“Ho scritto hit per altri. Adesso esco dall’ombra”

La prima chance può arrivare a cinquant’anni, quando l’occhio del riflettore all’improvviso ruota di pochi gradi e illumina chi per due decenni è rimasto all’ombra della gloria altrui; chi da due decenni compone pezzi da hit, da falò intorno alla spiaggia, da standing ovation a Sanremo. “Oramai neanche ci pensavo più e mi andava bene, poi un giorno Renato Zero ascolta un brano cantato da me, mi guarda e con modi seri traccia una nuova direzione: ‘Perché non incidi un disco? Lo produco io’. Incredulo l’indomani ho solo risposto: grazie”. Nasce così Credo, primo album di Vincenzo Incenzo con tredici tracce tra brani inediti e alcuni suoi grandi successi come Cinque giorni e L’acrobata.

Non ci pensava più.

Un sogno finito da tempo nel cassetto dei progetti mancati, e senza molto rimpianto.

Lei come nasce?

Al Folkstudio (storico locale di Roma) quando la domenica mi esibivo da promessa, poi un lunedì ho aperto un concerto di De Gregori.

E…

Alla fine dell’esibizione mi dice: “Sei un bravissimo giovane collega”.

Detto da lui.

L’emozione di quel momento non la dimentico.

E poi?

Nel giro piacevano i miei pezzi, così mi chiesero di scrivere per altri, in particolare per Michele Zarrillo: “Non sono capace…”, rispondevo.

Al contrario è nata “Cinque giorni”.

La svolta: dopo l’uscita mi hanno chiamato tutti, dallo stesso Renato a Lucio Dalla, e da lì sono partiti vent’anni travolgenti, durante i quali ho accantonato ogni progetto iniziale.

Ma tra il Folkstudio e “Cinque giorni”?

Laureato al Dams di Bologna, Umberto Eco presente, quindi ho viaggiato e suonato per tutta Europa: entravo nei locali, mi piazzavo al piano, e spesso il proprietario arrivava per ingaggiarmi.

Cosa cantava?

Quasi solo cover, Elton John in particolare, poi piazzavo qualche mio pezzo per sondare la reazione del pubblico.

Come mai gli studi a Bologna?

Un po’ per assorbire quella realtà musicale, e lì ho vissuto i primi passi di Luca Carboni e gli Stadio; un po’ per allontanarmi dal confronto con mio padre, luminare della musica classica: per trent’anni primo clarinetto a Santa Cecilia.

Torniamo a “Cinque giorni”.

È una lettera scritta un cinque gennaio, esattamente cinque giorni dopo l’addio della mia ragazza.

E Zarrillo?

Mi ricordavo di una musica scritta da Michele, così vado da lui e ci poggio sopra il testo ed era perfetta. “Portiamola a Sanremo”

Inizia la svolta.

Non subito. La casa discografica presenta un altro brano, Baudo lo ascolta ma non è convinto. “Avete solo questo?”, domanda Pippo. I discografici spiazzati mettono play su Cinque giorni e arriva l’ok.

Diventa autore.

E giovanissimo, quando di solito sono più attempati: se andavo alla Siae per depositare i pezzi, mi scambiavano sempre per il pony express.

Da dietro le quinte com’è
Sanremo?

Come autore ho partecipato undici volte, ma solo in quattro occasioni sono andato all’Ariston.

Primo ricordo del Festival.

La gioia del pubblico: lì urlano a prescindere; anzi: prima urlano e poi ti domandano “Scusa, ma chi sei?”

Non le pesa questo ruolo “ombra”?

Ho cercato di essere più maturo rispetto alla mia emotività, di mettere da parte me stesso.

Come si fa?

Ho puntato sul piacere della sola scrittura, la realizzazione dentro la creazione, e una volta consegnato il pezzo me ne affrancavo per non starci male.

Renato Zero.

È stato di una generosità unica, non ripetibile: mi accompagna anche nelle ospitate televisive per dare più forza al messaggio. Ma chi si presta, volontario, a una situazione del genere? Sono ancora incredulo e gli dico grazie anche per il mio ieri.

In particolare?

Uno come lui non ha bisogno di un autore, eppure mi coinvolge perché ha la duttilità mentale di volersi confrontare: è di un altro livello, un fuoriclasse non solo come artista, ma pure in quanto a sensibilità.

Torniamo alle canzoni: le sono sempre piaciute le interpretazioni altrui?

In rare occasioni mi ha dato fastidio il desiderio di caricare il testo, di spingere sulla parola.

Nel primo brano del disco “Je suis” parla dell’ego.

E penso a quando ho tentato di convicermi di non essere in grado come cantautore. E ho iniziato a studiare il violino in maniera compulsiva tanto da causare una tendinite cronica.

Ma Zero in vent’anni non l’ha mai sentita cantare?

Mai, mi nascondevo.

Suo padre è soddisfatto?

Oggi di più, mentre da piccolo ha tentato di scoraggiarmi in ogni modo, definiva la musica “un demonio che fa soffrire”, tanto da chiudere a chiave il pianoforte per evitare che lo suonassi.

La canzone preferita di suo padre.

L’elefante e la farfalla: da lì ha cambiato idea.

E la sua?

La stessa di mio padre più L’acrobata: qui credo di aver raggiunto la giusta sintesi.

Lei a X Factor.

Non avrei avuto quella violenza performante, quando li guardo mi sembrano tigri.

Cosa avrebbe cantato?

Forse L’animale di Battiato.

Ora cosa vuole?

Tornare a suonare dal vivo con il pianoforte, ovunque, anche per pochissime persone. Voglio recuperare le emozioni del Folkstudio.

Al debutto.

E mi sembra già di aver recuperato vent’anni.

Le mille vite di Mister Pc Allen, l’altro volto Microsoft

Per descrivere la personalità di Paul Allen, l’ex-socio di Bill Gates e il cofondatore della Microsoft, morto l’altroieri a 65 anni al termine di una battaglia con un linfoma cominciata quando ne aveva 29, bisogna collocarlo, in senso psicologico prima che geografico, nel cuore del Nordovest americano. Seattle, la città dove Allen è nato e morto, è la sintesi di qualcosa che non è solo un’atmosfera, ma è un modo particolare d’essere e pensare americano, il più vicino che ci sia rispetto al progetto originale di questa nazione. Allen è stato un grande esempio di uomo di successo del Nordovest, oltre che l’ultima incarnazione di quei modelli che lui stesso ha adorato, nella sua bulimica voglia di vivere: perché c’è stato il Paul Allen inventore seriale, l’Allen businessman, il proprietario di un impressionante numero di franchigie sportive professionistiche della sua regione, l’esploratore degli abissi alla ricerca di relitti sensazionali, il cacciatore di extraterrestri, il fondatore del museo di Jimi Hendrix nonché il chitarrista di una rock band chiamata “I cresciuti”, il pianificatore di viaggi nello spazio e il proprietario di due yacht che paiono incrociatori. E poi, cerchiamo di non dimenticarlo, Paul è stato colui che ha messo insieme il puzzle di un oggetto che un tempo si chiamava “personal computer” e che, diffondendosi, avrebbe cambiato la nostra civiltà.

Tutto ciò, lui l’ha fatto in puro stile northwesterner: vestito casual, in jeans e sneakers, disinteressato alle formalità, con un inscindibile legame per gli amici d’infanzia che diventeranno i compari nella conquista del mondo e con uno straordinario istinto superiore – lo stesso padroneggiato da altri giovanotti del suo giro come Gates e Steve Ballmer, o come il concittadino Jeff Bezos, che inventò Amazon.

La loro è l’audace reinvenzione dello spirito d’impresa tradizionale, basata sull’individualismo, la creatività e la competenza, secondo il credo che nessun traguardo sia precluso a chi abbia idee, capacità ed energie. Un gruppo di eterni ragazzi, visibilmente spiazzati dagli anni che passano e disinvoltamente distaccati dalle spropositate ricchezze accumulate – i conti in tasca ad Allen quantificano un patrimonio di 17 miliardi di dollari, che ne fa una delle 50 persone più ricche del pianeta – e invece sempre a caccia di oggetti del desiderio su cui misurare le proprie capacità, l’intelligenza e l’acume. Nel 2000 Allen esce da Microsoft, al termine di roventi dispute economiche con Bill Gates, iniziate già negli anni ‘80, riguardo alla cessione e al valore delle sue azioni. Alla fine Allen sgombra dal direttivo della corporation, mantenendone però l’8 percento del pacchetto azionario e dedicandosi a un’impressionante quantità di nuove attività, nei più svariati campi della ricerca. Con una priorità, anche in questo caso nel solco della tradizione del nordovest: la filantropia.

Ovvero, secondo il credo dei più illuminati capitalisti americani, la restituzione e la rimessa in circolo dei formidabili ammassi di denaro accumulati in tempi brevissimi grazie alle proprie capacità. È il concetto che più di ogni altro rappresenta lo spirito di Paul Allen e soci: il travolgente slancio nel raggiungere traguardi, non allo scopo primario di esaltare il proprio status, ma per acquisire strumenti che, utilizzati con sapienza, producano progresso nella vita di tutti. Finché ha vissuto Allen ha donato due miliardi di dollari per sostenere, finanziare e lanciare progetti filantropici di ogni genere, nel campo dell’istruzione, della sanità dell’ambiente, del benessere della sua città e della protezione della natura di quei posti, oltre che della ricerca scientifica e tecnologica. Ora la Paul Allen Family Foundation si prepara a devolvere la metà dei propri averi, per sostenere progetti ancora più ambiziosi. E tutto questo, come vuole la leggenda, è cominciato nel solito garage, con un amico che come lui aveva il pallino delle macchine capaci di fare cose sbalorditive. Allen non si è mai laureato, ha coltivato una miriade d’interessi che disorientano chi provi a delimitarne la personalità, soprattutto è stato innamorato della vita con una fame che ricorda un altro grande scomparso di questa generazione di pacifici eroi, come Steve Jobs. Per fortuna, si direbbe che l’America non abbia inaridito la propria vena e continui a mettere in circolo personalità-matrice come queste. E oggi dunque, rendendo omaggio a una venerabile figura come Paul Allen, viene da pensare che proprio questa umana fertilità resti uno dei meriti più apprezzabili del Grande Paese.

Khashoggi, una fine alla Regeni

Con il passare dei giorni dalla scomparsa di Jamal Khashoggi, è sempre più evidente che il giornalista saudita, entrato e mai più uscito il 2 ottobre scorso dal consolato del suo paese a Istanbul, sia stato ucciso all’interno della sede consolare da uomini dei servizi segreti di Riad. Se la sua probabile morte sia da attribuirsi a un eccesso di torture o a un atto deliberato, ancora non è dato saperlo essendo le indagini ancora in corso. Secondo il New York Times l’erede al trono dei Saud, bin Salman “approvò” l’interrogatorio “poi finito male”; a metterlo in atto un ufficiale a lui vicino che avrebbe strafatto. Questa versione potrebbe mettere al riparo i rapporti fra i sauditi e gli americani, scagionando la casa reale. Per Washington il piano di sanzioni contro l’Iran può funzionare solo con il sostegno di Riad, pena il rischio di provocare gravi interruzioni e blackout sul mercato del petrolio. Ecco perchè una crisi con Riad in nome di Khashoggi è fuori discussione per la Casa Bianca.

Il corpo del giornalista non è stato trovato, al contrario di quello di Giulio Regeni, il ricercatore italiano ucciso due anni fa in Egitto, al Cairo, mentre svolgeva il suo lavoro per l’Università di Cambridge. Anche in quel caso, l’ipotesi è che i Servizi egiziani si siano fatti sfuggire di mano l’interrogatorio di un innocente. Per quel che riguarda Khashoggi, i responsabili della sua sparizione sono da ricercarsi all’interno dei servizi di sicurezza che nelle dittature prendono ordini direttamente dal tiranno (che si chiami re o sceicco o presidente poco importa), in questo caso il principe ereditario Mohammed bin Salman, detto MBS.

Sia che si tratti di servizi segreti fedeli all’uomo forte sia che si tratti di cellule deviate, non c’è dubbio che questi metodi per zittire le voci critiche sono usati senza remore dove non c’è alcuno stato di diritto, come in Egitto e come in Arabia Saudita. Ma quando le pressioni internazionali aumentano e minacciano ritorsioni economiche, anche il sovrano più assoluto deve cercare una soluzione. Per questa ragione MBS, colui che tiene in pugno il paese del Golfo, sembra aver optato per la versione dell’interrogatorio finito male, così da mettersi al riparo da sanzioni e consentire agli alleati, specialmente gli Usa, di continuare a fare affari con lui. Il segretario di Stato, Pompeo, in visita a Riad, conferma questa linea: “Siamo alleati da tempo e le nostre sfide sono comuni”. In Arabia Saudita, Pompeo ha ricevuto dall’anziano sovrano Salman rassicurazioni sul “suo impegno a sostenere un’inchiesta completa, trasparente e tempestiva”. Oggi però il capo della diplomazia Usa andrà in Turchia, e dovrà placare le ire del presidente Erdogan che è il principale accusatore dei sauditi. Il ministro degli Esteri turco Çavusoglu ha infatti sottolineato che “i consolati non sono luoghi per tenere gli interrogatori dato che per questi ci sono le aule dei tribunali e i giudici”.

Il presidente Erdogan ha dichiarato che gli inquirenti turchi entrati nel consolato “hanno trovato materiale tossico”.

Zigzagando i partiti muoiono (vedi Baviera)

I risultati delle elezioni in Baviera segnalano una disfunzione comportamentale della politica contemporanea che ricorda molto il rapporto delle donne con i loro capelli. La storia per cui una donna riccia non può fare a meno della piastra, così come una donna liscia si appella alla permanente, come se assomigliarsi un po’ meno fosse garanzia immediata di maggior fascino, può essere facilmente applicata ai partiti di oggi.

I cristiano – sociali della Csu, freschi di piega xenofobo-populista ad opera del coiffeur Horst Seehofer, hanno perso 12 punti sulle ultime regionali. Il loro leader, nonché ministro dell’Interno tedesco, si atteggiava a sovranista anti-migranti fino a congetturare un ‘asse dei volenterosi’ con Salvini e Orbán e tenendo in ostaggio la Merkel e tutta la Grande Coalizione. Obiettivo: un’operazione mimetica per somigliare sempre di più all’estrema destra (Afd), che in Baviera ha portato a casa l’11%. Pare che Seehofer avesse anche in mente di farsi biondo come Alice Weidel, la giovane leader Afd, ma all’ultimo abbia desistito. Fatto sta che non solo l’operazione camaleonte non ha portato voti a destra, ma ne ha anche fatti perdere tra gli elettori più legati ai valori cristiani, che hanno preferito i Verdi. Il cui primo segreto è tutto in questa frase della giovane leader Katharina Schulze: “Siamo l’unico partito che non continua a fare zig zag”. Per i Verdi, l’erba del vicino non era più verde di loro: così non hanno sentito il bisogno di camuffarsi da qualcun altro.

Ma il popolare che si veste da sovranista non è certo il primo della serie: le vere apripista dell’arte mimetica sono state le varie sinistre europee, che da vent’anni e più si sottopongono a permanenti liberiste che hanno finito per renderle quasi calve.

Date le evidenze tricologiche, appare effettivamente geniale la scelta delle due figure da cui il Pd democratico ha scelto di ripartire: se non può essere Minniti, che sia Zingaretti. O viceversa.

“Il giovane Emmanuel, gli amichetti e le urla della moglie-maestra”

Il giovane Emmanuel esuberante ed energico, Brigitte complice discreta e sorridente. In pubblico una coppia turbo-presidenziale. In privato, nelle stanze dell’Eliseo, una coppia pestilenziale e sull’orlo della rottura tra “amichetti, amiche intime”, scivoloni mediatici, crisi politiche. Le discussioni dei coniugi Macron hanno fatto “tremare i muri dell’Eliseo”. La crisi politica che investe il marito, tra calo di popolarità, scandali, forfait a cascata di ministri, ha esasperato la première dame.

E, stando a Le Parisien, le “scenate” di Brigitte si ripetono. Crisi di coppia? Chi conosce i Macron ritiene che gli scambi definiti “burrascosi” siano nella norma: “Si possono parlare in modo molto acceso e certe volte si scontrano perché hanno entrambi dei caratteri forti”, dichiara un amico (anonimo) della coppia. A luglio “l’ira della ex insegnante” è talmente esplosa da far tremare le pareti.

La disputa era legata al Benallagate, lo scandalo che durante l’estate ha coinvolto il 26enne consigliere per la sicurezza di Macron, Alexandre Benalla, filmato mentre picchiava dei manifestanti a margine del corteo del primo maggio. Brigitte era “infuriata” che non si riuscissero a tenere a bada le polemiche e avrebbe insistito per allontanare il bodyguard. Nel pieno dello scandalo, la première dame avrebbe anche sbattuto le porte dell’Eliseo per andare a prendere aria nella casa al mare di Le Touquet, con la figlia e i nipoti, prima di partire per il sud, al forte di Brégançon, dove i Macron hanno trascorso le vacanze estive senza quasi farsi vedere e senza esporsi agli scatti dei paparazzi.

Brigitte, l’insegnante del giovane marito che continua a consigliarlo in modo discreto, non esita a bacchettarlo anche ora che lui è presidente. Lo avrebbe già ripreso per certi modi di fare e parlare che lo fanno passare per arrogante agli occhi dei francesi. Spegnere le polemiche che intaccano l’immagine del presidente e prendere le sue difese è diventata una delle principali occupazioni di Brigitte Macron. I pettegolezzi che l’hanno ferita di più sono quelli sulla presunta omosessualità del marito. Durante la campagna elettorale era circolata la voce che il candidato di En marche! avesse un’avventura con l’ex amministratore delegato di Radio France, Mathieu Gallet.

Durante un meeting Macron aveva smentito con ironia: “Dicono che ho una doppia vita, forse hanno visto il mio ologramma”. A chi ha messo in giro quelle voci Brigitte promette vendetta: “È un piatto che si mangia freddo”, avrebbe confidato agli autori del libro Mimi, oggi in libreria (edito da Grasset). Il saggio, di cui il settimanale Le Point ha pubblicato alcune anteprime, imbarazza l’Eliseo perché rivela l’amicizia tra madame Macron e la regina del gossip Mimi Marchand, padrona della Bestimage, la principale agenzia di paparazzi francese. Marchand, 71 anni, ex giornalista al settimanale scandalistico Voici, più volte condannata per traffico di stupefacenti, emissione di assegni scoperti e truffa, consiglia Macron sin da quando era candidato, restando nell’ombra. Sarebbe stata lei, grazie alle sue conoscenze, a scoprire chi è all’origine delle voci sulla presunta relazione di Macron con Gallet e a riferirlo a Brigitte, che ora affila i coltelli: “Le sono riconoscente anche per avermi spiegato come funzionano i media”.

Voci dello stesso genere sono tornate a circolare di recente: Macron avrebbe avuto una relazione con Benalla e il presidente è stato di nuovo costretto a smentire: “No, Benalla non è il mio amante”, ha affermato in Parlamento.

Il “bravo soldatino” di Macron scelto contro i “cugini italiani”

Sono servite due settimane a Emmanuel Macron e al suo premier, Édouard Philippe, per partorire il nome del nuovo ministro dell’Interno dopo le dimissioni di Gérard Collomb. Dopo giorni di trattative e rifiuti, la scelta è caduta su Christophe Castaner, fedelissimo di Macron, che sognava il ministero della place Beauvau da due anni. “Tanto rumore per nulla”, il primo commento dell’opposizione. “Con Macron il peggio è sicuro”, ha detto Marine Le Pen; la leader del Rassemblement national ha osservato: “Castaner tratta i membri dell’opposizione non come avversari politici, ma come nemici”. È dunque un macronista della prima ora il nuovo interlocutore di Matteo Salvini. Dati i precedenti, il dialogo tra i due pare sin d’ora difficile. A settembre, lanciando la campagna per le europee del partito di Macron, La République en Marche, di cui è delegato generale (ancora per poco), Castaner aveva parlato di “piromani dell’Europa” riferendosi ai leader della Lega e di RN, e al premier ungherese Orbán. Durante la crisi dell’Aquarius, insistendo sulla necessità della “cooperazione europea”, aveva criticato “la politica della comunicazione pura e la demagogia in salsa Salvini”. L’ex socialista pendeva dalle labbra di Macron già da quando quest’ultimo era ministro dell’Economia di Hollande.

Tra i primi a aderire a En marche!, è stato via via portavoce del partito e portavoce del governo. Fino a due giorni fa era segretario di Stato per le relazioni con il Parlamento. È il “bravo soldatino”, scriveva ieri il quotidiano della gauche Libération. Ma non tutti pensano che Castaner sia adatto a vestire i panni di primo flic di Francia. Forse qualche dubbio lo ha lo stesso Macron che gli ha affiancato l’ex capo dei servizi segreti interni, Laurent Nunez, per occuparsi del tema delicato della sicurezza. Il nome del nuovo ministro dell’Interno era la novità più attesa del rimpasto di governo che Macron avrebbe evitato, se non fosse che i primi di ottobre Collomb ha annunciato di voler tornare a fare il sindaco di Lione. Su sfondo di divergenze politiche, le dimissioni di Collomb sono stati un secondo smacco dopo la partenza mediatica dell’ex ministro dell’Ecologia, Nicolas Hulot. Dal governo è uscita, senza sorprese, la ministra della Cultura, l’editrice Françoise Nyssen, coinvolta in un’inchiesta giudiziaria per lavori abusivi. È stata sostituita da Franck Riester, un ex dei Républicains. È stato inoltre promosso al posto di segretario di Stato nel ministero dell’Educazione Gabriel Attal, il portavoce di En marche! che aveva definitivo “vomitevole” la politica di Salvini sui migranti.

A Bari il giudice smonta il Jobs Act: indennizzo più alto per il licenziato

Ancora non conosciamo nel dettaglio le motivazioni che, tre settimane fa, hanno portato la Corte costituzionale a bocciare la parte del Jobs Act sui risarcimenti dovuti dalle imprese ai lavoratori ingiustamente licenziati. La sentenza non è ancora stata pubblicata, ma ha già ottenuto un effetto pratico nella vita di un impiegato italiano. Ex dipendente di un’azienda barese, a dicembre 2017 è stato allontanato con una procedura che per il Tribunale era irregolare. Essendo stato assunto ad aprile 2016, avrebbe avuto diritto solo a quattro mensilità di risarcimento. Isabella Calia, la giudice che ha esaminato il caso, ha però voluto già applicare la decisione della Consulta, pur non ancora depositata: così ha condannato il datore di lavoro a pagare un indennizzo di ben dodici stipendi.

Nel quantificare la cifra, infatti, non ha tenuto conto solo dell’anzianità dell’addetto, come era disposto dal Jobs Act, ma anche di tanti altri fattori come per esempio la gravità della violazione da parte dell’azienda e le condizioni del lavoratore. Si è quindi riappropriata di quel potere discrezionale che la riforma renziana aveva sottratto ai magistrati creando un sistema di risarcimenti fisso e automatico. La legge del 2015, targata Giuliano Poletti, ha abolito l’articolo 18 per quasi tutti i tipi di licenziamenti illegittimi. Quindi chi viene messo alla porta, pur in assenza di ragioni disciplinari o economiche, ha diritto solo a un indennizzo monetario pari a due mensilità per ogni anno passato dal lavoratore al servizio dell’azienda (comunque minimo quattro e massimo 24, per il Jobs Act, passati poi a 6 e 36 con il decreto Dignità). Il 26 settembre, la Corte costituzionale ha bocciato questo sistema, perché contrasta con i principi di uguaglianza e ragionevolezza: non considera né l’entità del danno che subisce il lavoratore né la gravità del comportamento dell’azienda. Tuttavia la Consulta non ha ancora pubblicato la sentenza: fino a quando non lo farà, la legge – pur dichiarata incostituzionale – resterà in vigore. La giudice di Bari, però, ha scelto di muoversi in maniera “costituzionalmente orientata”. In questo caso, il licenziamento era irregolare perché l’azienda aveva dichiarato esuberi ma non aveva motivato i criteri di scelta dei lavoratori da mantenere in organico e quelli da mettere alla porta. Questa violazione è di “considerevole gravità” secondo il magistrato che ha applicato la tutela prevista dal vecchio articolo 18, che in vicende come queste non dà diritto a essere reintegrati ma a ricevere un risarcimento di massimo 24 mensilità, da decidere su una serie di parametri e non solo in base all’anzianità del licenziato.

L’Agenzia degli errori: il tritacarne tributario da cui è (quasi) impossibile difendersi

Il fisco è semplice ed è un amico. Almeno così ci viene ripetuto come un mantra. Ma se con la mano destra questo gran amicone promette più collaborazione suggestionando l’opinione pubblica attraverso l’abuso di termini inglesi – compliance (adempimento spontaneo), cooperative compliance (adempimento collaborativo) o voluntary disclosure (emersione volontaria), è con la mano sinistra che brandisce un’arma contro i contribuenti che finiscono nel tritacarne tributario pur non avendo evaso un euro. Donne, uomini, imprenditori e gente della porta accanto diventati, loro malgrado, i protagonisti del libro “Gli abusi del Fisco” di Peter D’Angelo e Fabio Valle, edito da Chiarelettere. Un viaggio attraverso scandali e ingiustizie che gli autori hanno compiuto grazie a due “Virgilio”: Luciano Dissegna e Renato Forenza, ex funzionari dell’Agenzia delle Entrate. Il secondo, che ha gestito l’accertamento fiscale di Luciano Pavarotti, ha anche confessato: “Io al suo posto non avrei pagato”.
La stortura del sistema? L’Agenzia delle Entrate dovrebbe occuparsi di evasione, eppure i 3/4 degli incassi arrivano dai pagamenti spontanei, tanto che su 21 milioni di residenti in Italia che hanno un contenzioso con il fisco, per metà di loro l’importo da pagare non supera mille euro. La tecnica è chiara: quando arriva un avviso d’accertamento da 100.000 euro, davanti alla proposta di pagarne subito la metà, ci si trova costretti ad abbozzare. Del resto l’alternativa è arrivare in Cassazione, dopo due gradi di giudizio tributario. Ma per affrontarli ci vogliono soldi, energie e tempo. Intanto, se va bene l’imprenditore resta aperto, altrimenti chiude e alla fine, se la sentenza gli dà ragione, finisce per mangiarsi le mani per il resto della vita.

 

Non lasciamo l’educazione finanziaria ai soliti banchieri

Ottobre 2018 è il mese dell’educazione finanziaria. Anzi la Presidenza del consiglio dei ministri – e poi dicono che il premier Giuseppe Conte non fa nulla – lo annuncia come il primo mese dell’educazione finanziaria. Chiara allusione che altri ne seguiranno.

Si tratta di una nuova – e deprecabile – iniziativa del Comitato governativo per l’Educazione Finanziaria (Edufin), che è un’invenzione del 2016 di governo ed economisti per ribaltare sui risparmiatori responsabilità che sono prima di tutto delle istituzioni. Se tanti italiani hanno perso soldi coi crac bancari – questo il messaggio implicito – il problema non sono la scarsità dei controlli e le autorità di vigilanza inefficaci (o peggio). La colpa è dei cittadini ignoranti in materia finanziaria.

Finora Edufin era già riuscito a spendere una barca di soldi per il sito www.quellocheconta.gov.it, un sito che pare ideato da un’agenzia di pubblicità assoldata da banche e società del risparmio gestito, come già denunciato sul Fatto Quotidiano a fine aprile.

Alla testa del comitato siede Annamaria Lusardi che, in tempi non sospetti, nel settembre 2010, aveva dichiarato al Sole 24 Ore che l’educazione finanziaria non dev’essere lasciata in mano alle banche perché “sarebbe come mettere le volpi a guardia delle galline”. Non si capisce come propositi così buoni si concilino coi principali soggetti che, a parte Banca d’Italia e Consob, in questo mese offrono in maniera massiccia educazione finanziaria. Vediamoli uno a uno.

1. Feduf, emanazione di una settantina di banche, fra cui due molto esperte nel consigliare i loro clienti, cioè Veneto Banca e la Banca Popolare di Vicenza, poi pudicamente tolte dall’elenco. I loro dipendenti hanno rifilato ai clienti proprie azioni a prezzi stratosferici, nonché obbligazioni subordinate, le une e le altre diventate carta straccia.

2. Il cosiddetto Museo del Risparmio, che appartiene in tutto e per tutto a Banca Intesa.

3. Anasf, Associazione nazionale dei consulenti finanziari, denominazione di cui in Italia possono fregiarsi anche agenti di commercio ovvero venditori, che ovviamente non insegneranno ai risparmiatori a fare da sé, perché si darebbero la zappa sui piedi.

4. Noi&Unicredit, che è un accordo fra banca Unicredit e 13 associazioni di consumatori. Si nota l’assenza di Adusbef.

5. Una cosa che pomposamente si presenta come Global Thinking Foundation (in realtà milanese).

Essendo molto presente, però quasi sconosciuta, saremmo curiosi di sapere chi la finanzia. Peccato che il suo sito non lo riporti. Ma indica posizioni di vari suoi amministratori e consulenti: Alberto Garroni, gruppo Intesa-Sanpaolo; Luciano Turba, Ubi Banca; Giuseppe Attanà, consigliere di società nel gruppo Intesa Sanpaolo; Gregorio De Felice, idem; Enrico Dameri, consigliere di una sim (società di intermediazione mobiliare) ecc. Anche qui è tutto un pullulare di dirigenti bancari che conferma il metodo: l’educazione finanziaria affidata a banche, banchieri e bancari.

Il comitato Edufin elenca 306 iniziative di cosiddetta educazione finanziaria per l’ottobre 2018. In più del 50 per cento – ne abbiamo contate 157 – troviamo, da soli o con altri, i soggetti sopra elencati o comunque banche, fondi o enti previdenziali ecc. Tutti in conflitto d’interessi coi risparmiatori. Perché infatti finanzierebbero iniziative, se non per un tornaconto, diretto o indiretto, loro o di chi li finanzia? Banca Intesa, Unicredit, Ubi Banca non sono onlus. E se danno soldi a onlus o fondazioni, lo fanno per trarne profitto.

Anche dietro a molte iniziative locali c’è d’aspettarsi un venditore d’investimenti che poi interviene per portare acqua al proprio mulino. Viceversa, meno del 2% delle iniziative rimandano ad associazioni di risparmiatori, sole o con soggetti neutri.

Ma il sito di Edufin aveva rivolto un caloroso invito: “Ad ottobre partecipa anche tu al Mese dell’Educazione Finanziaria 2018”. Uno ci ha provato e non l’ultimo arrivato, bensì Antonio Tanza, presidente dell’Adusbef, ma soprattutto rappresentante delle associazioni di consumatori nel Comitato Edufin.

Tentò infatti di organizzare qualche iniziativa di informazione finanziaria, chiedendo un modesto contributo a Edufin stesso, che non dovrebbe trovarsi in ristrettezze economiche, vista l’esorbitante cifra spesa già solo per il sito (750 mila euro). Il preventivo era di mille euro a iniziativa, comprendendo sala, rimborso spese e piccolo gettone (200 euro lordi), materiale didattico, attività di comunicazione ecc. Ci provò, ma dovette soccombere a fronte di un intenso fuoco di sbarramento burocratico. Riferisce in particolare della pretesa che indicesse gare d’appalto per rimborsare i biglietti ferroviari per i relatori. Al che ci ha rinunciato. E come dargli torto?

Vista dunque la maggior parte delle iniziative, l’ottobre 2018 appare come il mese non dell’educazione finanziaria, bensì del lavaggio del cervello dei risparmiatori.

Il Csm pronto a confermare Rossi, già capo dei pm di Arezzo

Il procuratore di Arezzo Roberto Rossi, noto alle cronache per l’inchiesta su Banca Etruria di Boschi padre e la sua (in parte) contemporanea consulenza a Palazzo Chigi, nascosta al Csm mentre Boschi figlia era al governo, non solo se l’è cavata con una discussa archiviazione al Consiglio della pratica per incompatibilità ambientale, ma oggi sarà riconfermato, a maggioranza, capo dei pm aretini per altri quattro anni. Il nuovo Plenum eredita un parere favorevole, scritto e riscritto, per contrasti tra consiglieri, dalla vecchia Quinta commissione, relatore l’ex presidente Palamara, Unicost. Il nuovo relatore sarà il neo presidente Morlini, un‘altra toga “centrista”. E di Unicost è pure Rossi. Voteranno per lui oltre i 5 della sua corrente anche gli altri 5 togati di Mi (destra ma con il leader “morale”, Ferri deputato Pd). Un sì dovrebbe arrivare anche dai capi di Corte Mammone (Mi) e Fuzio (Unicost). I quattro consiglieri di Area (sinistra) dovrebbero astenersi. Proprio Area, nella scorsa consiliatura si era divisa e comunque, in tanti consiglieri volevano scaricare la pratica al nuovo Csm. Questo è un voto che potrebbe imbarazzare anche il vicepresidente Ermini, ex deputato del giglio magico renziano ma per questo si asterrà. Nel parere favorevole a Rossi si legge che il consiglio giudiziario di Firenze ha dato parere positivo. Non conta neppure la pratica aperta in Prima commissione (per la consulenza) su input dell’ex consigliere Zanettin perché finì con un’archiviazione a maggioranza. Si ricorda che si stabilì la correttezza di Rossi nell’inchiesta Etruria. Peccato che durante l’istruttoria aveva messo in imbarazzo i consiglieri: non disse che aveva già indagato in passato su Boschi. Si seppe da un articolo di Panorama e fu riconvocato dal Csm. Il 21 luglio 2016 il plenum votò l’archiviazione ma i relatori Morosini (Area) e Balduzzi (laico di Scelta Civica) ritirarono la firma e si astennero, così come tutti i togati di Area perché, su proposta di Unicost, dalla relazione votata in Commissione fu eliminata la proposta di inviare il fascicolo alla Commissione competente per le valutazioni professionali.