Ma mi faccia il piacere

Il Bomba. “Da piccolo volevo fare il giornalista, poi il giornalaio, ma pure il camionista e in alcuni momenti il papa” (Matteo Renzi, Maurizio Costanzo Show, Canale5, 4.10). Poi purtroppo ha fatto il politico.

Mimetismo molesto. “Ringrazio la polizia municipale che oggi ha fermato due donne travestite da mimi che molestavano turisti e passanti. Sono state segnalate alla Questura per il decreto di espulsione. Avanti così. #sicurezza #firenze” (Dario Nardella, sindaco Pd di Firenze, Twitter, 6.10). Resta da sgominare un pirla travestito da sindaco di sinistra che molesta un’intera città.

Il legislatore. “Non c’è modo migliore di onorare le donne mettendo una mignotta in quota rosa (sulla nomina di Micaela Biancofiore, FI, a sottosegretario del governo Berlusconi, ndr)”. “Dolce e Gabbana chiusi ‘per indignazione’. Ma si può sempre entrare dal retro”. “In un Paese serio Vladimir Luxuria va in galera, non in Parlamento”. “Quando ti chiamano ‘ricchione’ o rispondi ‘a puttan e mammt’ o vai a piangere dalla maestra. Se fai la seconda cosa, sei ricchione davvero” (Enrico Esposito, appena nominato da Luigi Di Maio vicecapo dell’ufficio legislativo del ministero dello Sviluppo Economico, Twitter, 2013-2016). Chissà che belle leggi scriverà adesso.

Piazzale Croseto. “Sia chiara una cosa. Dobbiamo reagire, indignarci, batterci, denunciarli, resistere fino alle estreme conseguenze, e se sarà il caso appenderli per i piedi. Mai più fascisti” (Maurizio Crosetti, giornalista di Repubblica, Twitter, 13.10). Fortuna che non ci arriva.

Lotta continua. “Perchè l’Italia che deve commemorare, che sta commemorando, gli ottant’anni dalle leggi razziste, inclina al razzismo e applaude e di fa gli autoritratti coi razzisti al governo?” (Adriano Sofri, Il Foglio, 8.10). Forse perchè un condannato per omicidio dà lezioni di vita in prima pagina sui giornali.

Taxi Driver. “L’ex deputata pd Paola Bragantini diventa tassista” (Corriere della sera, 11.10). Lì almeno sa dove va.

Banal Grande. “Attenti alle parole che scuotono i mercati. Serve responsabilità. Il bilancio sia sano, come diceva Cicerone” (Maria Elisabetta Alberti Casellati, presidente FI del Senato, Corriere della sera, 12.10). E copriti bene ché fa freddo, come diceva mia nonna.

Vergogna l’è morta. “Le imprese: ‘Al posto dei pensionati nessuna valanga di giovani assunti’”. “Se il buongiorno si vede dal mattino, ‘quota 100’ deluderà: al posto dei nuovi pensionati non arriverà una valanga di giovani assunti. Lo dicono le valutazioni di esperti esterni all’Esecutivi, ma anche molti esponenti del mondo dell’impresa e dell’industria” (Roberto Giovannini e Sandra Riccio, La Stampa, 12.10). A parte i complimenti ai nostri illuminati imprenditori, che sono impliciti, la soluzione è chiara: l’età pensionabile non va accorciata, ma allungata almeno fino a 100 anni. Se poi uno muore prima, gli eredi pagano la multa.

Cazzullate. “Grillo e Di Maio non sono gli unici ad additare i giornali come nemici del popolo. Lo stesso fanno Trump ed Erdogan” (Aldo Cazzullo, Corriere della sera, 12.10). Per la verità lo facevano anche B. e Renzi, e chi veniva additato perdeva pure il lavoro. Ma tranquilli, di Cazzullo non s’è mai lamentato nessuno.

In fondo a destra. “Carlo Calenda è sicuro che non ci sia affatto da stare allegri… Lo scrive nella pagina più dura e preoccupata del suo libro Orizzonti selvaggi, in uscita oggi per Feltrinelli. Un libro che descrive un Paese, l’Italia, ‘fragile e confuso’… con un governo espressione di due partiti che ‘vogliono demolire la democrazia liberale’… Nella sinistra Calenda è sempre stato un personaggio scomodo” (Sergio Rizzo, Repubblica, 11.10). Soprattutto quando stava in Confindustria, alla Ferrari, in Italia Futura con Montezemolo e in Scelta Civica con Monti. Scomodissimo. Nella sinistra.

Colpa di Virginia. “Nella strage dei pedoni Roma è maglia nera. Più vittime che a Torino e Milano insieme” (La Stampa, 9.10). Forse perchè ha molti più abitanti di Torino e Milano insieme?

Il titolo della settimana/1. “Anche i grillini si abbuffano alla buvette” (Renato Farina, Libero, 11.10). Scandaloso: pare che mangino pranzo e, si sospetta, pure cena.

Il titolo della settimana/2. “La castrazione chimica conquista le donne e il Pd” (Renato Mannheimer, il Giornale, 8.10). Golosoni.

Il titolo della settimana/3. “Com’è (diventata) triste Torino” (Venerdì di Repubblica, 12.10). É da quando non c’è più quell’allegrone di Fassino.

Feltri, “Il Borghese” di umili origini, da vetrinista a geniale giornalista

Il genere dell’“autobiografia attraverso gli incontri” è diventato stucchevole e vieto. È ormai il pretesto col quale giornalisti, o scrittori che fanno i giornalisti, mettono insieme una catasta di articoli fingendo che diventino un libro; oggi la gran parte della cosiddetta “saggistica” è fatta così, ed è la parallela della narrativa basata sulle storielline autobiografiche da tinellino. Per un vero libro fatto di tante tessere staccate ci vuole uno scrittore geniale. Ecco perché è bello e intenso, pur nella massima concisione (solo 98 pagine), questo Il Borghese di Vittorio Feltri (Mondadori). Il titolo ha un’eco longanesiana; nulla potrebbe esser più lontano dagli eccessi, a volte di genio, a volte di consapevole ciarlatano, dello scrittore romagnolo: la narrazione di Feltri ha un tono di sermo cotidianus, una semplicità, una naturalezza, e anche un’eleganza, che affascinano insieme col sapore di verità.

Tra pochi mesi Feltri e io festeggeremo quarant’anni di amicizia del cuore; molte delle parti narrate (e anche alcune elegantemente omesse, perché tornano a suo onore professionale e umano) le ho viste da vicino, taluna addirittura convissuta. Ci siamo anche dipinti a vicenda in altri nostri libri. Ma le cose più toccanti della sua vita le apprendo leggendo Il Borghese. La sua infanzia bergamasca poverissima; la – necessaria – laboriosità infantile: consegnava le bottiglie del latte a domicilio, poi portava in Lambretta le bombole del gas arrampicandosi fino ai quinti piani; indi ha fatto il vetrinista. Ma c’era in lui un desiderio di conoscenza, diciamo di cultura, se il vocabolo non fosse oggi sospetto e inquinato, che non si poteva reprimere. Andava in biblioteca e cercava d’istruirsi a casaccio; lì incontrò la meravigliosa figura di monsignor Meli, uno di quei preti colti come cinquant’anni fa ancora esistevano, che colse le sue qualità, gli si affezionò e si assunse l’incarico di guidarne l’istruzione. I racconti della vita giornalistica di Vittorio sono interessanti e veridici; sarebbe bene venissero letti da chi ha meno di trent’anni, giacché mostrano una realtà del tutto scomparsa, fatta di fatica e inseguimento della vita reale: la parte più bella del giornalismo era la cronaca… Ma ci sono cose più preziose: che mostrano la forte umanità di Feltri, la sua carica affettiva: e parlare di se stessi così bene, scendendo in profondo, è dato a pochi. A ventidue anni egli perse la moglie Maria Luisa, che non resse il primo parto. La descrizione della spoglia esanime, e poi dell’incubo ricorrente nei decenni, egli che guida la Cinquecento, lei, vista nello specchietto, che gli corre dietro, e lui non riesce a frenare l’auto in corsa, e l’immagine di lei che si allontana sempre di più, fino a sparire: è una pagina di alta letteratura.

Gli incontri sono solo alcuni pochi fra quelli avuti da Feltri in settantacinque anni. I celebri giornalisti sono raccontati con rispetto ma anche con un senso critico che mi trova quasi sempre concorde. Emergono la scarsa cultura di Enzo Biagi, il cattivo carattere di Bocca, la signorilità di Montanelli; ed è un gioiello quello di Oriana Fallaci, della quale non si dovrebbero mai dimenticare il dispotismo, la mancanza di rispetto per l’interlocutore, un’egolatria largamente sconfinante nel ridicolo. I politici sono tratteggiati a punta secca, e sempre con un’inaspettata simpatia: Andreotti, De Mita, Fanfani. Il ritratto di Craxi dovrebb’essere poi fonte di riflessione per molti. Secondo me è stato l’ultimo grande statista italiano, e ingiustamente perseguitato; so bene che questa opinione è difforme dalla linea del Fatto Quotidiano, ma so altrettanto bene che il Fatto Quotidiano ha per insegna la libertà concessa ai suoi collaboratori.

 

Vittorini fa l’“Americana” tra flirt e censura fascista

È stata una delle imprese editoriali italiane più travagliate e straordinarie del Novecento: l’avventura di Americana, la leggendaria antologia di scrittori statunitensi che Elio Vittorini e l’editore Valentino Bompiani riuscirono a pubblicare nell’ottobre del 1942, in piena guerra mondiale e con gli Stati Uniti nemici, tra censure fasciste, tagli redazionali e svariate peripezie.

Fu davvero romanzesca la gestazione della raccolta che proponeva agli italiani, oltre ai grandi classici (da Washington Irving a Poe, Melville, Hawthorne, Twain, Jack London, Henry James, Dreiser), le pagine di narratori come Francis Scott Fitzgerald, Ernest Hemingway, John Steinbeck, Sherwood Anderson, Erskine Caldwell, John Fante. Romanzesca al punto che, nelle vicende che vi si sono intrecciate, spunta anche una traccia dell’amore senza speranza che Cesare Pavese nutrì per la giovane allieva Fernanda Pivano.

Lo testimoniano le bozze della prima edizione dell’antologia di Vittorini, mai uscita per il divieto da parte del regime mussoliniano. L’autore de La luna e i falò la ebbe da Vittorini, la fece rilegare e la regalò alla Pivano. Vi scrisse una dedica un po’ ironica e amara: “A Fernanda con affetto quasi fraterno, Pavese 18 luglio ’42”.

A rintracciare e pubblicare la dedica di Pavese nelle bozze di Americana, custodita presso la Fondazione Benetton-Biblioteca Pivano, è stato Claudio Pavese, omonimo (senza parentele) dello scrittore di Santo Stefano Belbo. È una delle scoperte, come i frammenti poco noti di lettere di Cesare Pavese e di Elio Vittorini, che si possono fare grazie al suo saggio L’avventura di Americana. ElioVittorini e la storia travagliata di una mitica antologia. Il libro, che si avvale di preziose illustrazioni, è in uscita da Unicopli nella collana “Le quinte” diretta da Mauro Chiabrando.

Collezionista e studioso, Pavese ama definirsi un “archeologo dell’editoria”. E da archeologo appassionato ha ricercato, catalogato e comparato i vari momenti dell’avventura di Americana, che Cesare Pavese giudicò come “una storia letteraria vista da un poeta come storia della propria poetica”. Il lavoro di Vittorini legato all’antologia, racconta, “viene avviato nella primavera del ’40 e procede a forti ritmi anche perché l’obiettivo di Valentino Bompiani è quello di pubblicare il primo volume della nuova collana per le feste natalizie di quell’anno”.

Ma Alessandro Pavolini, ministro della Cultura popolare, lo fermò. Lo fece con una lettera del 7 gennaio 1941, in cui, tra le altre cose, affermava: “Rispondo con ritardo alla vostra del 30.11.’40… l’opera è assai pregevole per il criterio critico della scelta e dell’informazione e per tutta la presentazione. Resto però del mio parere, e cioè che l’uscita – in questo momento – dell’antologia americana non sia opportuna. Gli Stati Uniti sono potenzialmente nostri nemici; il loro Presidente ha tenuto contro il popolo italiano il noto atteggiamento. Non è il momento per usare cortesie all’America, nemmeno letterarie”.

Non occorre ricordare, scrive Claudio Pavese, “quanto l’America, a partire dagli anni ’30 e fino ai primi anni del dopoguerra, avesse rappresentato, per tutta una schiera di intellettuali e di liberi pensatori italiani, l’altrove, il luogo del mito e del sogno, la terra della grande speranza. O più in breve, usando le parole di Italo Calvino, ‘una terra d’utopia, un’allegoria sociale’”.

L’antologia dei narratori americani poté vedere la luce solo nell’ottobre del ’42. L’uscita fu resa possibile in quanto l’opera era stata “rammendata” con l’introduzione affidata allo scrittore Emilio Cecchi, accademico d’Italia e perciò gradito al regime fascista, e soprattutto con l’eliminazione delle note critiche di Vittorini. Pavese, a questo proposito, il 25 maggio del ’42 gli scrisse: “Penso ti faccia piacere sentire che siamo tutti solidali con te ‘contro Cecchi’. La sua introduzione è canagliesca – politicam e criticam”. La riga, chiosa Claudio Pavese, “fu omessa nelle lettere pubblicate” da Einaudi.

“La notte con due pugili, i guardoni sul set e i furti di piadina con Villaggio”

La dura vita dell’eterno sex symbol passa dal tacco 13, neanche 12: “Che fatica! Ieri sono stata in televisione, quando è finita la trasmissione mi sono resa conto di aver dimenticato le scarpe basse e non so dove, così ho preso il treno di ritorno arrampicata su quei trampoli. Un dolore. Un fastidio”.

Sono imprescindibili. “Ovvio, ho un’immagine da rispettare, mica posso deludere le attese”. Giusto, non scherziamo, lei è Serena Grandi. “E da sempre. Io non mollo”. Sospiro di sollievo: “La fregatura sono i selfie: un tempo la scampavi con un autografo, oggi con queste foto devi sempre stare in ordine. Se non lo sono, caso raro, abbasso lo sguardo e cerco di evitare”.

Insomma, “una fatica”.

È la legge della televisione, dove cambiano totalmente le dinamiche, dove non c’è un “ciak si sbaglia”, via con un altro ciak: la tv è immediata, veloce, diretta; non puoi neanche controllare le luci per calibrare il risultato della tua immagine.

Nuda.

La telecamera non nasconde nulla, e non solo il fuori: il discorso coinvolge anche la tua parte psicologica e più intima.

Meglio il cinema.

Non mi chiamano, eppure ho girato 80 film, lo stesso numero di Alain Delon.

E nonostante questo…

Zero parti; forse sono nell’età di mezzo e forse il mio fisico e la mia aurea non permettono un ruolo adatto. Mi ci vede come nonna?

Insomma.

Appunto.

Pupi Avati nei suoi film l’ha trasformata.

Mi ha insegnato a recitare, ha stravolto ogni mia certezza, mutata fisicamente: capelli bianchi e ingrassata, dell’erotismo non gli importava.

Non è Brass.

Se con Pupi sgarri un attimo, ti sgrida come fossi un figlio discolo: una volta mi ha costretta a restare sei ore sotto le macerie; alla fine non ne potevo più e sono sbottata: “Bastaaaa! Preferisco spogliarmi e girare un erotico”.

E lui?

È scoppiato a ridere: “Serena non sei una bambina”. Ma cacchio, state voi sei ore in quella situazione.

Nuda è più semplice.

Conosco i meccanismi, sapevo perfettamente cosa volevano: sono passata dalla scuola di Brass, mica scherzi; con Tinto la realtà si tocca.

Miranda le ha cambiato la vita.

In quella fase sono diventata un sex symbol a livello europeo, scatti ovunque, richieste continue, decine di calendari, e l’ufficio stampa che mi incitava: “Mi raccomando dichiarazioni forti, anche irreali, non sei mica una donna a casa con l’uncinetto”.

Allora non è vera quella dei due pugili sfiancati in una notte di sesso a tre.

Me lo ha chiesto pochi giorni fa pure mio figlio.

E…

No, quella è verissima. (scoppia a ridere)

Gloria Guida racconta: “Per le scene di nudo i set improvvisamente si affollavano”.

Ognuno si inventava una scusa per assistere e con le situazioni più strane e ridicole, e non parlo di poche persone, ma di 70-80; per questo un giorno ho deciso: basta con gli imbucati, voglio solo gli stretti necessari, come regista e direttore della fotografia.

Fuori.

Non erano mica contenti, eh. Per fortuna non ero una qualunque e potevo decidere.

Non solo erotici, oltre ad Avati ha girato con Magni.

Eravamo sul set de In nome del popolo sovrano e ho riso alle lacrime grazie ad Alberto Sordi: prendeva perennemente in giro Luigi (Magni), e proprio durante le riprese.

Come?

Con le controscene: quando Massimo Wertmuller recitava, Alberto si piazzava di spalle e cominciava a sparare le frasi più strane e disarticolate, con noi meno esperti di lui concentrati per non perdere le battute.

L’ha corteggiata?

Blandamente, limitato dalla presenza sul set di mio marito e mio figlio.

Suo marito geloso.

Sempre, e per questo non lo avvertivo mai quando giravo una scena di nudo, altrimenti si precipitava da me.

Nel film di Magni, oltre a Sordi, c’era Manfredi.

E quando giravamo di sera e Alberto voleva chiudere per andare a casa, la frase classica era: “Nino sbrigate che gli altri se stanno a magnà tutti i cornetti per la colazione”.

In assoluto, quanto è corteggiata?

Tantissimo e da tutte le età, e mi riferisco al ventenne studente fino all’over sessanta imprenditore.

Alla faccia di chi le dà dell’ingrassata.

Lo dico sempre: sono morbida, sono una curvy; sono una caramella mou.

Però non si concede.

Non ho voglia di incazzarmi per le beghe di nessuno, e poi quando arrivi alla mia età non ti va più bene niente, diventi maggiormente egoista, meno disposta a concedere per il solo piacere di dare. Me lo diceva anche Paolo Villaggio…

Cosa?

Il discorso sull’età.

Con lui ha lavorato più volte.

Durante Rimini Rimini fuggivamo dal set per mangiare la piadina ripiena. Qualcuna l’abbiamo rubata.

Contento il regista.

Chi? Sergio (Corbucci)?

Lui…

Ogni giorno pretendeva dieci, e dico dieci, supplì! Il cibo era una delle maggiori priorità quotidiane, e quando con Paolo restavamo soli, spesso mi proponeva: “Tettona, un giorno ti porterò al Prado”.

Il museo di Madrid?

Sì.

Perché lì?

Non ne ho idea, ma era fissato.

Villaggio viene dipinto come tirchio e musone.

Davvero? Non mi sembra, era solo pervaso dalla classica vena malinconica di chi è costretto in un ruolo comico; possedeva una cultura smisurata, e su questo incuteva timore reverenziale.

In Rimini Rimini siete protagonisti di una scena celeberrima.

Io che scendo a seno nudo da un’amaca e lui impazzisce.

Quella.

È stato Sergio Curbucci a incitarlo: “Dai Paolo, sgrana gli occhi e mordi la lingua: fammi il gatto!”. Ancora oggi mi fermano per strada e replicano quel verso.

Nel film è presente un’altra icona: Laura Antonelli.

Lei rappresenta l’esatto prototipo di dramma di chi è impegnato in questo mestiere e non pensa a investire sulla famiglia.

Sola.

Per non sbarellare è fondamentale in primis un figlio e poi un marito, altrimenti questo mestiere diventa bastardo, e ti perdi.

Quando lo ha capito?

Prestissimo ed è un concetto valido per sempre: dopo aver girato La grande bellezza, e dopo il successo, sono tornata a vivere a Rimini per non cadere in certe dinamiche.

Ha manifestato qualche fastidio nei confronti di Sorrentino.

Una cazzata.

Cosa?

Ho sbagliato e di grosso: appena uscita La grande bellezza mi sono pubblicamente lamentata per alcune scene tagliate, e il malessere non era solo mio, altri protagonisti mugugnavano, lo so, li ho sentiti…

Però…

Gli altri sono rimasti saggiamente in silenzio, io no.

Con Peter Gomez a “La confessione” ha rivelato: “Negli anni Ottanta era normale drogarsi”.

Quasi tutte le dame dell’Ottocento giravano con una scatolina nascosta nel seno e dentro lo stupefacente: era prassi; allo stesso modo in quel periodo accadeva con una naturalezza coinvolgente.

Mauro di Francesco sostiene: “Ho visto insalatiere di cocaina”.

Questo no, ma era matematico trovarla in qualunque occasione conviviale, ed erano pochissimi i non coinvolti.

È finita ai domicialiari.

Scagionata e risarcita: avevano bisogno di un nome celebre.

Torniamo al cinema: ha recitato con Benigni.

Lui giovane e impacciatissimo, però un tipo interessante e surreale.

Occhi dolci anche lui.

Un po’ e in modo non palesemente dichiarato, magari mi accorgevo di uno sguardo, di un rossore, insomma avvertivo solo una certa predisposizione nei miei confronti.

Lo ha intimorito.

Capita spesso: il mio fisico non è proprio semplice da gestire, così come il mio atteggiamento: gli uomini spesso o entrano in competizione o in soggezione.

Ha recitato nel primo film di Ligabue.

E ho scoperto un uomo molto timido, come non credevo, e questo lato imprevisto del carattere lo ha reso immediatamente affascinante.

Timido?

Molto. E allo stesso tempo organizzava le riprese come fosse Fellini; mi ha stupito in positivo.

Il suo primo riflettore…

A 14 anni e per caso: con mia cugina giravo per Rimini e con delle zeppe altissime: durante la passeggiata ci fermano dei fotografi per alcuni scatti con due ragazzi più grandi di noi. Erano Cochi e Renato.

Non sapevano della vostra età…

Sembravamo molto più grandi e poi mica mi impressionavo.

Quando è diventata Serena Grandi?

Da sempre, non ricordo nessuna particolare evoluzione o presa di coscienza: sono nata in questo modo e in questo modo ho modellato la mia esistenza.

Mamma cosa diceva?

Uguale a me, con vent’anni di più: uscivamo insieme, gli uomini ci provavano con lei, i ragazzini con me.

Contento suo padre.

Gelosissimo.

Alvaro Vitali ha ammesso di essere sul lastrico.

Se hai un vero istinto commerciale, non puoi anche aver cuore per recitare.

Nel pratico?

Ho visto e vissuto molti colleghi finire male, e ne parlavamo poco fa rispetto a Laura Antonelli: anche lei era ricchissima, a Roma possedeva un intero palazzo, e su di lei ho ammirato dei gioielli clamorosi, arrivati dalla Francia e per mano di Belmondo.

Mentre alla fine…

Siamo dei bocconcini per gli affaristi: anni fa ho aperto un ristorante e si è tramutato in un bagno di umiltà per la cazzata compiuta.

Vanessa Incontrada ci ha rivelato: “Se il partner è bello, certe scene intime non sono spiacevoli…”

Davvero? (Ci pensa) I miei non sono mai stati un granché, se ne salvano un paio, tra questi Luca Barbareschi (altra pausa). In più si emozionavano, quindi sudavano all’impossibile, e qualcuno mangiava troppo aglio.

Orrore.

Eh, non proprio dei momenti esaltanti. E poi spesso l’attore sente la necessità di dimostrare quanto è maschio, giocano al superuomo, cadono nell’ambizione spicciola.

Come si difendeva?

Moltiplicavo l’esigenza di competizione, e senza mai mollare la presa, altrimenti finivo inchiappettata, soggiogata dalla mediocrità.

Va bene, ma in quanti ci hanno provato?

Tutti!

Senza scampo.

Il MeToo è una lotta contro i mulini a vento, se avessi denunciato, sarei stata perennemente in tribunale. Per fortuna non mi sono mai sentita in reale pericolo o difficoltà, piuttosto ho gestito le situazioni, alle brutte qualche sberla l’ho piazzata: so come muovermi con gli uomini.

Sempre?

(Cambia il tono di voce) Recentemente no, per mesi ho subito stalking dal mio ex, con 50 telefonate al giorno, lui che mi entra in casa di nascosto, quindi denunce e altre amenità del caso. Ho avuto paura…

Tanta.

Di più: mi sono sentita sola, non sempre protetta dalla legge; per fortuna ho un nome e una storia che mi consentono di esternarlo: ma le donne comuni? Se sto così io…

Pensi loro.

Esatto. Una situazione del genere non mi era mai capitata.

E mentalmente?

Vuoi scendere da quel tacco tredici e nasconderti sotto le coperte…

 

“Mi sento quasi come i disobbedienti civili, ma non ho altra scelta”

Andrea Trisciouglio ha 40 anni, vive a Foggia ed è malato di sclerosi multipla. Attivista dell’associazione Luca Coscioni, è tra i fondatori di “La Piantiamo”, gruppo di attivisti che dal 2013 coltiva cannabis a uso medico.

Lei cura la sua sclerosi multipla con la cannabis.

Da anni uso farmaci cannabinoidi, e ho iniziato con l’associazione a informare i cittadini malati che tentano di orientarsi nel caotico mondo italiano della cannabis terapeutica. Spieghiamo loro come in Italia sia possibile superare burocrazia e ignoranza per vedersi riconosciuto il diritto alla salute.

Si definisce un “disobbediente civile”: cosa intende?

Più volte ho chiesto soluzioni ai problemi di noi pazienti che purtroppo non sono mai arrivate. Per la nostra associazione, l’unica risposta possibile rimane sempre una sola: quella dell’autorizzazione all’autoproduzione della cannabis da parte delle persone malate.

Riesce ad accedere alle cure?

Io fortunatamente sì. Utilizzo tutti i canali di approvvigionamento, a partire dalle farmacie ospedaliere. Ma sono un caso isolato. La cannabis a uso medico non si trova, e questo è drammatico. La ministra Giulia Grillo ci ha fatto promesse che fino a ora non sono state mantenute. Ha detto che aumenterà le importazioni dall’Olanda, che però sono già cresciute nel 2017 e sono comunque vincolate alle quote sancite dagli accordi internazionali. La verità è che non si vuole sollevare il caso. E noi ci sentiamo presi in giro.

Lei ha optato per l’autoproduzione: ha avuto problemi?

Più volte mi sono state sequestrate le piante. La prima perquisizione fu nel 2010. Avevo acquistato on-line semi di canapa. Se non hanno trovato piante né cannabis illegalmente detenuta è solo perché sono una delle rare persone – l’unico in Puglia per tanto tempo – che è riuscita a superare gli ostacoli, e curarsi legalmente con la cannabis medicinale olandese fornita dalla Asl. Ma l’autoproduzione si sta espandendo sempre di più in Italia: la domanda resta nei circuiti tradizionali inevasa, e il crescente fabbisogno è sotto gli occhi di tutti.

Febbre da maria terapeutica

Si parte con 90 pazienti, salvo poi allargare il campione in base ai risultati ottenuti. La Regione Piemonte entro la fine dell’anno finanzierà con 150mila euro il primo studio in Italia sull’efficacia terapeutica della cannabis. L’indagine, che sarà realizzata dall’Ospedale Città della salute di Torino, vorrebbe mettere un punto fermo nella ricerca scientifica, visto che il dibattitto internazionale sull’utilità della terapia è aperto. Ma c’è dell’altro. I pazienti che ricorrono a questo trattamento, di fronte a gravi patologie come per esempio la sclerosi multipla, sono in costante aumento: in un anno tra Torino e le altre province sono triplicati. Solo che non esiste un caso Piemonte. Esiste, semmai, un caso Italia.

La vertiginosa crescita delle persone in trattamento riguarda infatti tutto il Paese. E con un sistema sanitario che dipende ancora dalle importazioni dall’estero, l’accesso alle cure, per tanti, resta un complicato slalom tra farmacie e ospedali. In alcuni casi, un autentico miraggio.

I numeri sono incontrovertibili. Secondo gli ultimi aggiornamenti del ministero della Salute, a fronte di un vertiginoso aumento dei pazienti, anche i consumi – che nel 2014 si erano fermati a 50 milioni di chili – l’anno scorso hanno raggiunto i 350 chili, con un aumento del 600% in 3 anni. Per quest’anno, nel 2018, è stato stimato un fabbisogno di 700 chili, il doppio rispetto all’anno precedente: e, rispetto al 2014, vorrebbe dire + 1.300%. Una moltiplicazione che lo stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze, l’unica struttura italiana autorizzata a produrre cannabis a uso medico, non riesce a fronteggiare. Quest’anno arriverà, se non ci saranno intoppi, a produrne 120 chili. Tutto il resto dovrà essere comprato all’estero. In Germania, ma soprattutto in Olanda. Cosa che potrebbe anche apparire facile. Ma ci sono accordi internazionali che stabiliscono quote di importazione autorizzate che sono tarate sui consumi dell’anno precedente e sulle stime di fabbisogno presentate anno per anno. Con il risultato che “ancora oggi la produzione interna e le importazioni non coprono un fabbisogno in costante incremento”, dice Marco Perduca, coordinatore della ricerca scientifica dell’associazione Luca Coscioni.

La buona volontà politica ora non sembra essere in discussione, col nuovo ministro. Ma vediamo i fatti dicono i pazienti.

Lo scorso luglio il ministro della Salute Giulia Grillo ha annunciato l’aumento degli acquisti di cannabis in Olanda, principale produttore europeo: quote raddoppiate per il 2018 e il 2019. Inevitabile dopo l’emergenza scattata negli ultimi mesi del 2017, quando, con le scorte esaurite, molti pazienti furono costretti a interrompere la terapia. La buona volontà politica non sembra essere in discussione. “Adesso abbiamo un ministro che dice: investiamo, facciamo studi, informiamo e formiamo i medici, un ministro che ha riconosciuto l’efficacia della cannabis nella terapia del dolore”, aggiunge Perduca. Ma è anche vero che non c’è ancora traccia delle partnership pubblico-private promesse dal ministro per aumentare la produzione domestica con nuove serre di coltivazione, nonostante in tanti, a partire da Coldiretti, si siano fatti avanti per la creazione di una filiera italiana controllata. “In conformità alla convenzioni delle Nazioni Unite e alla normativa vigente verrà valutata la crescita del fabbisogno stimato”, si limita a rispondere il ministero sulla possibilità che si possano stringere collaborazioni con i privati. Senza dimenticare che già l’anno scorso la multinazionale olandese della marijuana medica, la Bedrocan, aveva annunciato di dover limitare le esportazioni verso il nostro Paese: la domanda che arrivava dai pazienti italiani superava infatti ampiamente l’importo massimo richiesto dal Governo.

Così ancora oggi ci sono farmacie che non riescono ad avere scorte adeguate, come conferma Paola Minghetti, presidente della Società italiana dei farmacisti preparatori. “Le prescrizioni dei medici sono in costante aumento – spiega Minghetti – ma i distributori non sempre riescono ad assicurare le forniture richieste. E il ministero ci dice che per le importazioni deve attenersi agli accordi internazionali. C’è poi il problema del prezzo al banco, fissato in 9 euro al grammo. Troppo basso: a volte non basta nemmeno per coprire i costi”. Con una ulteriore aggravante: non tutte le Regioni si sono dotate di una normativa sulla somministrazione di cannabis terapeutica, in alcune è gratuita, in altre – come per esempio la Calabria – no.

I malati migrano nelle altre Regioni per la difficoltà di reperire le scorte nelle farmacie

La mancanza di omogeneità nell’accesso alle scorte delle farmacie determina anche il fenomeno del turismo sanitario. Nella sola Emilia Romagna, l’anno scorso la metà degli oltre mille pazienti trattati è arrivato da fuori regione. “C’è anche una difficoltà legata alla distribuzione, perché il ministero dà la priorità alle farmacie ospedaliere, alle quali vengono spedite i quantitativi più elevati”, dice Paolo Poli, presidente della società italiana ricerca cannabis. “Solo che molti pazienti non riescono a ottenere gratuitamente i farmaci perché nella loro regione la patologia di cui soffrono non è riconosciuta tra quelle per le quali è previsto l’accesso senza costi alle cure. Così si rivolgono alle farmacie private, che però spesso vengono rifornite poco e male: capita che ne chiedono due chili per poi vedersene recapitare sei etti”.

La legge autorizza la cannabis per uso medico dal 2007: si va dal trattamento del dolore cronico alla sclerosi multipla al contrasto di nausea e vomito nei malati di tumore curati con la chemioterapia, per arrivare al glaucoma. Ma l’anno zero, per il monitoraggio dei pazienti, è il 2013, quando fu firmato l’accordo tra il ministero della Salute e il ministero della Difesa per dare il via alla produzione nello stabilimento militare di Firenze. Stabilimento che produce la cannabis di tipo FM2 e che, di fatto, ha cominciato a distribuire dal 2016. Arrivando a contribuire con più di 50 chili lo scorso anno. Quest’anno è stata autorizzata a produrne 250, anche se alla fine saranno 120. Altri 90 saranno comprati in Germania, mentre il resto, con tutte le incognite del caso, dovrebbe arrivare dall’Olanda. L’anno prossimo poi la produzione dovrebbe raggiungere i trecento chili. Questo grazie a finanziamenti previsti dalla Legge finanziaria del 2017, che ha stanziato 1,6 milioni per aumentare la produzione e 700mila euro per le importazioni. Briciole, secondo i Radicali.

Intanto divampa il dibattito sull’efficacia delle terapie. “La cannabis viene utilizzata a scopo medico da tremila anni”, dice Paola Brusa, docente di Legislazione e tecnologia farmaceutica all’Università di Torino, che coordinerà la ricerca piemontese. “Evidentemente quindi l’efficacia c’è. Ma ancora non ci sono studi scientifici conclusivi che ci possono dire per quali patologie e con quali dosi”.

Lo studio si concentrerà sul trattamento del dolore, della fibromialgia e della meliolesi. I pazienti coinvolti assumeranno cannabis per tre mesi per poi essere osservati per i successivi sei. “A livello internazionale sono stati fatti moltissimi studi che però non si sono rilevati statisticamente rilevanti – prosegue Brusa – e a mio avviso non dobbiamo dimenticare che l’impennata delle richieste si deve anche a un effetto mediatico: se ne parla molto, e i medici sono sommersi dalle domande dei pazienti, che legittimamente vogliono stare meglio”.

Posizione condivisa dall’Istituto per la ricerca farmacologica Mario Negri. “Le evidenze scientifiche non sono ancora chiare e conclusive”, dice Enrico Davoli, capo ricercatore. “Sono appena sufficienti per alcune patologie e non danno indicazioni certe che possano riguardare tutta la popolazione. È evidente che la cannabis è efficace, ma ancora non sappiamo esattamente con che tipo di preparato. È come se fossimo al volante di una macchina potente che però non riusciamo ancora a guidare bene”.

Trump fra il generale schiavista e il voto nero

Nella Guerra di Secessione, quella che per gli americani è la Guerra Civile, l’Ohio stava con il Nord anti-schiavista del presidente Abraham Lincoln e diede alla causa dell’Unione il generale vincitore, Ulysses Grant, divenuto poi presidente nel 1868.

Ma Donald Trump non è uomo da farsi fermare da qualche dettaglio storico. E, così, ha scelto proprio l’Ohio per tessere l’elogio del generale Robert E. Lee, figlio della Virginia, comandante in capo delle forze confederate, i sudisti schiavisti.

In un comizio elettorale a Lebanon, in vista del voto di midterm del 6 novembre, l’elogio di Lee è, in realtà, servito a Trump per formulare l’elogio di Grant: Lincoln, ha detto in sintesi il presidente, temeva quel generale sudista che passava di vittoria in vittoria e pensava di non poterlo battere; ma Grant ci riuscì, togliendo le castagne dal fuoco all’Unione e alla Storia.

La Guerra Civile e il suo contesto sono spesso stati terreno minato per il presidente Trump e la sua Amministrazione, che hanno il sostegno di numerosi nostalgici confederati – a dirla in breve, razzisti e segregazionisti -, mentre si discute della rimozione dalle città del Sud di monumenti a Lee e ad altri protagonisti dell’epopea sudista. Al presidente, molti rinfacciano i commenti dell’estate 2017: dopo gli incidenti di Charlottesville, quando nei tafferugli tra bianchi di estrema destra e una folla che contestava una statua di Lee fu uccisa una donna nera, mise sullo stesso piano razzisti e anti-razzisti.

Il precedente non condiziona, evidentemente, Trump, alla caccia di voti nell’Ohio, Stato sempre cruciale nelle elezioni Usa, ma anche fra i bianchi suprematisti del ‘vecchio Sud’ e fra gli evangelici tradizionalisti della ‘cintura della Bibbia’, eppure pronto a chiedere senza imbarazzi il voto dei neri. L’omaggio a Lee a Lebanon, preludio a quello agli eroi dell’Ohio, il generale Grant, il presidente William McKinley – assassinato nel 1901 -, l’astronauta Neil Armstrong, il primo uomo sulla Luna, i fratelli Wright, pionieri dell’aviazione, e vari altri, è una tappa della campagna che il magnate sta conducendo a ritmo serrato: lo attendono decine di comizi nelle tre settimane restanti.

In questo momento, Trump ha il morale alle stelle per l’andamento dell’economia – crescita boom e disoccupazione in calo –, per il successo in Senato nella battaglia per confermare il giudice Brett Kavanaugh alla Corte Suprema – una sconfitta per i democratici e per #MeToo – e, ora, pure per il ritorno negli Usa dalla Turchia del pastore Branson. Nel voto di midterm, Trump e i repubblicani difendono la loro maggioranza a Camera e Senato: il 6 novembre, gli americani rinnovano tutta la Camera – 435 seggi – e un terzo del Senato – 33 seggi su 100 -. Attualmente, alla Camera i repubblicani sono 235 e i democratici 193 (7 i seggi vacanti); al Senato, i repubblicani sono 51 e i democratici 47 con due indipendenti che votano quasi sempre democratico. Sulla carta è più facile rovesciare la Camera che il Senato (lì, i seggi in palio ‘ballerini’ sono più democratici che repubblicani).

Nelle ultime settimane, la spinta dei democratici sembra essersi un po’ affievolita: elettoralmente, li zavorra il successo nelle primarie di molti candidati ‘liberal’ e ‘socialisti’, che infondono entusiasmo ai giovani e ai progressisti, ma destano riserve negli elettori di centro e moderati.

Csu in agonia, i verdi e la destra già ballano sulle spoglie

Markus Söder, attuale governatore della Baviera ed aspirante prossimo primo ministro del Land più ricco della Germania, sognava di diventare astronauta. È entrato nel firmamento della politica locale con un partito, la Csu, che malgrado si presenti solo a livello regionale vale il 6% sul piano federale. Conta di lanciare “Bavaria One”, il suo grande progetto per trasformare la regione nell’area tedesca di riferimento su fronte aerospaziale. Ha promesso di sostenere l’operazione con 700 milioni di euro, che però potrebbero mandare in orbita soprattutto i suoi avversari.

I verdi (Grüne) da una parte, molto probabili futuri alleati di governo se i sondaggi della vigilia verranno confermati, e la Alternative für Deutschland (AfD) dall’altra. Gli ambientalisti non sono mai stati così popolari: sia in Baviera sia in Germania sono dati vicini al 18%, una percentuale da secondo partito, anche davanti alla Spd, che diventerebbe il terzo movimento nazionale.

La formazione è sempre più moderata e sta diventando non soltanto il naturale “rifugio” dei socialdemocratici delusi, ma anche quello dei cristiano sociali meno radicali. In Baviera i due candidati di punta, la “rivelazione” Katharina Schulze, 33 anni (già capogruppo nel parlamento regionale) e Ludwig Hartmann, 40 anni, grafico della comunicazione, sono già disposti ad appoggiare la Csu se troveranno intese soddisfacenti su edilizia abitativa (a Monaco il costo delle case è proibitivo), espansione del servizio di trasporto pubblico locale, energia, politica (più rispettosa) dell’ambiente e digitalizzazione. “La maggioranza assoluta della Csu sarà una cosa da libri di storia”, ha assicurato qualche giorno fa la giovane Schulze, che in nessun caso potrebbe assumere la presidenza della Baviera: l’età minima richiesta è di 40 anni. “Sono preparato per ogni scenario”, ha commentato Hartmann, riferendosi all’ipotesi che la Csu si costretta ad “abbassarsi” ad un esecutivo di coalizione. Prima del 2008 (con i liberali) era accaduto alla fine degli anni Cinquanta.

In Baviera la AfD è durissima, anche se conta appena 5.000 iscritti. È una lista che non molti dichiarano apertamente di votare e che per questo viene puntualmente sottostimata nei sondaggi. Entrerà certamente per la prima volta nel parlamento regionale: le ultimi indagini la danno attorno al 10%, poco sotto la Spd che rischia invece di superare. Alle ultime consultazioni federali aveva ottenuto il 12,4%, il miglior risultato della Germania occidentale. A Deggendorf, il collegio elettorale di Katrin Ebner-Steiner, la donne forte della Baviera che sfoggia una convincente (per i suoi elettori) retorica anti islamica, ha superato il 19%.

La compagine nazionalista, populista e xenofoba beneficia più di altri movimenti della litigiosità della Grande Coalizione, che discute all’infinito (grazie a Horst Seehofer, ministro federale degli interni e capo della Csu) dei temi sui quali ha costruito il proprio consenso. A cominciare dall’immigrazione. Tanto che in un recente comizio Andreas Winhart, uno dei candidati locali, ha potuto dichiarare a due passi da Alice Weidel, capo dell’opposizione al Bundestag e co-capogruppo del partito assieme ad Alexander Gauland: “Ci sono incredibilmente tanti casi di Hiv, in Africa Nera, lo sappiamo, di scabbia e di Tbc: ci sono nuovi casi da noi… Io voglio sapere se quando nel vicinato un negro mi saluta con un bacio o mi tossisce addosso sia malato o no”.

“Il 14 ottobre – ha aggiunto – abbiamo la possibilità di spedire la AfD nel Parlamento regionale, di mandare la signora Merkel in pensione e di affondare nel Mediterraneo l’intera flotta di Soros (in Germania sinonimo della presunta cospirazione ebraica planetaria, ndr) con le sue navi da salvataggio”. Quello che la AfD ha già ottenuto è l’inasprimento dell’agenda: anche i Verdi sono molto più sensibili ai temi della sicurezza. La Baviera, insomma, virerà a destra. Ancora più a destra. Il rischio che l’onda d’urto arrivi fino a Berlino, dove la cancelliera sta perdendo il controllo sul proprio partito.

Altro che En Marche, ora Macron è “en panne”

Emmanuel Macron è ormai meno popolare del suo premier, Édouard Philippe. Stando ai recenti sondaggi, per la prima volta infatti la popolarità del primo ministro supera quella del presidente.

Per l’Odoxa, se solo il 29% dei francesi sostiene di avere ancora fiducia in Macron, è il 55% a sostenere Philippe. Il premier appare anche più vicino alla gente (51%-34%) e più competente (49% -36%). Per altri studi lo scarto di popolarità è inferiore (di un punto solo, 31%-30%, per TNS), ma il dato è simbolico. Anche perché fino a un anno e mezzo fa quasi nessuno conosceva il discreto ex sindaco di Le Havre, esponente dei Républicains, che ci ha messo mesi a uscire dall’ombra dell’Eliseo. I sondaggi continuano a penalizzare Macron che durante l’estate è stato alle prese con il Benallagate – lo scandalo che ha coinvolto il suo consigliere per la sicurezza – e che ha avuto un rientro dalle ferie difficile, con le dimissioni a cascata di ministri, prima Nicolas Hulot, popolare ministro dell’Ecologia, poi Laura Flessel, responsabile dello Sport, anche lei molto amata dai francesi, e infine Gérard Collomb, ministro dell’Interno e numero due del governo. A 71 anni Collomb, un macronista della prima ora, proverà a risedersi sulla poltrona di sindaco di Lione, che ha già occupato per 16 anni e che intende riconquistare alle municipali del 2020.

La partenza di Collomb, su sfondo di disaccordi con la politica del presidente, è stata un duro colpo per Macron. Le dimissioni, rifiutate dall’Eliseo, ma riconfermate da Collomb e accettate di forza, hanno dato l’impressione di un presidente incapace di affermare la sua autorità.

Dal 3 ottobre è Édouard Philippe a assumere l’interim dell’Interno e da più di dieci giorni, dunque, un tempo insolitamente lungo per la Francia, tutto il paese vive nell’attesa di un rimpasto che non arriva mai. Per diverse fonti non ci saranno annunci prima di domani. Macron minimizza la crisi. Le cose “vanno avanti con calma”, ha detto rientrando dal viaggio in Armenia venerdì scorso: “Sono impegni importanti, bisogna agire con metodo, al giusto ritmo e con professionalità”. Il travagliato rimpasto che deve dare “nuovo respiro” all’esecutivo alimenta per ora solo le polemiche dell’opposizione.

A destra si parla di “farsa” e di “tragicommedia”. La République “en marche” di Macron sarebbe ormai una République “en panne”. Si accusa il presidente di “dilettantismo”. Alcuni media parlano di “rimpasto fantasma”. Si alimentano voci di possibili divergenze nella coppia Macron-Philippe. L’Eliseo ha smentito il “braccio di ferro” al vertice, ma avrebbe messo il veto a diverse proposte di possibili nomine avanzate dal premier. Trovare un sostituto a Gérard Collomb, che dovrà occuparsi di fascicoli delicati, come la “riconquista repubblicana” delle banlieue e la riorganizzazione dell’Islam di Francia, sembra un grattacapo. I criteri sono tanti. C’è da rispettare l’equilibrio tra tecnici e politici, tra personalità di droite e di gauche.

Collomb era socialista prima di allearsi con En Marche e sembra che sia proprio nel Ps che Macron gli stia cercando il successore, incassando rifiuti. Il rimpasto potrebbe non limitarsi al solo Interno. Dovrebbe lasciare il governo tra gli altri anche la ministra della Cultura, Françoise Nyssen, finita al centro di un’inchiesta per lavori di ampliamento abusivi realizzati nella sede della casa editrice Actes Sud, di cui è stata per anni la direttrice.