“Il sottoscritto eccetera eccetera dichiara di essere pienamente consapevole dei rischi ambientali e alimentari eccetera eccetera e intende esonerare e sollevare da ogni responsabilità civile e penale, anche oggettiva l’Amministrazione militare”. Ai soldati della Brigata bersaglieri “Garibaldi”, che presto andranno in Libano, nei giorni scorsi è stato chiesto di firmare questa dichiarazione. Una assunzione di responsabilità del singolo militare, e uno scarico preventivo per qualsiasi infortunio, malattia o accidente non direttamente imputabili ad eventuali azioni belliche vere e proprie. Insomma se ti sparano puoi lamentarti, altrimenti sono affari tuoi. Anzi, dice un militare che è stato più volte all’estero senza mai dover firmare un documento del genere, “c’è anche il rischio che ti facciano un procedimento disciplinare o peggio”. Il cavillo sta in due passaggi della dichiarazione: “Pienamente consapevole dei rischi” e “per aver tenuto un comportamento contrario alla normativa vigente”.
Le forze armate non sembrano aver ancora del tutto metabolizzato i risultati della Commissione d’inchiesta sull’uranio impoverito, la cui relazione dello scorso febbraio provocò una dura reazione dello Stato maggiore che in maniera abbastanza inusuale e irrituale ne attaccò pubblicamente le conclusioni. “La Commissione d’inchiesta ha scoperto le sconvolgenti criticità che in Italia e nelle missioni all’estero hanno contribuito a seminare morti e malattie tra i lavoratori militari” si legge nel documento parlamentare. “Desta allarme la situazione dei teatri operativi all’estero: è stata constatata l’esposizione a inquinanti ambientali in più casi nemmeno monitorati” rincara la Commissione calcando la mano su responsabilità precise della catena di comando, seppure non indicate nominativamente. E conclude: “Il risultato è devastante. Nel- l’Amministrazione della Difesa continua a diffondersi un senso d’impunità quanto mai deleterio per il futuro, l’idea che le regole c’erano, ci sono e ci saranno, ma che si potevano, si possono e si potranno violare senza incorrere in effettive responsabilità”.
Dallo Stato maggiore della Difesa assicurano che la liberatoria è un’iniziativa del comando di brigata. E battono ad esempio il tasto sul bere da fonti non sicure o mangiare cibo non preparato nei reparti. Precauzioni piuttosto ovvie, ma se il problema sta per nell’aria o sul terreno? È probabilmente nel contesto post-commissione uranio che nasce l’idea, come se andare in missione fosse una scelta individuale. Mentre non sembra così individuale la decisione di firmare o meno. Tant’è che nella lettera del colonnello Nicola Serio, capo di Stato maggiore della brigata, che accompagna il modulo c’è un perentorio: “Si dispone che il personale designato dovrà sottoscrivere la dichiarazione annessa”. Più un ordine che una gentile richiesta.
Leonardo Bitti, avvocato, qualche anno fa membro del Cocer, la rappresentanza interna dei militari, oggi tra i promotori del futuro Sindacato autonomo dei militari, dice che “per quanto paradossale possa sembrare, una cosa del genere è possibile dopo che la Corte costituzionale ha sentenziato che i militari sono in missione all’estero su base volontaria”.
Dal ministero e dallo Stato maggiore spiegano che prima di ogni missione i militari in partenza vengono “indottrinati” sulla situazione locale e sui possibili rischi. Chi non si attiene alle norme di comportamento deve sapere che lo fa a suo rischio e non può rivalersi sull’amministrazione.
Il fatto è che, indottrinamento o meno, molti militari non sanno davvero cosa li aspetti una volta in teatro. Lo ha denunciato alla fine del 2017 il Fatto Quotidiano pubblicando gli allarmi sulla qualità dell’aria a Kabul che aveva indotto il comando Usa a sconsigliare ripetutamente i propri uomini dal restare all’aperto. Precauzione invece del tutto ignota alla maggioranza dei militari italiani nell’area, secondo quanto ci segnalarono allora. Qualche settimana dopo i nostri articoli, il generale Antonio Bettelli scriverà dall’Afghanistan allo Stato maggiore “nelle more di uno sviluppo del monitoraggio post impiego”, assicurando che “si continuerà attività informativa a favore del personale”. Forse prima non era stata fatta con troppa convinzione.