La ministra Trenta riceve Ilaria Cucchi. Ma poi l’ospite se ne va senza parlare

Un incontro “cordiale”: sorrisi, strette di mano, qualche scatto fotografico d’ordinanza e un clima “sereno”. Così dal ministero della Difesa e dal comando dell’Arma descrivono l’incontro avvenuto ieri pomeriggio tra la ministra Elisabetta Trenta, il comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, Giovanni Nistri, Ilaria Cucchi e il suo avvocato Fabio Anselmo. Un incontro impensabile fino a pochi giorni fa, cioè almeno fino a quando il carabiniere Francesco Tedesco si è deciso a raccontare la sua verità al Procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone, e al sostituto, Giovanni Musarò. La ministra Trenta, che ha definito l’incontro “emozionante”, ha avuto parole molto chiare nei confronti della vicenda: “Io credo che dobbiamo chiedere scusa in tanti, sono molti quelli che dovevano vedere e non hanno visto. C’è stata disattenzione. Oggi sono due le parole chiave: rispetto e unità – ha continuato la ministra, assicurando che chi ha sbagliato pagherà –. Il rispetto è per il calvario vissuto ma anche per i carabinieri che, ogni giorno, garantiscono la sicurezza dei nostri cittadini. Quando si crea sfiducia, la colpa un po’ è anche della politica. Io credo fermamente nel dialogo. Io credo che la politica debba appunto unire, e non dividere”.

Trenta ha spiegato che nella discussione, durata poco più di mezz’ora, “è emersa la sete di giustizia, che è lo stesso principio su cui si fonda l’Arma dei Carabinieri, e la fiducia nello Stato, cui Ilaria e la famiglia Cucchi non hanno mai rinunciato”. Le due donne si sono date del “tu”, chiamandosi per nome, e la sorella di Stefano si è sentita “accolta dallo Stato, per la prima volta”. Eppure la titolare della Difesa è stata l’unica a parlare al termine dell’incontro. Nonostante l’invito rivolto alla sorella di Stefano e al suo avvocato, costoro hanno preferito non incontrare nessuno e lasciare il posto alla “padrona di casa”. Neanche il generale Nistri, con il quale ci sarebbe stata tensione a proposito del carabiniere Riccardo Casamassima – colui che con la sua testimonianza ha dato vita all’inchiesta bis sulla morte di Cucchi, testimoniando di fatto contro i colleghi – ha voluto rilasciare dichiarazioni alla stampa.

È andato tutto per il verso giusto? Sono arrivate le parole di chiarezza tanto attese dalla famiglia del ragazzo morto il 22 ottobre 2009? È certo che Ilaria alla fine è apparsa molto scossa. Per spiegare cosa accaduto realmente al Circolo Ufficiali, ha rimandato a una conferenza stampa, oggi pomeriggio, al termine di un’altra proiezione del film “Sulla mia pelle” di Alessio Cremonini.

I grillini cedono sulla legittima difesa, la Lega promette modifiche al testo Pillon

Il ritiro da parte dei Cinque Stelle degli emendamenti al disegno di legge sulla legittima difesa, in cambio di un “ripensamento” del testo del leghista Pillon sull’affido condiviso e della velocizzazione dell’iter del provvedimento sul voto di scambio politico-mafioso. In Senato tra Lega e M5s sarebbe questo l’accordo complessivo. Tanto è vero che martedì sera il senatore Francesco Urraro (M5S) ha rinunciato agli emendamenti presentati in commissione Giustizia con i quali si sarebbero limitati almeno in parte i casi di non punibilità per chi spara all’ interno delle sue proprietà. E ieri Pillon ha dichiarato: “M5S dice la stessa cosa che diciamo noi: c’è un testo su cui lavorare”. Per la sua legge si annunciano tempi lunghi, visto che le audizioni in commissione sono moltissime. Nel frattempo, non sono arrivati i 500mila euro di copertura al testo sulla legittima difesa per i casi di rimborso delle spese processuali.

“Il Pd non sa neanche dove vive ha perso contatto con la realtà”

Difficile spiegarsi come Tommaso Cerno abbia rinunciato a una posizione apicale nel giornalismo – condirettore di Repubblica, ex direttore de l’Espresso – per accomodarsi nelle retrovie di Palazzo Madama, senatore qualsiasi tra i reduci renziani. Diventa ancora più difficile, sentendolo parlare del Pd: “Sui vitalizi è stato imbarazzante. Ha avuto paura. Ma se hai paura di tutto non puoi fare politica”.

Pare sia l’unico nel suo partito con un’opinione forte.

Sembra forte solo perché siamo un partito debolissimo. Il vitalizio è un contratto col popolo elettore. E in questo momento il popolo elettore pretende una sola cosa: equità. Ovvero che la tua pensione sia calcolata in base a quanto hai versato. Ma vado oltre: il parlamentare, per il suo ruolo, dovrebbe sacrificarsi di più.

Lei è oltre i grillini.

Martina sembra Santi Licheri, parla come Salomone: “Non siamo contrari, però non siamo neanche favorevoli, e allora usciamo dall’aula”. È come uscire dal mondo dei tuoi elettori. Che ti dicono: “Hai presente dove vivi?”. Il Pd non ce l’ha presente.

Però i tagli incidono su un diritto acquisito, no?

Un diritto acquisito che il Parlamento si è dato da solo. Le pare che a Termini Imerese gli operai abbiano deciso da soli il proprio stipendio?

Nei palazzi si perde il contatto con la realtà?

Il Pd ha perso il contatto con la realtà, in Parlamento e fuori. Si vede pure dal congresso.

Non stima i candidati?

Zingaretti, Minniti, Boccia: bravissime persone ma non rappresentano una novità.

Cosa intende per novità?

Renzi lo fu all’inizio. Ma lo fu anche Rodotà. Non c’entra l’anagrafe: Rodotà era amato dai giovani ancora più che dai suoi coetanei. Dobbiamo trovare qualcuno che rappresenti ciò che ora non c’è.

Chi le viene in mente?

Nessuno. Se siamo ancora qui a discutere di Zingaretti e Minniti, si vede che il Pd ha un problema anche di classe dirigente. E poi c’è “la ditta”… somigliano ai busti dell’800 nei corridoi del Senato.

Quindi alle primarie…

Non voterò. Sono la conta di un partito in fase calante. Minoritario. Ma a quell sono abituato da sempre: sono nato povero, di origine slava, omosessuale. Il Pd ha di buono che è ancora più incasinato di come lo vedevo da fuori (ride).

E Renzi come lo vede?

Ha passato uno dei periodi più critici della sua vita, va compreso. Per questo forse non riesce più a fare ragionamenti di ampio respiro, qualcosa che non sia solo aspettare che un intero Paese si penta e dica: “Avevi ragione tu”.

Bisognava fare l’accordo con i 5Stelle?

Il M5S ha la tendenza, come l’acqua, a prendere la forma del contenitore dove la metti. Salvini è stato bravissimo a dargli la forma che serviva a lui. Bisognava fare un accordo politico, non sistemare qualche ministero o qualche punto di programma: provare a generare una galassia di rinnovamento.

Le piace fare il senatore?

I provvedimenti che arrivano sono pochi e di basso profilo. Le sedute finiscono prima per votare il giorno dopo e per far risultare che si lavora un giorno in più. La 18esima legislatura non è mai cominciata.

Non le piace il Pd, non le piace il Senato…

Le dico un’altra cosa: io non ho votato nemmeno “Sì” al referendum costituzionale… La riforma era confusa, e una Costituzione non può esserlo. Non votai neanche “No” perché siamo l’unica Costituzione occidentale che non prevede il suffragio universale, visto che i diciottenni non possono votare il Senato.

Cosa si è candidato a fare?

Per vedere se riuscivo a portare in Parlamento le battaglie della mia vita da giornalista. Guardi i diritti civili: manca una legge sull’eutanasia o sulle droghe leggere, quella sulle unioni civili è arrivata in ritardo di 30 anni e ha bisogno di essere migliorata.

E il Pd che c’azzecca?

Non ho l’idea che un partito ti debba rappresentare pienamente. Io sono contraddittorio, autonomo, mi piace lo scontro: preferisco un pregiudizio sano a un giudizio banale. Meglio uno che mi dice: ‘Sei frocio e non ti sopporto’, piuttosto che uno che mi riempie di sciocchezze da benpensanti sull’omosessualità… Ora mi auguro che si cominci a lottare per qualcosa.

Maggiori controlli e nessun praticantato, approvata la riforma

Nuove modalità di accesso alla professione giornalistica, che prevedano accanto alla laurea anche un corso universitario; più vigilanza per l’iscrizione all’elenco dei pubblicisti, con un percorso biennale maggiormente documentato; il superamento del carattere di esclusività professionale, purché non ci sia conflitto di interesse; la regolamentazione del settore degli uffici stampa con l’istituzione di un registro. E poi il cambio del nome in Ordine del Giornalismo. Sono i nodi centrali espressi nelle Linee Guida per la riforma dell’Ordine dei Giornalisti approvate dal Consiglio Nazionale. Oltre all’attenzione alla deontologia professionale, la riforma si concentra sull’accesso all’albo, sia per i professionisti che per i pubblicisti: per i primi non ci sarà più il praticantato presso una testata, ma si prospetta l’iscrizione all’albo dopo aver una laurea (almeno triennale) e aver frequentato un corso annuale “di pratica”; per i pubblicisti invece il percorso biennale dovrà essere verificato ogni sei mesi, con la documentazione contabile dei pagamenti ricevuti e il riscontro dei corsi di formazione. La riforma per essere applicata deve diventare legge, con passaggio obbligato in Parlamento.

“Serve una Consulta più forte contro le pressioni europee”

“La parola chiave”, spiega il professor Massimo Villone – emerito di Diritto costituzionale a Napoli, interpellato sul braccio di ferro Italia-Europa – “è effettività”. “Se guardiamo l’architettura istituzionale, non c’è dubbio che il Parlamento sovrano sia la struttura portante del nostro sistema. Il punto è però proprio l’effettività, cioè la capacità di incidere. In Europa non c’è una comunità politica unitaria, e quindi il conflitto di interessi tra gli Stati è sempre dietro l’angolo. Anche la politica dell’austerità senza se e senza ma rientra in questo quadro. Se in un Paese lo spread sale, altri Paesi ne guadagnano. È in questo contesto che le scelte di un Parlamento formalmente sovrano possono trovare limiti di fatto”.

Secondo alcuni lo spazio di manovra degli esecutivi e dei Parlamenti dei singoli Stati è sempre più ristretto. Come fossero sotto tutela.

Ma la riduzione è anzitutto una scelta della politica italiana! Le difficoltà e i contrasti sulla manovra trovano radice non tanto e non solo in regole e scelte Ue, ma nel Fiscal compact, un trattato che abbiamo ratificato nel 2012.

Dunque, limiti auto-inflitti.

L’indirizzo politico esprime l’orientamento delle nostre istituzioni, e raggiunti quei limiti, pur auto-inflitti, bisogna capire dove stanno e come si muovono le controforze portatrici di interessi diversi. L’Europa adotta una linea politica di rigida austerità che fa il gioco di alcuni Stati membri e fa sponda coi mercati. Così deficit e spread diventano l’unico decisivo e puramente aritmetico metro di misura. Con le elezioni europee alle porte credo che sulla manovra italiana alla fine un compromesso sia probabile. Ma potrebbe anche non essere risolutivo.

Quindi il problema non è la pressione dell’Europa su ogni materia?

Un astratto rigore ragionieristico da parte Ue può rendere difficile la soddisfazione di bisogni e diritti fondamentali, individuali e collettivi. Potremmo pure trovare nell’ordinamento interno un argine nei “controlimiti”, che si oppongono all’ingresso di norme Ue se lesive dei principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale e dei diritti inalienabili della persona. Ma si tratta di formule generalissime e la linea seguita dalla Corte costituzionale si mostra nel complesso debole. Più solida appare ad esempio quella della Corte tedesca. Con una pronuncia del 2009 individua una “identità” costituzionale che si estende a comprendere lo stato di diritto, lo stato sociale, la forma parlamentare di governo e i diritti fondamentali, e che richiede per la sua tutela un incisivo ruolo del Parlamento.

Aiuterebbe eliminare l’art. 81, che impone il pareggio di bilancio, dalla nostra Costituzione?

Anche la riforma dell’articolo 81 è una limitazione auto-inflitta dalla politica italiana. Nessuno ci obbligava a modificare la Costituzione. Oltre che col Fiscal compact, con il nuovo articolo 81 una politica debole e subalterna ha pensato di mettere una camicia di forza, in omaggio al totem di una gestione presuntivamente virtuosa della finanza pubblica. Di sicuro, una riforma sbagliata e potenzialmente pericolosa. Una costituzionalizzazione del pareggio di bilancio fu definita in principio un grave errore anche da alcuni premi Nobel dell’economia, come Il Fatto all’epoca riferì ampiamente. Ma non credo che oggi cancellare la riforma risolverebbe i problemi. La crisi dello spread del 2011, che portò al governo Monti, ebbe luogo prima della riforma, il cui peso maggiore non è nella prescrizione del pareggio (più precisamente: equilibrio) in sé, che si può raggiungere anche con il deficit. Il problema è nei limiti posti all’indebitamento, consentito solo in via eccezionale. Ma sono limiti superabili, e sempre superati. L’articolo 81 di per sé non impedisce in termini assoluti a una maggioranza, se vuole, di adottare politiche espansive.

E cosa sarebbe risolutivo?

Avere istituzioni europee veramente rappresentative. E un sistema che in principio riconosce diritti, coesione sociale, solidarietà. Ma presuppone un’Europa politica che purtroppo non esiste, lasciando campo aperto a logiche liberistiche di mercato che la fanno da padrone. Alla fine, prevalgono gli egoismi territoriali.

La Grecia cosa ci insegna?

Penso che in ambito europeo abbiamo un peso, e un ruolo, diverso da quello della Grecia. Non a caso Juncker ha dichiarato che senza Italia l’Europa si sfascia.

Il vero vulnus qual è?

Le politiche che nel tempo hanno accresciuto diseguaglianze e povertà sono venute da scelte di maggioranza e di governo che avrebbero potuto essere diverse. Nostre scelte, nostre responsabilità. È l’esito di un indebolimento della cultura costituzionale originaria, centrata sui diritti e bisogni della persona, sull’eguaglianza, sulla giustizia sociale. Aver perso l’aggancio con quella cultura è anche il principale motivo del tracollo della sinistra. Ora dobbiamo rimettere al centro dell’agenda politica la Costituzione. Per fare questo abbiamo bisogno di una sinistra degna di questo nome, non ridotta a numeri da prefisso telefonico, e di un Parlamento ampiamente rappresentativo, non distorto da artifici maggioritari in chiave di esasperata governabilità. Peseremmo di più anche in Europa se avessimo come obiettivo l’attuazione della Costituzione, recuperando l’idea che le scelte politiche si fanno per le persone, e che imprese e mercati sono mezzi, e non fini.

Savona alla Camera: “Non ho più cariche in Euklid dal 21 maggio”

Il ministro Paolo Savona ha confermato ieri alla Camera di essersi dimesso a maggio dal fondo londinese Euklid (il CorSera aveva adombrato il contrario): “Ho presentato le mie dimissioni il 20 maggio 2018. Il giorno dopo, il board di Euklid ha accettato le mie dimissioni e il 7 giugno sono state comunicate allo studio legale Simmons&Simmons, che svolge le pratiche per conto della società, come prevedono le regole della Fca. Con riferimento ai fondi di investimento collegati Master e Feeder, le mie dimissioni sono state registrate, rispettivamente, in data 14 e 19 giugno 2018. Il ritardo nell’aggiornamento del registro presso la Companies House è dipeso da lentezza nelle comunicazioni tra i soggetti esterni a Euklid”. Insomma, “dal 21 maggio, quindi assai prima della mia nomina, non ricopro più alcuna carica”. Nega, infine, Savona che Euklid sia un fondo speculativo (“basta leggere il prospetto”) e possibilità di conflitti di interessi: “Il fondo opera con algoritmi di intelligenza artificiale del valore oggettivo ben sperimentati e il cui uso è documentato sulla catena blockchain“. Dunque “ il meccanismo stesso del fondo garantisce l’impossibilità di influenzare direttamente o indirettamente la sua gestione”.

Sentenze e ritardi: Europa7 scippata ancora

Una battaglia che va avanti dagli anni Novanta e continua tuttora, sotto forme diverse. Parliamo del contenzioso tra Europa 7 (ora Europa way) e Mediaset. Dopo la tormentata vicenda di Rete 4, che per un decennio occupò frequenze che non le spettavano a danno dell’emittente di Francesco Di Stefano, ora sembra di assistere alla replica.

Martedì scorso, infatti, una sentenza del Consiglio di Stato, accogliendo una serie di ricorsi e una sentenza della Corte di giustizia europea, ha stabilito che nel passaggio dall’analogico al digitale, completato in Italia nel 2012, Mediaset e Rai hanno goduto di una posizione di vantaggio che ha permesso loro di ottenere più frequenze di quelle dovute. Delle cinque frequenze detenute dal Biscione, per esempio, una sarebbe illegittima, dovuta a una posizione di forza nel mercato televisivo che andrebbe sanata.

Il Consiglio di Stato, però, se da una parte ha certificato questa anomalia, dall’altra ha buttato la palla in tribuna, perché invece di intimare la restituzione delle frequenze in eccesso si milita a stabilire che la questione dovrà essere compensata dall’Agcom, quando ci sarà il riordino delle frequenze del digitale terrestre, nel 2022 (quando parte di queste passeranno agli operatori telefonici che hanno appena partecipato all’asta per il 5G).

Nel frattempo Rai e Mediaset potranno continuare tranquillamente a trasmettere su tutte le loro frequenze. Una vicenda che ricorda da vicino quella di Rete 4 che, nonostante una sancita illegittimità, andò avanti a trasmettere in chiaro sulle frequenze che spettavano a Europa 7 e la vicenda si risolse solo col passaggio al digitale.

Martedì, però, c’è stata una seconda sentenza del Consiglio di Stato su questo terreno. In base a una situazione di predominanza delle grandi emittenti sulle piccole, accertata dalla Corte di giustizia, nel 2010 si stabilì di procedere con un “beauty contest”, ovvero una gara non onerosa (in cui si decide non in base a chi offre di più ma secondo il progetto ritenuto migliore) che metteva all’asta diversi lotti di frequenze. Gara che però il governo di Mario Monti nel 2012 ha prima sospeso e poi annullato. Alcune frequenze di quella gara furono poi attribuite dal Mise direttamente a Rai e Mediaset. Successivamente è stata bandita un’altra gara, questa volta onerosa, per le restanti frequenze, con una base d’asta di 30 milioni, che ha visto Urbano Cairo come unico partecipante.

Europa way, che con la prima gara avrebbe ottenuto un lotto di frequenze, si è così ritrovata con un pugno di mosche in mano. Da qui il ricorso al Tar (bocciato) e alla Corte di giustizia europea (accolto), secondo cui il governo italiano non avrebbe dovuto annullare la prima gara, che garantiva il pluralismo e l’accesso al mercato televisivo anche alle emittenti minori.

La questione è arrivata al Consiglio di Stato, e in particolare alla sezione presieduta dall’ex ministro degli Esteri di Forza Italia, Franco Frattini. La sentenza, anche in questo caso, è interlocutoria: la decisione se annullare o no la gara onerosa e riprendere il “beauty contest” spetta all’Agcom, ma è difficile che l’autorità per le comunicazioni vada contro le scelte fatte dai governi negli ultimi anni. Per la gioia di Mediaset, Rai e La 7.

Antitrust, la carta Legnini può mettere tutti d’accordo

Il termine per la presentazione delle candidature è ormai scaduto. E per fortuna. Perché sono fioccati i curriculum spediti alle caselle di posta elettronica messe a disposizione dei presidenti di Camera e Senato, Roberto Fico e Maria Elisabetta Alberti Casellati. Che ora dovranno scegliere il successore di Giovanni Pitruzzella all’Antitrust. Tra le decine di candidature ne spicca una di particolare peso: quella di Giovanni Legnini che fino a pochi giorni fa ha ricoperto la carica di vicepresidente del Consiglio Superiore della magistratura.

Nella stessa consiliatura in cui a Palazzo dei Marescialli sedeva anche Casellati, oggi padrona di casa a Palazzo Madama. La lunga frequentazione tra i due al Csm e i loro rapporti di assoluta cordialità, in realtà non basterebbe da sola a giustificare la scelta di caldeggiare la sua candidatura: Forza Italia, di cui Casellati è l’esponente con responsabilità istituzionali di maggior peso in questo momento, ritiene fondamentale che all’Autorità di vigilanza vada una personalità quanto meno non ostile ai dossier che coinvolgono Mediaset e Fininvest. Legnini, pur essendo tra i pochi esponenti dem nato politicamente nelle fila del Partito comunista, si è conquistato un profilo di indipendenza, nei quattro anni in cui ha fatto le veci di Sergio Mattarella a capo del Csm, che potrebbe rassicurare persino Silvio Berlusconi.

Se fosse per il Cav all’autorità garante della concorrenza e del mercato andrebbe occupata da un profilo ritenuto di area, come quello di Marina Tavassi, presidente della Corte di appello di Milano. Che gode della stima dei forzisti e particolarmente della presidente del Senato: della sua candidatura si sarebbe parlato anche nel corso della cena organizzata da Casellati qualche giorno fa a Palazzo Giustiniani per festeggiare gli 82 anni di Berlusconi alla presenza del presidente di Mediaset, Fedele Confalonieri, dell’eterno consigliere Gianni Letta e dell’avvocato Niccolò Ghedini. Tavassi vanta un curriculum di tutto rispetto e una specializzazione indubbia in materia di Antitrust. E soprattutto l’essere magistrato è di per sé garanzia di indipendenza, argomento che può fare breccia con Roberto Fico.

Certo, l’opzione preferita per Berlusconi, tanto per tagliare la testa al toro, sarebbe quella di nominare per il ruolo direttamente un forzista, magari Ghedini in persona. Ma altrettanto certo, sarebbe in quel caso, l’inevitabile altolà del presidente della Camera. Che, pur muovendosi in grande autonomia dal Movimento 5 Stelle, pretende che la nomina all’Antitrust, che ha poteri penetranti in materia di concorrenza, abuso di posizione dominante e tutela del consumatore, avvenga nel segno del cambiamento e della trasparenza. Ma pure nel pieno rispetto di alcuni requisiti fondamentali per aspirare all’incarico: il Presidente dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato è scelto tra persone di notoria indipendenza che abbiano ricoperto incarichi istituzionali di grande responsabilità e rilievo. E da questo punto di vista il profilo di Giovanni Legnini parte avvantaggiato.

Se non fosse stato impegnato al Csm fino allo scorso 24 settembre, probabilmente non gli sarebbe sfuggita la nomina di Avvocato generale della Corte di giustizia europea per la quale Pitruzzella ha lasciato con un po’ di anticipo il mandato all’Antitrust. O l’indicazione per altri incarichi di assoluto prestigio su cui il Capo dello Stato, che di lui stima l’equilibrio e la capacità di mediazione, mette sempre l’ultima parola. Ma c’è di più: neppure è un mistero che M5S e Lega, alleati nel governo, ma in lizza alle urne, si stiano già mobilitando per le prossime campagne elettorali. A partire dall’Abruzzo dove si vota a febbraio. Mandare Legnini all’Antitrust significherebbe eliminare un concorrente forte, l’unico forse nel Pd con qualche possibilità di diventare presidente della Regione.

Dubbi sulla conferma del procuratore Rossi a Arezzo: pesa Etruria

Slitta alla prossima settimana la conferma del pm Roberto Rossi per altri 4 anni alla guida della procura di Arezzo: la nomina è stata rinviata dopo che sono emersi dubbi nel plenum del Csm. Le perplessità riguardano la famosa vicenda dell’incarico di consulente giuridico di Palazzo Chigi ricoperto da Rossi mentre erano in corso da parte del suo ufficio le indagini su Banca Etruria, di cui era vice presidente il padre di Maria Elena Boschi, allora ministro. Una vicenda che aveva portato il precedente Csm ad aprire un fascicolo sul magistrato, concluso nel 2016 con l’archiviazione per mancanza di elementi che potessero giustificare l’apertura di una procedura di trasferimento d’ufficio per incompatibilità. La V Commissione del Csm ritenendo che il caso non fosse di ostacolo alla conferma del procuratore, aveva messo oggi sul tavolo del plenum la sua proposta favorevole, approvato all’unanimità. Ma alcuni consiglieri laici di area FI e M5S hanno chiesto approfondimenti su alcuni particolari emersi nel 2016 (il silenzio sulle inchieste in corso e l’autoassegnazione dei fascicoli su Etruria): non è passato il rinvio in commissione, quindi ne riparlerà il plenum.

All’Eur Raggi ripesca il “trombato” 5 Stelle

“Con un’altra legge elettorale forse sarei stato eletto, ma questa abbiamo per ora”, masticava amaro sui social Alberto Sasso, candidato alla Camera per i 5 Stelle nel collegio uninominale Torino 4, subito dopo aver mancato l’elezione in Parlamento il 4 marzo scorso. Sette mesi dopo c’è gloria anche per lui: è stato nominato presidente di Eur Spa, azienda partecipata al 90% dal Mef e al 10% dal Campidoglio, che gestisce il ricco patrimonio di immobili destinati a congressi e uffici nel quartiere modernista di Roma, costruito per ospitare l’Expo programmata per il 1942 e mai avvenuta a causa della guerra.

Al momento di comporre l’unico cda di peso delle partecipate da nominare nel 2018, il Campidoglio ha scelto di confermare quasi tutto il board sostituendo però Roberto Diacetti – nominato durante il governo di Matteo Renzi e già in passato manager in Atac con Gianni Alemanno sindaco – proprio con l’architetto torinese. Una decisione che avrebbe creato qualche malumore all’interno della giunta M5s di Virginia Raggi proprio per il rischio che la scelta apparisse come un “ripescaggio”. Anche perché negli ultimi mesi il management di Eur, ente che negli ultimi anni ha attraversato una fase di forte sofferenza dei conti, aveva iniziato a produrre alcuni risultati tangibili. Il successo della prima edizione del Gran Premio di Formula E, le monoposto elettriche, che si è svolto attorno al palazzo dell’Eur. E poi i primi eventi con un pubblico adeguato alla Nuvola, il futuristico centro congressi ideato da Massimiliano Fuksas, aperto con anni di ritardo dal costo finale ancora non quantificato (stime parlano di 467 milioni di euro) la cui costruzione ha messo a rischio i conti dell’ente.

Nonostante questo il Campidoglio ha preferito puntare su Sasso, molto stimato da Beppe Grillo (era sul palco del terzo V-day), consulente per il progetto “green” delle Olimpiadi invernali a Torino e già all’inizio dello scorso anno collaboratore della giunta Raggi per la modifica del progetto del business park adiacente allo stadio dell’As Roma tramite il taglio delle cubature.

Una partita in cui era stato molto attivo l’avvocato Luca Alfredo Lanzalone, nominato ad aprile 2017 presidente di Acea, la multiutility più ricca del Campidoglio, incarico che ha lasciato a giugno scorso dopo che la Procura di Roma lo ha indagato nell’ambito dell’inchiesta sui presunti episodi di corruzione legati all’iter amministrativo dei permessi di costruzione dello stadio del club giallorosso. Lanzalone ha lasciato la presidenza di Acea ma non il Cda dell’azienda, dove figura ancora tra i consiglieri: sembra infatti che le sue dimissioni avrebbero causato la decadenza dell’intera governance e l’azienda starebbe aspettando la prossima assemblea degli azionisti per rimpiazzarlo. Formalizzata la nomina di Sasso l’opposizione di Pd e Forza Italia è partita all’attacco: “Ecco la meritocrazia 5 Stelle”.