La dura vita dell’eterno sex symbol passa dal tacco 13, neanche 12: “Che fatica! Ieri sono stata in televisione, quando è finita la trasmissione mi sono resa conto di aver dimenticato le scarpe basse e non so dove, così ho preso il treno di ritorno arrampicata su quei trampoli. Un dolore. Un fastidio”.
Sono imprescindibili. “Ovvio, ho un’immagine da rispettare, mica posso deludere le attese”. Giusto, non scherziamo, lei è Serena Grandi. “E da sempre. Io non mollo”. Sospiro di sollievo: “La fregatura sono i selfie: un tempo la scampavi con un autografo, oggi con queste foto devi sempre stare in ordine. Se non lo sono, caso raro, abbasso lo sguardo e cerco di evitare”.
Insomma, “una fatica”.
È la legge della televisione, dove cambiano totalmente le dinamiche, dove non c’è un “ciak si sbaglia”, via con un altro ciak: la tv è immediata, veloce, diretta; non puoi neanche controllare le luci per calibrare il risultato della tua immagine.
Nuda.
La telecamera non nasconde nulla, e non solo il fuori: il discorso coinvolge anche la tua parte psicologica e più intima.
Meglio il cinema.
Non mi chiamano, eppure ho girato 80 film, lo stesso numero di Alain Delon.
E nonostante questo…
Zero parti; forse sono nell’età di mezzo e forse il mio fisico e la mia aurea non permettono un ruolo adatto. Mi ci vede come nonna?
Insomma.
Appunto.
Pupi Avati nei suoi film l’ha trasformata.
Mi ha insegnato a recitare, ha stravolto ogni mia certezza, mutata fisicamente: capelli bianchi e ingrassata, dell’erotismo non gli importava.
Non è Brass.
Se con Pupi sgarri un attimo, ti sgrida come fossi un figlio discolo: una volta mi ha costretta a restare sei ore sotto le macerie; alla fine non ne potevo più e sono sbottata: “Bastaaaa! Preferisco spogliarmi e girare un erotico”.
E lui?
È scoppiato a ridere: “Serena non sei una bambina”. Ma cacchio, state voi sei ore in quella situazione.
Nuda è più semplice.
Conosco i meccanismi, sapevo perfettamente cosa volevano: sono passata dalla scuola di Brass, mica scherzi; con Tinto la realtà si tocca.
Miranda le ha cambiato la vita.
In quella fase sono diventata un sex symbol a livello europeo, scatti ovunque, richieste continue, decine di calendari, e l’ufficio stampa che mi incitava: “Mi raccomando dichiarazioni forti, anche irreali, non sei mica una donna a casa con l’uncinetto”.
Allora non è vera quella dei due pugili sfiancati in una notte di sesso a tre.
Me lo ha chiesto pochi giorni fa pure mio figlio.
E…
No, quella è verissima. (scoppia a ridere)
Gloria Guida racconta: “Per le scene di nudo i set improvvisamente si affollavano”.
Ognuno si inventava una scusa per assistere e con le situazioni più strane e ridicole, e non parlo di poche persone, ma di 70-80; per questo un giorno ho deciso: basta con gli imbucati, voglio solo gli stretti necessari, come regista e direttore della fotografia.
Fuori.
Non erano mica contenti, eh. Per fortuna non ero una qualunque e potevo decidere.
Non solo erotici, oltre ad Avati ha girato con Magni.
Eravamo sul set de In nome del popolo sovrano e ho riso alle lacrime grazie ad Alberto Sordi: prendeva perennemente in giro Luigi (Magni), e proprio durante le riprese.
Come?
Con le controscene: quando Massimo Wertmuller recitava, Alberto si piazzava di spalle e cominciava a sparare le frasi più strane e disarticolate, con noi meno esperti di lui concentrati per non perdere le battute.
L’ha corteggiata?
Blandamente, limitato dalla presenza sul set di mio marito e mio figlio.
Suo marito geloso.
Sempre, e per questo non lo avvertivo mai quando giravo una scena di nudo, altrimenti si precipitava da me.
Nel film di Magni, oltre a Sordi, c’era Manfredi.
E quando giravamo di sera e Alberto voleva chiudere per andare a casa, la frase classica era: “Nino sbrigate che gli altri se stanno a magnà tutti i cornetti per la colazione”.
In assoluto, quanto è corteggiata?
Tantissimo e da tutte le età, e mi riferisco al ventenne studente fino all’over sessanta imprenditore.
Alla faccia di chi le dà dell’ingrassata.
Lo dico sempre: sono morbida, sono una curvy; sono una caramella mou.
Però non si concede.
Non ho voglia di incazzarmi per le beghe di nessuno, e poi quando arrivi alla mia età non ti va più bene niente, diventi maggiormente egoista, meno disposta a concedere per il solo piacere di dare. Me lo diceva anche Paolo Villaggio…
Cosa?
Il discorso sull’età.
Con lui ha lavorato più volte.
Durante Rimini Rimini fuggivamo dal set per mangiare la piadina ripiena. Qualcuna l’abbiamo rubata.
Contento il regista.
Chi? Sergio (Corbucci)?
Lui…
Ogni giorno pretendeva dieci, e dico dieci, supplì! Il cibo era una delle maggiori priorità quotidiane, e quando con Paolo restavamo soli, spesso mi proponeva: “Tettona, un giorno ti porterò al Prado”.
Il museo di Madrid?
Sì.
Perché lì?
Non ne ho idea, ma era fissato.
Villaggio viene dipinto come tirchio e musone.
Davvero? Non mi sembra, era solo pervaso dalla classica vena malinconica di chi è costretto in un ruolo comico; possedeva una cultura smisurata, e su questo incuteva timore reverenziale.
In Rimini Rimini siete protagonisti di una scena celeberrima.
Io che scendo a seno nudo da un’amaca e lui impazzisce.
Quella.
È stato Sergio Curbucci a incitarlo: “Dai Paolo, sgrana gli occhi e mordi la lingua: fammi il gatto!”. Ancora oggi mi fermano per strada e replicano quel verso.
Nel film è presente un’altra icona: Laura Antonelli.
Lei rappresenta l’esatto prototipo di dramma di chi è impegnato in questo mestiere e non pensa a investire sulla famiglia.
Sola.
Per non sbarellare è fondamentale in primis un figlio e poi un marito, altrimenti questo mestiere diventa bastardo, e ti perdi.
Quando lo ha capito?
Prestissimo ed è un concetto valido per sempre: dopo aver girato La grande bellezza, e dopo il successo, sono tornata a vivere a Rimini per non cadere in certe dinamiche.
Ha manifestato qualche fastidio nei confronti di Sorrentino.
Una cazzata.
Cosa?
Ho sbagliato e di grosso: appena uscita La grande bellezza mi sono pubblicamente lamentata per alcune scene tagliate, e il malessere non era solo mio, altri protagonisti mugugnavano, lo so, li ho sentiti…
Però…
Gli altri sono rimasti saggiamente in silenzio, io no.
Con Peter Gomez a “La confessione” ha rivelato: “Negli anni Ottanta era normale drogarsi”.
Quasi tutte le dame dell’Ottocento giravano con una scatolina nascosta nel seno e dentro lo stupefacente: era prassi; allo stesso modo in quel periodo accadeva con una naturalezza coinvolgente.
Mauro di Francesco sostiene: “Ho visto insalatiere di cocaina”.
Questo no, ma era matematico trovarla in qualunque occasione conviviale, ed erano pochissimi i non coinvolti.
È finita ai domicialiari.
Scagionata e risarcita: avevano bisogno di un nome celebre.
Torniamo al cinema: ha recitato con Benigni.
Lui giovane e impacciatissimo, però un tipo interessante e surreale.
Occhi dolci anche lui.
Un po’ e in modo non palesemente dichiarato, magari mi accorgevo di uno sguardo, di un rossore, insomma avvertivo solo una certa predisposizione nei miei confronti.
Lo ha intimorito.
Capita spesso: il mio fisico non è proprio semplice da gestire, così come il mio atteggiamento: gli uomini spesso o entrano in competizione o in soggezione.
Ha recitato nel primo film di Ligabue.
E ho scoperto un uomo molto timido, come non credevo, e questo lato imprevisto del carattere lo ha reso immediatamente affascinante.
Timido?
Molto. E allo stesso tempo organizzava le riprese come fosse Fellini; mi ha stupito in positivo.
Il suo primo riflettore…
A 14 anni e per caso: con mia cugina giravo per Rimini e con delle zeppe altissime: durante la passeggiata ci fermano dei fotografi per alcuni scatti con due ragazzi più grandi di noi. Erano Cochi e Renato.
Non sapevano della vostra età…
Sembravamo molto più grandi e poi mica mi impressionavo.
Quando è diventata Serena Grandi?
Da sempre, non ricordo nessuna particolare evoluzione o presa di coscienza: sono nata in questo modo e in questo modo ho modellato la mia esistenza.
Mamma cosa diceva?
Uguale a me, con vent’anni di più: uscivamo insieme, gli uomini ci provavano con lei, i ragazzini con me.
Contento suo padre.
Gelosissimo.
Alvaro Vitali ha ammesso di essere sul lastrico.
Se hai un vero istinto commerciale, non puoi anche aver cuore per recitare.
Nel pratico?
Ho visto e vissuto molti colleghi finire male, e ne parlavamo poco fa rispetto a Laura Antonelli: anche lei era ricchissima, a Roma possedeva un intero palazzo, e su di lei ho ammirato dei gioielli clamorosi, arrivati dalla Francia e per mano di Belmondo.
Mentre alla fine…
Siamo dei bocconcini per gli affaristi: anni fa ho aperto un ristorante e si è tramutato in un bagno di umiltà per la cazzata compiuta.
Vanessa Incontrada ci ha rivelato: “Se il partner è bello, certe scene intime non sono spiacevoli…”
Davvero? (Ci pensa) I miei non sono mai stati un granché, se ne salvano un paio, tra questi Luca Barbareschi (altra pausa). In più si emozionavano, quindi sudavano all’impossibile, e qualcuno mangiava troppo aglio.
Orrore.
Eh, non proprio dei momenti esaltanti. E poi spesso l’attore sente la necessità di dimostrare quanto è maschio, giocano al superuomo, cadono nell’ambizione spicciola.
Come si difendeva?
Moltiplicavo l’esigenza di competizione, e senza mai mollare la presa, altrimenti finivo inchiappettata, soggiogata dalla mediocrità.
Va bene, ma in quanti ci hanno provato?
Tutti!
Senza scampo.
Il MeToo è una lotta contro i mulini a vento, se avessi denunciato, sarei stata perennemente in tribunale. Per fortuna non mi sono mai sentita in reale pericolo o difficoltà, piuttosto ho gestito le situazioni, alle brutte qualche sberla l’ho piazzata: so come muovermi con gli uomini.
Sempre?
(Cambia il tono di voce) Recentemente no, per mesi ho subito stalking dal mio ex, con 50 telefonate al giorno, lui che mi entra in casa di nascosto, quindi denunce e altre amenità del caso. Ho avuto paura…
Tanta.
Di più: mi sono sentita sola, non sempre protetta dalla legge; per fortuna ho un nome e una storia che mi consentono di esternarlo: ma le donne comuni? Se sto così io…
Pensi loro.
Esatto. Una situazione del genere non mi era mai capitata.
E mentalmente?
Vuoi scendere da quel tacco tredici e nasconderti sotto le coperte…