Il merito non si misura con un quiz meccanizzato

L’introduzione del numero chiuso negli atenei italiani ha costituito una decisione politica miope e classista volta all’abbandono di un sistema di istruzione superiore pubblico, aperto e democratico a favore di una imitazione pedissequa del sistema anglo-americano.

Il numero chiuso costituisce infatti, come l’investimento nel “terzo livello” (dottorati di ricerca) e nella “eccellenza”, una ricetta squisitamente neoliberale, il portato dell’aziendalizzazione dello studio e della ricerca superiore. Un dibattito serio e decisivo su come favorire l’accesso dei “capaci e meritevoli” agli studi universitari viene ridotto in era neoliberale ad una questione di spazi fisici, con rettori che sembrano più interessati a portare avanti progetti immobiliari piuttosto che all’elevazione culturale della nostra società.

Per quanto riguarda medicina, il tema diviene ancora più drammatico. Da un lato infatti in Italia c’è scarsità di medici e quindi il numero chiuso costituisce una palese fesseria. Peraltro, che il problema non possa essere ridotto alla logistica è dimostrato dal (provinciale) proliferare di lauree in inglese. D’altra parte, la vocazione medica non può certamente essere misurata su dei test di ingresso insensati (e essi stessi business) quali quelli attuali. A medicina devono entrare studenti capaci di empatia e di visioni olistiche (che tengano insieme il corpo e la mente, che sappiano prevenire e non solo curare, che abbiano il coraggio di limitare le prescrizioni di farmaci non necessari…) non brillanti risolutori di test meccanicistici e stupidamente nozionistici, attratti solo dalla speranza di futuro benessere.

La selezione in Italia avviene in modo casuale e furbesco e sono tanti i ragazzi che disgustati si sono iscritti all’estero. Ci sono esempi da seguire sia che si voglia abolire il test (in Francia per esempio la selezione avviene dopo il primo anno quando sia lo studente che i Prof sono in grado di conoscere meglio lo stato della vocazione) che nel caso in cui lo si voglia mantenere ma rendere più serio (in Spagna il concorso è nazionale e le sedi chiamano in ordine di risultato). Bene cominciare a preoccuparsi per i giovani italiani che se ne vanno piuttosto che strillare solo per i giovani africani che arrivano!

“Basta numero chiuso”: il governo pasticcia e rinvia

Abolire il numero chiuso a medicina: più facile a dirsi che a farsi. Infatti i Ministeri competenti (Istruzione e Salute) sono stati costretti a ritrattare subito l’“annuncio choc” del governo: tra aule insufficienti, carenze di personale e regolamenti da riscrivere, le università italiane semplicemente non sono pronte. Per questo il test (o una qualche forma di selezione) ci sarà anche nel 2019, insieme però ad un ampliamento dei posti (forse 5 mila in più) e delle borse di specializzazione. L’inizio di un percorso verso il “modello alla francese”: tutti dentro subito, ma sbarramento alla fine del primo anno.

Quando hanno letto il comunicato del Cdm (“si abolisce il numero chiuso delle facoltà di medicina”) ai ministri Bussetti e Grillo è venuto un colpo: non si aspettavano un’accelerazione così. Figuriamoci a presidi, rettori e professori, terrorizzati dalla prospettiva.

L’abolizione del numero chiuso è uno dei cavalli di battaglia del M5s e fa leva sull’oggettiva carenza di medici in Italia. Rinunciare al test, però, non risolverà il problema (che nasce nelle scuole di specializzazione), mentre rischia di far collassare gli atenei.

Nel 2018 le domande sono state 67 mila a fronte di 10 mila posti, una differenza di oltre 55 mila unità (senza contare quelli che non ci provano neanche). Vero che molti abbandonerebbero presto, ma bisognerebbe comunque ospitarli almeno un anno: nel 2014 per soli 5 mila ingressi in più (causa maxiricorso) fu il caos, qui si parla di decine di migliaia.

La questione è più complicata, non riguarda solo l’accesso all’università ma anche alle scuole di specializzazione: eliminare lo sbarramento nella prima, senza un programma per le seconde, rischia di spostare in avanti l’imbuto e aumentare i disoccupati. Per questo l’intenzione del governo è avviare un percorso graduale, da definire con le parti in causa (atenei, Conferenza dei rettori e studenti).

L’obiettivo è il “modello alla francese”: niente quiz ma un duro esame (che spesso ha avuto meno posti a disposizione di quelli previsti in Italia) dopo il primo anno. L’idea è selezionare sulla base degli esami sostenuti e i voti presi (da capire se pure con un test).

Bisogna prepararsi, però: ridurre gli iscritti (70 mila sono insostenibili) potenziando l’orientamento e mettere gli atenei in condizione di ospitarli, magari in sinergia con altre facoltà con esami in comune. Ci vorrà tempo.

Quello che invece si proverà a fare subito è aumentare i posti: nel 2018 erano 9.779, potrebbero diventare 15 mila (secondo ultime stime la capacità massima attuale), sempre però con un aumento proporzionale delle borse di specializzazione. La cifra dipenderà da quante risorse il governo riuscirà a stanziare in manovra. Con un rapporto diverso fra iscritti e posti anche la forma della selezione potrebbe cambiare, ma non scomparire. Non subito, almeno.

Ciancio, la Fnsi: “Preoccupazione per le sue testate”

La Giunta nazionale della Federazione Nazionale della Stampa (Fnsi) e la Consulta delle Associazioni regionali di stampa esprimono “preoccupazione per la vicenda delle testate giornalistiche del gruppo Domenico Sanfilippo editore, il quotidiano La Sicilia e La Gazzetta del Mezzogiorno e le emittenti televisive, coinvolte nel sequestro e confisca dei beni all’editore Mario Ciancio Sanfilippo”. Nei confronti di Ciancio, imputato per concorso esterno in associazione mafiosa, il Tribunale di Catania su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia ha sequestrato 150 milioni di euro: un provvedimento che riguarda 31 società, le quote di partecipazione di sette ditte, conti correnti, polizze assicurative e beni immobili. “Le vicende giudiziarie di Ciancio – è scritto in una nota delle associazioni della stampa – vanno tenute distinte dalla prospettiva professionale dei giornalisti delle sue testate”. La Giunta Fnsi “rinnova all’autorità giudiziaria e agli amministratori delle aziende di tenere presente la specificità dell’impresa giornalistica e la necessità di una interlocuzione con gli organismi rappresentativi dei giornalisti, nell’ottica di un rilancio delle testate e della salvaguardia dell’occupazione”.

Finora sotto silenzio

Lo scorso 12 ottobre L’Espresso, citando un’inchiesta francese, rivela l’esistenza di una società offshore – coperta dall’anonimato, nel paradiso fiscale delle Isole Mauritius – di cui sono soci Marie Madeleine Ingoba, moglie dell’amministratore delegato dell’Eni, Claudio Descalzi e Julienne Sassou Nguesso, la figlia del presidente-dittatore del Congo francese. Le carte della società sono state scoperta durante perquisizioni in Francia, dove si indaga per riciclaggio di denaro uscito dalle casse pubbliche della capitale del Congo, Brazzaville, e poi rinvestiti in Francia, tramite altre società, in ville e alberghi. Chi guadagna sarebbero proprio i parenti e collaboratori del presidente Sassou Nguesso. La società tra la figlia di quest’ultimo e la moglie di Descalzi – sempre secondo quanto rivelato da L’Espresso – è stata costituita nel 2012 ed è ancora attiva.

Intanto è ancora in corso in primo grado il processo a Milano per corruzione internazionale in cui è coinvolta l’Eni (che respinge le accuse). Descalzi è imputato, con altri dirigenti, per aver autorizzato (non intascato) una presunta maxi-tangente petrolifera in Nigeria, risalente al 2011, quando l’amministratore delegato del gruppo era Paolo Scaroni.

Descalzi, la moglie e lo strano business della birra in Congo

L’intreccio tra la famiglia di Claudio Descalzi, il dittatore del Congo e un presunto prestanome dei suoi tesori, è racchiuso nella società offshore Africaan Beer Investment Ltd. Una società che si occupa di commercializzare birra. A rivelarlo è L’Espresso che, come vedremo, citando un’inchiesta francese, scrive che la moglie di Descalzi, Marie Madeleine Ingoba, sarebbe socia di Julienne Sassou Nguesso, figlia del presidente del Congo, e del suo presunto prestanome Hubert Pendino. Un fatto che, se fosse confermato, risulterebbe parecchio imbarazzante per l’Ad di Eni. Il punto è che Pendino – sostiene L’Espresso – “gestiva società offshore che hanno siglato ricchi contratti con Eni”. Il settimanale cita la Courrat Assets Incorporated: gli inquirenti francesi – secondo il settimanale – sarebbero convinti “che il dominus della Courrat sia proprio Pendino”. Non è finita. La Socofran di Pendino, in Congo, ha realizzato grandi opere pubbliche su concessione dello Stato guidato dall’amico Sassou Nguesso. “Ha ottenuto – scrive L’Espresso – appalti privati anche da aziende partecipate dall’Eni”.

La delicatezza della vicenda è evidente. C’è il rischio che la famiglia Descalzi sia in affari con la figlia del dittatore congolese e con un presunto prestanome che, a sua volta, ha chiuso affari con il nostro colosso petrolifero. La produzione in quota Eni, in Congo, nel 2017 è stata di 83 mila barili al giorno. E infatti il tutto non sfugge al vicepremier Luigi Di Maio che a Manolo Lanoro, giornalista del Fatto, risponde così: “Faccio i complimenti a chi ha trovato la notizia perché è stata un’inchiesta giornalistica. Appena l’ho letta, ho detto ai miei uffici di chiedere tutti i chiarimenti. Stiamo parlando di un’azienda partecipata dallo Stato: questa notizia impone tutti gli approfondimenti del caso non solo da parte del Mise ma di tutto il Governo”. E su eventuali richieste di dimissioni per Claudio Descalzi risponde: “Questo è un Governo che non fa sconti a nessuno. Tutto quello che emergerà sarà oggetto delle nostre decisioni”.

Non s’è accorto di nulla invece il ministro del Tesoro Giovanni Tria, che pure dovrebbe essere il titolare del dossier, in quanto azionista di Eni. “Il ministro – ci fa sapere attraverso la sua portavoce – non è al corrente della vicenda ipotetica alla quale fate riferimento. Quindi non ha nulla da dire”. In attesa che Tria s’incuriosisca, il Fatto si porta avanti e, attraverso l’ufficio stampa Eni, rivolge la domanda a Descalzi: “È vero o falso che sua moglie è socia della figlia di Sassou Nguesso e Pendino?”. La risposta arriva direttamente da Marie Madeleine Ingoba Descalzi, che nega di essere mai stata loro socia e assicura di non aver mai avuto società in paradisi fiscali. Però aggiunge un dettaglio molto interessante: “Ho detenuto – dice al Fatto – invece solo il 5 per cento della società “Bralico” (Brasserie Limonaderie du Congo), senza aver mai ricoperto alcun ruolo attivo, in considerazione della esiguità della partecipazione sociale da me detenuta. Oltretutto, ho venduto da tempo tale irrisoria quota al Gruppo Castel, un colosso dell’imprenditoria mondiale nell’ambito del settore beverage che ha acquistato la Bralico”.

La dichiarazione è interessante per due motivi. Il primo: la Bralico produce birra e dal giugno 2015 appartiene al gruppo Castel. La seconda: la rivista Congo Economie nel 2015 scrive che, a costruire la sede della nuova brasserie limonadière (Bralico) a Mongo-Kamba” è la proprio società Socofran. Ovvero: la società di Pendino. Niente di tutto questo, ovviamente, dimostra alcun rapporto societario tra i due. A sostenere che la Africaan Beer Investment Ltd sia riconducibile alla signora Descalzi, Humbert Pendino e Julienne Sassou Nguesso – secondo L’Espresso – è però la polizia francese. E – sia chiaro – non risulta che la signora Descalzi sia indagata in Francia.

“Nel mio paese d’origine, il Congo”, spiega al Fatto la signora Ingoba Descalzi, “svolgo da sempre l’attività di imprenditrice in settori differenziati. Tra essi, a titolo esemplificativo, il settore immobiliare, il commercio di abbigliamento, il ramo agricolo, le attività di scambio merci nell’ambito portuale e un prestigioso beauty center. Ho avviato una Fondazione benefica (Fid) a sostegno dei bambini bisognosi del mio Paese. In nessuna di queste attività sono mai stata e sono attualmente socia con la figlia del Presidente del Congo, Julienne Sassou Nguesso nè con Hubert Pendino. Non ho mai posseduto e non posseggo tuttora alcun rapporto di conto corrente in banche ubicate nei ‘paradisi fiscali’, tanto meno alle Mauritius, avendo sempre svolto le mie attività in totale trasparenza imprenditoriale e finanziaria”.

Prendiamo atto delle parole della signora Descalzi. Prendiamo atto della versione della polizia francese riportata da L’Espresso. E prendiamo atto che Di Maio ha chiesto al governo di vederci chiaro.

Napolitano ritorna in Senato: applausi dall’Aula, gelo dal M5S

Il ritorno in Senato del presidente emerito. Ieri Giorgio Napolitano è riapparso sul suo scranno a Palazzo Madama per la prima volta dal delicato intervento al cuore a cui venne sottoposto lo scorso aprile a Roma, per una dissezione aortica. La presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati lo ha salutato così dal microfono: “Consentitemi un caloroso saluto di bentornato al presidente emerito, un esempio per tutti i senatori nella partecipazione ai lavori e nella passione istituzionale”. Parole a cui l’Aula ha reagito con applausi verso l’ex Capo dello Stato, a cui però non si sono aggiunti molti dei Cinque Stelle presenti in quel momento sui banchi del governo. Mentre l’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi e altri esponenti del Pd, tra cui l’ex ministro della Difesa Roberta Pinotti, si sono subito avvicinati al presidente emerito. Napolitano, 93 anni, vestito di scuro, ha seguito parte dei lavori dal suo posto accanto all’ex capogruppo del Pd a Palazzo Madama, Luigi Zanda. Poi, con l’aiuto di una commessa, ha abbandonato l’Aula.

E a sorpresa arriva Flavio

Firenze secondo me è il titolo del documentario di Matteo Renzi sulla sua città (4 puntate da 90’ prodotte da Lucio Presta, Florence il titolo per l’estero) presentato al più grande mercato del mondo dell’audiovisivo, il Mipcom. “Questo non è un doc e neanche una guida – ha detto Renzi a Cannes – ma il mio punto di vista, su una città ricca di opportunità che combina, il passato con il futuro”. Il progetto, “una novità e una sfida, come è sempre stata la mia vita”, è nato l’estate scorsa: “Avevo perso il referendum che avevo chiesto per cambiare il Paese. Non è andato bene, ho pensato di ritirarmi, ma poi ho ricevuto tanti messaggi di fiorentini che mi incitavano alla resistenza. Mi è venuta così l’idea di un omaggio dedicato a tutti noi”. Ed eccolo lui, la città, e la telecamera che si muove dai Medici al Vasari, da Michelangelo a Leonardo. Tanti i possibili acquirenti, tra gli italiani c’è Mediaset in prima fila. A sorpresa, si è presentato con la giacca di pelle che strizza l’occhio da lontano a Renzi l’imprenditore Flavio Briatore, “come supporter”.

Renzi, Briatore e la televendita: Firenze come arma di distrazione

È terribilmente imbarazzante il Matteo Renzi che compare a Cannes, al mercato dell’audiovisivo Mipcom.

È imbarazzante lo sguardo ammiccante dei fotografi, che si danno di gomito sussurrando l’incredibile: e cioè che questo gioviale presentatore è l’ex primo ministro italiano. Perché non c’è niente di male che un uomo pubblico, chiusa la sua esperienza politica, torni al proprio lavoro: ma qua il punto è che non c’è nessun lavoro. Non c’è letteralmente né arte né parte: e il vero filo conduttore di un triste spreco esistenziale è l’esser pronto a tutto, essendo capace di niente.

È imbarazzante la tirata sulla politica dell’amore, contro la disumanità di Salvini. Dio sa se c’è bisogno d’amore, ed è evidente la bestiale strumentalizzazione della paura e della povertà di cui Salvini è campione. Ma la padella non ha titoli per rimproverare la brace.

È imbarazzante infine la compagnia: quella di Flavio Briatore. Una presenza che ha almeno il merito di chiarire l’orizzonte di valori condiviso dai due: il primato del denaro, il disprezzo delle regole, il successo personale come obiettivo supremo.

Ma il cammeo di Briatore a Cannes dice anche qualcosa di più. Dice come Renzi veda davvero l’arte di cui parla in continuazione: quella “bellezza” che da sempre usa come un suo peculiarissimo cavallo di battaglia. La bellezza come sinonimo di lusso, la bellezza come prodotto di consumo, la bellezza come business. La bellezza, e questo è il Renzi sindaco presidente del Consiglio, strumentalizzata e usata come arma di distrazione di massa. Quando – ormai sei anni fa – uscì da Rizzoli il suo libro sulla bellezza (il titolo era all’insegna dell’understatement: Stil novo. La rivoluzione della bellezza tra Dante e Twitter) lo scrittore Paolo Nori commentò: “Il nuovo libro di Matteo Renzi mi sembra molto difficile da riassumere. Si apre con un’epigrafe di Camus (‘La bellezza non fa rivoluzioni, ma viene il giorno che le rivoluzioni hanno bisogno di lei’) e parla di molte cose: di bellezza, di Firenze, dell’Italia, dell’America, del mondo. Di Dante, di Leonardo da Vinci, di Michelangelo, di Savonarola. Dei fiorentini, dei toscani, degli italiani, degli americani. … Ecco: a me è sembrato stranissimo, che in tutte le 193 pagine di questo libro sulla bellezza non sia riuscito a trovare una frase che mi sembrasse non dico bella, ben fatta”.

È esattamente ciò che viene in mente di fronte alle poche immagini fin qua rese pubbliche del documentario Firenze secondo me con Renzi che “impalla” il “Tondo Doni” di Michelangelo snocciolando vieti luoghi comuni sul caratteraccio dell’artista, suggerendo neanche troppo implicitamente che è questo un tratto tipico dei fiorentini, e dunque anche del Fiorentino per eccellenza: lui.

Il discorso su Firenze è un discorso su Renzi, in un trionfo di ombelicale autoreferenzialità. Insomma: vediamo più il narciso che il giglio.

È quello che i fiorentini hanno visto a lungo. Il Renzi che – il giorno in cui firma l’accordo con Ferrovie per lo sventramento Tav di Firenze – depista l’attenzione dei concittadini lanciando un referendum (è una malattia!) sull’idea di costruire la facciata che Michelangelo aveva progettato per San Lorenzo. Una colossale minchiata (unica parola possibile, me ne scuso), irrealizzabile e demenziale da tutti i punti di vista: che però tiene banco per giorni.

Il Renzi che annuncia di voler ripavimentare in cotto Piazza della Signoria, come nel Rinascimento: la storia ridotta a book in cui scegliere l’acconciatura preferita. Ma un ottimo modo per non far parlare delle tremende periferie di Firenze, dove se parli di bellezza ti riconcorrono col forcone.

Il Renzi, soprattutto, che costruisce un’intera campagna di comunicazione sulla caccia alla Battaglia di Anghiari, la perduta pittura murale di Leonardo in Palazzo Vecchio. Un’altra solennissima fesseria che lo porta a far trapanare gli affreschi di Giorgio Vasari, e a scontrarsi frontalmente con tutta la comunità scientifica della storia dell’arte mondiale: che egli bolla come un accolita di “professoroni” (siamo già alle prove generali della indovinatissima campagna referendaria).

In quelle settimane di duelli al vetriolo, Renzi si lascia scappare la verità quando, tuonando contro l’Opificio delle Pietre Dure che resiste alle sue pressioni, dichiara: “Per non capire questa importante azione di marketing per Firenze bisogna essere proprio… e ci siamo capiti”.

È tutto qua: il punto focale non è la bellezza, ma il marketing. Ma bisognava fare ancora un passo per dirla tutta, la verità: quel marketing, allora come ora, non era per Firenze, ma per Renzi. È in questo decisivo slittamento che passa tutto il disastro di una straordinaria ascesa politica finita nel nulla: perché, nonostante tutto, è ancora evidente la differenza tra chi serve un ideale, e chi, al contrario se ne serve.

Tofalo, che onestà intellettuale

Il 3 settembre avvertiva: “Indossiamo il casco, si parte!”. E gli estimatori di Angelo Tofalo neanche stavolta sono rimasti delusi. Parliamo di uno che, quand’era solo un membro del comitato di controllo sui servizi, si era inventato “Tofasir”, una sorta di Muppet Show per spiegare l’intelligence ai bambini. Figuratevi ora che è sottosegretario alla Difesa. Così, con la scusa delle pillole informative per diffondere la cultura della sicurezza nazionale, da un mese e mezzo Tofalo gioca a fare il soldato: pilota a Pratica di Mare, poi subacqueo, poi sul sommergibile Scirè, poi in mimetica tra i militari di Strade Sicure e infine, ieri, un volo da parà con quelli della Folgore. Conoscere per deliberare, è il motto delle imprese di Tofalo. E a quanto pare, funziona. A furia di pillole, ieri s’è ingoiato pure la battaglia contro gli F-35: “Il M5S è da sempre contrario. Ma bisogna anche essere onesti intellettualmente: la Difesa ha bisogno di certe capacità aeree”.

“Sul Tap si può rimediare. Conte lo sposti per decreto”

“Ho sperato che il nuovo governo potesse aiutare la mia terra. Ma non c’è nulla di nuovo: sono stato aggredito da Matteo Renzi e Carlo Calenda esattamente come sono stato attaccato da Barbara Lezzi e Alessandro Di Battista. E infatti sul Tap sono andati a convergere”. Il governatore della Puglia Michele Emiliano (Pd) non era al tavolo a Palazzo Chigi che lunedì ha di fatto sancito la fine delle speranze per comitati e sindaci del Salento. Già oggi potrebbe arrivare il via libera del governo al gasdotto Tap, che deve portare il gas dall’Azerbaigian in Europa, passando per l’Italia e per l’approdo a San Foca, una frazione di Melendugno (Lecce).

Perché non l’hanno chiamata alla riunione di lunedì, solo per ruggini politiche?

Non so. Probabilmente perché avrei dimostrato in pochi minuti che certe informazioni di cui dispongono sono sbagliate.

Ormai è evidente che il Tap va fatto, pena risarcimenti tra i 40 e i 45 miliardi.

Ho sempre detto che c’era il problema dei risarcimenti, perché il gasdotto è stato previsto da un accordo internazionale. E lo hanno sempre saputo anche i Cinque Stelle, checché ne dica la ministra del Sud Lezzi. Dopodiché il tema resta come salvare quel territorio dai danni di un’opera inutile, il tratto via terra che da San Foca arriverà a Mesagne vicino Brindisi, a spese degli italiani. E la mia soluzione rimane quella di spostare di 30 chilometri più a nord l’arrivo del gasdotto.

Dal governo oppongono che costerebbe 5 miliardi in più, e che comporterebbe un enorme ritardo sui lavori, di almeno 18-24 mesi. Rilevante, no?

Questa è un’enorme stupidaggine. Non è stato ancora costruito un metro del gasdotto del suolo italiano, finora hanno solo estirpato gli ulivi. E di certo cambiare il tragitto non costerebbe una cifra del genere.

Se un progetto muta i tempi si allungano, è fisiologico.

Cambiare il progetto richiede pochissimo tempo.

Lei cosa farebbe ora?

Convocherei un tavolo tecnico con il premier Conte, il ministro dello Sviluppo economico Di Maio e quello dell’Ambiente Costa. E in quella sede i miei tecnici spiegherebbero cosa si può fare per risolvere la questione Tap e anche quella delle emissioni inquinanti dell’Ilva.

Cioè?

Bisogna intervenire con un decreto legge, che contenga tutte le autorizzazioni ambientali così da compattare i tempi. E il testo dovrebbe prevedere lo spostamento dell’approdo del Tap a Mesagne, dove esiste già la rete nazionale del gas Snam che arriva fino a Taranto. Da lì si potrebbe portare il gas fino all’Ilva, dando vita alla decarbonizzazione dell’acciaieria.

Ci sono mille nodi, tecnici e politici. E comunque la società che gestisce il Tap è pronta ai ricorsi.

Un governo negozia. Va costruita un’intesa con la Socar (la società statale produttrice di petrolio e gas dell’Azerbaigian, ndr), con cui ho già trattato ai tempi del precedente governo. In una riunione alla Farnesina, mi avevano concesso 700 milioni di metri cubi di gas allo stesso prezzo del carbone.

Ne ha parlato con il governo attuale?

Nell’ultima riunione sull’Ilva, ho chiesto all’ad di Arcelor Mittal, davanti a Di Maio, cosa impedisca la decarbonizzazione dell’Ilva. E lui mi ha risposto che si potrebbe fare se il gas costasse lo stesso prezzo del carbone.

Ma è così certo che Socar accetterebbe?

Si può trattare, in cambio della pace sociale. Ha idea di cosa comporterebbe sorvegliare i cantieri in questa situazione?

Prevede rivolte?

Non dico questo, però la gente è esasperata. Anche perché in tanti avevano creduto alle promesse dei 5Stelle, che garantivano lo stop al progetto in 15 giorni.

Ma se esiste davvero una via alternativa, perché il governo non la imbocca? Perché la Lega impone di andare avanti, per pressioni di stati e lobby esteri?

Credo che i ministri Di Maio e Costa siano prigionieri della burocrazia, ossia dei tecnici ministeriali che ripetono loro come sia inevitabile costruire il gasdotto secondo questo progetto. Ma non è così.

E se come sembra si andasse avanti secondo i piani?

Io non ho più mezzi giuridici, ho fatto tutto quanto possibile. Vorrà dire che passerò il resto della mia vita a denunciare quanto fatto alla Puglia da due governi, prima del Pd e poi del M5S e della Lega.