, contenti o molto contenti della qualità della vita. Il 37 per cento ritiene che Milano negli ultimi anni sia migliorata, il 15 pensa che sia rimasta come prima, ma ne dà comunque un giudizio positivo. Valutazioni trasversali, che sembrano in larga parte prescindere dagli schieramenti politici. A dare un giudizio buono della vita in città è il 91 per cento degli elettori del Movimento 5 stelle, di solito dipinti come apocalittici impenitenti, ma anche il 58 per cento dei leghisti. Perfino il sì a sindaco e amministrazione arriva in buone percentuali dai leghisti (36 e 42 per cento) e dai cinquestelle (61 e 71 per cento).

Il paradosso esplode quando i milanesi confidano le loro intenzioni di voto. Sono contenti della città, del sindaco e della sua amministrazione, ma poi non vogliono più votare né Sala né Pd. La Lega di Matteo Salvini, che a Milano è stato consigliere comunale, raddoppia i consensi, dal 17 per cento raccolto a marzo, al 32,1 di oggi. Con un calo di Forza Italia dal 15 al 10 – malgrado proposte come quella di dare la medaglia civica alla influencer Ferragni – che però non impedisce al centrodestra unito di stravincere le fantaelezioni dei sondaggisti, con un 45 per cento che supera di 10 punti il 35 per cento del centrosinistra (eventualmente) unito. Male a Milano anche il M5s, che perderebbe 2 punti passando dal 18,2 al 16,2. Il “villaggio di Asterix” in cui il Pd si è con qualche compiacimento asserragliato sta per essere espugnato dalle legioni di Salvini che premono alle porte della città.

Il “paradosso Milano” è in parte spiegato dalle cifre che segnalano il disagio dei cittadini nelle periferie e soprattutto nelle zone semicentrali. Chi sta in centro è felice. Dichiara di ritenere la città migliorata (45 per cento). Nelle periferie la percentuale cala al 38. Ma – attenzione! – è nelle zone intermedie che si rileva la maggiore insoddisfazione: il 40 per cento di chi abita il grande anello dei quartieri che non sono più centro ma neppure periferia dice di ritenere peggiorata la vita. È questa la Milano sottovalutata, inascoltata, dimenticata, il grande corpo della città che non ha più voce né rappresentanza politica.

Sala e il Pd hanno cavalcato finora la narrazione della metropoli europea ed efficiente benedetta dalla sorte e dalle magnifiche sorti e progressive di Expo. Sala poi fa di tutto per differenziarsi dal Pd (e soprattutto da Matteo Renzi ormai giudicato perdente) per giocare un ruolo autonomo, sopra le parti, che gli permetta di mantenere quel consenso che ormai il Pd ha perso. La verità è che Milano è in ascesa, in controtendenza rispetto al Paese, grazie a imprese e iniziative private che poco hanno a che fare con la pubblica amministrazione e a progetti seminati nei decenni precedenti la sua elezione. Sala raccoglie i frutti del lavoro dei suoi predecessori e dello storytelling della città vincente, bella, ricca e di successo, mentre intanto la marea leghista sale, a Milano come nel resto d’Italia.

 

E ora rendete costituzionale il condono

Il fisco del governo gialloverde dopo avere manifestato il verde proposito di fare la pace con i contribuenti infedeli, si prepara a passare dal proposito all’atto. Fare la pace con gli evasori, che siano tali per impossibilità temporanea o per vocazione, è una vecchia aspirazione dei governi del Belpaese, anche prima di quest’ultimo. I condoni sono sempre stati all’ordine del giorno vuoi dei governi di centrodestra che di quelli del sedicente centrosinistra. La pratica dei condoni è figlia della benevolenza manifesta per gli evasori, in particolare per quelli di grosso calibro. Verosimilmente la ragione di tale benevolenza deriva dal fatto che la lobby di coloro che considerano le tasse un insopportabile abuso ha una forte influenza sui governi o addirittura ne fa autorevolmente parte. Il leitmotiv della loro ideologia denuncia l’eccesso del carico fiscale che sarebbe la ragione dell’evasione e/o dell’elusione. Peccato che anche per i contribuenti fedeli le tasse sono gravose, solo che essi pur lamentandosi le pagano tenendo in piedi il sistema paese. Cosicché mentre il governo fa il beau geste di fare la pace con gli evasori – rimangono memorabili gli annunci del tipo: “il fisco fa la pace con Pavarotti…il fisco fa la pace con Valentino Rossi”! – contestualmente muove guerra ai contribuenti onesti che rimangono mazziati e cornuti. Ora, rebus sic stantibus, non potendo cambiare lo stato delle cose, non resta che iscrivere il condono nella Costituzione rendendolo indiscutibilmente democratico ed uguale per tutti i cittadini. Come? Ecco la proposta: il contribuente che doveva pagare all’erario 100 e non ha pagato accederà al condono versando, a rate, il 25% del dovuto. Il contribuente che doveva pagare 100 e li ha pagati in una soluzione, accedendo al condono si vedrà rimborsato, illico et immediate, il 75% di quanto versato. E così sarà rispettato il principio dell’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge.

Il Calenda selvaggio e l’elettore perduto

Achiunque negli ultimi giorni ci abbia beccato a leggere Orizzonti selvaggi, il nuovo libro di Carlo Calenda appena uscito per Feltrinelli, abbiamo giurato: “Non è come pensi. È per lavoro”. Questo perché crediamo vi sia un pregiudizio diffuso circa l’ex ministro, identificato con i poteri forti e invece uomo profondamente mutato.

L’avvio del libro è brutale: la democrazia è a rischio perché la gente non vota più i partiti progressisti tradizionali. Che fare? Tanto per cominciare, una bella lavata di capo a tutti i capi e capetti della asserita sinistra, i quali – mentre Calenda militava in Confindustria e alla Ferrari – si trastullavano con le terzie vie, il blairismo e il clintonismo, elogiando la globalizzazione. Anche Calenda era un sì-global (“Personalmente, considero il disegno del progetto egemonico dell’Occidente ambizioso e affascinante… ne sono stato un grande sostenitore”), ma almeno, non avvertendo l’imbarazzo di rappresentare le élite fingendo di averle in antipatia, lui ci ha risparmiato il finto tormento di stringere la mano e pretendere il voto di quelli che con l’altra mano stava impoverendo. Quando lui entrava in Italia Futura con Montezemolo, per dire, e poi in Scelta Civica con Monti (guizzando dall’impresa alla politica come il surfista in copertina), non gliene poteva fregare di meno di quel che oggi gli toglie il sonno, e cioè che “globalizzazione, innovazione tecnologica e politiche economiche liberiste hanno determinato un aumento senza precedenti delle diseguaglianze”. Ora non può più vivere con questo peso e così, non avendo il fisico del black bloc, si è iscritto al Pd.

Fin qui Renzi non compare (non gli si può certo imputare il declino dell’Occidente, essendone egli semmai un effetto) ma il Calenda socio-psicologo ne disegna in controluce la figura in questo passaggio: “Un governo che ottiene risultati ma appare sconnesso dalle paure dei cittadini è destinato a perdere. Viceversa un governo manifestamente incapace composto da persone in cui i cittadini si identificano ha comunque una forte capacità di mantenimento del consenso”. Capito? Se il mondo fosse razionale, il Pd avrebbe vinto (Renzi ha avuto l’ambizione di “fare cose grandi e importanti per il paese”, di ridargli “forza e dignità internazionale”, di “rimotivarlo”); ma il popolo si è fatto abbindolare da degli incapaci. Ma certo, “il meccanismo psicologico è evidente: se ho scelto una persona che in qualche modo mi somiglia, è più difficile ammetterne l’insuccesso e più semplice ritenerlo vittima di oscuri complotti delle élite o di condizioni di contesto proibitive”. Per questo il Pd “è stato punito dagli elettori, nonostante i risultati economici oggettivamente positivi” dei suoi governi. Adesso serve una bella opera di “educazione”, e il voto tornerà magicamente al Pd. (Calenda non è mai sfiorato dal dubbio che il Pd non poteva sconnettersi da quelle paure per il semplice motivo che le ha ingenerate o peggiorate proprio il Pd).

La lucidità sul “meccanismo psicologico” non impedisce all’autore di contraddirsi serenamente a pagina 131: “Le classi dirigenti liberaldemocratiche sono state bocciate non perché le persone sono ‘ignoranti’ ma perché i risultati oggettivi delle politiche di questi ultimi trent’anni sono deludenti”, fermo restando che “personalmente considero i governi Renzi e Gentiloni tra i migliori della storia italiana in quanto a risultati raggiunti”.

Non se ne esce: o gli italiani hanno scelto degli incapaci, con cui si identificano, o incapaci si sono rivelati quelli che c’erano prima, tra cui Calenda, che sono stati puniti. Ma queste sono facezie, per uno la cui caratura intellettuale è decisamente superiore a quella dell’autore di Avanti e Tra De Gasperi e gli U2 (il che ovviamente costituisce un’aggravante). Tuttavia, come orizzonte selvaggio poteva bastare l’agnizione che Calenda ha avuto giorni fa su Twitter (dove i politici dicono quel che pensano veramente ma lo chiamano gaffe), così sintetizzabile: abbiamo perso perché non abbiamo dato alla gente abbastanza istruzione per capire quanto fossimo bravi.

Mail box

 

Vitalizi, l’ennesima occasione persa dal Partito democratico

Il Senato vota l’eliminazione dei vitalizi e il Partito Democratico cosa fa? Esce dall’aula, come quelli di Forza Italia, noti paladini della libertà (loro) di esser dei privilegiati, alla faccia del resto dei cittadini. Direi che questo Pd è bravissimo a tagliarsi gli attributi per far dispetto alla moglie. Invece è ora che la finisca di prender posizioni a priori, solo perché non è il Pd a farlo. È ora che cominci a pensare al dialogo con la parte migliore (migliore, non buona in sé) di questo governo, cioè il Movimento Cinque Stelle, che altrimenti gli sottrarrà l’elettorato. Alle votazioni del 4 marzo anch’io ho votato 5 Stelle. Avrei dovuto votare per il Pd, un partito che, con il cosiddetto Jobs Act, ha peggiorato le condizioni dei lavoratori? Che frequenta più banchieri e imprenditori di quanto frequenti lavoratori, pensionati e precari? Avrei dovuto votare per LeU, per Possibile, per MdP, per Potere al Popolo e trovarmi a sostenere un partito da 2%, 3% e poi magari assistere ad un nuovo patto Pd/Forza Italia? No, ne ho abbastanza e non credo di esser l’unico.

Paride Antoniazzi

 

Salvini e la vecchia cambiale “un giorno prenderò i voti”

Salvini dice: “Addio vecchio sistema”. Vero! Ma Salvini non è il nuovo che avanza, è il vecchissimo che ritorna. Ricordo negli anni ’60 era diffusissima la “cambiale pagherò”. Chi non aveva soldi poteva comprare a credito firmandone una, che avrebbe onorato alla scadenza. Salvini sta comandando nella politica senza avere i voti. È come se avesse firmato una “cambiale prenderò i voti”. E se non li prende i voti? Salvini è il vecchissimo che ritorna!

Lettera firmata

 

Abolizione del numero chiuso: una scelta di sinistra

Non si può negare, se si è obiettivi, che l’attuale governo (in genere con provvedimenti o esternazioni a provenienza Movimento 5stelle) stia assumendo anche provvedimenti positivi e utili. Molti di questi in realtà avrebbero dovuto essere assunti da una sinistra rispettabile e degna di tale nome. Es. il numero chiuso alla facoltà di Medicina e Chirurgia che è, e lo dico da anni, inaccettabile e assolutamente immotivato, pretestuose e false le varie giustificazioni, nonché dannoso avendo creato il fenomeno del numero insufficiente di medici laureati e abilitati. Oltre al danno creato e che sta peggiorando sempre più vi è, nel numero chiuso, la negazione del diritto allo studio per tutti. L’impossibilità di accesso alla facoltà prescelta crea infatti nei giovani ansie, frustrazioni, senso di inadeguatezza, ecc. È l’esame di maturità, e solo quello, che dovrebbe abilitare all’accesso all’università. Troppi iscritti? Bene, facciamo in modo che vi siano più corsi nelle varie materie. Del resto dovremmo ricordare che l’università non è gratuita e l’iscrizione costa parecchio. L’accesso alle università deve essere, per il rispetto dei diritti di tutti, liberalizzato, contrariamente a quanto fatto dai precedenti governi che hanno cancellato il diritto allo studio a migliaia di giovani facendoci tornare al Medioevo col numero chiuso. Martina, quindi, anziché continuare ad attaccare l’attuale governo farebbe meglio ad iniziare e a far iniziare un percorso di autocritica mai cominciato all’interno del Pd su tutto ciò che, pur essendo al governo, non è stato fatto o su tutto ciò di dannoso che è stato fatto.

Albarosa Raimondi

 

Sisma a San Ginesio, comunità bloccata dalla burocrazia

San Ginesio, provincia di Macerata, è uno dei luoghi colpiti dal terremoto di due anni or sono. Non ci furono vittime, ma danni tanti. Ancora oggi parte degli edifici è inabitabile, molte famiglie vivono altrove, numerosi esercizi commerciali hanno dovuto chiudere i battenti. Il rischio è che, a poco a poco, chi può sistemarsi altrove se ne vada. Che la rassegnazione prenda il posto della resistenza. Eppure, abbiamo visto individui, famiglie, associazioni, enti pubblici reagire fin dai primi giorni e li abbiamo ammirati. Il sindaco, l’assessore, l’impiegata del Comune; il parrucchiere, i pizzaioli, i proprietari del bar e le donne della trattoria; i sacerdoti, gli insegnanti, i negozianti. Ognuno ha fatto la sua parte in attesa, si diceva, di ripartire. Per ripartire si è progettato un Polo Scolastico dentro le mura medievali; consentire alle famiglie di rimanere e richiamare studenti dal territorio. È stato fatto il necessario in tempi brevi, si sono appaltati i lavori. Poi tutto s’è fermato. Un parere negato ipoteca il futuro di una comunità. I cittadini si sono riuniti in un Comitato, vincendo l’amarezza col coraggio. Vorremmo che se ne parlasse, perché non se ne parla?!

Paolo e Monica

Cultura. Un passo avanti nella manovra: le 4000 assunzioni per il patrimonio

Facciamo, in questi giorni, un gran parlare delle “grandi manovre” di questo governo per i temi, non argomentati, e tra i più disparati. Flat tax, reddito di cittadinanza, acquisti responsabili, centri per l’impiego, spesa per gli investimenti, spread. La cosa che più stupisce, è che nessuna voce o parola o riflessione è stata prodotta su un tema, la cultura, e sembrerebbe che nessuno se ne sia accorto né stupito. Non per una mera dimenticanza o per la priorità degli affari più urgenti, ma proprio perché la parola cultura è sparita dal vocabolario dei nostri governanti. Non si tratta di stare da una parte o dall’altra, ma nel tentare di capire in quale momento storico viviamo. Sembrerebbe che questi anni in cui ci hanno ripetuto che si può vivere senza cultura, che la stessa non esiste più come categoria tematica e che comunque positiva o no con essa “non si mangia”, ci abbiano convinto a crederlo un po’ e forse anche a causa di quella visione elitaria della cultura che agli intellettuali è piaciuto trasmettere negli anni. È proprio per questo che oggi, addirittura non ne parlano neanche più (tranne un paragrafo di maniera a pagina 108 del Mef) . La Cultura non esiste più. È per questo che in una manovra da 35-40 miliardi nulla viene stanziato e neanche promesso per la proposizione di misure concrete a sostegno dello sviluppo della vecchia e inutile cultura. La stessa che non era tra le proposte elettorali, né presente nel contratto di governo, né in un bel proprio niente.

Lo Stato deve avere il ruolo di garante di questa consapevolezza, non d’altro, poiché lo stato non può fare arte o valutare l’arte, lo Stato è burocrazia e tale deve rimanere ma suo è il compito di garantire un terreno fertile per una cultura autonoma. Così come dovrebbe garantire gli scambi economici tra le persone, vorrei che garantisse anche gli scambi umani.

Alessandro Polidoro

 

Gentile Alessandro, lei ha in parte ragione: la cultura brilla per assenza nel discorso pubblico di questo governo. Meno male, viene da dire: vista la caricatura dell’identità nazionale che la Lega scambia per cultura, e visti gli abissi vertiginosi di ignoranza che le esternazioni dei pentastellati rivelano. Per certi versi sembra di essere tornati alla totale indifferenza per la cultura degli anni del berlusconismo trionfante: un effetto in parte indotto dalla parentesi renziana, che (sulle orme di Veltroni) ha parlato continuamente di cultura, però nei fatti massacrandola. Dalla bieca strumentalizzazione siamo così passati al menefreghismo. C’è però, proprio nel Def a cui lei si riferisce, una novità importante, anzi vitale. Ci sono i soldi per le oltre 4000 assunzioni nei Beni Culturali che il ministro Alberto Bonisoli aveva promesso. Per la verità ne aveva promesse di più: e cioè le 7500 che sarebbero necessarie per raggiungere finalmente la soglia di sopravvivenza del patrimonio culturale. Ma sono comunque oltre quattro volte le assunzioni che il pompatissimo Dario Franceschini è riuscito a portare a casa in quattro anni. È un risultato importante: per le “cose” da tutelare, e perché si dà un segnale di speranza ad una generazione preparatissima, ma pronta a emigrare per disperazione. Per il resto, il Def del “governo del cambiamento” sulla cultura non cambia nulla: e le mille emergenze del patrimonio (cominciando dalle biblioteche, presidio di democrazia completamente abbandonato) rimangono tali.
Tomaso Montanari

Sergey, l’oligarca che viene dalla vodka

Tutti i fiumi di vodka che bevono i russi lui li ha trasformati in oceani di rubli. È il re dell’alkogol, l’alcol, che l’ha reso il nuovo oligarca di Mosca. Se le file dei multimiliardari russi si sono ingrossate sfruttando giacimenti di gas e petrolio, Sergey Studennikov ha attinto ad un altrettanto inesauribile serbatoio di cui è ricco il suo paese: l’amore per birra, vodka, cognac. Lo conferma “Bloomberg”: naviga su vino, oro e 950 milioni di dollari. Nel sistema solare del Cremlino Studennikov è il pianeta più lontano dal sole Putin e tutto quello che ha lo deve all’alcol e alla costanza di chi la beve. Orgoglioso riporto grigio che esalta la calvizie, pettorali sporgenti, abiti poco sobri, Studennikov è nato 51 anni fa in una famiglia povera nel poverissimo villaggio di Levokumsky. È in quei lontani Urali, a Cheliabinsk, che apre il suo primo negozio e capisce che con il suo popolo è in sintonia alcolica. Alla fine degli anni ‘80 distribuisce birra e tabacco in magazzini e chioschi che oggi mantengono la stessa caratteristica di allora: l’alcol lo paghi sempre meno che in qualsiasi altro posto.

Nel 2006 apre il primo Krasnoe&beloe, “rosso e bianco” e comincia la sua maratona commerciale: nel 2017 i suoi “magazin” sono 6700 in 54 regioni russe. “Apriamo 6 negozi al giorno” ha dichiarato il tycoon. L’anno scorso le vendite dei Krasnoe&beloe sono aumentate vertiginosamente e continueranno a crescere del 40% nel 2018, nel 2021 Studennikov sarà il proprietario della terza catena più diffusa nella Federazione. Dietro casse e banconi un esercito di 100mila dipendenti guadagna 25mila rubli al mese, circa 300 euro. Sugli scaffali dei suoi negozi minuscoli, mai più di 80 metri quadri e arredamento retro soviet, ci sono bottiglie di 800 marchi, conosciuti ma soprattutto sconosciuti. Il segreto del successo è in bella mostra sulle etichette: tutto costa meno che altrove. Pregiudizi, ma anche statistiche. Prigionieri di uno stereotipo che li vuole etilisti da Pietro il Grande fino a Elsin, i russi bevono l’80% in più del resto del mondo, una piaga sociale che il presidente Putin ha cercato di invertire, mostrandosi al popolo mentre registra messaggi sui benefici della vita atletica, cavalcando a torso nudo nella taiga sotto zero. Ma Studennikov ha imparato un’altra lezione quando la depressione economica ed emotiva per il crollo dell’URSS nei ‘90 veniva curata con la vodka più economica del mercato nero e ha cominciato già da allora ad aggirare divieti del Cremlino. Il magnate dice di passare troppo tempo a Mosca cercando di sfruttare i cavilli dei regolamenti governativi, che i tassi di alcol vorrebbero ridurli e non aumentarli. Non per il profitto: ha un alibi per la sua missione. Vorrebbe cambiare non il mercato della vodka, ma lo spirito del popolo: “Noi russi possiamo fare come Italia o Francia, loro si godono un bicchiere di vino, senza morire di alkogol”.