Il Gattopardo: cosa sarebbe stato senza la magnificenza dei suoi costumi? O Senso, Morte a Venezia e Ludwig giusto per rimanere fra i capolavori viscontiani “d’epoca”. Allargando lo sguardo si trovano anche Fellini, Pasolini, Monicelli, Bolognini, Amelio, Lina Wertmüller e Franco Zeffirelli, colui che lo spinse a trasferirsi a Roma dalla natìa Firenze per diventare il più grande creatore di costumi nella storia del cinema italiano. Parliamo di Piero Tosi, un “sarto dell’arte” o “artista della sartoria” capace di consegnare alla memoria immagini senza tempo. Fiorentino, 91enne, schivo a mostrarsi preferendo alla propria immagine quella delle sue creazioni, Tosi è celebrato da oggi in una grande mostra al Palazzo delle Esposizioni di Roma: Piero Tosi. Esercizi sulla bellezza. Gli anni del CSC 1988-2016, un evento organizzato dal Centro Sperimentale di Cinematografia-Cineteca Nazionale in collaborazione con l’imminente Festa del Cinema. Data la sterminata filmografia di Tosi, la mostra focalizza il periodo in cui il costumista è stato docente al CSC, dove fu chiamato da Lina Wertmüller. Un nuovo modello d’insegnamento con seminari di costume, trucco e acconciatura, ciascuno dedicato a un preciso momento storico della moda e della cultura italiana, tuttora adottati dai suoi discepoli oggi divenuti insegnanti. L’excursus sulla Bellezza va dal Rinascimento al Novecento con tanto di costumi originali accanto alla ricca collezione fotografica e la proiezione di film in una rassegna titolata Il Senso del cinema.
L’assassino Murakami
L’arte, gli amori, la giovinezza, la musica, l’occulto e la solitudine lui narra (ancora). Cinque anni, una crisi creativa e chilometri di corsa dopo, torna oggi in libreria (in Italia) lo scrittore giapponese Haruki Murakami con L’assassinio del commendatore (volume 1). “Un omaggio al Grande Gatsby” aveva anticipato in un attimo di evidente auto-semplificazione. Perché in realtà il primo tomo della nuova saga murakamiana, che in Giappone ha venduto già un milione di copie, è un universo difficilmente sintetizzabile e abbordabile. Soprattutto considerando che le centinaia di pezzi di storia che l’autore evoca troveranno la loro collocazione solo – ahinoi – nel puzzle del secondo libro in uscita nel 2019. Tale e quale al caso del suo capolavoro 1Q84 che però – va detto – era in tre libri.
Quello smaccato gioco del finto protagonista
L’assassinio del commendatore confonde fin dalla trama. Mai leggere la quarta di copertina, si sa, ma, in questo caso, non bisogna (af)fidarsi neanche alle prime 80 pagine del romanzo. A parlare è un pittore 35enne, tradito dalla moglie che fa (poche) valigie e smette – per un po’ – con la serie di ritratti con cui si era guadagnato da vivere. Ma non vi infilate in auto con lui per il Giappone, perché questo non è un romanzo on the road. Né ambientatevi con lui nell’eremo in mezzo al bosco che fu di un altro pittore. Né accasciatevi nel letto con le sue due amanti a smaltire la delusione matrimoniale. Ma – soprattutto – non salite in quella soffitta dove trova l’opera del primo proprietario L’assassinio del commendatore, o sulla terrazza a spiare il misterioso vicino venuto dal nulla che vuole farsi ritrarre. Sono solo indiziati. Il protagonista è altrove.
“Norwegian Wood, Tokyo blues”: la sintesi
Ritorno alle radici? Anche in questo caso, il tributo di Haruki Murakami all’Occidente è enorme: non a caso a dare il titolo al libro (e al quadro che il protagonista ritrova in mansarda) è l’Opera di Mozart. Eppure mai così presente in un suo romanzo è stata l’arte tradizionale giapponese, anche solo per definirla “un’invenzione del periodo Meiji in opposizione alla cultura occidentale”. Ma anche qui: la sintesi non è di questo volume.
Amore e censura: come la vedono a Hong Kong
Come in altre occasioni celebri, prima del libro arrivò la censura. Questa volta, da parte del Tribunale per gli articoli osceni di Hong Kong che ha voluto giustapporre alla copertina la fascetta con l’avviso per i minori di 18 anni: “Pericolo, materiale osceno”.
Diremmo piuttosto che le immagini di sesso quasi oniriche e di com-passione dell’Assassinio, dovrebbero invece essere lette in classe, a lezione di umanesimo.
Giovinezza e morte: lotta impari tra titani
Torna la nostalgia: segno che lo scrittore è maturato, ma ha spostato il suo focus. La giovinezza è interpretata dalla sorella dell’io narrante: una dodicenne in pre-pubertà, malata di cuore e con un luccichio indimenticabile negli occhi. Peccato che passi a interpretare anche la morte, che la rende eterna nel ricordo inconsolabile del fratello. Per lei soffrirà di claustrofobia. Per lei si innamorerà, dipingerà. E poi chissà cos’altro.
Mondi paralleli: per chi suona la campana?
La vita piatta del protagonista cambia dopo l’incontro con il misterioso dirimpettaio. Ma a dargli il colpo di grazia è il suono di una campana notturna nel bosco. Qui c’è un mondo parallelo. Murakami dà il meglio della sua creatività nella fascinazione dell’irreale. L’autore confessa che per tornare alla realtà dopo la scrittura lava i piatti. Di pile e pile ha bisogno il lettore dopo L’assassinio del commendatore.
Il sequestro dell’uomo più ricco del Paese: la famiglia offre taglia di 440 mila dollari
La famiglia del miliardario Mohammed Dewji, rapito giovedì corso in Tanzania, ha offerto una taglia di un miliardo di scellini tanzaniani (circa 440 mila dollari) per chi rivelerà informazioni utili alla sua liberazione. Unico miliardario del suo Paese con un patrimonio stimato dalla rivista Forbes nel 2016 in 1,5 miliardi di dollari, è stato prelevato a Dar Es Salaam. La polizia fino a ora ha arrestato una ventina di persone, ma non sembra che la retata sia stata utile a risolvere il caso. Secondo la ricostruzione degli investigatori, Dewji è stato sequestrato da due uomini bianchi col viso coperto davanti all’hotel dove stava entrando per andare in palestra. I malviventi hanno sparato colpi in aria prima di fuggire. Il Commissario regionale di Dar es Salaam, Paul Makonda, ha detto che la polizia ha rafforzato la sicurezza lungo il confine e negli aeroporti per assicurarsi che i rapitori non possano lasciare il Paese.
Brexit, il Nord Irlanda torna alla “guerriglia”
Poteva essere il giorno della svolta, il momento in cui l’accordo commerciale su Brexit, dato per raggiunto sul piano tecnico, avrebbe ottenuto l’avallo della politica prima del vertice europeo di domani. Invece domenica sera i negoziati fra Londra e Bruxelles si sono arenati, tanto che ieri Theresa May, in un intervento non previsto, ha dovuto aggiornare i parlamentari sullo stato delle trattative.
“Un accordo si può ancora raggiungere – ha detto – ma serve mente fredda”. L’ostacolo è quello di sempre: il confine fra Irlanda del Nord e Repubblica irlandese. Nessuno auspica il ritorno di una barriera fisica che, oltre a rievocare i check-point dell’occupazione militare britannica, avrebbe un impatto durissimo sugli scambi di beni e persone fra i due paesi e su una serie di delicati equilibri sanciti dagli accordi di Pace del 1994. Ma dopo Brexit l’Irlanda del Nord diventerà un paese extra-europeo, e i negoziatori si rompono la testa da due anni per risolvere il dilemma. Lo scontro fra Londra e Bruxelles è sulle modalità del cosiddetto backstop, la soluzione di riserva per evitare il ritorno del confine già concordata in linea di principio a dicembre.
La Ue propone che l’Irlanda del Nord resti allineata a Bruxelles da un punto di vista doganale e di regolamenti a tempo indefinito, o meglio finché non si riesca ad escogitare qualcos’altro. May ha la necessità politica di indicare ufficialmente una scadenza a questo allineamento, che di fatto mina l’integrità territoriale del Regno.
“È frustrante – ha ammesso il primo ministro – che Uk e Ue non riescano a trovare un compromesso. Non possiamo lasciare che questa divergenza comprometta l’intera prospettiva di un buon accordo e ci lasci con un no deal che nessuno desidera”. Frustrante e pericoloso sia per l’esito finale dei negoziati che per la tenuta del governo britannico. A mettersi di traverso sono gli unionisti nord-irlandesi di Arlene Foster, dieci parlamentari che dalle elezioni del giugno 2017 sono la stampella alla risicata maggioranza. Si sono sempre opposti a soluzioni che allontanino l’Ulster dal Regno. Ma ora usano un linguaggio paramilitare. Minacciano di lanciare azioni di “guerriglia” se il governo May dovesse implementare barriere economiche fra Belfast e Londra. “Gi stritoleremo le palle fino a fargli sanguinare le orecchie” è la metafora usata da fonti unioniste, sentite da Politico.
“Quando May correva nel grano, Arlene Foster vedeva suo padre strisciare sanguinante verso casa” (durante i troubles il padre della leader fu ferito dall’Ira e lei stessa scampò per miracolo a un attentato, ndr). Diciamoci la verità, abbiamo visto di molto peggio”.
Fanta-Trump: “Khashoggi ucciso da malviventi”
Dopo quasi due settimane dalla scomparsa di Jamal Khashoggi dal consolato saudita di Istanbul, l’Arabia Saudita ha acconsentito ad aprire le porte della sede diplomatica per permettere agli inquirenti turchi di ispezionarla nell’ambito dell’indagine lanciata il 3 ottobre, il giorno dopo la sparizione nel nulla del giornalista saudita residente negli Stati Uniti. Ma gli investigatori di Istanbul non sono potuti entrare da soli. Ad accompagnarli c’erano numerosi funzionari arrivati da Riad, che hanno annunciato di aver aperto a propria volta un’inchiesta. Certo è che, ammesso ve ne fossero, non sarà facile scoprire indizi ancora utili a distanza di quindici giorni.
La polizia turca intanto ha iniziato a sondare l’ipotesi secondo cui il corpo di Khashoggi sarebbe stato fatto “evaporare” con l’acido all’interno del consolato del suo paese nella megalopoli turca dove vive la fidanzata Hatice Cengiz. Turan Kislakci, capo della Turkish-Arab Media Association e amico di Khashoggi, aveva dichiarato dopo la sparizione che i sauditi all’interno del consolato si erano già liberati del corpo del giornalista dopo averlo ucciso. L’editorialista del sito web di Habertürk Sevilay Yılman ha scritto il 15 ottobre che le forze di sicurezza turche hanno iniziato a esaminare la richiesta di Kislakci.
Lo staff del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman – l’uomo forte di Riad criticato più volte nei suoi articoli per il Wahington Post da Khashoggi – dopo aver smentito il coinvolgimento della leadership saudita e detto di non poter mostrare le immagini dell’uscita di Khashoggi dal consolato perché le telecamere quel giorno si erano bloccate, ha controreplicato, con la promessa di fare altrettanto, alle minacce di sanzioni e ritorsioni lanciate dai rappresentanti di molti paesi occidentali, tra i quali Trump.
Pur avendo evocato generiche “punizioni” solo qualche giorno fa, il presidente americano sembra aver cambiato idea, tranquillizzando bin Salman con il quale ha stretto un’alleanza di ferro politica ed economica (la vendita di una maxi-commessa di armi per un valore di decine di miliardi di dollari, ndr).
Durante un incontro con la stampa The Donald ha cambiato lo scenario finora ricostruito e affermato che “il giornalista potrebbe essere stato ucciso da delinquenti”, sottintendendo l’aggettivo “comune”.
Khashoggi dunque potrebbe essere stato ucciso, secondo l’ex conduttore di talent show entrato alla Casa Bianca, per motivi che nulla hanno a che vedere con il contenuto dei suoi editoriali. Trump ha cambiato opinione dopo aver sentito al telefono una seconda volta il re Salman (di cui Mohammed bin Salman è figlio e successore, ndr).
Intanto anche il mercato azionario ha reagito a questo caso ormai internazionale facendo crollare la Borsa di Riad.
Secondo la televisione Al Arabiya di proprietà saudita, il regno ha “oltre 30 misure” che potrebbe implementare per rispondere agli Stati che lo hanno accusato di uccidere i dissidenti e la libertà di espressione, di fatto inesistente.
Chissà se una di queste potrebbe essere l’acquisto del Manchester United (di proprietà della famiglia americana Glazer, ndr) per 4 miliardi di euro? Secondo il giornale inglese Sun, il principe ereditario ritiene che il calcio sia il business giusto per entrare sempre più profondamente nel cuore dell’Occidente.
Andrew, figlio della giornalista: “A Malta è peggio di prima”
“Dopo la morte di mia madre la situazione a Malta è peggiorata. Il suo lavoro ha fatto scoprire una corruzione ad alto livello e questo si è tradotto in misure contro i giornalisti, ma anche gli accademici e le istituzioni che lottano contro la corruzione”. A dichiararlo è Andrew, uno dei figli della blogger maltese, Daphne Caruana Galizia, di cui oggi ricorre il primo anniversario dell’uccisione. Andrew è intervenuto via Skype alla conferenza organizzata dal Consiglio d’Europa e la Croazia, per discutere anche del ruolo che i media hanno nella lotta alla corruzione. “Dopo i Panama Papers le forze dell’ordine di alcuni Paesi hanno agito tempestivamente, mentre in altri no. In questi ultimi i giornalisti si trovano soli tra la difesa dello Stato di diritto e i potenti corrotti – ha detto Andrew Caruana – quando la corruzione diventa così profonda da toccare le forze dell’ordine, il giornalismo diventa molto pericoloso”. Daphne aveva criticato aspramente il premier Muscat e scritto sia sui Panama Papers che sul giro di passaporti europei messi a disposizione del governo: documenti che per 650 mila euro permettono a personaggi ambigui di diventare cittadini dell’unione senza alcun controllo.
Più per i valori che per il clima: in Europa il risveglio-eco parte dalla sinistra perduta
Di lotta lo sono, per storia e tradizione ecologista in favore della società aperta ai migranti. Di governo lo sono diventati, e non da oggi. I Verdi d’Europa a colpo d’occhio si presentano come un’alternativa spesso giudicata credibile dagli elettori ai partiti tradizionali di centro o di sinistra. Con la peculiarità di non mollare sui loro temi, ma allo stesso tempo di non essere mai chiusi al dialogo.
In Francia i Verdi hanno un passato importante con molti momenti buoni e cattivi. Tradizionalmente forti nelle consultazioni proporzionali (regionali ed europee), hanno attraversato un momento di crisi quando si sono associati all’ex leader socialista francese Benoit Hamon, candidato sconfitto alle presidenziali del 2017, ma sono tornati alti nelle quotazioni dei sondaggi, con percentuali intorno al 7-8. Anche la recente uscita dal governo del ministro dell’Ambiente Nicolas Hulot, in polemica con Macron, ha rafforzato il movimento. Un altro importante esponente ecologista francese è stato José Bové, due volte europarlamentare, che ha portato avanti a Strasburgo la causa del movimento contadino.
Sorprendente nella tornata elettorale di domenica scorsa il risultato degli Ecolo nel Belgio francofono, e dei loro corrispondenti fiamminghi. Nella capitale Bruxelles, hanno conquistato tre municipalità, tra cui quella di Ixelles molto vicina al quartiere europeo. Un successo a scapito sia dei Socialisti, di cui i Verdi belgi hanno a lungo denunciato episodi di corruzione, che dei Liberali, alla guida del governo federale. Anche nei vicini Paesi Bassi, gli ambientalisti hanno ottenuto risultati importanti.
Nelle elezioni politiche dello scorso anno, il leader Jesse Klaver, classe 1982, ha raggiunto il 12% dei consensi, rispetto al 4 della precedente consultazione. Nelle amministrative di marzo, i Verdi sono diventati il primo partito ad Amsterdam.
Singolare invece la situazione in Austria. Il partito è andato in sofferenza a causa della doppia campagna elettorale per eleggere il presidente della Repubblica Alexander Van Der Bellen. Lo storico leader dei Gruenen aveva infatti vinto la prima competizione, superando di misura l’estrema destra nel maggio 2016, ma a causa di un ricorso la sfida si è ripetuta 6 mesi dopo. Il movimento ambientalista sembra aver pagato in termini politici l’impegno in una campagna elettorale forzatamente moderata e non necessariamente centrata su temi forti per i Verdi.
“Tutte queste realtà non sono espressione di volontà di protesta o anti-sistema. Si tratta invece di partiti molto ben stabiliti e radicati”, osserva Monica Frassoni, co-presidente del Partito Verde europeo. Secondo Frassoni, le ragioni del successo riguardano sia la scelta di candidature aperte alla società civile e al suo pluralismo (molte donne, molti stranieri nel caso del Belgio), il radicamento sul territorio, così come la sottolineatura di temi quali il cambiamento climatico e la qualità dell’aria nelle città “rispetto alle quali”, continua, “siamo risultati più credibili rispetto a Socialisti e Liberali”. Anche in Lussemburgo, gli ambientalisti risultano gli unici ad essere stati premiati all’interno della coalizione di governo, probabilmente per aver denunciato le dubbie pratiche fiscali in uso nel Granducato.
L’onda verde c’è, ma quanto sarà spendibile in termini di alleanze elettorali alle prossime europee? Frassoni è convinta: “Parafrasando Alex Langer, i Verdi non sono né di destra né di sinistra. Sono avanti”.
“Punito l’urlatore, ma per Berlino non cambia molto”
Tobias Piller è corrispondente in Italia del quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung (Faz).
Come valuta il risultato bavarese?
Il forte calo dei cristiano-sociali (Csu) è stato determinato in gran parte dell’atteggiamento del ministro degli Interni Horst Seehofer. Questo perché Seehofer ha usato la tattica di alzare la voce e tirare la corda, senza però ottenere risultati concreti. Spingendo sull’acceleratore riguardo al controllo dei confini per i migranti, ha perso il lato cattolico del partito, che resta in favore dell’accoglienza.
Solo sconfitta o vera disfatta per i cristiano-sociali?
La premessa è che la regione è stata sempre gestita con lungimiranza. Guardiamo i dati economici: 0% di deficit, debito che la Csu vuole portare a zero entro il 2030, disoccupazione al 2,5%. Ecco perché comunque, pur perdendo molto, la Csu rimane l’asse portante della politica bavarese con il 37%. Non è possibile fare una coalizione “arcobaleno” di 4 partiti più piccoli, senza la destra radicale. E 270.000 elettori che prima non votavano, sono andati a votare per salvare la Csu, che finora veniva identificata come il partito-Stato. A Monaco, si limiteranno a cambiare coalizione, da quella con i liberali del 2010-2014, a quella con un piccolo partito conservatore, i Freie Waehler (Liberi Elettori). Per il resto, sarà ordinaria amministrazione.
Quali le conseguenze sul governo a Berlino?
La Grosse Koalition potrebbe entrare in fibrillazione più che altro per il crollo dell’Spd in Baviera, se la Spd cerca di guadagnare più visibilità e profilo. Invece, per la Merkel, la sconfitta di Seehofer non è una cattiva notizia, perché la sua tattica di strillare è stata valutata snervante e dannosa. Perciò dovrà starsene più tranquillo. A esempio, lasciare in pace la Cdu nella campagna elettorale in Assia (nel Landi di Francoforte si voterà tra due domeniche, ndr).
Come si spiega il successo dei Gruenen?
Al contrario delle apparenze, non si tratta di un partito orientato solo a sinistra. In una regione profondamente conservatrice, i Verdi hanno interpretato con successo il desiderio di conservazione della bellezza dei territori. Li definirei conservatori dal punto di vista dei valori, non delle strutture. Inoltre, un partito post-moderno come quello dei Verdi ha intercettato il voto delle classi urbane e dei radical-chic, a discapito della Spd. Chi è arrabbiato e anti-sistema ha scelto AfD, non l’Spd che parla del salario minimo in una regione di piena occupazione e salari alti.
Merito anche della 33enne Katharina Schulze?
Sì, perché piena di energia e di ottimismo, non solo perché donna: anche la candidatura Spd era al femminile. In Assia i Verdi governano in coalizione con Cdu, mentre nel ricco Baden-Wuerttemberg esprimono il presidente. Non possono essere più additati dai conservatori con lo spauracchio degli estremisti che bloccano qualsiasi progetto.
Manfred Weber (Csu) candidato da Merkel alla guida della Commissione di Bruxelles esce indebolito?
No, perché non è legato a dinamiche locali. Inoltre, benché molto conservatore, Weber è ben più diplomatico di Seehofer. Non strilla. E ne uscirà indenne.
Dall’atomica al potere: la seconda vita dei Verdi
La nuova socialdemocrazia tedesca ha un’anima ambientalista. Il successo elettorale bavarese del Bündnis 90/Die Grünen, la regione occidentale più ricca e conservatrice, è l’ultima tappa di un’evoluzione che trova nuova linfa nel crollo dei partiti popolari, non solo a sinistra. Alimentata da candidati non paludati e frutto di un nuovo ricambio generazionale. In Baviera il partito ha ottenuto poco meno della metà dei consensi della monolitica Unione Cristiano Sociale che, come i liberali, l’aveva ripudiato nel primo possibile governo federale in versione ‘Giamaica’. Il quasi 18% locale dei Verdi corrisponde alle percentuali di cui sono accreditati anche sul piano nazionale, dove con il 19% supererebbero perfino la Spd, quasi doppiata in Baviera.
All’opposizione a livello federale, il Bündnis 90/Die Grünen esprime dal 2011 il governatore del Baden Württemberg e fa parte degli esecutivi nelle “città-stato” di Berlino, Brema e Amburgo, in Assia, nella Renania Palatinato, nello Schleswig-Holstein, nella Sassonia Anhalt ed in Turingia. È nella stanza dei bottoni in 9 regioni su 16.
Gli attuali leader sono i nipoti di quelli che nel 1980 fondarono il movimento per combattere l’espansione del nucleare. E sono i figli di quelli che, dopo il crollo del Muro di Berlino e la riunificazione, rilanciarono un movimento la cui spinta sembrava essere stata assorbita dalla promessa sensibilità ambientale dei partiti tradizionali e dai prioritari interessi economici. Entrati per la prima volta al Bundestag nel 1983 con il 5,6% erano riusciti a raggiungere l’8,3% quattro anni più tardi. Poi la delusione del 1990, quando malgrado poco meno di 1,8 milioni di voti ottenuti nella Germania Occidentale (4,8%) non avevano superato la soglia di sbarramento, contrariamente ai “colleghi” della ex DDR che si erano assicurati 8 seggi grazie ai quasi 600 mila consensi.
Poi la fusione ed il nome di Bündnis 90/Die Grünen. Il movimento ha contribuito in modo importante alla storia politica del paese con l’approvazione dell’Agenda 2010 varata con il cancelliere socialdemocratico Gerhard Schröder. Le riforme vennero contestate dai sindacati e segnarono l’inizio delle difficoltà della Spd. Fu anche grazie a quel piano che la Germania anticipò la crisi e ne uscì più forte con provvedimenti “liberisti” (come la flessibilità spinta del mercato del lavoro). Il movimento ottenne nel 2009 il miglior risultato di sempre a livello federale: quasi 4,650 milioni di voti con una percentuale del 10,7%.
Lo sviluppo sostenibile è la grande sfida dei Grünen, che hanno cominciato ad affiancargli altri temi con più pragmatismo e meno ideologia. Il partito si è spostato al centro e in qualche modo Angela Merkel ne aveva prevenuto una possibile espansione dopo il disastro di Fukushima annunciando l’uscita dal nucleare. Lo scorso autunno i Verdi avevano solo sfiorato il 9% alle elezioni federali, sott’obiettivo della doppia cifra. Una delusione nonostante la crescita dall’8,4 all’8,9%. In Baviera il partito ha intercettato i moderati delusi dalla Csu e dalla Spd. La crisi dei grandi partiti popolari, che comprende la Cdu di Angela Merkel, ed i burrascosi rapporti interni alla Grande Coalizione hanno spinto gli elettori a cercarsi nuovi riferimenti. A destra li hanno trovati nella Alternative für Deutschland (AfD), a sinistra ed al centro negli “ambientalisti” che hanno beneficiato e stanno beneficiando anche del dieselgate (ieri anche Opel, controllata dai francesi di PSA, si è aggiunta all’elenco delle case perquisite) e dell’incapacità del governo di offrire soluzioni ai cittadini.
Perché il ministro dei trasporti della Csu non vuole mettersi contro i costruttori, e perché gli automobilisti rischiano di lasciare in garage auto a gasolio nuove per via dei divieti di circolazione che la “rossa” Amburgo ha già varato e che i tribunali hanno imposto a Francoforte ed a Berlino. Ecologia, giustizia, democrazia sono valori chiave, arricchiti di “sfumature” che vanno dai diritti umani fino ad una fiscalità più dignitosa. Su giustizia e stato di diritto hanno assunto posizioni “moderate”, che non spaventano gli elettori in fuga dal cristiano democratici e sociali. In Baviera come a Berlino parlano in modo semplice e chiaro. Katharina Schulze, 33 anni, candidata di punta assieme a Ludwig Hartmann, esibisce un sorriso coinvolgente e spontaneo. Anche a livello nazionale ci sono due volti nuovi: lo scrittore Robert Habeck (49 anni) e Annalena Baerbock (38). Sono il manifesto di una politica nuova: giovane e garbata, rassicurante e virtuosa.
Assalto “mafioso” al barista romeno. Condannati i Di Silvio
Violenza privata, lesioni, minacce aggravate dal “metodo mafioso”. Sono stati condannati a Roma, col rito abbreviato che prevede lo sconto di un terzo della pena, tre degli autori del raid al “Roxy Bar” della Romanina, appartenenti a una delle più note famiglie criminali della Capitale, i Casamonica-Di Silvio. Il 1° aprile scorso Antonio Casamonica e i fratelli Alfredo e Vincenzo Di Silvio distrussero a sprangate il locale e picchiarono il titolare romeno Marian Roman e la cliente invalida civile Simona Rossi, che aveva tentato di difendere l’imprenditore, “reo” di non aver servito per primi i membri del clan. La giudice Maria Paola Tomaselli, su richiesta del pm Giovanni Musarò, ha inflitto 4 anni e 10 mesi ad Alfredo Di Silvio, 4 anni e 8 al fratello Vincenzo e 3 anni e 2 al loro nonno Enrico Di Silvio, che aveva offerto di risarcire i danni in cambio del ritiro della denuncia e minacciato ritorsioni al diniego: “Allora volete la guerra”. Si svolgerà con rito ordinario il processo ad Antonio Casamonica, 26 anni. Oggi in tribunale testimonieranno i coniugi Roman, Marian e Roxana, che hanno denunciato gli aggressori e sono diventati il simbolo di una “periferia romana che reagisce”.