Perché Draghi vuole il compromesso fra i gialloverdi e l’Ue

Quella sulla manovra italiana è una battaglia che la Commissione europea sa di non poter vincere, meglio limitare i danni come ha suggerito il presidente della Bce Mario Draghi sabato, con il suo invito a “calmarsi”. Oggi arriva in Italia il commissario Ue agli Affari economici Pierre Moscovici, ma l’esito dell’analisi di Bruxelles della manovra è già scritto: il governo Conte ha presentato un impianto di legge di bilancio in cui il saldo strutturale (il deficit al netto degli effetti del ciclo economico e delle misura una tantum), invece di migliorare dello 0,1 per cento del Pil come richiesto dalle regole europee e italiane, peggiora dello 0,8. Per la prima volta non si tratta, come coi governi Renzi-Gentiloni, dell’impegno a raggiungere gli obiettivi di deficit concordati ma a un ritmo più graduale. Questa volta l’Italia va in direzione contraria e la Commissione non ha alcuna base giuridica per validare la manovra. E nessuno si aspetta che il governo gialloverde cambi idea.

Le conseguenze immediate saranno minime: l’iter che porta dalla bocciatura della manovra alla procedura d’infrazione per debito eccessivo è lungo e si sovrappone alle elezioni europee. È quasi impossibile che la Commissione europea a guida Jean Claude Juncker abbia il tempo (con il voto a maggio 2019) e la forza politica per chiedere ai governi riuniti nel Consiglio Ue le sanzioni, finora mai applicate. E allora perché preoccuparsi tanto?

La risposta sta sempre nel monito di Draghi, dal vertice del Fondo monetario in Indonesia: “Un bilancio espansivo in un Paese ad alto debito diventa molto più complicato se le persone cominciano a mettere in dubbio l’euro”. Che ci sia il timore di un’uscita dell’Italia dall’euro è evidente da mesi: lo ha dimostrato l’economista Daniel Gros, confrontando il costo per l’assicurazione contro il default dell’Italia (cds) per il debito in dollari e per il debito in euro. Da maggio costa di più assicurare il debito in euro perché gli investitori scontano il “rischio di ridenominazione”, cioè l’ipotesi che il loro credito venga rimborsato in lire.

Lo scontro tra l’Italia e la Commissione sembra a molti una conferma della tesi che domina tra gli analisti dei fondi di investimento da quando l’Huffington Post ha pubblicato il 15 maggio la bozza del “contratto” di governo che evocava l’uscita dall’euro. La tesi è che la Lega di Matteo Salvini, Alberto Bagnai, Claudio Borghi, con il contributo di Paolo Savona, voglia arrivare a uno scontro finale che renda l’uscita dalla moneta unica inevitabile. Nel 2019, avverte la banca Barclays, il Tesoro avrà bisogno di vendere a investitori italiani almeno 80 miliardi di euro di titoli di Stato. Le famiglie hanno le risorse per comprare, perché dal 2011 hanno ridotto di 78 miliardi i loro investimenti in Btp mentre hanno aumentato di 166 miliardi la disponibilità di conto corrente. Ma se ci sono timori sull’euro, gli investitori stranieri inizieranno a vendere e quelli italiani rifiuteranno di comprare a meno di vedersi offrire rendimenti esorbitanti dallo Stato.

La questione europea, come avverte Draghi, rischia di amplificare la pericolosità della manovra che già di suo ha ingredienti di inquietudine. Le stime di crescita del governo – Pil reale +1,5 per cento nel 2019 e Pil nominale, quello rilevante per il calcolo del debito, +3,1 – sono state bocciate dall’Upb, l’autorità indipendente italiana sui conti. Il Tesoro ha poi detto a Bruxelles che l’Upb usava dati vecchi, cosa che l’Upb ha smentito e che è parsa un’offesa gratuita. Perché nessuno crede ai numeri italiani. Anzi, il rischio è che la frenata dell’economia sia brusca, per la congiuntura internazionale negativa per l’impatto limitato delle misure del governo Conte. “Lo spread si è consolidato a 300 punti (ieri ha chiuso a 308, ndr) nelle ultime due settimane, ma non è un equilibrio destinato a durare”, avvertiva ieri un report di Unicredit. Tra i rischi che potrebbero farlo esplodere: un declassamento del debito il 26 ottobre superiore alle attese, lo scontro con la Commissione Ue e la possibilità che qualche grosso detentore di titoli italiani cominci a vendere.

Più alta la temperatura dello scontro con Bruxelles, maggiore sarà la reazione dei mercati a ciascuno di questi eventi negativi e le conseguenze sul costo del debito e sul valore dei Btp in pancia alle banche.

Consob multa il revisore dei conti di Veneto banca

La Consob ha sanzionato per un ammontare complessivo di 600.000 euro Price Waterhouse Coopers, l’ex revisore dei conti di Veneto Banca.

L’ammontare complessivo deriva da una multa di 450.000 per i lavori di revisione sui bilanci di esercizio e consolidato 2014, da altri 100.000 euro riguardanti le verifiche sui requisiti di indipendenza del team di revisione nello svolgimento di un servizio non-audit prestato a favore dell’istituto e, per finire, da 50.000 per le verifiche effettuate sulla rilevazione contabile da parte di Veneto Banca dell’operazione di acquisto da JP Morgan Chase Bank di un portafoglio di prestiti ipotecari vitalizi.

Intanto la Corte d’Appello di Bari ha disposto la sospensiva del provvedimento con il quale Consob, nei giorni scorsi, ha multato i vertici della Popolare di Bari e l’istituto stesso, in qualità di responsabile amministrativo, per un totale di 1,95 milioni di euro. La Corte ha così accolto l’impugnazione dell’istituto. Nelle prossime settimane il procedimento andrà avanti con la comparizione delle parti.

Niente finanziamenti per contratto medici e abolizione del ticket

Abolizione del superticket e rinnovo del contratto dei medici: le risorse nel Fondo Sanitario Nazionale per ora non ci sono, ma si sta facendo il possibile per trovarle. Nel giorno in cui i camici bianchi sono scesi in piazza a Roma, è il messaggio che arriva dal ministero della Salute, obbligata fare i conti con una coperta troppo corta. Il nodo riguarda le risorse per la sanità, che salvo sorprese, non andranno oltre il miliardo già previsto nella precedente Legge di Bilancio, ma “insufficiente a garantire il diritto di accesso alle cure da parte dei cittadini”, come denuncia Tonino Aceti, del Tribunale dei Diritti del Malato. Certo è insufficiente abolire il super ticket, ovvero i 10 euro aggiuntivi su ricetta, previsti in alcune regioni e ritenuti responsabili di penalizzare i meno abbienti. L’intervento poi depennato dal Consiglio dei Ministri, “non è rimandato, stiamo cercando risorse e non credo sia impossibile – assicura il ministro, Giulia Grillo – Se non arriverò all’abolizione comunque riusciremo a trovare qualcosa di più dei 60 milioni della precedente legge di Bilancio”. Poi c’è il rinnovo del contratto di medici e veterinari, che hanno manifestato a piazza Montecitorio. Scioperi previsti il 9 e 23 novembre.

Nel condono a sorpresa uno scudo fiscale e l’aumento del limite dei 100 mila euro

Non punibilità del riciclaggio, limite a 100 mila euro anche per una “singola imposta”, scudo fiscale per attività finanziarie e immobili all’estero. La lista delle misure che, secondo Luigi Di Maio, è stata inserita nella bozza di decreto fiscale, è lunga e imbarazzante. Ed esula dagli accordi presi tra M5S e Lega, tanto che il condono, al momento, non potrà essere varato.

Limite a 100 mila. La bozza del decreto specifica che la somma da condonare “è ammessa nel limite di 100.000 euro per singola imposta e per periodo di imposta” (corsivo nostro) e comunque non oltre il 30 per cento di quanto già dichiarato. La congiunzione sembra permettere la somma tra la singola imposta e l’anno di riferimento con un’ulteriore espansione del limite condonabile. Senza considerare che nella bozza, tra le imposte condonabili, ora figura anche l’Iva, prima esclusa.

Scudo fiscale. Nell’articolo 9, in cui si regola la “dichiarazione integrativa”, cioè la possibilità di far emergere imponibile non dichiarato, si fa riferimento, oltre all’Iva, anche a due voci di cui secondo Di Maio non si era mai parlato: “L’imposta sul valore degli immobili e delle attività finanziarie all’estero” quindi il cosiddetto scudo fiscale relativo a capitali che non risiedono in Italia. E che con il decreto potrebbero rientrare con una sanatoria al costo del 20%, cifra che, nel caso dell’Iva, diventa invece una media ponderata o, in caso di impossibilità a calcolarla, sale al 22%.

Contributi Inps. Per quanto riguarda il condono vero e proprio, regolato dall’articolo 9, chi volesse far emergere somme non dichiarate ha tempo fino al 31 maggio 2019 per “integrare le dichiarazioni fiscali presentate fino al 31 ottobre 2017”. Tra i tributi da condonare ci sono anche i contributi previdenziali e su questo arriva l’affondo del presidente dell’Inps, Tito Boeri: “Ha un effetto devastante in principio sui conti del nostro istituto”.

Le altre misure. L’articolo uno del decreto riguarda la regolarizzazione di imposte contestate a condizione che non sia stato ancora notificato un avviso di accertamento. In tal caso, intervenendo volontariamente, se la cava senza interessi. All’articolo 7, invece, si consente alle società e, novità dell’ultimo minuto, anche alle società sportive dilettantistiche iscritte al Coni, di regolarizzare con versamento volontario Ires e Irap precludendo così azioni accertatrici e beneficiando della non punibilità per reati tributari. In caso di Ires e Irap, con il versamento del 25% della somma imponibile dichiarata

In caso di avvisi di accertamento, gli atti di recupero non ancora impugnati, ma impugnabili, possono essere sanate pagando solo le imposte senza sanzioni o interessi con la possibilità di rateizzare in venti rate trimestrali,

Per quanto riguarda i debiti già affidati all’agente di riscossione tra il 2000 e il 2017, si può sanare versando entro il 31 luglio 2019 oppure in dieci rate consecutive, l’importo dovuto più le somme affidate all’agente della riscossione a titolo di capitale e interessi e quelle maturate a titolo di aggio e quelle per il recupero delle spese esecutive.

mille euro. L’articolo 4 del decreto estingue invece le cartelle inferiori a mille euro, compresi capitale e interessi affidati agli agenti della riscossione tra il 2000 e il 2010, vengono “automaticamente annullate”.

Viene regolata anche la definizione delle controversie tributarie di cui è parte l’Agenzia delle entrate “in ogni stato e grado di giudizio” con il pagamento del “valore della lite” cioè il tributo dovuto. In caso di soccombenza dell’Agenzia in primo grado, la controversia può essere definita pagando la metà del suo valore oppure, in caso di soccombenza in secondo grado, versando il 20% del dovuto.

L’avvocatura generale disse no a nuovi soldi per la Croce Rossa

“Èuna disposizione di tutela dei lavoratori. Senza la quale non è possibile provvedere al pagamento del loro Tfr”. Così il ministro Giovanni Tria ha difeso la norma sulla Croce Rossa proposta dal ministero dell’Economia e spuntata “a sorpresa” nel decreto fiscale giusto alla vigilia della firma, con sconcerto del premier Giuseppe Conte che l’ha presa e cassata (“che roba è?”), come raccontato martedì dal Fatto quotidiano, durante il pre-Consiglio dei ministri di domenica.

Il ministro, poi, nella sera di martedì ha fatto muro quando i grillini hanno chiesto la testa del suo capo di Gabinetto Roberto Garofoli, presunto autore del blitz assurto ad emblema stesso della tecno-burocrazia che comanda. Per Tria quell’attacco al dirigente e al Ragioniere Generale dello Stato, Daniele Franco, è “privo di fondamento e irrazionale”. Nella stessa nota il titolare di via XX Settembre ha voluto sedare ogni altra polemica ricordando che quella norma serviva “per sbloccare l’assegnazione di risorse già previste dalla legge anche a favore dei lavoratori”. Ecco, quel “anche” è da sottolineare in rosso e mettere da parte. Perché spesso l’urgenza è negli occhi di chi guarda.

L’articolo incriminato, in effetti, è titolato “Disposizioni urgenti relative alla gestione liquidatoria della Croce rossa Italiana”. In realtà tutta questa urgenza pare non ci sia, almeno non quella legata al trattamento di fine rapporto dei lavoratori della Croce Rossa. A sostenerlo è addirittura l’Avvocatura Generale dello Stato in un fitto parere di 22 pagine reso a fine luglio. Lo aveva chiesto proprio l’ente commissariale allo scopo di capire come venire a capo di una grana ormai gigantesca. Fuori dalla sua porta c’è l’Inps che bussa: chiede la bellezza di 117 milioni di euro. Sono i mancati versamenti dei contributi Tfr in favore dei 2.299 dipendenti via via trasferiti ad altri enti pubblici per effetto della privatizzazione avviata da Monti nel 2012, i quali dovranno poterli corrispondere prima o poi.

In pratica la Cri non era iscritta all’Inps ai fini previdenziali, i suoi ex dipendenti trasferiti ad altre amministrazioni hanno così uno “scoperto” sull’anzianità già maturata presso l’ente di provenienza che entro 180 giorni avrebbe dovuto versare i relativi contributi al nuovo “datore” (o all’Inps). La legge del 2012 prevedeva di risolvere la cosa mettendo questo debito a carico dell’attivo patrimoniale. Ma soldi non ce ne sono, in assenza di coperture adeguate neppure l’Inps può farsi carico di anticiparli.

Nel 2016, poi, gli stessi liquidatori hanno avanzato all’ente previdenziale la proposta di ripianare il debito conferendo all’Istituto immobili del suo patrimonio per un valore economico equivalente alle indennità previdenziali. Lo scambio però non è andato in porto e la questione è rimasta. E allora: quei lavoratori senza Tfr sono creditori privilegiati? Lo è l’ente previdenziale nei confronti della Croce Rossa? Per nulla, risponde nel suo parere di 22 pagine l’Avvocatura. Si tratta di una procedura fallimentare standard, in cui l’ente in via di liquidazione deve realizzare i propri attivi e pagare i creditori nell’ordine che stabilisce la legge. La stessa legge 178/2012 che disciplina perimetro e azioni dell’Ente Strumentale Croce Rossa, il commissario liquidatore, non può essere considerata “norma speciale” ai fini del trattamento previdenziale del personale proveniente dall’ente soppresso. Nessuna corsia preferenziale: l’Inps, comunque vada a finire la procedura di liquidazione della Cri, dovrà pagare il trattamento di fine rapporto. Dunque? Non c’è un problema coi Tfr dei lavoratori, c’è al massimo un tema di bilancio dell’Inps. Ma sono due cose diverse che hanno diverse “urgenze”.

Se si riprende in mano l’articolo della discordia anche lì si trovano due cose diverse che facilmente (appositamente?) vengono confuse. Da una parte viene prospettata come “urgenza” (che tale non è, dice l’Avvocato dello Stato) la questione delle “liquidazioni”, dall’altra però si stanziano pure sei milioni di euro l’anno per i prossimi tre anni al fine di aumentare la dotazione dell’ente commissariale guidato da Patrizia Ravaioli: insomma né il motivo rivendicato da Tria, né quello implicito e mai spiegato, giustificano l’uscita dai binari di una ordinaria procedura di liquidazione.

Quel “anche” – scritto nero su bianco nella nota del ministro – diventa allora l’involontaria manifestazione della volontà di giustificare il pasticcio tecno-burocratico come una misura all’insegna dell’equità sociale: chi mai sparerebbe sulla croce rossa e sul Tfr dei dipendenti? Forse sarebbe bastato informare adeguatamente il premier e i ministri che avrebbero dovuto metterci la faccia e la firma. Ma proprio perché si trattava di derogare a una ordinaria procedura di liquidazione e concedere liquidità per le spese del commissariamento, i tecnici del Tesoro avrebbero potuto/dovuto condividere per tempo la scelta: tanto più che chi di mestiere difende gli interessi dello Stato ha da poco chiarito che tutta questa “urgenza” non c’era.

Impunità per chi ricicla soldi. Il Quirinale blocca la norma

Ancora una “manina” a cambiare le leggi e stavolta la vicenda coinvolge anche il Quirinale e provoca l’inedita minaccia di un vicepremier, Luigi Di Maio, pronto a denunciare in Procura i tecnici del ministero delle Finanze. Nella bozza del decreto fiscale in possesso del Mef, infatti, sono inserite misure come la non punibilità per i reati di riciclaggio, uno scudo fiscale sui capitali all’estero, la sanatoria anche sull’Iva. Misure non concordate con il M5S che, infatti, Di Maio denuncia rabbiosamente durante la trasmissione Porta a Porta: “È accaduto un fatto gravissimo, il testo sulla pace fiscale che è arrivato al Quirinale è stato manipolato. Non so se una manina politica o una manina tecnica, in ogni caso domattina si deposita subito una denuncia alla Procura della Repubblica perché non è possibile che vada al Quirinale un testo manipolato”.

Il Quirinale, con una nota, smentisce di aver ricevuto il testo e Di Maio può spiegare che è sufficiente stralciare le norme contestate. Ma il testo, come spieghiamo più avanti, il Quirinale lo ha potuto esaminare. A essere chiamati in causa sono, però, anche i rapporti tra Lega e 5Stelle, pure se Di Maio ribadisce in tv la “piena fiducia” negli accordi presi con Matteo Salvini. Ma un dubbio sul ruolo della Lega, e in particolare di Giancarlo Giorgetti, viene instillato.

La bozza della “dichiarazione integrativa” con cui si potranno far emergere somme non dichiarate nel limite di 100 mila euro garantisce dalla punibilità per i reati regolati dagli articoli 648-bis e 648-ter del Codice penale: riciclaggio e uso illecito di denaro. Inoltre prevede il condono anche per le attività finanziarie e gli immobili all’estero, introducendo una forma di “scudo fiscale”.

L’irritazione dei 5Stelle nel momento in cui scoprono questa sorpresa dalle agenzie di stampa è massima e il dito, sia pure in forma ufficiosa, viene puntato contro la Direzione generale delle Finanze diretta da Fabriza Lapecorella. L’ennesima “manina”, dicono i 5Stelle, viene da lì.

Solo che stavolta gli uffici ministeriali vengono bacchettati, sia pure indirettamente, dallo stesso Quirinale che invita il ministero a rimuovere quella norma. Fonti dell’alto Colle romano, infatti, fanno sapere al Fatto di aver “chiesto di modificare le parti sulle depenalizzazioni” pur non sapendo “come le modifiche saranno effettuate”.

E le attenzioni del Quirinale non si sono limitate ai reati, gravi, cioè il riciclaggio e l’uso illecito di denaro, ma anche a quelli di dichiarazione fraudolenta e infedele che pure vengono depenalizzate dal decreto. Dopo le dichiarazioni di Di Maio una nota dagli uffici di Sergio Mattarella assicura che il testo non è mai giunto al Presidente. Ma l’intervento del Quirinale c’è stato.

Chi segue il dossier per conto del Movimento 5 Stelle assicura che “questi non sono gli accordi presi e noi non siamo certamente d’accordo”. E Di Maio dichiara che, in questa forma, il voto del M5S sul condono non ci sarà.

Come però la bozza sia stata scritta non è chiaro e chi ha avuto voce in capitolo sulla scrittura finale è abbastanza complicato da decifrare. Il testo, certamente, è frutto del lavoro della Direzione generale Finanze, quindi dipende direttamente dalla responsabilità politica di Giovanni Tria, il quale ha dovuto già affrontare il caso dell’intervento, presunto, di Roberto Garofoli nella norma sulla Croce Rossa che domenica è stata cassata dalla bozza di decreto fiscale. E che quindi resta un sorvegliato speciale.

I funzionari del Mef, però, assicurano di aver solo eseguito, come da prassi, le indicazioni della Presidenza del Consiglio. Tali indicazioni provengono dal verbale stenografico delle riunioni del governo che è redatto a cura di una figura istituzionale, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, cioè Giancarlo Giorgetti. A Bruno Vespa che, durante la puntata di Porta a Porta di ieri sera, gli chiede se dietro questa vicenda possa esserci proprio Giorgetti, Di Maio risponde laconicamente: “Non mi permetterei mai”. Però il nome circola e non è un caso se a tarda sera arriva la nota di Matteo Salvini: “Noi siamo gente seria non sappiamo niente di decreti truccati”. La prova di uno scontro aperto nel governo.

Pampers Di Mare

Il bello di quest’Italia senza memoria, dove tutto è presente e il passato non esiste (figurarsi il futuro), è che può succedere di tutto. Nel bene e nel male. Dipende dal caso, o dal culo. Prendiamo la Rai. Nella Prima Repubblica, dopo il lungo monocolore monorete Dc, si passò alle tre reti con la regola aurea della lottizzazione fra i vari partiti (“un democristiano, un socialista, un comunista e uno bravo”, la sintesi di Enzo Biagi). Nella Seconda, B.&C. occupavano Rai1 e Rai2 con relativi tg e lasciavano alla sinistra la riserva indiana di Rai3, e quando la sinistra andava al governo si pappava prima e terza rete (più i tg) lasciando al centrodestra Rai2 e Tg2 (più, si capisce, Mediaset). Poi arrivò Renzi e non fece prigionieri: renzianizzazione totale (oggi le tre reti e i tre tg sono ancora in mano a uno che, fuori da Saxa Rubra, nessuno sa più chi sia). Adesso, nell’èra gialloverde, per una singolare congiunzione astrale, la Rai ha un Ad competente e apolitico, Fabrizio Salini, circondato da un Cda lottizzato. E si attendono le nomine dei nuovi direttori. Pare che si tornerà alla lottizzazione: una rete e un tg ai 5Stelle, una rete e un tg alla Lega, una rete e un tg al Pd. Vedremo quali e soprattutto chi saranno i prescelti. Il toto-nomi ricorda le famose “bombe” di calciomercato di Maurizio Mosca al Processo di Biscardi: candidati improbabili perché troppo bravi (tipo Federica Sciarelli e Carlo Freccero) e altri probabili perché pessimi (tipo l’ex almirantiano, finiano, berlusconiano e ora salviniano Gennaro Sangiuliano).

Difficile districarsi nel gioco del “chi vuole chi”, del “chi sta con chi” e del “chi si è venduto a chi”, perché in queste ore la Rai è un termitaio di formiche impazzite che telefonano freneticamente, cercano i numeri di telefono giusti (gettonatissimo quello della Isoardi, ma anche della sua parrucchiera), si spacciano per leghisti o pentastellati della prima ora, fotoshoppano il selfie col figlio o con la fidanzata per sostituirli con Salvini o con Di Maio sperando che qualcuno ci caschi. Uno dei casi più misteriosi e appassionanti è il Camel Trophy di Franco Di Mare, un tempo apprezzato inviato di guerra poi riconvertito a conduttore-factotum di programmi pomeridiani e di Unomattina, nonché a romanziere. Le sue indubbie capacità mimetico-galleggiatorie gli hanno consentito di surfare sulla cresta dell’onda sia col centrodestra sia col centrosinistra. Ultimamente si era legato al dg Moiro Orfeo che, pur caduto in disgrazia, pare abbia sponsorizzato prima Matano e ora lui. Ma noi non ci crediamo e tendiamo a pensare che il vero grande sponsor di Di Mare sia un altro: Di Mare.

Sta di fatto che, pur sconosciuto tanto alla Lega quanto al M5S, il suo nome continua ad affiorare in tutti i retroscena per Tg1, Rai1, Tg2, Rai2. Sempreché, si dice, non cada vittima della storica inimicizia con la Isoardi, nata ai tempi della co-conduzione di Unomattina. Nel qual caso bisognerebbe ringraziare lady Salvini, perché nel passato di Francuzzo c’è qualcosa di più imbarazzante delle vecchie ruggini con lei. È il giugno del 2008, la scena si svolge nell’auditorium del Centro Congressi di Pescara. L’inviato del Tg1 Franco Di Mare, già conduttore di Unomattina, annuncia tutto concitato “un’edizione straordinaria del Tg1”. Si spengono le luci, parte la storica sigla del primo notiziario del cosiddetto “servizio pubblico” e appare il faccione ridanciano di un altro volto noto del tg della rete ammiraglia Rai: Attilio Romita che, seduto in studio uguale a quello del Tg1, con tanto di logo originale, annuncia ispirato. “Grande entusiasmo e scene di giubilo a Pescara per il 50° compleanno di Fater Spa”, i cui pannolini – assicura il Ted Turner de noantri – “hanno ridato dignità a una quota significativa della popolazione”. Sette minuti di marchetta all’azienda abruzzese di assorbenti che riunisce i marchi Tampax, Pampers e Tempo. Poi, come in ogni tg che si rispetti, i commenti dei politici, italiani e internazionali. Sarkozy, Bush (“dietro ogni grande uomo c’è sempre un grande pannolone”), Putin (“tutta la Russia vi ringrazia”). Poi le dichiarazioni di Prodi, Gasparri, Di Pietro, Bindi, Veltroni e infine Benedetto XVI che, durante l’Angelus, benedice i pannolini e i loro creatori. Romita conclude con brevi ritratti encomiastici dei manager Fater, a partire dall’“inflessibile Sergio Cipolloni”. Sigla finale, poi riecco Di Mare, il Walter Cronkite dei poveri, che avvia il dibattito. Il marchettone è talmente smaccato da rendere indistinguibile il falso Tg1 da quello vero: viene recuperato tre anni dopo dal sito del Fatto, dov’è ancora disponibile per la gioia di grandi e piccini.

L’allora direttore del Tg1 Gianni Riotta fa finta di nulla, e così il suo successore Minzolini, infatti i due uomini-sandwich del pannolino restano ai loro posti di smarchettamento. Interviene invece l’Ordine dei giornalisti, che a suo tempo radiò Giampiero Mughini per aver violato il divieto di fare pubblicità. Ma Per Romita e Di Mare fa un’eccezione: in primo grado si limita a una ridicola “censura”, in appello la cancella. Interpellato dal nostro sito, Di Mare sostiene che il finto Tg1 pro-Pampers era stato trasmesso a sua insaputa (un caso Scajola bis), tant’è che ci era “rimasto male” e aveva “subito chiesto scusa”, mentre nel video lo si vede lanciare il servizio e, al termine, riprendere la linea per il dibattito coi dirigenti Fater senza batter ciglio. Romita si supera: “La Fater non l’ho mai sentita nominare, non ho registrato quel video”. Poi, quando esce il filmato, opta anche lui per l’insaputismo. Chissà, forse li avevano ipnotizzati, o drogati. Risultato: oggi Romita è il capo della Rai in Puglia e Di Mare è in corsa per un tg. Primo e unico caso al mondo di galleggiante-assorbente.

Un corto in 48 ore: la sfida mondiale anche per esordienti

Realizzare un cortometraggio in 48 ore: questo lo scopo della XII edizione del concorso internazionale “The 48 Hour Film Project”, che si terrà a Roma nel weekend 19-21 ottobre all’interno del progetto Videocittà e organizzato da Le Bestevem. Oggi si chiudono le iscrizioni per la competizione che coinvolge 140 città in cinque continenti e vede la Capitale unica tappa italiana. Il film vincitore gareggerà contro i cortometraggi provenienti da tutto il mondo al Festival Filmapalooza 2019 (Orlando, Florida) dove, oltre al gran premio finale, potrà aggiudicarsi la possibilità di concorrere nella sezione Short Film Corner al Festival di Cannes 2018. Per l’edizione di quest’anno è prevista anche una novità: il premio al “Migliore Esordio” per tutti coloro che vorranno mettersi in gioco per la prima volta dietro la cinepresa. Grazie alla partnership con la Rai, infine, i migliori corti realizzati durante il concorso verranno trasmessi su Rai Movie.

“Attacchi di panico”: un romanzo li svela

All’improvviso cambia tutto, ogni certezza salta, ogni parametro si altera, o peggio si azzera; all’improvviso si è vulnerabili, preda del possibile quanto dell’ineluttabile, fragili nelle consapevolezze acquisite, persi nelle ataviche debolezze. Così in un attimo, in quell’attimo “non ho capito più niente, pensavo di avere un infarto, ho sentito un peso e poi delle fitte al petto, il braccio addormentato, la bocca che mi si storceva, e non riuscivo più a respirare, né a parlare”, racconta Roberto, uno dei protagonisti del libro. E no, non è un attacco di cuore, anche se i sintomi sembrano non lasciare scampo all’incertezza, è un Attacco di panico (edito da Mondadori), come racconta il professor Rosario Sorrentino nel suo primo romanzo, e su un tema a lui vicino vista la specializzazione in neurologia.

Un fenomeno purtroppo molto diffuso, molto più di quanto si immagini, basta verificare la continua crescita dei dati sui farmaci necessari per le cure; eppure si evita di parlarne, c’è un pudore totale, come se fosse una sconfitta rispetto alla società, o peggio un indice di follia. “Avrei preferito avere entrambe le gambe spezzate, amputate, piuttosto che pronunciare quelle parole che mi suonarono come una resa totale”, si sfoga Laura, la protagonista del romanzo. E qui inizia il suo percorso, quello tracciato da Sorrentino per accompagnare il lettore nel sentiero del dolore puro, la mancata condivisione, quindi della solitudine mentale e fisica; la difficoltà nel comprendere la necessità delle cure e la perseveranza a non mollare, anche quando l’abbandono di se stessi appare come l’unica soluzione praticabile ed efficace.

Estraniati dal e nel mondo da quella che la protagonista definisce “Bestia” per come si presenta, per come cinicamente appare, per come sa dissimulare la sua presenza per poi apparire più feroce di prima; in grado di conoscere i punti deboli e lì insinuarsi per poi nuovamente esplodere.

“Oramai era chiaro, la mia coscienza era come posseduta, infettata da un flusso continuo di idee e di pensieri a me ostili che non riuscivo a contrastare e che con il passare dei minuti acquisiva sempre maggiore forza (…) Ero consapevole che la mia scelta, le mie parole fossero assurde, ma sentivo che non potevo agire altrimenti (…) non mi fidavo dei messaggi provenienti dal mio corpo che si sprigionavano in modo fulmineo”, continua Laura.

Fino a quando si è costretto a cambiare la prospettiva dello specchio di fronte a noi, a resettare anni e anni di stratificazione mentale, a uscire dalla vergogna, a capire che non si è soli. Anche grazie a un romanzo.

Paola Egonu, stella in ritardo del volley femminile italiano

Che Paola Ogechi Egonu sia una giocatrice al di sopra di ogni standard lo suggerisce anche l’intelligenza con cui sorvola su alcune domande poco proprie che talora le vengono rivolte: per esempio, a chi le chiedeva se si sentisse Zaytsev al femminile fermamente rispondeva “No!”. E di certo non per antipatia. “Noi siamo le prime tifose della Nazionale maschile” aveva confessato la giocatrice in un’intervista prima di partire per il Mondiale femminile 2018 in Giappone, solo rivendicava legittimamente che il percorso di ogni atleta è a sé. Si diceva contenta, però, che ci fossero molte aspettative su di lei e sulla nazionale di cui è parte: “È un piacere!”.

Nata a Cittadella (Padova) il 18 dicembre 1998 da genitori nigeriani, è cresciuta a Galliera Veneta e si definisce “afro-italiana”: cadenza veneta. Spiega che quello per la pallavolo è stato “un lento innamoramento”: inizia a giocare a 12 anni, quasi controvoglia e, rammentando oggi quei primi tempi, si giudica “scandalosa”. Di lì a poco approda nella famiglia del Club Italia (il vivaio ideato da Julio Velasco che raccoglie, tra gli italiani under 18, i migliori giocatori e le migliori giocatrici) a cui resta legata fino al 2017.

Su di lei tutte le voci sono intonate: è una grande lavoratrice, e coniuga le sue doti naturali (altezza, salto, potenza) a un ininterrotto perfezionamento tecnico. Ma lei non si cura dei complimenti, rimane distante anche dai crediti mirabolanti che i media le stanno (lievemente in ritardo) tributando in questi giorni in ragione dei successi durante il mondiale: “fenomeno”, “asso”, “bomba”. Rifiuta anche l’etichetta di stella: “Non mi reputo la stella della squadra,” sostiene. Non le piace l’idea di un leader, crede nel gruppo, dove ognuna ha il proprio posto e la propria importanza.

Tuttavia, nel racconto di una rassegna sportiva così luminosa per la nostra nazione, va riconosciuto a Paola (Paoletta) Egonu, al netto della sua seria umiltà che le fa onore, il fatto di essere la giocatrice più determinante della selezione italiana, la più continua. Senza dover per forza sgranare il rosario dei suoi numeri e dei suoi record – 189 sono i cm di altezza, 344 quelli a cui arriva saltando per schiacciare, più di 90 kmh è la velocità delle sue “bordate”; e ancora solo 19 i suoi anni e 46 sono i punti che concretizzò durante la terza giornata del campionato 2016-17, quando di anni ne aveva ancora 17, contro l’Azzurra Volley San Casciano, realizzando così il miglior risultato di sempre in Serie A1 –, se insomma ci contentiamo di guardare alla partita contro il Giappone (vinta 3-2 dall’Italia), la stessa che ci ha regalato l’accesso di diritto alle semifinali, Egonu è stata la trascinatrice del gruppo.

Ecco, se proprio vogliamo farci spingere sull’altalena dei paragoni e della memoria, durante il quinto set del match contro il Giappone, più di un tifoso sarà stato accarezzato dal ricordo della finale di Berlino 2002 (quando l’Italvolley femminile vincerà il Mondiale per la prima volta): Italia-Usa, punteggio 2-2. Proprio come Eleonora Lo Bianco, l’allora palleggiatrice della nazionale, cerca un’inarrestabile Elisa Togut (che risulterà anche l’Mvp di quella rassegna), l’alzatrice Ofelia Malinov serve senza posa Paola Egonu al tie-break, è lei la sua “donna-partita”.

Come Togut, anche Egonu resta sempre lucida dentro e fuori dal campo. Sembra, infatti, lei la meno stupita di tutte queste vittorie, quando in zona mista arriva stanca ma sorridente. In seguito alla vittoria contro la Russia, dichiara raggiante: “Sapevo che avremmo spinto, nonostante tutto”; dopo il succitato scontro vinto con il Giappone, la sua tenacia non fa una grinza: “Sono soddisfatta. Sono contentissima. Non c’è stato un attimo in cui abbiamo temuto di perdere”. E rivendica con orgoglio i risultati raggiunti: “Adesso è il nostro momento!”

Sì, perché lontano dai riflettori – dapprima, tutti puntati sul mondiale maschile colmi di attesa (gioco forza: si svolgeva in casa), e poi un po’ delusi e distratti – la nazionale femminile nel regno del Sol Levante ha esordito quasi obliata dalla cura dei media. Anche tale particolare riporta alla memoria il 2002, quando invece di parlare della pallavolo femminile, erano tutti concitati a incolpare l’arbitro Byron Moreno di tutti i mali del mondo. Tornando all’oggi, venerdì ci aspetta la nazionale cinese, e ci aspetta anche il confronto tra i due assi: la nostra Paola Egonu e Zhu Ting, una delle migliori giocatrici al mondo. Sarà una sfida difficile per le nostre atlete? Certo: difficile ma non impossibile.