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L’Italia, un Paese ingrato che non merita i suoi giovani

Ho sempre pensato di scrivere bene ed efficacemente, alle medie 40 anni fa avevo 10 in italiano, altri tempi; ma la lettera del vostro Giuseppe Cesaro del 16 ottobre, sui giovani che dovrebbero lasciare l’Ingrato Paese che è l’Italia e che non li merita, per cercare di essere valorizzati altrove, mi ha fatto capire che devo ancora migliorare. È quello di Cesaro un “J’accuse” potente, che scoperchia impietosamente le mille storture del Paese e della società italiana, e che non ha nulla da invidiare al suo antenato di Zola per il caso Dreyfus. Un appello dolente, mesto, desolato, eppure di una forza dirompente, una coltellata, un lampo accecante nell’aria immota, un macigno lanciato nella morta gora irriformabile che è divenuto questo Paese, che pure avrebbe in se stesso, nella sua storia e nelle sue realtà 1000 possibilità di ripresa. Possibilità che però si sprecano e si perdono sotto i colpi devastanti trentennali di una classe dirigente che definire immonda è un complimento per l’immondizia. Grazie a Cesaro per averlo scritto e a voi per averlo pubblicato. Resterà sul mio desktop, e spero non solo nel mio, e nella mia memoria.

Enrico Costantini

 

Strano, in tv non abbiamo mai colpa per le leggi razzali

Provo un certo disagio a leggere articoli o ad ascoltare telegiornali che, rievocando le nostre leggi razziali, concludono sempre con Auschwitz. Così se ne deduce che comunque i cattivi sono i tedeschi, dei quali per un periodo siamo stati succubi. È ora di dire che NOI siamo stati quei cattivi che hanno cacciato bambini e insegnanti italiani da scuola, che hanno impedito ad altri italiani di esercitare le loro oneste professioni, che hanno costretto molti italiani ad espatriare. Tutto questo con l’assenso del nostro re e il silenzio di tutta l’Italia!

Facciamo leggere anche storie e racconti che cominciano e finiscono qui in Italia, per dire ai nostri ragazzi che cosa è stato il fascismo, senza ricorrere all’assist nazista, che alla fine sembra scagionarci e assolverci.

Maria Blasetti

 

A volte la coscienza dovrebbe supplire a norme sbagliate

La legge è uguale per tutti, recita la nostra Costituzione, ma a volte la legge non è giusta. Ci sono alla ribalta due casi eclatanti che vengono affrontati secondo la legge ma con metodi assurdi per non dire razzisti.

Il sindaco di Lodi ha inibito la mensa scolastica a bambini figli di immigrati che lavorano in Italia e pagano le tasse.

L’assessora alla scuola del Veneto ha vietato il finanziamento pubblico a bambini sempre figli di immigrati, anche loro regolarmente inseriti nel nostro paese.

La flebile scusa è che oltre l’Isee devono presentare un certificato attestante che non possiedono beni o immobili nel loro paese d’origine.

Tutto giusto, lo dice la legge, ma domando a questi due cervelloni come potrebbero riuscire ad avere simili certificati da governi come il Burkina Faso, il Ciad o il Mali, paesi dove vive la piena anarchia e una grande ignoranza.

Inoltre domando: ma se questa gente avesse avuto beni e case nel loro Paese siamo sicuri che sarebbe venuta da noi a subire restrizioni e maltrattamenti?

A volte la coscienza dovrebbe supplire all’ignoranza e questi poveri leghisti dovrebbero togliersi i paraocchi come quelli che mettono ai cavalli per non fargli vedere cosa accade intorno.

Giglioli Carlo

 

Caro Di Battista, i valori della sinistra restano 

Nel suo ultimo reportage sabato 13 ottobre, Alessandro Di Battista dopo aver espresso il proprio pensiero si preoccupa che qualcuno possa ritenerlo di sinistra.

Si affretta a dire che si tratta di semplice buonsenso dopo aver ribadito il solito ritornello dei 5 Stelle: non esiste più né destra né sinistra. Un grande scrittore, mi pare trattarsi del portoghese Premio Nobel Saramago, scrisse (non ricordo le esatte parole) che se “il vascello del comunismo era naufragato era rimasto intatto quello che trasportava ovvero i valori della sinistra: eguaglianza, giustizia sociale etc”.

Anche io credo che parlare di sinistra e di destra è, oggi, un nonsenso. La sinistra politica è scomparsa ma i valori che sono sempre appartenuti al pensiero di sinistra restano anche se talvolta la destra se ne impossessa.

Concludo: sono un comunista non pentito che ha votato i 5S.

Massimo Miniero

Più che i medici, servirebbero laureati in Scienze motorie

Ho letto la proposta M5S, “Medicina al Liceo” (Daniela Ranieri 9-10-2018). Vorrei far notare che la medicina è nata sulla patologia e la sua soluzione è sempre un farmaco. Siamo pervasi da messaggi proponenti soluzioni sempre farmacologiche. Più sani si cresce con la prevenzione e prendendo come campo di discussione il periodo scolastico, la formazione nel senso stretto del termine. Non c’è bisogno di altri medici già scarseggianti. Ci sono i laureati in Scienze Motorie. Dovrebbero semplicemente essere formati per questo con un corso nella Specialistica seguente la Triennale. Si potrebbe progettare una filiera che colleghi il docente di Scienze Motorie del primo ciclo con quelli del secondo. Una analisi iniziale completa del ragazzo dovrebbe far parte primaria di una “pagella” con la stessa analisi che si ripete ad ogni livello di scuola. Dove recuperare eventuali ritardi o correzioni nella formazione del ragazzo? Sempre da laureati e specialisti specifici in Scienze Motorie in ore pomeridiane nella palestra della scuola. Si può ipotizzare anche l’utilizzo di “palestre” private, purché ci sia un laureato qualificato come sopra in filiera con il docente della scuola. Quanti posti di lavoro qualificati, socialmente utili, di grande risparmio per la Sanità. “Scuola il Miur si riprende la cattedra” (Lorenzo Vendemiale 12-10-2018). S’è visto subito. Difatti s’è ricominciato a parlare di “Educazione Fisica”. I termini dei diplomati in Istituto Superiore di Educazione Fisica. Il vecchio ordinamento. Ma il termine “fisico” così caro al periodo triste, ha da tempo lasciato il posto al termine “corpo” un poco più adeguato alla persona. Non è solo questione anatomica. Con questo si pagherebbe un debito con i ragazzi laureati in Scienze Motorie la cui laurea ancora non sanno a cosa li abbia qualificati. Ed un servizio al paese reale.

Dott. Prof. Filippo Massaroni

 

Caro Massaroni, la sua proposta e quella della deputata 5Stelle Vittoria Casa sull’insegnamento della medicina alle superiori non sono affatto auto-escludentesi. Nell’articolo che cita ho definito buona l’idea di formare gli studenti sui principi generali della Medicina dalle scuole primarie fino alla scelta della facoltà, non certo al fine di creare medici disoccupati, ma al contrario di educare cittadini consapevoli. L’obbligo vaccinale a cui si è arrivati per legge, ad esempio, sembra una buona applicazione di ciò che non dovrebbe accadere e non sarebbe accaduto in una società in cui tutti fossero messi nelle stesse condizioni di partenza circa una educazione medica di base. Oggi invece succede che cittadini disinformati siano discriminati nell’esercizio di un loro diritto costituzionale (il diritto allo studio), o pendono dalle bocche di medici di base sempre più irreperibili o di costosi specialisti trasformati in sciamani contemporanei, oppure, peggio ancora, si affidano per la cura di malattie anche gravi ai ciarlatani o alle diagnosi su Google. Sono d’accordo con lei che le figure in grado di svolgere questo ruolo possano essere i docenti di Scienze Motorie insieme a quelli di Scienze, così che il risparmio riguardi anche la Scuola oltre che la Sanità (purché, ripeto, non diventi un alibi per tagliare altri servizi essenziali). Intanto accogliamo con favore l’intenzione di eliminare il numero chiuso a Medicina.

Daniela Ranieri

Cucchi, minacce di morte al legale del militare Tedesco

Minacce di morte all’avvocato di Francesco Tedesco, il carabiniere che ha accusato i suoi due colleghi, imputati con lui nel processo sulla morte di Stefano Cucchi, di aver pestato il geometra poi deceduto nel 2009. Il legale, Eugenio Pini (nella foto), ha sporto querela a Roma. Una persona dall’accento siciliano al telefono gli avrebbe detto: “Lei sa chi mi ricorda? Rosario Livatino”, facendo riferimento al giudice ucciso dalla mafia. E avrebbe aggiunto: “La seguirò, non solo spiritualmente”. Intanto ieri il legale del maresciallo Mandolini (accusato di calunnia nel processo bis), Giosuè Naso, ha scritto una lettera al collega Francesco Petrelli, l’altro avvocato di Tedesco, e alle Camere penali. Naso parla di “inconfessabili accordi con il pm” e di una “promessa derubricazione della imputazione elevata nei confronti del cliente in quella di favoreggiamento, reato già prescritto”. “In un processo di tale delicatezza – scrive Naso – (…) tu che fai? Accompagni il tuo assistito nell’ufficio del pm perché questi conduca un’indagine parallela e riservata? Se non ti conoscessi sarei costretto a pensare che hai smarrito il tuo corposo corredo professionale”. Petrelli replica: “Accuse assurde, gravissime ed infondate”.

Casamonica, show in aula. E la vittima: “Ho paura, hanno il mio indirizzo”

Paura e coraggio. Sono i due stati d’animo, contrapposti ma complementari, che hanno dominato la scena nell’udienza di ieri del processo che vede imputato Antonio Casamonica, uno dei tre giovani appartenenti al clan sinti che il giorno di Pasqua hanno distrutto il Roxy Bar nel quartiere La Romanina di Roma e picchiato brutalmente il titolare Marian Roman e la cliente disabile Simona Rossi.

La paura, quella nel volto del barista romeno, rimasto zitto, “agitato e tremante” per 20 interminabili secondi quando il pm Giovanni Musarò, leggendo passi dei verbali, gli chiede come mai il nome dei Casamonica fosse conosciuto nel quartiere, silenzio replicato alla stessa domanda posta dal difensore del 26enne chiuso nella gabbia di sicurezza. La stessa paura che deve aver attanagliato Simona, quando da dietro le sbarre l’imputato ha urlato: “Diglielo che ho cercato di aiutarti! Diglielo”.

Il giovane, secondo quanto si legge nell’ordinanza di custodia in carcere, è accusato di aver passato al cugino Alfredo Di Silvio la cinta con cui Simona è stata picchiata, di averlo “incitato” mentre la riempiva di calci e di averla minacciata dicendole che “se chiami la polizia io ti ammazzo”. “Ho paura di uscire da casa, i familiari dei Casamonica hanno preso informazioni sul mio indirizzo”, ha detto la donna durante la sua testimonianza, avvenuta a porte chiuse.

La paura, ma anche il coraggio dei testimoni che hanno accettato di sfilare davanti al giudice, come quello dimostrato da Roxana, la moglie di Marian: è stata lei a insistere per denunciare. “Io capisco la paura ma non l’accetto – ha detto la donna rispondendo alle domande del pm Musarò – perché non voglio che i miei figli crescano nella rassegnazione in cui vivono gli abitanti della Romanina. Lì nessuno denuncia per paura di ritorsioni”.

La difesa di Antonio Casamonica punta a evitare l’aggravante del metodo mafioso, già riconosciuta lunedì nel processo svoltosi con rito abbreviato nei confronti degli altri due aggressori, i fratelli Alfredo e Vincenzo Di Silvio, condannati rispettivamente a 4 anni e 10 mesi e 4 anni e 8 mesi, e al nonno dei tre, Enrico Di Silvio, condannato a 3 anni 2 mesi per le minacce perpetrate pochi giorni dopo nei confronti dei coniugi Roman.

Davide ucciso “per errore”. Solo due anni al carabiniere

“Due anni, solo due anni, neanche se fosse stato ammazzato un cane”, il primo commento in aula di familiari e amici di Davide Bifolco, il ragazzo di 17 anni del rione Traiano di Napoli ucciso per errore il 5 settembre 2014 da un carabiniere, al termine di un inseguimento di tre ragazzini senza casco, a bordo di uno scooter, che avevano forzato un posto di blocco, i carabinieri erano convinti che su quel motorino ci fosse un latitante.

“In primo grado fu comminata una pena sproporzionata e assurda per un omicidio colposo, figlia del momento storico e del clima infuocato, di intimidazioni e pressioni, che accompagnò il processo”, replica Salvatore Pane, l’avvocato dell’imputato, il carabiniere Gianni Macchiarolo. Ieri la Corte di Appello ha detto sì al concordato proposto dalla difesa e con il consenso della Procura generale, e gli ha ridotto la condanna a 2 anni con la sospensione condizionale. In primo grado il gup Ludovica Mancini aveva inflitto a Macchiarolo 4 anni e 4 mesi e l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni, una pena di un anno superiore a quella richiesta dal pm.

L’appuntato dell’Arma fu giudicato colpevole di omicidio colposo, e non volontario, come ritenevano, e tuttora ritengono, i genitori di Davide. Le sedici pagine di motivazione della sentenza di primo grado, pubblicate nell’ottobre 2016, hanno smontato completamente la versione di alcuni sedicenti testimoni secondo i quali Bifolco fu ammanettato, messo in ginocchio e ucciso con la pistola puntata alla tempia. Dichiarazioni che il giudice valutò completamente false, ma che contribuirono ad alimentare un clima tesissimo.

Napoli fu attraversata da cortei di protesta (uno si è svolto anche ieri dopo la sentenza), ci furono scontri, il comandante provinciale dei Carabinieri di Napoli, il colonnello Marco Minicucci, con un gesto fuori ordinanza si tolse il cappello e rivolse le sue scuse davanti a parenti e amici del ragazzo ucciso. Un gesto che fece onore all’Arma, molto apprezzato dai partecipanti alla fiaccolata conclusa davanti al comando provinciale, e che contribuì a stemperare la tensione.

Sul processo si è poi riversata l’attenzione di un comitato di amici di Davide, sempre presenti nella piazza antistante il Tribunale ad ogni udienza di un processo celebrato a porte chiuse. Tra loro nel luglio 2015, il giorno della richiesta di condanna formulata dal pm Manuela Persico, era presente anche Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano Cucchi, accompagnata dal suo legale Fabio Anselmo, che era avvocato di parte civile anche della famiglia Bifolco e ha poi rinunciato al mandato prima dell’appello.

Davide come Stefano, due vittime dei carabinieri. Ma con livelli di responsabilità diversi, secondo le ricostruzioni che emergono da Roma e Napoli. I genitori di Davide sono convinti del contrario. “È stato un omicidio volontario e invece lo hanno giudicato colposo, gli hanno dato il massimo della pena e adesso in appello solo due anni. È tutto falsato, se questa è la giustizia italiana allora siamo rovinati: Davide è stato trattato così perché è figlio delle periferie”, sostiene un affranto Gianni Bifolco, il papà di Davide. “Le prove sono state inquinate, non hanno fatto le indagini come si deve”. E poi, rivolgendosi al militare, aggiunge: “Vorrei sapere mio figlio cosa ti ha fatto, non sei neanche venuto a chiedere scusa”.

Ma la perizia balistica stabilì che Macchiarolo, nelle fasi concitate del “fermo” di Davide e di un altro ragazzo, perse l’equilibrio e inciampando fece partire il proiettile che uccise. Il carabiniere non aveva inserito la sicura.

Riace, revoca arresti domiciliari a Lucano. Ma divieto di dimora

Il Tribunale della Libertà di Reggio Calabria ha revocato gli arresti domiciliari per Mimmo Lucano, il sindaco di Riace arrestato lo scorso 2 ottobre per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. I giudici del Riesame hanno accolto parzialmente il ricorso degli avvocati Antonio Mazzone e Andrea D’Aqua che avevano chiesto l’annullamento dell’ordinanza di custodia cautelare disposta dal gip su richiesta della Procura di Locri nell’ambito dell’inchiesta “Xenia”.

Per il sindaco di Riace sono stati sostituiti i domiciliari con il divieto di dimora nel Comune. Il provvedimento è stato notificato in serata a Mimmo Lucano e alla sua compagna Tesfahum Lemlem. Nei confronti di quest’ultima, invece, il divieto di dimora che le era stato disposto dal gip di Locri è stato sostituito con l’obbligo di firma.

Mimmo Lucano torna libero quindi perché il Riesame ha valutato che non ci sono le esigenze cautelari per tenerlo ai domiciliari. Dopo l’udienza, tenuta ieri mattina, si era detto “fiducioso”. “Riace – sono state le sue parole. – va avanti”.

Tu sì, tu no: i bimbi stranieri e la lotteria della mensa

Niente certificati, niente mensa per i figli dei cittadini non comunitari. Siamo a Lodi dove la Lega comanda e il sindaco Sara Casanova non vuol sentir ragioni. La città è divisa in due e ieri una metà ha presidiato tutto il giorno piazza Broletto davanti al Comune. L’associazione Liberi e uguali assieme a un gruppo di mamme ha tentato di incontrare il sindaco, che non si è fatta trovare. Per cinque volte è stato risposto che sindaco e assessori non erano presenti. Nel frattempo, grazie ai 60 mila euro di donazioni, buona parte dei bambini stranieri ricomincia a tornare in mensa.

Ma è una soluzione di emergenza, peraltro tecnicamente non semplice: i pagamenti si dovrebbero fare separatamente per ciascun bambino, con relativo account. E chi è stato escluso dall’asilo pubblico finirà in quelli privati. È necessario che qualcosa cambi a livello amministrativo. Il sindaco, forte dell’appoggio di Matteo Salvini che ieri ha risposto alle critiche di Roberto Fico (“Pensi a fare il presidente della Camera”), non ne vuole sapere. Questione di regolamento. Che però non è chiaro e crea, oltre alle discriminazioni, un caos amministrativo. Allo stato le domande sono circa 200. Sette sono definite “approvabili”. Ma perché? Vediamole, con una premessa: l’autocertificazione, seguendo la delibera leghista, non è valida.

Ecco, però, che un funzionario dell’ambasciatore della Nigeria scrive: “Dalle ricerche e dalla autocertificazione resi, quest’Ambasciata certifica che il signore non ha reddito né proprietà in Nigeria”. Eppure l’autocertificazione non varrebbe, perché se valesse tutta la vicenda nemmeno sarebbe iniziata. Ma proseguiamo. Dal Togo il presidente della delegazione speciale del Comune di Sokodé scrive: “Alla luce delle indagini svolte dal commissario della polizia locale si attesta che il signore non possiede alcuna risorsa né bene materiale in Togo”. Due cose: i documenti dei “vigili” di Sokodé non sono allegati, ma soprattutto il delegato di un singolo Comune certifica che la persona non ha beni nell’intero Togo. A cercare bene, poi, in rete c’è una foto di questi agenti locali: alcuni di loro sono ritratti ai tavoli di legno senza divise e con qualche carta davanti. Ancora meglio il consolato moldavo: “Si comunica che non ha elemento comprovante che la cittadina sia titolare di redditi o di beni nel Paese”.

Qui si attesta un certificato non sulla base di documenti ma sull’assenza degli stessi. Qualcosa non torna. Ora poi si scopre che l’assenza di certificazioni di un parente che sta sullo stato di famiglia dei genitori blocca l’accesso alle tariffe agevolate. Succede a una coppia di filippini. Mamma e padre hanno prodotto i certificati. Sono in regola? No, perché manca quello della zia, peraltro disabile. Storia dopo storia, si arriva a vietare la mensa anche ai bambini italiani. Succede a Ermanno che da anni convive con una ragazza della Costa d’Avorio. “Mia figlia – dice – ha 7 anni, fa la terza elementare ed è italiana di nazionalità.

La mia compagna che vive in Italia da più di 10 anni e che ha fatto richiesta per la cittadinanza, non è in grado di produrre i certificati. Abbiamo chiesto all’ambasciata di Roma che ci ha spiegato che è impossibile averli”. Oggi in giunta dovrebbe arrivare una nuova delibera per correggere il regolamento e ampliare il parterre dei Paesi dove oggettivamente non è possibile recuperare i documenti. A Lodi le maggiori comunità sono albanesi ed egiziani, oggi escluse dalla lista.

Confine di Claviere, c’è stata una terza “invasione” francese

Chissà se Armando Spataro legge Agatha Christie: “Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, tre indizi fanno una prova”. Il procuratore di Torino si deve attenere ai fatti, raccolti di volta in volta, e ai codici, che sono più rigorosi di Agatha Christie. Ma ormai sono almeno tre i casi in cui i gendarmi francesi sono intervenuti in territorio italiano, in barba a leggi, trattati e codici. L’ultimo reso noto è del 2 agosto. “Si sono verificate due anomale attività di controllo di due cittadini residenti nel comune di Claviere”, scrive il procuratore. “Tali persone, una intenta a passeggiare con il suo cane, l’altra mentre percorreva la strada sterrata con un ciclomotore, venivano fermate nella zona di Gimont di Cesana Torinese da quattro uomini verosimilmente francesi, usciti dal bosco, dove erano nascosti, in tuta militare, con giubbotto antiproiettile e armati”.

Un vero e proprio controllo a sorpresa. Gli agenti chiedono ai due “in lingua straniera i documenti”. All’uomo che stava andando in moto “veniva impedito di proseguire per la strada e intimato di non riferire ad alcuno di avere visto gli uomini armati”. Pur intimorito, l’uomo va dai carabinieri della stazione di Claviere, paese nel versante orientale del colle del Monginevro, e denuncia il fatto. Come l’altro che era a passeggio con il cane. I carabinieri stilano un rapporto e lo mandano in Procura a Torino. Spataro lo riceve e apre un’indagine: la terza.

La prima riguarda l’intervento di cinque uomini delle Dogane francesi che il 30 marzo 2018 alla stazione di Bardonecchia avevano tirato giù da un treno un cittadino nigeriano in possesso di un regolare biglietto ferroviario per Napoli e lo avevano costretto a seguirli nei locali di una ong, Rainbow4Africa, dove gli avevano imposto un test delle urine (risultato negativo) per appurare l’uso di droghe. La seconda è invece sullo sconfinamento degli uomini della Gendermerie che il 12 ottobre sono stati filmati dai poliziotti italiani della Digos mentre scaricano in un bosco, in territorio italiano del Comune di Claviere, due uomini con la pelle nera.

La Procura di Torino ha aperto un fascicolo ipotizzando il “trasporto di stranieri nel territorio dello Stato, con atti diretti a procurarne illegalmente l’ingresso nel territorio dello Stato”. È il reato indicato all’articolo 12, comma 3, del decreto legislativo numero 286 del 1998: quello solitamente contestato agli scafisti che portano la loro merce umana dall’Africa all’Europa attraverso il Mediterraneo. Il trasporto questa volta sarebbe stato fatto da agenti dello Stato francese, sconfinati, informa Spataro, “per due chilometri in territorio italiano”.

Gli agenti della Digos avevano notato “un’autovettura con i colori e i simboli della Gendarmeria francese, dalla quale venivano fatti scendere due giovani”, presumibilmente immigrati di origine nordafricana. “Uno dei due gendarmi presenti all’interno dell’auto”, secondo il rapporto della Digos, “indicava ai due giovani la direzione dell’area boschiva, cioè quella per allontanarsi dalla strada asfaltata” e dal confine francese. Gli agenti italiani non riuscivano a fermare e identificare gli uomini della Gendarmerie, perché “l’auto, dopo aver fatto inversione di marcia, ripartiva ad alta velocità verso la Francia percorrendo la galleria di Claviere”. Agli italiani non è restato altro che fotografare la targa e inseguire l’auto della Gendarmerie fino in territorio francese.

“Stanno emergendo altri episodi inquietanti”, ha reagito il ministro dell’Interno Matteo Salvini. Non ci interessano le giustificazioni, peraltro ridicole, né le indagini interne avviate dai francesi. Parigi deve comunicarci immediatamente le identità degli immigrati lasciati nei boschi. Nomi, cognomi, nazionalità, date di nascita. La Gendarmeria è abituata a scaricare delle persone in mezzo al nulla? L’ha fatto anche con dei minori? Ci sorprende la timidezza dell’Europa e degli organismi internazionali, solitamente solerti a bacchettare l’Italia. Auspico che il nuovo ministro dell’Interno francese, Castaner, possa controllare i suoi uomini meglio di quanto abbiano fatto i suoi predecessori”.

Unanimità al Senato per la Commissione sul femminicidio

L’aula del Senato ha detto sì praticamente all’unanimità al disegno di legge che reistituisce la commissione d’inchiesta monocamerale contro il femminicidio e su ogni violenza di genere. I voti a favore sono stati 257. La Commissione, della durata di un anno, è stata istituita la prima volta nel 2017 (Delibera istitutiva del Senato della Repubblica 18/01/2017, pubblicata nella G.U. n. 20 del 25/01/2017 Delibera del Senato). Ha lo scopo di svolgere indagini sulla reale dimensione del fenomeno del femminicidio e su di ogni forma di violenza di genere in Italia. La commissione, che si riunisce a Roma a Palazzo Giustiniani ha lavorato da maggio a dicembre 2017 e ha svolto 37 audizioni, ascoltando complessivamente 67 persone, di ministri/e, esperte/i sul fenomeno, docenti universitari ambosessi, associazioni di donne, giudici, esponenti di Enti Locali, associazioni di avvocate/i, mass media, personalità delle Forze dell’Ordine. Ha svolto indagini nelle procure, tribunali e corti d’appello per raccogliere dati sul fenomeno e in seguito ha pubblicato il report finale di oltre 400 pagine disponibile online sul sito del Senato.

Non possiamo permetterci di pagare gli studi a tutti

C’è un solo argomento a sostegno dell’abolizione del test di ingresso a medicina: negli ultimi anni è diventato il primo test per misurare la più utile delle doti per fare carriera in Italia, cioè la capacità di rivolgersi a un Tar per ottenere a colpi di ricorsi quanto non si riesce a raggiungere per via ordinaria. In un Paese dove è considerato un pericoloso disadattato chi non copia i compiti in classe o non usa “bigliettini”, al momento del test di medicina tutti sono pronti a impugnare la prova alla minima irregolarità (ce ne sono, così come inaccettabili pasticci amministrativi).

Il fatto che questi test siano imperfetti e aridi perché a scelta multipla è una buona ragione per abolirli? Formare un medico costa allo Stato tra i 300 e i 500 mila euro, lo studente ne paga meno di 40 mila di tasse complessive. Permettere a tutti di frequentare medicina è non soltanto assurdamente costoso, ma anche iniquo: attraverso la fiscalità generale, tutti i contribuenti sussidierebbero la formazione di chi poi avrà una carriera in teoria remunerativa. Questo problema si può affrontare: moltiplichiamo per 5 le tasse universitarie, per cominciare (con borse di studio per i meritevoli non abbienti). Ma abolire il test è sbagliato anche per altre ragioni. È uno dei pochi momenti di verifica della qualità della formazione scolastica e individuale. Nel 2018 su 69.000 candidati, 19.000 non sono riusciti ad avere il punteggio minimo. Lo Stato deve garantire anche a loro una costosa formazione per la quale, evidentemente, non sono pronti? Chi non riesce a reggere lo stress di un esame a crocette, è bene che non si trovi mai in mano un bisturi.

In un Paese ostile a ogni selezione sulla base del merito, oggi il test nazionale con graduatorie a scorrimento richiede agli studenti di essere molto bravi o molto flessibili, o hanno abbastanza punti per scegliere in quale città immatricolarsi, o devono andare lontano da casa. Sistema imperfetto che penalizza chi non ha le risorse economiche per spostarsi, ma ha una logica.

Gli stessi argomenti per contestare il test valgono poi per contestare lo sbarramento che impedisce di proseguire se non si sono fatti gli esami fondamentali, l’accesso limitato alle specializzazioni e così via. È un diritto sognare di fare il medico. Ma è anche un diritto di noi pazienti e contribuenti avere medici preparati, selezionati e con un costo sostenibile per le casse pubbliche.