Soldi alla Croce Rossa, Tria difende Garofoli: “Attacco irrazionale” (ma i fatti non tornano)

“Garofoli spieghi o si dimetta”. Poche righe lapidarie: così il M5S ha chiesto ieri la testa di Roberto Garofoli, capo di gabinetto del ministro dell’Economia Tria e presunto autore della norma che rimodulava le risorse date a settembre alla Croce Rossa per assegnare 28,1 milioni di euro l’anno per tre anni al commissario liquidatore, all’ingrosso 10 all’anno in più. Il ministro, però, in serata ha difeso Garofoli (e il ragioniere generale Daniele Franco) da “un attacco privo di fondamento e irrazionale”.

La storia. Come Il Fatto ha raccontato ieri il premier – domenica sera in preconsiglio dei ministri – aveva chiesto chi fosse l’autore di quell’articolo inserito nel decreto fiscale, ma non era riuscito a capirlo: nessun ministro aveva rivendicato la norma, nemmeno quello della Salute Giulia Grillo (i fondi sono a valere sul Servizio sanitario nazionale). Alla fine era stato proprio Garofoli a spiegare che, secondo il Mef, quell’articolo colmava “lacune” e “ambiguità” nella normativa approvata a settembre: alla fine Conte aveva preteso che la norma fosse stralciata e, dunque, non sarà nel testo del decreto.

Ieri poi, di fronte all’attacco diretto e un po’ scomposto dei 5 Stelle, Tria è stato costretto a prendere le difese del suo collaboratore e della Ragioneria: “Quei soldi sono per pagare il Tfr ai dipendenti”, ha scritto, e “l’esigenza era stata condivisa col ministero della Salute e sottoposta alla valutazione della presidenza del Consiglio”. Problema: i vertici politici di Palazzo Chigi e Salute hanno negato di aver rispettivamente chiesto e visto quell’articolo prima di domenica; in particolare la richiesta del ministero a cui si riferisce il Mef è quella arrivata il 18 maggio scorso, quando nel palazzone di Trastevere sedeva ancora Beatrice Lorenzin.

Ultimi, ma non ultimi, ci sono i soldi: ecco, il riparto delle somme messo nero su bianco dalla nota serale di Tria racconta che quasi la metà del nuovo stanziamento, cioè 18 milioni in tre anni, sarebbe andata a coprire “spese di funzionamento” dell’ente guidato dal commissario liquidatore Patrizia Ravaioli e non certo i Tfr (la quale, peraltro, ha negato col Fatto di essere a conoscenza della norma).

Il punto, in ogni caso, è un altro: i vertici politici del governo sono i soli legittimati a promuovere le soluzioni tecniche eventualmente proposte dalle burocrazie ministeriali, cui non è delegata alcuna potestà legislativa. Così dicono legge, Costituzione e buonsenso.

Manovra per due. Tutte le misure di 5Stelle e Lega

A giudicare dai numeri secchi, Luigi Di Maio batte Matteo Salvini 10 a 4. Questi, almeno, sono i calcoli dell’economista Riccardo Puglisi, che ascrive a Di Maio i 6,75 miliardi per il reddito di cittadinanza nel 2019 e la metà dei 6,76 miliardi della riforma della legge Fornero: “Di Maio ottiene 10,12 miliardi e Salvini la metà della riforma Fornero (3,375 miliardi) più i 600 milioni della flat tax per un totale di 3,975 miliardi”. La manovra inviata a Bruxelles rispecchia il contratto di governo registrando i rapporti tra i due partiti.

REDDITO DI CITTADINANZA. Prevista un reddito mensile non inferiore ai 780 euro sulla base degli indici di povertà a chi è residente da almeno 5 anni. Anche le pensioni minime saranno aumentate a 780 euro, a condizione di non avere immobili di proprietà.

FLAT TAX. Si estendono le soglie minime del regime forfettario per le piccole imprese e le partite Iva fino a 65 mila euro, con un’aliquota piatta al 15 per cento.

TAGLIO IRES.Giù dal 24 per cento al 15 per cento l’Ires sugli utili che vengono reinvestiti (ma vengono cancellati Iri e Ace).

CEDOLARE SECCA al 21%Si prevede una cedolare fissa al 21 per cento anche sui nuovi contratti di affitto degli immobili commerciali, come i capannoni.

QUOTA 100. Si potrà andare in pensione con 62 anni di età e 38 anni di contributi versati. Prorogata Opzione Donna, che permette alle lavoratrici con 58 anni, se dipendenti, o 59 anni, se autonome, e 35 anni di contributi, di andare in pensione.

FONDO VITTIME BANCHE. Si stanzia un fondo da 1,5 miliardi per risarcire tutte le vittime delle crisi bancarie.

FORZE DELL’ORDINE. Si stanziano 500 milioni per un piano di assunzioni per poliziotti, magistrati e personale amministrativo.

STOP FONDI EDITORIA. Si prevede l’azzeramento graduale del fondo pubblico per l’editoria.

PENSIONI D’ORO. Tagli alle pensioni sopra i 4.500 euro mensili, ricalcolando la parte retributiva sulla base dei coefficienti applicati alla parte contributiva.

SPESE MILITARI. Dalla riduzione delle spese militari per un miliardo, verranno ricavati i fondi per la riforma dei Centri per l’impiego.

LISTE D’ATTESA SANITA’. Stanziati 50 milioni di euro per le regioni per gli interventi di abbattimento delle liste d’attesa.

SCUOLA In arrivo fondi per la riforma della formazione tecnica e professionale, in particolare nel settore dell’industria e della moda.

MICROCREDITO. Raddoppiato il fondo per le micro e piccole imprese.

SPENDING REVIEW. Si recuperano fino a 2 miliardi di euro grazie alla riorganizzazione della spesa, con l’obbligo di acquistare beni e servizi tramite Consip.

STOP DOPPIO INCARICO tra Commissario alla Sanità e Presidente di Regione, si reintroduce l’incompatibilità tra le due cariche (la norma cancella quella pro-De Luca).

SALUTE. Stanziati 284 milioni per i rinnovi contrattuali di tutto il personale del Servizio sanitario nazionale e altri 505 milioni saranno attribuiti alle regioni per le spese farmaceutiche.

STOP NUMERO CHIUSO a Medicina. Si abolisce il numero chiuso nelle Facoltà di Medicina.

CIGS per crisi aziendali. Prorogati gli ammortizzatori sociali per il 2018 e 2019 per le imprese con più di 100 dipendenti: 12 mesi per riorganizzazione aziendale e sei mesi per il caso di crisi.

MOBILITA’ IN DEROGA. Proroga per un anno ai lavoratori che hanno cessato o cessano la mobilità ordinaria o in deroga dal 22 novembre 2017 al 31 dicembre 2018. Si applica anche ai lavoratori dell’area di Termini Imerese e Gela.

NORMA BRAMINI. Chi ha debiti nei confronti delle banche ma vanta crediti nei confronti dello Stato non si vedrà pignorata la casa.

RC AUTO EQUA. Per eliminare le differenze di prezzo tra le polizze da una regione all’altra si eliminano i vincoli di trasferimento della polizza da un assicuratore a un altro.

VITALIZI REGIONI. Nelle Regioni si applica il calcolo contributivo dei vitalizi derivanti da mandato elettivo regionale. Blocco del trasferimento dei fondi per i vitalizi alle regioni che non ne prevedano l’abolizione.

FONDO DI GARANZIA. Al fondo di garanzia per le piccole e medie imprese sono assegnati 735 milioni di euro per il 2018.

MISSIONI DI PACE. Il fondo per le missioni di pace è incrementato per coprire i costi per tutto il 2018.

TASSA SU BANCHE . Sono 4 i miliardi di euro di coperture della manovra arriveranno da banche e assicurazioni.

Cos’è e come funziona il condono giallo-verde

Una “pace fiscale” modello Tremonti. Il decreto varato dal Consiglio dei ministri dopo un lungo braccio di ferro tra le due anime della maggioranza si ispira molto agli anni d’oro dei condoni tombali, dei concordati fiscali e delle dichiarazioni integrative escogitati dal governo Berlusconi nel 2002. Con la nuova “dichiarazione integrativa” gialloverde si potranno sanare imponibili nascosti all’Agenzia delle Entrate pari a un terzo di quanto denunciato l’anno prima e per un massimo di centomila euro l’anno, tornando a ritroso nel tempo per cinque annualità. E se è la somma che fa il totale, come diceva l’indimenticato Totò, si torna così ai 500mila euro di importo sanabile: l’ultima bandiera della Lega dopo la rinuncia al tetto iniziale di 1 milione (addirittura all’anno).

I contribuenti teoricamente interessati sono praticamente l’intera platea censita dal ministero dell’Economia. Nel 2017 hanno presentato una dichiarazione Irpef 40 milioni 872 mila persone fisiche. Ma solo 35.719 hanno denunciato un reddito superiore al tetto di 300mila euro stabilito dal governo per usufruire del condono. Nel 2002, in tempi in cui la credibilità dell’Erario costituiva ancora uno spauracchio, dai condoni si attendevano 26 miliardi e se ne sono incassati finora circa 21. Un successo se pensiamo ai magri incassi delle ultime rottamazioni. Ma il buco da mancata riscossione ordinaria e “agevolata” con il passare del tempo – e con il calo verticale del numero e della qualità dei controlli effettuati dall’Amministrazione finanziaria – è diventata un’ossessione.

Allora la “falla” individuata prontamente nel condono tremontiano, fu costituita dall’errore (troppo evidente per non essere voluto) di rendere valida la sanatoria che metteva a posto le pendenze già dal pagamento della prima rata. Comunque si prende tempo e si pagano meno sanzioni. E sulla dilazione dei pagamenti è poggiato anche l’intero impianto dell’odierna “Pace fiscale”. La rottamazione delle cartelle Ter, l’altra delle tre gambe su cui traballa la manovra fiscale del governo, dovrebbe portare nelle casse dell’Erario secondo le stime della ragioneria dello Stato 6,2 miliardi. Ma al ministero dell’Economia girano da tempo documenti tecnici che imputano al condono mancati incassi della riscossione ordinaria quantificati in più di 7 miliardi.

“La gente smette di pagare le tasse quando aspetta il condono, solo parlarne costituisce un danno enorme, così si sostituisce un’entrata strutturale con un’entrata una tantum e il risultato finale sono meno soldi”, predicava con sprezzo del ridicolo lo stesso Tremonti nel 2011, quando la luna di miele con Berlusconi era finita e l’abbraccio con la Lega di Bossi dell’ex ministro dell’Economia era sempre più forte. Inascoltato.

Ai potenziali clienti della terza rottamazione si offrono due facilitazioni in più rispetto alle precedenti: uno sconto dal 4,5% al 2% sugli interessi annuali e una rateizzazione di 5 anni. Ma il decreto fiscale va anche oltre, rompendo quel che sembrava un tabù anche per il governo Berlusconi.

Grazie al “tombale” del 2002 infatti era consentito a tutti i contribuenti, anche titolari di partita Iva, di regolarizzare la loro pendenza col fisco pagando una somma parametrata alla dichiarazione dei redditi. Il decreto varato lunedì scorso dal Consiglio dei ministri “stralcia” la cartelle esattoriali sotto i mille euro ricevute dal 2000 al 2010 da dieci milioni di contribuenti. Dentro c’è di tutto: dal bollo, alla multa, al versamento dei contributi e alla falsa dichiarazione. Non dovranno versare nulla, a dimostrazione che con il fisco italiano l’onestà non paga. Più che una resa è una coccola all’evasione di massa.

Quelli che l’Apocalisse

L’Apocalisse è rinviata a data da destinarsi. Persino Mario Draghi, non proprio gialloverde, si dice “ottimista su un compromesso Italia-Ue, ricordando onestamente che sì “ci sono procedure stabilite e accettate da tutti”, sì “ci sono state deviazioni” nella manovra da 2,4% di deficit-Pil, “ma non è la prima volta e non sarà l’ultima”. L’allegro Juncker, parlandone da vivo, fa la voce grossa, ma non se lo fila nessuno: infatti le Borse guadagnano e lo spread cala (sarà mica merito del governo Conte, visto che, quando accadeva il contrario, era colpa del governo Conte?). Poi, come sempre avviene da quando governa la Coalizione Frankenstein, ci sono le cose buone (reddito di cittadinanza, quota 100 sulla Fornero, riduzioni fiscali per partite Iva, taglio alle pensioni d’oro senza contributi) e cose pessime (il condono fiscale, che non diventa meglio solo perché si è evitato il peggio). Ma forse non è la fine del mondo, dell’Europa, dell’euro e della civiltà, come paventavano le mejo firme del bigoncio. Nei giornaloni c’è grossa crisi. Vorrebbero dire che rispettare il programma e le promesse elettorali è una vergogna; ma si trattengono perché gli eventuali lettori domanderebbero: “Embè?”. Muoiono dalla voglia di dire che era meglio prima, quando si regalavano decine di miliardi alle banche, a Confindustria e alle altre lobby, anziché ai poveri, ai pensionati e ai truffati, senza neppure chiedere il permesso agli elettori; ma si mordono la lingua, per evitare l’assalto alle redazioni.

E allora si arrangiano come meglio possono. Molto in voga il giochino del “chi ha vinto e chi ha perso” fra Di Maio e Salvini. Indovinate chi ha vinto? Salvini, naturalmente. Lo dice Repubblica in ogni pagina dedicata alla manovra: “Vince la Lega”. E gli altri dietro. La stampa di centrosinistra pompa Salvini perché è il nemico ideale per galvanizzare le truppe superstiti. Quella di destra adora Salvini perché è il capo ideale per le truppe rimaste senza generali dopo B.: quindi tutti contro i 5Stelle, “comunisti” per la destra e “fascisti” per la sinistra. Purtroppo i numeri parlano da soli e dicono che la manovra è molto più gialla che verde (com’è naturale: il M5S ha quasi il doppio dei voti e dei seggi della Lega). Il prof. Riccardo Puglisi, firma de lavoce.info, economista già vicino a Monti e poi a Renzi, ora molto critico col governo Conte, fa i conti della serva: “6,75 miliardi per il reddito di cittadinanza, contro 600 milioni per la flat tax. La controriforma sulle pensioni vale 6,76 miliardi e se la smezzano. Perché se la smezzano? Perché entrambi la volevano durante la campagna elettorale”.

Dunque, “a conti fatti: Di Maio: 6,75 + 3,375 (mezza controriforma delle pensioni) = 10,12 miliardi Salvini: 3,375 + 600 milioni = 3,975 miliardi. Chissà come saranno contenti al Nord…”. Salvini predicava la flat tax, cioè l’aliquota unica al 15 o al 22% che favorisce i ricchi, e non l’ha avuta. Voleva un super-condono fino a 1 milione di euro l’anno, e ha dovuto ripiegare sotto il tetto dei 100 mila euro. Noi siamo contrari a tutti i condoni, anche di 10 euro, ma parlare di “maxi-sanatoria” (Repubblica) fa ridere. Se la soglia fosse stata quella di Salvini avrebbero scritto super-iper-maxi-mega-condono-galattico? La prima voce della manovra, oltre al disinnesco dell’aumento dell’Iva lasciato in eredità da Renzi&Gentiloni, è il reddito di cittadinanza, da sempre bandiera dei 5Stelle. Ed è su questo che i giornaloni danno il meglio. Inconsolabili perché un governo “di destra” dà una mano ai poveri, ai disoccupati e ai pensionati, anziché agli amici banchieri, finanzieri e imprenditori (editori), riescono a sostenere tutto e il contrario di tutto.

Dicevano che il reddito di cittadinanza non sarebbe mai passato perché non c’erano i soldi, e invece un po’ di soldi ci sono. Dicevano era solo per il Sud, invece per il 47% andrà al Centro-Nord. Dicevano che ci portava fuori dall’Europa, dove però un reddito minimo per chi non ha nulla c’è dappertutto, e ora Macron lancia addirittura il reddito universale. Dicevano che sarebbe finito in tasca a truffatori e fannulloni, poi Di Maio ha annunciato pene severe per chi bara e allora han cominciato a strillare: vergogna, vuole arrestare i disoccupati! E a elencare le categorie di dubbia reputazione che lo riceveranno: rom, “stranieri”, mafiosi, lavoratori in nero, evasori fiscali, falsi invalidi, occupanti abusivi di case. Come se questi non ricevessero già il sussidio di disoccupazione, la cassa integrazione, gli 80 euro, i bonus fiscali, le esenzioni da ticket e gli sconti sanitari e scolastici e universitari previsti per i meno abbienti (veri e falsi). Ieri La Stampa titolava: “Reddito di cittadinanza, per l’Istat sono 3,5 milioni gli italiani in povertà”. Purtroppo nel 2018 l’Istat di poveri assoluti ne ha censiti 5.054.000, ma anche se fossero di meno, tanto meglio: sarebbe più facile aiutarli tutti. Invece, oplà: la stessa Stampa scrive che “il reddito di cittadinanza aiuterà 6 milioni di persone”, ma “per 1 milione e 609 mila stranieri poveri non è previsto alcun aiuto”. Se ne deduce che la matematica è un’opinione e, siccome non si possono aiutare tutti i poveri, è meglio non aiutarne nessuno. Ma la Palma d’oro spetta a Francesco Manacorda di Repubblica, molto spiritoso: “Il reddito di cittadinanza riscuoterà presumibilmente calorosi consensi nelle valli bergamasche dove la Lega ha la maggioranza e i furgoni carichi di muratori partono alle cinque di mattino”. Cosa c’entri col reddito di cittadinanza non è dato sapere, ma è consolante apprendere che Repubblica è diventata l’house organ degli schiavisti leghisti della Bergamasca. Sempre in attesa di sfoderare l’arma fine del mondo: “Il reddito di cittadinanza non mi piace perché prende pure mia suocera”.

La e-barca più veloce al mondo sfila alla Barcolana

Dall’asfalto all’acqua di mare e non, le vie dell’elettrico sono ancora tutte da battere. Ne sono convinti gli uomini di Jaguar, che lo scorso giugno sul lago inglese di Coniston Water hanno conquistato il record mondiale di velocità per un’imbarcazione alimentata a batteria: 88,61 miglia orarie, che equivalgono a circa 143 km/h. Quell’imbarcazione si chiama V20E, ed è per l’appunto il frutto del lavoro degli ingegneri di Jaguar Vector Racing e di quelli del partner tecnico Williams Advanced Engineering: lo stesso che affianca il marchio inglese nel campionato del mondo di Formula E (quello delle monoposto elettriche per intenderci), la cui tecnologia motoristica è stata ampiamente “trapiantata” sul super motoscafo a batteria più veloce del mondo, che ha avuto la sua passerella italiana alla cinquantesima Barcolana tenutasi lo scorso week end a Trieste.

Manifestazione di cui il gruppo Jaguar-Land Rover è sponsor da diversi anni, e dove ha fatto toccare con mano al grande pubblico il primo sport utility a batteria arrivato in commercio: l’I-Pace, “che finora ha raccolto 130 immatricolazioni e un’ottantina di ordini nel nostro Paese”, come ha spiegato il numero uno della filiale italiana Daniele Maver, sottolineando come il mercato delle emissioni zero continui ad essere abbastanza esiguo nei numeri in Italia. Da gennaio a settembre sono stati venduti solo 3.588 veicoli elettrici (pari allo 0,4% del totale) mentre le ibride sono già oltre quota 60 mila, il che significa una fetta di mercato che vale il 5,9 per cento delle immatricolazioni complessive.

Quando i carburanti diventano vitamine

Da venerdì scorso sono cambiate l’etichettature sulle colonnine dei benzinai e sulle pistole di erogazione, ma anche sui tappi dei serbatoi delle auto e sugli sportelli delle vetture. Lettere e forme diverse, che per un po’ affiancheranno i simboli a cui siamo abituati, per poi sostituirli col tempo. Così la benzina viene in indicata dalla lettera E dentro un cerchio e il diesel dalla lettera B dentro un quadrato, accompagnate entrambe da un numero che ne evidenzia la parte bio della composizione. Anche i combustibili gassosi, metano e gpl, vengono indicati rispettivamente dagli acronimi Lng (Liquefied natural gas) e Lpg (Liquefied petroleum gas), inseriti in rombi.

La chiamano armonizzazione, visto che il decreto che sancisce la nuova etichettatura recepisce una direttiva europea tesa a rendere uniforme la classificazione dei propellenti. Il rischio, nondimeno, è che sull’altare della standardizzazione si sacrifichi altro. La “vitaminizzazione” dei carburanti era ignota alla maggior parte dei benzinai e, chi sapeva, ancora non ha ben chiaro cosa fare per mettersi in regola. Le nuove etichette costano, sia a loro che ai costruttori automobilistici; per non parlare dei problemi che avranno tutti quelli poco pratici che sbaglieranno a fare il pieno, magari fermandosi al self service. Con motori da buttare o smontare e pulire pezzo per pezzo. Come spesso accade costi o disagi di provvedimenti presi in alto, e comunicati male, ricadranno in basso.

La svolta elettrica. I big: “Ce ne pentiremo”

La decisione dell’Unione europea di tagliare le emissioni di anidride carbonica dei veicoli a motore – dal 30% al 35% entro il 2030, da sottrarre alla media dei 95 grammi al km, target da ottenere entro il 2021 – sembra non piacere a Herbert Diess, amministratore delegato del Gruppo Volkswagen. Secondo il numero uno del colosso tedesco, il programma di riduzione della CO2 sarebbe troppo severo e penalizzante per l’industria automobilistica. Con questo piano, sostiene Diess, “in 10 anni sarà a rischio un quarto dei posti di lavoro della Volkswagen”, circa 100mila occupati.

Non è la prima volta che il grande capo della Vw lancia un monito alle istituzioni: “Il settore produttivo – ha ribadito Diess in una recente intervista – si potrebbe bloccare molto più velocemente di quanto si può credere”. Questo perché “la velocità e l’impatto della trasformazione (nei sistemi di propulsione delle auto, ndr) sono difficili da gestire”. Diess ha poi sottolineato l’importanza di strutturare un ciclo di approvvigionamento dell’energia elettrica ecosostenibile, affinché le auto elettriche possano essere ritenute davvero pulite. “La verità è che non si passerà all’elettricità ma al carbone – ha detto riferendosi agli studi che indicano in 5 tonnellate di CO2 l’impatto della produzione di una batteria con energia generata da fonti fossili – e se si va ancora a carbone, l’e-mobility è davvero una follia”.

Sulla stessa linea Carlos Tavares, ad di Psa (Peugeot, Citroen, DS e Opel), anche lui dubbioso riguardo alla mobilità elettrica: “Il fatto che le autorità ci ordinino di andare verso l’elettrico è una grande svolta. Non vorrei che poi, tra 30 anni, si scoprisse qualcosa di meno bello sul riciclaggio delle batterie, sull’uso dei materiali rari del pianeta (utilizzati negli accumulatori, ndr), sulle emissioni elettromagnetiche delle batteria in situazione di ricarica”. Da qui una serie di interrogativi: “Come produrremo più energia elettrica pulita? Come fare in modo che il riciclaggio di una batteria non sia un disastro ecologico? Come trovare abbastanza materie prime rare per fabbricare le cellule delle batterie nel tempo? Chi affronta la questione dell’elettromobilità in modo sufficientemente ampio da un punto di vista sociale per tener conto di tutti questi parametri?”. Infine, il pronostico buio: “Frenesia e caos si ritorceranno contro di noi, perché avremo preso decisioni sbagliate in contesti emotivi”.

Costello e i venerati maestri: Elvis, Burt, King

I monumenti si tende a darli per scontati, e in qualche modo eterni. Vale anche per quelli musicali: quando qualche mese fa Elvis Costello ha cancellato diversi concerti dopo essere stato operato d’urgenza per un tumore, per chi è cresciuto con la sua musica si è trattato di un discreto choc. Da più di 40 anni Patrick Declan McManus è una presenza ineludibile nel panorama pop britannico: dai primi fremiti giovanili in odore di punk a una maturità da Riverito Maestro della canzone sofisticata, passando per esplorazioni country, orchestrali, r’n’b, soul, persino neo-classiche, il talento eclettico e stilisticamente enciclopedico del 64enne inglese lo ha portato a essere il Burt Bacharach della sua generazione.

L’ancor più venerando Burt del resto è un vecchio amico, e non a caso compare in un paio di brani del nuovo album Look Now rinverdendo i fasti della magica collaborazione di vent’anni fa. Impossibile non cogliere in questo disco una affermazione di vitalità nonostante gli ultimi guai di salute. Ma un certo velo di malinconia è in fondo una costante di tante grandi canzoni di Costello. L’occhialuto e nervoso ventenne del ’77, così come il bizzoso Costello trentenne o quarantenne degli anni ’80 e ’90, non avrebbero peraltro mai potuto scrivere una riflessione sulla parabola di un amore lucidissima e amara come Striped Paper. E solo la sicurezza di chi non ha più nulla da dimostrare in termini di scrittura può permettere alla voce narrante di assumere identità e punti di vista femminili, come qui accade in più momenti.

Va segnalata la presenza nel disco di un altro nume tutelare: Carole King. La stessa King che aveva in mente il musicista quando scrisse Unwanted Number. Parlando di altri maestri da omaggiare, necessario fare anche il nome di Ray Davies, la cui ombra si staglia su I Let the Sun Go Down, elegia sul declino di quello che una volta era l’impero britannico. Ma il vero magister, alla fine, è proprio il vecchio Elvis, e Look Now ne rappresenta solo l’ennesima testimonianza. In fondo è proprio quello il destino dei monumenti. Puoi passarci davanti migliaia di volte, ma prima o poi ne coglierai la grandezza.

Le prime “Transitions” di Gold Mass dalla Scozia

Con una laurea in Fisica e un lavoro nel campo dell’acustica, che l’hanno agevolata nella sua preparazione musicale, Emanuela Ligarò in arte Gold Mass, è pronta per lanciare il suo disco d’esordio Transitions, registrato tra l’Italia e la Scozia. Già perché, come racconta, “ho avuto la fortuna di avere come produttore Paul Savage (Mogwai, Franz Ferdinand), che si è innamorato del progetto sulla base dei demo che gli avevo inviato via email. All’inizio pensavo che non avrei avuto risposte.

A volte, però, a desiderare le cose, si corre il rischio che si avverino”.

Album dalle sonorità electro-dark composto da 10 brani, tra cui spiccano Happiness is a Way e Sentimentally Performed, è un lavoro intrigante nel suo intimismo sfaccettato, e di belle speranze: quello che potrebbe sembrare un sogno esaudito, in realtà, è il risultato di un impegno e dedizione che hanno poco a che fare con la fortuna.

Ashcroft sempre ribelle, ma un po’ meno indie

A due anni di distanza dal deludente These People, l’ex leader dei rimpianti Verve torna in splendida forma con un album intrigante e vitale, Natural Rebel. Il titolo è palesemente ironico se rapportato al videoclip del singolo “Surprised By The Joy”, nel quale il rocker dismette i panni del cantautore maudit presentandosi con cappellino Gucci e una automobile cabrio decisamente lussuosa (stile Jamiroquai per intenderci). I puristi indie storceranno il naso per questa nuova ondata di positività dell’artista, completamente riversata nei testi del nuovo lavoro, apparentemente basici. Dopo diversi ascolti di Natural Rebel emerge l’intensità delle canzoni e un grande lavoro sugli arrangiamenti, grazie alla co-produzione di Jon Kelly (Kate Bush) e Emre Ramazanoglu (Jarvis Cocker). La metafora più calzante – sempre citando il videoclip diretto dallo stesso Ashcroft – è la scena finale: una camminata in una lunghissima spiaggia spoglia, ad evocare un grande senso di libertà stilistica. Il link più naturale richiama i fratelli Gallagher, ma se vogliamo andare ancora più indietro con il tempo, si potrebbe scomodare l’ex Beatles George Harrison in quanto a creatività e scelta del sound. È la voce il talento maggiore di Richard, coniugata con un rock primitivo e scarno, sino a raggiungere le oasi del blues, come nei due brani più partecipati del disco, “That’s How Strong” e “We All Bleed”. “That’s When I Feel It” è una sorta di preghiera laica da musicista indefesso, quasi un’ode alla dea musica e alla meta agognata di perfetta sincronizzazione tra artista e suono. “Birds Fly” e “All My dreams” sono tutte oneste canzoni senza quella scintilla di magia alla quale l’ex Verve ci aveva abituati. La si ritrova, però, nella vetta dell’album, “A Man In Motion”, una delle migliori tracce rock pubblicata negli ultimi tempi. Grande melodia, finale in chiave gospel e una buona dose di malinconia, in perfetto stile Verve. Perché è inutile negarlo, Richard è condannato a ritrovare sempre l’estro e l’onestà di grandi ballate rock presenti nel capolavoro Urban Hymns. Ad ogni modo, leggendo la scarna nota diffusa da Ashcroft per il lancio di Natural Rebel, sembrerebbe aver ritrovato un suo personale stato di grazia: “Tutte le mie sonorità preferite sono racchiuse e centellinate in questo lavoro e spero possa dare un grande piacere ai miei fan. Nel disco credo ci siano alcune delle canzoni migliori mai scritte. Sentirete molte più chitarre rispetto a These People e queste chitarre devono avere un’anima”.

Recentemente in una intervista a Radio X, Ashcroft si è scagliato contro “quei fottuti artisti incapaci di scrivere una canzone, ripiegando nella partecipazione a mille cause o ad assurgere a ‘quasi’ leader politici. Se qualcuno paga dei soldi duramente guadagnati per vedermi suonare live non penso voglia sapere per chi voto. Si può anche intrattenere profondamente e non banalmente”. Ogni riferimento a Bono è puramente casuale.