In Toscana vince Bonafè: 46mila voti di ossigeno a Renzi

Nel bel mezzo della lenta uscita dal guado post-elezioni, il Pd deve fare i conti ancora una volta con la Toscana, tempio di quel renzismo che una parte del partito vorrebbe sconfiggere nelle primarie per la segreteria nazionale in programma il 10 febbraio. Qualche indicazione potrebbe uscire venerdì dalla nona edizione della Leopolda, la kermesse fiorentina del Giglio magico a cui potrebbe partecipare anche Marco Minniti, nome forte dei renziani – ancora in dubbio sulla candidatura – per non lasciare il Pd in mano a Nicola Zingaretti.

Ma intanto da ieri, sempre in Toscana, il Pd ha messo il primo punto fermo verso il congresso nazionale. Simona Bonafé, 45 anni, renziana di ferro e eurodeputata dal 2014, ha vinto le primarie contro Valerio Fabiani diventando così la segretaria del Pd regionale, reduce dalle dimissioni di Dario Parrini a seguito del disastro elettorale del 4 marzo.

A sostenerla è stato il 63,2 per cento dei circa 46mila votanti, numeri lontani anni luce dai 210mila elettori toscani che si erano espressi per le primarie nazionali dello scorso anno tra Renzi, Andrea Orlando e Michele Emiliano, ma comunque superiori alle caute attese del partito.

Quella di Bonafè è una vittoria molto più che simbolica: la segretaria avrà mani libere sulle candidature alle amministrative del 2019 alle regionali del 2020. L’obiettivo, dopo le ripetute sconfitte degli ultimi anni, è quello di scongiurare altri crolli, evitando soprattutto di cedere al centrodestra o ai 5 Stelle Firenze, dove Dario Nardella scade l’anno prossimo, e la Regione, governata da Enrico Rossi dal 2010.

Che Bonafè ci riesca o meno, la sua vittoria significa che l’area del Pd riconducibile a Renzi è riuscita a tenersi uno dei due più grandi bacini di voti del partito, insieme all’Emilia Romagna. Non senza fatica, certo, perché la candidatura dell’eurodeputata era arrivata dopo mesi di battaglie interne sia al Pd, con Fabiani sostenuto dalla minoranza orlandiana e da Zingaretti, sia allo stesso Giglio magico, spaccato attorno alla possibile corsa di Federico Gelli, che poi si è fatto da parte sostenendo Bonafè.

Ma se i renziani riuscissero a spuntarla anche in Emilia, dove il congresso si rinnoverà nei prossimi mesi, a quel punto controllerebbero comunque gran parte dei voti e degli uomini sui territori, indipendentemente dall’esito delle primarie nazionali per la segreteria.

Con buona pace di Zingaretti, che domenica ha lanciato la sua “Piazza Grande” a Roma – e che rivendica il suo ruolo di rottura rispetto alla linea politica degli ultimi anni – e di Paolo Gentiloni, fuori dalla competizione ma al fianco del governatore del Lazio sul palco, oltre che degli altri candidati. Il rischio per gli aspiranti segretari, tra cui ci sono anche Francesco Boccia e l’ex fedelissimo Matteo Richetti, è quello dunque di dover fare i conti, anche in caso di vittoria, con sezioni locali in mano ad altri, lasciando così agli stessi gruppi di potere il compito di rinnovare candidature e linee politiche che negli ultimi anni hanno devastato il consenso del Pd anche la dove sembrava impossibile una vittoria della destra o del M5S.

L’elezione di Bonafè è quindi ossigeno per i renziani anche in ottica nazionale, in attesa di sapere cosa deciderà Marco Minniti. Domenica Gentiloni ha avuto parole al miele anche per lui, ringraziandolo “per quanto fatto al governo” e ergendosi a padre nobile del partito, forse anche per smarcare l’ex ministro dell’Interno dall’etichetta di candidato di Renzi. Alla cosa tiene molto lo stesso Minniti, che ancora non ha accettato ma che, in ogni caso, vorrebbe smarcarsi dall’abbraccio dell’ex premier. Per questo, nonostante il corteggiamento dei renziani – ieri è stato il turno di Ettore Rosato e Alessia Morani, che lo hanno indicato come il candidato ideale alla segreteria – Minniti si prenderà ancora qualche giorno per decidere. Poi magari l’aria toscana porterà consiglio.

La scelta di Giachetti: “Lascio il Parlamento, resto in Campidoglio”

La commissione nazionale di garanzia del Pd gli ha imposto di scegliere: o il Parlamento o il Campidoglio. E Roberto Giachetti “ha scelto Roma”, ossia di restare in Consiglio comunale. Così ha deciso l’ex vicepresidente della Camera, che nel 2016 si era candidato come sindacato della Capitale, perdendo il ballottaggio contro Virginia Raggi. Una volta sconfitto, Giachetti ha mantenuto la doppia carica di deputato e consigliere comunale, conservandola anche dopo la rielezione alla Camera lo scorso marzo. Ma la commissione dem con una delibera ha spiegato che la condizione in cui si trova Giachetti è quella di “incompatibilità e non di incandidabilità”. E che la direzione del partito avrebbe potuto votare “una deroga preventiva per la incompatibilità sopravvenuta in caso di elezione in Parlamento, ma non l’ha fatto”. Così i garanti gli hanno dato tempo fino al 31 dicembre per decidere quale carica tenere. E Giachetti ha deciso: “A chi mi dice di scegliere tra il Pd e Roma, sappia, con tutto il dispiacere del mio cuore, che io scelgo Roma. In campagna elettorale ho preso l’impegno di non dimettermi, ancorché fossi stato sconfitto, rimanendo a disposizione della città dai banchi dell’opposizione. E così ho fatto”.

L’islamizzazione avanza a colpi del nemico “cous cous”

Non bastava la storia dei bambini stranieri esclusi dalle mense a Lodi, ora al centro della discussione politica è finito pure il menù di due scuole di Peschiera Borromeo, l’istituto Montalcini e l’istituto De Andrè, che contano circa 2.500 alunni. Il problema del giorno, quello per cui tocca indignarsi e chiamare in causa i pericoli della corrente filo-islamica che sta subdolamente manovrando il Paese, è il fatto che in quel menù sia stata eliminata la carne di maiale (che prima era presente due volte al mese, sotto forma di prosciutto e bistecca di lonza), e inserito una volta al mese il cous cous.

Il grave attentato alla cucina nostrana (nonché l’evidente intenzione di radicalizzare i due istituti di Peschiera) è stato segnalato non da genitori preoccupati, ma da un diligente e super partes giornalista locale il quale ha firmato un articolo in cui sosteneva che “la scelta del menù assomiglia di più ad una scelta di comodo per non gestire eventuali sostituzioni nel menù per motivi etici, religiosi o culturali” e in seguito pubblicava una lettera non firmata di un presunto genitore di due bambini di una delle scuole per cui l’assenza di maiale sarebbe una “fatwa senza senso”. “Con il cambio del menù mia figlia ha forti crisi d’ansia prima di andare a scuola, vive un disagio ENORME, colpa di genitori invasati no vegan!”, avrebbe poi aggiunto un’altra mamma (che non si firma) in una seconda lettera pubblicata dal giornale locale. Caso vuole che il giornalista in questione sia anti-vegano, abbia come foto copertina su Facebook un suo ritratto con Giorgia Meloni e sempre caso vuole che dopo un po’ la Meloni, twittasse: “In una scuola di Peschiera Borromeo viene eliminato il maiale per fare posto al cous cous, alimento tipico nordafricano. Ora sono i figli degli italiani a doversi adeguare alle esigenze alimentari di chi dovrebbe integrarsi? Questa è follia”.

Inutile dire che qualche genitore dei due istituti si è allarmato, del resto magari oggi è il cous cous al posto della lasagna, domani i bonghi al posto del flauto, dopodomani la genuflessione in direzione di La Mecca anziché i piegamenti in palestra e così via. Il “cous-cous gate” a quel punto travolge anche la politica. L’assessore regionale alla Sicurezza Riccardo De Corato (Fdi) amplia il discorso: “Noi togliamo la carne di suino nelle mense ai nostri figli, mentre in cambio loro umiliano e trattano come se fossero oggetti di loro proprietà le donne!”. Che non si capisce cosa c’entri, ma almeno non ha aggiunto un “buonisti” come chiusa. E non finisce qui. L’assessore leghista Fabio Rolfi commenta preoccupato: “Se si tratta davvero di un favore alla comunità islamica la Regione Lombardia scenderà in campo: sono iniziative ideologiche sulla pelle dei bambini, la carne di maiale deve stare nelle mense scolastiche perché fa bene!”. Ora, a parte che il cous cous si mangia da sempre in varie regioni d’Italia (a San Vito Lo Capo ogni anno c’è il Cous cous festival), a parte che nel menù di quelle scuole ci sono anche il “riso all’inglese”, l’hamburger e le carote alla Julienne ma la Meloni non s’è agitata, a parte che varie imprese italiane producono il cous cous e ricordavo che Lega e Fdi fossero in prima linea per sostenere le imprese italiane, la faccenda è decisamente surreale. “È una strumentalizzazione becera della politica”, afferma l’assessore alla cultura di Peschiera Borromeo Chiara Gatti. “Nasce tutto da un articolo di un giornalista locale vicino a Fratelli d’Italia che ha creato un caso sul nulla. Il menù l’ha deciso l’Ats (l’ex Asl, ndr) e gli stranieri non c’entrano niente, tra l’altro sono 35 su 2.500. Sono stati eliminati il prosciutto e la bistecca di lonza, che per giunta era spesso dura e poco gradita. Il cous cous con le verdure è un cibo colorato, allegro alla vista, cosa importante per stimolare i bambini all’appetito”. E aggiunge: “Il caso non esiste, io ho ricevuto in tutto due mail di genitori contrari su 2.500 famiglie e quella lettera sulla bambina che ha attacchi d’ansia per il menù francamente mi lascia molto perplessa. Per ora non cambia nulla, come sempre valuteremo a fine mese quello che i bambini lasciano di più nel piatto”.

Paola, mamma di un bambino dell’istituto Montalcini, è parecchio arrabbiata. “Nel menù non vedo neppure carne di cervo, di coniglio e di agnello, mica solo di maiale, spero che il sindaco non si lasci intimidire dalla protesta di quattro oche aizzate da un giornalista locale. Sto sentendo cose allucinanti, si sono create due fazioni, una di genitori come me che non vedono il problema, e una di genitori che definiscono il menù ‘esotico’ e scemenze simili. Che raccolgano pure le firme per protestare se vogliono, ma noi genitori ragionevoli per fortuna siamo più numerosi. Ci stanno usando per alimentare la politica dell’odio, altro che cous cous”. Infine, è intervenuta su Facebook la sindaca Caterina Molinari: “Nelle nostre scuole non si mangia né italiano, né etnico, né vegano. Nelle nostre scuole si mangia sano ed equilibrato, si insegna ai bambini anche attraverso l’alimentazione ad essere uomini e donne preparati ad affrontare il mondo”.

Insomma, una polemica strumentale montata ad arte per farci credere che i musulmani ci vogliano conquistare a colpi di falafel, kebab e cous cous. Ah, già che ci siamo qualcuno dica alla Meloni che il suo cognome non ha origini autoctone, perché il melone sarebbe originario dell’Africa. Come il cous cous. Da domani si faccia chiamare Giorgia Corbezzolo.

Bonus libri ai bimbi immigrati: in Veneto vogliono i certificati

Documenti aggiuntivi, certificati rilasciati dal Paese di origine per avere accesso alle agevolazioni scolastiche. Un nuovo caso Lodi (che riguardava l’accesso alle mense scolastiche) scoppia in Veneto e accade per i bonus libri. La Regione ha deciso che per avere il contributo sull’acquisto dei testi scolastici, i cittadini non comunitari devono presentare sia la certificazione Isee (richiesta a tutti), sia un certificato sul possesso di immobili o percezione di redditi all’estero che sia rilasciato dalle autorità del Paese di provenienza. La richiesta è nella pagina “Istruzioni per i richiedenti” pubblicata sul sito della regione Veneto, dove si specifica anche che tutta la documentazione doveva essere presentata entro il 15 ottobre, ossia ieri. Il problema, come per Lodi, è burocratico e logistico: per la stragrande maggioranza delle famiglie extracomunitarie ottenere documenti di questo tipo dai propri Paesi d’origine è difficile e a volte impossibile. Mentre arriva la condanna da diverse parti politiche, la Regione spiega che “la richiesta di un certificato ai cittadini non comunitari per usufruire dei buoni per l’acquisto di libri ricalca quanto stabilito dalla normativa statale”.

Modello leghista da Voghera a Vigevano

Lodi, ma non solo. E non solo mense e scuolabus. Anche, ad esempio, le case popolari. Il concetto tutto salviniano e leghista è sempre lo stesso: “Prima gli italiani”. Un refrain che piace a molti, soprattutto se accoppiato al “prima chi ne ha diritto”, ma che nella pratica si porta dietro un rischio di discriminazione molto alto. Le politiche locali di esclusione degli stranieri da alcuni diritti fondamentali come la casa e la scuola oggi danno fuoco alle polveri di una guerra fatta di carte e non solo. La delibera della giunta leghista di Lodi fa leva sul “rispetto delle regole”. Per accedere a tariffe agevolate bisogna portare certificazioni originali di non possesso di beni immobili nei paesi di origine. In alternativa lo straniero dovrà pagare la tariffa massima. L’autocertificazione non basta più. Lo dice Lodi, lo hanno detto ancora prima il Comune toscano di Cascina (Pisa) e la sindaca leghista Susanna Ceccardi, nonché consigliera del vice premier Salvini. In questo caso il tema sono le case popolari.

Risultato: il 75% degli aventi diritto ora sono italiani. A Cascina si fa leva sul fatto che esiste la possibilità di chiedere ai cittadini comunitari ed extracomunitari certificazioni sul possesso o meno di beni immobili. Si tratta di un decreto del presidente della Repubblica del 2000. È lo strumento utilizzato oggi a Lodi, ma anche a Vigevano, ma anche a San Giuliano milanese. Un risiko di Comuni quasi tutti a guida leghista.

Ma prima di loro c’è stato il caso di Voghera. Anche qui la giunta era del Carroccio, anche qui il regolamento modificato imponeva carte e certificati originali. Tutto, però, è finito nel 2013, quando la Presidenza del consiglio con un decreto ad hoc semplifica e parifica i documenti da presentare per aver accesso a tali prestazioni. Fuori da qualsiasi tecnicismo, si afferma che la dichiarazione del reddito (per la quale vale l’autocertificazione) comprende anche i beni immobili eventualmente posseduti in patria. Spiega poi che “allo straniero è riconosciuta parità di trattamento”. Dunque il documento del 2013 supera quello del 2000, come sostengono, tra l’altro, i legali del Naga e dell’Asgi che hanno fatto i ricorsi a Lodi. Per questo il Comune di Voghera è stato costretto ad annullare quella delibera. Del resto proprio questo precedente è uno dei cardini su cui poggiano i ricorsi contro la delibera del sindaco Casanova. Eppure il sindaco di Lodi va avanti. E prosegue anche la giunta leghista di Vigevano guidata da Andrea Sala. Qui poche settimane fa una bimba boliviana di 5 anni è rimasta fuori dalla mensa perché la madre non ha portato la certificazione. A nulla è servito spiegare che la famiglia laggiù vive nella foresta.

Mentre un cittadino siriano ha ottenuto il passaggio alla tariffa agevolata solo perché la sua richiesta è stata accolta per motivi umanitari. Va detto, poi, che a Vigevano la questione va avanti dal 2015 e dopo il caos del primo anno, alcune posizioni, soprattutto di cittadini marocchini, sono state regolarizzate. A San Giuliano milanese il regolamento è appena partito. Ma anche qui, il vicesindaco Mario Grioni spiega al Giorno: “È una prescrizione di legge”. Ma se quella legge è stata superata da un’altra, allora che succede?

Niente asilo già per 5 bambini. E la sindaca non cambia linea

L’anno scorso suo figlio non è stato preso al nido perché era troppo piccolo, quest’anno nemmeno, perché il costo della retta con tariffa massima (570 euro) era troppo alto e così ha dovuto rinunciare. Non solo, davanti all’impossibilità di portare i documenti richiesti dal nuovo regolamento scolastico imposto dalla giunta leghista di Lodi, la madre ha anche dovuto firmare una rinuncia al posto in graduatoria, perdendolo definitivamente. Candide è nata in un villaggio del Benin, ma in Italia ci sta da 26 anni, lei che di anni ne ha 27. Parla italiano e suo figlio è nato in Italia. A Lodi è arrivata da poco. Prima ha studiato a Bologna, dopodiché a Milano. All’Accademia delle belle arti di Brera ha fatto la scuola specialistica in terapeutica artistica. Il suo compagno è originario del Togo, lui è operaio a Sant’Angelo Lodigiano in un’azienda locale. Candide invece è disoccupata.

“Nello Stato del mio compagno c’è una guerra in corso – spiega Candide –. E anche per me è impossibile trovare documenti di quel tipo in Benin”. Insomma, una situazione ideale per ottenere l’accesso alla tariffa minima e invece il nuovo regolamento ha estromesso suo figlio. E come questo bambino, a Lodi ce ne sono altri quattro, che hanno perso per tutto l’anno il diritto di poter andare al nido pubblico. Esclusi e discriminati, senza la possibilità di tornare indietro. Sì perché se anche il regolamento dovesse cambiare, le graduatorie per i nidi pubblici sono chiuse.

Prima dell’inizio dell’anno scolastico, il Comune doveva valutare 73 domande per una cinquantina di posti al nido. Su venti bambini che hanno fatto domanda e sono rimasti fuori, di circa 15 si sono perse le tracce (in sostanza hanno rinunciato all’iscrizione ben sapendo di non poterla pagare), altri cinque, invece, resteranno fuori perché impossibilitati a fornire i documenti accessori. “Quando sono andata in Comune – spiega Candide – mi è stato chiesto di mandare una rinuncia scritta, perché non potevo pagare la retta massima. Ma io quei documenti non posso produrli. Sono nata in un villaggio e da noi le cose sono ben diverse”.

Stessa trama per Mariela originaria della Bolivia, mentre suo marito è dell’Ecuador. E se Candide ha inviato una rinuncia via email, lei ha firmato un modulo in Comune. Per la sua bambina niente nido. L’anno scorso, però, non c’erano stati problemi. Quest’anno, invece, c’era la caccia ai documenti di non possesso di beni immobili. Così Mariela che non può permettersi un viaggio in Bolivia, ha provato ad appoggiarsi alla madre. Un documento è stato trovato. Spedito in Italia e presentato al Comune di Lodi è stato respinto. “Non è abbastanza”, le è stato detto. Non lo è perché la regola del comune vuole che l’attestazione non sia solo nella città di nascita ma in tutto lo Stato.

Insomma si sfogliano storie quasi in fotocopie, con famiglie radicate in Italia, figli nati qua e redditi minimi. Al nido come alla scuola per l’infanzia fino alla primaria. Niente documenti, niente mensa (e scuolabus) salvo che si accetti di pagare la tariffa massima.

Opposizioni e associazioni in queste settimane hanno lavorato molto fino a raccogliere 60 mila euro di donazioni. Il sindaco Sara Casanova però tira dritto e ancora ieri ha spiegato: “Il regolamento non si cambia, la legge deve valere per tutti”. Posizione che Matteo Salvini, nonostante i dubbi interni alla maggioranza espressi ieri dal presidente della Camera Roberto Fico (“Bisogna chiedere scusa ai bambini e riammeterli”), certifica e rilancia: “Andrò a Lodi per dare solidarietà al sindaco. Stop a chi vive alle spalle degli altri”. Eppure sulla vicenda rischia, ora, di aprirsi un altro fronte. Il Comune non solo stringe le maglie sull’anno scolastico in corso, ma, a quanto risulta al Fatto, ha intenzione di andare all’incasso del pregresso che riguarda una decine di famiglie e altrettanti bambini. Per capire bisogna tornare all’ottobre del 2017, periodo in cui la delibera viene approvata. La modifica dovrebbe ricadere sull’anno successivo, ma ora scopriamo che non è così. In quel periodo circa una decina di bambini viene iscritta a scuola per l’anno scolastico 2017-2018. L’iscrizione avviene sulla base del regolamento precedente. Nessuno in Comune li avverte che le regole sono cambiate.

Alcuni si iscriveranno con la tariffa minima, altri con la tariffa calcolata secondo il reddito. Si arriva così al settembre scorso, quando i funzionari li avvertono che a breve il Comune invierà loro delle notifiche per avere pagato anche il pregresso dello scorso anno. Ovvero la differenza di denaro calcolata seguendo le indicazioni del nuovo regolamento. E questo nonostante nessuno del comune, in quell’ottobre 2017, comunicò loro del cambiamento di regolamento.

Norme immigrazione, il Garante detenuti: “Siamo preoccupati”

“Contrarietà”, “perplessità” e “forte preoccupazione” per disposizioni che si prestano al rischio di “arbitri” e “abusi” ai danni dei migranti, e che sembrano in “contrasto” con la Costituzione e la Convenzione europea sui diritti umani. Con un parere espresso alla Commissione Affari Costituzionali del Senato, il Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma, boccia diverse delle norme contenute nel decreto legge su migranti e sicurezza. Il provvedimento, voluto da Matteo Salvini, era stato firmato dieci giorni fa dal capo dello Stato, che però lo aveva accompagnato con una lettera al governo contenente un richiamo alla Costituzione e ai trattati internazionali. Anche Palma, in una relazione di 18 punti, esprime alcuni dubbi. A cominciare “dal prolungamento” della durata del trattenimento presso i CPR, che “incide fortemente sulla libertà personale”. Esplicita poi la “contrarietà” alla nuova ipotesi di trattenimento del richiedente asilo per la determinazione o la verifica della sua identità, i cui termini possono arrivare fino a 210 giorni di detenzione: è “critica sotto il profilo della mancanza di protezione del diritto alla libertà da ogni arbitrarietà”.

Torino-Albertville, guerra fredda tra le due Procure

La piccola guerra fredda tra Italia e Francia continua. Il primo episodio che ha fatto scattare un’inchiesta della Procura di Torino è del 30 marzo 2018. Quel giorno, cinque agenti francesi, armati, piombano nella stazione di Bardonecchia e fermano un uomo, un migrante di nazionalità nigeriana in possesso di un regolare biglietto ferroviario per Napoli.

Secondo il racconto di alcuni testimoni, i cinque lo fanno scendere dal treno e lo sottopongono a controlli. Poi lo portano di peso nella stanza di una ong che opera a Bardonecchia, Rainbow4Africa, dove lo costringono a sottoporsi a un test delle urine per verificare l’assunzione di droghe. Risultato negativo. E arrivo dei poliziotti italiani del commissariato locale, chiamati dai medici e dai volontari della ong. A questo punto, i cinque francesi, agenti della Dogane, lasciano andare l’uomo e tornano oltre confine. Storia finita? No, perché il procuratore della Repubblica di Torino, Armando Spataro, il 13 aprile manda al magistrato suo omologo al di là della frontiera, il procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Grande Istanza di Albertville, un “ordine di investigazione europeo” su ciò che è accaduto il 30 marzo. L’ordine di investigazione europeo è un atto con cui l’autorità giudiziaria di un Paese dispone indagini, intercettazioni o altri atti d’inchiesta, che sono poi realizzati dall’autorità giudiziaria di un altro Paese. È una procedura che è usata quotidianamente tra le magistrature europee e che non ha bisogno di alcuna intermediazione politica o ministeriale.

Nell’ordine di investigazione europeo mandato ad Albertville, Spataro chiede “alla competente Autorità francese di comunicare le generalità dei cinque doganieri e di interrogarli (alla presenza dei pm di questo ufficio titolari delle indagini) quali indagati per i reati di concorso in violazione di domicilio commessa da pubblici ufficiali e di perquisizione illegale”. Il documento mandato in Francia chiede anche di trasmettere “ogni documentazione relativa alla attività degli indagati (attualmente ignoti)”, per capire quale operazione stessero compiendo e se avevano ricevuto ordini dall’alto. Risulta chiaro, secondo Spataro, “che gli accordi esistenti non autorizzavano appartenenti alla Autorità doganale francese a svolgere in Italia attività di polizia giudiziaria senza richiedere l’intervento di presidi di polizia giudiziaria italiana”.

La risposta arriva l’11 luglio: il procuratore di Albertville non ritiene eseguibile l’ordine di investigazione europeo, in forza di una vecchia convenzione del 1963 sottoscritta dei presidenti della Repubblica italiano e francese e di un accordo del 1990 con il quale “le Ferrovie dello Stato hanno messo a disposizione dell’amministrazione francese un locale nella stazione di Bardonecchia per l’esecuzione dei controlli a bordo dei treni in viaggio sulla linea Modane-Bardonecchia”. Secondo la Procura di Albertville, dunque, “il personale doganale francese sarebbe sottoposto alla giurisdizione della Francia” e non sarebbe indagabile dalle autorità italiane.

Spataro risponde con una nota del 24 settembre 2018, in cui afferma che la convenzione di applicazione dell’Accordo di Schengen, entrata in vigore nel 1995, ha rielaborato “l’intera materia dei controlli e degli inseguimenti transfrontalieri” e ha abrogato la convenzione del 1963. Comunque l’azione dei doganieri francesi il 30 marzo non è assimilabile a un controllo transfrontaliero, ma è “una vera e propria attività d’indagine, finalizzata a verificare l’eventuale trasporto di stupefacenti da parte della persona controllata”.

Non solo: la Procura di Torino fa notare ai colleghi d’Oltralpe che la convenzione di Bruxelles entrata in vigore nel 2009, “che riguarda la mutua assistenza e la cooperazione tra amministrazioni doganali”, prevede che i funzionari in missione, come quelli entrati in azione a Bardonecchia, “nel territorio di un altro Stato, sono equiparati ai funzionari di quest’ultimo per quanto riguarda eventuali violazioni subìte o commesse”. Ciò determina la competenza della magistratura italiana nel caso del 30 marzo. E ora? Spataro aspetta la risposta dei francesi. Intanto ha mandato gli atti al ministero italiano della Giustizia. E ha aperto un nuovo fascicolo sui fatti di Claviere.

L’Italia accusa: “La Francia scarica i migranti”

Gli sconfinamenti in Italia di agenti francesi potrebbero non essere un caso, un errore, un unicum. Non è il solo episodio, quello dei doganieri francesi che il 30 marzo 2018 hanno fermato un uomo di nazionalità nigeriana alla stazione di Bardonecchia: su questo fatto la Procura di Torino ha aperto un’indagine già nell’aprile scorso. Ma ora fonti del ministero dell’Interno informano che a Claviere, in Valsusa, venerdì 12 ottobre la polizia italiana ha avvistato un furgone della gendarmeria francese da cui sono stati fatti scendere due uomini, presumibilmente migranti di origine africana, lasciati in una zona di bosco. Il furgone, la cui targa è stata annotata dagli agenti italiani, è poi tornato oltreconfine.

La Digos di Torino ha consegnato alla Procura della Repubblica piemontese un rapporto che documenta i fatti con una serie di fotografie e con il numero di targa del furgone francese. I magistrati guidati dal procuratore Armando Spataro hanno subito aperto un’indagine. Stanno per ora studiando il caso, ma una prima ipotesi è che in territorio italiano gli agenti francesi possano aver commesso uno o più reati, tra i quali il sequestro di persona. La zona è monitorata dalle forze dell’ordine perché occupata da alcuni antagonisti e anarchici “NoBorder” legati all’organizzazione “Briser Les Frontieres”. Mercoledì della scorsa settimana è stata sgomberata la chiesa di Claviere occupata dagli antagonisti che vi avevano organizzato un ricovero per immigrati battezzato “Chez Jesus”.

Lo sconfinamento della Gendarmerie alza di nuovo la tensione fra Italia e Francia sulla questione migranti. Oltre allo sconfinamento, alle attività di polizia fuori dai confini nazionali e all’ipotetico sequestro di persona, i francesi potrebbe aver violato gli accordi internazionali per l’espulsione degli immigrati, che prevedono un avviso, da parte dell’autorità straniera, al commissariato di polizia o alla locale stazione dei carabinieri e la consegna dei migranti al posto di frontiera. La Farnesina chiede spiegazioni: “Il ministero degli Esteri si è immediatamente attivato con l’ambasciatore di Francia in Italia per chiedere chiarimenti. Un analogo passo formale, al fine di chiarire i termini precisi dell’accaduto, è in corso da parte del nostro ambasciatore a Parigi con le competenti autorità francesi. Appena stabilita la realtà dei fatti, la Farnesina ne darà completa informazione pubblica”.

In serata la prefettura del Dipartimento delle Alte Alpi ha reso noto che “le autorità italiane hanno riferito di un incidente al confine. Nell’ambito di una missione di rimpatrio di irregolari, un veicolo della gendarmeria ha attraversato il confine in direzione di Claviere, senza previa autorizzazione della polizia italiana. I primi controlli effettuati dalla prefettura confermano l’attraversamento. Sembra che la stazione di polizia di Bardonecchia fosse informata. Il veicolo non era destinato a entrare in territorio italiano: s’è trattato di un errore, gli agenti non conoscevano i luoghi”.

Ora fa il moderato, ma Silvio B. è stato il profeta dei populismi

Il populismo non è mai una dottrina. Un metodo, piuttosto. Nonché una patologia o una “sindrome”, per usare il termine classico del dizionario di politica di Bobbio, Matteucci e Pasquino. Alla base, meglio al vertice c’è “la capacità carismatica del leader di mobilitare la speranza e la fiducia delle masse nella rapida realizzazione delle loro aspettative sociali nel caso che egli acquisti un potere sufficiente” (Guy Hermet).

Il resto viene da sé, a seconda delle crisi politiche e sociali. Se il “popolo” è la maggioranza silenziosa dei moderati oppure una fetta predominante di poveri, precari e disoccupati, accomunati da rabbia e odio contro la Casta.

Assunto questo schema generale, la breccia populista in Europa, non solo in Italia, si è aperta ben prima del fatidico 2008 della grande recessione. Addirittura nel 1994 e l’uomo che sostituì l’analisi razionale dei problemi con un fideismo totalizzante si chiamava Silvio Berlusconi.

È un dato che oggi, soprattutto da parte delle élite e dell’establishment, si tende a rimuovere strumentalmente, anche perché l’ex Cavaliere nella sua fase senile – ha 82 anni – potrebbe trovarsi in quell’ampio fronte anti-sovranista che si sta organizzando per la battaglia campale delle elezioni europee del maggio 2019. Un motivo in più, questo, per leggere allora l’acuta ricerca che lo storico Antonio Gibelli, tra i massimi studiosi della prima guerra mondiale, ha dedicato al 26 gennaio 1994, il giorno in cui Berlusconi, senza contraddittorio e con un’abile semplificazione retorica, fece la sua discesa in campo con un video-monologo di nove minuti e ventinove secondi.

Il libro s’intitola appunto 26 gennaio 1994 e viviseziona i dettagli anche contingenti di quella storica decisione che di fatto sancì la nascita della Seconda Repubblica nel nostro Paese, all’indomani del crollo del pentapartito di governo (Dc, Psi, Pri, Psdi, Pli) a causa delle inchieste di Tangentopoli. Berlusconi si presentò come un finto uomo nuovo – finto perché faceva parte integrante, come imprenditore benefattore, di quel sistema corrotto – e usò il volume di fuoco delle sue televisioni per autonominarsi campione del pensiero liberale e dell’antipolitica, allo stesso tempo. Ex craxiano ed ex massone della P2 di Licio Gelli, B. usò come scudo comunicativo l’antinomia per eccellenza del populismo di ogni tempo: quella di amico-nemico. Il suo nemico erano i comunisti “illiberali”, nonostante la svolta della Bolognina di Achille Occhetto, così come oggi il nemico dei gialloverdi di Salvini e Di Maio è la tecnocrazia di Bruxelles. A una classe media disorientata per la fine della Dc e del Psi, l’ex Cavaliere offrì un nuovo miracolo: meno tasse, meno Stato (sociale), più individualismo e competizione. Il suo linguaggio era (ed è tuttora) completamente destrutturato, sciatto, infarcito di frasette banali, mai razionale.

Fu l’incipit di un populismo inedito per il Novecento, grazie alle tv: la videocrazia, che il Monde transalpino definì “peronismo mediatico”. Il risultato per Gibelli è questo: “A distanza di quasi un quarto di secolo, l’epoca aperta nel 1994 non si è ancora conclusa. Anzi quella pagina ha inaugurato una linea di tendenza divenuta mondiale, culminando nel successo di Donald Trump negli Stati Uniti. La simbiosi tra antipolitica e media di massa è passata dalla fase della videocrazia a quella del populismo digitale. (…). Di qui passano oggi l’erosione, lo sfiancamento, della democrazia allora inaugurati. Per quanto superato, al punto da aver perso la sua primitiva consistenza fisica attraverso un autentico processo di mummificazione preventiva, il Cavaliere di Arcore appare tuttavia più come un capostipite che come una meteora. Più come un precursore che come un episodio eccezionale”.

L’opera puntigliosa di Gibelli mette in evidenza altre caratteristiche dannose del berlusconismo primigenio, come lo sdoganamento dell’estrema destra missina che diede avvio al revisionismo sull’antifascismo e quindi alla sua sostanziale parificazione con il fascismo. Ma sono tre i punti di grande attualità che giova riportare.

Il primo riguarda la sottovalutazione che si ebbe del fenomeno berlusconiano. Silvio il Neofita venne liquidato con disprezzo e sarcasmo dall’unico partito sopravvissuto a Tangentopoli e candidato a vincere le elezioni politiche del 27 marzo 1994: il Pds già Pci di Occhetto. Com’è finita è noto a tutti. Viene in mente un altro episodio simile, in tempi recenti: l’arroganza di Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica, che nel 2012 disse di non vedere o sentire il boom pentastellato alle Amministrative di quell’anno.

La seconda questione è posta così da Gibelli: oggi la natura affaristica del berlusconismo è una “verità ormai consegnata ai libri di storia” ma quello che allora era ben chiaro “alle élite intellettuali, politiche e giornalistiche” stentò a diventare senso comune, coperto com’era “dai miti trionfanti dell’imprenditore di successo, del fascinoso, generoso capo di un grande club calcistico (il Milan, ndr)”. Lo studioso si sofferma sulla “tolleranza” che distinse i media dell’establishment, contro la criminalizzazione di B., e sulla capacità di penetrazione delle tv, “il populismo dell’audience”. Ma la chiave più convincente è il “rispecchiamento”: B. ripudiò “il paradigma della superiorità della politica sulla gente comune per quello del rispecchiamento; ovvero, alla certezza che solo parlando male della politica e dei partiti si può conquistare consenso”.

È quello che è accaduto pure il 4 marzo scorso, 24 anni dopo. Con una differenza decisiva. Quanti oggi, compresi gli stessi superstiti berlusconiani, accostano il Salvimaio al fascismo, adducendo la crisi delle istituzioni liberali dopo la Grande Guerra, dimenticano che il M5S ha percorso una strada solitaria e inedita. Al contrario, la fase che preparò l’avvento di B. ha varie analogie con il Ventennio: il blocco moderato e centrista decimato da Tangentopoli si affidò a B. con l’illusione di servirsene e poi congedarlo, proprio come Giolitti cercò di fare con Benito Mussolini. Ecco perché l’uomo di Arcore è stato l’inveramento del fascismo democratico intuito da Brecht. Quel giorno, il 26 gennaio 1994, è bastato sostituire le armi con la tv.