L’attrice che chiede l’elemosina

Al semaforo di Villa Borghese c’è una zingara che chiede l’elemosina. Tutti le danno soldi, soprattutto gli uomini! È bellissima ed elegante, con una bambina in braccio vestita di pizzo sangallo bianco tutto inamidato, ha un meraviglioso vestito nero ricamato in oro, capelli lunghi al vento, occhi penetranti e una pelle ambrata come fosse dorata, con dei bei tratti da creola. Sembra un’attrice famosa, somiglia a Claudia Cardinale. Ma chi sarà? Non è la solita zingara come insegnano i luoghi comuni. No, lei sembra speciale. Ha un potenziale, un sorriso sicuro di sé come fosse una giovane nobile, sorridente, orgogliosa e gentile. La regina delle zingare. Legge la mano con un fare sinuoso e aggraziato. Se non le dai nulla ti sorride e ti dice: “Sarà per la prossima volta!”. Eppure anche lei avrà dei problemi, se no non starebbe lì al semaforo a chiedere soldi. Devo capire di più, abbasso il finestrino e le dico: “Signora, ma lei cosa ci fa bella com’è a un semaforo? Lei dovrebbe stare a Cinecittà o come minimo in televisione, magari a Fantastico”. E lei in perfetto italiano mi risponde: “Ci ho provato, purtroppo noi rom non siamo graditi in televisione”. “Eppure lei parla così bene dovrebbe provarci ancora, sembra un’attrice!”. “Io ho fatto l’attrice nel mio paese. Ho recitato anche commedie italiane, Goldoni, Pirandello e Dario Fo”. “E come mai è finita a chiedere l’elemosina?”. “È una storia piuttosto lunga, però adesso mi puoi dare dei soldi? Devo comprare il latte alla bambina”. “Le posso dare 1.000 lire, lo considero un mio piccolo contributo all’arte”. Malgrado l’eterna crisi del teatro, non mi era mai capitato di vedere un attore in Italia chiedere l’elemosina a un semaforo. Chissà forse frequentano altre zone. Sarà meglio che io ci pensi due volte prima di decidere di fare l’attrice.

(ha collaborato Massimiliano Giovanetti)

Cancro, l’amico ti distrarrà dalle grane. Capricorno: tronca la tenera amicizia

ARIETE – “Nonostante il mal di testa lancinante e il dolore alle gambe, si sentiva più giovane, più di quanto non accadeva da tempo”: Brad Meltzer è un Artista della fuga (Fazi). Dovresti imparare da lui: in amore vince chi fugge, e fugge pure il mal di testa.

TORO – Canta René Char nelle sue Poesie (Einaudi): “Per le vie della città c’è il mio amore. Poco importa dove va nel tempo diviso”. Tradotto per te che sei prosaico: sii meno possessivo con l’altra metà del letto. O cambierà letto.

GEMELLI – “E. tanta di essere sempre equilibrata, fin troppo: sceglie di fare tutto, e finisce per sovraccaricarsi”, ma no! Consiglia Randi Zuckerberg (HarperCollins): Scegline tre. Puoi avere tutto (ma non tutti i giorni). Questa settimana puoi tranquillamente rinunciare alla palestra.

CANCRO – Niente di personale (La nave di Teseo), ma Roberto Cotroneo ha un pensiero per te: “Il dolore lo abbiamo nascosto, continuando a parlare di felicità… come fossimo in un mondo che non chiedeva altro”. Smettila di fingere e chiedi aiuto: l’amico ti distrarrà dalle grane di lavoro.

LEONE – Ragazzi, che giornata! (Mondadori). A David Sedaris, però, è andata peggio: “Se penso al futuro vedo soltanto un gran casino. I giovani sono giovani perché gli sembra sempre di andare su, su, su. Io no, però”. Non ti abbattere pure tu: non sei così vecchio come dai a vedere.

VERGINE – Lorella Carimali cerca di spiegarti La radice quadrata della vita (Rizzoli), che è semplice: “Allora come posso fare per stare con te un po’ tranquillo?”. Smettila di scappare di fronte alle responsabilità coniugali, o parentali in generale.

BILANCIA – Ci sono Donne che parlano, come quelle di Miriam Towes (Marcos y Marcos), e donne che straparlano, come l’amica invidiosa: “Il paradiso è reale, dice. I sogni no”. Non darle retta: i tuoi, almeno in azienda, si stanno per avverare.

SCORPIONE – Denunciano le Guerrilla Girls (Castelvecchi): Sotto la maschera “molti uomini sono femministi, ma non lo ammettono a causa di un assurdo preconcetto”. Anche nel tuo ufficio stanno per cadere molte maschere, specie tra i tuoi capi. Evviva.

SAGITTARIO – Scrive Rhiannon Navin ne Il mio nome e il suo (Ponte alle Grazie): “Il fatto è che Hulk odia arrabbiarsi. È una specie di due persone in una, che sono opposte”. I tuoi sbalzi d’umore e i tuoi accessi d’ira stanno per costarti caro; in love affair soprattutto.

CAPRICORNO – “Quando andò in esplorazione tra le cosce appiccicose di lei, scoprì la verità. Si sentì tradito”. Lei è una Superba, è chiaro: lo sa persino Ilja Leonard Pfeijffer (Nutrimenti). Tronca la tenera amicizia prima che si trasformi in una vera tempesta ormonale.

ACQUARIO – Elisabeth Tova Bailey descrive Il rumore di una chiocciola che mangia (Marsilio): “Che animale ingegnoso. Quando si trova in compagnia di un vicino assai fastidioso, prende la sua casa e si sposta altrove”. Prendi esempio dalla lumaca: cambia scrivania quanto prima.

PESCI – “Non tutti i reati vengono considerati come meritevoli di un castigo e non tutti i castighi sanzionano un reato”, spiega Didier Fassin (Feltrinelli). Tu, però, hai tutto il diritto di Punire – metaforicamente – il partner che ti ha ferito, e a sproposito.

Facce di casta

 

Bocciati

Io mimo, tu no “Ringrazio la polizia municipale che oggi ha fermato due donne travestite da mimi che molestavano turisti e passanti. Sono state segnalate alla Questura per il decreto di espulsione. Avanti così. #Sicurezza #Firenze”.
Indovinate chi è a parlare? Matteo Salvini? No. Giorgia Meloni? Nemmeno. Lo sceriffo in azione, pronto a debellare la piaga sociale dei mimi che agiscono indisturbati per le strade, è il sindaco democratico Dario Nardella.
La cosa stupisce non tanto perchè si tratta di un politico di sinistra, ma perchè a guardare la leghizzazione del sindaco di Firenze, dagli smantellamenti di accampamenti abusivi con le ruspe postati trionfalmente sui social, all’assegnazione di più punti in graduatoria agli italiani per l’aggiudicazione delle case popolari, pareva che l’arte imitativa gli fosse invece molto cara. Evidentemente preferisce non avere concorrenza.

voto 4

 

Beato Caparezza Siamo fuori dal tunnel. Ma solo da quello del divertimento, a quanto pare. Perché il tunnel delle gaffe sui tunnel invece sembra essere senza uscita.
Alla proverbiale “defaillance” dell’ex ministra Mariastella Gelmini che in evidente stato di alterazione da euforia neutrinica narrò dell’esistenza di un tunnel tra il Cern e il Gran Sasso in cui i neutrini potevano correre liberi e felici, si è aggiunta questa settimana la sortita del ministro Toninelli: “Sapete quante delle merci italiane, quanti degli imprenditori italiani utilizzano con il trasporto principalmente ancora su gomma il tunnel del Brennero”.
Toninelli però c’è andato più vicino della Gelmini, perchè il tunnel del Brennero ci sarà, ma sarà pronto se tutto va bene nel 2025.
A meno che il ministro alle Infrastrutture Toninelli non fosse in stato di trance e, in versione Tiresia pentastellato, stesse avendo una visione: anno 2032, terza legislatura allo stesso dicastero, tunnel del Brennero attivo da tempo e ancora un imperante trasporto su gomma che non cede il passo all’alternativa su rotaia, nonostante anni di governo del cambiamento. Tutto può essere.

voto 4

 

Promossi

La fallibilità armata Una delle voci significative intervenute in merito al caso Cucchi, con uno dei cinque imputati che ha accusato due colleghi del pestaggio, è stata quella di Massimo Bugani: “È successa una cosa importante che fa bene soprattutto all’arma dei carabinieri e a tutte le forze dell’ordine. Quando uno di loro parla e racconta la verità ci fa sentire immediatamente più sicuri e aumenta il grado fiducia”. Il vicecapo della segreteria di Luigi Di Maio con le sue parole ha marcato la distanza dall’attitudine oltranzista con cui la Lega ha sempre difeso a priori le forze dell’ordine, ma soprattutto ha ribadito un concetto fondamentale: non è facendo intuire ai cittadini che gli agenti abbiano diritto all’impunità a prescindere, che si crea un rapporto di fiducia tra le persone e le istituzioni che sono volte a garantirne la sicurezza. Solo accantonando il dogma dell’infallibilità della forza pubblica si può rendere meno lontana e temibile questa istituzione.

voto 7

Alice al Sert e “curvy” Moby Dick: i classici sono tutti da ridere

Hanno stoffa i classici, così tanta che la si può tirare, tagliuzzare, rammendare, bucare, trapuntare e persino riciclare per imbastire nuove forme e formine, tipo i “brevi riassunti di libri che avresti dovuto leggere ma probabilmente non l’hai mai fatto” di John Atkinson.

Sono Classici in pillole, sì, ma da non prendere in dosi omeopatiche: il loro principio attivo – l’ironia – potrebbe annacquarsi e non funzionare più. Meglio trangugiare il saporito zibaldone tutto d’un fiato, dall’Ulisse alla Bibbia, un aforisma via l’altro, una vignetta e una didascalia, o poco più, per ciascun romanzo, riciclabili come bon mot nei salotti mondani per zittire sedicenti critici letterari.

Si va da Guerra e pace – “Tutti sono tristi. Nevica” – alla Recherche di Proust, in cui il “profumo di dolce ricorda a un ragazzo un po’ di cose. Quattromila pagine di cose”. “La Generazione Perduta” di Fiesta è sempre ubriaca e “ancora perduta”, mentre Sulla strada “l’alcol aiuta”. Massima attenzione alla “nebbia” nei pressi delle Cime tempestose e ai fazzoletti smarriti che “rovinano tutte le relazioni”, non solo quella di Otello. Guai, poi, ad avventurarsi nella Repubblica: “Un consiglio comunale lunghissimo. C’è anche Socrate”. Noto logorroico.

Il gioco alto-basso, squisitamente anglosassone (Atkinson, in verità, è canadese, ma per intenderci), sta contagiando felicemente l’Italia: Longanesi ha appena licenziato I grandi classici riveduti e scorretti, cinquanta romanzi di culto riaffabulati da Francesco Dominelli e Alessandro Locatelli, creatori della pagina Facebook “Se i social network fossero sempre esistiti”. Pur più scurrili e grossolani del collega canadese, i due danno il meglio di sé nei sommari, concisi ed esilaranti, perdendosi invece nei riassunti, negli accostamenti di colonne sonore e ritratti grotteschi, nei proverbi di saggezza popolare.

Di 1984 spiegano, ad esempio, che è “scritto come avvertimento per le generazioni future, ma le generazioni future lo scambiano per un manuale d’istruzioni”. Il Paese delle meraviglie di Alice sembra “un raduno degli amici del Sert”: lei ci è capitata dopo “un tiro di canna di troppo, credendosi san Francesco”. Amleto, invece, “si improvvisa Perry Mason e finisce per ammazzare tutta la famiglia”: in Danimarca c’è del marcio, ma le agenzie di pompe funebri funzionano benissimo. Pinocchio è nato grazie alla “fecondazione in vitro”, ma Geppetto se ne pente quasi subito: “Era meglio se ci facevo una mensola”, sbotta, consolandosi con un giro al Brico.

Compaiono pure i “pazzi disagiati” e un po’ “stronzi” di Cent’anni di solitudine, costato a García Márquez sei pacchetti di sigarette al giorno, mentre l’altro tabagista, Zeno Cosini, pare “un Fantozzi degli anni ‘20”. Dante è sbronzo, il fu Mattia Pascal smemorato, la balena di Melville “curvy”, Gregor Samsa “carino da bambino”, lo Straniero un “vu cumpra’” insistente. Quanto a Renzo e Lucia, il matrimonio non s’ha da fare per colpa degli invitati: “Scocciati di dover partecipare alle nozze in piena estate”, le boicottano. E amen.

La settimana Incom

 

Bocciati

Occhio Ranocchio prezzemolo… Epico scazzo catodico tra Vittorio Sgarbi e Mario Giordano nel salotto di Bianca Berlinguer.
A un certo punto urlavano tutti improperi incomprensibili (rana e ranocchio le vette, in sostituzione della più celebre capra).
Solidarietà agli atri due ospiti presenti, Marco Furfaro e Alessandro Giuli, le cui facce valevano un punto di share.

 

N.c.

Cinepanettone e digipandoro Per la prima volta il film di Natale quest’anno non sarà disponibile nelle sale ma solo sullo schermo Netflix, a partire dal 7 dicembre. Il film, “Natale a 5 stelle”, affronta un tema politico. La bella deputata del Pd ha un marito leghista e geloso (Massimo Ciavarro) mentre first lady (Paola Minaccioni) trascurata dal premier si concede al di lui portaborse (Ricky Memphis), nostalgico del fu Pci. Spazio a reddito di cittadinanza, ai dibattiti nella terza Camera (Porta a porta) e tutto il cucuzzaro. Vedremo (forse).

Qui non si parla di politica, si lavora “Il successo di Salvini è dovuto all’arrabbiatura della gente. Alla paura e anche all’ignoranza. Al fatto che probabilmente non è stato fatto molto di quello che era stato promesso di fare. Mi fa paura vedere un tipo di politica che è basata sui muri. Vorrei una politica che andasse incontro ai più deboli e che aiutasse questo Paese a risollevarsi in un altro modo”. Così Cristina Parodi, intervenuta nel corso del programma notturno “I Lunatici” su Radio2 dall’1.30.
Queste affermazioni sarebbero passate pressoché inosservate data l’ora di messa in onda. Senonché alcuni parlamentari della Lega hanno chiesto le dimissioni della suddetta: “Se è tanto delusa dalla politica italiana scenda in campo. E, soprattutto, lasci la Rai. Con le sue offese a Matteo Salvini, la giornalista e moglie del sindaco Pd di Bergamo Giorgio Gori, ha utilizzato il servizio pubblico a proprio uso e consumo, facendo propaganda politica alla faccia del pluralismo informativo e ciò non è giustificabile. Ne chiederemo conto in Commissione di Vigilanza Rai”.
Ragazzi, costringerci a dare solidarietà a Cristina Parodi è davvero troppo. Eppure ci tocca. Dai, c’è l’articolo 21.

 

Promossi

Benicio & bonissimo In un’intervista a Vanity Fair (sulla cui copertina campeggia in super forma) Benicio Del Toro ha raccontato i suoi guai dopo aver girato il film “Paura e delirio a Las Vegas”.
“Non ho trovato lavoro per un bel po’. In America fu un grandissimo flop. I casting director – ha detto – non mi ricevevano più. Parlavano solo di quanto io fossi ingrassato. Ero ingrassato per il film e non avevo ancora avuto il tempo per dimagrire. Dicevano anche che ero alcolizzato, confondendomi con il personaggio del film. Ne ho sofferto, stupidamente. Ho dato troppo peso a questa storia”.
Ma bastava farci una telefonata!

Licenzia il tuo coach style: la vita può anche far schifo

Interesse verso gli aspetti negativi della realtà contro l’ossessione maniacale del positivo; difesa dei propri limiti contro l’invito assillante ad autosuperarsi senza sosta; contenimento dei propri sentimenti contro l’esaltazione incontrollata delle emozioni soggettive: è un vero e proprio invito a ribellarsi alla “coachificazione della vita” e alla dipendenza sistematica da esperti di ogni genere quello di Svend Brinkmann. Nel libro Contro il self help. Come resistere alla mania di migliorarsi (Cortina editore), il filosofo danese si scaglia contro la glorificazione dell’accelerazione, del progresso e dell’adeguamento repentino e continuo ai cambiamenti tecnologici: tutti aspetti che, in nome dello sviluppo, ci spingono dritti nelle braccia di “legioni di life coach, terapeuti, consulenti dello stile di vita”, pronti a “traghettarti nelle acque agitate della modernità” grazie ai rimedi di cui sono pieni sia i manuali di autoaiuto che le pagine social dei guru digitali. E cioè “motivazione, gestione dello stress, mindfulness, pensiero positivo e ricerca di soluzioni”. Il tutto, ovviamente, per “realizzare se stessi”, mantra indiscusso del nostro tempo. Sette sono gli strumenti che Brinkmann suggerisce per resistere al conformismo dei nuovi coach. “Smettere di guardarsi l’ombelico”, anzitutto, “accettando il fatto che non troverai alcuna risposta dentro di te” e soprattutto arrivando a capire che l’ossessione per l’introspezione e l’autoanalisi può essere incompatibile con il rispetto degli impegni verso il prossimo. Svincolarsi dall’imperativo dell’ottimismo e dalla “tirannia del positivo” è la seconda mossa: il realismo può essere liberatorio, specie per chi vive una malattia e un dolore e oggi è costretto a dichiarare, magari in libri di cui sono pieni gli scaffali, che la sofferenza lo ha migliorato e reso proprio più felice.

Dopo aver invitato a riscoprire la capacità dire di no, ad esempio di fronte a “proposte offensive, umilianti o degradanti”, c’è poi il capitolo sui sentimenti, dove si mette in discussione il luogo comune secondo cui l’autenticità coincide con la loro espressione ininterrotta, qualunque essi siano. Al contrario, una persona adulta dovrebbe evitare di “vomitare in giro emozioni”, oltre a capire che alcuni aspetti della vita sono importanti a prescindere dal modo in cui fanno sentire le persone. A questo punto, secondo Brinkmann, siete pronti per gli ultimi passi: riallacciarvi al passato e alle tradizioni, “perché la ripetizione è la vera innovazione”, e soprattutto dare finalmente il benservito ai vostri coach, reali o virtuali: inutili profeti dello sviluppo che, oltre a colpevolizzarti se non migliori, ti rendono di fatto dipendenti da loro mentre ti invitano a liberti. Per finire non resta che cestinare i manuali di autoaiuto e le biografie, optando invece per i romanzi. “Che rappresentano più fedelmente la vita”, dice il filosofo, e soprattutto ci ricordano quanto “scarso controllo abbiamo sulla nostra esistenza e quanto essa sia inestricabilmente intrecciata con i processi sociali, culturali e storici”.

La “res pubblica” romana e il reddito di cittadinanza

Polemiche roventi e incessanti gravano sul reddito di cittadinanza, la misura più qualificante e identitaria del M5S. Ora, ci si può legittimamente schierare a favore o contro; ritenerla un’azione utile a contrastare la povertà o, al contrario, giudicarla come l’ennesimo intervento assistenzialistico destinato in maniera preponderante al Mezzogiorno segnato da una drammatica situazione occupazionale e da sacche, ormai enormi, di povertà. Ciò che invece è indubbio è che non si tratti di una novità. Non dobbiamo pensare ai parenti più recenti, al reddito di inclusione di marca renziana o alla social card tremontiana; un esempio del secolo scorso è la carta o tessera annonaria distribuita dal regime fascista agli italiani nel corso della seconda guerra mondiale per il razionamento dei beni di prima necessità: dal pane al frumento, dallo zucchero ai grassi, per finire al sapone e alla legna da ardere, comunque i bisognosi attendevano anche due mesi. Ma l’antenato vero e diretto è la tessera frumentaria introdotta nel 123 a.C. da Gaio Sempronio Gracco. La res publica romana si assumeva l’onere di vendere a un prezzo politico (poco più di 6 assi al moggio) il frumento a tutti i cittadini. In seguito, divenne strumento di distribuzione gratuita di grano per attirare le simpatie della plebe, molto attiva durante le elezioni, largamente praticato da Pompeo, Cesare, Augusto, con risvolti non sempre commendevoli: molti padroni, per scaricare l’onere sullo Stato, di mantenimento degli schiavi, li manomettevano e questi finivano per ingrossare il novero degli aventi diritto alla razione gratuita di frumento. Insomma, dall’antichità a oggi, la storia di questi strumenti non appare segnata da grande fortuna.

Il giovane profeta Langer e la crudeltà d’Europa

C’era una volta Alexander Langer, un giovane uomo che veniva dall’estremo Nord Est italiano-tedesco del Tirolo, ed è diventato un personaggio indimenticabile e unico nella storia contemporanea europea, la nostra storia. Dal Parlamento europeo dove, giovanissimo era stato eletto membro di lingua tedesca dalla città do Bolzano, (verde, ambientalista ) è diventato il leader carismatico, intelligente e instancabile di un mondo senza confini, senza esclusioni, senza rigetti e discriminazioni, proprio mentre la ex Jugoslavia si stava rompendo in tante etnie, ciascuna impegnata nella distruzione dell’altra. Era un profeta il giovane e instancabile “costruttore di ponti” e costruttore di pace, uno che non ha mai smesso di curare ferite di follia etnica e di tentare di far tornare a vivere insieme di chi si era abbandonato ai massacri reciproci. È suo lo slogan di ciò che accade oggi mentre, cerchiamo una ragione per rabbia e divisioni: “L’Europa muore e nasce a Sarajevo”. Come so queste cose? Da un libro appena pubblicato dalla Camera dei deputati, in italiano e in inglese Il premio internazionale Alexander Langer alla Camera dei Deputati, 1997-2017 a cura di Grazia Barbiero, che fa parte della Fondazione Alexander Langer, e che ha curato tutte le edizioni dei libri dedicati al Premio Langer negli ultimi vent’anni. E che in questa edizione ha aggiunto un suo testo bello e importante. E qui occorre riconoscere allo straordinario giovane e profetico leader Langer la meritata fortuna di essere ricordato da una Fondazione che crea (come creava Langer) simboli e personaggi di pace di ciascun diverso momento della storia, invece di tornare sempre e solo al generoso inizio. Se l’Europa (che pure non è guarita) non si dilania più nell’orrore di Srbrenica, è entrata però nella fase crudele del rigetto di chi, nella migrazione, cerca soccorso. Il Premio 2017, ampiamente narrato dal volume curato dalla Barbiero, questa volta è dedicata a una associazione di accoglienza e solidarietà dell’isola greca di Lesbo, e al gruppo di studio italiano Asgi che raccoglie ciò che manca in politica per affrontare il problema immigrazione (conoscenza, competenza, solidarietà) e ne fa modelli di una vita attesa e desiderata dove la soluzione non è indifferenza e sofferenza, ma umanissimo, antico sentimento dell’accoglienza. Il Premio Langer, i suoi libri, l’attività della casa editrice del parlamento (contro ciò che il Parlamento a volte legifera) il modo in cui viene guidato da persone che erano con Langer fin dall’inizio, sono un segnale, almeno un segnale di speranza.

La libertà di stampa e la trave nell’occhio del giornalismo italiano

Non è la libertà che manca, mancano gli uomini liberi. La malinconica notazione di Leo Longanesi fa sempre testo tenendosi sulle generali ma neppure può dirsi che sia mai mancata la “libertà di stampa”. La questione è un’altra: non c’è una stampa intellettualmente libera. Mario Calabresi, direttore di Repubblica, al culmine di un fuoco polemico – uno scontro con Luigi Di Maio in tema di fake news e subitanea morte dei giornali – ha sentito il dovere di dire grazie ai suoi lettori, e quindi ai colleghi dei “giornaloni”, per il rinnovato patto con di passione, affetto e solidarietà.

Tutto giusto, tutto bello ma un dettaglio – uno solo – pur nella solennità del comizio scritto, rivela la trave quando si tenta di scovare la pagliuzza nell’altrui occhio. Ed è quando il direttore scrive a proposito dell’imbarbarimento del dibattito pubblico in un tempo in cui – argomenta Calabresi – “la voglia di squalificare e sporcare chi dissente è martellante”. In tema di sporcare e squalificare chi dissente, nessuno – soprattutto la stampa più autorevole – può proclamarsi innocente.

C’è un lunghissimo elenco di persone, anche in Italia, sporcate e squalificate in ragione della loro squisita eccentricità rispetto al conformismo, ma ancor più lungo è l’elenco di chi – nel dissenso – già giace nell’oblio ancora prima di arrivare alla tomba. È proprio della libertà di stampa, nel suo artificio retorico, il silenziare – ancor più che perseguitare – chi dissente. Il pensiero unico è davvero unico, non esiste altra cerchia che il proprio circoletto; il reclutamento delle professionalità passa attraverso quei rituali sociali il cui unico canone – un ascensore sociale più consono alle ambizioni dei borghesi bohémien – è, resta e sempre sarà il Bel Amì, il romanzo di Guy de Maupassant. Non è certo tramite le comprovate competenze o il riconoscimento dei meriti che si arriva nel dorato mondo dell’informazione.

Tra uno bravo che porta notizie e uno capace di accendere frisson sarà sempre e solo frisson, nel trionfo di piritollame&aperitivi. Un campione della bella società è, per fare un esempio da letteratura – giusto a Repubblica, oggi parlamentare – il mitico Tommaso Cerno: frisson, frisson! E sempre pasta e patate, patate e pasta, pasta con patate offre il giornalismo nella sua veste istituzionale quando accuratamente – e mai come nell’attuale stagione liberale il totalitarismo s’invera negli automatismi dei signorsì – dispensa la versione dei fatti secondo tabù. “Noi abbiamo la censura e la censura si può aggirare, mentre voi”, mi dice un amico turco, “siete messi peggio: voi avete i tabù”. E non poter nominarne neppure uno, tanto sono inviolabili questi divieti, sta a dimostrare l’enormità della trave nell’occhio di Mario Calabresi. Tanto grande da ritrovarmela conficcata anch’io.

Il Papa contro l’aborto. “Non sono un sicario, ho fatto solo una scelta giusta per me”

Cara Selvaggia, non so se papa Francesco legge la posta qui su il Fatto Quotidiano, ho qualche motivo per dubitarne, in effetti. Ma magari un monsignore suo amico che legge c‘è, nel caso lo prego cristianamente di girargli quello che sto per scrivere. Secondo il Papa ritratto nel salotto di mia madre, chi abortisce è un sicario, tipo quelli che si nascondevano sulle colline intorno a Sarajevo per sparare alle donne che andavano al mercato o ai bambini che andavano a scuola o ai medici che andavano a curare le ferite di chi metteva un piede su una mina.

Scopro a 34 anni di essere un sicario e senza avere un fucile di precisione sotto al letto. Non importa che lavori da 12 anni nel volontariato, che venga da una famiglia ultracattolica, che sia andata 16 volte in Vietnam per una onlus che dà una mano laggiù e che sia perfino credente e praticante, io sono un sicario. Sono un’assassina che quattordici anni fa ha puntato con la sua lucina rossa il cuore di un bambino e ha sparato. Ci sarebbe però qualcosa in più da raccontare, oltre a un dito che preme sul grilletto.

A 20 anni io stavo con un uomo che mi picchiava. Da tre assumevo droghe di vario tipo, ero stata quella che qualcuno definirebbe una borderline al liceo, sentivo dentro di me un male di vivere che non so spiegare e farmi del male era l’unica cosa che mi faceva sentire viva. I miei genitori non mi parlavano più e io li odiavo. Sono rimasta incinta per caso, lui odiava me e fin da subito mi ha chiesto di “sputare da me quel coso”. Giuro, disse così.

Io sapevo di non essere in grado di prendermi cura di nessuno e di non essere capace di smettere di drogarmi. Ho abortito da sola, una mattina. Era la vigilia di Natale. Gesù stava per nascere. Mio figlio moriva. Taglio corto e non racconto perché e come la mia vita, due anni dopo, ha avuto una svolta, ma sono rinata. Non tocco droghe da 12 anni e lavoro dedicandomi agli altri. Ho salvato me stessa. E dentro di me penso sempre che se non avessi abortito, non ci sarei riuscita. Avevo bisogno di ritrovarmi, di viaggiare a lungo, di incontrare chi mi ha aiutata. Io e mio figlio saremmo stati due derelitti. Non mi sento un sicario Selvaggia. Mi sento una che ha fatto la scelta giusta, con dolore. Vorrei che il mio Papa la rispettasse.

Daniela

 

È il Papa, Daniela. Non puoi aspettarti posizioni progressiste su temi come la famiglia e l’aborto. Ha già detto che “un figlio gay va accolto”, anziché “trovate un sicario per i figli gay”, direi che per il momento possiamo accontentarci.

 

“Vorrei un Toninelli nella mia vita e amarlo con il cuore”
Cara Selvaggia, sarò controcorrente, ma a me piace Toninelli. Ma proprio come uomo eh, mica come politico di riferimento. Nell’epoca dei maschi alfa alla Salvini, lui dà l’idea di essere l’uomo che lascia i pantaloni alla moglie e la domenica fa del bricolage nella casetta di legno in giardino.
Mi piacciono le sue gaffe perché mi danno l’idea dell’uomo che non pianifica, che non adotta strategie, che non ha paura di fare brutte figure. Sono i migliori quelli così in amore, l’ho sperimentato sulla mia pelle. E poi quei ricci disordinati, quell’occhiale da maschio miope che lo butti sul letto e l’asticella si piega, e quella faccia un po’ tonta che vuol dire “fammi quello che vuoi, io obbedisco!”.
Io lo vorrei un Toninelli nella mia vita. Sarei disposta a disegnargli un tunnel del Brennero su ogni cartina della Michelin e ad amarlo “col cuore” finché morte non ci separi. Gli curerei i social per difenderlo dal mondo brutale che sta là fuori, gli stirerei le camicie bianche che gli piacciono tanto, gli suggerirei lo shampoo giusto per i capelli, lo amerei per il suo candore in un mondo di squali.
Dici che sono davvero innamorata o che ho solo bisogno d’amore?
Velia

Dico che hai bisogno di uno psicologo.

 

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