Vitalizi addio anche al Senato

Di nuovo i palloncini gialli della festa, le bandiere bianche, gli striscioni, i sorrisi a 64 denti del grande officiante Rocco Casalino e dei senatori a 5Stelle; ci sono pure manciate di monetine di cioccolata, decisamente più morbide di quelle lanciate a Bettino Craxi all’hotel Rafael 25 anni fa, a cento passi dall’entrata di Palazzo Madama. Per il Movimento è “la fine della Seconda Repubblica”.

Per ora è un’altra celebrazione grillina, un altro “Bye bye vitalizi”: ieri sono stati cancellati – o meglio ricalcolati – anche quelli degli ex senatori, a tre mesi dalla delibera Fico che era intervenuta sugli assegni degli ex deputati. Il consiglio di presidenza ha adottato un testo identico a quello già approvato nell’altro ramo del Parlamento: 10 favorevoli e un astenuto, mentre gli eletti di Pd, Leu e Forza Italia hanno lascito l’aula al momento del voto (con polemica del dem Tommaso Cerno: “Non capisco perché non abbiamo partecipato, è una cosa sacrosanta”). Così uno dei primi storici impegni del M5S (ora appoggiato anche dalla Lega) è diventato un risultato acquisito. Ed è ancora festa. Prima nel cortile di Palazzo Madama, poi – dopo i rimproveri di un funzionario – in piazza.

Fuori, le monetine di cioccolata finiscono in un salvadanaio: l’orgoglio dei grillini sono i risparmi. Ai 40 milioni del ricalcolo contributivo per gli ex deputati se ne aggiungono altri 16: in tutto il taglio dei vitalizi vale circa 56 milioni l’anno, oltre 300 in una legislatura.

Al Senato l’iter è stato più complesso: il voto arriva dopo lunghi tira e molla con la presidente Maria Elisabetta Casellati, accusata di allungare il brodo, tra audizioni e richieste di pareri costituzionali. Alla fine si è arresa. L’ultimo passaggio sono i ricorsi: gli ex deputati ne hanno presentati oltre 700, se ne dovrebbero aggiungere quasi altrettanti.

Luigi Di Maio non se ne cruccia più di tanto, anzi rilancia: “Nella manovra imporremo anche alle Regioni di tagliare i vitalizi”. E i 5Stelle di Bruxelles vogliono portare la campagna al Parlamento europeo, “dove la casta resiste ancora”. Anche il premier Giuseppe Conte si presta all’hashtag (come aveva fatto per il “Decreto Salvini”): “#ByeByeVitalizi, la riduzione di sprechi e costi della politica è una misura di equità sociale”.

Il renziano Ermini rinuncia: non sarà lui a giudicare Woodcock

Il vicepresidentedel Csm David Ermini non presiederà, come gli spetterebbe da regolamento, il collegio disciplinare che deve giudicare Henry John Woodcock e Celeste Carrano su presunte irregolarità nell’inchiesta Consip. A presiedere sarà il suo vice, Fulvio Gigliotti, uno dei professori eletti in quota M5s. Secondo quanto risulta al Fatto, Ermini- che vuole seguire il Mattarella pensiero sull’imparzialità di sostanza ma anche di apparenza – alcuni giorni prima dell’ udienza dirà che non potrà presiedere e così toccherà a Gigliotti. Ermini da deputato del Pd, renziano doc e responsabile Giustizia del partito, quando l’inchiesta Consip divenne un caso politico per il coinvolgimento, tra gli altri, dell’ex ministro Lotti e di Tiziano Renzi, attaccò: “Prima si prende di mira Renzi e poi si lavora sulle indagini? Ci sono mandanti?”. La prossima udienza non sarà lunedì 5 novembre, come previsto dall’ex collegio, ma il 9. La nuova sezione disciplinare ha deciso che celebrerà i processi solo al venerdì e non più anche il lunedì, per non intralciare il lavoro delle Commissioni.

Spese folli e bastone: Edoardo Rixi, la faccia “mite” del salvinismo

“Per me è come un fratello”, parola di Matteo Salvini. Molto più, quindi, di un vice-ministro. Per questo la sorte giudiziaria di Edoardo Rixi sta così a cuore alla Lega che ieri ha tremato di fronte alla richiesta di condanna avanzata dal pm genovese Francesco Pinto: 3 anni e 4 mesi per le spese pazze della Regione Liguria.

Certo, difficile all’apparenza trovare somiglianze. Tanto è incontenibile, sprezzante con i migranti, aggressivo Salvini, quanto il genovese Rixi con i suoi occhi azzurri e il viso da ragazzino evita le sparate. Uno posta selfie dalle spiagge, l’altro scala gli ottomila (mancò per cento metri la vetta del Manaslu). Il volto moderato del leghismo manganellatore, a parte qualche uscita sulle violenze del G8: “È stato usato per depotenziare le forze dell’ordine… se a volte un agente deve intervenire in maniera tempestiva per evitare una strage non può stare attento se prende il braccio di uno perché se no finisce sotto tortura”. Ma bisogna vederli insieme, magari nelle scorribande che da anni il segretario compie in Riviera. “Sembrano due compagni di scuola”, dice chi li frequenta.

Salvini è quello che tira il sasso contro le vetrate (vedi le dichiarazioni al curaro sui migranti). Rixi il compagno che gli sta accanto e sorride, non sai bene se per disagio o ammirazione. Difficile oggi dire se Rixi sia così importante per Salvini in nome di un’amicizia nata a sedici anni tra i giovani leghisti oppure perché è la cerniera tra la Lega e la destra di Giovanni Toti, quel potere che sta mettendo radici ovunque in Liguria. Defilato, ma essenziale. Rixi è accusato di peculato e falso ideologico. Tra le 19 richieste di condanna trovi altri ex capigruppo: Marco Limoncini (3 anni e sei mesi, Udc), Matteo Rosso (3 anni e 6 mesi, FdI), Antonino Miceli (3 anni, Pd). Tra i consiglieri c’è Francesco Bruzzone (chiesti 2 anni e 3 mesi), lui pure promosso in Parlamento dalla Lega nonostante il rinvio a giudizio. I vari filoni hanno toccato oltre metà dei consiglieri liguri tra 2010 e 2015. La richiesta di rinvio a giudizio per Rixi parlava di rimborsi per 108.237 euro.

Di questi 19.855 sono riferibili direttamente a spese di Rixi. Il grosso riguarda spese sostenute dal suo collega di partito Maurizio Torterolo e rimborsi indistinti del gruppo Lega. Ecco il punto: Rixi era il capogruppo. Quindi, secondo i pm, a lui spettava la vigilanza. È il nodo dell’accusa che ha portato in aula centinaia di scontrini. Ci sono quelli ormai famosi di un ristorante dell’entroterra ligure, decine e decine. Per Finanza e pm non si riferivano nemmeno a pranzi consumati davvero dai consiglieri. A far drizzare le antenne agli inquirenti sono stati anche i periodi di emissione degli scontrini e le destinazioni: come le spese per rifugi di montagna sulle Dolomiti nei giorni di Ferragosto. Ma che cosa spingeva i rappresentati della Regione sulle vette nel cuore dell’estate? “Non sono viaggi dei consiglieri, ma di nostri collaboratori. Erano andati per studiare l’ordinamento a statuto speciale del Friuli” è stata la difesa. Poi, tanto per dire, acquisti in negozi di cioccolata e di fiori. Come quello che si chiamava “Un mazzo così”, nome che oggi suona di cattivo augurio. Quindi viaggi a Pontida nei giorni del raduno leghista. Un altro punto dell’accusa: le attività di partito non sono rimborsabili. Ancora: si contestano al gruppo della Lega, e quindi a Rixi, i rimborsi per i viaggi dei collaboratori che hanno diritto a un rimborso a parte.

Rixi ha deciso di non commentare la richiesta dei pm. La sua versione dei fatti è sempre stata questa: nessun falso, i capigruppo non avevano i mezzi per vigilare sulle richieste dei consiglieri. Anzi, ha sostenuto, avrebbe scritto ai colleghi chiedendo di specificare in dettaglio le ragioni delle singole spese. Riguardo alle proprie spese Rixi ha ricordato che sono quasi tutti rimborsi chilometrici. E le trasferte a Pontida a spese della Regione? In concomitanza con il raduno del Carroccio c’erano incontri tra consiglieri comunali e regionali su temi istituzionali. Né rileva dal punto di vista penale che i leghisti abbiano rimborsato alla Regione 80mila euro. Ora bisogna aspettare la sentenza. Ma c’è un ‘dettaglio’ che impensierisce la Lega: l’ex consigliere Torterolo, accusato di rimborsi certificati da Rixi, ha patteggiato due anni. Se condannato, il viceministro rischia l’applicazione della legge Severino.

Una cosa è certa: Salvini non lo mollerà. Per difendere Rixi si è già cacciato nei guai: “Se so che qualcuno, nella Lega, sbaglia sono il primo a prenderlo a calci nel culo e a sbatterlo fuori” – disse Salvini dopo il rinvio a giudizio – “Ma Rixi è un fratello e lo difenderò fino all’ultimo da quella schifezza che è la magistratura italiana. Si preoccupi piuttosto della mafia”. Una sparata che ha indotto la Procura di Torino ad aprire un fascicolo per vilipendio della magistratura.

Cambia il decreto Genova: Autostrade può demolire

Alla fine Autostrade per l’Italia potrà demolire quello che resta di Ponte Morandi, oltre a raccoglierne le macerie. Il grande stigma nei confronti del gruppo guidato dai Benetton – annunciato orgogliosamente dal governo, e soprattutto dai 5Stelle, all’indomani della tragedia – è stato addolcito nel tempo necessario a far approvare un emendamento. Aspi resterà fuori dalla ricostruzione, certo, ma potrà essere coinvolta in tutto quello che bisogna fare prima.

Il relatore grillino del decreto, Gianluca Rospi, mette le mani avanti: “Potranno prendersi carico solo dei lavori di rimozione delle macerie”. In verità l’emendamento non stabilisce questo, ma si limita a cancellare l’esclusione di Autostrade dalle opere “propedeutiche e connesse” alla ricostruzione del ponte (come enunciato nel comma 7 del primo articolo del decreto). E quindi in linea di principio nulla potrà impedire al commissario straordinario (e sindaco di Genova) Marco Bucci di incaricare la concessionaria anche per la demolizione del viadotto.

È stato lo stesso Bucci, peraltro, a porre come una delle condizioni per la sua nomina a commissario straordinario il fatto che cadesse l’esclusione di Autostrade almeno nelle fasi che non riguardano la ricostruzione.

Già a fine agosto il governatore ligure Giovanni Toti – che di Bucci è il padrino politico – invitava pubblicamente Luigi Di Maio a “evitare le polemiche” e “affidare i lavori di demolizione ad Autostrade”, mentre il vicepremier Cinque Stelle era fermo sulla posizione che l’azienda dei Benetton non dovesse “toccare nemmeno una pietra”. Alla fine, dopo un iter lungo, tortuoso e pasticciato, il governo ha votato per modificare il decreto Genova nella direzione auspicata dai totiani (e non a caso gli estensori dell’emendamento sono i deputati del gruppo di Forza Italia).

Perché la norma emendata entri in vigore, ovviamente, bisognerà attendere l’approvazione del decreto (entro 60 giorni dalla pubblicazione in Gazzetta, che è avvenuta il 28 settembre). E per iniziare la demolizione e la rimozione delle macerie bisognerà aspettare l’autorizzazione dei magistrati e il dissequestro dell’area. I pm non faranno perdere tempo, come ha garantito già ad agosto il procuratore di Genova, Franco Cozzi: “Se ci chiederanno di togliere i sigilli, se qualcuno arriverà dicendomi che sono pronti per la demolizione, noi saremo pronti a compiere gli accertamenti e dissequestrare l’area in tempi brevi”. Finora non si è presentato nessuno, difficile immaginare che si inizi prima di dicembre.

Intanto ieri sera Matteo Salvini ha incontrato Raffaele Cantone. Il presidente di Anac gli ha rinnovato le sue perplessità per il rischio che i lavori di ricostruzione possano essere esposti a infiltrazioni mafiose. Preoccupazioni che non sembrano aver persuaso il ministro.

Anche se pochi lo ascoltano, Draghi non smetta di parlare

Ieri, un simpatico tassista romano mi ha detto: “Certo che ’sto governo c’ha tutti contro” (col tono tipico dei simpatici tassisti romani quando vogliono denunciare una prepotenza, ma senza sbilanciarsi troppo). Ho risposto: “Tutti no, Draghi per esempio ha detto che sulla manovra un compromesso si può trovare”.

Lui ha preferito non replicare (forse non sapeva se fidarsi di questo Draghi o perché eravamo giunti a destinazione). Poco dopo, in un importante studio tv mentre gli altri ospiti bombardavano, pure con argomenti fondati, la legge di bilancio in deficit appena varata dal Consiglio dei ministri, ho provato a buttare lì una parola di speranza: “Però Draghi ha detto che anche in passato ci sono state devianze da parte dei governi ma poi si è sempre trovato un accordo con Bruxelles”. Frase caduta totalmente nel vuoto, e quando ho provato ha gettare il cuore oltre l’ostacolo proclamando: “Ho fiducia in Draghi”, mi sono sentito solo e un po’ disperato come Patrik Schick che centra un palo a porta vuota. Ammutolitomi ho pensato di aver preso un gigantesco granchio.

Forse Draghi non aveva mai pronunciato quelle parole, me l’ero sognate, chissà, a causa degli allucinogeni che mi vengono somministrati a cena per placarmi. Quanto al gelo dei miei interlocutori televisivi era solo un misericordioso atto di pietà. Tornato a casa ho provato a digitare su Google le parole: “Draghi, manovra, compromesso” (con lo stesso tumulto interiore con cui al liceo spizzavo la pagella dopo le reiterate minacce di bocciatura). E, miracolo, mi è apparsa una meravigliosa icona con la foto del prestigioso presidente della Bce e un articolo dell’autorevole Il Sole 24Ore. Datato Bali, meeting del Fmi e del G20, 13 ottobre 2018. Titolo: “Manovra, Draghi ottimista su una soluzione di compromesso”. Svolgimento: Draghi ha invitato tutti ad abbassare i toni, ad aspettare che l’iter della manovra economica si completi per vedere che assetto finale avrà, ha deplorato gli sciagurati accenni “a piani B” per l’uscita dalla moneta unica, ha ricordato “che non è la prima volta che si verificano deviazioni dalle regole Ue e non sarà l’ultima, ma nei trattati sono stati inseriti meccanismi pensati per gestire proprio queste situazioni”.

Davanti a espressioni così sensate e rassicuranti ho provato, e adesso non scherzo, un empito di sincera gratitudine. Poi mi sono chiesto: è mai possibile che la valutazione espressa sulla manovra di bilancio, al cospetto del gotha della finanza mondiale, dall’uomo che incarna al più alto livello l’autorità monetaria europea, non abbia trovato un’immediata e responsabile sponda nel governo gialloverde? Forse perché, nel frattempo, erano tutti troppo impegnati a contrastare i complotti di Soros e della Spectre? Possibile che l’intervento di Draghi abbia ricevuto presso l’informazione tutta una risonanza assai minore rispetto a una qualunque esternazione al bar del leghista Borghi, sufficiente a provocare il crollo di alcune banche, della Borsa, oltre all’effetto viagra sullo spread e all’invasione delle cavallette?

Questo diario rivolge perciò un caldo appello al presidente Draghi (memore della comune esperienza scolastica all’Istituto Massimo, ma lui era molto più bravo). In una fase così delicata per il nostro Paese – e al di là del faticoso giudizio politico sul Salvimaio – la prego, non faccia mancare la sua parola, competente ed equilibrata, per migliorare, se fosse ancora possibile, la manovra di bilancio. O almeno per attenuarne l’impatto negativo sui mercati. Ne abbiamo bisogno (e ne ha bisogno chi le scrive, per non cadere in depressione).

Da Stella Rossa a B. Il perfetto moderato che tratta coi barbari

Circondato dai cacciatori e dai raccoglitori di frutta, l’Homo Sapiens dedito all’agricoltura, viveva in costante pericolo. Non aveva muscoli scattanti, non era mai abbastanza aggressivo. Ma era ostinato. E cereale dopo cereale, l’ebbe vinta lui. Allo stesso modo – al netto del permanente sorriso con cui ci rassicura dall’accampamento fortificato del suo Ministero di Economia a Finanza – Giovanni Tria sopravvive da cento e fischia giorni circondato dalla doppia tribù dei Salvimaio. Non si sa come. Non si sa per quanto. Ma al momento sbuccia ancora il frumento, firma il bilancio di previsione 2019, e resiste. Durerà?

Giovanni Tria, classe 1948, preside della facoltà di Economia, Università di Tor Vergata, non è una mammola e non è uno sprovveduto. È romano di Roma: per memoria ancestrale sa da un paio di millenni come si trattano i barbari, che infine conquistarono il cuore dell’impero, per poi esserne conquistati. Delle sue molte abilità, la più utile, oltre al buon carattere, è stato l’insegnamento di Edmund Phelps, economista premio Nobel 2006, che studiava “gli effetti a breve e a lungo termine delle politiche economiche”. Corsi che ha frequentato (per davvero) nelle aule di perfezionamento della Columbia University, New York, primi anni Ottanta, insieme con il suo amico e collega Ernesto Felli, addestrandosi alla pazienza. Dunque un keynesiano più incline alle detrazioni fiscali, agli investimenti pubblici, all’etica del lavoro. E meno propenso alla fretta dei condoni, all’assistenzialismo, alle indiscipline nei confronti delle serrature di Bruxelles che custodiscono il bene più prezioso della nostra pace europea, l’euro. Ma anche tanto realista da assecondare tutto il contrario, non escludere temporanee forzature, quando necessarie, persuaso che al fondo di ogni opinione ci sia sempre lo spazio per il dubbio che la contraddice o persino la vanifica. Pertanto un perfetto moderato italiano d’alta classe intellettuale che nel corso degli anni ha saputo convivere con il bianco e il nero, il dritto e il rovescio. Con le intemperanze del suo amico Renatino Brunetta, di cui fu consulente, durante i fasti del berlusconismo tanto arrembante da condurci fino all’orlo del baratro. Poi con le commoventi imperizie di Marianna Madia, creatura d’acquario veltroniano, che da ministro della Pubblica amministrazione, si definiva orgogliosa di “portare in dote la mia straordinaria inesperienza”. Infine oggi, diventato ministro di un governo, dove Matteo Salvini ha lo sguardo di una ruspa e il guaglione Gigi Di Maio dichiara da un balcone di avere appena abolito la povertà, saluta la “prima manovra del popolo” e detta con spericolata fierezza il suo migliore nonsense: “Tra i numerini dello spread e gli italiani, io sto con gli italiani!”.

Tria sa far finta di non ascoltare. Naviga a suo agio tra i sofismi da convegno tipo: “È sbagliato rispondere sì, ma credo non basti rispondere no”. Ammette le imperfezioni dell’Economia, scienza esatta solo a consuntivo. Salvo attestarsi senza titubanze – e meno male – in cima all’alto recinto della Costituzione: “Ho giurato nell’esclusivo interesse della Nazione e non di altri”, ha scandito lo scorso 26 settembre davanti alla platea di Confcommercio, in piena battaglia tra Lega e Cinque Stelle sui conti e sugli azzardi pubblici dello zero virgola. E per essere più chiaro alle orecchie dei cacciatori e dei raccoglitori di governo, ha aggiunto: “E non ho giurato solo io, ma anche gli altri”. Dunque: datevi una calmata, perché “non c’è crescita nell’instabilità finanziaria”. Chiaro? Chiarissimo. Durerà?

Come molti pompieri anche Giovanni Tria è nato incendiario. Figlio di un dirigente di Confindustria e di una pacata professoressa di francese, ha scelto il controcanto. Ai tempi del liceo romano Virgilio militava niente meno che tra i maoisti di Stella Rossa. Albeggiava il ’68. Le guardie rosse irrigavano la bella Rivoluzione culturale, anche se ancora non si sapeva con quanto sangue. Del resto i maoisti d’Italia abitavano per lo più ai Parioli, passavano le estati in Grecia e si preparavano, dopo gli allenamenti, a sostituire i genitori tra le fila della classe dirigente.

Tria studia e viaggia. All’inizio persino su una motocicletta Bmw, come gli hipster di Nel corso del tempo, capolavoro romantico di Wim Wenders. Un po’ di Oriente, le isole greche, la Turchia. Traversate che ancora oggi sono i migliori ricordi a cui appendere un po’ di malinconia. Dopo la moto, la laurea in Giurisprudenza alla Sapienza, la carriera accademica in Italia, in America, persino in Cina dove stava per nascere il liberismo-comunismo di Stato. Da lì in poi, due mogli, due figli, le vacanze in gommone a Patmos. E sul lavoro molto prestigio, molti incarichi, compresa la presidenza della Scuola nazionale dell’amministrazione.

Senza essere mai stato socialista, tantomeno craxiano, entra nel comitato scientifico della Fondazione intitolata a Bettino Craxi, uno dei politici più svelti a moltiplicare il debito pubblico italiano. E senza mai essere stato di Forza Italia, tantomeno berlusconiano, collabora al programma economico del nascente partito di Silvio B, quello che prometteva “il diritto naturale” a una sola aliquota massima del 33 per cento, oltre, al celebre milione di posti di lavoro.

Tria è amico di molti, anche se non di tutti. Ha lavorato con Maurizio Sacconi e con Giorgio La Malfa. Ha scritto a lungo per Il Foglio. Considera Gianni De Michelis – conosciuto dopo la caduta di Tangentopoli – uno dei “politici più intelligenti” della nostra storia recente. Europeista convinto, ha criticato la Germania per il suo “strapotere economico”. E su quelle righe si è conquistato l’amicizia e la stima di Paolo Savona, il quasi sovranista che ha evocato il cigno nero dell’uscita dall’euro, evento che ancora naviga nella nostra opaca palude.

È stato proprio lui – come rivelato a Repubblica – a chiamarlo al telefono una sera di maggio: il presidente Mattarella non mi vuole all’Economia, “andresti tu al mio posto?”. E siccome era sbagliato rispondere sì, ma neppure era possibile rispondere no, Tria nicchia, ci pensa, poi accetta di salire in giostra.

Nei primi giorni di governo, allo scossone di cittadinanza replica: “Improbabile che si possa configurare una società in cui una parte della popolazione produce e l’altra consuma”. Mentre al carosello della flat tax, oppone il freno della moderazione: “Meglio partire lenti per minimizzare la perdita di gettito, e ridurre le aliquote una volta assicurati gli effetti sulla crescita”. Due quasi no, per iniziare le danze, governando il sì. Dandosi tutto il tempo di aggiustare il passo, come un danzatore provetto. Anche se non è vero, come in molti hanno scritto, che Tria sarebbe stato un buon ballerino di Tango, “ci ho provato, ma inutilmente”.

Rotte di collisione e stonature ci sono state, aggiustate da Mattarella e persino da Giuseppe Conte, che per carattere e silenzi gli assomiglia. La più perigliosa agli sgoccioli del Def, il documento che prepara il bilancio, quando l’incauto Claudio Borghi – il leghista che con un paio di parole ha fatto crollare l’euro – gli ha spento il microfono in pubblico, e si sono temute le sue dimissioni. Evento che avrebbe fatto esplodere i mercati, dicono, privandoci di molti euro vantaggi, compresa la strepitosa imitazione settimanale di Maurizio Crozza, dove il nostro Homo Sapiens, circondato dai cacciatori e raccoglitori di governo, esibisce su un foglio, la muta implorazione: “Aiuto!”. Ma al prossimo giro potrebbe anche cambiarla in una domanda più perentoria: “Durerò?”

Il Tesoro contro l’Upb: “Usa dati obsoleti” La replica: “È falso”

Scontro decisamente inedito tra il governo, e il Tesoro in particolare, e l’Ufficio parlamentare di bilancio, una sorta di Authority sui conti istituita nell’ambito del Fiscal compact: com’è noto l’Upb non ha validato le stime contenute nella Nota al Def del governo ritenendole ottimistiche. Ora, a pagina 6 del Draft budgetary plan, il documento di bilancio inviato a Bruxelles, il governo afferma che l’Upb si limita, in sostanza, ad analizzare “la misura in cui la previsione ufficiale si discosta da quelle formulate da altri analisti, pubblicate in tempi diversi e sulla base di informazioni parziali o obsolete” e per questo non ha validato le stime del Def. Attacco alzo zero che segue quello già portato da Giovanni Tria in audizione alla Camera e a cui l’Ufficio ha risposta con una nota altrettanto dura giudicando “sorprendente” l’affermazione dell’esecutivo: l’Upb valuta le stime guardando “il quadro nella sua interezza” e la decisione di non validare i numeri del governo è stata presa “sulla base esclusivamente delle variabili esogene e delle informazioni sulla struttura della manovra fornite dal Mef, informazioni che non si devono ritenere né parziali né obsolete”.

La Difesa precisa: “Tagli solo per 500 milioni di euro”

“Né oggi né mai” precisano dal ministero della Difesa: gli stipendi dei militari non si toccano. Una precisazione necessaria, evidentemente, dopo la pubblicazione, lunedì sera, del comunicato al termine del consiglio dei ministri. Nel testo diffuso dopo la riunione di governo, infatti, si parlava di una riduzione delle spese militari “pari ai fondi necessari per la riforma dei Centri per l’impiego”. E poiché i fondi necessari alla riforma dei Centri, sempre secondo la manovra approvata, sarebbero pari a un milione di euro, il comparto della Difesa era entrato in allarme, visto che per ora si era parlato di tagli al settore limitati a 500 milioni di euro. Così, ieri, fonti del ministero guidato da Elisabetta Trenta hanno precisato: “In base alla sospensione valutata di alcuni programmi ed al taglio del cosiddetto Pentagono italiano”, le risorse che saranno tagliate alla Difesa nell’ambito della manovra “ammontano a circa 500 milioni di euro. Non saranno né oggi né mai toccati gli stipendi dei militari e tutto ciò che è strategico per il Paese”.

Juncker è solo l’inizio: la “guerra” parte adesso

Fatta la pace (fiscale), ora Matteo Salvini, Luigi Di Maio e la loro maggioranza devono affrontare il “nemico esterno”. Come Il Fatto ha scritto più volte, il bilancio presentato dal governo è in sé una (moderata) manovra di manutenzione dei conti in una fase in cui la crescita rallenta. Si potrebbero impiegare meglio le risorse? Probabile, ma non si tratta di nulla che possa sconvolgere nessuno. Poi c’è la politica, nel senso che quel bilancio è il primo passo fatto dall’Italia per smontare gli impegni del Fiscal compact che (quasi) tutti – Pd compreso – ritengono onerosi e controproducenti.

Le parole pronunciate ieri da Jean Claude Juncker, cui sono seguite le dure risposte dei due vicepremier, sono l’inizio di una manovra a tenaglia nelle intenzioni di Bruxelles: da un lato la bocciatura della manovra da parte della Commissione Ue, che però è in scadenza a maggio e può al massimo darci una sanzione; dall’altro la “punizione” dei mercati, spaventati dal conflitto istituzionale, via downgrade e pressione sui titoli di Stato (ieri, però, Borsa in recupero e spread in calo).

Tornando a Juncker, ieri ha detto varie cose, ma due ci sembrano particolarmente rilevanti. Quella che ha irritato Di Maio e Salvini: “Se accettassimo la deviazione proposta dall’Italia, ci sarebbero reazioni virulente da parte di altri Paesi dell’eurozona”. E una che non è stata notata: “L’Europa funziona secondo regole prestabilite, prima dell’arrivo dei governi (tondo nostro, ndr)”. Juncker dice, dal suo punto di vista, un’ovvietà : lo spazio per le scelte politiche è solo quel poco che resta fuori dalle cervellotiche regole fiscali Ue (tranne se non si è la Francia, che può non rispettarle “perché è la Francia” disse lui stesso due anni fa). Ovviamente, la Commissione – se “i mercati” non useranno la clava – potrà fare poco, ma non è il momento di rilassarsi. Come ha spiegato Paolo Savona qualche giorno fa: “Abbiamo lanciato il guanto di sfida alla vecchia Europa, ora dobbiamo vincere la guerra, perché guerra sarà”.

Il governo è in cerca di risorse e azzera il fondo delle tv locali: addio a 100 milioni

Nel 2019 il governo non darà più soldi alle tv locali, mentre le risorse per la Rai nel prossimo biennio ammonteranno a 1,75 miliardi. Parola del ministro dell’Economia, Giovanni Tria, sentito ieri in commissione di Vigilanza Rai. Discutendo dei conti della tv pubblica – notevolmente migliorati dopo l’introduzione nel 2016 del canone in bolletta (che resterà) – si è toccato il capitolo extra-gettito, ovvero la somma incassata in più con il nuovo sistema. Un tesoretto di circa 380 milioni nel 2016 e di circa 180 milioni nel 2017 e, presumibilmente, per il 2018. Finora quei soldi sono stati divisi così: il 50% alla Rai e l’altro 50% per aumentare le esenzioni e, soprattutto, per finanziare il fondo alle piccole tv. Parliamo di circa 100 milioni annui. Ora, secondo Tria, quei soldi non saranno più destinati alle emittenti minori ma finiranno nel bilancio generale dello Stato. “Nel 2019 i fondi torneranno allo Stato, poi si vedrà…”, ha detto il ministro in Vigilanza. Insomma, serviranno a sostenere in parte i costi della manovra gialloverde. Il problema, però, sarà la sopravvivenza di tante tv locali, che già prima stavano in piedi tra mille difficoltà: circa 600 canali televisivi che nel 2017 hanno visto la riforma della disciplina dei fondi, assegnati in base al numero di dipendenti e telespettatori, non senza polemiche da parte delle emittenti delle regioni meno popolose. Una riforma che però ha cercato di garantire il pluralismo dell’informazione e la libertà degli editori puri. Ora, però, tutto questo rischia di non esserci più: la decisione è destinata a scatenare proteste, non solo perché arriva dopo i tagli all’editoria. Anche la Lega, adesso, dovrà spiegarla alle tante tv del territorio che ha sempre difeso.