Sant’Orsola abbandonata, ferita nel centro di Firenze

Tra la tribuna del David di Michelangelo, all’Accademia, e lo sfascio eterno di Sant’Orsola ci sono solo tre isolati: contare i passi che separano il marketing del passato dalla progettazione del futuro vuol dire misurare la distanza che separa Vanna Marchi da Giorgio La Pira. Tutti gli ultimi sindaci di Firenze hanno scelto Vanna Marchi: Matteo Renzi ne era la reincarnazione, a Dario Nardella ne è toccata la supplenza. Ma, diciamo la verità: non sono solo i sindaci. Da decenni questa città “volgare” (Antonio Tabucchi), ha scelto di vivere di rendita: mettendo a reddito una bellezza che toglie il fiato e perdendo ogni capacità di prendere in mano il proprio futuro. Sono troppi i fiorentini che hanno scelto di stare in periferia trasformando la casa in centro in un albergo di fatto: intere vie sono ora dormitori-mangifici, in un inquietante “effetto Venezia”.

È mancata un’idea di città: un progetto, una visione. Hanno sbagliato tutti: l’università, il tribunale, la banca. Portando le funzioni vitali fuori dalla città storica l’hanno distrutta, senza giovare alla periferia. E allora a Firenze non è rimasto che prostituirsi. Pochi giorni fa l’ultimo cliente: un magnate russo si è preso il Salone dei Cinquecento per giorni, facendo chiudere il museo e trasformando Palazzo Vecchio in Las Vegas. È la norma: un film americano chiude le strade, Renzi prende in ostaggio Michelangelo per il suo “documentario”, addii al celibato vanno in scena tra i Raffaello di Palazzo Pitti…

Per questo proprio Sant’Orsola è così interessante, così carica di futuro. Parliamo di un grande isolato (sono quattordicimila metri cubi), di proprietà della Città Metropolitana, l’ex Provincia, piantato nel cuore di Firenze: nel quartiere di San Lorenzo, a un passo dal Duomo. Era un monastero femminile benedettino, fondato agli inizi del Trecento: ma una storia travagliata l’ha dato nell’Ottocento alla Manifattura Tabacchi, fino a un rovinoso abbandono. Negli ultimi anni nulla è successo: Sant’Orsola era nei “cento luoghi” che Renzi promise di restituire alla città (promessa finita come quella di ritirarsi dalla politica in caso di vittoria del no al referendum costituzionale); è stata il set della grottesca ricerca delle ossa della Gioconda (Lisa Gherardini, possibile modella di Leonardo, sarebbe stata sepolta lì) inscenata dagli stessi umoristi che hanno inventato quelle di Caravaggio a Porto Ercole; ha conosciuto un momento di gloria mediatica quando Andrea Bocelli propose di istituirvi un’accademia di musica (tramontata prima di sorgere): fino all’annuncio (maggio 2018) che a salvarla sarebbero stati i Benetton. No comment.

E ora? E ora le pubbliche autorità non hanno la più pallida idea di cosa farci. Dopo aver scartato le idee più sensate (la migliore forse quella di Marco Moretti, presidente del Diritto allo studio toscano, che proponeva di farci una super casa dello studente che riannodasse il legame tra universitari e fiorentini), rimane solo il nulla spinto: niente Rinascimento da vendere, niente lusso estremo o moda. Ma c’è un ma: e questo ma sono i cittadini di San Lorenzo, che da anni lottano, denunciano, studiano, documentano, propongono strade per salvare Sant’Orsola, e intanto riescono a non farla uscire dalla coscienza collettiva della città. Gli architetti e urbanisti che fanno parte del comitato “Sant’Orsola project” stimano in 450.000 euro le risorse necessarie a mettere in sicurezza il piano terra (liberarlo dai resti della cementificazione operata dalla Guardia di Finanza e da materiali vari) e fare una convenzione con associazioni giovanili che potrebbero garantire la guardiania: ma nulla si muove.

Daniela Tartaglia – una delle migliori fotografe italiane, che vive a pochi passi da quel gran buco nero – gli dedica un libro, “mossa dall’urgenza (forse irrazionale) di penetrare l’anima di quel luogo, un tempo spazio di meditazione ed ora quasi oasi di pace e silenzio rispetto all’artificialità e alla vetrinizzazione del sistema urbano”. Interessante è il metodo, moderno e antico, con cui questo libro nascerà: il grafico livornese Stefano Bianchi ha lanciato il progetto Crowdbooks, in cui si raccolgono soldi dal basso per finanziare la pubblicazione di qualità di libri d’arte. Lo si è fatto per secoli col sistema delle sottoscrizioni preventive, e oggi la rete rende questo metodo sostenibile e democratico. L’obiettivo non sono soli fondi: ma libri liberi, senza padrini e senza umani rispetti. Gli scatti di Tartaglia (alcuni li vedete in pagina) dimostrano che “se amore guarda, gli occhi vedono” (Carlo Levi). Se un sindaco avesse ascoltato con altrettanto amore i residenti di San Lorenzo, avrebbe subito capito che non si trattava di “riqualificare” Sant’Orsola, ma di “restituirla” ai cittadini. Nel libro si legge il ricordo di Silvana Li, che racconta come davanti ai suoi occhi di bambina Sant’Orsola “sembrava il paese dei balocchi: cortili, chiostri e scale dove scorrazzare”. E la stessa Silvana si chiede: “A chi giova tenere spazio collettivo in queste condizioni? Vorrei che potesse diventare un’altra volta un posto, magari più pulito e organizzato, come me lo ricordo: un posto pieno di vita, con bambini che corrono e giocano, anziani che leggono il giornale e giocano a carte, ragazzi che studiano e famiglie che ci dormono e ci vivono”.

Lo vorremmo in tanti, e non solo per quel luogo, ma per tutta Firenze: di cui Sant’Orsola è metafora e coscienza. E, chissà, un giorno anche riscatto.

Negozi etnici chiusi entro le 21 Salvini dichiara guerra ai bangla

In una diretta Facebook da una terrazza del Viminale, il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha promesso di inserire un emendamento nel decreto Sicurezza per imporre “la chiusura entro le 21 dei negozietti etnici“ che diventano ritrovo “di spacciatori e di gente che fa casino”. Una misura che rischia di colpire 150mila attività (dati Infocamere), in lenta ma continua crescita negli ultimi anni (+0,8% rispetto al 2016). La misura andrà a colpire soprattutto la Campania, dove si trova il numero più consistente di bangladini: 22mila negozi a giugno 2018. Seguono la Lombardia (19mila) e il Lazio (18mila). A prendere le distanze è Confesercenti: “Non si può fare una norma che discrimina determinati imprenditori rispetto ad altri. Chi ha un’attività commerciale ha il dovere di rispettare le regole e il diritto di restare aperto, che si tratti di esercizi gestiti da stranieri o da italiani”. Più cauta Confcommercio: “Il principio di voler contrastare l’invasione dei minimarket nei centri storici cittadini, fenomeno figlio delle liberalizzazioni, è condivisibilissimo, ma va fatto con raziocinio”. Sul fronte politico la spaccatura è più evidente con le dichiarazioni dei sindaci di Milano e Torino. “Sono totalmente contrario che siano costretti alla chiusura alle 21 solo i negozi etnici, è una discriminazione folle”, commenta Beppe Sala. Mentre per Chiara Appendino: “Inutile girarci intorno: vicino a questi piccoli market, complice l’alcol a basso costo, c’è scarsa sicurezza”.

Ogni maledetta domenica lavorativa

Negozi chiusi la domenica e i festivi. La questione, oggetto di diverse proposte di legge è approdata nelle commissioni parlamentari con l’avvio delle audizioni alla Camera. M5S contempla turni a rotazione per l’apertura degli esercizi commerciali secondo un Piano per la regolazione tralasciando le città d’arte; la proposta della Lega prevede un obbligo di 8 chiusure l’anno di cui 4 domeniche nel mese di dicembre e altre nel corso degli altri mesi; ad ampio raggio il Pd che non prevede limiti agli orari a eccezione delle maggiori festività, come Capodanno o il 1° maggio. Dietro le battaglie sull’importanza del tempo da passare in famiglia, c’è per tutti il tentativo di penalizzare la grande distribuzione a favore di piccoli esercizi. Ma nelle audizioni in corso, l’Ufficio parlamentare di Bilancio, un’autorità indipendente, ha smontato il mito dell’eccezionalità italiana del lavoro domenicale: nei Paesi Ue lavorano una domenica al mese in media il 30% dei lavoratori, mentre l’Italia è al quintultimo posto con il 24%. Il punto resta, infatti, lo stipendio: per la per gran parte degli addetti del commercio lavorare il settimo giorno è un obbligo non adeguatamente retribuito. Come dimostra il viaggio che abbiamo fatto attraverso racconti di quanti le domeniche di shopping le vivono dietro i banconi.

Verona. Sira: “Da 8 anni aspettiamo le assunzioni”

L’aria è fresca e il cielo è ancora scuro quando arrivano nel parcheggio del centro commerciale. Le strade di Verona sono strisce umide e deserte, il piazzale davanti all’ingresso è vuoto. La mattina presto le uniche auto sono quelle dei lavoratori della domenica, chiamati ad aprire le porte del tempio del consumo. Poi le luci si accendono, cominciano a stridere le ruote delle auto che cercano un posto nel parcheggio interrato. Un’altra domenica. La vita di Sira, da 8 anni, è così. “La domenica per noi non esiste più, anzi, è diventata un incubo” , spiega Sira, che lavora da 25 anni in una grande catena di elettrodomestici. “Riusciamo a stare a casa – prosegue – al massimo un paio di domeniche all’anno. Si perdono amicizie, possibilità di stare insieme, senso della famiglia”. Con la liberalizzazione del governo Monti avevano promesso nuove assunzioni per coprire le aperture domenicali. “In realtà non è successo, le aziende hanno scaricato su di noi, ci siamo organizzati i turni per fare anche il fine settimana: un servizio così non è garantito nemmeno negli ospedali”.

Chi ha figli piccoli, poi, non sa come gestirli: “Chi può li lascia ai nonni, o al partner se fa un lavoro diverso ed ha la fortuna di essere a casa”. Il tutto per pochi euro in più. Il contratto collettivo del commercio prevede il 30 per cento in più di retribuzione per le ore lavorate di domenica. “Ma se il contratto non è applicato, come nel caso della Federdistribuzione, non c’è neanche questa certezza”, spiega Floriano Zanoni, segretario della Filcams Cgil di Verona. Che aggiunge: “In molti casi la questione è lasciata alla contrattazione aziendale. Noi, dove siamo presenti, cerchiamo almeno di prevedere dei meccanismi di rotazione”. Andrea lavora da quasi trent’anni in una catena tedesca della grande distribuzione: “Siamo d’accordo con l’idea di abolire il ‘sempre aperto’, non funziona, non porta maggiori guadagni, è stato solo un disastro per le nostre vite. Tra l’altro essere aperti anche Pasqua e Natale è assurdo: siamo lì solo per i non cristiani, per gli stranieri che bazzicano nel centro commerciale e non spendono. Gente che ha il nostro stile di vita e di pensiero. Inutile cercare di parlare con i lavoratori del supermercato: “Si rivolga al punto informazioni all’entrata – risponde una ragazza imbarazzata – Io che ne so che non la manda la direzione? Noi non possiamo parlare con nessuno”. Due commesse, in un negozio di scarpe, invece raccontano volentieri: “Io ho girato vari negozi, Verona, Padova, Milano, ed è così dappertutto: se va bene un 30 per cento in più e nel contratto prevedono almeno 3 domeniche al mese lavorative”, spiega la prima ragazza, anche lei favorevole alla chiusura di domenica. “Chi lavora domenica, ha fatto anche il sabato. Hai il giorno libero durante la settimana, ma è un giorno perso in cui non sai che cosa fare e con chi – continua la collega –. Quello che ci pesa di più è dover lavorare anche sotto le festività, almeno per me che sono cristiana. Io non voglio lavorare il giorno di Santo Stefano, di Pasquetta. Se potessi mi metterei qui fuori con un cartellone per protestare”.

Roma. “Costretta a scegliere tra il lavoro e avere dei figli”

Il responsabile aggiuntivo del Tuodì al Prenestino è di turno tre domeniche su quattro, ma il massimo della maggiorazione in busta paga è di 50 euro. Al Gros di via Tuscolana, invece, la domenica è un giorno come un altro, senza distinzione: si riposa quando capita e se lo stipendio arriva a 1.000 euro è grasso che cola. La commessa nella lussuosa Rinascente di via del Tritone ha due lauree, parla quattro lingue, ma anche lei la domenica si alza all’alba, indossa il tailleur per poi restare ore a braccia conserte nel suo corner in attesa di qualche straniero facoltoso. A Roma, secondo i dati della Filcams Cgil locale, le liberalizzazioni delle aperture in questi anni non hanno prodotto posti di lavori significativi nel settore commercio: “Le ore di lavoro sono state spalmate sui 7 giorni, i contratti sono peggiorati, il precariato è rimasto tale e gli stati di crisi non si sono risolti”, allarga le braccia la segretaria romana Alessandra Pelliccia. “Da noi ci sono i cosiddetti contratti a forfait – racconta Cristiano, responsabile al Tuodì – Il mio stipendio è di 1.200 euro per 40 ore settimanali, ma diventa di 1.260 euro se fai 60 ore”. Stipendi per cui vale la pena non potersi godere un po’ la propria famiglia? Questo è il tema al centro del dibattito fra gli stessi lavoratori. Ivan, ad esempio, ha 20 anni, fa il cassiere al Sacoph a 800 euro al mese per pagarsi l’università e delle domeniche libere gliene importa poco: “A me 20-30 euro in più sulla busta paga fanno comodo, sto studiando, non è il lavoro della mia vita”. Nel suo punto vendita ogni tanto s’incontrano facce nuove: “I contratti sono a 6 mesi o a 1 anno – dice Samantha – E ogni tanto qualcuno se ne va di sua spontanea volontà”. La domenica è un giorno come un altro: “Dipende dai negozi – spiega Francesco – al Tuscolano stanno aperti tutto il giorno, ai Parioli solo il pomeriggio. I clienti? La maggior parte potrebbe venire il sabato, ma per pigrizia scelgono la domenica: verrebbero comunque da noi”.

Non solo supermarket, come detto. Da Intimissimi molte commesse hanno contratti a tempo determinato e per loro i festivi sono giorni come altri. “Lo scorso 1° maggio siamo rimasti aperti – racconta Valeria – perché la manager si è accorta che stavamo sotto con i numeri rispetto all’anno precedente e dovevamo fare meglio”. In questo tipo di negozi, nelle vie dello shopping di periferia sono quasi sempre donne: “Oggi io e il mio compagno non abbiamo problemi, lavoriamo entrambi la domenica. Ma mi domando: e se volessi avere dei figli?”. Alla Rinascente del Tritone, il contratto varia a seconda che tu sia dipendente di un marchio concessionario dello spazio o dell’azienda madre. In entrambi i casi, si lavora tutti i giorni su due turni dalle 9 alle 23 (ma in molti arrivano anche alle 7) con possibili maggiorazioni sul notturno e sui festivi che al massimo raggiungono il 20% in più l’ora. “Ma la domenica non c’è questo grande afflusso, come la sera dopo le 20, d’altronde – spiega Fabiana – tenendo conto che il lusso è differente dalla merce di massa, diventa ancora più difficile piazzare capi del genere con soli 40 accessi giornalieri a ciascun corner”.

Diversa la situazione dei grandi centri commerciali di periferia. A Porte di Roma come a Roma Est, la domenica è giornata di grande shopping. “Ma la mattina non c’e’ nessuno – racconta Federica – La gente inizia ad arrivare intorno alle 15, quando apre il cinema. Restare chiusi la domenica? Forse per noi sarebbe un danno, in molti lavorano solo il weekend”.

Bari. Il weekindista assunto dalla cooperitiva

“Io e mia moglie lavoriamo entrambi nel commercio. Ormai è raro passare insieme la domenica”. Chi parla è un dipendente dell’Ikea di Mungivacca, a due passi da Bari. Qui il colosso svedese ha inaugurato il punto vendita nel 2007 e, dal momento della liberalizzazione, ha applicato la stessa politica delle concorrenti: aperti tutte le domeniche e in quasi tutti i giorni festivi.

Il lavoratore che racconta la sua esperienza si ritiene addirittura fortunato rispetto a molti colleghi, perché ha un contratto full time e quindi deve garantire la presenza una domenica sì e una no; ne fa circa 25 all’anno. La maggior parte degli addetti, però, ha un part time e qui le cose cambiano. “Chi ha un contratto da 24 o 30 ore – spiega – è costretto a fare ben 39 domeniche all’anno, anche nove di seguito per legge”. E come fare quando si ha un battesimo o una comunione? “Se lo comunichi al caporeparto con due o tre mesi di anticipo – prosegue – allora hai buone possibilità che la tua richiesta venga accettata. Se però è imprevista e la invii poco prima, in genere viene rigettata a meno che non trovi un sostituto”. Ikea resta comunque uno dei marchi che pagano meglio le domeniche: la maggiorazione prevista dal contratto integrativo è del 60%. Un premio al quale tanti rinuncerebbero pur di trascorrere qualche festività in più a casa. “Noi non diciamo che dobbiamo essere sempre chiusi – conclude il lavoratore – ma nemmeno sempre aperti. Invece ci dicono che nei giorni festivi bisogna puntare sui clienti che vengono a spendere per noia”.

La liberalizzazione del 2012 ha creato una sorta di discriminazione: chi è stato assunto prima di quella data è tenuto a lavorare meno domeniche rispetto a quelli reclutati dopo. Ed è nata anche la figura dei weekendisti, assunti per poche ore concentrate nel fine settimana. La Puglia è una delle Regioni che in questi anni si è mobilitata più di tutte con scioperi organizzati dalla Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs – i sindacati del commercio – per chiedere aperture regolamentate.

Tra Bari, l’hinterland e gli altri capoluoghi di provincia sono presenti diversi Ipercoop. In questa catena si prova a venire incontro ai lavoratori: “Nel nostro ipermercato – racconta uno di loro – tutti hanno almeno una o due domeniche libere al mese. Quando qualcuno ha qualche esigenza lo fa presente e in genere i permessi non vengono negati”. La maggiorazione, però, si ferma al 35%. Solo il 30%, invece, l’incremento per chi lavoro presso Auchan. Anche qui sono penalizzati i part time: “Io che lavoro a tempo ridotto – spiega un addetto – faccio praticamente tutte le domeniche e recupero il riposo in settimana”.

Le catene negli ultimi sei anni hanno sempre inserito l’obbligo della prestazione domenicale nei contratti. Solo gli accordi integrativi hanno permesso turnazioni più eque, ma non sempre si è riuscito a firmarli. “È un compito gravoso riuscire a condividere l’organizzazione con le aziende – fa notare Barbara Neglia, segretaria della Filcams Puglia –. Ci siamo riusciti con Mercatone Uno, che garantisce due domeniche libere al mese per tutti, con altre catene purtroppo no”.

Un prof italiano per Aleppo. “Così rinasce il minareto”

Nell’agosto del 2010 il professor Gabriele Fangi, docente di topografia e cartografia dell’Università Politecnica di Ancona, si trovava ad Aleppo. Esperto ed appassionato di Siria e delle sue ricchezze archeologiche e artistiche, scattò delle foto molto approfondite della Grande Moschea, soprattutto del suo splendido minareto, eretto nell’VIII Secolo e rarissimo pezzo di magnificenza. Non immaginava certo, il professor Fangi, che pochi mesi dopo la Siria sarebbe piombata in un incubo senza fine: dalle proteste di piazza alla guerra al terrorismo, da un conflitto intestino all’escalation internazionale, con il campo di battaglia esteso a tutto il Paese.

La stessa Aleppo, rimasta al centro del fuoco incrociato per cinque anni, fino alla resa dei conti dell’autunno 2016. Prima l’assedio, la distruzione e lo svuotamento della parte est della città, la popolazione civile trasformata in bersaglio, poi l’armistizio, le fazioni ostili evacuate e trasferite nella vicina provincia di Idlib. Fangi non immaginava, inoltre, che quegli scatti sarebbero diventati vitali, otto anni più tardi, per avviare l’opera di ricostruzione del minareto. Il 24 aprile del 2013, giorno in cui è stato abbattuto, lo studioso si è sentito travolto dalla Storia, come ci racconta oggi via Skype proprio da Aleppo: “Mi trovavo in facoltà ad Ancona quel mattino, era un mercoledì. Più tardi appresi la notizia e ripensai a quel viaggio. All’epoca avevo partecipato ad una gita organizzata proprio dall’ateneo dorico, non era la mia prima volta in Siria. In questi anni è stato molto doloroso seguire le cronache. Tornare qui oggi, ad Aleppo, trovarmi davanti solo macerie e lo skyline privo del meraviglioso minareto, è devastante. Adesso aiuto le autorità siriane a rimetterlo in piedi e farlo tornare al suo antico splendore”. Gabriele Fangi sta collaborando, gratuitamente, con i membri del Comitato per la Ricostruzione della moschea, minareto incluso. Scatti cruciali i suoi. Immagini unite ad una tecnica innovativa ideata dallo stesso Fangi, la fotogrammetria sferica, ossia il ricampionamento tecnico delle rappresentazioni cartografiche: in pratica la ricostruzione di un mosaico di scena, con le tessere messe a confronto singolarmente e ordinate in modo da ricreare un puzzle preciso.

Obiettivo finale, rimettere al proprio posto, così come in origine, i 2400 blocchi di pietra calcarea, tra parte emersa e fondamenta: “Ogni blocco va identificato – aggiunge il professor Fangi – Un lavoro immane. Molti di questi esemplari si sono spezzati, frammentandosi. La documentazione muraria del minareto, messa a confronto con quella del 2010, è una vera e propria indagine storica. Già il 40% dell’identificazione complessiva delle pietre è stato fatto, siamo a buon punto, ma serviranno ancora tempo e pazienza. Uno dei vantaggi della mia tecnica è quello di mettere a disposizione immagini precise in tempo reale, in maniera molto più rapida rispetto al concetto tridimensionale. Di rilievi, oltre ad Aleppo, ne ho fatti tanti in passato, è probabile che il mio contributo possa essere richiesto per i resti romani di Palmira, a cui ho dedicato un libro scritto con Ahmet Denker e Minna Silver, Reviving Palmyra in Multiple Dimensions: Images, Ruins and Cultural Memory”.

Il ritorno nella città perduta e riconquistata per il professor Fangi va oltre l’aspetto tecnico ed accarezza il profilo umano della nuova Aleppo: “È spaventoso, il centro storico, patrimonio dell’umanità Unesco, non esiste più, c’è da piangere. Secondo me sotto le rovine ci sono ancora dei corpi. Nel resto della città, al contrario, la vita va avanti normale, c’è tanta gente in giro. Le persone qui sono molto cordiali, comprese le mie guide e il personale dell’organizzazione con cui collaboro. Purtroppo mancano i turisti, al tempo ne arrivavano a frotte. Pensi, nell’hotel dove soggiorno sono il solo ospite e i negozianti, quando mi vedono, ringraziano il cielo, pensando ad una ripresa del flusso. Di strada ce n’è ancora tanta da fare, le ferite sono ancora aperte, ma percepisco una grande forza di volontà”. Da una nazione frammentata in mille enclave, tra Isis, milizie sunnite, le pressioni turche e le forze curde a nord-est, ora la Siria si sta lentamente ricompattando dopo le battaglie vinte dal regime di Assad ad Hama, Homs, Douma, Dara’a, Raqqa, Aleppo, appunto, e così via.

La strategia e la campagna militare messa in campo dal presidente Bashar al Assad, con il fondamentale appoggio della Russia di Putin, di Iran ed Hezbollah, hanno avuto la meglio sull’intero fronte ribelle. All’appello manca soltanto l’enclave di Idlib, accerchiata dalle forze pro-Damasco e, a nord, dalla Turchia, ultimo bastione di resistenza delle milizie ribelli sunnite ad un processo che, salvo colpi di scena, pare irreversibile.

Così, sette anni e mezzo dopo l’inizio degli scontri e con un fardello di almeno 300mila vittime, lentamente la Siria cerca di tornare al passato e con essa Aleppo, la “perla” della storia e del turismo. È il tempo della ricostruzione, fisica e dell’identità di un Paese sconvolto. La fase-chiave passa anche attraverso i suoi simboli. Tra cui il Minareto della Moschea degli Omayyadi, o Moschea di Zaccaria, la più grande delle 41 erette nella “città del sapone”. Una torre alta 45 metri, unica nel suo genere. Anni per erigerla, pochi istanti di follia per distruggerla. Nei giorni di aprile del 2013 la battaglia tra le forze di Damasco e i ribelli infuriava. Difficile, in quei momenti, orientarsi e capire chi realmente ridusse quel pezzo di Storia in macerie. Il dito, al tempo, è stato puntato su Jabhat al Nusra, la costola sunnita di al Qaeda in Siria, trasformato e frantumato in altre sigle e milizie radicali.

Le forze ribelli hanno accusato il regime, ma c’è chi ha le idee chiare sulla paternità del gesto: “I terroristi hanno distrutto il simbolo di Aleppo e dell’intera cultura siriana, una ferita che ora stiamo cercando di rimarginare. Non ci sono dubbi sulla responsabilità, a colpire è stato Abdul Qader al Saleh, leader della milizia Liwa al Tawheed, legata al fronte al Nusra”, azzarda Reme Sakr, direttrice del programma Living heritage, patrimonio vivente, per conto della ong Syria Trust for Development, la cui presidente è la first lady siriana, Asma al Assad: “Il lavoro del professor Fangi – aggiunge Reme Sakr – è un dono molto prezioso perché con le sue fotografie e la sua tecnica in 2-3 anni saremo in grado di ricostruire il minareto nella maniera più fedele rispetto all’originale. Grazie a lui e all’Italia”.

Il voto in Baviera terremota il governissimo della Merkel

Gli elettori hanno “terremotato” la politica della Baviera, la regione più ricca della Germania. Il partito di maggioranza finora assoluta, la Csu, che dalla fine degli anni ’50 in poi è stata costretta solo due volte a un governo di coalizione, ha perso quasi il 10,5% precipitando al 37,3%, un punto in meno rispetto al già deludente voto federale dell’autunno di un anno fa. Alla Spd, i socialdemocratici alleati nella grande coalizione a Berlino, sono stati più che dimezzati i consensi: è rimasta sotto la doppia cifra cedendo oltre l’11% e fermandosi al 9,5%: il peggior risultato mai ottenuto in una consultazione regionale. L’emorragia di voti ha favorito i Verdi, diventati la seconda forza con il 17,8% (+9,2%) grazie alla miglior percentuale di sempre in Baviera. Con il 10,7%, meno trionfalmente di quanto si fossero aspettati, i populisti xenofobi della Alternative für Deutschland (AfD) sono entrati per la prima volta nel parlamento regionale rimanendo un punto percentuale e mezzo sotto il risultato delle elezioni federali. La AfD è la quarta forza, perché al terzo posto si sono inseriti i Freie Wähler, i liberi elettori euroscettici e contrari all’immigrazione di massa, arrivati all’11,6% (+2,6%). Il destino di liberali (Fdp) è legato ai decimali: per tornare al Maximilianeum devono superare il 5%, la quota raggiunta nelle ultime proiezioni.

Un sondaggio commissionato dalla prima rete pubblica, la Ard, rivela che il principale colpevole (56% contro il 34% della Angela Merkel) della crisi della Csu è Horst Seehofer, capo del partito, governatore della Baviera fino alla primavera e poi ministro degli interni a Berlino. Quasi 2 elettori su 3 (e 4 su 10 della sua lista) hanno disapprovato i suoi attacchi alla cancelliera sulla politica migratoria. La scossa bavarese rischia di avere ripercussioni sull’Assia, dove si vota tra due settimane e dove Cdu, il partito della Merkel, e Verdi hanno governato assieme nell’ultima legislatura. Ma soprattutto rischia di averle a Berlino dove il contributo di provocazioni garantito da Seehofer e dalla Csu (che pesa il 6% dei voti a livello federale) ha penalizzato le tre grandi formazioni. Fra i cristiano-democratici saliranno le tensioni anche in vista della successione alla cancelliera e con l’ala conservatrice più forte. La Spd dovrà virare a sinistra per guadagnare la credibilità perduta. Nemmeno in Baviera i socialdemocratici sono riusciti a far capire le loro posizioni.

La clamorosa avanzata dei Verdi (dati al 19% a livello nazionale) sembra dimostrare che la Germania non ha completamente voltato le spalle ai progressisti. La metamorfosi ambientalista, cui ha contribuito la scelta di due candidati giovani (33 e 40 anni), “bellocci” e convincenti, ha eroso la fiducia nella Spd, logorata dall’esecutivo di coalizione. I Verdi hanno difeso valori moderati senza sacrificare l’ecologia sfilando voti sia alla Spd sia alla Csu. Il paradosso, almeno secondo Edmund Stoiber, già governatore della Baviera, è che a condannare la Csu è stata l’immigrazione interna più di quella esterna e cioè il milione di tedeschi che si sono trasferiti nel Land negli ultimi 10 anni e che ne hanno trasformato il tessuto sociale.

Per Alice Weidel, già candidata di punta dell’AfD alle ultime elezioni, la Baviera ha mandato un messaggio chiaro a Berlino per chiedere elezioni anticipate: “Non esiste più una grande coalizione, ma solo una mini-coalizione”. Andrea Nahles, segretaria della Spd, ha definito il risultato “molto brutto per la Spd e per i partiti popolari in genere”. Sia Markus Söder, governatore da 6 mesi dopo il trasloco del suo predecessore a Berlino, sia Seehofer (del quale potrebbero venire chieste le dimissioni) hanno sottolineato il chiaro mandato affidato alla Csu di formare il prossimo governo. Söder ha già fornito una indicazione sul possibile alleato: “Parleremo con tutti i movimenti democratici, ma non con la AfD naturalmente – ha dichiarato – Ma la mia predilezione è per una lista civica”. Cioè la compagine dei Freie Wählern: la maggioranza sarebbe attorno alla decina di voti.

Governo del cambiamento di Ischia, coi supercondoni

Al Grottone, al Ragno, alla Lumaca. Al bar dei Cento, ai Mille, al Calise, alla Dolce Sosta, alla Dolce Vita, all’Internazionale, al Macombo, al Negombo, alla Regina, alla Reginella, alla Regina Isabella. L’isola di Ischia ha più locali che zanzare. Ha le terme, una natura lussureggiante e Giovanni Verga, quando la costeggiò sul battello a vapore diretto in Sicilia, si stropicciò gli occhi. Scrisse: è verde e molle, la riva si insinua come una coppa e Casamicciola, bianca, sembra posare su un cuscino di verdura.

Ischia ha una ricchezza pro capite di molto superiore allo standard meridionale, e infatti la popolazione cresce, a differenza dell’altro Sud. Ma ha anche i suoi guai, primo fra tutti, i terremoti. E le tante virtù, per via della mai misteriosa mano dell’uomo, si sono andate convertendo negli anni in parecchi vizi. Oggi, ed è un mistero ancora più grande, Ischia – proprio grazie ai suoi vizi – sembra baciata dalla fortuna.

Sull’isola, in forme diverse e non certo volute, stanno per cascare tre provvedimenti del governo che – se confermati – la metteranno di buonumore. Il principale è il decreto che autorizza alla ricostruzione i proprietari delle case danneggiate dal terremoto del 21 agosto del 2017 ma abusive, in parte o in tutto. Da più di un anno gli ischitani vivono nell’attesa della mano santa. Che sembra infatti giunta: la norma trasforma gli abusi, per legge insanabili, in un incidente di percorso e apre le porte ai contributi e finalmente alla ricostruzione. Era un impegno preso da Luigi Di Maio in campagna elettorale con i tanti cittadini (ed elettori) finiti in purgatorio. “Vi aiuteremo”, disse. E così è stato.

Anche Matteo Salvini, certo pensando ad altri connazionali, contribuisce all’aiuto e lo allarga. Perché il suo condono fiscale, che nel resto del Paese è balsamo, qui ad Ischia diverrà una seconda prova della misericordia del governo. L’evasione dalle regole del fisco è divenuta una propensione collettiva e la renitenza ad osservare con scrupolo gli obblighi quasi una consuetudine.

Di qualche mese fa la chiusura, per prescrizione, di un processo a carico di cinquanta imprenditori del turismo per un vorticoso giro di fatture false. Lavori edili mai eseguiti ma fatturati e colpevolmente detratti dalle dichiarazioni dei redditi. La giustizia ha i suoi tempi, per fortuna… Le tasse sono troppe, quelle nazionali e quelle comunali. Tanto che persino il fratello del sindaco di Ischia, Enzo Ferrandino, ha dovuto richiedere la rateizzazione della Tari dovuta e non saldata per tre anni di fila (2015/2017), già oggetto di un ravvedimento operoso, chiamiamolo così, non totalmente adempiuto e riavanzato con una seconda richiesta di rateizzazione, avanzata il 1° agosto scorso e concessa il 2 agosto dagli uffici comunali.

Settantatremila euro, poco se confrontati al monte dell’evasione dei tributi locali che solo nel comune di Ischia (sono sei i municipi dell’isola) ammonterebbe, secondo i calcoli di Gaetano Di Meglio, direttore del quotidiano on line Il Dispari, a circa trentadue milioni di euro. “La Tari è una vera sciagura, e troppi sono quelli che resistono, non pagano, o versano in ritardo, o chiedono la rateizzazione”. La Guardia di finanza sta avanzando verifiche a tappeto con una insistenza che non si ricordava dai tempi del questore di Napoli Vito Mattera, nativo di Ischia (“Dev’essere verde e pulita”) e con risultati spesso sconfortanti: pochi scontrini fiscali, troppi lavoratori al nero. Ora l’annuncio della pace col fisco.

Una carezza in più che si aggiunge all’ultima, anch’essa prevista per tutti ma che sull’isola ha un suo fascino particolare: il reddito di cittadinanza. In migliaia sono infatti i lavoratori stagionali nelle strutture turistiche. Finora sei mesi erano al lavoro (l’estate) e sei mesi in disoccupazione (l’inverno). Il mix del reddito pubblico/privato garantiva una busta paga tutto l’anno che improvvisamente, con l’avvento nel 2015 della Naspi, la nuova assicurazione sociale, ha subìto una consistente decurtazione.

Ora con il reddito di cittadinanza un altro po’ di rosa nel futuro fosco: “Lei dice che saranno tanti a non farsi fare i contratti e così, rimanendo disoccupati, potranno godere del sussidio a cui aggiungere la paga in nero? Non ci avevo pensato”, riflette Simone Verde di Legambiente, l’associazione che ha promosso le battaglie più significative contro l’abusivismo, “e malgrado tutto mi fa male sapere Ischia sempre sotto i riflettori per notizie non belle. È come se ci fosse un’antipatia verso quest’isola”.

Nella piazzetta di Lacco Ameno la previsione del tassista è prodigiosa: “In tanti lavorano in nero. Nei bar, nei locali notturni, anche in qualche albergo. Non parliamo delle imprese edili. Ci sarà una corsa al reddito di cittadinanza”.

“Sono titolare dell’unica industria di ceramiche sull’isola e certo non ho di questi problemi. La situazione ischitana è nella media italiana. L’unica vera specialità nostra, se vogliamo essere sinceri, sono gli abusi edilizi”: Luigi Mennella, sindaco di Casamicciola dal 1993 al 1997 è stato tra i pochi ad avversare la pratica collettiva della costruzione fuorilegge. Ventottomila sinora gli abusi censiti su una popolazione isolana di 64mila abitanti, producono il record che una famiglia su due occupa spazi illegali, una su tre vive nelle aree più esposte al dissesto idrogeologico (frane ed alvei), una su quattro ha prodotto superfetazioni edilizie che minano la statica.

L’ultima scossa, quella del 21 agosto 2017, benché stimata del quarto grado Richter e con una durata di pochissimi secondi (cinque) ha provocato due morti, 42 feriti, e non meno di duemila abitazioni danneggiate (lievemente o gravemente). Danni incredibilmente eccessivi e persino comparabili nel rapporto causa/effetto a quelli del 1883, quando le case erano fatte di povera malta, e a Casamicciola, lo storico epicentro di ogni sisma, causarono 2313 morti ma con una scossa (5,8 gradi) assai più potente.

“Tutto uguale a prima – dice l’ex sindaco del comune – Abbiamo ancora il rione dei baraccati di quel terremoto, gli sfollati del quartiere a monte (lo stesso che ha subito i danni più ingenti nell’ultimo sisma) furono fatti sistemare nella zona bassa di Casamicciola, nelle adiacenze della piazza della marina. È passato più di un secolo, la storia insegna ma qui noi siamo cattivi scolari”.

Operazione Tenaglia: i big del Pd tentano di mandare via Renzi

Parlare di congresso a 7 mesi dalle elezioni non mi pare una scelta precipitosa. Finalmente ci siamo”. La frase chiave nella convention che lancia la candidatura di Nicola Zingaretti alla segreteria del Pd, la pronuncia Paolo Gentiloni. Un avvertimento a Renzi: basta con i tentativi di continuare a comandare il Pd dopo le dimissioni, basta con le manovre per allontanare il congresso. Tant’è vero che Gentiloni si pone come padre nobile, che appoggia sia Nicola Zingaretti, già in corsa, che Marco Minniti, che sta riflettendo se candidarsi. Il tentativo è quello di spingere Renzi definitivamente ai margini. E con i big in prima fila, a partire da Dario Franceschini, Andrea Orlando e Matteo Richetti, Renzi pare davvero già fuori.

Lui, che ha fiutato l’aria, compie la sua più classica mossa di disturbo con un’intervista al Corriere della Sera, nella quale, soprattutto, dice: “Il Pd non basta, faremo i comitati civici”. Sul modello dei Comitati per Prodi, a cui lui stesso partecipò, pensa a piccoli gruppi (almeno 5 persone) formati da non iscritti, uniti in una rete sui territori e tenuti insieme da idee comuni su temi specifici. Saranno presentati alla Leopolda, in programma a Firenze il prossimo week end. Quest’anno, la sua manifestazione fondativa sarà davvero il primo test per l’uscita dal Pd. Di certo non subito, magari a congresso finito. D’altra parte, c’è più di un motivo per cui Francesco Bonifazi resta sia tesoriere del Pd che della Fondazione Eyu.

La giornata di ieri è la fotografia di un Pd senza Renzi. O almeno di una sua parte. C’è il sole alla ex Dogana di Roma, di gente ce n’è più del previsto (qualche centinaio di persone, ma di questi tempi non è poco). “Grazie a ‘Piazza Grande’, al vostro entusiasmo e al coraggio che viene da questa Piazza e grazie a Nicola che ha avuto il coraggio di mettere in moto queste energie in un momento difficile per il Paese”, esordisce Gentiloni. Ma poi, menzione d’onore per Marco Minniti che ringrazia “per come ha lavorato nel mio governo”. Da notare l’accento sul “mio”. La foto c’è e pure l’abbraccio, ma l’endorsement definitivo a Zingaretti manca. L’ex premier si mantiene equidistante, mentre parla della necessità di allargare: nel suo schema c’è l’idea di un partito che si copra a destra e a sinistra, di un congresso che – con Minniti e Zingaretti – tracci questo percorso. Con lui nel ruolo di padre nobile e Renzi definitivamente archiviato.

Minniti non ha ancora sciolto la riserva. Questa settimana parlerà con tutti i big dem, cercherà di capire quale sostegno può avere. I più sono convinti che alla fine scenderà in campo. Ma la cosa fondamentale per farlo è non essere il candidato del senatore di Scandicci, smarcarsi dal cappello che l’ex segretario sta cercando di mettere sulla sua eventuale corsa.

Qualcuno evoca la suggestione: “E se alla fine si ritirassero entrambi e corresse Gentiloni?”. L’opzione pare fuori tempo massimo, ma la battaglia è sulla leadership vera. Nessuno crede che l’ex segretario sarà davvero disposto a essere uno tra tanti (Minniti compreso): il problema con il quale si confronta da mesi è quanto vale elettoralmente una sua operazione. Alla ex Dogana Zingaretti rispolvera le parole d’ordine care al Pd prima di Renzi. Attacca Salvini per lo smantellamento del modello Riace. Dietro di lui scorre una gigantografia di Mimmo Lucano. Si scaglia contro il ddl Pillon e incita gli uomini a difendere i diritti delle donne. Insiste sul “noi” contro l’ “egocrazia”. Attacca Di Maio che con il reddito di cittadinanza crea “sudditi”. Un discorso tanto solido quanto antico. “Il nostro vero mostro è “perché hanno scelto loro?”, dice a un certo punto. Perché poi l’analisi resta in superficie e pare emergere la consapevolezza che molte categorie vanno ripensate e approfondite. Sui 5 stelle, risponde implicitamente alle critiche di Renzi nelle ultime settimane: “Non ho detto che dobbiamo allearci con loro, ma dobbiamo fare politica, disarticolarli, dividerli”.

Alla giornata non manca un brivido. “Ecca là”, dice a mezza bocca Zingaretti, quando, appena iniziato a parlare, vede irrompere sul palco un agguerrito gruppetto di animalisti con i cartelli. “La natura e gli animali non si toccano”. Smette di parlare, ma pare indeciso su quale reazione avere. Alterna. A un certo punto dice: “Io mi diverto”. Ma poi li accusa: “Avete dei problemi psichiatrici, dovete farvi vedere da qualcuno”. Tutto quasi senza cambiare espressione. La platea si alza in piedi, il servizio d’ordine non risparmia qualche spintone e qualche pugno. Loro resistono per una decina di minuti. Poi vengono portati fuori, non senza travolgere qualche partecipante (tra cui Roberta Pinotti). “Li ha mandati Renzi”, commentano nel pubblico. Forse Renzi no, ma Walter Caporale, presidente di Animalisti Italiani onlus, dai Verdi è passato a Berlusconi e Brambilla. Tra contestazione sociale e patto del Nazareno è il ritorno dei rimossi.

“Sos Europa”. “M5S non voltatevi”

“Con le vicende delle navi Aquarius e Diciotti, il nostro Paese ha impresso una forte accelerazione al progetto di chiudersi nelle frontiere emotive del rifiuto e della paura, contribuendo al processo di disgregazione dell’Europa unita basato sulla sacralizzazione dei confini, e relegando chi si trova al di fuori di questi confini ad una umanità di seconda classe”. Lo sottolineano in una nota la segretaria e il presidente di Magistratura democratica (la storica corrente di sinistra del sindacato dei magistrati), Mariarosa Guglielmi e Riccardo de Vito riferendosi anche alla vicenda del Comune di Mimmo Lucano (in foto). Prosegue Md: “Con la fine del modello Riace si prosegue verso il rifiuto del progetto di comunità che la nostra Costituzione costruisce sulla forza di eguaglianza e di solidarietà”. Interviene anche l’Anpi: grillini “non girate lo sguardo da un’altra parte. Fermate Salvini. Almeno per decenza. Non un uomo onesto come Mimmo Lucano”.

L’ispezione che mette Riace fuorilegge partì col duo Renzi&Alfano

Il “modello” Riace è il “modello” Riace. Non è il modello previsto dalle norme dello Sprar (Servizio di protezione dei richiedenti asilo e rifugiati). Ne usa le risorse. Ma è un modello a sé stante. Non è un caso che l’abbiano studiato anche all’estero. E non è un caso che sia tra i pochissimi a essere revocato negli ultimi 5 anni. L’unico nel 2018. L’unico caso del governo Lega-M5S. E il sindaco Mimmo Lucano annuncia: “Continueremo con le risorse che ci restano”.

Non è certo con Matteo Salvini assiso al Viminale che il modello Riace inizia a frantumarsi. Il presidente del Consiglio era Renzi, il ministro dell’Interno era Angelino Alfano, quando nell’estate del 2016 gli ispettori iniziano a verificare se le norme a Riace fossero rispettate. In due anni e mezzo di ispezioni – e un’inchiesta giudiziaria nel mezzo – c’è sempre un filo rosso negli atti su Riace. Se ne elencano sempre gli aspetti positivi. Non si può omettere che sia un’esperienza di vera integrazione. Ma spunta sempre un però. Sempre lo stesso. Già nel 2016: “Gli aspetti positivi non giustificano previsioni derogatorie alla normativa ordinaria”. E ancora: “Sono emerse situazioni fortemente critiche”. Le criticità? Anche quelle, sempre uguali. Rendicontazioni imprecise e a volte mancanti. Banche dati non aggiornate. Appartamenti che non corrispondono agli standard. D’altronde è lo stesso sindaco, Mimmo Lucano, intercettato, ad ammetterlo: non sa a quali voci far corrispondere esattamente le spese. Eppure – gli atti giudiziari lo confermano – non ha mai messo in tasca un solo centesimo.

È che il suo “modello”, nelle caselle previste dalle norme, non ci sta. Persino gli ispettori che si ripresentano nel febbraio 2018 – e questa volta al Viminale c’è Marco Minniti – si arrendono all’evidenza: “Questa relazione, per scelta degli estensori, non viene redatta secondo criteri e formule di stretto criterio burocratico amministrativo, se non per alcune parti, in quanto, con la presente, vuole evidenziarsi e fornire uno strumento di comprensione del fenomeno ‘Riace’ differente da quello finora acquisito, e tentare di spiegare non solo quello che viene fatto (o non fatto) ma, soprattutto, come viene fatto direttamente dalle persone, di ogni colore e nazionalità, che ne sono le principali protagoniste”. La relazione inizia spiegando che “a pochi chilometri da Riace regnano tra le famiglie mafiose più potenti e pericolose del mondo. Riace è figlia della Locride insanguinata”. Descrive il territorio. Con i suoi limiti.

Gli ispettori immettono nella scena la “giovane di origine africana che accompagna amorevolmente i figli e prima si prostituiva per sopravvivere”. E le criticità? Ci sono. Le elenca. Le inserisce nel contesto. E conclude: “Le pecche del sistema denotano la necessità di attuare immediati mezzi correttivi”. È questa ispezione che il Viminale, oggi guidato da Salvini, nel revocare lo Sprar a Riace, definisce “sociologica”. Tolta la sociologia restano norme e tabelle. È che il modello Riace non è la perfezione. Anzi. Il Viminale guarda il “modello” con la sola lente delle norme e ne demolisce l’intero progetto. La banca dati dello Sprar non è aggiornata. Negli appartamenti (in tre casi) ci trovi gente che dovrebbe stare altrove. Sono registrate 3 persone e ne sono presenti 5. C’è una casa dove ne risultano registrate 6, ma non coincidono con i 4 beneficiari accolti. Su 165 posti finanziati si contano – non si capisce come e perché – strutture per 204 posti. Continua a “sussistere la confusione gestionale”. C’è chi “risulta accolto” fino a “631 giorni oltre i limiti previsti dalle norme”. In alcuni casi – ma non è scritto in quanti – si rileva la carenza del “mantenimento dell’ordine e del decoro domestico”. E poi “sporcizia, disordine, ambienti domestici insalubri”. I mediatori non hanno la necessaria formazione professionale. Nel luglio 2016 si scopre che manca persino “l’organigramma del personale di ognuno degli enti gestori impiegati nello Sprar”. C’è una “mancata corrispondenza tra i servizi previsti e quelli erogati”. A volte “i servizi vengono erogati a soggetti diversi da quelli ammessi dall’accoglienza”. Ecco, le pecche ci sono. Il punto è capire se “correggerle”, come suggeriva la “sociologica” relazione del 2016, o buttare giù tutto, come stabilisce oggi il governo.

Sul “modello” Riace vince la logica della burocrazia. Non rispetta le norme. E viene bocciato. Il ricorso al Tar spiegherà se il Viminale ha torto o ragione. E la lente politica? I meriti del “modello” Riace sono stati riconosciuti in tutto il mondo. E’ un fatto. Ma anche la politica l’ha bocciato. Si poteva studiarlo. Correggerlo. Fornirgli mezzi per migliorare e non fare errori. Poteva sbocciare. È stato bocciato. Ora i suoi migranti dovranno andar via. “Nessun trasferimento obbligatorio” assicura in serata Salvini. Ci mancherebbe: non v’è norma che lo consenta. Ma chi non avrà soldi per restare sarà comunque “obbligato” ad andar via. Le norme non coprono tutto. Né gli errori contabili. Né le affermazioni ipocrite.