Atlantia, la società dei Benetton, sempre più vicina a chiudere l’operazione sulla spagnola Abertis che farà nascere un campione transnazionale delle infrastrutture. La tragedia del Ponte Morandi di Genova non sembra averla rallentata e il closing, con il conferimento del controllo della concessionaria spagnola, è imminente. È stata infatti creata Abertis holdco – la nuova società partecipata al 50% più un’azione da Atlantia, al 30% da Acs e dal 20% meno un’azione da Hochtief – secondo lo schema concordato a marzo da Atlantia con gli spagnoli guidati dal presidente del Real Madrid, Florentino Perez, quando decisero di non sfidarsi per la concessionaria spagnola ma di conquistarla assieme. Abertis holdco controllerà totalmente Abertis Participaciones, che a sua volta riceverà da Hochtief (che ha lanciato l’Opa su Abertis propedeutica all’operazione) il 98,7% del gruppo autostradale spagnolo. Il meccanismo a piramide consentirà agli italiani di avere una presa salda su Abertis. Il finanziamento dell’operazione, 17 miliardi tra debito e equity, è assicurato, e sono stati risolti gli ultimi passaggi autorizzativi. Al momento si lavorerebbe solo sulla definizione di alcuni aspetti operativi ma il closing è blindato.
I giudici: “Pessima gestione della ricerca aerospaziale”
Una bocciatura senza scampo: il Cira, il Centro Italiano di ricerche aerospaziali, è un ricettacolo di sprechi, nomine poco trasparenti, poltrone ben pagate e conflitti d’interessi che coinvolgono finanche un ex astronauta e l’Asi, l’Agenzia Spaziale italiana, che avrebbe potuto vigilare e che del Cira è socio di maggioranza al 47%. A dirlo è la Corte dei Conti che analizza la gestione finanziaria del polo casertano, oggi presieduto da Paolo Annunziato dopo anni di scandali e cambi di poltrone. A maggio è stato nominato il nuovo cda e approvato un piano triennale che ha dato il via ai rilievi dei giudici contabili tra conti in rosso, mancanza del decreto che avrebbe dovuto sbloccare nuovi fondi (sui quali si basa gran parte degli introiti del Cira) e le tensioni con Roberto Battiston, presidente dell’Asi riconfermato poco prima che l’ex ministra dell’istruzione, Valeria Fedeli, lasciasse il dicastero e che ha più volte ribadito la posizione di controllo e coordinamento dell’Agenzia sul Cira.
Il mono-decisore. I giudici contabili partono da maggio 2018, quando viene approvato il bilancio 2017 e nominato il nuovo Cda: “I tre componenti del Cda che esprimono la parte pubblica sono stati designati solo da Asi, mentre gli altri due soci pubblici, Cnr e Asi Caserta, non hanno espresso designazioni”. Il Cira è finanziato dallo Stato (con il ProRa, 22 milioni all’anno dal ministero dell’Istruzione), condizione che – spiegano i giudici – “presuppone il coinvolgimento di tutti i soci pubblici”, come le nomine del cda, i bilanci e i piani. C’è poi un problema di “missione”: “Non risulta più presente – dicono i giudici – alcun membro proveniente da istituzioni accademiche o di ricerca, nonostante la ricerca sia la vocazione del Cira”.
Conflitto d’interessi. I giudici rilevano che tra i membri del Cda designati dall’Asi c’è un imprenditore “che partecipa in diverse società tra le quali una che (…) risulta partecipata indirettamente dall’Asi”. È Maurizio Cheli, ex astronauta con un buon curriculum: il 22 febbraio 1996 era a bordo dello Space Shuttle Columbia e come colonnello dell’Aeronautica Militare partecipava alla missione Sts-75 come primo astronauta italiano nel ruolo di mission specialist. L’azienda è la DigiSky che a marzo ha siglato un accordo con Altec, partecipata da Thales Alenia Space e, appunto, dall’Asi, per un sistema di monitoraggio della terra. Altec acquisisce il 25% delle quote di DigiSky, fondata nel 2007 da Cheli e un altro socio.
L’ex direttore. L’attuale direttore generale è pagato più del suo predecessore (170mila euro con retribuzione variabile e benefit per circa 24mila euro, revocati invece agli altri dirigenti), inoltre “uno dei dirigenti, pur cessato dall’incarico di direttore generale, continua a percepire, per un accordo, il precedente stipendio da 160mila euro”. Per i giudici è un “sistema di benefit” ai dirigenti per “accrescere la retribuzione”.
Affidamenti diretti. La Corte rileva poi che gli impianti del centro sono fermi “per manutenzione e ripristino” dal 2014 e che da allora si sono susseguiti strani affidamenti esterni per la manutenzione per 19 milioni “a valere impropriamente sul Prora”, ovvero sul fondo pubblico destinato invece alla ricerca aerospaziale. Inoltre “il Cira affida all’esterno la manutenzione, il che solleva dubbi sulla legittimità della esternalizzazione”.
Niente gare. L’affidamento per la manutenzione è la voce più importante della società: vale 5,65 milioni, ma solo da quest’anno si è fatta la gara Consip. Dei quattro lotti previsti, però, tre “sono stati ‘abbandonati’ senza un mandato consiliare”. Si legge nella relazione: “Si ribadisce la necessità di istituire procedure che assicurino gli affidamenti nel rispetto dalla legge, per salvaguardare il Cira da forme non trasparenti di affidamenti e il patrimonio impiantistico e infrastrutturale dello Stato dal rischio di ammaloramento per inadeguata manutenzione”.
Piano senza soldi. Per restare a galla, nel 2017, il Cira ha presentato all’Istruzione una “Proposta di Aggiornamento” per ricevere i fondi del nuovo Prora sulla base di un piano triennale 2018-2020. Il decreto Interministeriale che dovrebbe sbloccare i soldi, però, ancora non c’è. Nonostante ciò, il 10 maggio 2018 l’Assemblea ha approvato il piano ma, di nuovo, con il solo voto favorevole dell’Asi. Anche se, per la Corte, “le delibere devono essere condivise tra i soci pubblici”.
Prospettive gonfiate. Nel piano si prevedono risultati operativi “lievemente superiori al pareggio” derivanti da un ipotetico aumento dei ricavi da fonti terze che, però, ha come presupposto un “ripristino degli impianti” che ancora non c’è. Inoltre, vengono prospettati “risultati operativi” per 3,3 milioni nel 2018, 3,9 nel 2019 e 5,6 nel 2020 “fondati anche su 27 milioni di risorse attese da ministero, Asi e Regione Campania”. Però non c’è alcun atto giuridico né impegni di spesa delle amministrazioni citate. “Alla luce delle criticità – concludono i giudici – appare imprescindibile un puntuale riscontro della sostenibilità finanziaria e dei tempi di ritorno degli investimenti previsti, oltre che di indagini sulla loro effettiva impiegabilità da parte dell’industria aerospaziale…anche per scongiurare, oltre ai già evidenziati rischi finanziari, quello di investire risorse per asset che poi restino inutilizzati dalla comunità aerospaziale”.
“Regalo fuorilegge ai Benetton”
Caduto il ponte di Genova dai cassetti ministeriali vengono fuori brandelli di verità altrimenti destinati all’oblio su quello squilibrato sistema delle concessioni autostradali che per decenni ha legato lo Stato ai privati consentendo a questi ultimi di fare la parte del leone. Il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, ha reso pubblico un parere di Mario Canzio, il Ragioniere generale dello Stato nel 2007, pieno governo Prodi e anno in cui fu firmata dal ministro Antonio Di Pietro la convenzione con le Autostrade dei Benetton. La nota di Canzio (6 pagine) riguarda i contenuti della convenzione ed è molto critica sull’impostazione che il governo le stava dando. Se fosse stato ascoltato, il rapporto tra Stato e Benetton sarebbe stato indirizzato verso sbocchi meno punitivi per la parte pubblica e oggi la revoca della concessione ai Benetton dopo la strage di Genova sarebbe meno problematica di quanto purtroppo è. La nota dimostra che i politici del tempo non furono presi in contropiede, non firmarono quegli atti al buio per mancanza di conoscenze. Avvertiti dal Ragioniere dello Stato erano pienamente consci di ciò che stavano facendo e nonostante ciò andarono fino in fondo, consapevoli dell’enorme regalo che stavano recapitando ai signori del casello. Il Ragioniere dedica una parte della nota proprio al tema della decadenza della concessione, alla revoca e risoluzione e tocca il punto dolente: i soldi.
Nella formulazione scelta dal governo di allora e l’anno successivo tramutata in legge dal governo Berlusconi è previsto che il concedente, cioè lo Stato, per riprendersi la concessione anche nel caso di “fatto imputabile al concessionario” debba pagare un mare di quattrini: una decina di miliardi circa ai Benetton per il “mancato guadagno” futuro, tra il momento della revoca e la data precedentemente fissata per il termine della concessione. In pratica con il criterio del “lucro cessante” viene calcolato un indennizzo, ma non a favore dello Stato che ha subito il danno, ma del concessionario che il danno l’ha provocato. Una follia elaborata con metodo. Il Ragioniere Canzio proponeva di togliere gli articoli e i commi che introducevano il regalo sostenendo che fossero illegittimi. Non lo ascoltarono.
Minisci (Anm): “Così il Daspo ai corrotti non può funzionare”
È il Daspo per i corrotti il punto più sensibile del ddl Bonafede all’esame delle commissioni della Camera. Ieri è stato ascoltato il presidente dell’Anm Minisci secondo il quale “risulterà inefficace” perché scatta solo a sentenza definitiva. Così “permetteremo che anche chi ha confessato potrà continuare a contrattare con la P.A: per molti anni”. Sarebbe efficace, dice, se si usasse come misura cautelare già durante le indagini preliminari e soprattutto se valesse non solo per le persone fisiche ma anche per le società, altrimenti “basterà cambiare emissario per continuare a corrompere indisturbate”. Altro rilievo: il Daspo non può valere per chi collabora, altrimenti nessuno sarà incentivato a parlare. Comunque, la misura più urgente, secondo l’Anm, è “l’accelerazione dei processi” perché oltre il 40% di quelli ai corrotti vanno in prescrizione. Dunque, dice Minisci, si potrebbe “inserire la corruzione tra i reati” per i quali non si rinnova il dibattimento anche se cambia un giudice. Il presidente del Consiglio nazionale forense, Andrea Mascherin, invece, è contrario al daspo automatico: così si viola il principio della funzione rieducativa della pena.
Milano dei fuochi: ennesimo rogo di rifiuti
Oltre 16mila metri cubi di rifiuti in fiamme, un rogo alto 40 metri. Periferia nord di Milano, tra Quarto Oggiaro e la Bovisasca, in via Chiasserini 11. Il capannone brucia per ore, fino a ieri mattina, dalle 20:30 di domenica sera. Rifiuti plastici. Nessun danno per l’area industriale. E una quasi certezza: quel rogo è doloso. Vigili del fuoco e squadra Mobile stanno indagando. Non è finita: poche ore dopo brucia un altro deposito a Novate milanese.
A contabilità stiamo al diciottesimo rogo in Lombardia dall’inizio dell’anno. Brucia la periferia, ma anche la provincia, quella pavese soprattutto. E la regione più ricca d’Italia si riscopre la nuova terra dei fuochi. Terra dove, allo stato, non entrano interessi mafiosi, ma imprenditori spregiudicati e balordi locali. Bruciano i rifiuti. Soprattutto quelli plastici che dopo il blocco di importazioni della Cina hanno saturato circa 2.700 impianti lombardi. Nell’operazione che quattro giorni fa ha portato all’esecuzione di sei ordinanze di custodia per il rogo di un capannone a Corteolona (Pavia), il giudice per le indagini preliminari scrive: “Inquietante è il monitoraggio degli incendi verificatisi” nel distretto di competenza della direzione distrettuale antimafia di Milano. “L’anno scorso con una progressione allarmante in prossimità del periodo estivo: da aprile a settembre 2017 ben sei siti di stoccaggio rifiuti sono stati interessati da incendi per uno dei quali è stata acclarata la natura dolosa, mentre per gli altri l’origine è rimasta non chiara. È in corso quindi un vero e proprio allarme incendi che sta interessando tutto il nord Italia”. I rifiuti sono tanti, difficile collocarli.
Ma in Lombardia e in particolare nel Pavese sono decine i capannoni abbandonati. Stoccarli è semplice e soprattutto remunerativo. Nella sola operazione dei giorni scorsi, i carabinieri hanno contabilizzato un giro d’affari di circa un milione di euro. Dopodiché quando il capannone è pieno: o viene abbandonato o incendiato. A Corteolona sono andate in fumo 1.800 tonnellate di rifiuti plastici. Se un sistema ancora non è stato individuato, certamente il numero di roghi spiega una malsana consuetudine. Sfociata nell’ultimo rogo di domenica notte.
Qui che l’incendio sia doloso è molto più che uno scenario. Il sospetto è raccontato da un particolare emerso durante gli accertamenti di ieri. L’azienda proprietaria del capannone è la Ipb srl, ma dalla scorsa primavera il ramo d’azienda per le gestione smaltimento rifiuti nel capannone era stato rilevato da un’altra società, la Ipb Italia srl. Questa società ancora non aveva le autorizzazioni per lo smaltimento e con molta probabilità non le avrebbe avute. Il motivo è presto spiegato: l’azienda aveva già ricevuto da parte della competente Città metropolitana un diniego alle autorizzazioni necessarie a lavorare, a causa di irregolarità riscontrate nella fideiussione necessaria per coprire un eventuale danno ambientale. Ad agosto poi quel capannone era vuoto. Dopodiché, solo giovedì scorso, la polizia locale aveva rilevato la presenza dei rifiuti. Tre giorni dopo c’è stato il rogo. Allo stato, l’inchiesta condotta dalla procura di Milano non registra alcun indagato.
Il piano Costa anti-dissesto: “1 miliardo (vero) in 3 anni”
L’ultimo caso è avvenuto in Calabria dieci giorni fa, ma la cronaca italiana è costellata di piccole e grandi tragedie del dissesto idrogeologico: il rischio di frane e alluvioni riguarda circa il 16% del territorio italiano e quasi 7mila Comuni secondo i dati Ispra. Per questo ogni governo, almeno negli ultimi anni, ha provato a fare qualcosa per prevenire i colpi, spesso senza risultati apprezzabili. Ultimo della lista arriva ora il ministro Sergio Costa, l’ex generale dei carabinieri che ha riportato le competenze sulla materia da Palazzo Chigi – dove la faraonica montagna di “Italia Sicura”, voluta da Matteo Renzi, aveva partorito il topolino del “Piano stralcio” – al dicastero dell’Ambiente, sua sede naturale. Per capire se resteranno solo parole serve tempo, intanto al ministero puntano sulla nuova strategia pensata proprio a partire dagli “errori” del passato.
Oggi Costa dovrebbe portare, alla Conferenza istituzionale permanente, le prime delibere del “Programma stralcio manutenzioni”: piccole opere di prevenzione per 50 milioni l’anno che saranno gestite dalle Autorità di bacino distrettuali saltando la burocrazia locale e commissariale (che poi vuol dire i vari governatori). Si parla, in questo caso, di interventi a basso impatto anche finanziario, ma diffusi sul territorio e di cui si scopre l’importanza solo dopo le ormai famose “bombe d’acqua”: ripulire l’alveo di fiumi e torrenti, curare lo stato di boschi e terreni, fare interventi di recupero naturalistico o manutenzione sulle vecchie opere. Per far questo servono pochi soldi, ma molta conoscenza del territorio e delle situazioni di rischio: in questo senso potrebbero essere utilizzati come masterplan i vari “Piani di gestione” che – originati da una norma nazionale del 2006 e da una direttiva europea del 2007 – sono stati alla fine approvati nel 2016.
Il piano per il 2018 che dovrebbe partire oggi, peraltro, è nelle intenzioni solo il primo passo di una programmazione triennale che si spera più cogente di quelle passate. Tutto, anche i grandi interventi infrastrutturali, si muoverà su base triennale e con scadenze ravvicinate in modo da poter procedere a verifiche continue “svegliando” chi s’attarda o dirottando i fondi verso i progetti più avanzati.
I Comuni e le Regioni – che sono i soggetti attuatori degli investimenti e spesso incontrano difficoltà tecnico-giuridiche nel gestire progetti, appalti e lavori – saranno affiancati anche dai tecnici del ministero o della Sogesid, società del Tesoro che dovrebbe occuparsi di bonifiche ma i cui dipendenti (oltre 500) in questi anni hanno riempito a decine le stanze del dicastero per ovviare alle carenze di organico (tanto più che a breve dovranno tornare alla “casa madre” perché sta per partire il concorso per assumere personale al ministero, una cosa mai successa dalla sua fondazione, nel 1986).
A questo punto bisogna parlare di soldi, che hanno comunque il loro peso se si promettono opere pubbliche. Rispetto ai fasti di Matteo Renzi che promise 9 miliardi in 7 anni contro il dissesto idrogeologico, poi diventati a settembre 2015 un “Piano stralcio” per le aree metropolitane da 650 milioni di euro, che – poco più di un anno fa – avevano ricevuto in tutto 110 milioni. Questo è il pregresso, l’obiettivo di Costa è più contenuto: un piano da 900 milioni ogni triennio che, con l’aggiunta della quota regionale, dovrebbe superare il miliardo. “Soldi veri – precisano dal ministero –. Soldi già a bilancio, non da chiedere, non deliberati dal Cipe e di cui poi verificare l’esistenza”. La speranza è spenderli tutti: fondi aggiuntivi, invece, oltre che per i concorsi, sono stati chiesti per le bonifiche.
La sorella Ilaria domani vedrà il comandante Nistri
Si terrà mercoledì a palazzo Baracchini l’incontro tra il ministro della Difesa Elisabetta Trenta, il comandante generale dei Carabinieri Giovanni Nistri e Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, il geometra romano arrestato il 15 settembre del 2009 e deceduto una settimana dopo. Sarà presente all’incontro anche l’avvocato Fabio Anselmo. Nel 2015 la Procura di Roma ha riaperto l’inchiesta sulla morte di Stefano Cucchi. Cinque carabinieri sono finiti a processo. In tre, tutti all’epoca in servizio alla stazione Appia che fece l’arresto, sono accusati di omicidio preterintenzionale: si tratta di Raffaele D’Alessandro, Alessio Di Bernardo e Francesco Tedesco. Quest’ultimo a giungo scorso ha denunciato i colleghi spiegando, dopo nove anni dai fatti, al pm Giovanni Musarò che erano stati loro a pestarlo fino al suo intervento. Alla sbarra per calunnia e falso, anche l’allora comandante della stazione Appia, Roberto Mandolini. “Ho accettato volentieri l’invito di mercoledì del ministro della Difesa e del Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri – ha detto ieri Ilaria Cucchi –. Ne siamo onorati. Hanno espresso la volontà di riceverci e noi ascolteremo cosa hanno da dirci”.
“Ci hanno rovinato quei carabinieri, ora ridateci la dignità”
“Noi non vogliamo ringraziamenti o scuse, vogliamo che ci venga restituita la dignità”. Nicola Minichini è uno dei tre agenti della Polizia penitenziaria protagonisti, loro malgrado, del primo processo per la morte di Stefano Cucchi. Assolti per insufficienza di prove, “danneggiati a vita, un marchio infame che nessun risarcimento ora ci toglierà”. Oggi i tre sono parte offesa nel secondo processo in corso nei confronti dei cinque carabinieri accusati, a vario titolo, di omicidio preterintenzionale, falso e calunnia.
Minichini, chi le deve restituire la dignità?
Tutti. Lo Stato, la Procura, la famiglia Cucchi, l’opinione pubblica.
Allora andiamo per gradi. Ci spiega intanto come sta vivendo?
Provo rabbia, anzi collera. Sono giorni che vago per il quartiere, da quando il sostituto procuratore Giovanni Musarò ha letto in aula le dichiarazioni del carabiniere Francesco Tedesco, che adesso accusa i suoi colleghi di aver picchiato Cucchi. Questi per anni sono stati zitti, hanno falsificato prove, mentito ai magistrati. E hanno assistito senza fare nulla a un processo a carico di tre innocenti. E poi ci sono gli altri. Quelli che sapevano e hanno taciuto. Hanno fatto sembrare noi i sanguinari e loro Santa Maria Goretti. Per qualcosa che, stando all’accusa, hanno commesso loro, abbiamo rischiato di essere condannati noi, di perdere tutto. Dove erano mentre io combattevo per la mia dignità, per la libertà?
La libertà?
Il lavoro, la casa, la famiglia. Tutto. Sono grato a mia moglie, che ha sopportato, e al mio funzionario di allora, che mi fece trasferire prima che potessero sospendermi. Altrimenti senza stipendio non avrei potuto pagare neanche il mutuo. E i miei figli come avrebbero fatto?
Cos’ha detto ai suoi figli?
Ho dovuto cambiare scuola al più grande: i compagni continuavano a dirgli che suo padre era un assassino. Io sono una persona corretta, vivo nel rispetto delle regole, non ho mai preso una multa. Ma lei se lo immagina cosa significa essere additato come un sadico, uno squartatore?
Addirittura?
Le persone, vedendo le foto di Cucchi, spesso non realizzavano che fosse sul tavolo dell’obitorio dopo l’autopsia: ci hanno accusati di avergli tagliato il torace, di avergli cavato gli occhi, di avergli spento le sigarette addosso. A parte gli amici e i colleghi più stretti, a parte il mio avvocato, Diego Perugini, cui devo tutto, intorno a me per nove anni sono stati solo silenzio o insulti.
Adesso, però, i colpevoli non siete più voi.
Crede che un eventuale risarcimento possa ripagarmi di quanto ho subìto? Il problema è che nessuno ha avuto un pensiero per noi, nessuno ha detto: ‘Guarda quei poveretti che sono andati al macello al posto di altri’. Nei confronti della famiglia Cucchi non ho nulla da recriminare, hanno perso un figlio o un fratello e cercano giustizia. Ma perché adesso non spendere una parola di solidarietà nei nostri confronti? Si parla di testimoni che subiscono pressioni e minacce. E io? Non dovrebbero dimenticare che è anche grazie alle nostre lotte – inizialmente contro tutto e tutti – che ora si può guardare alla giustizia.
Torniamo al 2009. Lei è ancora convinto di aver fatto tutto quello che avrebbe dovuto, nel momento in cui ha preso in consegna il ragazzo nelle celle del Tribunale di Roma?
Senta, io ho chiamato il medico perché Cucchi mi disse di avere mal di testa. Voleva una pastiglia e non ero certo io a potergliela dare. L’ho avuto in custodia 45 minuti.
Però, a parte la testa, arrivò che zoppicava…
Camminava da solo. Era magro. Ma io non l’ho perquisito e ho potuto vedere solo i segni sul viso: ce ne sono tanti che arrivano così.
Ci sta dicendo che tanti vengono picchiati durante l’arresto?
No. Ho visto persone ingessate perché cadute, investite durante un tentativo di fuga, arrestate nel corso di una rissa. Noi non sappiamo cosa è accaduto prima che entrino in carcere. Cucchi si vedeva che non stava bene, ma purtroppo capita spesso di vedere persone sofferenti.
Minichini, ancora una cosa: la Procura di Roma le deve chiedere scusa?
Ma scherziamo? Sono grato al Procuratore Giuseppe Pignatone e al pm Musarò, perché hanno il coraggio e la volontà di andare fino in fondo. I pm Vincenzo Barba e Francesca Loy (che hanno rappresentato l’accusa nel primo processo, ndr) secondo lei meritano la mia gratitudine? Posso dire che hanno svolto il loro lavoro egregiamente? La risposta è negli atti.
Adesso Matteo s’affitta a gettone
Prenota anche tu un Matteo Renzi: l’ex premier offre i suoi servizi a gettone. Come noto, il senatore di Scandicci a tempo perso è conferenziere, e affitta le sue perle al miglior offerente, seguendo l’esempio illuminato di Tony Blair e altri politici in pensione. La novità, come ha scritto il Giornale, è che Renzi ora si affida a un’agenzia di procuratori: la Celebrity Speakers Associates (che ha tra i suoi clienti Amartya Sen, Joseph Stiglitz e Josè Manuel Barroso). Il suo profilo sul sito della Csa è un inno alla modestia: “Ha guidato il paese nell’uscita dalla recessione economica accelerandone la fine con la riforma del mondo del lavoro e delle misure fiscali. Ha inoltre modernizzato l’Italia con una serie di riforme nel campo dei diritti civili attese da decenni”. Ora – destino cinico e baro – non gli resta che andarne a parlare in giro. Anche perché Renzi ha tra i suoi punti di forza “un doppio punto di vista: quello dei cittadini e quello dei leader mondiali”. I primi sono quelli che hanno smesso di votarlo, i secondi quelli che non può più incontrare. Avete bisogno di un Renzi a una conferenza internazionale? Niente paura: il nostro “presenta in italiano, inglese e francese” (altri indimenticabili “shish”?). Unico problema, il prezzo: Renzi è nella fascia dei conferenzieri più costosi, si affitta a non meno di 20mila euro a intervento.
Ceccardi, sindaca-ultrà che salvinizza la Regione
Ieri Cascina, oggi Roma, domani, forse, la Toscana. Se si cerca un laboratorio locale della Lega salviniana, quella senza più il Nord e col pallino dell’immigrazione, basta bussare all’ufficio di Susanna Ceccardi.
Trentuno anni, di cui otto passati in Lega e due come sindaca di Cascina, in provincia di Pisa, adesso dovrà dividersi tra il Viminale, dove Matteo Salvini l’ha appena scelta come consigliera per il programma di governo e le attività parlamentari e la Toscana, dove è appena diventata commissaria della Lega e dove continuerà a guidare il suo Comune. Con un occhio al 2020, quando Ceccardi potrebbe essere il nome giusto del Carroccio per la corsa alla Regione.
Niente male, per una che quattro anni fa stava per mollare tutto e andarsene all’estero, delusa dalle lungaggini degli studi in giurisprudenza, da una giustizia da riformare e da un Paese in cui “si dovrebbe fare tabula rasa della Costituzione” (Ceccardi dixit) per favorire gli indipendentismi locali. Altri tempi. Ora la sindaca di Cascina è il fiore all’occhiello degli amministratori leghisti, perfetta riproduzione locale dei cavalli di battaglia, del linguaggio e della retorica del Capitano.
L’urlo di battaglia del partito è “Prima gli italiani”? E lei studia con l’assessore Edoardo Ziello – ora deputato – criteri più stringenti per l’assegnazione delle case popolari di Cascina agli stranieri. Salvini dice che servono le ruspe? Ecco che lei immortala su Facebook i bulldozer in azione: “Dopo anni di segnalazioni per il degado dietro alla stazione, finalmente arrivano le #RUSPE!”. E se il Capitano lancia la crociata contro i “comunisti col rolex” e i “buonisti”, Ceccardi segue a ruota criticando persino John Lennon – buonista per eccellenza, si sa – e la sua Imagine, canzone “carina” ma con parole “aberranti”, che descrivono “un mondo senza fede, senza valori, senza proprietà privata”, insomma, “un mondo che non è umano”. Molto meglio Fabrizio De Andrè – dice lei ancora in piena sintonia con Salvini – anche se forse tutto si sarebbe immaginato, Faber, meno che di diventare il citatissimo simbolo culturale della nuova destra italiana. Ma per Ceccardi la ditta – pardon, il partito – è il partito: se a Roma è tempo di contratti con i 5 Stelle, a Cascina la sindaca propone di allargare la maggioranza ai consiglieri grillini; se Salvini finisce sotto accusa per il caso Diciotti, lei a Vanity Fair lo difende e parla di una “politica umanitaria” del Viminale “che ha diminuito i morti in mare”.
Il vicepremier, dal canto suo, non hai mai risparmiato elogi al “modello Cascina”, tanto che anche per lanciare i candidati leghisti in Trentino Alto Adige – dove si vota domenica – ha citato la sindaca: “C’è una bella differenza tra gli amministratori leghisti e tutti gli altri. A Cascina con la nostra Ceccardi i contributi affitti premiano finalmente gli italiani”. D’altra parte è anche grazie a lei se, negli ultimi due anni, la Lega ha scorticato il fortino rosso del Pd in Toscana, strappando Massa, Pistoia, Pisa, Siena e Grosseto.
Per questo la Lega regionale la vorrebbe governatore tra due anni per tentare l’ultimo grande scippo ai dem. Si vedrà. Prima ci sono Cascina e il Viminale, dove appena arrivata, tanto per cambiare, ha parlato come il Capitano: “Sono contenta per il decreto sicurezza. Per chi ha lucrato per anni sull’immigrazione è finita la pacchia”. Dal Vangelo secondo Matteo.