Guai per l’amico di Salvini. Tre anni e quattro mesi. È la pena richiesta dai pm per Edoardo Rixi. Il viceministro leghista è imputato nel processo genovese per le spese pazze che sarebbero state compiute dai consiglieri della Regione Liguria della passata legislatura. Con Rixi i pm hanno chiesto di condannare altri 19 ex consiglieri (3 le richieste di assoluzione). È l’inchiesta che, indirettamente, ha messo nei guai anche Matteo Salvini. Il leader leghista, infatti, parlando del rinvio a giudizio di Rixi disse: “Se so che qualcuno nella Lega sbaglia sono il primo a prenderlo a calci nel culo e a sbatterlo fuori. Ma Rixi è un fratello e lo difenderò fino all’ultimo da quella schifezza che è la magistratura italiana”. Salvini in seguito aggiunse: “Come ovvio, e per fortuna, ci sono tanti giudici che fanno benissimo il loro lavoro: penso a chi è in prima linea contro mafia, camorra e ’ndrangheta. Purtroppo ci sono anche giudici che lavorano molto di meno, che fanno politica”. La procura di Torino avviò un’inchiesta per il reato di vilipendio della magistratura. L’inchiesta pareva destinata ad arenarsi finché poche settimane fa dall’attuale Guardasigilli, Alfonso Bonafede (M5S), non è arrivato il via libera a procedere.
L’azienda è paralizzata mentre tutti aspettano la nuova lottizzazione
Viale Mazzini ha cambiato tre amministratori delegati in quattro anni. Il terzo è Fabrizio Salini, in carica da due mesi e mezzo. Marcello Foa ha ottenuto la presidenza in differita, un paio di settimane fa. Oltre al solito fluire di indiscrezioni su nomine e poltrone, oltre ai pranzi propiziatori di Gennaro Sangiuliano in mensa, di Alberto Matano da “Pagus” (c’è pure il piatto alla Matano) e degli ex dirigenti al “Trenino”, sempre nei paraggi di Saxa Rubra, nient’altro è accaduto in Rai. Così il governo di colore gialloverde rispetta le tradizioni italiane della televisione pubblica: prima la distribuzione dei posti, poi la gestione di un’azienda con 2,7 miliardi di euro di fatturato e 12.000 dipendenti, più l’inestimabile valore (potenziale?) culturale. Per i gialloverdi l’emergenza è il capo del Tg1 o il collega del Tg2, ma quelli forbiti rammentano che Viale Mazzini ha procrastinato molte “scelte strategiche” per troppo tempo. Per ragioni politiche, ovvio.
1. Il contratto di servizio – quello firmato con lo Stato che giustifica il versamento del canone – imponeva alla Rai di presentare un piano industriale e un piano editoriale entro il 7 ottobre 2018. Il vecchio Cda, stordito dai risultati elettorali, anzi delegittimato e ingabbiato, s’è lasciato morire di inedia. Il nuovo Cda, che di fatto s’è riunito due volte per questioni formali, non pare interessato all’argomento, o meglio non lo considera una priorità.
2. Il contratto di servizio, ancora, obbliga di rimodulare le testate giornalistiche e i canali non generalisti. Il testo è complicato, il senso è semplice: a Salini tocca un cospicuo taglio di poltrone. Il governo, però, segue l’ordine inverso: occupa le poltrone, non le distrugge. Non ha un progetto per la Rai, ma un progetto su chi va mandato o promosso in Rai.
3. Il piano editoriale, va confessato, è lo spettro di Viale Mazzini. Gli ultimi avvistamenti risalgono al gennaio del 2017, all’epoca di Carlo Verdelli, un giornalista orfano di coperture politiche e perciò rigettato dall’azienda tra le pernacchie. Verdelli era il direttore editoriale, ingaggiato da Campo Dall’Orto proprio per non avvicinarsi troppo a una materia incandescente che fa scaldare la politica: l’informazione. Dal gennaio 2017, fra un po’ si celebra il secondo anniversario, la direzione editoriale è affidata ad interim all’amministratore delegato. Una burla. Salini resuscita la struttura o la sopprime? Chissà. Per restare in tema: Rai Sport ha un direttore ad interim da giugno, il Gr da agosto, il Tgr da ottobre.
4. Milena Gabanelli ha lavorato invano al sito unico delle notizie, finché non l’hanno costretta a mollare. Un giorno il sito era nel piano editoriale, un altro era sganciato. Il piano editoriale non esiste e non se ne intravedono i prodromi, dunque la Rai pare condannata all’obsolescenza su Internet.
5. Antonio Marano, tra i primi leghisti con origini meridionali, è presidente e amministratore ad interim di Rai Pubblicità dal gennaio 2018. L’ex Sipra è una società controllata da Viale Mazzini con ricavi di circa 700 milioni di euro, la principale concorrente di Publitalia di Mediaset, un gigante del mercato, eppure il Cda a guida Mario Orfeo non è riuscito a scovare un sostituto di Fabrizio Piscopo, che si è dimesso nel dicembre 2017. In realtà, il Partito democratico spingeva per Mauro Gaia, già in affari con il papà di Matteo Renzi (dopo gli articoli del Fatto, la candidatura è fallita).
6. Il mese scorso è scaduto l’accordo tra Sky Italia e Viale Mazzini per la trasmissione di Rai4 al numero 104 (non 845) della piattaforma satellitare. Un modo, seppur piccino, per aumentare le sinergie tra i due gruppi. Rai ha interrotto il dialogo con Sky, che ormai è in piena sintonia con Mediaset, tant’è che Canale 5 è già tornato sul 105 e presto sarà il turno di Rete 4.
7. Rai Way, la società che gestisce le torri tv, ha assistito sonnecchiando al patto tra il fondo F2i e Ei Towers (Mediaset) che ha plasmato “2i Tower” con una monetizzazione di 200 milioni di euro per la famiglia Berlusconi. Che discorsi noiosi. Qui vale un motto: o Tg1 o morte.
Rai, nomine quasi fatte: al Tg1 la sorpresa Sciarelli
Settimana decisiva per le nomine Rai, anche se tutto è ancora in sospeso per gli attriti tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Nel M5S non sono piaciute le parole del leghista al Messaggero: “Noi non siamo epuratori, anzi per me qualcuno di quelli nominati da Renzi dovrà restare”. “Basta fare i fenomeni, le nomine non le fa Salvini. Salini e Foa sono garanzia di imparzialità e competenza”, la risposta dei grillini.
Il puzzle per le direzioni di reti e tg però è quasi completo, manca solo qualche limatura, con Salvini e Di Maio d’accordo sul puntare sugli interni, anche per evitare possibili contenziosi con la Corte dei Conti. Il Cda decisivo potrebbe essere convocato per giovedì o venerdì, mentre questa mattina Giovanni Tria sarà ascoltato in Vigilanza. La novità delle ultime ore riguarda il Tg1, per la cui direzione, in quota 5 Stelle, circola il nome di Federica Sciarelli. Non Alberto Matano e nemmeno Andrea Bonini di Sky, dunque, ma la giornalista conduttrice di Chi l’ha visto sarebbe il nome su cui Di Maio punta per il Tg più importante. In corsa c’è anche Franco Di Mare, ma su di lui ci sarebbe un veto della Lega, mentre Sciarelli è molto apprezzata anche da Salvini (che non si perde una puntata di Chi l’ha visto). La rinuncia al Tg1 da parte della Lega comporterà un ulteriore contropartita per il Carroccio. Innanzitutto il Tg2, dove in pole position c’è il vicedirettore del Tg1, Gennaro Sangiuliano. Ma Salvini potrà ottenere anche la radio, con Ludovico Di Meo o Luciano Ghelfi. Più la poltrona che ha già incassato al Tgr con Alessandro Casarin. Nel mirino leghista ci sono anche Rai pubblicità, con il manager Matteo Tarolli (spinto da Giancarlo Giorgetti), Rai Cinema e Rai fiction. Ma di queste caselle ci si occuperà in un secondo momento.
Lo schema delle reti si concluderebbe con Rai Uno alla Lega (Marcello Ciannamea) e Rai Due ai 5 Stelle (Carlo Freccero o Maria Pia Ammirati). Mentre Rai Tre resterebbe com’è: alla rete Stefano Coletta e al Tg Luca Mazzà, i “renziani” che, secondo Salvini, conservano il posto (anche se Mazzà ha già incontrato il “Capitano” con la mediazione della Isoardi). In casa 5 Stelle, invece, negli ultimi giorni si fa anche il nome di Giuseppina Paterniti, che potrebbe sostituire Antonio Di Bella a Rainews. E, con insistenza, quello del direttore di Fanpage, Francesco Piccinini, molto apprezzato da Di Maio, che potrebbe andare a dirigere il sito www.rainews.it. Dove però, in attesa che diventi una testata autonoma, dovrebbe accontentarsi di una condirezione. La carica offerta e rifiutata, a suo tempo, da Milena Gabanelli, da cui è scaturito il suo addio a Viale Mazzini. Grande attenzione sui criteri di nomina, con una lettera al Cda, è stata infine chiesta dal consigliere eletto dai dipendenti, Riccardo Laganà.
Matteo in russia con “La bestia”
Il contesto è quello delle grandi occasioni: Matteo Salvini domani torna nella Russia dell’amato Putin per confermare gli eccellenti rapporti con Mosca e per incontrare gli imprenditori italiani che lavorano nella Federazione, rassicurandoli sull’impegno del governo italiano per la fine delle sanzioni economiche. Che secondo Salvini sono “un’assurdità sociale, culturale ed economica”. E sul rinnovo delle quali ha già annunciato di essere pronto a mettere il veto a Bruxelles. Insomma: Salvini va a Mosca per rinnovare una lunga e consolidata amicizia. E quando si tratta di amicizia, giustamente, il Capitano non bada a spese, fa le cose in grande. Stavolta si porterà dietro un bel pezzo della sua squadra della comunicazione, quella che chiamano “La Bestia” ed è uno dei segreti del suo successo. Dovrebbero partire con lui il portavoce al Viminale Matteo Pandini, Andrea Paganella (il numero 2 del “guru” Luca Morisi, nonché suo socio ai tempi della Sistema intranet) e un altro dei ragazzi dello staff comunicazione (ma non sarà Leonardo Foa, figlio del neo presidente della Rai, uno dei giovani ingranaggi della macchina social del leghista). L’aereo sarà affollato, ma quelle dirette Facebook non si fanno mica da sole…
Di Maio-Salvini, la guerra finta dietro l’accordo
Prima ha fatto una guerra (abbastanza) finta all’alleato che voleva un condono largo, di quelli vecchio stile. Poi ha giurato di aver vinto, “perché abbiamo annacquato la dichiarazione integrativa” come ripetono come una parola d’ordine nel M5S. Rivendicando di aver scongiurato la sanatoria con la soglia massima da mezzo milione di euro che pretendeva la Lega, in cambio di una “pace fiscale”.
Due parole che sono una chiara litote per un condono di peso e impatto minore: ma che sempre condono è. Forse l’unico punto di caduta possibile per il vicepremier e capo politico dei Cinque Stelle Luigi Di Maio, che ieri ha giocato per ore a nascondino. Perché sapeva che era il lunedì in cui bisognava trovare la quadra, ossia quello in cui si sarebbe (ri)litigato. Così non ha partecipato al tavolo iniziato di prima mattina a Palazzo Chigi, lasciando che ad accapigliarsi con i leghisti fossero i suoi sherpa, la sottosegretaria all’Economia Laura Castelli e il ministro per i Rapporti con il Parlamento Riccardo Fraccaro.
Lui è rimasto nei pressi, nel suo ufficio sempre lì, nel palazzo. Per mettere pressione al Carroccio, certo, ma anche perché nel pre-vertice l’altro leader, Matteo Salvini, non c’era. Assenza nota almeno da domenica, ma comunque significativa. E chissà se concordata, tra i due vicepremier che ai tavoli finora non hanno mai bisticciato. “Si piacciono, si stimano, e non vogliono discutere: quando c’è una grana da risolvere fanno fare il lavoro sporco agli altri” raccontava giorni fa una fonte di peso del Movimento. E anche ieri hanno evitato il corpo a corpo.
E anche se da M5S e Lega assicurano che “no, Luigi e Matteo non si sono affatto messi d’accordo per evitare il pre-vertice” il dubbio di una scaramuccia in parte simulata rimane. C’è odore di mossa scenica anche nelle agenzie con cui per tutto il giorno Di Maio ieri ha fatto sapere che disdegnava il tavolo “perché non si può accettare che la Lega voglia il nero, ossia il non dichiarato dentro la pace fiscale” come sussurravano le fonti a 5Stelle.
Nel frattempo Salvini diffondeva il suo pro-memoria: “Agli amici del M5S dico: saldo e stralcio del cartelle di Equitalia per chi ha fatto la dichiarazione dei redditi, ma non è riuscito a pagare tutto, è nel contratto di governo. E per me quello vale”. Così nel centrodestra già gridavano allo scontro dentro il governo, fiutando l’odore del sangue. Ma probabilmente era sangue finto, gettato per opportunità sul campo dai due leader Di Maio e Salvini. Quanto bastava per battagliare a debita distanza, difendendo apparenze e rispettivi confini. E per sostenere da fuori i rispettivi rappresentanti, che per ore se le sono date (sul serio). Innanzitutto sul condono, certo. E poi sulle pensioni d’oro, un totem per Di Maio, con la Lega che a un certo punto ha fatto muro. “È un casino, non so come finirà” sospirava ieri pomeriggio un alto graduato grillino.
Però dopo il difficile lavoro preparatorio l’intesa si è materializzata, nel vertice vero e proprio con Di Maio e Salvini finalmente in carne e ossa. Perché il Movimento che di fatto “il nero” lo ha deglutito, eccome, fino a un massimo di 100mila euro. E il Carroccio che ha accettato le pensioni d’oro: non più dentro il decreto fiscale, come invocava da giorni il capo del M5S, ma nella manovra. A margine, dal Movimento dicono: “Faremo inasprire del 20 per cento le sanzioni per chi fa una dichiarazione fiscale infedele e aumenteremo i monitoraggi”. Sillabe per convincere che di più non si poteva fare. Ma nella pancia del Movimento più di qualcuno mastica amaro: “Era meglio toglierla del tutto, la dichiarazione integrativa”. Già.
Dire no al Tap costa 20 miliardi: “Non si può fare”
L’aria, quando si inizia poco prima delle 20, è quella da tragedia sia in senso psicologico che teatrale: tutti sanno che la storia va a finire male, ma vogliono recitare il copione fino in fondo. La riunione che si svolge a Palazzo Chigi col sindaco di Melendugno, gli eletti 5 Stelle in Puglia e pezzi di governo (presidenza, Mise, Ambiente, Sud, etc.) riguarda il Trans Adriatic Pipeline, il gasdotto meglio noto come Tap sulla cui utilità e bontà ambientale – com’è noto – esiste più di un dubbio, per così dire.
E però il Tap, oltre a coprire la distanza tra la frontiera turco-greca e le meravigliose coste del Salento, copre anche quella psicologica tra la piazza e il palazzo, tra l’opposizione e il governo, tra il cambiamento e il non c’è alternativa. In breve, la distanza tra “una volta al governo fermeremo il progetto in 15 giorni” (Alessandro Di Battista, aprile 2017) o “il Movimento era e sarà sempre No Tap” (Luigi Di Maio, 2 settembre) e “il Tap non si può bloccare: ci costerebbe tra i 15 e i 20 miliardi in penali” scandito dal governo ieri sera al tavolo con gli eletti No Tap che ora lasceranno che il Tap si faccia.
La questione delle penali non è aggirabile. Come Il Fatto ha già scritto più volte, il problema è un trattato internazionale (ratificato dal Parlamento a dicembre del 2013) con Grecia e Albania in cui l’Italia s’impegna a non ostacolare l’opera e, anzi, a rimuovere gli eventuali ostacoli. Sulla violazione di questo impegno – secondo i principi dell’Energy Charter Treaty (un trattato da cui l’Italia è peraltro uscita dal 2016) – si esprimerebbe il tribunale arbitrale di New York, ideologicamente strutturato attorno agli interessi delle imprese: Palazzo Chigi calcola appunto il risarcimento in 15-20 miliardi e lo giudica più che probabile visti gli impegni presi e il completamento dell’opera al 98% in Grecia e Albania.
La platea degli eletti No Tap non l’ha presa bene, tanto più che il sindaco di Melendugno (Lecce) – fiero oppositore del lungo tubo che deturperebbe una spiaggia del suo Comune – era entrato a Palazzo scolpendo questo: “Il Tap ha commesso illegalità e illegittimità: ci sono errori progettuali e falsificazione dei documenti, quindi si ferma non per responsabilità politica ma per responsabilità di Tap stessa”. Anche lui sapeva benissimo che non sarebbe successo, ma lo show ha le sue regole.
La maggior parte delle lamentazioni al tavolo di Palazzo Chigi, peraltro, sono state rivolte al povero sottosegretario al Mise Andrea Cioffi e al portavoce di Conte, Rocco Casalino, massime autorità in carica, diciamo, dal momento che i ministri erano tutti impegnati nel Consiglio che ha approvato la manovra economica: solo dopo sono arrivati Sergio Costa e Barbara Lezzi e, verso le 22, pure Conte. Il premier avrebbe potuto spiegare ai convenuti, ma non l’ha fatto, che tra le poche richieste ultimative rivoltegli da Donald Trump a Washington c’è stato il Tap: “Va fatto”. E l’Italia adesso non può proprio permettersi di scontentare il suo unico alleato di peso.
La tesi degli “ostili” è che le autorizzazioni concesse al consorzio Tap (che le ha tutte, compresa la Via, valutazione d’impatto ambientale) sono viziate da cartografia errata e/o manomessa e, in particolare, sperano che il ministero dell’Ambiente blocchi tutto con una nuova Via grazie alla “posidonia”, una pianta acquatica protetta che sarebbe presente nei fondali d’arrivo del gasdotto. Problema: la posidonia non risulta dalle carte e non si può fare una nuova Via senza prove (sempre per quel problema dei ricorsi). Questo rende impossibile anche “il piano Emiliano”, cioè spostare l’approdo a Brindisi: anche così, infatti, c’è il rischio di risarcimenti altissimi.
Costa ha promesso nuovi controlli in 48 ore sulla questione “posidonia” e Conte detto senza farsi capire che il Tap si farà. È rimasta nell’aria l’ultima idea: si faccia almeno una consultazione popolare. Impossibile, ma servirebbe a salvare (un po’) la faccia sul territorio, dove gli eletti grillini hanno cavalcato l’onda No Tap e oggi pagano il prezzo del tradimento. O solo della distanza che separa la piazza dal palazzo.
Incompatibilità, torna la norma anti De Luca. Ma protesta il Molise
La norma era già stata stralciata a fine settembre dal decreto emergenze, ma ora è tornata: lo stop al doppio ruolo tra governatori di Regione e commissari alla sanità è, infatti, una novità del decreto fiscale. Il Dl reintroduce l’incompatibilità tra la figura commissariale e ogni altro incarico istituzionale ricoperto nella stessa Regione, rimossa dalla legge di bilancio 2017 (governo Renzi). La misura scatenò la polemica due anni fa come norma a favore del presidente della Campania, Vincenzo De Luca. E commissario è oggi nel Lazio anche Nicola Zingaretti. Ma le polemiche sono arrivate dal governatore del Molise, Donato Toma del Centrodestra: “Se l’incompatibilità non poteva essere stabilita attraverso un Decreto legge (dl Emergenze), non vedo perché oggi si possa fare. Anche in questo caso non c’è il carattere della necessità e urgenza”. Una settimana fa lo stesso Toma aveva puntato il dito contro il governo che “riprova a penalizzare il Molise. La Conferenza delle Regioni si è schierata per la mia nomina. Non posso credere che Salvini, il sottosegretario Giorgetti e la delegazione della Lega, i cui esponenti sono parte integrante della mia maggioranza possano permettere di perpetrare una tale ingiustizia”.
“Cos’è questo?”. E Conte scoprì la ‘manina’
Domenica sera, preconsiglio dei ministri, vigilia di approvazione del decreto Fiscale. Attorno al tavolo ci sono Giuseppe Conte, i suoi ministri e sottosegretari, vari tecnici. Arrivano le bozze aggiornate del testo e, racconta chi c’era, il capo del governo in persona alza il sopracciglio: “Scusate, che roba è?”.
Tra le mani tiene il testo dell’articolo 23: due commi che muovono 84milioni di euro in tre anni intitolati a “Disposizioni urgenti relative alla gestione liquidatoria dell’Ente strumentale alla Croce rossa Italiana”. Righe così urgenti, che nessuno sa chi le abbia scritte: si materializza, insomma, la solita “manina”, l’eterna burocrazia senza nome che sa erigere muri sulle virgole e abbattere montagne in una riga. E così facendo, fatalmente. comanda. La norma, in soldoni, stabilisce che i 117 milioni di euro l’anno appena stanziati dal Mef a favore della Croce Rossa siano da rimodulare almeno in parte, conferendo annualmente una quota significativamente maggiore alla struttura commissariale retta da Patrizia Ravaioli, già direttore generale della Cri e liquidatore, nonché moglie di Antonio Polito, notista politico e vice direttore del Corriere della Sera. Il commissario evidentemente ha bisogno di soldi per il personale e per le “spese correnti di gestione”. E prontamente qualcuno li trova. Nel decreto che ha sbloccato i fondi, quelli per l’ente liquidatore si fermavano a 15.190.765 l’anno per tre anni. La rimodulazione spuntata nel decreto fiscale assegna alla struttura oltre dieci milioni in più, sempre a valere sul Fondo sanitario nazionale, arrivando a 28,1 l’anno. Magari è un bene, magari no. Il punto è che nessun “politico”, a quanto pare, ne sapeva nulla.
Letta la norma, stando a ricostruzioni convergenti, Conte ha fatto un rapido giro di consultazioni tra i presenti e nessuno l’ha rivendicata. Non il ministro della Difesa Trenta che, non ha più competenze sul riordino della CRI. Non quello della Salute Grillo, che pure è autorità vigilante (e non nasconderà di nutrire alcune perplessità sul testo). Alla fine sarà Roberto Garofoli, già capo di gabinetto al Tesoro con Padoan e ora con Tria, a spiegare ai presenti che la norma è stata effettivamente scritta dal suo ministero, a livello di Ragioneria Generale dello Stato, al seguito di una interlocuzione con l’ente in liquidazione.
Inutile bussare alla porta di Garofoli per conferme, non risponde: “Di quell’articolo non so nulla”, taglia corto la commissaria Ravaoioli, che a precisa richiesta non fa nomi, ma a sua volta chiama in causa il Ragioniere dello Stato e il ministero della Salute. Prevedendo poi la bufera, precisa: “Io sono un manager, mi attengo alle opzioni politiche che stanno in capo al ministro”.
Il Mef, a sera, ha mandato al Fatto una nota in cui sostanzialmente rivendica la bontà della norma, ma non chiarisce chi l’abbia chiesta e scritta. Conte in persona, stando a chi c’era, l’avrebbe giudicata estranea al decreto per materia e scritta in modo da non diradare del tutto il sospetto che risorse stanziate per servizi finiscano a coprire altre spese. Così è arrivato l’aut-aut: o mi sapete indicare esattamente a quale urgenza risponde o questa cosa non passa. Nessuna risposta.
Manovra, alla fine Lega e 5 Stelle fanno pace fiscale
Una lunga giornata di trattative per partorire alla fine un compromesso fiscale. Con un decreto che si sdoppia e con un “condono” che si profila nelle sue tre componenti: rottamazione cartelle, chiusura dei contenziosi e, soprattutto, aliquota agevolata per l’evasione vera e propria. Qui si consuma il vero compromesso: il M5S incassa un limite a chi potrà usufruire del condono e incassa una norma detta “manette agli evasori. In cambio concede alla Lega la “pace fiscale”. A suggello delal giornata, la conferenza stampa sembra confermare la pace fatta anche con il ministro Giovanni Tria che annuncia che “a dimettermi non ci penso proprio”.
Il ravvedimento. La pace fiscale funzionerà così: per chi voglia dichiarare quanto evaso negli ultimi cinque anni, è prevista la “dichiarazione integrativa”, un “ravvedimento operoso” che integra dichiarazioni dei redditi già effettuate, svelando guadagni in nero con un tetto fino a 100 mila euro. La tassazione su questa evasione rivelata sarà del 20%. La Lega chiedeva il 15%, in linea con la sua idea di flat tax, alla fine si è accontentata del 20.
La rottamazione. Resta invece la rottamazione totale delle cartelle di piccolo taglio, fino a mille euro, dal 2000 al 2010, uno “stralcio” spiega il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che riguarderà circa 10 milioni di contribuenti mentre per i contenziosi superiori, con cartelle già ricevute e scontri legali già avviati, si potrà pagare la metà, senza sanzioni e interessi, se il contribuente ha vinto nel giudizio di primo grado, ma si scende al 20% di quanto dovuto se c’è stato un pronunciamento di secondo grado. In questo caso è prevista la rateizzazione in cinque anni.
Una manovra per due, quindi, con misure che accontentano entrambi gli schieramenti. Il rispetto del “contratto di governo” come ha spiegato il premier Giuseppe Conte in conferenza stampa finale.
Pensioni d’oro. E così i Cinque stelle riescono a mettere in legge di bilancio le pensioni d’ordo, con riduzione di quelle superiori a 4500 euro e con un risparmio di 1 miliardo in tre anni (in realtà sopravvalutato sulla base dei calcoli che finora sono stati fatti in Parlamento).
Quota 100. La Lega può vantare il risultato del superamento della riforma Fornero con quota 100 senza vincoli o limitazioni. “L’obiettivo è arrivare a quota 41 fissa” ha spiegato Matteo Salvini, riferendosi al requisito dell’anzianità contributiva “Per ora ci accontentiamo dell’incrocio tra 38 anni e 62 di età che permette a 400 mila persone di andare in pensione”.
Fondi immigrati. Salvini può vantare, ancora, il taglio di 1,3 miliardi del fondo per l’immigrazione nel triennio: “Abbiamo tagliato i 35 euro a migrante – esulta Salvini in conferenza stampa – spiegando che i fondi recuperati “saranno investiti in sicurezza”.
Taglia-scartoffie. Luigi Di Maio esalta da parte sua misure come il decreto “taglia scartoffie” per velocizzare l’amministrazione pubblica (ma assomiglia troppo ai vari taglia-leggi già promessi) e anche misure come quella che dovrebbe bloccare gli abusi dei medici nelle visite intra-moenia: i “furbetti” che allungano la lista d’attesa per costringere i pazienti a dirigersi verso i loro studi privati.
Tasse. In conferenza stampa Matteo Salvini vanta risultati ottimi a partire dallo “smontaggio” della legge Fornero “senza penalizzazioni di alcun tipo” e nessun “aumento di una tassa che sia una” tranne che per banche e assicurazioni. Per la Lega previsti anche 100 milioni alla “famiglia”.
Azzardo. Di Maio invece parla di un “nuovo contratto sociale che lo Stato stipula con i cittadini” sottolineando le pensioni d’oro, i tagli agli sprechi, “l’ulteriore tassazione del gioco d’azzardo”.
Reddito cittadinanza. Il “reddito di cittadinanza e la pensione di cittadinanza – ha assicurato Di Maio – saranno avviati nei primi tre mesi del 2019” con un effetto, conferma Di Maio, previsto per il 47% al Nord (come è anche logico vista la distribuzione geografica della popolazione italiana). Prevista anche “opzione donna” per permettere alle donne la pensione anticipata.
Cassa integrazione. Il ministro del Lavoro rivendica anche gli interventi sulla cassa integrazione. Viene rinnovata quella in deroga e in solidarietà.
Anti-De Luca. Nel decreto “taglia-scartoffie” sarà inserita anche la norma “anti-De Luca” che rende incompatibile il Commissario regionale alla Sanità e il Presidente della Regione (che riguarda anche Nicola Zingaretti) e diverse altre misure.
Rc-Auto. Introdotta la “Rc equa” cioè una riduzione delle assicurazioni auto nelle zone in cui i premi sono molto alti.
Attendiamo fiduciosi
Quando avranno finito di lamentarsi (sbagliato) perché i media ce l’hanno con loro e raccontano balle su di loro (vero), i gialloverdi dovrebbero rispondere a una semplice domanda: ma quando invece i giornali dicono la verità, che si fa? La si ignora lo stesso o si replica nel merito (come Conte sui suoi concorsi universitari), eventualmente si chiede scusa e si rimedia? Qualche caso, fra gli ultimi.
1) L’Espresso scova i tweet omofobi e sessisti di Enrico Esposito, avvocato di Acerra, amico di Luigi Di Maio che l’ha appena nominato vicecapo dell’ufficio legislativo dello ministero dello Sviluppo. Ora, può darsi che questo Esposito sia un fenomeno della legislazione. Ma uno che, dal 2013 al 2016, riesce a twittare che le quote rosa in politica servono a “levare le donne da mezzo (sic, ndr) alla strada”, che la Biancofiore sottosegretario di B. era “una mignotta in quota rosa”, che “in un Paese serio Vladimir Luxuria va in galera, non in Parlamento”, che “quando ti chiamano ‘ricchione’ o rispondi ‘a puttan e mammt’ o vai a piangere dalla maestra. Se fai la seconda cosa, sei ricchione davvero”, che “Dolce e Gabbana sono chiusi ‘per indignazione’. Ma si può sempre entrare dal retro”, significa che ha seri problemi, oltreché con la lingua italiana, anche con i minimi sindacali della nostra civiltà. Quindi o chiede scusa (e, per penitenza, rinuncia ai social per un anno), oppure al ministero dello Sviluppo si trova un legislatore un po’ meno indecente.
2) Ieri la Procura di Genova ha chiesto la condanna per falso e/o peculato di 21 ex e attuali consiglieri regionali liguri che intascarono rimborsi pubblici per spese privatissime spacciate per “istituzionali” (cene natalizie e pasquali, viaggi, gite al luna park, birre, gratta e vinci, ostriche, fiori e biscottini), fra i quali Edoardo Rixi, viceministro leghista delle Infrastrutture, che s’è visto chiedere 3 anni e 4 mesi di galera. Nel caso in cui Rixi fosse condannato, varrebbe ancora la regola del “governo senza condannati”, con le dimissioni di Rixi, o Lega e M5S farebbero un’altra eccezione dopo quella su Armando Siri, promosso a viceministro in barba al patteggiamento di 1 anno e 8 mesi per bancarotta fraudolenta?
3) Il Corriere ha scoperto che nel decreto per Genova una manina ha infilato un decretino per Ischia terremotata, che prevede un condono tombale per le case abusive e pure un “contributo fino al 100%” per ricostruire o ristrutturare nello stesso posto (sbagliato) quelle crollate “non totalmente abusive”. Non male, per un’isola con 28 mila abusi censiti su 64.115 abitanti (in media uno per famiglia).
Una vergogna che non aveva osato neppure B., autore di due condoni edilizi (1994 e 2003), ma un filino più limitati. È troppo chiedere il nome del proprietario della manina affinché sia licenziato in tronco, previo impegno a cancellare lo sgorbio in Parlamento; o, in alternativa, una rivendicazione ufficiale di Di Maio e Salvini con le motivazioni che li hanno spinti a condonare gli abusi nell’isola degli abusi?
4) Verdi e associazioni ambientaliste denunciano un altro condono nascosto nel decreto per Genova, anche questo del tutto estraneo alla ricostruzione del ponte Morandi: la Lega vi ha inserito (e il M5S ha abbozzato) l’articolo 41 che innalza il livello di idrocarburi nei fanghi di depurazione per il riuso in agricoltura da 50 a 1000 milligrammi per chilogrammo (venti volte tanto). In pratica – spiega il verde Angelo Bonelli – una licenza a “spargere un milione di tonnellate di fanghi carichi di idrocarburi e metalli pesanti sui suoli agricoli. Un regalo alle imprese che trattano le acque reflue di depurazione civili e industriali e che in regioni come Lombardia e Veneto hanno accumulato scorte che non riescono a smaltire. La Lombardia aveva già provato a fissare un limite ancor più alto, ma il Tar Lombardia ha bocciato la norma” a luglio. Ora la legge ribalta la sentenza del Tar e dà ragione agli inquinatori. Che dicono i 5Stelle, dopo dieci anni di battaglie ambientaliste? E il generale Costa, ottimo (sulla carta) ministro dell’Ambiente?
5) Siccome un condono tira l’altro, sta arrivando pure quello per gli evasori, camuffato spiritosamente da “pace fiscale”. Le opposizioni non possono aprire bocca, perché la storia della Repubblica è lardellata di condoni, esclusi i governi Prodi e inclusi i governi B. (lui li chiamava “concordati” e “scudi fiscali”) e Renzi (“voluntary disclosure” e “rottamazione delle cartelle”). Ma noi sì, visto che li abbiamo sempre contrastati. Ieri Salvini ha ripetuto che “il saldo e stralcio delle cartelle di Equitalia per chi ha fatto la dichiarazione dei redditi ma non è riuscito a pagare tutto è nel contratto di governo”. Per la precisione il Contratto di governo recita: “Pace fiscale con i contribuenti per rimuovere lo squilibrio economico delle obbligazioni assunte e favorire l’estinzione del debito mediante un saldo e stralcio dell’importo dovuto, in tutte quelle situazioni eccezionali e involontarie di dimostrata difficoltà economica” escludendo “ogni finalità condonistica”. Tetto di 100 mila euro a parte (e si temeva molto peggio), non conosciamo il testo finale della cosiddetta “pace”, che naturalmente escluderà chi alla presunta guerra si è sempre sottratto pagando le tasse. Vedremo se una riuscirà almeno a distinguere chi non ha pagato perché eccezionalmente e involontariamente non aveva i soldi da chi ha fatto il furbo. Ma questo mini-condono, prim’ancora di nascere, ha già fatto danni: ha dissuaso dal pagare chi stava per accedere al precedente (la rottamazione renziana), in attesa di quello nuovo. Con un crollo del gettito di un paio di miliardi. Per usare il frasario tipico dei gialloverdi: e ora chi paga? Fateci sapere.