Sono “buonista” e me ne vanto: al modello Lodi preferisco Riace

Caro Coen, certo che amo la musica. Ma questi sono tempi bui che ci costringono a stare sempre “sul pezzo”, la vigilanza su un Paese che sta rapidamente scivolando nel pozzo nero del razzismo. E allora in questo periodo mi piace sentire Enzo Avitabile, nobile “musicante” napoletano e mediterraneo. “Tutte uguale song ’e creature”, è il suo inno antirazzista, perché “…nisciuno è figlio e nisciuno tutt nati dall’ammore se sape come si nasce ma nun se sape comme se more…”. Io voglio brandire il testo di questa bellissima canzone per dire ad altissima voce: “Io non sono come voi. Noi non siamo come voi”.

Ma voi chi? La sindaca leghista di Lodi, che chiude la mensa scolastica ai bambini extracomunitari ma con perfetto accento lumbard. Per accedere al “servizio”, cioè per stare insieme agli altri bambini “bianchi”, i loro genitori devono dimostrare di non possedere nei Paesi di origine beni immobili, macchine, conti correnti. Lo ha raccontato Davide Milosa in un bel reportage su questo giornale. Ora pensate a chi viene da Mali, Marocco, Tunisia, Afghanistan, Siria, etc, che deve produrre certificati catastali, bancari automobilistici per dimostrare che non sta rubando il pane agli italiani.

Accade a Lodi, nella top ten delle città con il reddito pro capite più alto d’Italia. La sindaca è irremovibile: o gli stranieri portano tutti i certificati, oppure i loro figli portano il panino da casa. A Piazzapulita su La7 li abbiamo visti i bambini “stranieri” mangiare da soli, lontano dai bambini “bianchi”. Viva la sindaca, ha tuonato davanti alle telecamere un onesto e probo cittadino, “gli stranieri sono come le zecche dei cani”. Caro Coen io non sono come loro, tu non sei come loro, milioni di italiani non sono come queste bestie. Nomini Lucano, e la manifestazione di Riace. Mi ha colpito un cartello: “Buonista un cazzo”, c’era scritto. Una frase che mi farò tatuare sul petto.

Grazie a Bono e alla mamma di Arrigoni respiriamo un po’

Caro Fierro, ami la musica, immagino. Anche il rock, spero: la colonna sonora di tante generazioni, ciambella dello spirito cui aggrapparsi – insieme ai libri – quando i tempi sono bui. Beh, qui a Milano sono tornati gli U2: hanno suonato già giovedì e venerdì scorso. Si esibiranno al Forum d’Assago anche stasera e domani sera. En plein: saremo alla fine in più di 50mila, sommando gli spettatori dei quattro concerti. Un po’ d’aria pura, in una città avvelenata dallo smog: mercoledì abbiamo superato per la 35esima volta nel 2018 i 50 microgrammi per metro cubo di Pm10, il massimo consentito dall’Ue. Incombe la spada di Damocle di una nuova procedura d’infrazione. Tuttavia, rispetto allo scorso anno, siamo stati più virtuosi. Nel 2017 il bonus smog venne esaurito il 22 febbraio… quest’anno, il 10 ottobre.

L’ossigeno degli U2 purifica un poco la tossica atmosfera di questi giorni, mi riferisco alla politica, alle fake news, al clima di propaganda elettorale ininterrotto che incomincia a infastidire la gente, almeno a sentire i milanesi. Il rock degli U2 racconta tolleranza e rispetto della memoria. Durante Pride Bono si è rivolto agli spettatori: “Grazie italiani, avete dimostrato amore e tolleranza per i rifugiati”. Applausi scroscianti. Pugni tesi, come a certe manifestazioni “rosse” di un tempo. È piaciuto assai l’omaggio all’Europa: le stelle e il blu della bandiera sul palco. Immagini di odiose sfilate neonaziste (anche italiane) alternate a quelle di guerre e di migranti. Il messaggio è chiaro.

Attenzione, basta poco per deragliare. Anche a Milano c’è chi, come Egidia Beretta, ex sindaca della brianzola Bulciago (mamma dell’attivista Vittorio Arrigoni ucciso a Gaza nel 2011), ha celebrato anni fa un matrimonio combinato per consentire ad un immigrato di restare in Italia. Si è autodenunciata su Facebook: solidarietà a Mimmo Lucano. Forza Nuova ha piazzato in paese uno striscione, vuole che Egidia sia arrestata. Colpevole di fare del bene.

Tra Paolo VI e Romero, c’è Nunzio: il patrono delle vittime sul lavoro

Domenica di santi in Vaticano. Due su tutti: San Paolo VI – che così s’allinea a San Giovanni Paolo II e a San Giovanni XXIII – e il martire salvadoregno San Romero, indimenticato arcivescovo che venne ammazzato dagli squadroni della morte mentre celebrava messa.

Ma non sono stati i soli. Tra di loro c’è anche un santo di appena diciannove anni. Laico ed operaio, che morì nel 1836. Si chiamava Nunzio Sulprizio ed era nato in Abruzzo, a Pescosansonesco, in provincia di Pescara. Orfano di tutti e due genitori, ancora bambino, a nove anni andò a bottega da uno zio fabbro. L’estrema pesantezza delle mansioni da garzone lo fece ammalare. Una grave patologia alle ossa, alla tibia del piede sinistro. Dopo un ricovero all’Aquila, ritornò a lavorare per altri sei anni, ma il male non si fermò e fu trasferito a Napoli da un altro zio, che lo fece assistere da un colonnello medico. Invano. Quando non restava che l’amputazione della gamba, morì il 5 maggio 1836 a diciannove anni.

Una storia dal sapore dickensiano. Orfano e povero, Nunzio Sulprizio mise insieme lavoro, sofferenza e fede. Leone XIII ne parlò come di esempio altissimo per la “gioventù operaia”. Diventato beato, il suo culto va dall’Abruzzo a Napoli e Taranto. Gli ex voto dei suoi devoti sono stampelle: il neo santo Sulprizio è ritenuto il protettore degli operai, dei precari e delle vittime sul lavoro. Il miracolo decisivo per la santità lo ha rivelato l’arcivescovo di Pescara, Tommaso Valentinetti: “Un giovane di Taranto guarito inspiegabilmente per la scienza dopo aver riportato lesioni cerebrali e danni permanenti in un incidente stradale di dieci anni fa”. Ieri, Francesco ha definito Sulprizio “il santo coraggioso e umile, che ha saputo seguire Gesù nella sofferenza”, a conferma della visione sociale del suo pontificato.

Nella canonizzazione di Sulprizio si scorgono infatti i segni della rivoluzione bergogliana, con l’attenzione costante agli ultimi e ai poveri dei nostri tempi: migranti e precari. Dimostrata anche da un altro nuovo santo vissuto nell’Ottocento: San Vincenzo Romano da Torre del Greco, nel Napoletano, che in vita fu chiamato “il prete degli operai”.

San CR7 martire patrono d’Italia

Erano 9 amici al bar. Che volevano cambiare, se non il mondo, almeno il comune senso del pudore (e dell’etica). E fare chiarezza sul pasticciaccio brutto di Cristiano Ronaldo. Ieri siamo riusciti a sorprenderli tutti riuniti al Bar dello Sport: Mario Mattioli di Rai Sport, Massimo Caputi caporedattore de Il Messaggero, Claudio Albanese responsabile comunicazione Juventus, Andrea Monti direttore della Gazzetta, Xavier Jacobelli direttore di Tuttosport, Ivan Zazzaroni direttore del Corriere dello Sport, Fabio Caressa di Sky Sport, Giuseppe Cruciani di Radio 24 e Giampiero Mughini opinionista Rai e Mediaset. Questa la trascrizione della nostra intercettazione ambientale.

Cruciani: “… è ridicolo. Cioè, lei va nella stanza, lui ci prova, poi viene stuprata analmente senza che lei possa opporre resistenza? Secondo voi è possibile che Ronaldo, 10 anni fa, stupri una ragazza analmente perché lei non vuole, non oppone resistenza, non riesce a districarsi, non riesce a mandarlo a fare in culo? Boh ragazzi, non è Tyson, eh?”.

Zazzaroni : “Non sarà Tyson, ma io in prima pagina l’ho chiamato CRSEX. E il titolo della foto era: un vero macho!”.

Monti: “Calma ragazzi! Qui hanno riaperto l’inchiesta e alla Nike si sono detti preoccupati per queste inquietanti accuse”. Che sulla Gazzetta ho fatto diventare infamanti accuse, mi sembra meglio no?”.

Mughini: “Ma di cosa parliamo! Non è uno stupro, che è una parola precisa: è un rapporto sessuale non consenziente”.

Mattioli: “E dico di più. Magari non una professionista, ma come chiamare una ragazza che dopo una serata a ballare, scherzare e bere accetta alle 3 del mattino di salire in camera con te?”.

Mattioli: “Nella fattispecie la signora all’epoca aveva 24 anni ed era ballerina ed indossatrice. Non era uscita dal convento la mattina”.

Jacobelli: “Io ho titolato in prima: Più forte del fango!”.

Zazzaroni: “Io: Cristiano in croce!”.

Albanese: “Bravi. In linea col comunicato in cui dicevamo che Ronaldo ha dimostrato la sua grande professionalità e serietà e le vicende assertivamente risalenti a quasi 10 anni fa non modificano questa opinione”.

Caressa: “Io al club ho fatto il termometro sulla situazione Ronaldo in Italia e mi sono inventato un 37 gradi. Temperatura non altissima, corrisponde alla vita che viviamo tutti noi al bar, un interesse relativo. A me interessa più parlare di questa Juventus inarrestabile”.

Mattioli: “E piantiamola di fare i farisei. Continuo a chiedere a voi, menti illuminate, come giudicate queste signore attualmente di 34, 52 e 54 anni, ovvero le ultime vittime di violenze che se ne ricordano dopo rispettivamente 10, 28 e 32 anni passati in depressione?”.

Caputi: “Tra l’altro, che ce ne importa? Il vero vincitore della giornata è comunque Cristiano Ronaldo: mentre gioca e segna arriva la notizia che le prove riguardanti la denuncia di stupro sono andate perse!”.

Tutti: “Per CR7! Hip hip: urrà!”. (segue brindisi)

N.b. In neretto le citazioni testuali.

Aids, fermo al palo il piano nazionale

Il piano nazionale Aids è fermo al palo. Approvato con l’intesa Stato-Regioni del 26 ottobre 2017, prevede di realizzare modelli di intervento per ridurre il numero di nuove infezioni da Hiv, favorire il mantenimento in cura dei pazienti, facilitare l’accesso al test, alle terapie Prep e Pep (la profilassi pre e post-esposizione), l’emersione del sommerso, promuovere l’uso del preservativo e combattere lo stigma. Ma da allora non è stato fatto un passo avanti. Ci dobbiamo accontentare ancora di iniziative occasionali. La denuncia arriva da Massimo Galli, presidente della società italiana di malattie infettive e tropicali: “Quel piano è rimasto appeso al vuoto, le Regioni sono a secco di risorse, se il Fondo sanitario non viene finanziato in modo adeguato ogni piano d’azione nazionale contro le malattie resta inutile”. Chi non ha problemi di soldi è l’industria farmaceutica. E l’Italia è leader in Europa nella produzione di farmaci. Venerdì scorso a Parma la GlaxoSmithKline ha inaugurato un nuovo impianto ipertecnologico, da 30 milioni di euro, che distribuirà in tutto il mondo un farmaco innovativo rivolto ai pazienti affetti da virus Hiv che non rispondono alle cure disponibili.

L’illusione di avere un conto all’estero: il caso dello scudo giuridico svizzero

C’è chi pensa di portare i risparmi all’estero, temendo il crac dell’Italia, l’uscita dall’euro, prelievi forzosi, ecc. Così è tornata in auge una trovata dei tempi dell’ultimo scudo per i capitali all’estero (2009). Chi aveva soldi in Svizzera, doveva farli arrivare per forza in Italia. Non poteva lasciarli lì, regolarizzandoli, perché la Confederazione elvetica non rientrava fra gli Stati collaborativi col fisco italiano.

Al che molte banche elvetiche proposero il cosiddetto scudo giuridico: indirizzavano i clienti a società fiduciarie italiane raccontando, ma solo a voce, che in tal modo non cambiava praticamente nulla, perché i soldi restavano in Svizzera. Molti abboccarono.

Per continuare a illuderli, addirittura li accompagnano di tanto in tanto nella banca collegata ticinese (o in altro cantone) e li fanno parlare con un loro compare. E costui ovviamente non gli dice che essi personalmente non potrebbero prelevare soldi, né disporre bonifici né compravendite di azioni, obbligazioni, ecc. dal loro (fantomatico) conto a Lugano. È infatti la fiduciaria che ha come sub-depositaria la banca svizzera. Ma per il cliente ciò è irrilevante.

Molte banche italiane (Intesa, Unicredit, Mps, ecc.) sub-depositano titoli per esempio presso l’americana State Street o altra società estera, e il risparmiatore non ha nessun accesso diretto a quei titoli. Ora lo stesso schema viene proposto da alcune fiduciarie ai risparmiatori preoccupati, facendogli credere che così il loro patrimonio sarà ben protetto presso una banca svizzera. Invece così non è.

C’è, infatti, un aspetto dirimente per capire come stanno le cose. Per le ritenute sugli interessi, le imposte sui capital gain , ecc. provvede a tutto la fiduciaria, come fanno banche e sim? Tecnicamente si dice che è sostituto d’imposta e normalmente è così.

Tutto ciò è comodo, ma implica anche che l’investitore deve pensare che liquidità e titoli sono in Italia. Quindi soggetti a eventuali prelievi fiscali o conversioni forzose in diversa valuta, come se depositati in una banca o sim italiana. Una fiduciaria comporta costi inutili per chi teme il default dell’Italia, l’uscita dall’euro ecc. Dovrebbe semmai aprire un conto a suo nome presso una banca all’estero; e anche questo potrebbe non bastare. Fra l’altro ci sono banche ticinesi, per nulla traballanti, che per meno di 500 euro l’anno forniscono la documentazione necessaria per dichiarare poi all’Erario italiano i rendimenti ottenuti.

 

Verso la stangata dopo l’addio alle monete da 1 o 2 centesimi

C’è un fantasma che si aggira nei portafogli: sono le monetine da 1 e 2 centesimi. Odiate dai consumatori, rifiutate dai distributori automatici, impossibili da usare per il parcheggio delle auto e mal sopportate dai cassieri dei supermercati, dal 1° gennaio di quest’anno non vengono più coniate dall’Italia. E già questa notizia potrebbe essere una novità per i più. A cui aggiungere un’altra realtà fotografata in queste settimane: le monetine stanno cominciando a scarseggiare nei Paesi europei che già hanno deciso di mettere la parola fine alla loro produzione. Con un inevitabile conseguenza: il possibile aumento dei prezzi, anche se a tutt’oggi di statistiche ufficiali ancora non ce ne sono.

Come al solito, meglio fare un passo indietro per capirne di più. Dopo mesi di polemiche, la legge di Stabilità 2018 ha messo fine alla produzione delle monetine da 1 e 2 centesimi. Dal 1° gennaio la Zecca non conia più i ramini che continuano comunque a circolare fino ad esaurimento, mantenendo il loro valore legale. E per evitare il rischio del ritocco al rialzo dei prezzi, la norma ha già chiarito che nel caso di pagamenti in contanti i prezzi vengano arrotondati per eccesso o per difetto al multiplo di 5 più vicino. Ad esempio: 10,52 euro diventa 10,50 euro, mentre 10,58 euro diventa 10,60 euro. Del resto, è solo una questione di numeri: dall’ingresso dell’Italia nell’euro, le monetine rosse hanno raggiunto la cifra di oltre 6 miliardi di pezzi. E il cui peso è soprattutto economico: per ogni moneta da 1 centesimo i costi a carico dello Stato ammontano a 4,5 centesimi, mentre per ogni moneta da due centesimi si spendono 5,2 centesimi. Non certo un affare per lo Stato, che ha già spinto altri Paesi europei ad abolire le monetine da tempo. In Finlandia, nel gennaio 2002, si è deciso per l’arrotondamento dei prezzi ai più vicini 5 centesimi. Decisione seguita due anni dopo dall’Olanda, che risparmia in questo modo 36 milioni di euro l’anno. Nel 2010 è stato il turno dell’Irlanda e nel 2014 dal Belgio. Mentre in Italia la sospensione del conio permetterà di risparmiare circa 23 milioni di euro all’anno, un tesoro girato al Fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato, nato nel 1993 con lo scopo di rimborsare o ritirare titoli di Stato dal mercato per favorire la riduzione dello stock del debito.

Fin qui l’analisi fredda dei numeri. Il punto è che, però, in questi giorni proprio da uno dei Paesi che ha già detto addio alle monetine è arrivata una notizia: come riporta EuropaToday, il Belgio si sta scoprendo povero di ramini. Nonostante il Paese abbia coniato 860 milioni di pezzi da un centesimo e 770 milioni da 2 centesimi, questa enorme montagna di ferro si è persa tra le tasche dei pantaloni, nei barattoli delle cucine, nel fondo delle poltrone o lungo le strade smettendo così di circolare. Il Paese ha chiesto alla Banca centrale europea (Bce) di stampare nuovi pezzi per far fronte alla carenza, ma Francoforte ha spiegato chiaramente che nell’eurozona non c’è penuria delle monete da piccolo taglio. Quanto piuttosto un uso sbagliato da parte dei cittadini. Tant’è che il ministero federale delle Finanze sta pensando di varare campagne nazionali di sensibilizzazione per indurre i belgi a portare le monetine in banca. Anche perché l’alternativa, nell’impossibilità di dare resti da parte dei commercianti, è l’arrotondamento dei listini. Che solitamente si fa al rialzo, a favore del commerciante.

Un allarme che per l’Italia è stato già profetizzato dall’Aduc. “Non credo di essere estremista sostenendo che tutti i prezzi subiranno un arrotondamento ai 5 centesimi successivi”, sostiene il presidente Vincenzo Donvito. Che spiega: “Quando cominceranno a scarseggiare anche da noi le monetine sarà un’ottima occasione per ritoccare ulteriormente i prezzi perché, in un contesto di importi precisi, saranno pochi i commercianti che continueranno a tenere prezzi in cui compaiono i 5 centesimi, ovviamente andando verso il rialzo. Del resto non si è mai visto un effetto al ribasso”. I calcoli sono presto fatti. “Se nel 2016, le famiglie italiane hanno speso quasi 11 miliardi e mezzo di euro per la spesa alimentare complessiva, partendo da un aumento medio dei prezzi dello 0,2% causato da un arrotondamento per eccesso (passando da 10,58 euro a 10,6 euro), si scopre che quella stessa spesa potrebbe aumentare di circa 23 milioni all’anno. Vale a dire il risparmio ottenuto dallo Stato non coniando i ramini. Vale allora la pena non produrre più queste monete?”, si chiede Donvito.

Tutto questo anche in attesa che la tecnologia modifichi i sistemi di pagamento saldando senza problemi di resto i prezzi che finiscono con 0,99 centesimi grazie ad app, carte di debito o credito. Ma, tutt’oggi, secondo la Bce, gli italiani continuano a pagare in contanti l’86% delle transazioni e solo il resto con carte, bonifici e assegni.

C’è uno scontro di valori dietro la guerra tra politica e mercati

È in generale accettato che esistano dei meta-valori, o valori sovraordinati, al voto, pur formalmente democratico: non sembra si possano moralmente accettare voti che si esprimano contro la democrazia stessa, o contro la tutela delle minoranze, o contro la separazione dei poteri, o contro la libera informazione. Questi meta-valori sono in qualche modo precondizioni per la democrazia stessa, almeno nelle sue radici occidentali. A nessuno piace molto il modello di “democrazia guidata”, pur teorizzato da molti regimi asiatici. E quasi tutti i dittatori oggi fanno elezioni, spesso formalmente libere, e le vincono tranquillamente. Utile ricordare per il passato il caso dell’Algeria, dove il partito islamista aveva come programma di abolire la democrazia. Non fu molto diverso il caso del nazismo in Germania. Oggi abbiamo Erdogan, Al Sisi e Putin che vincono trionfalmente.

Ma forse c’è da chiedersi se vi siano anche meta-valori nella sfera economica. Già un certo grado di indipendenza delle banche centrali da alcuni (in particolare dall’Unione europea) è considerata un meta-valore, per impedire ai politici di stampare denaro per ragioni di consenso creando iperinflazione. Moralmente si può avere come programma politico di non pagare i debiti dello Stato (più realisticamente, gli interessi)? Formalmente di certo, e sostanzialmente sì, ma solo se tali debiti sono ritenuti ingiusti, cioè di fatto non dovuti (si potrebbe citare ancora il debito tedesco imposto dai vincitori a Versailles dopo la prima guerra mondiale, imposizione che contribuì a generare il nazismo). Siamo oggi in questo caso? Sembra davvero difficile affermarlo: i governi italiani per ragioni di consenso hanno semplicemente speso sempre molto di più di quanto incassavano con le tasse (un Keynes cinicamente manipolato forniva facili alibi). Anche in Grecia andò così, e l’argomento che le banche tedesche finanziarono allegramente questo irresponsbile comportamento non ne diminuisce certo il grado di cinismo. Il premier greco Alexis Tsipras è un caso esemplare: nel 2015 valutò le conseguenze per i greci di un default, e decise che pagare era il male minore (tutte le anime belle gridarono allora al tradimento, perchè ovviamente il costo sociale fu molto elevato). Nessun elettore adeguatamente informato voterebbe per un default, e nemmeno per una politica che rischi seriamente il default. Si pensi ai costi sociali del regime di Maduro in Venezuela, o ai ripetuti default delle politiche populiste argentine. Non si hanno casi di default finiti bene. Pagano sempre i più poveri, cioè i meno informati e i meno mobili. I ricchi scappano in tempo, o fanno scappare i loro soldi. E i due terzi del nostro debito pubblico sono in mano a risparmiatori italiani, molti dei quali piccoli.

Silvio Berlusconi ha sempre vinto con lo slogan “Meno tasse e più pensioni”, più “grandi opere per tutti”. In Italia non sono ammessi referendum con contenuti esplicitamente fiscali. Perché, se il popolo è sovrano? Per un fenomeno noto come free riding. Quanti voterebbero contro un referendum berlusconiano che chiedesse nella sostanza “volete più servizi e meno tasse?”. Ma forse nemmeno sono consigliabili referendum fiscali mascherati, come è stato quello per l’acqua pubblica del 2011, che ha fatto credere ai allegri votanti che la socialità di un servizio stesse nel suo modo di produzione, e non nelle condizioni di prezzo e qualità a cui questo è erogato, che dipendono solo dalle priorità politiche. Perché allora non anche case prodotte da soggetti pubblici, o elettricità, o farmaci, o beni alimentari? Si tratta di beni certo non meno essenziali.

Oggi per far tornare i conti, “scommettere” su elevati tassi di crescita, nel contesto italiano appare rischioso. D’altronde realizzare tassi di crescita elevati, dati i livelli di spesa in deficit decisi, è l’unico modo per fare in modo che chi ci comprerà il debito, cioè gli italiani stessi e gli stranieri che finora lo hanno comprato, non ci chiedano tassi troppo elevati.

L’Europa è solo il dito che indica il problema, la luna è il costo del debito. Prendersela con il dito non sembra una grande idea. Perché questa scommessa sulla crescita appare rischiosa? Perché lo scenario esterno (sul quale non possiamo agire) non è favorevole: fine del quantitative easing, una contrazione mondiale degli scambi grazie al sovranista Trump, il rialzo dei prezzi del petrolio. Poi la manovra in deficit per la crescita punta essenzialmente sui consumi interni, ma ci sono rischi più che concreti che aumentino invece i risparmi invece dei consumi, data l’insicurezza sulle pensioni future. Comunque poi una quota dei consumi è destinata a generare maggiori importazioni.

Il nostro sistema industriale infine non brilla certo nel complesso di livelli di innovazione straordinari. Cioè questa scommessa sulla crescita sembra moralmente discutibile, perché ad alto rischio: chi pagherà se va male? Suona un po’ come esortare un povero a giocare d’azzardo per risolvere i propri problemi. E certo oltre l’Europa anche Carlo Cottarelli ha ragione a ricordarcelo. È da troppo tempo evidente che indebitarsi crea consenso, pagare i debiti molto meno… È davvero questa buona democrazia? O vale la battuta di Hillary Clinton all’augusto marito: “It’s the economy, stupid”?

La chitarra di Pollina al Tenco, finalmente l’Italia si accorge di lui

Non ci potevo credere: Pippo al Tenco. Pippo Pollina porterà la sua canzone nel luogo che è diventato negli anni simbolo di intelligenza e ricerca musicale. Quando l’ho detto con fare distratto a un gruppo di giovani che lavorano con me, mi hanno chiesto chi fosse. E questo mi ha ridato il senso antico di un’ingiustizia, ma mi ha anche reso più felice per questo riconoscimento. Perché Pippo è un prodigioso menestrello, che bisogna ascoltare e poi conoscere di persona. Dopo è impossibile dimenticarlo.

Mi accadde di incontrarlo circa vent’anni fa a Roma, quartiere Testaccio, in un locale che si chiamava Akab, dove venni portato da alcuni ex redattori de I Siciliani, la rivista piantata nella nostra memoria dal genio insanguinato di Pippo Fava. Il Pippo ragazzo era andato da Palermo a cercare il Pippo sessantenne impegnato nella sua lotta mortale contro la mafia catanese. Gli aveva offerto militanza giovanile per la distribuzione del mensile. A Ciaculli un giorno gli avevano anche bucato le ruote dell’auto.

Le cose della Sicilia anni Ottanta promettevano orizzonti foschi. E lui con in tasca a malapena i soldi del viaggio (che gli rubarono nel sonno) partì in treno alla volta della Svizzera. Con la chitarra accanto. Esperienza musicale di un certo rilievo se l’era fatta con il gruppo storico degli Agricantus. Girovagò per mezza Europa. Finché arrivò a Zurigo, dove conobbe Cristina. Nella capitale svizzera si arrangiava suonando alle fermate della metropolitana. Cantava pure Gino Paoli e Jacques Brel (“non trascinano? Ma io volevo essere libero di suonare quel che piaceva a me”). Dopo averlo visto e sentito, una ragazza lo segnalò a un teatro, che lo ingaggiò. Poi arrivarono i concerti (una volta anche con il mostro sacro Georges Moustaki), e il successo. In Svizzera e in Germania, specie dopo la caduta del Muro.

Ma questo me lo raccontò lui quella sera davanti a una birra bionda. Impossibile non passare due ore con lui dopo averlo sentito cantare. Non più di duecento spettatori, forse meno, ma era stato un ciclone, furente e a tratti delicato. Mi aveva ammaliato una canzone, che poi avrei voluto ascoltare più volte, Signore, da qui si domina la valle. Tastiera, chitarra, e una voce esplosiva in un fisico minuto. Alla fine pronosticai per lui, ancora molto giovane, una grande carriera. Non aveva più vent’anni ma le carriere vere sono lunghe e faticose, pensavo. E invece niente. Sono passati anni e l’Italia che lui rimpiange (la Sicilia nel cuore sopra ogni altra cosa) sembra non volersi accorgere di questo artista che impasta poesia e politica con naturalezza. Lo invitai nel 2004 al Mantova Musica Festival, schierato con spirito ribelle contro il festival di Sanremo, dato in direzione a Tony Renis. Lui venne entusiasta, neanche due minuti di telefonata e fu alleato nella sfida. Vinse il premio del pubblico, ricevendo gli applausi di una platea emozionata. È fatta, pensai, ora non possono più ignorarlo. E invece continuarono. Ha tenuto concerti in tante città italiane, in qualcuna ricevendo onori appassionati, in qualche piazza mettendo insieme anche migliaia di persone. Fuochi locali. Come se un mondo che si apre generosamente, anche troppo, a volti nuovi e storie sghembe, avesse allestito verso di lui un reticolato invisibile.

A volte penso che forse è perché si chiama Pippo, nome congeniale al varietà ma non all’arte musicale, e lui quel nome non lo ha voluto rinnegare, essendo il compagno fedele di un’adolescenza carica di entusiasmi e di speranze. Forse è perché è un po’ siciliano e un po’ svizzero. Forse perché è un migrante, ma migrante a suo modo, non suscita solidarietà militanti né regala sonorità esotiche. Ora è arrivata la notizia che andrà a Sanremo al Tenco come ospite speciale, la serata finale, 20 di ottobre. Pippo non vuole parlare, non polemizza con nessuno, e questa è la ragione per cui in queste Storie non trovate una parola tra virgolette. Ma chi lo ha seguito da lontano, chi gli ha voluto bene per quella sua storia scomoda e generosa, non può non provare gioia. Come quando un giovane che merita vince un concorso, o un politico per bene diventa sindaco. Io, ricordando la birra di vent’anni fa, faccio il tifo per lui. Andrà al Tenco, lui che cantava Luigi Tenco nelle metropolitane svizzere “per sentirmi libero”. Ci andrà lui migrante, nell’edizione dedicata ai migranti. Il senso di giustizia passa, alla fine, anche da queste piccole cose.

Per me chi guarda X Factor è in pessimo Stato Sociale

Il mondo della cosiddetta “controcultura giovanile” è agitato da una diatriba che si trasforma in diaspora. Il gruppo indie-rock Lo Stato Sociale ha partecipato al Festival di Sanremo con la canzone Una vita in vacanza; indi uno dei membri, Lodo Guenzi, entrerà in X Factor 2018 in qualità di giurato, insieme con Manuel Agnelli, Mara Maionchi e Fedez, dopo l’esclusione di Asia Argento. Le due partecipazioni “hanno per molti svilito il precedente percorso di denuncia sociale, rappresentativo dell’anima underground”.
Esordisco con una digressione. La faccenda di Asia Argento (che io non toccherei con la punta di un dito) e dell’ex adolescente suo accusatore si sintetizza in due massime. La prima è evangelica: chi di spada ferisce di spada ferisce. La seconda è del diritto romano: ove vi sia la par causa turpitudinis, ossia le ragioni dei contendenti siano parimenti turpi, la legge si rifiuta di intervenire. La band bolognese è fatta di ragazzi simpatici e carini, che non si tagliano i capelli come i calciatori e i portatori di pizze a domicilio e forse addirittura si lavano. Cantano graziose canzoncine su melodie insignificanti e concetti blandamente banali ammantati di filosofia da Baci Perugina.

Che il loro comportamento ultimo possa segnare un abbassamento della tensione di “denuncia sociale” è un fatto interno a un mondo affatto chiuso: dall’esterno le sfumature sono difficili da percepire, come le sottilissime dispute dei teologi sulla natura del Padre e del Figlio e sulla “precessione ipostatica” narrate da Gibbon, in modo tuttora insuperato, nella Storia della decadenza e caduta dell’Impero romano. Che sono fra i casi di massimo abbassamento del pensiero conosciuti dalla storia. Peraltro, quando potevano, costoro si mandavano reciprocamente al rogo.

Questi signorini, e i loro colleghi giudici di X Factor, fanno parte di un ambiente omogeneo all’estremo di che si collocano i per me ripugnanti 99 Posse, per i quali la liberazione degli oppressi consisterebbe nell’anello nel naso e i sacrifici umani in onore di Moloch, e Piero Pelù. Della stessa razza era Pino Daniele, oggi divinizzato, che stonava e storpiava la lingua napoletana della quale pretendeva di essere espressione, e i varî Bennato e Montecorvino. Propugnano la rivoluzione e ci fanno i soldi. Che ci facciano i soldi, è giusto, visto che trovano chi glieli dà.

Il loro pubblico è in gran parte una massa di diseredati che possiede un’istruzione al di sotto della prima elementare di sessant’anni fa. Sono sottopagati, sfruttati, vivono in spaventosi quartieri-ghetto. Quando lavorano, sono in quello stato che marxianamente si chiama alienazione. Pensate agli operatori dei call center o a quelli che confezionano i pacchi di Amazon: un contadino del Medio Evo aveva uno stato assai migliore. Ma, ecco il punto: le canzoni di costoro sono, sempre marxianamente, un oppio, che prende il posto, in quanto tale, della religione, da loro (eventualmente) sostituita con le cartomanti televisive. Bastano, appagandoli, a esaurire e ottundere ogni autentica spinta di rivendicazione alla giustizia sociale.

Il plusvalore, insegna sempre Marx, aumenta progressivamente, i ricchi, sempre meno, si fanno sempre più ricchi, i poveri, sempre più, si fanno sempre più poveri. In realtà le “bande” rock sono uno strumento della (in)civiltà capitalistica. Non sono così ingenuo da credere che il mondo del capitale abbia scientemente costruito il progetto, né che i suoi strumenti ne siano consapevoli. Altra legge della storia è l’eterogenesi dei fini. Così le masse dei diseredati, oltre a essere sempre più povere, sono sempre meno libere. Per essere liberi, cittadini e non sudditi, occorre conoscere. La Rivoluzione francese, che poi mise capo ad inenarrabili atrocità, venne dapprima fatta da borghesi che avevano letto sì l’utopista comunista Rousseau (del quale non so quanto possa dirsi che fosse intelligente), ma Hélvetius, Voltaire e Montesquieu; molti di loro conoscevano i classici latini e greci. Quale rivoluzione potranno fare Lo Stato Sociale e gli altri? Nel loro filmino Niente di speciale, proclamano: “Ogni volta che scegli, tu scegli il tipo di schiavo che non sarai”. Il ritratto della realtà effettuale è: “Ogni volta che non scegli, tu scegli il tipo di schiavo che sarai”. Al loro pubblico è lasciata solo la possibilità di non scegliere.