Questura di Milano, ora indaga la Boccassini

Denaro che non si trova, qualche migliaio di euro, e il sospetto che parte sia stato utilizzato per uso personale. Denaro pubblico. O meglio, diventato tale, dopo essere arrivato alla Questura di Milano sotto forma di donazioni da parte di privati. Questo il punto che ha allertato gli ispettori del Viminale e ora anche la Procura. Sì perché dopo il procedimento disciplinare, rivelato dal Fatto, adesso se ne affianca uno penale.

Il fascicolo ancora a modello 45 e dunque solo a livello esplorativo e senza ipotesi di reato è stato affidato al pm Ilda Boccassini. La lente degli ispettori, prima e dei magistrati ora, si concentra sull’Ufficio prevenzione generale (Upg) della Questura, quello che coordina buona parte delle volanti della città. Il periodo preso in esame inizia nel 2014, anno in cui a coordinare l’ufficio arriva il primo dirigente Maria Josè Falcicchia, la quale allo stato non risulta indagata. Sentita dal Fatto nei giorni scorsi non ha voluto commentare. Secondo quanto ricostruito, il procedimento esplorativo parte dalle otto biciclette donate all’Upg dall’ex presidente di Confindustria Sicilia Antonello Montante. Siamo nel 2015, poco prima dell’Expo. All’epoca Montante ancora non è indagato per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione dalla Procura di Caltanissetta. Lo sarà solo nel maggio scorso quando emergerà a suo carico anche l’accusa di aver messo in piedi una rete di spionaggio, oltre alla sua abitudine di donare le biciclette a enti e personaggi di grande rilievo. E anche alla Questura di Milano. Da qui partono gli ispettori del Viminale, che poi aprono più fronti: dal denaro per l’acquisto di alcune motociclette per il reparto Nibbio a una mostra di beneficenza. Sul tavolo le donazioni fatte da privati. Gli interrogatori vanno avanti qualche giorno a partire dallo scorso 28 settembre. Ed è in uno di questi che emerge il sospetto di uno uso personale di parte di quel denaro. Spese effettuate utilizzando il fondo cassa dell’ufficio e tutte annotate in un file di Excel. File che di recente sarebbe stato cancellato, ma il cui recupero è stato possibile grazie al fatto che sono state fornite le password di accesso. Questo elemento si incrocia con il procedimento a modello 45, partito, in realtà da altri input e da alcune inchieste non milanesi. I magistrati adesso stanno analizzando tutta la documentazione recuperata dagli ispettori ministeriali. Gli approfondimenti sono appena iniziati. Sul fronte dell’indagine disciplinare oltre alle audizioni si è registrata una perquisizione nell’alloggio di servizio del primo dirigente e una in ufficio.

Il tutto avviene il 28 settembre, un venerdì, giorno in cui a Milano arriva il ministro Matteo Salvini per salutare il prefetto Luciana Lamorgese che da lì a poco lascerà la carica. E qui la vicenda si fa ancora più singolare. Viene, infatti, registrata la forzatura del cassetto della scrivania del dirigente. Cosa viene portato via? Certamente non soldi, perché i pubblici ufficiali che sono intervenuti sul posto ritrovano nel cassetto una busta chiusa con dentro del denaro. Soldi che allo stato non rientrano nella partita finita sotto la lente della Procura. Nel fascicolo degli ispettori sono stati registrati anche alcuni bonifici che ora dovranno essere analizzati con attenzione. Il tema delle donazioni, come detto, parte tra la fine del 2014 e l’inizio del 2015, epoca in cui sulla poltrona di Questore sedeva il dottor Luigi Savina, il quale, dal 16 febbraio del 2016, è vice direttore generale di pubblica sicurezza con funzioni vicarie. Savina, che non è indagato, spiega al Fatto: “Se è un modello 45 sono atti relativi e non un’indagine”. Prendiamo atto.

Stile Marotta con i cronisti: “Se ne scrivete mi arrabbio”

Dodici anni dopo. Allora le intercettazioni che sconvolsero il mondo del calcio, dando il la allo scandalo di Calciopoli, riguardavano il direttore generale (Luciano Moggi) e l’amministratore delegato (Antonio Giraudo) della Juventus; oggi riguardano solo Beppe Marotta, che nella Juventus ricopre entrambe le cariche; anzi ricopriva perché all’improvviso, dopo otto stagioni, il 29 settembre ha annunciato via Sky di essere stato messo alla porta da Andrea Agnelli, che della Juve è il presidente. Che qualcosa di strano aleggiasse attorno alla Juventus lo si era intuito; ma da ieri, dopo la pubblicazione delle intercettazioni della Questura di Torino disposte nell’ambito dell’inchiesta “Alto Piemonte” (e per l’esattezza dopo il suicidio, se di suicidio si trattò, di Raffaello Bucci, collaboratore del club di Agnelli), il quadro comincia ad apparire più chiaro.

Marotta alla Juve era ormai una presenza scomoda e il suo allontanamento è stato deciso all’indomani del promo di Report su questa storia. Chissà che l’intento non fosse quello di scaricare su di lui l’imbarazzante vicenda del bagarinaggio e dei contatti ravvicinati con la ’ndrangheta. E non solo. La brutta faccia del calcio (e del giornalismo) traspare dalle intercettazioni: “Oggi abbiamo un altro casino, che si è buttato un altro dal ponte”, si confida Marotta con un certo Paolo. Raffaello Bucci è infatti il secondo impiegato della Juventus a compiere quel gesto nel giro di pochi giorni. “Un nostro collaboratore che si occupava dei biglietti (…) Si è buttato da un ponte. Ha detto che va a Fossano dove si è ammazzato il figlio di Agnelli”. Marotta parla con Claudio Albanese, responsabile della comunicazione. Albanese gli dice che ha sentito Agnelli e l’avvocato Chiappero e che deve parlargli perché nell’ordinanza il suo nome viene citato due volte, per i biglietti dati a un malavitoso e un provino al figlio di uno ’ndranghetista: Repubblica sta per uscire con un articolo. Infatti è l’avvocato Chiappero a chiamare di lì a poco Marotta. Ha parlato con la giornalista di Repubblica, Martinenghi, che scriverà l’articolo: le ha detto che si è trattato di contatti casuali. Marotta però è nervoso: “Ma anche il nostro direttore li è Mario Calabresi cazzo (si accavallano le voci) chi è Martinenghi di Torino?”. Marotta chiede se l’articolo esca sul nazionale o solo su Torino: l’avvocato non lo sa.

Qualche giorno dopo Claudio Albanese richiama Marotta per parlare della Gazzetta dello Sport. Che l’indomani tornerà sull’argomento, ma Albanese è già intervenuto, “scriveranno quello che ha scritto Repubblica oggi, sui biglietti famosi a Germani, che lui (Claudio, ndr) gli ha detto che i biglietti erano 2 da non confondersi per biglietti dati per bagarinaggio, mentre sul provino scriveranno quello che già lui (Marotta) ha risposto”. “Marotta chiede quanto sarà grosso l’articolo. Claudio risponde 50/60 righe, che lo hanno appena chiamato, stanno cercando di comportarsi abbastanza bene”. Marotta telefona allora alla Gazzetta e parla col giornalista Matteo Dalla Vite (che poi coinvolgerà anche il suo superiore Luca Curino).

“Matteo dice che il titolo dell’articolo che uscirà domani sarà ‘La ’ndrangheta non so cosa sia, nessuna pressione’. Marotta ‘chiede’ alla Gazzetta di trattarlo bene altrimenti si arrabbia veramente”. “Marotta si lamenta con Matteo del fatto che lo stanno trattando come il peggior nemico, che lo stanno sputtanando (…) e che si comporterà di conseguenza”.

“Matteo Della Vite mette in vivavoce la comunicazione quindi la conversazione è tra Matteo, Luca (Curino?) e Marotta. Luca informa che è stato lui a farlo chiamare da Matteo per avvertirlo dell’articolo, visto l’ottimo rapporto che hanno (…) e che l’articolo glielo riduce al minimo senza foto. Il titolo sarà: ‘Caso biglietti, ascoltato Marotta’. Saranno dieci righe. Marotta lo ringrazia”. Viva il calcio e l’informazione.

Mail Box

 

Montanelli su Almirante: sbagliato decontestualizzare

Caro Marco, so che sei un adoratore di Indro Montanelli, però mi piacerebbe sapere fino a che punto giunge la tua stima nei confronti di questo maestro del giornalismo italiano riproponendoti una frase che scrisse nel 1988. “Se n’è andato (Giorgio Almirante) l’unico italiano al quale si poteva stringere la mano senza paura di sporcarsi”.

Mi sembra una frase gravissima che m’era sfuggita, ma da sola basta per dire che il lupo perde il pelo ma non il vizio. Tu cosa ne pensi? Tieni presente che sono in molti i falsi democratici che manifestano simpatia per il fascistone Almirante in un momenti in cui il fascismo avanza, mentre tutti dicono che è morto…

Angelo Annovi

 

Caro Annovi, immagino che Montanelli volesse sottolineare l’onestà personale di Almirante, che nessuno peraltro ha mai contestato. Credo però che bisognerebbe leggere tutto l’articolo prima di impiccare qualcuno a una frase.

Le ricordo che Montanelli fu condannato a morte dai nazifascisti e rinchiuso per due anni a San Vittore, riuscendo a evadere poco prima della fucilazione.

Un caro saluto

m. trav.

 

Consiglio a tutti gli under 30: lasciate questa spenta Italia

Andatevene. Ve lo ripeto: andatevene. Perché? Beh, se vi chiedete perché, vuol dire che i vostri nemici hanno lavorato bene. Questo non è un Paese per giovani. È una stella spenta, la cui luce si vede ancora, solo perché la stella è lontana. Non vi merita. Ma soprattutto non vi vuole. Andatevene. Prima che sia troppo tardi. Vi divoreranno. Gusteranno la polpa e sputeranno il nocciolo. Carne da cannone, questo siete. Servite solo a pagare il conto. Ma a tavola si sono seduti solo loro. E non è rimasto nulla. E non fatevi fregare dalla bellezza che vi circonda: natura, arte, storia, clima, mamma, pasta, pizza, caffè. Troppa bellezza. Incanta. Confonde. Inebetisce. Diranno che siete traditori. Ma sono loro che hanno tradito voi; vigliacchi, ma sono loro che hanno paura di voi; ingrati.

Di cosa? Non vi hanno lasciato niente. Anzi, vi hanno tolto tutto: istruzione, diritti, lavoro, welfare, pensione. Persino il futuro.

Non credono in voi. Non investono su di voi. Ma vi investono di cinismo, malafede, bugie, sporcizia. E debiti. I loro. Andate dove vi lasciano almeno giocare la partita. Qui non vi fanno nemmeno scendere in campo. “Non ci sono soldi”, dicono. Balle. Ogni anno vi rubano centinaia di miliardi: evasione, elusione, corruzione. Miliardi che alimentano i loro paradisi fiscali e i vostri inferni reali. “Ma se ne vanno tutti, muore anche la speranza”. Sbagliato. La speranza è morta da un pezzo: via Fani, Capaci, via D’Amelio. È morta con Ambrosoli e Dalla Chiesa, con Chinnici e Livatino, con Impastato e Alpi, con Cucchi e Regeni. Con Ustica e Bologna. Col processo Andreotti. Sapete come si distinguono i buoni dai cattivi? I buoni riempiono i cimiteri e i cattivi si battono il petto in chiesa e se la ridono in casa. Andatevene o sarete l’alibi di chi dirà: “Restano: dunque ne vale la pena!”. Chiacchiere e distintivo.

Non lasciatevi ricattare moralmente dai campioni dell’immoralità. Andatevene. E tornate quando sarete abbastanza saldi da resistere al canto delle loro sirene. E forti da costruire un paese finalmente degno di essere abitato.

Giuseppe Cesaro – scrittore

 

Alberto Angela sulle leggi razziali: Salvini lo avrà visto?

Sabato scorso Alberto Angela ci ha parlato delle leggi razziali, dei rastrellamenti a Roma e non solo, dello sterminio di milioni di persone: argomenti che conosciamo nel loro orrore infinito, ma quella di sabato non è stata soltanto una trasmissione celebrativa. È stata una intensa lezione di Storia e di Umanità. Durante la trasmissione tra le tante riflessioni mi sono augurato in cuor mio che anche Matteo Salvini fosse davanti alla tv e ne traesse qualche indicazione. Ad esempio: è giusta ed attuale la sua frequentazione di personaggi come Marine Le Pen, Viktor Orban, i nazifascisti di Casa Pound, tutti estimatori ed esaltatori del tragico ventennio? Quelle immagini, quelle testimonianze, quelle sofferenze inenarrabili escludono qualsiasi, anche remotissima possibilità, che quella storia possa ripetersi, non c’è dubbio, ma non basta. Bisogna anche escludere dalle nostre frequentazioni coloro che a quella storia ancora si riferiscono.

Massimo della Fornace

 

Riace: cari M5S, prendete le distanze dalla disumanità

A Riace si stanno consumando una tragedia e un totale rovesciamento dei valori di solidarietà umana. Come potete condividere e sostenere una politica del genere, che nega i diritti fondamentali della solidarietà e dell’accoglienza? Si distrugge un esempio unico di integrazione e assimilazione proprio in una zona dove la ‘ndrangheta spadroneggia. Perché non perseguire chi strangola l’economia legale con la pretesa di tangenti e balzelli, negandone così ogni possibile sviluppo futuro? Vi chiediamo di dissociarvi da tale politica persecutoria di un modello d’accoglienza onorato anche dal grande regista Wim Wenders, che ha dedicato un suo lavoro proprio all’esperienza di Riace, definendola il fatto politico più importante del secolo.

Paolo Gatti a nome del gruppo di lavoro di “Un’altra Italia” a Monaco di Baviera

Santità. Il filo evangelico della povertà che lega Paolo VI al papato di Francesco

 

Papa Francesco ha reso ufficiale il riconoscimento della santità che papa Montini praticò in vita, dando inizio alla sociologia del nuovo umanesimo, che si svilupperà fino ai nostri giorni. Desidero ricordare alcuni tratti della sua storia personale dei quali ben pochi si occuperanno. Non potrei non cominciare da quella baracca trasformata in Chiesa dove l’allora arcivescovo di Milano Montini, celebrò la messa di Natale il 25 dicembre del 1955; quel giorno documentò al mondo che la Chiesa è nata tra i poveri ed è destinata ai poveri, ed è la sola voce che può e deve levarsi forte per sostenere i diritti dei più deboli e dei più fragili, di quelli che non hanno voce per farsi sentire. Come arcivescovo, Montini visitò l’America Latina e l’Africa e non si fermò ad ammirare i superbi reperti archeologici dei conquistadores, ma guardò la realtà di uomini sofferenti in mezzo ad altri uomini opulenti ed egoisti; lì dovette maturare la convinzione del nuovo peccato commesso ogni giorno da quanti non vedono nel prossimo bisognoso la presenza di quell’uomo che porta una croce non sua in giro per il mondo. L’esigenza di toccare con mano la miseria che affligge una grande parte del mondo, condusse Paolo VI, eletto al pontificato, a visitare la Chiesa dei poveri in un pellegrinaggio che lo portò, innanzitutto, in Palestina nel 1964, in quella terra travagliata e contesa. Queste esperienze ci indicano le profonde motivazioni che portarono Paolo VI a inserire nella sua enciclica Populorum Progressio gli esempi di uomini che nel silenzio della propria coscienza si erano adoperati con gli altri e per gli altri, come Charles de Foucauld, il martire della donazione al Terzo Mondo; padre Chenu, il grande teologo sostenitore dei preti-operai, che si fracassarono le reni nei miserabili sobborghi fra algerini e italiani sfruttati dalla grande industria, e ancora padre Lebret, che consacrò il suo genio al servizio dei popoli del Vietnam, del Senegal e del Nord-Est del Brasile.

Rosario Amico Roxas

 

Gentile Roxas, mi dispiace aver dovuto effettuare alcuni tagli alla sua bella lettera su Paolo VI, nuovo santo del cattolicesimo. Il senso delle sue righe è fin troppo chiaro: tra la Chiesa di Francesco e quella di papa Montini, morto nel 1978, c’è il filo evangelico degli ultimi e dei poveri. L’umanesimo di cui lei parla è però al centro della battaglia che si sta consumando in questi anni dentro il Vaticano. Contro Bergoglio, come già contro Montini, sono entrati in servizio gli oppositori della destra clericale e farisea, vicini ai sovranisti anti-migranti, che vogliono inchiodare i fedeli alla sola Dottrina perdendo di vista la misericordia e la carità. Ma, come diceva l’apostolo Paolo, tra le virtù teologali la più grande è la carità.

Fabrizio d’Esposito

Rete4 non fa più la populista, ma Greco sbraca uguale

C’è il Greco di tufo e c’è il Greco di alabastro, altrimenti detto Gerardo Greco. Greco è un Funari dei nostri tempi; anche lui deambula senza posa per lo studio del talk W L’Italia, valuta le truppe, dosa le risse (“L’obiezione è l’anima del dibattito”), poi volta le spalle alla telecamera e torna indietro a passo marziale, verso l’infinito. Niente Ray-Ban azzurrati, niente mortadella libera, però; sorrisi accoglienti, grisaglie e modi politicamente irreprensibili. A differenza di Funari, Greco non sbraca mai, è stato chiamato a Rete4 da B. in persona per silenziare le derive populiste. Ma in compenso, per uno strano contrappasso, sbraca il suo programma. Di brutto.

All’inizio W L’Italia sembra il solito talk politico, le stesse facce e le stesse intemerate di Brunetta; ma poi si innesca un inesorabile processo di entropia e accade di tutto. Alba Parietti e Alessandra Mussolini ringhiano sul modello Riace, in collegamento appare un Paolo Crepet virato blu oltremare, come il Picasso del periodo omonimo, da una poltrona emerge Marta Flavi, Corinne Clery mostra il suo pistolone al peperoncino; a proposito di donne armate, tema di grande attualità, parte un servizio con Nina Moric che un po’ spara e un po’ si fa fotografare seminuda. Dove siamo finiti, a Hellzapoppin? Dov’è il capo e dove la coda? Non si sa, inutile cercare lumi nel traslucido appiombo del conduttore che misura il suo talk-suk imperterrito e soddisfatto. C’è il Greco di tufo, e c’è il Greco di alabastro.

Salvate “Save the children” dagli insulti

“Avete voluto la bicicletta? Andate a pedalare sulle ossa dei bambini”. “Non provo alcuna pena, non sono io che li obbligo a procreare anche quando i figli sono destinati a morte certa, quindi non me ne può fregare di meno di quello che gli succede a questi bambini”. “Non si porta avanti una gravidanza, se non si mangia e beve! Anoressiche incinte non ce ne sono! Ci avete martellati con la storia che stavano morendo tutti di fame, ma la forza di scopare e procreare dove la trovano?”.

Difficilmente si potrebbe indovinare che la causa di tanti commenti pieni di odio sia un semplice rapporto di un’organizzazione non governativa, Save The Children, pubblicato ieri dai giornali online. Rapporto che non conteneva nessuna opinione, ma solo fatti: e cioè che ogni minuto, nel mondo, 5 bambini sotto i 5 anni muoiono per malnutrizione (7.000 al giorno). Che 50 milioni di bambini soffrono di malnutrizione acuta dovuta a una improvvisa carenza di cibo e nutrienti. Che 1 bambino su 4,151 milioni è malnutrito cronico e rischia di subire fortissimi ritardi nella crescita. Non importa che il rapporto parlasse anche di altri Paesi, come la Siria e l’India, e non importa soprattutto che la Ong spiegasse con chiarezza le cause di questa situazione allucinante: e cioè, oltre alla povertà, conflitti armati uniti a disastri naturali provocati dai cambiamenti climatici. L’unico assillo dei commentatori era proporre per l’Africa la pianificazione delle nascite semi-coatta, unita alla colpevolizzazione delle vittime, qualificate senza appello come bestie irresponsabili.

“In Africa più sono poveri e più procreano, comportandosi come gli animali”. “Chi fa figli e non ha la possibilità di farli sopravvivere è lui stesso colpevole delle morti”. “Occorre barattare aiuti in viveri e medicinali con un programma di vasectomie e legature delle tube”. “Sprechiamo risorse per tappare falle aperte da partorienti ignoranti perennemente incinte”. “Figliano allegramente incuranti delle conseguenze”. “In Africa servono tonnellate di preservativi e poi abbandonarli”. “Fornire aiuti, cure, cibo, vaccini è un danno enorme, si impedisce il loro sviluppo”.

L’Organizzazione è stata attaccata anche direttamente: “Finché non avrò certezza della vostra estraneità al business immigrazionista, non vi darò nulla”. “Con ogni probabilità se Save The Children avesse speso per questi bambini i soldi che ha impegnato per traghettare in Europa gli Africani oggi la mortalità sarebbe ridotta”. Allarmante ritrovare in queste parole echi diretti di dichiarazioni politiche considerate, anche da chi non le condivide, spacconate ideologiche tutto sommato innocue. E se è vero che l’Italia è anche il Paese dove si raccolgono 60.000 euro in 48 ore per bambini immigrati rimasti senza mensa, fa impressione che il commento quasi unanime a chi muore di fame – anche se a scrivere sono gli odiatori di professione – sia l’accusa di essere animali che copulano senza ritegno.

Dal canto suo, Save The Children getta acqua sul fuoco: “Certamente è necessaria la pianificazione familiare, ma è proprio quella che noi facciamo”, dice il portavoce Filippo Ungaro. Ma la Ong ci tiene anche a chiarire alcuni aspetti: “Abbiamo messo soldi sulle navi perché abbiamo ritenuto un dovere umanitario quello di supplire all’assenza di politiche di salvataggio europee, non solo nazionali. Il problema del sottosviluppo è cruciale, non servono né falsi miti né politiche di tipo propagandistico elettorale: se non si interviene, e oggi ci sono tutti gli strumenti anche tecnologici, i problemi tornano indietro, vedi il caso Libia. Eppure, quasi nessun Paese europeo dà lo 0,7 per cento del Pil come dovrebbe e l’Italia si ferma allo 0,29. Noi, che non abbiamo la forza di un governo, nel solo 2017 abbiamo aiutato 33 milioni di bambini in tutto il mondo”.

I tre oppositori che fanno il gioco di Matteo Salvini

Matteo Salvini regala vagonate di argomenti ai suoi detrattori. Sfortunatamente molti di loro sono così insopportabili e anacronistici da fare il gioco del leader della Lega. Il quale, infatti, cresce. Diamo qui tre brevi identikit di altrettanti anti-salviniani assai penosi. Li si racconterà in ordine decrescente, dal più prescindibile al più celebrato. Il primo è nessuno, cioè Christian Raimo. In Germania la sinistra ha i Verdi, noi abbiamo niente. Cioè Raimo. Tal soggetto, sorta di stalinista che non ce l’ha fatta, ha lanciato uno strale dal suo monolocale frequentato a malapena da se stesso: “Marcello Foa è il nuovo presidente della Rai. (..) Questo è il potere oggi: incompetente fino alla caricatura di se stesso, arrogante con tratti fascistoidi, becero, maschilista, arroccato, vetusto, antiestetico, ridicolo, retrogrado, vile, residuale. Oggi non c’è opposizione capace di arginarlo. Ma presto, sono convinto, arriverà non l’opposizione, non la critica, non il contrasto, non il conflitto. Presto arriverà la vendetta e sarà spietata”. Un bel tono conciliante da Brigate Rosse: la spiccata democrazia di questi paladini del proletariato non smette mai di ammaliare. Commovente anche quel riferimento all’“antiestetica”, che detto da un tipino avvenente come un eczema rancoroso di Genny Migliore non è male. Chissà perché Potere al Popolo, con questi rappresentanti qua, nel paese reale non sfonda.

C’è poi Maurizio Crosetti, firmetta di Repubblica che cerca da decenni di costruirsi un pubblico e al contempo emulare Gianni Mura. Fallendo, va da sé, su tutti i fronti. Dal suo avamposto rivoluzionario su Twitter, Crosetti suole dettarci la via. Dopo l’incidente sulla tangenziale di Bologna, è arrivato a declinare quel dramma in propaganda pro-Tav, asserendo con lucidità granitica che se i grillini non si opponessero al Tav non ci sarebbero tir e dunque morti. Già da qui capisci come Basaglia abbia fallito. Giorni fa il mitologico Crosetti, con quel carisma sdrucciolo da impiegato del catasto che non ha ancora capito se da grande vuol essere Fantozzi o Filini, è andato oltre: “Sia chiara una cosa. Dobbiamo reagire, indignarci, batterci, denunciarli, resistere fino alle estreme conseguenze, e se sarà il caso appenderli per i piedi. Mai più fascisti”. Daje Mauri’! In serata, se non altro, il nuovo Gramsci si è scusato per quel tweet. Non si sa se Crosetti ce l’avesse col caso Lodi, il caso Riace o con la perdurante stasi delle sinapsi. Boh. Si sa solo che, se una cosa così l’avessero scritta Feltri o Padellaro, a quest’ora Zucconi marcerebbe su Roma e Augias invaderebbe la Polonia.

Già, Augias. Venerdì, a Otto e mezzo, Egli è tornato a esprimere tutto il suo compito disgusto per i governanti attuali, non meno che sozzi e “barbari”. Davanti a lui c’era il noto guevarista Calenda, che Augias guardava col trasporto che aveva Nanni Moretti per la Nutella. Il punto di vista di Augias è noto, ce lo ha raccontato lui stesso dopo il voto (barbaro) del 4 marzo: applicare la “epistocrazia”, ovvero far votare solo i “cittadini informati”. Bella idea: democratica, soprattutto. Rispettare solo le elezioni in cui vince chi ci piace, ritenere intelligenti solo quelli come noi e far votare solo gli “informati”. Io però andrei oltre: farei votare solo quelli che leggono Repubblica. Di più: farei votare solo Augias. E al limite, ma proprio al limite, Crosetti e Raimo. A quel punto sì che avremmo una democrazia sana, giusta e illuminata. Mica questa immane cloaca illiberale chiamata suffragio universale.

(Ps: Con “oppositori” così, Salvini durerà decenni).

I giovani in piazza hanno solo ragione

Non è un nuovo ’68. Ma hanno ragione da vendere questi ragazzi a sfilare contro il governo gialloverde, accusato di non pensare al loro futuro. Quando scendevamo in piazza noi cinquant’anni fa, mio Dio quanto tempo è passato!, la contestazione era contro il mondo degli adulti, imputati di soffiare sulla repressione e combattere in Vietnam. Eravamo indottrinati dalle letture di Marcuse e Don Milani e le grida che si alzavano erano per inneggiare a Lenin, Marx e Mao Tse Tung.

I giovani di oggi di quelle vicende sanno poco o nulla. Non sono ideologizzati e non chiedono rivoluzioni. Ce l’hanno col governo perché nel contratto 5 Stelle-Lega i fondi per scuola e università sono così scarsi che non serviranno neppure a riparare i soffitti che crollano. Sto realizzando un documentario sui nuovi movimenti giovanili filmandoli dal nord al sud del Paese e colgo l’occasione per offrire ai lettori del Fatto qualche spunto. Non so se avete visto i loro volti nei vari Tg, che nei commenti hanno esibito la solita superficialità. Sono ragazzi e tantissime ragazze, animati da una carica che genera entusiasmo. Nel ’68 sfilavano soprattutto universitari e liceali. Oggi invece è sceso in piazza un numero sorprendente di giovanissimi dei primi anni delle superiori, contando sull’astensione di molti docenti che non hanno fatto lezione per favorire le manifestazioni. Sono ragazzi che, per fortuna, non sono guidati da alcuna dottrina, né da alcun maître à penser. Hanno in odio i partiti, nessuno escluso. A Torino hanno bruciato le effigi di Salvini e Di Maio, il che mi ha colpito perché molti di loro hanno votato 5 Stelle. Uno dei ragazzi intervistati ha detto che a dare fuoco erano giovani del Pd. Ho i miei dubbi che esistano dei giovani che ancora militino nelle fila di quella moribonda accozzaglia. I sociologi, presi alla sprovvista, si sono affrettati ad approntare una nuova mappatura del mondo studentesco. Non sapendo fare di meglio, si sono limitati a scrivere di una nuova gioventù “liquida”, cercando di definirne l’identikit. Troppo comodo citare il sociologo-filosofo polacco Zygmunt Bauman, che ha usato le metafore di liquido e solido, per circoscrivere l’universo adulto, immerso in una quotidianità senza punti fermi. Sicuramente i ragazzi di oggi non vivono la sessualità come gli adulti. Infatti la loro identità potremmo definirla più che liquida “plurima”, aperta a esperienze alternative. È il caso di una quindicenne di Milano, la quale ha chiesto di riprenderla di spalle per non essere riconosciuta. Ha raccontato che da due anni è innamorata, corrisposta, della sua compagna di classe. L’ha confessato alla madre, che l’ha pregata di non dirlo al padre perché non la capirebbe. “Mio padre è uno stronzo”, ha concluso. Ed è volata via. Dietro di lei un gruppo di ragazze ha alzato un cartello contro il Papa, reo di aver tuonato contro l’aborto: “Sicario sei tu!”. Se dunque è vero che questi giovani non seguono ideologie, è altrettanto vero che sono dichiaratamente antifascisti e antirazzisti. Il loro bersaglio preferito è il neo-Duce, lo chiamano così, Matteo Salvini. Ne sanno qualcosa gli studenti del liceo Tasso di Roma, che pochi giorni fa sono scesi in strada per impedire di entrare a un gruppetto di estrema destra, pronto a menar le mani e a distribuire volantini. Un diciottenne di Napoli, con in mano una copia del Manifesto (cosa rara perché la stragrande maggioranza dei giovani, abituati a navigare, non legge i giornali), esibisce la prima pagina, dove è scritto che il reddito di cittadinanza è in realtà un “reddito di sudditanza”. Gli chiediamo cosa voglia dire.

Risponde che la pretesa di aiutare la povertà sarà accompagnata da un sistema di controllo degno della Stasi, la polizia segreta della Germania dell’est. Se la prende con il governo, che dovrà schedare gli aventi diritto per verificare che non ci siano truffatori. Il tema della povertà è molto sentito, come pure la critica all’alternanza scuola-lavoro della “Buona scuola” voluta dal Pd. La maggioranza di questi ragazzi sa che non vivrà nell’agio delle generazioni precedenti. Precarietà e mancanza di occupazioni degnamente retribuite è il futuro che li aspetta. Ecco perché sono così arrabbiati. Siamo di fronte alla nascita di un movimento antiautoritario e positivamente anche un po’ anarchico, che ha sete di esperienze collettive e si batte contro le disuguaglianze. Lo dimostra la passione con cui si sono radunati a vedere il documentario su Stefano Cucchi, inveendo contro la brutalità dei carabinieri, simile a quanto accadde nel 2001 nella tristemente famosa caserma di Bolzaneto. Quando alla fine della proiezione viene annunciato che i colpevoli finalmente pagheranno si è alzato un applauso scrosciante. Qualcuno ha anche pianto.

Milano, sopralluogo della Soprintendenza in casa della Crespi

Ieri mattina la Soprintendenza per l’Archeologia, le Belle Arti e il Paesaggio di Milano ha effettuato un primo sopralluogo a casa Crespi, in Corso Venezia. Al Ministero per i beni Culturali non risultano infatti vincoli sulle singole opere, né tantomeno ne esiste uno contestuale sull’intera, preziosa raccolta che comprende le due enormi, celebri tele di Canaletto (tanto importanti da rivaleggiare con quelle possedute da Elisabetta II d’Inghilterra), e numerose altre opere medievali e rinascimentali. La traumatica fuoriuscita dal patrimonio nazionale del Burri (transitato senza dichiarazione del nome di famiglia presso l’Ufficio esportazioni di Venezia), ha allarmato i vertici del Collegio Romano: il dubbio è che si sia trattato di un primo passo verso lo smantellamento della raccolta. La Soprintendenza di Milano ha dunque avviato la procedura per la catalogazione e l’eventuale apposizione dei vincoli, al fine di impedire lo smembramento e la vendita all’estero della collezione della fondatrice del Fai.

Non solo Burri: ‘furti’ a regola d’arte

Il monumentale Alberto Burri che ha lasciato casa Crespi, e l’Italia, salutato da un’esplosione di servo encomio, è solo l’ultimo di una lunga serie di capolavori sottratti al “patrimonio storico e artistico della Nazione” (art. 9 Cost.). Una tappa simbolica di questo smontaggio risale al 1753, quando la Madonna Sistina di Raffaello, conservata dai monaci di San Sisto a Piacenza, fu venduta ad Augusto III di Sassonia e prese la via di Dresda. “Di questo bel servizio i Piacentini hanno da ringraziare la vile cupidigia dei loro Benedettini del XVIII secolo”: così, un secolo dopo, il grande conoscitore Giovanni Morelli. Il copione sarà poi sempre quello: il denaro che spinge alla decisione, e poco dopo (svanito il denaro) il (vano) pentimento collettivo per una perdita irrimediabile.

 

1934: il “liberi tutti” deciso dal regime fascista. E Madrid ringrazia per la “Santa Caterina”

Questa continua contesa tra proprietari e interesse generale è sfociata raramente in scontri aperti: più spesso si nutre di sotterfugi, furbizie, dichiarazioni reticenti, piccole e grandi corruzioni. In qualche occasione, tuttavia, collezionisti e mercanti hanno avuto la forza di imporre accordi o norme che facevano saltare, per ambiti o periodi limitati, la tutela. Se oggi facciamo i conti con la legge, chiesta dai mercanti e accolta da Dario Franceschini, che lascia al mercato vent’anni di produzione artistica italiana e introduce la letale autocertificazione del valore venale dell’opera, nel 1934 fu un infame Regio Decreto a abolire il fedecommesso Barberini (e cioè l’obbligo di tenere insieme la collezione senza venderla), consentendo ai discendenti di Urbano VIII di alienare opere clamorose: fu così che il regime fascista ci fece perdere la Santa Caterina di Caravaggio, oggi nella Collezione Thyssen a Madrid, o la Morte di Germanico di Nicolas Poussin, finita a Minneapolis. È invece l’Italia democristiana a impantanarsi nello smembramento della collezione Contini Bonacossi. Nel 1969 lo Stato, in cambio della donazione di alcune opere, accettò di togliere per dodici anni il vincolo su questa strepitosa raccolta, messa insieme dall’antiquario più importante del primo Novecento italiano: perdemmo così capolavori rarissimi, come la Natura morta di Francisco de Zurbarán, prontamente acquistata dal Norton Simon Museum di Pasadena, in California. Fu “un colossale errore – scrisse Federico Zeri – : lo Stato non avrebbe dovuto prendere in considerazione la proposta”. Sarebbe stato meglio, cioè, rinunciare ad avere alcune opere anche importanti nelle collezioni pubbliche pur di mantenere intera e in Italia una grande collezione privata: una convinzione che è il frutto della nostra storia culturale. Mentre Napoleone spogliava l’Italia delle opere più insigni si comprese che “il paese stesso è il museo” e che quei pezzi straordinari sarebbero stati incomprensibili una volta “lontani dalle relazioni tra tutti gli oggetti, dai ricordi, dalle tradizioni locali, dagli usi ancora esistenti, dai paragoni e dai confronti che non si possono fare se non nel paese stesso” (Antoine Quatremère de Quincy, 1796). Molto tempo dopo Pier Paolo Pasolini estese ancora questa visione contestuale: “Quel che va difeso è tutto il patrimonio nella sua interezza. Tutto, tutto ha un valore: vale un muretto, vale una loggia, vale un tabernacolo, vale un casale agricolo. Ma la gente non vuol saperne: hanno perduto il senso della bellezza e dei valori. Tutto è in balìa della speculazione” (1974). Esattamente per questo si è sempre pensato che fosse giusto e saggio far rimanere in Italia anche opere private che lo Stato non può sul momento comprare, ma che, in tempi lunghi, magari lunghissimi, finiranno col divenire pubbliche: le limitazioni, anche pesanti, che i vincoli impongono alla proprietà privata sono motivate dalla prospettiva, non importa quanto lontana, di “una fruizione ampia ed effettiva del valore culturale custodito dal bene” (così Massimo Severo Giannini).

 

Legale e illegale: dalle licenze di esportazione concesse “alla leggera” ai soliti tombaroli

Questa la teoria: la pratica è una continua via crucis. Gli scarsi mezzi e lo scarsissimo personale degli uffici esportazione delle Soprintendenze e gli enormi appoggi legali, le furbizie e la spregiudicatezza di collezionisti e mercanti rendono la quotidiana difesa del patrimonio una battaglia campale. Intanto, un flusso continuo di opere esce clandestinamente dal Paese: le opere rubate dai tombaroli o smurate dalle mille chiese monumentali chiuse (si pensi a Napoli), e quelle nemmeno mai conosciute che passano direttamente dal chiodo del palazzo avito al baule dell’automobile che varca la frontiera. E poi ci sono quelle che escono legalmente, ottenendo contro ogni ragionevolezza la licenza di esportazione e finendo al centro di polemiche e talvolta di inchieste. Nel 2011una tavola bolognese di fine Trecento, firmata da Simone dei Crocifissi, descritta dalle fonti fin dal Seicento e di riconoscibile provenienza ecclesiastica – vale a dire un’opera che andava assolutamente bloccata – finì legalmente all’asta a Vienna. Nel 2013 a New York, Christie’s batte “uno dei più importanti ritratti del Rinascimento ancora in mani private”: uno strepitoso dipinto di un Bronzino ancora immerso nello stile del suo visionario maestro, Pontormo. Fino almeno al 1956 il dipinto era attestato nella collezione fiorentina dei principi Corsini, e sicuramente era stato restaurato in Toscana nel 2010. Nel 1996 sei membri della famiglia erano stati processati per aver esportato clandestinamente opere assai preziose attraverso triangolazioni con banche svizzere e case d’asta londinesi. Mentre gli antiquari che avevano portato all’estero le tele (tra le quali un quadro attribuito, a torto, a Rubens finito al Getty di Los Angeles) vennero condannati, gli aristocratici furono assolti perché si ritenne inefficace il vincolo.

 

La furbata: nell’indicazione del valore del quadro manca uno zero per avvicinarsi a quello reale…

Nello stesso 2013 il Metropolitan Museum di New York acquistò un meraviglioso quadro di Ribera che era nella casa di Perugia in cui si trovava fin da metà Seicento: anche in quel caso – come per il Burri Crespi – a dare il via libera era stato l’ufficio esportazione di Venezia. È dell’anno scorso un altro caso inquietante, e passato sotto silenzio: ancora il Metropolitan ha acquistato dall’antiquario di Monaco Paul Smeets un capolavoro di Simon Vouet fino a poche settimane prima appeso in Palazzo Patrizi, in Piazza San Luigi dei Francesi a Roma. Sempre al 2017 risale un caso che per certi aspetti ricorda quello del Burri. La galleria milanese Robilant Voena vende alla Frick Collection di New York un superbo ritratto di Camillo Borghese, il fratello di Paolina e cognato di Napoleone dipinto da François Gérard, mirabile allievo di David. Ma tutto si impantana in tribunale perché il Ministero per i Beni culturali revoca la libera uscita quando si accorge che nella domanda di esportazione i mercanti non avevano esplicitato il soggetto del quadro e avevano indicato un valore a cui mancava uno zero per avvicinarsi a quello reale.

La partita a scacchi tra interesse privato e ben comune continua: se l’Italia è, nonostante tutto, così ricca di bellezza è perché, da secoli, quella partita è aperta.