I nostri militari all’estero. “A loro rischio e pericolo”

“Il sottoscritto eccetera eccetera dichiara di essere pienamente consapevole dei rischi ambientali e alimentari eccetera eccetera e intende esonerare e sollevare da ogni responsabilità civile e penale, anche oggettiva l’Amministrazione militare”. Ai soldati della Brigata bersaglieri “Garibaldi”, che presto andranno in Libano, nei giorni scorsi è stato chiesto di firmare questa dichiarazione. Una assunzione di responsabilità del singolo militare, e uno scarico preventivo per qualsiasi infortunio, malattia o accidente non direttamente imputabili ad eventuali azioni belliche vere e proprie. Insomma se ti sparano puoi lamentarti, altrimenti sono affari tuoi. Anzi, dice un militare che è stato più volte all’estero senza mai dover firmare un documento del genere, “c’è anche il rischio che ti facciano un procedimento disciplinare o peggio”. Il cavillo sta in due passaggi della dichiarazione: “Pienamente consapevole dei rischi” e “per aver tenuto un comportamento contrario alla normativa vigente”.

Le forze armate non sembrano aver ancora del tutto metabolizzato i risultati della Commissione d’inchiesta sull’uranio impoverito, la cui relazione dello scorso febbraio provocò una dura reazione dello Stato maggiore che in maniera abbastanza inusuale e irrituale ne attaccò pubblicamente le conclusioni. “La Commissione d’inchiesta ha scoperto le sconvolgenti criticità che in Italia e nelle missioni all’estero hanno contribuito a seminare morti e malattie tra i lavoratori militari” si legge nel documento parlamentare. “Desta allarme la situazione dei teatri operativi all’estero: è stata constatata l’esposizione a inquinanti ambientali in più casi nemmeno monitorati” rincara la Commissione calcando la mano su responsabilità precise della catena di comando, seppure non indicate nominativamente. E conclude: “Il risultato è devastante. Nel- l’Amministrazione della Difesa continua a diffondersi un senso d’impunità quanto mai deleterio per il futuro, l’idea che le regole c’erano, ci sono e ci saranno, ma che si potevano, si possono e si potranno violare senza incorrere in effettive responsabilità”.

Dallo Stato maggiore della Difesa assicurano che la liberatoria è un’iniziativa del comando di brigata. E battono ad esempio il tasto sul bere da fonti non sicure o mangiare cibo non preparato nei reparti. Precauzioni piuttosto ovvie, ma se il problema sta per nell’aria o sul terreno? È probabilmente nel contesto post-commissione uranio che nasce l’idea, come se andare in missione fosse una scelta individuale. Mentre non sembra così individuale la decisione di firmare o meno. Tant’è che nella lettera del colonnello Nicola Serio, capo di Stato maggiore della brigata, che accompagna il modulo c’è un perentorio: “Si dispone che il personale designato dovrà sottoscrivere la dichiarazione annessa”. Più un ordine che una gentile richiesta.

Leonardo Bitti, avvocato, qualche anno fa membro del Cocer, la rappresentanza interna dei militari, oggi tra i promotori del futuro Sindacato autonomo dei militari, dice che “per quanto paradossale possa sembrare, una cosa del genere è possibile dopo che la Corte costituzionale ha sentenziato che i militari sono in missione all’estero su base volontaria”.

Dal ministero e dallo Stato maggiore spiegano che prima di ogni missione i militari in partenza vengono “indottrinati” sulla situazione locale e sui possibili rischi. Chi non si attiene alle norme di comportamento deve sapere che lo fa a suo rischio e non può rivalersi sull’amministrazione.

Il fatto è che, indottrinamento o meno, molti militari non sanno davvero cosa li aspetti una volta in teatro. Lo ha denunciato alla fine del 2017 il Fatto Quotidiano pubblicando gli allarmi sulla qualità dell’aria a Kabul che aveva indotto il comando Usa a sconsigliare ripetutamente i propri uomini dal restare all’aperto. Precauzione invece del tutto ignota alla maggioranza dei militari italiani nell’area, secondo quanto ci segnalarono allora. Qualche settimana dopo i nostri articoli, il generale Antonio Bettelli scriverà dall’Afghanistan allo Stato maggiore “nelle more di uno sviluppo del monitoraggio post impiego”, assicurando che “si continuerà attività informativa a favore del personale”. Forse prima non era stata fatta con troppa convinzione.

Vertice sulla Libia, la Merkel a Palermo il 12 novembre

La cancelliera tedesca Angela Merkel sarà alla giornata inaugurale della conferenza sulla Libia a Palermo, il prossimo 12 novembre. È quanto si apprende da fonti di Palazzo Chigi al termine del bilaterale tra il premier Giuseppe Conte e Merkel. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e la cancelliera tedesca Angela Merkel si sono visti ieri a Bruxelles prima del Consiglio Europeo in bilaterale faccia a faccia, senza delegazioni, in un confronto descritto come “molto cordiale”. La cancelliera, informano fonti di palazzo Chigi, ha assicurato al premier italiano che sarà presente alla conferenza di Palermo sulla Libia, che si terrà il 12 e 13 novembre.

Sempre da quanto si apprende da fonti di palazzo Chigi, nel corso del bilaterale con Angela Merkel, Giuseppe Conte ha spiegato alla cancelliera che intende avviare un dialogo “costruttivo” con l’Ue, per illustrare i contenuti della manovra economica, manovra che, come ha spiegato all’ingresso, è “articolata” e mira ad “invertire la tendenza verso cui era orientata ormai l’economia italiana”.

Gambiano 22enne si uccide: “Gli avevano negato l’asilo politico”

Amadou Jawo, un 22enne del Gambia che da due anni viveva in Italia, due giorni fa si è tolto la vita, impiccandosi al cornicione della casa a Castellaneta Marina (Taranto) dove viveva con altri connazionali. Per l’associazione Babele, che ha lanciato una sottoscrizione per il rimpatrio della salma, il giovane “aveva avuto il diniego” alla domanda di asilo politico “e non poteva più restare in Italia. Desiderava tornare in Africa, ma temeva di essere additato come fallito e si vergognava. Ha pensato di non avere scelta”.

L’associazione sta raccogliendo donazioni con appelli diffusi anche tramite i social network: “Servono in pochi giorni – viene spiegato – circa 5mila euro per pagare l’agenzia funebre che si occupa dello spostamento”.

Il 22enne era stato prima in una struttura di accoglienza nel leccese e poi si era trasferito a Castellaneta Marina. Alcuni giorni fa gli era scaduto il permesso di soggiorno. Così il ragazzo ha deciso di farla finita e a nulla sono serviti i tentativi di soccorso da parte del 118.

Il sindaco esiliato: “Me ne andrò in giro”. E il paese è “orfano”

Dopo quello del gip di Locri, che aveva disposto gli arresti domiciliari, non c’è dubbio che il Riesame abbia dato un altro colpo alla Procura sull’inchiesta “Xenia” che coinvolge il sindaco di Riace, Mimmo Lucano, ai domiciliari dal 2 ottobre fino a martedì con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e fraudolento affidamento diretto del servizio di raccolta dei rifiuti. Il Tribunale di Reggio Calabria ha deciso che ancora non è venuto meno il pericolo di reiterazione del reato, cioè l’unico rimasto in piedi dopo il vaglio del gip.

Ecco perché, seppur ridimensionando la valutazione del primo giudice, i giudici non hanno revocato del tutto la misura cautelare, disponendo per Mimmo Lucano il divieto di dimora a Riace. Per conoscere le motivazioni di questa decisione ci vorrà qualche settimana.

“Appare evidente – aveva scritto il gip – che l’incarico attualmente ricoperto (da Lucano, ndr) e la copiosa presenza di stranieri sul territorio riacese potrebbero costituire occasioni propizie per la proposizione a soggetti extracomunitari di facili ed illegali scappatoie per ottenere l’ingresso in Italia”.

Fino ad oggi, perciò, il problema è stato che Mimmo Lucano è ancora sindaco. Se il Riesame avesse revocato i domiciliari annullando l’ordinanza del gip, infatti, sarebbe caduta anche la sospensione “d’ufficio” decisa dalla prefettura dopo il suo arresto. In altre parole, quindi, Lucano sarebbe tornato a fare il sindaco del suo paese “rischiando” così di creare una sorta di “corridoio umanitario” per i migranti. Il divieto di dimora è sufficiente ad evitare questo pericolo in una Riace che ieri mattina è sembrata frastornata e confusa. Senza il suo sindaco che, prima dell’alba, è andato via. “Dopo che è venuto il maresciallo – ha detto – ho cominciato a prepararmi la borsa e ho salutato mia figlia. Sono uscito verso le 4 della mattina. Ho dormito in macchina qualche ora e poi sono andato dall’avvocato”. Il suo primo giorno dopo i domiciliari, Lucano lo ha voluto trascorrere da solo. Lontano dalle telecamere: “Adesso vado in giro. Magari sto un giorno da una parte e un giorno dall’altra”. Per le strade di Riace c’è chi non si da pace senza di lui. Come Daniel, un migrante del Ghana. “Che senso ha – si chiede – liberarlo ma poi non farlo stare qua? Se non c’è Mimmo, secondo me, se ne vanno via tutti”.

Anche i riacesi sono rimasti “orfani” di Mimmo. Irene è una ragazza italiana e gestisce una vetreria assieme ad alcuni rifugiati. Solo a sentire il nome del sindaco scoppia in lacrime: “Non è possibile che una persona innocente venga trattata così”. “Molti di quelli che in paese criticano Lucano sono solo dei falliti”, dice Antonio, che insegna ad un ragazzo del Kurdistan come lavorare il legno. Il suo laboratorio è chiuso dopo il blocco dei fondi: “Siamo arrabbiati e delusi. Se non riprendiamo, il paese non può riprendersi. Ormai è vuoto e continuerà ad esserlo fino a quando non tornerà Lucano”. “Speriamo che la giustizia faccia il suo corso e me lo restituisca”. Roberto Lucano, il padre del sindaco, non ha fatto in tempo nemmeno a salutarlo: “Ci siamo visti la sera di martedì. Mi ha abbracciato e basta”.

“Se un giudice dice che non può mettere piede nel proprio paese, evidentemente Lucano non è un eroe dei tempi moderni. Chi c’era prima di me al ministero dell’Interno aveva già iniziato delle inchieste”. Su twitter, Matteo Salvini gira il dito nella piaga. E Lucano non le manda a dire: “È paradossale, dopo che il suo partito è coinvolto in una truffa da 49 milioni di euro, che il ministro dica ‘chi sbaglia, paga”. Ma ne ha anche per Marco Minniti: “Con lui si apre questo scenario di aggressioni ai diritti umani. Non è quella la sinistra a cui guardo”.

Il Viminale affossa Riace, ma “perdona” altri Sprar

Dietro ogni scelta discrezionale c’è una volontà politica. E la revoca del finanziamento al Comune di Riace disposta dal Viminale non fa eccezione. Il ministero dell’Interno, dopo due anni di ispezioni, preso atto del permanere delle criticità (quattro), ha semplicemente applicato le norme previste, seguendo un automatismo predisposto dalla legge. Ma è in effetti sempre così?

Il sistema di revoca totale o parziale dei finanziamenti per un centro Sprar è simile a quello della revoca della patente di guida. A ogni criticità si associano punti di penalizzazione. Ogni progetto ha un massimo di 20 punti. Con penalità inferiori ai 14, si rischia la revoca parziale; con punteggi superiori, quella totale. Il progetto del sindaco Mimmo Lucano viene penalizzato di ben 34 punti. Fine della storia, si dirà. E invece no. Perché – a differenza della patente – qui non c’è automatismo. Anzi. La norma a riguardo è chiara: “La revoca totale del contributo può essere disposta in presenza di una decurtazione di punteggio compresa tra 14 e 20 punti complessivi”. Si tratta quindi di una scelta discrezionale. E Matteo Salvini la sua scelta l’ha fatta: il modello Riace è stato chiuso.

Per comprendere meglio la questione partiamo da un dato approssimativo ma esemplare. Riace perde 10 dei suoi 34 punti per una sola contestazione: la mancata presentazione della rendicontazione. Bene. Su 877 progetti in corso, ben 200 non hanno presentato la rendicontazione alla scadenza del termine, salvo usufruire della proroga. Non sappiamo, tra questi, in quanti si siano rimessi in regola. Però sappiamo che quasi un terzo dei progetti non ha rispettato il termine previsto per la rendicontazione. Dovremmo dedurne che in parecchi, quindi, debbano perdere una quota dei finanziamenti. Ma non è così. Ed è un bene, perché se il meccanismo fosse automatico, il sistema Sprar collasserebbe. Nato nel 2002, questo modello prevede che, a occuparsi dei rifugiati e dei richiedenti asilo siano gli enti locali, che accedono ai fondi del ministero dell’Interno.

Le stime aggiornate a luglio 2018 dicono che dei 35.881 migranti beneficiari dello Sprar si stanno occupando oltre 1.200 comuni. Spesso piccoli municipi, con poco personale e non poche difficoltà di gestione. Il rischio di errori è fisiologico, e se il sistema dei controlli e delle sanzioni fosse rigido l’intera esperienza Sprar rischierebbe di crollare. È sufficiente leggere l’elenco dei soggetti coinvolti: 653 comuni, 19 Province, 28 Unioni di Comuni – incluse Comunità Montane e Unioni Montane di Comuni – e altri 54 enti: Aziende Sociali Consortili, Ambiti Territoriali, Comuni Associati, Comunità Comprensoriali, Consorzi, Distretti Sanitari, Società della Salute.

Passiamo ora al sistema dei controlli. A occuparsene è il Servizio centrale, struttura istituita dal Viminale affidata all’Anci. La legge prevede che effettui visite di monitoraggio dei progetti almeno una volta ogni tre anni. Riscontrate le criticità, che sono sempre comunicate al Viminale, si invia agli enti l’invito a sanarle entro un determinato termine. Se l’ente poi non ha sanato la criticità, come nel caso di Riace, si applicano i punti di penalità che però, come abbiamo visto, non implicano automaticamente la revoca parziale o totale del finanziamento. A quel punto il Viminale sceglie. Visto che le segnalazioni su Riace iniziano nel 2016, Il Fatto ha chiesto al Viminale in quali e quanti casi siano stati revocati i progetti. Nel 2016 le penalità sono state applicate solo per 15 progetti – sui circa 900 – e per 10 di questi è stato un colpo mortale: Botricello, Canicattì, Sant’Angelo Muxaro, San Cataldo, Cattolica Eraclea, Alessandria Della Rocca, Palma di Montechiaro, Naro, Casteltermini e San Giovanni Gemini non hanno più proseguito le attività finanziate. Solo in 3 casi, sempre nel 2016, è stato avviato e concluso il procedimento di revoca totale. È accaduto per il comune di Cassaro che, nel triennio 2014/16, era stato finanziato per 563 mila euro. Per Neviano (1,2 milioni) e Serradifalco (1,1). Nel 2017 c’è stato un solo caso, quello di Cammarata, finanziato nel triennio precedente per 649 mila euro. Per il comune di Riesi, invece, la revoca non è stata più avviata perché il Comune “s’è adeguato alle prescrizioni impartite”. Passiamo al 2018. Rischiano la revoca Caccamo, Racalmuto, Agrigento e Trezzano sul Naviglio ma, spiega il Viminale, sono “ancora in corso le iniziative per accertare la sussistenza dei presupposti per l’eventuale revoca del finanziamento”. Resta quindi la sola Riace. Per la quale il Viminale ha optato per la chiusura.

I numeri – parliamo di pochissimi casi su quasi 900 enti coinvolti – dimostrano che il governo esercita sempre una discrezionalità. Altrimenti saremmo dinanzi ad almeno 200 sanzioni per chi ha sforato usufruendo della proroga. E nel caso di Riace bisogna ricordare che le posizioni della Lega sono durissime già da tempo. “Il modello Riace è tutt’altro che da emulare” dice il senatore leghista Raffaele Volpi nel luglio 2017. Se non si trattasse di uno scontro politico dovremmo trovare dichiarazioni simili per tutti gli altri comuni sanzionati che, invece, non hanno mai goduto della stessa attenzione né da Salvini né dalla Lega. Certo, il sindaco Lucano, non regolarizzando la situazione nonostante le sollecitazioni, ci ha messo abbondantemente del suo. Ma se si trattasse di una questione solo burocratica, la percentuale dei progetti sanzionati, sarebbe di gran lunga più alta. Ecco perché la discrezionalità su Riace è significativa e simbolica. Senza contare che il decreto immigrazione ha notevolmente indebolito il sistema Sprar. Ma allora torniamo indietro di qualche anno.

È il 2008. Gli sbarchi aumentano di 10 mila unità, passando da 20.455 a 36.951, ed è già emergenza, anche siamo lontani dai 130 mila del 2017. In 31 mila quell’anno chiedono asilo in Italia. Al dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Viminale, c’è il prefetto Mario Morcone. Il prefetto scrive all’Anci per “l’accresciuto numero di sbarchi a Lampedusa e sulle coste siciliane e calabresi” che “ha determinato una complessa emergenza umanitaria”. E per conoscenza invia la stessa lettera a tre sindaci della Locride: Riace, Caulonia e Stignano, che hanno espresso la disponibilità ad accogliere 200 persone”. Va tenuto presente – scrive Morcone – che, per un verso, c’è una disponibilità del Ministero a finanziare in via eccezionale ulteriori mille posti, per un anno, a partire dal corrente mese, e, dall’altro, la Regione Calabria rientra già dallo scorso 14 febbraio nello stato di emergenza per il quale sono vigenti le deroghe previste dalle ordinanze di protezione civile successive”.

Ecco, quando la politica vuol derogare, deroga. Era il 2008. Oggi, dopo gli accordi stretti in Libia dall’ex ministro dell’Interno Minniti, il progressivo ridimensionamento del ruolo delle Ong, l’addestramento della guardia costiera libica e la “chiusura” dei porti disposta da Salvini, il numero degli sbarchi è tornato quello del 2007: al 17 ottobre ne contiamo 21.776. Con il decreto immigrazione, che ridimensiona gli Sprar e abolisce i permessi umanitari, il numero dei migranti che otterranno protezione dall’Italia dagli enti locali, invece che dai privati, diminuirà moltissimo. Il modello Riace è il primo a cadere. Rumorosamente. Perché la politica ha scelto così. Il segnale è chiaro: non sarà certo l’ultimo.

Slitta il parere del ministro Costa sulle carte del Tap

Dovevano essere24-36 ore, così avevano detto il premier Conte e il ministro dell’Ambiente Costa al termine della riunione con gli eletti M5S in Puglia e il sindaco di Melendugno lunedì: sono passate e “la sentenza” del governo, pur implicita, non arriva. L’oggetto di questa attesa è il Tap, il gasdotto Trans adriatic pipeline che porterà il gas azero dalla frontiera greco-turca alle coste della Puglia. Lunedì il governo ha chiarito ai grillini No Tap che non c’è modo di bloccare il progetto: lo stadio è troppo avanzato e il Trattato internazionale firmato con Albania e Grecia garantisce, di fatto, risarcimenti miliardari al consorzio che sta costruendo il gasdotto (“15-20 miliardi”, ha sostenuto la presidenza del Consiglio). I No Tap, però, sostengono che l’iter autorizzativo sia viziato da cartografia sbagliata e/o manomessa. “Ci sono errori progettuali e falsificazione dei documenti”, ha sostenuto Marco Potì, sindaco del comune salentino in cui approderà il lungo tubo e che oggi è atteso a Roma con nuove “prove”. In realtà, la decisione è già presa, ma al ministero dell’Ambiente vogliono prendersi tutto il tempo che serve per rispondere a tutte le obiezioni di eletti e comitati territoriali: alla fine, però, sarà Sì Tap.

Lega e cocaina: il “delegato” finisce in carcere

Biagio chiama Bartolo. “Sto venendo da te, mi puoi dare 50 euro? Non dirmi niente è perché debbo uscire con una ragazza ed ho paura, debbo mettere la benzina non dirmi niente! È successo una cosa in volata”.

Bartolo risponde: “Tranquillo, tranquillo”. Qualche minuto dopo Biagio richiama: “Va bene Bartolo ho risolto, mi hanno chiamato e ho risolto”. Risate. Bartolo presta soldi? No, vende cocaina. Le telefonate, intercettate nella notte tra il 7 e l’8 ottobre 2015, sono agli atti di un blitz antidroga della Dda di Napoli. Quei piccoli prestiti sarebbero parte di un linguaggio criptato per coprire lo spaccio e Bartolo altri non è che Bartolomeo Falco, ex consigliere comunale di Comiziano (Napoli), che un comunicato del coordinamento campano della Lega a giugno indicava come delegato “ad aprire sezioni e gestire il tesseramento” a Comiziano nell’ambito di una riorganizzazione sui territori del Nolano.

Falco è stato arrestato tre giorni fa insieme ad altre 71 persone. E nessuno si era accorto che il nome di quel 53enne, indicato al numero 28 della richiesta di arresto firmata dal pm Luigi Landolfi, corrispondeva a quello di un neo dirigente leghista. Ci ha fatto caso il sito il24.it, che ieri mattina ha lanciato in home la notizia e la copia del comunicato stampa. Pensate alla faccia di Matteo Salvini, lui che dopo le operazioni antidroga applaude a carabinieri e poliziotti con il tweet: “Arrestati i mercanti di morte”.

Uno di questi è un suo uomo. Che ovviamente è stato scaricato all’istante, con un comunicato ispirato dal coordinatore campano, il deputato Gianluca Cantalamessa. “Falco non risulta avere alcuna nomina dal partito. L’ex consigliere comunale, ed esponente dell’Udc per lungo corso, si era da pochi mesi avvicinato alla Lega di Salvini. All’epoca dei fatti incensurato, era stato individuato dalla segreteria provinciale e annunciato a mezzo stampa come possibile referente sul territorio, ma mai alcuna nomina gli è stata affidata. La Lega era e resterà sempre dalla parte della legalità”.

Una smentita che è una mezza conferma. Ma lo scriviamo con prudenza e senza calcare la mano perché “il coordinamento regionale si riserva di adire le vie legali contro chiunque strumentalizzi questa vicenda per fini politici e con l’intento di screditare l’ottimo lavoro svolto in questi anni in Campania”.

La minaccia di querela, altrettanto ovviamente, non frena le reazioni politiche. Francesco Borrelli, consigliere regionale dei Verdi: “Troppo facile ora prendere le distanze da Falco. Probabilmente lo spaccio di droga come il furto di 49 milioni di euro non sono considerati reati importanti per gli uomini del Carroccio. Non a caso sui social dei parcheggiatori abusivi si inneggia a Salvini”.

“Sul gasdotto in Puglia non molliamo”

“Noi ci proveremo fino all’ultimo, ma il tempo è poco. E la situazione sui territori rischia di degenerare”. Daniela Donno, senatrice leccese dei Cinque Stelle al secondo mandato, contrasta da anni il Tap, il gasdotto che dovrebbe avere il suo approdo a San Foca, frazione di Melendugno nel Salento.

Ormai sembra finita. E i movimenti No Tap invitano gli eletti pugliesi del M5S a dimettersi.

Capisco perfettamente le proteste e anche certi commenti molto duri. Il Tap è un’infrastruttura inutile, che impatterebbe sul territorio in maniera rovinosa e che servirebbe solo agli interessi di potenze straniere.

Avete dovuto ammettere che fermarlo costerebbe troppo, “almeno 20 miliardi”. È una resa, no?

No, teniamo alla democrazia e così abbiamo aperto un dialogo con gli enti locali.

Lei aveva chiesto un tavolo con gli enti locali in assemblea congiunta martedì, giusto?

Quel che conta è che oggi il sindaco di Melendugno verrà ricevuto al ministero dell’Ambiente per valutare la documentazione. Bisogna cercare un vizio amministrativo o un danno ambientale tale da fermare i lavori. Non lasceremo nulla di intentato.

Avevate promesso di fermare il progetto in 15 giorni una volta al governo.

Volevamo dire che avremmo fatto tutto quanto era possibile per fermarlo. E spronare il governo precedente a intervenire, quando era ancora possibile.

Ora però vi accusano giustamente per le promesse tradite. Che succederà se non ce la fate?

Il clima è difficile. Ma la gente va capita. E non ci nasconderemo.

Le opere gialloverdi. No al Tav, via libera al Terzo Valico

No al Tav: il totem che i Cinque Stelle non possono proprio rinnegare, dopo aver abiurato la promessa di chiudere l’Ilva e soprattutto quella di fermare il gasdotto Tap in 15 giorni, una volta al governo. E sì al Terzo Valico, “perché ormai tornare indietro costerebbe più che continuare”. Per la soddisfazione della Lega, che alla linea ad alta velocità che deve collegare Genova con Milano e Torino non vuole rinunciare.

Non può essere ancora ufficiale, anche perché mancano passaggi, tecnici e ovviamente anche politici. Ma l’analisi costi-benefici sulle grandi opere, avviata dai tecnici del ministero delle Infrastrutture su impulso di M5S e Lega, ha ormai stabilito che il Tav, la linea ad alta velocità Torino-Lione, può anche non farsi. Perché non sarebbe un’opera conveniente, e perché le penali “rappresentano un problema affrontabile”, come sintetizzava ieri un alto graduato del Movimento, che da sempre contesta l’opera.

Tanto da aver inserito nel contratto di governo, dopo un’estenuante trattativa con il Carroccio, un passaggio molto problematico sulla tratta: “Ci impegniamo a ridiscuterne integralmente il progetto nell’applicazione dell’accordo tra l’Italia e la Francia”. Certo, i tecnici della struttura di missione del Mit, coadiuvati dai 14 esperti nominati a settembre dal ministro Danilo Toninelli, non hanno ancora completato il lavoro sul Tav. A cui dovrà seguire un confronto con la società italo-francese che lavora all’opera, la Telt, e naturalmente con il governo francese. “L’analisi costi-benefici sul Tav arriverà a novembre” ha spiegato più volte Toninelli. E i tempi restano quelli.

Ma che si vada spediti verso il no lo confermano tanti segnali. A partire dalle dichiarazioni di ieri del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Stefano Buffagni, dimaiano di peso, a Radio Capital: “Il rapporto costi benefici evidenzierà la criticità e l’inutilità di alcune opere come la Torino-Lione”. E la reazione della Lega è stata tutt’altro che irritata, a leggere le frasi di due deputati piemontesi del Carroccio, Alessandro Benvenuto ed Elena Maccanti: “La Lega si è sempre pronunciata a favore del progetto ma, come ha dichiarato più volte Salvini, se ci dimostrano che i costi superano di gran lunga i benefici ne trarremo le conseguenze”. Tanto che un altro deputato, il dem Davide Gariglio, punta il dito: “La Lega regge il gioco ai 5Stelle e si prepara fermare la Torino-Lione”. E d’altronde anche Salvini ultimamente è molto meno categorico rispetto a qualche settimana fa sulla continuazione dell’opera.

Forse anche perché ha capito che il Terzo Valico, a cui tiene moltissimo, è quasi in cassaforte. Già, perché la valutazione dei tecnici sul progetto su quella tratta è quasi pronta (“arriverà entro la fine di ottobre” aveva assicurato al Fatto Toninelli qualche giorno fa). E tutto lascia presagire che dirà di sì all’opera, “perché ormai i lavori sono andati troppo avanti”.

Un epilogo invocato non solo dal Carroccio tutto, ma anche da esponenti che contano del Movimento. Come lo stesso Buffagni, lombardo, che da mesi ripete ai suoi come il Terzo Valico sia necessario. Poi, è chiaro, la tara finale su questa e altri grandi opere sotto osservazione (come la Pedemontana veneta) la dovranno fare Di Maio e Salvini, i capi. E chissà come e quanto consulteranno il ministro dell’Economia Giovanni Tria, che circa un mese fa era stato chiaro: “Spero che il Tav e il Tap si facciano”. Prima delle analisi dei tecnici. E delle decisioni della politica, quella dei partiti.

Vendola colpito da un infarto: operato, è fuori pericolo

Operazione d’urgenza per Nichi Vendola, l’ex governatore della Puglia e figura di spicco della sinistra italiana che lunedì è stato colpito da un infarto. Vendola, 60 anni, è ora ricoverato al Policlinico Gemelli di Roma, fuori pericolo. I primi malesseri li aveva avvertiti a casa nella notte tra domenica e lunedì. Poi, lunedì mattina, mentre era in Transatlantico il dolore al torace s’è aggravato: al ricovero in ospedale gli è stato applicato uno stent. Ora Vendola si trova ancora in terapia intensiva, ma sta meglio. Tantissimi i messaggi di militanti e amici, ma anche degli avversari politici. “A Nichi, che ho appena sentito, un grandissimo abbraccio. E l’augurio – scrive su twitter il segretario nazionale di Sinistra Italiana-LeU Nicola Fratoianni – di tornare al più presto a casa con Ed e Tobia (il compagno e il figlio dell’ex governatore, ndr). E poi, al lavoro con tutti e tutte noi. #Vendola”. Laura Boldrini, Pietro Grasso, ma anche Roberto Calderoli: “Torna presto in battaglia Nichi – scrive l’ex ministro leghista – ti aspettiamo, per criticarti come abbiamo sempre fatto, senza sconti”.