Emir Kusturica non aveva mai nascosto le sue posizioni sul conflitto balcanico degli anni ’90. Il noto regista e musicista bosniaco, 64 anni, originario di Sarajevo, fa parte della schiera dei negazionisti su quanto accaduto sul suolo della Bosnia Erzegovina tra il 1992 e il 1995. Una parabola incredibile: da re del grottesco a pezzo dell’ingranaggio politico populista. Kusturica, autore di pellicole indimenticabili e di assoluto valore artistico, fervente sostenitore della causa serba durante la campagna militare di un quarto di secolo fa, potrebbe presto diventare consigliere del leader nazionalista serbo Milorad Dodik, suo ottimo amico. L’ex presidente della Republika Srpska (una delle due entità territoriali che dal dicembre 1995, dopo gli accordi di Dayton, compongono la Bosnia), fondata nel gennaio del 1992 dal leader politico serbo-bosniaco, Radovan Karadzic, ha vinto le elezioni dello scorso 7 ottobre. Sarà lui a rappresentare la parte serba nella presidenza tripartita, altro retaggio dell’accordo sancito dal presidente Usa Bill Clinton. Dodik ha nettamente sconfitto il suo rivale europeista, Mladen Ivanic. In un’intervista rilasciata ad un quotidiano serbo, Dodik ha annunciato l’intenzione di nominare Kusturica suo primo consigliere. Oltre alle simpatie serbe, Kusturica considera Milorad Dodik un personaggio molto influente all’interno del complicato scacchiere istituzionale bosniaco: “Dodik è stato in grado di trasformare Banja Luka (capoluogo della Rs, ndr) da un povero villaggio ad una città decente e di livello europeo” ha affermato il regista di Gatto nero gatto bianco, Underground e il fondatore della No Smoking Orchestra. Dodik, in realtà, è un personaggio controverso. Tra le innovazioni che intende promuovere, quella di trasferire il suo ufficio nella municipalità est di Sarajevo che rientra nel territorio della Republika Srpska.
“Israele applica leggi in base all’origine degli imputati”
Mohammad Bakri, uno dei registi e attori palestinesi di nazionalità israeliana più noti a livello internazionale, è in Italia, su invito di Assopace, dove venne la prima volta nel 2003 per recitare nel film di Saverio Costanzo, Private, sulle conseguenze dell’occupazione in Cisgiordania. Il regista italiano assieme a Bernardo Bertolucci, Paolo Virzì e a una lunga serie di colleghi e attori, ha firmato un appello alle autorità israeliane affinchè Bakri venga prosciolto dall’accusa di diffamazione mossagli da un riservista dell’esercito israeliano in seguito alla realizzazione nel 2002 del documentario sulla distruzione del campo profughi di Jenin. Il film fu sequestrato dalle sale israeliane e cinque soldati citarono in giudizio Bakri chiedendo l’equivalente di 600mila euro di danni. Già allora alcuni cineasti italiani, fra i quali Monicelli, Martone e i Taviani si mobilitarono e firmarono un appello in suo favore. I soldati persero la causa nel 2008: il giudice concluse che Bakri aveva diffamato l’intero esercito ma non i cinque soldati. Nel 2005, il regista raccontò la sua vicenda nel film Da quando te ne sei andato. L’anno scorso tuttavia il procuratore generale Avichai Mandelblit ha deciso di sostenere un colonnello riservista che chiede il risarcimento di 24mila euro per ogni proiezione. A distanza di 3 mesi dall’inizio del nuovo processo, la presidente di Assopace, Luisa Morgantini, ha organizzato alcune proiezioni del documentario nelle principali città italiane per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla vicenda e raccogliere nuove firme.
Signor Bakri, il nuovo processo a suo carico si terrà fra pochi mesi, è ottimista sull’esito?
Sono già stato assolto una volta, ma nel frattempo Israele si è spostato sempre più a destra come dimostra la politica di Netanyahu. Purtroppo in Israele le leggi sono più o meno elastiche in base all’origine degli imputati.
Cosa ne pensa delle proteste in corso a Gaza per il diritto al ritorno dei palestinesi nei territori israeliani?
Il fantasma del diritto al ritorno terrorizza le autorità israeliane ma la questione andrà risolta. Di certo i palestinesi che vivono all’estero, che sono nati e integrati nei paesi d’adozione non lasceranno tutto per tornare a vivere nei territori appartenuti ai loro nonni o bisnonni. Diverso è per chi è nato e sopravvive nei campi profughi, in Libano come a Gaza, senza alcun diritto, senza alcuna possibilità di studiare né di trovare un lavoro. Questi profughi devono poter tornare o vivere in un luogo che offra loro un futuro.
Cosa ne pensa della rivalità tra Hamas e Fatah?
Ritengo che Hamas non sia un bene per la causa palestinese. Oggi, per esempio, il ministro della Cultura dell’ANP è un giovane molto preparato, così come altri esponenti di Fatah. In ogni caso le dirigenze passeranno, ma i palestinesi rimarranno. E alla fine otterranno giustizia.
I palestinesi musulmani con nazionalità israeliana, come lei, sono trattati come cittadini di serie B, come molti sostengono?
È così. Noi non abbiamo in partenza le stesse chance degli ebrei israeliani. Se ci accontentiamo ed evitiamo di fare politica, ci consentono di fare una vita apparentemente uguale a tanti israeliani della classe lavoratrice.
Fondi elettorali, polizia da Mélenchon. Lui urla: “È un complotto di Macron”
“La République c’est moi!”, strilla Jean-Luc Mélenchon. Il leader della sinistra radicale francese protesta con violenza contro gli agenti di polizia che gli impediscono di entrare nella sede del suo partito, la France Insoumise, rue Dunkerque, a Parigi. All’interno, si stanno perquisendo a tappeto i locali, nell’ambito di una doppia inchiesta preliminare sui finanziamenti della campagna elettorale della FI per le presidenziali del 2017 e di presunti impieghi fittizi al Parlamento europeo. Militanti e responsabili del movimento si accalcano davanti alla porta. Alcuni sono deputati con la fascia tricolore. Un giornalista di Libération sta riprendendo la scena. “Non siamo delinquenti, non siamo banditi – tuona ancora Mélenchon –, con che autorità mi impedite di entrare negli uffici del mio partito? Chi vi ha dato questo ordine? Non toccatemi, sono un parlamentare”. Ai compagni grida di sfondare la porta. Per qualche minuto tentano di forzarla ma poi riescono a entrare passando da un’altra porta. Dentro ci sono confronti anche fisici con gli agenti. Un militante finisce a terra tenuto con la forza da un agente. Mélenchon strattona un poliziotto. Quando gli agenti lasciano i locali, si improvvisa una conferenza stampa sul marciapiede. Davanti alle telecamere, Mélénchon punta il dito contro Emmanuel Macron, la ministra della Giustizia, Nicole Belloubet, e il nuovo ministro dell’Interno, Christophe Castaner: “Stanno tentando di farci paura. Questa è un’aggressione politica intollerabile”. I militanti scandiscono “Résistance”. Non è stata la sola perquisizione quel giorno portata avanti contro la France Insoumise. La mattina stessa la polizia aveva già fatto irruzione al domicilio di Mélenchon, che aveva ripreso tutto con lo smartphone e diffuso le immagini in diretta su Facebook. Allo stesso tempo, una decina di altre perquisizioni venivano portate avanti ai domicili di suoi collaboratori.
Ieri in Assemblée nationale Mélenchon è tornato a scagliarsi contro il governo: “È questo lo stato di diritto? Colleghi, condividete questo tipo di procedure?”. Da parte sua il premier Édouard Philippe ha difeso l’indipendenza della giustizia. Chiamata in causa, la guardasigilli si è detta “scioccata” che si possa mettere in dubbio la legalità delle perquisizioni. Da ieri un’inchiesta per violenza e oltraggio a pubblico ufficiale è stata aperta dalla procura di Parigi contro Mélenchon. Ma il leader della gauche dice di non rimpiangere nulla.
Columbine-Crimea lo studente spara: 19 morti nel college
“Senti?! Sono spari. È al primo piano! Aiutate quella ragazza! Vogliamo vivere figlio di p..!”. Il resto delle urla terrorizzate è coperto da beep nei video dei cellulari degli studenti che scappano. Scie del sangue dei morti e di lacrime dei sopravvissuti al Politecnico di Kerch. Ordigni esplodono nella mensa dell’istituto. Un tonfo e poi cominciano gli spari: 19 studenti muoiono, a decine i feriti. Il viso pallido sotto i capelli d’oro è quello dell’assassino che la Russia adesso fissa atterrita, battezzata per la prima volta alle stragi nelle scuole. Sono notizie che di solito nella Federazione ascoltano solo se in arrivo dall’America oltreoceano.
Vladislav Roslyakov, 18 anni, era un studente di chimica e amava costruire esplosivi. Il suo cadavere è stato trovato dagli investigatori: si è tolto la vita con le stesse pallottole con cui ha messo fine a quella dei suoi compagni. “Ci sono corpi di bambini ovunque,” urla la direttrice Olga Grebennikova: “Sembra Beslan, uomini correvano sparando chiunque”. Forse uno o più killer. Le testimonianze di alcuni alunni parlano di più uomini e mascherati, e più armi: automatiche. Cifre e analisi del disastro al vaglio. L’unico identificato per ora è Roslyakov, che nelle immagini delle telecamere interne ha pantaloni neri e t-shirt bianca, un fucile a tracolla, proprio come Eric Harris, lo stragista del liceo Colombine. E l’eco del massacro in Colorado arriva fin laggiù, a Kerch, all’ombra del ponte che Putin ha fatto costruire in tempi record, la vena di ferro che collega la Crimea annessa nel 2014 direttamente alla Federazione.
La prima notizia che circola riferisce dell’esplosione di una bombola di gas nell’istituto dove gli alunni hanno dai 15 ai 20 anni. Poi che la strage era dovuta ad un esplosivo non identificato al primo piano, e l’FSB, servizi di sicurezza, in seguito si accerterà che non ce ne siano altri: ne sono esplosi cinque artigianali. La parola terrorismo comincia a strisciare nei titoli della stampa russa. È colpa di Kiev o dello Stato Islamico dopo le prime ore. Per Franz Klintsevich, deputato comitato sicurezza al Cremlino, “l’Isis non è capace di raggiungere Kerch” e “strutture governative o nazionalisti ucraini esaltati sono capaci di fare tutto perché odiano i russi”. Se è un “attentato stile Colombine o dei nemici della Russia, le autorità assicurino sicurezza”, dice il vicepresidente della Duma Vladimir Zhirinovsky. All’inizio non era chiaro neppure dove, ma solo “che un crimine ha avuto luogo”, come ha detto Putin sulle coste dello stesso Mar Nero, a Sochi, dove incontra il presidente al Sisi. Dopo quattro ore “non è terrorismo”, le autorità cambiano formula: è pluriomicidio e tre giorni di lutto vengono dichiarati dal governatore della penisola. Intanto il ministro della Difesa Shoigu fa evacuare alcuni feriti con aerei militari e Mosca comincia ad onorare i morti con i fiori rossi in piazza.
A settembre Vladislav aveva ricevuto l’autorizzazione necessaria per l’acquisto di un fucile calibro 12. Un paio di giorni fa poi aveva comprato 150 caricatori, riporta RT. Era un ragazzo silenzioso, ossessionato dagli assassini e dalla Nuova Russia, dicono i compagni di corso. I suoi genitori avevano divorziato poco tempo fa e lui viveva con sua madre, un’infermiera, Galina Roslyakva. Ieri in Russia il destino di alcuni è stato fatale e quello di altri beffardo. Mentre le ambulanze cominciavano a trasportare i primi feriti all’ospedale, c’era proprio Galina di turno ad accogliere, senza saperlo, i primi feriti della strage di suo figlio.
Al Qahtani: il Bannon del Golfo e i rapporti con gli “spioni” italiani
C’è un personaggio che lega la storia di Jamal Khashoggi a Hacking Team, la società italiana che ha inventato un software in grado di spiare le persone attraverso computer e telefonini.
Il Washington Post in un articolo del 12 ottobre scrive che “nei mesi precedenti alla sua scomparsa Jamal Khashoggi disse ai suoi amici che aveva ricevuto alcune chiamate da parte di un importante funzionario che lo pressava chiedendogli di porre fine al suo auto-esilio. L’invito del funzionario includeva anche la promessa di un ritorno sicuro e persino la possibilità di un lavoro per il Principe Regnante Mohammed bin Salman, (detto MBS, ndr) sul quale Khashoggi era stato così critico con i suoi editoriali nella sezione ‘Global opinion’ del Whashington Post. Proprio quell’influente consigliere del vero numero uno del Regime Saudita era interessato a una “duratura partnership” con Hacking Team nel 2015. Non solo: un altro manager che di cognome fa Al Qahtani, anche lui arabo, ma più giovane di 10 anni, ha comprato come rappresentante di una società cipriota nel maggio 2016 una quota del 20 per cento della società che spia i telefonini e i pm.
Inoltre al Fatto risulta che Hacking Team, cioé HT srl, ha ottenuto il 15 dicembre del 2016 dal Ministero dello Sviluppo Economico italiano, allora guidato da Carlo Calenda, all’epoca in cui il Governo era ancora presieduto da Matteo Renzi, un’autorizzazione specifica per fornire il suo prodotto in Arabia Saudita. In precedenza HT Srl aveva un’autorizzazione globale concessa il 3 aprile 2015 e revocata il 31 marzo del 2016. Da quel giorno la società opera all’estero con singole autorizzazioni specifiche. Così è accaduto per l’Arabia Saudita dopo il dicembre del 2016.
Hacking Teamin realtà forniva già dal 2010 i suoi servigi alle agenzie saudite, come si vede nei documenti interni pubblicati da Wikileaks nel 2015 e poi divulgati nel febbraio scorso dal sito italiano di Motherboard in un’inchiesta dedicata all’acquisto della società italiana, strategica per le sue capacità di controllo delle nostre comunicazioni, da parte araba.
A rendere più intrigante la storia c’è la confidenza raccolta dal Fatto. Una fonte che vuole restare anonima sostiene che David Vincenzetti, 50 anni, nato a Macerata, si sarebbe convertito all’Islam. Non si farebbe chiamare più con il nome ebraico di David, almeno in Arabia, ma con quello arabo di Daud. Vincenzetti, sempre secondo la nostra fonte, è stato visto pregare rivolto alla Mecca e quando è a Roma alloggia all’hotel Parco dei Principi, proprio di fronte all’ambasciata araba.
La società Ht Srl ha sede a Milano in via Moscova ma da molti anni è nelle mire dei sauditi e in particolare del personaggio temuto da Khashoggi: Saud Al Qahtani, presidente da gennaio 2018 della Saudi Federation for Cybersecurity, programming and drones.
L’articolo del WP che lo riguarda, è titolato, “Il mistero di Khashoggi punta il faro su un funzionario saudita descritto come lo stratega del Principe Regnante”. Nell’articolo si legge “Khashoggi disse ai suoi amici che lui non credeva a quelle parole e non si fidava né dell’offerta né del funzionario che la proponeva: Saud Al Qahtani, un consigliere 40enne del Principe MBS”.
Qahtani possiede un profilo Twitter con più di 1,3 milioni di follower che fa da grancassa ai messaggi più provocatori e popolari del regime saudita soprattutto contro il rivale Qatar. Dal sito The New Arab, proprio del Qatar, è stato definito “lo Steve Bannon Saudita”. Dal suo profilo Twitter con l’hashtag #blacklist è partita la sua campagna (subito retweettata dal ministro degli Esteri saudita) contro i dissidenti. Qahtani invitava i suoi follower a indicare nomi nuovi da aggiungere alla lista.
In un altro tweet ha scritto “pensate davvero che io faccio da solo tutto questo? Di chi sono io un fedele e leale servitore?”.
Il sito ww.alaraby.co.uk ha pubblicato un ritratto dello Steve Bannon saudita nel quale si legge: “Secondo fonti saudite come il famoso dissidente Mujtahid, Qahtani si dice abbia una unità per sorvegliare i social media che produce report giornalieri sui dissidenti”.
Al Qahtani è da 15 anni al fianco del principe e amplifica le posizioni favorevoli al restringimento della libertà di parola e di stampa.
Jamal Khashoggi nei suoi articoli sul WP puntava il dito contro Al Qahtani. A febbraio lo definiva il funzionario attraverso i quale MBS controlla i media: “Negli ultimi 18 mesi – scriveva Khashoggi – la squadra che cura la comunicazione di MBS all’interno della Corte Reale, pubblicamente ha messo all’indice e quel che è peggio intimidito chiunque non fosse d’accordo. Saud Al Qahtani, il capo di questa squadra, ha una lista nera e lancia un appello ai sauditi perché aggiungano alla lista altri nomi”. Poi aggiunge: “I giornalisti come me, che propongono le loro critiche con un atteggiamento rispettoso, sono considerati più pericolosi degli oppositori più rumorosi che invece sono basati a Londra”.
Dopo la morte di Khashoggi, Saud Al Qahtani ha postato dei commenti macabri irridenti per negare di avere a che fare con la morte del giornalista. Sulle voci relative a un suo personale coinvolgimento nella scomparsa, ha scritto “Dexter del secolo” ironizzando sul personaggio della serie televisiva americana, un feroce serial killer. Qahtani è anche un poeta popolare con il nome de plume Dhari.
Al New YorK Times nel marzo scorso Jamal Khashoggi aveva detto che il consigliere di MBS guidava un esercito di troll: “Stanno creando un mondo virtuale dove l’Arabia Saudita è una superpotenza e MBS è un leader popolare”.
Il Principe regnante lo ha nominato a capo del Centro per gli Affari dell’Informazione ma non è con questa veste che si è presentato a David Vincenzetti tre anni fa. Bensì con quella di Capo del “Centro per il Monitoraggio e l’Analisi”. Il fondatore della società italiana allora era sulla cresta dell’onda. La sua azienda, nata nel 2003, grazie anche ai fondi della socia Finlombarda Sgr, era riuscita a creare e commercializzare, un software spia in grado di intrufolarsi nel telefonino o nel pc o tablet di chiunque per carpirne i segreti, le mail, le conversazioni o addirittura per registrare e filmare all’insaputa della vittima.
I Carabinieri e i pm italiani da Roma a Napoli a Milano usano questa arma contro corrotti e mafiosi. In passato la usavano anche i servizi di sicurezza italiani. Al Fatto risulta che Aise e Aisi abbiano chiuso i contratti.
Da ultimo il sistema di Hacking Team ha permesso ai pm di Roma di intercettare le conversazioni del costruttore Luca Parnasi nell’inchiesta sullo stadio della Roma. In passato era servito al pm Henry John Woodcock per intercettare Alfredo Romeo o Luigi Bisignani. I servigi del software sono offerti in via indiretta da una società che fa da fornitore ai procuratori.
Questa arma letale in passato però è stata offerta anche ai Governi stranieri, con l’autorizzazione del ministero dello Sviluppo Economico. Talvolta anche a regimi non democratici come l’Egitto o il Sudan o appunto l’Arabia Saudita. Nel 2015 la società con un contrappasso beffardo fu a sua volta hackerata e le mail dei manager finirono su Wikileaks.
Ne seguì un’indagine della Procura di Milano che non ha portato all’individuazione dei responsabili. La maggioranza di Hacking Team allora era controllata da due società di gestione: Finlombarda Gestioni Sgr, una partecipata della Regione Lombardia e Innogest Sgr. Insieme avevano il 52 per cento con una quota paritaria. Vincenzetti deteneva poco meno del 30 per cento e il resto era dei suoi soci Valeriano Bedeschi e Vittorio Levi.
Wikileaks nell’apposita sezione HackingTeam Archives, mostrò al mondo le corrispondenze con i clienti che usavano quel software spia micidiale.
Tra le e mail più interessanti c’erano proprio quelle di Saud Al Qahtani.
Il 29 giugno alle 5 e 26 scrive con una mail della Corte Reale Saudita: “Caro David, considerando la tua stimata reputazione e professionalità noi al Centro per Monitoraggio e Analisi della Corte Reale Saudita (Ufficio del Re) gradiremmo creare una cooperazione produttiva con voi e sviluppare una lunga e strategica partnership. Mi piacerebbe se tu potessi inviarmi tutta la lista completa dei servizi che la tua stimata società è in grado di offrire. Mi puoi contattare con Telegram o Threema sul mio telefonino n…. per accordarci al fine di inviare le informazioni criptate con pgp o come tu vorrai, Distinti Saluti, Sua Eccellenza Saud Al Qahtani”. Un dipendente egiziano di HT srl, coetaneo di Al Qahtani scambiò con il saudita poi mail, password e codici per mostrare l’intero armamentario di HT srl.
Non era il primo segnale di interessamento dell’Arabia rispetto alla società.
Il Fatto ha già raccontato nel 2015 che, dopo aver proposto ai nostri servizi di sicurezza un’alleanza strategica, rifiutata con una certa miopia dal nostro governo, Vincenzetti aveva intavolato una trattativa nel 2013-2014 con i sauditi per cedere a un fondo la maggioranza della società restando socio di minoranza. Poi tutto era sfumato. Nonostante nell’articolo Il Fatto segnalasse il rischio della cessione di una società simile agli arabi, successivamente però con altri soggetti e a un prezzo più basso, una quota di Ht srl è stata davvero ceduta agli arabi.
Il 4 maggio del 2016 il consiglio di amministrazione di Finlombarda Sgr si riunisce a Milano e decide di dare mandato a Francesco Gallotti di cedere a Vincenzetti la sua partecipazione del 26 per cento in Ht srl per 750 mila euro. Lo stesso farà anche Innogest Sgr e così con un milione e mezzo di euro Vincenzetti si porta a casa la maggioranza. La società era stata valutata dai soliti fondi vicini agli arabi due anni prima, prima della crisi dovuta all’uscita su Wikileaks delle sue e mail, almeno dieci volte di più.
Ancora il 29 aprile del 2016, quando si riunisce il Cda della società privata Innogest, l’amministratore delegato Claudio Giuliano comunica ai consiglieri che c’era un’opzione alternativa alla vendita a 1,5 milioni del 52 da parte delle due sgr. Innogest e Finlombarda avrebbero alternativamente potuto comprare da Vincenzetti e gli altri soci il 48 per cento in loro possesso per un milione e 380 mila euro. Invece passa la vendita.
Il 24 maggio del 2016, appena 20 giorni dopo avere comprato il 52 per cento a 1,5 milioni, Vincenzetti rivende il 20 per cento a 1 milione e 934 mila euro. Un grande affare.
Compra la Tablem Ltd di Cipro, una società creata poco prima che ha come rappresentante legale Abdullah Said S Al Qahtani, ovvero nell’atto Algahtani Abdullah Saif S., nato a Khamis Mushait (Arabia Saudita) il 1 agosto 1988”.
Al Qahtani è un cognome molto diffuso in Arabia Saudita. Non sappiamo se il capo del Centro per Monitoraggio e Analisi della Corte Reale Saudita Saud Al Qahtani di 40 anni, sia legato a Abdullah Said S Al Qahtani che poi per contro della misteriosa Tablem Ltd ha comprato la quota della società italiana.
All’assemblea dei soci di Ht Srl l’8 maggio del 2017 ha partecipato in rappresentanza di Abdullah Said S Al Qahtani un avvocato che si chiama Khalid Al-Thebity, che lavora spesso per il regime saudita e fa parte dello studio Squire Patton Boggs. Con i dati disponibili non siamo in grado di dire se l’acquisto del 20 per cento sia stato fatto nel 2016 nell’interesse del Governo Saudita. Di certo c’è che, anche grazie a un generoso finanziamento dei soci da 1,6 milioni di euro, la società è ripartita alla grande. Gli assunti sono passati da 23 del 2016 ai 31 attuali. Cresce il fatturato da 6,6 milioni del 2016 a 8,2 milioni di euro del 2017. L’utile sale dai 488 mila euro del 2017 ai 737 mila euro. Il prezzo pagato l’anno prima per la quota del 26 per cento a Finlombarda Sgr alla luce di questi dati sembra basso.
Ma l’amministratore delegato di Finlombarda Gestioni Sgr spiega così la scelta: “Gli investimenti effettuati dai nuovi soci rendono non omogeneo qualsiasi confronto tra la società attuale e quella al momento della cessione. Al momento della cessione non c’era più cassa”. Vincenzetti a inizio 2016 “ha richiesto ai soci un aumento di capitale di 5/10 milioni d euro per ‘rifare’ il software oggetto di furto ma a fronte dell’estrema incertezza dello scenario i soci finanziari non hanno dato seguito alla richiesta. Poi abbiamo cercato di vendere tramite primari advisor ma nessun acquirente ha concretizzato l’acquisto”. Di certo c’è che il giornalista Khashoggi temeva Saud Al Qahtani e non si fidava delle sue proposte di rientrare in Arabia. Il 2 ottobre alle 13 e 15 è entrato nell’ambasciata Saudita di Istanbul per ottenere un documento necessario al suo matrimonio. Si sarebbe sposato all’indomani e la sua fidanzata lo ha atteso invano.
Di certo c’è anche che Hacking Team forniva software spia alle agenzie del regime saudita ed era in rapporti dal 2015 con Saud Al Qahtani, il quale chiedeva una partnership duratura. Abbiamo chiesto a David Vincenzetti se si sia convertito e se Saud Al Qahtani sia legato al socio Tablem e a Abdullah Said Al Qahtani. Gli abbiamo chiesto se HT cooperi con il regime saudita in operazioni di spionaggio dei giornalisti ostili come Khashoggi. Vincenzetti, tramite una persona che curava i rapporti con la stampa di HT ,ci ha fatto sapere solo che non si è convertito e che è ateo. Su Whatsapp ha preferito scriverci solo: “Sono all’estero non posso aiutarla”.
Il rettore: “Nomini docente una donna e scatta il putiferio”
“Ogni volta che si tratta di valutare o proporre il nome di una donna per un posto da docente, si scatena il finimondo”. Lo denuncia, in una intervista al Quotidiano nazionale, il rettore della Normale di Pisa, Vincenzo Barone. “Si parla di tutto – spiega Barone – meno che di preparazione, merito e competenze, che dovrebbero essere i soli criteri per valutare un accademico”. Si tratta spesso, fa sapere, “di calunnie belle e buone, con l’aggiunta, come accaduto in anni recenti, di lettere anonime e notizie false diffuse ad arte”. Riguardo ai contenuti riferisce: “Offensivi, con espliciti riferimenti sessuali, volgari e diffamatori. Anche se missive anonime sono state utilizzate per colpire pure candidati uomini” ma “se per gli uomini in genere il copione è quello di additare il maestro che vuole proteggere l’allievo prediletto – aggiunge – per le donne si completa con risvolti volgari e riferimenti alla vita privata, del tutto inaccettabili e per di più falsi. Non mi stupirei, visto il clima, di vedere prima o poi anche attacchi magari sulle tendenze omosessuali di qualcuno”.
Il dirigente parla alle donne: “Potete solo pulire ’o cess”
Ieri mattina, sulla pagina fb del responsabile della centrale operativa dello screening mammografico e della cervice uterina della Regione Basilicata Salvatore Conte, appare un post molto violento e dall’impronta misogina: “Sono brutte, nessuno se le fila, neppure un migrante che non vede una donna da anni, puzzano come una cipolla fracica, potrebbero pulire o cess, qualcuna per avere lavoro ha dispensato favori orali, gelose di tutto quello che noi rappresentiamo, bellezza interiore e esteriore, posizione economica, belle famiglie (non come loro che non le prendono manco per girare la famiglia Addams) e noi dovremmo intimorirci?. Sacchetti indifferenziati, solo una cosa ci potete fare: venirci a pulire ‘o cess’. Dovete morire di collera (forse colera?, ndr)”.
Perché un uomo di responsabilità che gestisce il servizio di radioterapia al San Carlo di Potenza, scrive una simile invettiva? E chi sono queste cesse dispensatrici di favori orali? Per capire qualcosa di questa avvilente vicenda bisogna tornare a pochi giorni prima. Conte, che è responsabile della Fora Spache fornisce le apparecchiature per la radioterapia e che ha vinto l’appalto per gestire gli screening, ha da tempo grosse frizioni con la Cgil Basilicata.
È un caro amico di Marcello Pittella che su fb paragona a Enzo Tortora per l’ingiusta persecuzione giudiziaria che sta subendo. Numerosi dipendenti lamentano atteggiamenti vessatori di Conte, mobbing, pressioni perché siano fatti più screening al giorno al fine di raggiungere budget molto alti (che vengono rimborsati alla Fora dalla regione Basilicata per un giro di svariati milioni l’anno), minacce e licenziamenti. Ci sono state denunce pubbliche e vertenze. Sabato scorso esce un comunicato della Cgil Basilicata che si pone delle domande sui criteri con i quali un appalto importante come quello legato alla radioterapia in Basilicata sia stato affidato alla Fora Spa. Si pone l’attenzione su un’indagine in corso che riguarda uno dei macchinari per la radioterapia spacciato per nuovo dall’impresa e che invece è del 2008. Quel comunicato lo scrive Giuliana Scarano, responsabile della Funzione Pubblica Cgil. E che naturalmente segue con altri membri di Cgil le vertenze contro di lui. Conte, secondo la ricostruzione di chi lavora con lui, sarebbe andato su tutte le furie.
“È entrato in ufficio da me e ha urlato che tanto lo sapeva che quel comunicato lo ha scritto quella ‘zoccola’ della Scarano. Ha detto che la dovevamo smettere…”, mi racconta una sua dipendente iscritta alla Cgil. “Viviamo nella paura pressate da lui con riunioni e messaggi Whatsapp perché dobbiamo fare più screening possibili, sotto ricatto perché se non facciamo quello che dice lui minaccia di licenziarci o ci riduce il lavoro, visto che non siamo assunti ma a partita iva”, mi dice una radiologa che è lì da anni.
“Per accontentare le sue richieste arriviamo fino a 70 screening al giorno (più quelli dei vari camper mobili che ne fanno altrettanti, con rimborsi della Regione che vanno dai 35 ai 40 euro a esame), mettendo a rischio la qualità del nostro lavoro e le diagnosi, fatte sempre di fretta”. “Io qui in Basilicata sono stato l’ideatore del settore screening mammografico nel 1998”, racconta il dottor Vincenzo Barile. “Mi sono scontrato più volte con Conte sostenendo che il numero degli esami giornalieri non dovesse superare una certa cifra per garantire la qualità della lettura. Nel 2017 sono stato rimosso da coordinatore”.
Il segretario della Cgil conferma tutto. “Con quel post volgare verso le donne ha raccontato chi è. La situazione è drammatica, seguiamo vertenze, abbiamo assunto più volte posizioni pubbliche, è ora che i dipendenti alzino tutti la testa e si ribellino alle vessazioni di Conte. E che la Regione intervenga”. “Le basti pensare che la Fora (che ha sede a Parma) si è accorta di un ammanco di 20.000 euro spesi in buoni carburante. Conte ha subito additato come responsabile un dipendente incolpevole che è venuto da noi perché già sospeso dal lavoro.
L’azienda l’ha riconosciuto estraneo ai fatti. Abbiamo fatto delle indagini e risulta che in una pompa siano stati acquistati 500 litri di benzina, serve una barca per farli entrare in un serbatoio. Fatto sta che il colpevole non è più venuto fuori”, racconta Paolino Pasquale, segretario generale Filcams Cgil di Potenza.
Chiedo chiarimenti direttamente a Conte, al telefono. Mi risponde agitato: “Nel post io mi riferivo a questioni private, sono dai carabinieri a sporgere denuncia per le lettere minatorie che ho ricevuto stamattina”. “Di donne?”. “Magari lo sapessi!”. “Scusi, lei nel post se la prende con delle donne”. “Mi sono sbagliato, ho fatto confusione, la richiamo”.
Mi richiama e cambia versione: “La lettera l’ha ricevuta mia moglie, è di una persona che parla al femminile. Mi si accusa di infedeltà coniugale, la Cgil non c’entra”. “E perché parla di donne cesse, dispensatrici di favori orali e non di una donna?”. “Senta, non ho problemi con nessuno sul lavoro, è un fatto personale le ripeto. Io nella mia città sono nell’occhio del ciclone per motivi di gelosia e invidia. Non sono misogino, mi sono espresso male”. L’unica cosa a cui Conte però non può definirsi estraneo è quel post su Facebook. Ieri si sono susseguiti comunicati indignati di politici e dell’ordine dei medici di Potenza. Il Segretario della Cgil si augura che qualcuno ascolti finalmente i loro appelli: “Speriamo che Conte venga rimosso dal suo incarico. Ed è ora che tutti i suoi dipendenti trovino il coraggio di parlare”.
Agenzia delle Entrate, in cella un dipendente. “Aiutava gli evasori”
Un collega lo aveva visto mentre intascava una mazzetta. Una busta piena di soldi consegnata nel bar esterno all’Agenzia delle Entrate, a Roma. Denaro che Orazio Orrei, dipendente dell’ufficio del fisco arrestato ieri per corruzione, assieme al commercialista Maurizio Sinigagliesi, aveva anche contato in ufficio, davanti a tutti. Una operazione immortalata in un video dal collega che ha segnalato l’attività illecita al canale “whistleblowing” dell’Entrate. È stata aperta un’indagine interna, con conseguente segnalazione all’autorità giudiziaria. Così gli inquirenti hanno accertato che il funzionario era pronto a chiedere 25 euro per ogni pratica da “aggiustare” e che il danno erariale si aggira sui 550mila euro. Operazioni che venivano compiute modificando i dati presenti nel sistema informatico dell’Agenzia. “Una attività seriale”, l’hanno definita gli inquirenti. In pochi i giorni, dal dicembre 2015 al 17 febbraio del 2016, il funzionario ha alterato dati fiscali per oltre 2.278 pratiche per un danno erariale che supera il mezzo milione di euro. Obiettivo dell’impiegato infedele era di far ottenere ai “richiedenti”, tutti clienti del commercialista finito in manette, una drastica diminuzione dell’importo dell’imposta dovuta.
Concorsi truccati: “Noi fottitori dello Stato”
Nelle storie dei 15 arrestati – tra i quali un generale dell’Esercito in pensione, Luigi Masiello – con l’accusa di aver truccato i concorsi per accedere alle forze dell’ordine si respira l’Italia dei “fottitori dello Stato”.
Così si autodefiniva in una foto con un amico il militare Sabato Vacchiano, uno dei 15 della “cricca dell’algoritmo”, quelli che avevano ottenuto e messo in vendita la formula magica per superare i quesiti di cultura generale, vincere il concorso per l’Esercito e la Marina (che consente poi di transitare nelle forze dell’ordine) e conquistare il posto fisso. Dalla denuncia di un ragazzo che non si è prestato al gioco è nata l’indagine del pm di Napoli Giancarlo Novelli. Nel febbraio 2016 sono partite le intercettazioni, Sabato Vacchiano è stato ascoltato nel maggio successivo dalla Guardia di Finanza mentre dettava in vivavoce il funzionamento dell’algoritmo agli studenti di una scuola di preparazione.
“Mi sentite? È molto semplice, si fonda su quattro numeretti”. Proprio semplicissimo non era. In 43 hanno vinto barando. Per chi veniva bocciato, pazienza: “Dividiamo il danno a metà” diceva Masiello alla mamma di un concorrente. Restituiamo il 50%.
L’algoritmo era l’ossessione della cricca che agiva tramite scuole di formazione e mediatori tra Afragola, Casalnuovo, Torre Annunziata: ne parlano e lo raccontano ai clienti – tra i quali un ispettore della Dia interessatosi per il nipote – in decine di telefonate. Venduto all’inizio per 25mila euro, il suo prezzo scendeva di mano in mano, per recuperare in qualche modo l’investimento. Per mantenere un minimo di controllo sulla distribuzione e sulla trattativa per i compensi, veniva fatto credere che una componente dell’algoritmo – “il binario” – cambiasse di giorno in giorno. L’algoritmo, comunque, funzionava. Lo avrebbe scritto l’ingegnere Claudio Testa, uno dei destinatari dell’ordinanza di arresto, ora all’estero.
Testa è il figlio della titolare della Irp srl, fornitrice dei quesiti per il concorso per la ferma volontaria quadriennale nell’Esercito del 2016.
Alla prima immissione, i clienti fanno un figurone, tanto che la cricca si preoccupa dei voti troppo alti e suggerisce di fare qualche errore apposta “per non destare sospetti”. Ma il 5 luglio 2016 la Finanza perquisisce una quarantina di persone. È lo stesso giorno in cui Testa sostituisce all’ultimo minuto i plichi dei quesiti per la seconda immissione. Da quel momento l’algoritmo non funziona più. Ed i clienti successivi raccattano punteggi miserevoli.
Con le perquisizioni di uno degli arrestati, Giuseppe Zarrillo, dipendente della Difesa, si rinviene il foglio del tariffario da lui praticato. Per un allievo finanziere 25mila euro; per un allievo maresciallo Gdf 40mila euro. Per l’accademia Marina Militare 20mila euro; per la ferma quadriennale 10 mila euro dopo il superamento dei quiz. Per ora si è appurato con certezza solo l’inquinamento di quest’ultimo concorso. Sugli altri le indagini proseguono.
Roghi a Milano indaga la Dda: fumo fino in centro città
Dalla Stazione Centrale a piazza Duomo era ancora forte, ieri, l’odore di fumo in numerose zone di Milano, causato dall’incendio scoppiato la sera del 14 ottobre nella ditta IPB di via Chiasserini tra Quarto Oggiaro e la Bovisasca. Dalla periferia nord, il vento ha portato verso sud una puzza molto simile a quella della plastica bruciata sprigionata dalla colonna di fumo che si è alzata domenica notte dal capannone dove erano stoccati 16 mila metri cubi di rifiuti.
Secondo i rilievi dell’Arpa, non ci sarebbero comunque problemi per la salute derivanti dal fumo che si è diffuso in città: “Arpa sta facendo tutti i rilievi e risulta che non ci sono sostanze tossiche nei fumi, sopra i livelli ordinari. Cioè non c’è benzene e non ci sono inquinanti, questo ci rassicura però è chiaro che l’odore c’è e sappiamo anche che, quando brucia la plastica, si produce diossina, quindi meno tempo di esposizione c’è e meglio è per tutti”. Lo ha spiegato l’assessore all’Ambiente del Comune di Milano, Marco Granelli, dopo il sopralluogo effettuato in via Chiasserini, nella zona
Sul caso del maxi rogo divampato domenica scorsa nel capannone della Ipb Italia sta indagando anche la Direzione distrettuale antimafia, diretta dal procuratore aggiunto Alessandra Dolci e che è competente sul reato di traffico illecito di rifiuti.
In Procura, tra l’altro, sono aperti allo stato più fascicoli sull’incendio di tre giorni fa e anche su quello che lunedì mattina, a poche ore e a pochi chilometri di distanza dall’altro rogo, si è sviluppato in un’altra azienda di stoccaggio rifiuti a Novate Milanese. Nelle ultime ore ci sono state diverse riunioni in Procura tra i pm che seguono i diversi filoni di indagine.