“Caro Di Maio, non sono 10 euro a trattenere i brevetti in Italia”

Luigi Di Maio ha affrontato il tema dei brevetti in una recente intervista a Forbes. Ciò che ha detto lascia, a dir poco, perplessi. Afferma infatti che “molte start-up hanno creato delle innovazioni e le hanno brevettate all’estero perché in Italia costa troppo”. In realtà è duro sostenere che i brevetti in Italia costino troppo. Di Maio arriva un po’ in ritardo: le tasse per la registrazione dei brevetti sono già state portate a livelli difficilmente comprimibili. Si pagano soltanto 70 euro per i primi quattro anni. Ciononostante egli annuncia: “Una delle cose che voglio fare è proprio abbassare i costi di brevetti”. D’accordo, potrebbe portarli per esempio da 70 a 30 euro. Ma pensa davvero che un risparmio di 10 euro l’anno sarà efficace per ridare slancio allo sviluppo economico del Paese?

Per di più il suo ministero, a fronte di ogni richiesta di brevetto d’invenzione, paga già di tasca propria circa 1000 euro all’ufficio brevetti europeo per la ricerca sullo stato della tecnica relativo all’invenzione.

Altro discorso è che alcuni studi professionali per la consulenza e le pratiche di registrazione applichino tariffe molto alte, ma queste sono al di fuori delle decisioni del suo ministero.

Non tanto infondata, quanto piuttosto decisamente incomprensibile è invece l’affermazione: “Se uno brevetta un’invenzione italiana in un Paese straniero, quell’invenzione è di quel Paese”. Il brevetto tutela territorialmente lo sfruttamento economico di un’invenzione, mica conferisce al singolo Stato il diritto di appropriarsi di essa. Oltretutto per un residente in Italia sussiste l’obbligo di brevettare una sua invenzione in Italia: le motivazioni di tale norma sono legate all’eventuale rilevanza strategica del brevetto in questione. Un italiano, per brevettare un’invenzione non in Italia, ma per esempio negli Usa, deve essere autorizzato proprio dal Ministero dello Sviluppo Economico. Il capo del M5S dovrebbe esserne al corrente.

*Consulente in proprietà industriale e European Patent Attorney

Banca Etruria, i risarcimenti affidati a Kafka

Breve storia triste ed esemplare del destino dei truffati di Banca Etruria. Vincenza Occhiuzzi vedova Armentano, di anni 82, fu sorpresa dal crac di Etruria con in mano obbligazioni subordinate per euro 205 mila. Illudendosi che le promesse dell’allora ministro Pier Carlo Padoan avessero senso comune, si è rivolta all’Autorità anticorruzione di Raffaele Cantone, incaricata di risarcire i truffati previo vaglio di un collegio arbitrale.

Il 7 novembre 2017, quasi un anno fa, la signora ha fatto presente che la sua vecchiaia era accompagnata nella serenità da un gruzzolo investito in obbligazioni senior di Etruria, quelle più sicure in quanto non assimilate come le famigerate subordinate al capitale di rischio. La banca però, lamenta la Occhiuzzi, l’ha indotta a vendere le sue obbligazioni senior e reinvestire il ricavato in subordinate. Un’operazione condotta in modo sistematico a partire dal 2013, quando cominciava a emergere il deficit di capitale della banca aretina, e fino al 2015, cioè fino alla vigilia dello scandaloso bail in del 22 novembre.

Il 21 settembre scorso, a dieci mesi dalla presentazione del ricorso, il collegio arbitrale supplente, presieduto dall’insigne Ferruccio Auletta, ordinario di diritto processuale civile all’Università di Napoli, ha preso in esame le doglianze della vedova Occhiuzzi. E lo ha fatto, anche se non sembrerebbe, dandole la precedenza, perché Cantone ha stabilito che i ricorsi degli ultrasettantenni devono essere affrontati prioritariamente, forse per dare agli interessati la speranza di una risposta che preceda il decesso.

Il collegio presieduto da Auletta però delude le aspettative della vedova ottuagenaria con una formula strabiliante: “Apparendo contestata la circostanza relativa alla detenzione dei titoli (…) il Collegio invita la difesa della ricorrente a produrre entro il termine perentorio del 5 ottobre 2018 estratto conto” che attesti la titolarità delle subordinate alla data del bail in.

L’avvocato Lucio Golino, difensore della vedova, fa l’errore che mai si dovrebbe fare quando lo Stato ha il coltello dalla parte del manico, cioè sempre: reagisce. Perché l’estratto conto era ovviamente allegato al ricorso. E non si capisce: “apparendo contestata” da chi? Questi giuristi scrivono ordinanze o commenti? Golino risponde all’ordinanza del collegio sfottendolo: “Si deve desolatamente constatare che il Collegio Arbitrale, invitando con ordinanza la ricorrente all’esibizione di un documento da un anno a Sua disposizione negli atti del ricorso, non legge i ricorsi e i documenti connessi ovvero non sa leggere gli estratti conto, o, in ultima analisi, si avvale di personale che non legge i ricorsi e/o non sa leggere gli estratti conto. Non leggere un ricorso e i suoi allegati è un rifiuto di atti legalmente dovuti. Leggerli e rappresentare in verbale che non se ne dispone è un falso! In ogni caso si dimostra come il Collegio Arbitrale, istituito in altra era politica definitivamente consegnata alla storia, persegua finalità dilatorie ed evasive”.

Gli arbitri non la prendono bene, e il 12 ottobre scorso mettono a verbale che la lettera di Golino “arreca alla persona degli stessi e alla rispettiva reputazione nonché alla loro funzione collettiva grave attentato”, e quindi, offesi, rimettono a Cantone il mandato di gestire la controversia sollecitandolo a nominare altri arbitri.

Morale della favola: la vedova Occhiuzzi deve augurarsi lunghissima vita se vuole ottenere il risarcimento almeno parziale dei 205 mila euro che i furbetti di Etruria le hanno sfilato. E si capisce che, a pensare male delle tecniche dilatorie dei mitici arbitrati a marchio Cantone, forse ci si prende, sicuramente si fa peccato. Quindi chiudiamola qui prima che alla vedova Occhiuzzi le facciano pure una multa per lesa maestà.

 

Ferrarini, vicino al fallimento anche il gioiello di famiglia

Per la seconda volta, nel giro di soli 3 mesi, la vicepresidente di Confindustria Lisa Ferrarini è costretta a rifugiarsi in corner. Dopo la prima richiesta, accolta dal Tribunale a fine di luglio, del concordato preventivo per la storica azienda di famiglia la Ferrarini Spa di reggio Emilia, ecco arrivare la seconda richiesta di aiuto per tenere a bada i creditori: nei giorni scorsi la vicepresidente degli industriali ha infatti inoltrato domanda di concordato anche per la Società Agricola Ferrarini.

La nuova richiesta riguarda la società nata dalla scissione del 2016 del gruppo alimentare emiliano che aveva scorporato dalle attività industriali nella produzione di prosciutti e salumi gli asset più di pregio. Dai terreni, agli immobili, alla produzione di grana, alle acetaie. Da una parte quindi la lavorazione e vendita del prosciutto cotto con lo storico marchio, dall’altra le attività core della famiglia. Una mossa per metter al riparo già allora alcuni degli asset dalla situazione di tensione finanziaria che aleggiava da tempo sul gruppo. Manovra che evidentemente non è servita: ora tutte le attività del gruppo sono sotto la protezione del Tribunale.

Ma come si è arrivati a una sorte così amara per un gruppo alimentare che ha tuttora un forte marchio che gareggia alla pari nella grande distribuzione con aziende come Rovagnati e il suo Gran biscotto e Parmacotto? Per qualcuno la crisi debitoria della Ferrarini è legata all’accrocchio con Veneto Banca. I Ferrarini erano al contempo azionisti e debitori della banca andata in default. Le loro azioni si sono azzerate e questo avrebbe dato il colpo mortale al gruppo. Ma da come ha ricostruito Il Fatto, Lisa Ferrarini risultava azionista, prima del crac, dell’istituto bancario per lo 0,24% del capitale. Una posizione che valeva non più di una decina di milioni di valore oggi bruciati. Ma non è certo il crac della banca di Montebelluna ad aver portato la Ferrarini vicina al collasso. Il cumulo delle perdite in gioco è di ben altra natura.

Si parla di un indebitamento complessivo di gran lunga superiore ai 200 milioni. E con le banche (non solo Veneto Banca) esposte per oltre 100 milioni di euro e i fornitori per oltre 50 milioni. È stato il grande ricorso all’indebitamento iniziato anni fa a far precipitare la situazione. Già nel 2012 i livelli dell’indebitamento complessivo del gruppo superavano i 200 milioni. Saliti poi a 233 milioni a fine del 2015. Certo i fondamentali economici non erano poi messi così male. Un fatturato che stazionava negli ultimi anni intorno ai 250 milioni di euro con un margine lordo che produceva circa 20 milioni l’anno di redditività industriale. Quel cumulo di debito valeva, già nel 2012, la bellezza di 10 volte la marginalità industriale. Un livello che per un’azienda alimentare, pur con un marchio forte, è da considerare di emergenza. Come si può pensare di ripagare oltre 200 milioni di soldi di terzi se il Mol generato ogni anno è di soli 20 milioni? Tant’è che tutte le banche avevano già a suo tempo chiesto garanzie su terreni e immobili proprio per l’elevata leva finanziaria. Nel 2014 infatti a fronte di un finanziamento da 22,5 milioni messo a punto da un pool di istituti con UniCredit; Intesa e Ge Capital erano state messe a garanzia immobili e impianti produttivi della Ferrarini. Idem per il prestito da 6 milioni messo a disposizione da Ubi, sempre nel 2014, e garanzie di terreni agricoli anche sugli 11 milioni concessi sempre in quell’anno dalla Banca del Mezzogiorno.

Ma le banche non bastavano: Ferrarini non poteva continuare ad appoggiarsi al sistema bancario per finanziare l’operatività della società. Nel 2015 Ferrarini infatti emette un bond da 30 milioni quotato sull’extraMot. Ebbene il tasso chiesto dal mercato per quell’obbligazione che sarebbe scaduta nel 2020 era del 6,375%. Un tasso che con l’Euribor pressoché a zero la dice lunga sul rischio percepito dai sottoscrittori. Solo di cedole avrebbe pagato in 5 anni oltre 9 milioni su un capitale di 30 milioni. Segno che la tensione finanziaria, per un gruppo con debiti superiori a 10 volte i flussi di reddito industriali prodotti ogni anno, era già elevata oltre 3 anni fa. E il segno della crisi è proprio nella quotazione del bond: crollato a 59 da 99 dei primi giorni dell’agosto scorso.

A24, finisce alla Procura la guerra dei viadotti tra Toto e il ministero

Se, come tutti, davanti al disastro del ponte Morandi vi chiedete come possano averlo lasciato crollare dopo oltre vent’anni di allarmi, guardate la storia della Strada dei Parchi. La situazione a ieri sera vede la concessionaria di A24 e A25 (Roma-L’Aquila-Pescara) pronta a presentare un esposto alla Procura di Roma contro Vincenzo Cinelli, direttore della Vigilanza sulle concessionarie autostradali del ministero delle Infrastrutture – già indagato a Genova per omicidio colposo per i 43 morti della Valpolcevera. La denuncia (secondo la diffida spedita in queste ore) scatterà se Cinelli non sbloccherà entro cinque giorni 192 milioni pubblici per rendere 13 viadotti resistenti a scosse sismiche. Il copione è quello consolidato, il rimpallo di responsabilità tra la concessionaria (in questo caso quella che fa capo al costruttore abruzzese Carlo Toto) e il ministero delle Infrastrutture di Danilo Toninelli.

Ieri Toninelli ha distribuito una rassicurazione boomerang all’altezza della sua fama: “Alcuni piloni dei viadotti della A24 e A25, che ho potuto visionare con i miei occhi, sono in condizioni così degradate da risultare allarmanti”. Se è così allarmato perché non chiude al traffico l’autostrada? Misteri insondabili dei rapporti tra ministero e concessionarie autostradali. Fatto sta che gli uomini di Toto, furenti, replicano che per colpa di questi “allarmi ingiustificati” il traffico gli è calato in questi ultimi giorni del 7 per cento. E che gli esperti della Infra Engineering, incaricati in seguito alla tragedia di Genova, hanno verificato che i coefficienti di sicurezza statica dei viadotti sono soddisfacenti e che l’ammaloramento non pregiudica “stabilità e sicurezza”.

C’è però il caso della scossa di terremoto, e qui cominciano i problemi. È lo stesso Toto, nello slancio di battere cassa, ad aver detto che “quest’autostrada se ne cade a pezzi, col terremoto i ponti sono tutti infragiliti come fuscelli al vento, il cemento è farina, il ferro è ruggine”. L’autostrada A24-A25 è considerata strategica per la protezione civile in caso di sisma, e quindi deve resistere alle scosse. Sono tutti d’accordo che per stare tranquilli bisogna intervenire su 13 viadotti critici, e l’intervento costa 192 milioni, praticamente un anno di pedaggi. Toto non li ha, anche perché la sua è una concessionaria povera, con un tronco breve e poco trafficato. Autostrade per l’Italia dei Benetton, per avere un’idea, ha un fatturato venti volte superiore.

Qui non importa sapere se Toto faccia il furbo, come sostengono in un esposto alla magistratura gli ambientalisti Alessandro Lanci (Nuovo Senso Civico) e Augusto De Sanctis (Stazione Ornitologica Abruzzese). Se hanno ragione loro, Toto ha fatto fesso Graziano Delrio, predecessore di Toninelli. Ma va ricordato di passaggio che la Vigilanza guidata da Cinelli e prima di lui per molti anni da un altro degli indagati di Genova, Mauro Coletta, è sempre stata tanto severa con Toto quanto distratta con i Benetton (con i risultati che si sono visti). Comunque, giusto o sbagliato, è stato stabilito da almeno un anno che i 192 milioni li deve mettere lo Stato. Lo Stato si è impegnato a dare i soldi a Strade dei Parchi e, per un motivo o per l’altro, non li ha ancora dati. E i cantieri sono fermi.

Lo scorso 23 aprile Cesare Ramadori, amministratore delegato di Strada dei Parchi, ha scritto al premier Paolo Gentiloni che se non arrivavano i 192 milioni alla svelta “la scrivente concessionaria sarebbe costretta a rinviare l’apertura dei cantieri, con ovvie conseguenze in termini di sicurezza, declinando sin d’ora ogni connessa assunzione di responsabilità”. Gli uomini di Toto erano alle prese con le supercazzole di Cinelli, il quale aveva così spiegato l’impossibilità di sbloccare i fondi: “L’utilizzo di predetti contributi non può che avvenire nel rispetto delle procedure definite dalla legge e dai regolamenti ministeriali in merito ai quali era già stata riscontrata la carenza dei presupposti”. I presupposti dell’urgenza hanno smesso di essere carenti dopo il crollo del ponte Morandi.

E qui è scattato l’ultimo capitolo della farsa, che vede protagonisti donne e uomini dello staff di Toninelli. Prima scena: nel decreto per Genova viene inserito finalmente il mitico “sblocco” dei 192 milioni, ma gli uffici del ministero sbagliano il testo, cosicché vengono sbloccati solo 50 milioni, i restanti 142 slittano al 2019. Seconda scena: il gabinetto di Toninelli cerca di convincere Cinelli a firmare lo stesso i decreti che autorizzano Strada dei Parchi ad aprire i cantieri, ma il dirigente dice che in mancanza di un decreto che garantisca la copertura finanziaria lui non firma. È comprensibile, del resto, che un burocrate mai occupatosi di autostrade, già indagato per omicidio colposo con 43 morti a pochi mesi dall’assunzione del nuovo incarico, apponga il suo autografo con estrema riluttanza. E se Cinelli non firma nessun altro può firmare: sono i pesi e contrappesi, lo strapotere con cui la burocrazia può limitare il potere della maggioranza, per la delizia dei costituzionalisti antipopulisti.

Finale (provvisorio). Cinelli non sblocca i fondi ma nel frattempo intima alla A24 di adottare “qualsiasi provvedimento atto a garantire la sicurezza delle infrastrutture in genere e dell’utenza autostradale, che contempli anche l’eventuale chiusura di tratte autostradali”. Il vicepresidente di Strada dei Parchi Mauro Fabris, ex sottosegretario alle Infrastrutture, e quindi fine dicitore della lirica burocratica, gli risponde con una diffida a “emanare i decreti di approvazione dei progetti già approvati in sede tecnica”. Toninelli non sa che pesci prendere, gli automobilisti girano al largo dalla A24.

Twitter@giorgiomeletti

La casa non è solo dei poveri

Il Movimento Cinque Stelle sembra aver finalmente deciso che i poveri con una casa di proprietà devono essere trattati diversamente da quelli che devono pagare un affitto. Nel calcolo del sussidio cui hanno diritto ai primi verrà imputato un reddito fittizio pari all’affitto “figurativo”. Cioè, secondo l’Istat, il costo che la persona dovrebbe sostenere per affittare una casa con caratteristiche identiche a quella in cui vive. Un povero con reddito zero e una casa di proprietà che sul mercato potrebbe affittare a 280 euro al mese, riceverà solo 500 euro (la differenza tra il suo reddito virtuale e la soglia massima di 780). Per l’Istat, nel 2017 la spesa media per famiglia era 1,977 euro, ma considerando l’affitto figurativo sale di molto, a 2.564.

Distinguere tra poveri in affitto e poveri con la casa riduce il costo complessivo potenziale del reddito di cittadinanza da 30 miliardi a circa 15. Sarebbe ingiusto trattare allo stesso modo chi deve usare un reddito modesto per pagare anche un affitto e chi, a parità di reddito, può spenderlo tutto per altro.

Con l’abolizione dell’Imu sulla prima casa, nel 2014, in Italia è passata l’idea che avere una abitazione di proprietà fosse un diritto umano, indiscutibile anche per i più ricchi. Ora, almeno riguardo agli ultimi della scala sociale, si afferma il contrario: una casa è ricchezza immobilizzata, fonte di reddito potenziale e va considerata nel determinare il benessere dell’individuo e la legittimità delle sue pretese verso il welfare. Agli italiani non poveri, che il sussidio non lo ricevono, bisognerebbe quindi tornare a far pagare una tassa sulla prima casa. La vecchia Imu (che già esentava le fasce più basse di contribuenti) valeva 4 miliardi all’anno. Un gettito che pagherebbe quasi la metà del reddito di cittadinanza. Con meno spesa in deficit e più equità.

“Truffa Alitalia, i riposi dei piloti pagati dalla cassa integrazione”

Cassa integrazione per i piloti e gli assistenti di volo Alitalia al posto dei riposi. La differenza è notevole: previsti dal contratto e dalle leggi, i riposi li deve pagare l’azienda, la cassa integrazione, invece, la paga lo Stato, cioè noi contribuenti. Sono anni che lo scambio va avanti e a Fiumicino è il segreto di pulcinella, i giorni di riposo saltati in tutto questo tempo sono centinaia di migliaia e le giornate di cassa integrazione pure. Ma nessuno fino a ora aveva mai osato scoperchiare il pentolone. Forse perché per un dipendente è difficile di primo acchito distinguere tra riposi e Cassa, dal momento che nell’un caso e nell’altro la conseguenza è la stessa, cioè si resta a casa. O forse perché il trucco andava bene a tutti, compreso i sindacati e il ministero del Lavoro che ha sempre pagato senza batter ciglio. La lacuna ora è colmata dall’Ispettorato territoriale del lavoro di Roma che ha condotto un’indagine meticolosa e molto lunga all’interno dell’azienda che Il Fatto Quotidiano ha potuto consultare. Più di 500 tra comandanti, piloti e assistenti di volo sono stati interrogati nel corso di settimane e mesi di ricerche.

Il primo atto di questo lavoro è stata una sanzione amministrativa di circa 3 milioni e mezzo di euro. Il secondo atto è ancora più pesante: una relazione inviata alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Civitavecchia, territorialmente competente su Alitalia. L’ipotesi di reato ipotizzata sono due: “Truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche e frode informatica (articoli 640 bis e ter del Codice penale)”. Secondo gli ispettori del lavoro i responsabili di questo andazzo sono i capi dell’azienda di prima e dopo il fallimento, da Luca Cordero di Montezolo a James Reginald Hogan a Cramer Mark Ball fino ai tre commissari straordinari attuali: Luigi Gubitosi, Enrico Laghi e Stefano Paleari.

Inps e Ispettorato del lavoro stanno lavorando, infine, a un terzo atto incentrato sull’evasione contributiva che deriverebbe dall’uso massiccio delle indennità da parte di Alitalia a discapito della retribuzione normale. Dopo l’indagine riguardante il personale di volo, l’Ispettorato del lavoro indagherà anche sulla Cassa integrazione del personale di terra. In questo caso l’attenzione sarà concentrata non sullo scambio tra riposi e Cassa, ma sulla constatazione che, in presenza di lunghi periodi di Cassa integrazione, l’azienda ha spostato parte del lavoro all’esterno, cioè ha dato in appalto molte attività fino a quel momento svolte da dipendenti interni. Non solo, ma in alcuni casi la compagnia di Fiumicino mentre da una parte continuava a perorare la necessità della Cassa sostenendo che c’era personale in esubero, dall’altra lanciava addirittura bandi per l’assunzione di altri lavoratori.

In versione solidarietà o Cassa integrazione, gli ammortizzatori sociali per la compagnia di Fiumicino sono da anni una costante e l’azienda intende proseguire anche in futuro sulla stessa strada. Alcuni giorni fa Alitalia ha comunicato l’intenzione di prolungare la Cassa per altri 5 mesi, dal primo novembre prossimo al 23 marzo 2019 per 609 comandanti, 626 piloti, 3.250 assistenti di volo, più 5.719 dipendenti di terra. Gli ispettori del lavoro hanno accertato che in tre anni, dal 2015 al 2017, a quasi tutti i dipendenti dell’aria sono stati negati i riposi per un totale di 163.975 giornate. Sempre secondo gli ispettori una prassi del genere contraddice la normativa comunitaria e nazionale in materia di turni e riposi e viola le norme sulla salute e la sicurezza sul lavoro. Gli ispettori fanno notare che nello stesso periodo di tempo Alitalia ha chiesto e ottenuto l’utilizzo degli ammortizzatori sociali, dapprima con un contratto di solidarietà e poi da maggio 2017, quando sono entrati in campo i tre commissari straordinari, con la Cassa integrazione.

La causale per ottenere queste provvidenze è sempre stata la “crisi aziendale” che gli ispettori però negano. Non mettono ovviamente in discussione che l’Alitalia versi in pessime acque, ma sostengono che proprio la vicenda delle centinaia di migliaia di riposi negati dimostra che “non sussistono elementi tali da determinare gli esuberi dichiarati”.

I riposi per il personale navigante sono disciplinati da una normativa precisa, il Decreto legislativo del 19 agosto 2005 che ha recepito una direttiva comunitaria del 2000. L’orario di lavoro massimo annuale è previsto sia di 2.000 ore, mentre il tempo di volo non può superare le 900 ore. Per quanto riguarda i riposi è stabilito che “al personale dell’aviazione civile vengono assegnati giorni liberi da ogni tipo di servizio e di riserva… nella misura di almeno 7 giorni per ciascun mese di calendario e comunque di almeno 96 giorni per ciascun anno di calendario”. Il Contratto di lavoro del 2014 ha esteso il diritto a 120 riposi annui. Secondo gli ispettori del lavoro la responsabilità di questa condotta aziendale giudicata truffaldina è del vertice e pure dei dirigenti un gradino sotto. E una responsabilità ce l’hanno pure i sindacati aziendali che in tutti questi anni non hanno mai obiettato alcunché. Invece Alitalia fa sapere che “le conclusioni cui sono pervenuti gli ispettori riguardano esclusivamente i riposi e le ore di volo, ma non la cassa integrazione e verranno contestate perchè definiscono una riduzione dei limiti stabiliti dalla legge. Presenteremo ricorso”.

Allarme spoiler: vi sveliamo come finisce la serie sul Pd

Sì, è vero, magari ormai è un prodotto di nicchia, però noi seguiamo ancora con passione la serie sul Pd. Ora la storia è al punto che devono fare il congresso per capire chi comanda e ci sono già un po’ di candidati: quello che vuole rifare il Pd con Bersani, quello che vuole rifarlo coi grillini, quello del renzismo senza Renzi, quello giovane e poi c’è pure quello che manca, cioè Minniti, che però, prima di decidere, vuole aspettare di sentire che dice quello che è già segretario ma nessuno se lo fila (e aspetta pure lui). Intanto il quasi candidato non renziano di Renzi, cioè sempre Minniti, ha scritto Sicurezza è libertà (che è tipo Il liberismo è di sinistra di Alesina e Giavazzi ma per questurini) e lo presenta il 6 novembre a Milano con un cardinale vero (Becciu), uno finto (Letta), uno mezzo e mezzo (Veltroni) e un calabrese, che poi è sempre Minniti. Pure le sottotrame, però, sono appassionanti: Calenda, per dire, aveva promesso che se – come propone Calenda – fanno il Fronte Repubblicano, allora Calenda gli fa il favore di candidarsi alle Europee (coi voti loro) e sennò si ritira dalla politica; ieri ha chiarito che però nel 2019 rinnoverà comunque la tessera del partito che propone di sciogliere. Ora pare – ce l’ha detto un amico che ha visto la prossima stagione – che a un certo punto Gentiloni caccia Renzi, sottomette Zingaretti e Minniti e fonda l’Alleanza Ribelle con Calenda, che però poi scopre di essere il fratello di Di Maio e passa al lato gialloverde della forza e inizia a parlare malissimo della Fornero e allora Gentiloni, sconvolto, si fa frate…

“Lo dico da papà”, Salvini e i bambini esclusi di Lodi

Ieri a Lodi è stata una bellissima giornata: tutti i figli di immigrati che a causa di un provvedimento della giunta comunale non potevano accedere al servizio mensa hanno pranzato insieme ai loro compagni, mangiando lo stesso cibo e nella stessa stanza. Non dovrebbe esserci nulla di strano, eppure… Ecco l’antefatto: la giunta leghista aveva imposto ai genitori di produrre un documento (praticamente impossibile da reperire nel Paese d’origine di molti immigrati) per avere accesso alle agevolazioni sui buoni pasto. E siccome praticamente tutti i genitori immigrati non sono stati in grado di esibire il certificato che attesta l’assenza di proprietà immobiliari “a casa loro” (i famosi e numerosi Caltagirone del Congo), i bambini sono andati a scuola con un panino portato da casa e l’hanno dovuto consumare in un locale separato da quello dove i più fortunati avevano diritto alla mensa. La giunta, quindi, si è pentita? La sindaca ha ritrovato il cuore, smarrito chissà dove? Per carità! I 60mila euro necessari a pagare il servizio mensa per tutti, sono stati trovati grazie a una raccolta fondi cui hanno aderito, in una manciata di ore, moltissime persone da tutta Italia. Accadde la stessa cosa nel 2013 in un paesino del Bresciano, Adro, quando un anonimo benefattore pagò la retta per 15 bimbi esclusi dal servizio mensa. Evidentemente non abbiamo fatto grandi passi avanti, se ciclicamente si ripropongono situazioni di palese discriminazione in un luogo che dovrebbe essere il contrario dell’esclusione, cioè la scuola. Un paio di giorni fa il Presidente della Camera Roberto Fico si è permesso (pazzo!) di intervenire nel dibattito osservando che “Nel momento in cui si fa una delibera che in modo conscio o in modo inconscio crea discriminazioni così importanti si deve solamente chiedere scusa. Dopo le scuse questi bambini potranno rientrare tranquillamente nella mensa.” Risposta gelida del ministro Matteo Salvini: “Pensi a fare il presidente della Camera”, come se il ruolo impedisse di avere un’opinione e di poterla esternare. Il vicepremier, quello de “lo dico da papà”, era intervenuto sui social, schierandosi con la sindaca: “Fa bene! Basta coi furbetti, se c’è gente che al suo paese ha case, terreni e soldi, perché dovremmo dare loro dei servizi gratis, mentre gli Italiani pagano tutto? Quanti immigrati hanno una casa popolare anche se hanno case al loro Paese? Quanti prendono contributi e pensioni e se le godono al loro Paese? Basta, la pacchia è finita. Non è razzismo, è solo giustizia e buon senso”.

Ora, ci sarebbe anche la Costituzione che a quel trascurabile articolo 3 dichiara la pari dignità sociale e l’uguaglianza di fronte alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E soprattutto afferma che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando DI FATTO la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Ma si vede che il ministro che lo dice da papà l’ha dimenticato. E ha dimenticato che i figli degli immigrati (che sono poveri, nel 99.9% per cento dei casi) hanno bisogno di più inclusione, di più integrazione, di più uguaglianza (di più pazienza, di più indulgenza, di più attenzione) perché partono svantaggiati. E il fine della scuola è dare a tutti le stesse possibilità, a prescindere dalle condizioni di partenza. Forse il ministro-papà non ha giurato sulla Costituzione, bensì su qualche brutta favola dove i bimbi sono “furbetti”.

Scambiatevi un segno di pace (fiscale): in fondo siamo all’osteria

Guardo la mia piccola pila di multe regolarmente pagate e mi si apre il cuore. Ci sono un paio di autovelox (buste verdi), un paio di divieti di sosta del mio Comune (buste bianche), poi quella volta che mi era scaduto il ticket del parchimetro, e poi la mia preferita: la multa presa mentre ero alle Poste a pagare una multa. Record. L’ho incorniciata, cioè, prima pagata, poi incorniciata. Osservo queste piccole madeleine del mio essere automobilista imperfetto – tutte pagate – alla luce della nuova pace fiscale e modifico la mia idea di stato di diritto: sono un coglione. Fossero solo le multe.

Il problema, invece, è la semantica, la scelta delle parole, la costruzione delle formule. In un Paese dove esiste un decreto, votato ogni anno, che si chiama Milleproroghe, infinito elenco di cose non fatte, trovare nuovi nomi fantasiosi per vendere vecchia merce come un semplice condono non è facile.

“Pace fiscale” è una buona soluzione. Intanto è in italiano (i governi precedenti l’avrebbero chiamato “Fiscal Love”) e poi descrive bene il clima da osteria, ehi, qua la mano, pare di vedere una locanda con vecchi contadini, una pittura dell’Ottocento. “Pace fiscale” presuppone che si chiuda una guerra, che tacciano i cannoni e si ritrovi una garrula cordialità tra chi non ha pagato e chi dovrebbe – leggi alla mano – fargli il culo. È una guerra a cui quelli che hanno regolarmente versato tutto, magari cristonando e negandosi altre cose, magari rimandando un acquisto perché la multa veniva prima, assistono mentre gli cascano le braccia. Cose tra loro, insomma, tra chi ha sgarrato (poco, la multa, ma anche parecchio, fino a 100 mila euro, in un Paese dove il reddito medio pro capite è di 27 mila), e chi cerca di incassare quel che può. Che c’entriamo noi che siamo in regola, a parte un retrogusto di fregatura?

Si dirà che è il ritornello che si sente ad ogni condono, quando si chiama in italiano (ah, i vecchi “concordati” di Silvio!) e quando si chiama in inglese (la Voluntary Disclosure, che pareva una categoria di Youporn). È vero in parte.

Divertente invece che sia così solerte nel perdonare, condonare e cancellare regole chi proprio in questi giorni si appella a regolamenti e cavilli d’altro tipo. La Lega, che voleva addirittura un tetto più alto per il suo condono, che tuona ad ogni passo contro la burocrazia che strangola il cittadino, usa la burocrazia per strangolare altri cittadini, purché stranieri. Le storie delle mense scolastiche di Lodi sono note: la burocrazia usata come cappio punitivo e guinzaglio corto, i moduli dai paesi d’origine, la guerra di scartoffie per negare diritti, una specie di tassa sull’articolo 3 della Costituzione mascherata da “rispetto delle regole”.

Il “debole-coi-forti-e-forte-coi-deboli”, che è la cifra dell’esplosione salviniana nel Paese, non poteva avere in un solo giorno descrizione più plastica: di qua si perdona chi ha sgarrato, si chiude un occhio, si tende la mano (pace!); di là, dalla parte dei nuovi italiani che lavorano qui, pagano le tasse qui, mandano i figli a scuola qui, ci si fa occhiuti e pedantissimi, chiedendo documenti impossibili e costosi per provare il gusto di un piccolo apartheid di paese (guerra!).

Per i bambini di Lodi, i migranti di Riace, i “negozietti etnici” (sic) si pretende ferreo rigore burocratico-amministrativo, spesso inventato lì per lì con intento punitivo, mentre per gli altri si mette una toppa ogni tanto, si perdona, si sana, si “mette in regola” con lo sconto. La vecchia barzelletta che la legge è uguale per tutti si aggiorna con “la burocrazia è uguale per tutti”, su base etnica. La doppia morale, insomma – legge e ordine, ma per chi dico io – diventa tripla. Tutto made in Salvini, con gli altri testimoni muti e inani, come la mucca che guarda passare il treno.

Primarie Pd: Renzi, il convitato di pietra

Nelle ultime settimane, è stato un fiorire di candidature alla segreteria Pd testimoniali e improbabili. Concepite più che altro per marcare il territorio e prenotare una propria quota, una rendita di posizione da negoziare con il futuro vincitore. Ma chi può dare credito alle chance di candidature tipo Richetti, Boccia, Damiano? In verità, al momento, la sola candidatura reale è quella di Zingaretti. Pur privo di un esuberante carisma, il suo posizionamento, la sua piattaforma vantano una loro plausibilità: un Pd espressione di una sinistra di governo, che mette al centro la questione sociale e la lotta alle disuguaglianze, impegnata, in Italia e in Europa, a organizzare intorno a sé un largo campo di forze sociali e politiche alternativo alle destre. Con l’apertura a una interlocuzione dialettica con i 5 stelle, non equiparati sbrigativamente alla destra. Ora si dà per probabile la candidatura di Minniti, un nome più forte ma del quale si ignora la proposta politica, che non può esaurirsi nella questione migratoria. Ci si chiede se sia il candidato di Renzi, come si evincerebbe dai suoi sponsor. Come ha osservato Prodi, sul Pd non si può far conto sinché l’organigramma formale non corrisponde alla catena di comando sostanziale. È Renzi il convitato di pietra. Piaccia o non piaccia, egli ancora pesa nel Pd. Di sicuro controlla i gruppi parlamentari. Pur sgradito alla grande maggioranza degli italiani, tuttavia egli gode del sostegno non solo del ceto politico che a lui deve la propria carriera, ma anche di una parte non piccola di elettori e di attivisti (direi di tifosi). La sua indole centrista e liberale (con qualche venatura populista, ascrivibile al suo istinto) lo fa decisamente altro e diverso da Zingaretti. Più plausibilmente e più utilmente, forse, egli potrebbe applicarsi a intercettare il consenso degli elettori che un tempo si riconoscevano in FI e che sarebbe cosa buona fossero sottratti all’Opa monopolistica di Salvini. Dubito che, in regime di proporzionale, le due prospettive possano convivere dentro un medesimo partito. Ma lo dovrà stabilire appunto il congresso. Esse potrebbero originare semmai un’alleanza tra soggetti distinti, entrambi alternativi a destra e populisti.

Urge comunque un chiarimento dentro un confronto congressuale nel quale le piattaforme e le relative candidature alla leadership mettano a tema idee e assetto con il quale disporsi alle elezioni europee. Esemplifico: un fronte largo e traversale (repubblicano) che, come usa dire facendola facile, vada da Macron a Tsipras; ovvero uno schieramento decisamente centrista che riproponga in sede europea la formula francese di En Marche; oppure ancora un’alleanza dei progressisti che faccia perno sull’asse dei socialisti europei e che non escluda poi forme di collaborazione con formazioni di centro ma che, nel passaggio elettorale, tenga ferma la distinzione e la competizione con esse e, a maggior ragione, con i Popolari, sempre più attestati su posizioni conservatrici condizionate dalla montante sfida sul loro versante di destra. Ipotesi diverse che riflettono e, insieme, retroagiscono sul profilo identitario del Pd, oggi incerto e dunque da ridefinire a ridosso di elezioni decisive per le sorti della Ue, ma anche per la configurazione del sistema politico italiano dopo lo tsunami del 4 marzo scorso. Un confronto aperto nel suo esito, disponibile a discutere laicamente persino lo scioglimento del partito o la separazione consensuale tra prospettive non componibili. L’opposto di primarie senza un vincitore che, a valle di esse, rimetterebbe la leadership all’accrocco tra capi bastone. Obiettivo che potrebbe celarsi dietro la proliferazione artificiosa dei candidati giusto perché nessuno consegua il quorum. Solo così si può archiviare l’irresponsabile “strategia dei pop corn” – stare alla finestra, contando sullo schianto della maggioranza gialloverde – per inaugurare una opposizione protesa all’alternativa. Che si misuri sul merito degli atti del governo, che avanzi proposte, che faccia leva sulle contraddizioni (profonde e visibili) che attraversano la maggioranza, che cerchi interlocutori e alleanze, che ponga fine all’isolamento del Pd dopo anni dominati dalla teoria e dalla pratica di una velleitaria autosufficienza. Giusto denunciare la contraddizione del centrodestra con il piede in due scarpe (Lega al governo, FI all’opposizione), sbagliato coltivare l’onanismo, rifiutarsi alle coalizioni, chiudersi nel ridotto del proprio calante 17%. Per mettere su un’alternativa minimamente competitiva il doppio non basta. Dunque, umiltà e ambizione. Due ingredienti palesemente negletti nel Pd del passato recente. Contraddistinto dalla presunzione (un deficit di umiltà) di bastare a se stesso e dalla rinuncia (un deficit di ambizione) a ricercare alleanze e collaborazioni. Ecco due virtù, due ingredienti essenziali alla futura guida del Pd.