Khashoggi, Ankara pressa Riad: “Aprite il consolato”

La verità, semmai verrà scoperta e, soprattutto, ufficializzata, circa la scomparsa del giornalista saudita residente negli Usa Jamal Khashoggi, è ormai un affare di Stato, anzi di più Stati. Se Khashoggi fosse stato ucciso e smembrato dall’intelligence di Riad nella sede consolare saudita di Istanbul, si potrebbe generare una crisi profonda non solo tra Arabia Saudita e Turchia ma anche tra Stati Uniti e Riad, alleati di ferro su vari fronti, innescando potenzialmente un terremoto geopolitico che favorirà il nemico comune, cioè l’Iran, a danno, e non è un dettaglio, di Israele.

Ieri il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu parlando all’agenzia statale Anadolu ha ribadito che i sauditi non collaborano alle indagini. “Non abbiamo ancora visto la cooperazione necessaria per assicurare un’indagine senza problemi e portare tutto alla luce, vogliamo vederla”. Inoltre, Cavusoglu ha ribadito che Riad deve lasciare che “inquirenti ed esperti turchi entrino nel consolato”. Per il quotidiano turco Sabah “i momenti in cui Khashoggi è stato interrogato, torturato e assassinato sono stati registrati nella memoria del suo Apple Watch”. Per l’Arabia saudita le accuse sono “infondate”; la scomparsa del giornalista non la riguarda. Dopo alcuni giorni di estrema cautela, il presidente Trump si è dovuto sbilanciare, ammettendo per la prima volta che potrebbero esserci i sauditi dietro la scomparsa e che, se fosse così, il regno deve aspettarsi “una punizione severa”, anche se non ha parlato di sanzioni. Per dimostrare la gravità della situazione, The Donald ha scelto di dare un’intervista al programma di informazione più autorevole, 60 Minutes, sulla Cbs. Il presidente americano ha detto che i sauditi hanno negato il loro coinvolgimento “in ogni modo possiate immaginare” nel colloquio telefonico che il genero, Jared Kushner (molto vicino a Mohammed bin Salman detto MBS) ha avuto nei giorni scorsi con il principe ereditario saudita, nei confronti dei quali Khashoggi era più che critico.

Alla domanda su che tipo di punizione gli Stati Uniti prevedano nel caso venga confermato il ruolo di Riad, Trump però ha risposto in modo furbesco: “Vi dico cosa non voglio fare. Non voglio colpire i posti di lavoro, non voglio perdere un ordine come quello (per l’acquisto di armi da parte di Riad quantificata in 110 miliardi di dollari). Ci sono altri modi per punire”. Poi ha cercato di riprendersi dicendo: “È qualcosa, sarete sorpresi di sentirmelo dire, è qualcosa di realmente terribile e disgustoso” ha scandito il presidente.

Il Post invece ha intervistato John Brennan, ex direttore della Cia ed ex capo dello staff dell’intelligence Usa in Arabia Saudita. “C’è ancora molto da scoprire ma se il giornalista fosse stato ucciso quasi certamente ci deve essere stata l’approvazione del principe ereditario Mohammed bin Salman… e se re Salman non volesse o potesse agire contro i responsabili dovranno intervenire gli Usa”.

L’ex capo della Cia cita sanzioni contro le persone coinvolte, uno stop alle vendite militari a Riad e alla cooperazione in materia d’intelligence. Secondo Brennan è possibile che Mohammed bin Salman, pensasse che i rapporti stretti con l’Amministrazione Trump e la attuale assenza di leadership morale americana avrebbero contribuito a proteggerlo. Brennan, da sempre critico nei confronti di Trump, che a sua volta in agosto gli ha revocato la security clearance, aggiunge che “un’ostilità viscerale, condivisa nei confronti del regime iraniano hanno dato l’impressione a MBS che le relazioni Usa-Arabia Saudita fossero a prova di bomba”.

Le reazioni negative del mondo finanziario continuano ad aumentare. Il Future Investment Initiative, il summit annuale di Riad soprannominato la “Davos del deserto”, previsto il 28 ottobre, si sta trasformando in un fiasco. I media come il Financial Times, Bloomberg, Cnn e Cnbc, che da anni co-sponsorizzano l’evento, sono stati i primi a ritirarsi, seguiti dalla Banca Mondiale.

George, speculatore-filantropo tra sterline, lire, Ong e filosofia

“Fai in modo che questo possa essere il suo ultimo sorriso”. Grandi manifesti con l’immagine di un sinistramente sorridente Soros – simili a quelli della propaganda antisemita di nazista memoria – sparsi lungo i viali di Budapest hanno fatto da cornice alla vittoriosa campagna elettorale di Viktor Orbán la scorsa primavera. Durante uno dei principali discorsi ai sostenitori, il premier ungherese riferendosi con ironia a “zio George” ha descritto con precisione cosa separa lui, campione del sovranismo, dal magnate. “Combattiamo in lui un nemico che ci è estraneo”, ha detto. “Non si mostra alla luce del sole, ma si nasconde. Non ha nazionalità, ma è internazionale. Non ottiene i soldi dal lavoro ma dalla speculazione. Non appartiene a una patria, ma crede di possedere lui il mondo”.

Soros è diventato, nell’immaginario collettivo e presso i suoi detrattori, il burattinaio di tutti i complotti. Non solo per Orbán, che pure è nato politicamente grazie ai finanziamenti del tycoon al partito Fidesz quando era un giovane e brillante politico anti-comunista. Da Steve Bannon, già stratega della campagna elettorale di Donald Trump, a Matteo Salvini, non c’è chi non lo evochi al di là e al di qua dell’Atlantico come il nemico da abbattere, il grande vecchio che persegue l’agenda liberale in favore dell’invasione dei migranti entro gli inviolabili confini nazionali.

Liberale certamente lo è, nel senso più alto del termine essendo stato allievo del filosofo Karl Popper, teorico della “società aperta”. Ma ai complottisti non si può dire non abbia offerto il fianco lui stesso attraverso memorabili operazioni speculative che hanno destabilizzato l’economia nazionale di almeno tre Paesi. Quando parla di sé, l’88enne magnate diventato filantropo si definisce un “filosofo mancato”, il cui scopo è quello di “accorciare le distanze tra le mie credenze e la realtà”. Un modo nobile per definire il ruolo del politico, perché questo fa in sostanza Soros attraverso la sua fondazione, in modo tutt’altro che nascosto.

Nato a Budapest nel 1930, George riesce a sfuggire ai nazisti che invadono l’Ungheria nel 1944 grazie ai documenti procurati dal padre, un avvocato ebreo, per attestare l’origine cristiana di George. Da quell’esperienza terribile, Soros dirà di aver imparato due cose: la diffidenza come caratteristica del comportamento e l’attenzione agli oppressi. Scampato ai nazisti, due anni dopo lascia l’Ungheria, diventata comunista, per rifugiarsi in Gran Bretagna. Alla London School of Economics frequenta i corsi dell’austriaco Popper, che nel 1945 aveva pubblicato il saggio La società aperta e i suoi nemici, opera di riferimento dei sostenitori del modello liberal-democratico contrapposto ai totalitarismi di destra e sinistra.

“Speravo di mettere da parte 100.000 dollari in 5 anni per poter tornare alla ricerca filosofica”, racconterà il magnate per spiegare per quale motivo nel 1956 sceglie di lavorare a Wall Street. Negli Usa, però, le cose gli vanno meglio del previsto. Alla fine degli anni 60 l’allievo di Popper applica l’indubbia intelligenza teorica al campo della finanza. Quantum, il fondo d’investimento da lui creato, si distingue per l’aggressività, foriera di notevoli profitti.

Divenuto grazie all’attività di trading uno degli uomini più ricchi del mondo, la leggenda nera di Soros affonda le sue radici nelle speculazioni sul mercato valutario. Nel settembre 1992 scommette con successo sul crollo sia della sterlina britannica sia della lira italiana – entrambe costrette a uscire dal Sistema monetario europeo (Sme) – guadagnando oltre un miliardo di dollari. Cinque anni dopo, ripete l’operazione con il bath thailandese, la cui caduta rischia di far collassare le economie asiatiche. Operazioni definite da più parti “immorali”, che non impediscono tuttavia al tycoon di dedicarsi all’attività filantropica e, attraverso essa, alla politica.

Dagli Usa – dove oggi è sostenitore dei democratici, e nemico ricambiato di Donald Trump –, ha finanziato fin dagli anni 70 movimenti come Solidarnosc in Polonia, Charta 77 in Cecoslovacchia, i Giovani Democratici (Fidesz) nella sua Ungheria, nel tentativo di sostenere la transizione democratica post-comunista. Ma il precipitato del suo impegno fuori dai mercati finanziari arriva con Open Society. Partita negli anni 90 con un programma dedicato agli studenti neri sudafricani quando ancora vigeva in regime dell’apartheid, la fondazione opera oggi in più di 100 Paesi e ha 35 uffici locali con oltre 1800 dipendenti. Lo scorso anno, il magnate ha trasferito 18 miliardi di dollari (l’80% della fortuna personale) alla sua creatura: un segno di quanto la ritenga preziosa. Con un budget di circa 1 miliardo di euro l’anno, Open Society sostiene progetti nell’ambito dell’istruzione, della salute pubblica, dell’immigrazione e della libertà dei media e finanzia ong del calibro di Amnesty International e Human Rights Watch.

Scaltro trader milionario grazie ai profitti della speculazione, amico dei migranti. Ecco come Soros si è meritato la medaglia di nemico pubblico numero uno di complottisti, nazionalisti, populisti e sovranisti. Dall’ostilità diffusa ai fatti, il passo è breve. Aveva cominciato Putin nel 2015 a espellere dalla Russia Open Society, in quanto minaccia alla sicurezza nazionale. Lo ha seguito l’ex protegé Orbán, la cui maggioranza parlamentare ha approvato lo scorso giugno la legge cosiddetta Stop Soros, in modo da criminalizzare l’aiuto verso profughi e richiedenti asilo. Come conseguenza, Open Society ha trasferito il quartier generale da Budapest e Berlino, non senza aver denunciato il clima “sempre più ostile” che si respira in terra magiara. Eppure il nemico, per essere perfetto, deve anche essere un vincente. Mentre il modello liberale per cui Soros si batte sembra oggi sbiadito. “Su una cosa Popper sbagliava”, riflette a tanti anni di distanza dai corsi ascoltati a Londra il magnate nel corso di una lunga intervista al New York Magazine. “In democrazia, la politica non è il modo per arrivare alla verità, come Popper da filosofo della scienza pensava. La politica è piuttosto l’arte di guadagnare e mantenere il consenso”. A 88 anni, quasi un’ammissione di colpa.

Il sottosegretario Siri: tre aliquote per fare pace con il fisco

Non c’è accordo sulla pace fiscale. Le posizioni di Lega e M5S continuano ad essere distanti su uno dei punti cardine della manovra, quello da cui deriva una fetta importante delle coperture finanziarie. Il governo cercherà di tirare le somme domani, nel vertice prima del consiglio dei ministri che, nel pomeriggio, dovrà esaminare le linee guida della legge di bilancio da inviare in Europa con il Draft Budgetary Plan ed approvare il decreto fiscale. Dopo il tavolo con i sottosegretari all’Economia Massimo Garavaglia e Laura Castelli convocato da Giuseppe Conte a Palazzo Chigi al ritorno dal viaggio in Etiopia, gli esponenti del governo non parlano. L’unico ad intervenire è stato Armando Siri, tra i più decisi fautori della pace con il fisco. Il sottosegretario ai Trasporti ha ribadito la linea del “saldo e stralcio”, rispetto cui la Lega non ha intenzione di fare passi indietro, e ha rilanciato la sua idea di tre scaglioni per il pagamento dei debiti – al 6%, al 10% e al 25% – a seconda della posizione patrimoniale e reddituale del contribuente. Ad usufruire dello sconto non saranno gli evasori ma solo coloro che sono in regola con le dichiarazioni dei redditi ma che “per difficoltà economiche non hanno le risorse per pagare”.

Sbloccati i 100 milioni per le malattie da gioco

È stato inviato nei giorni scorsi in conferenza Stato – Regioni il nuovo schema di decreto del ministero della Salute per il riparto del fondo per il contrasto alla ludopatia e al gioco d’azzardo nelle varie regioni italiane. Cento milioni tra 2018 e il 2019 destinati alla prevenzione e alla cura della dipendenza da gioco. Una ripartizione basata sui criteri per quote di accesso, gli stessi usati per il Fondo Sanitario Nazionale, perché non è stato ancora attivato il flusso per la rilevazione dell’utenza del gioco d’azzardo patologico nel cosiddetto Sistema Informativo nazionale per le dipendenze, quello cioè che avrebbe permesso di definire le necessità delle Regioni e quindi di fare una ripartizione proporzionale.

La quota maggiore è destinata alla Lombardia: 8.262.584 milioni di euro per il 2018 per progetti che coinvolgeranno le Aziende Sanitarie ma anche Comuni e scuole. Al Lazio vanno 4.833.880 euro, alla Campania 4.655.102, 4.105.755 alla Sicilia. Al Veneto sono destinati 4.055.702 euro, 3,7 milioni in Emilia Romagna e in Piemonte, 3,3 milioni in Puglia, 3,1 milioni in Toscana. Circa 1,3 milioni andranno a Marche, Sardegna e Liguria. Alla Calabria sono stati assegnati 1.602.538 milioni, 1.100.092 euro all’Abruzzo, al Friuli 1.031.539, 748.263 mila euro all’Umbria, 471.310 alla Basilicata, 441 mila circa a Trento, 422mila a Bolzano, 259.708 al Molise e 105.552 alla Valle d’Aosta. Lo stesso nel 2019.

Non sono però soldi nuovi: si tratta dei 100 milioni che sarebbero dovuti essere sbloccati per il 2016 e il 2017 e previsti dalla legge di Stabilità 2015. Fondi rimasti al palo per oltre un anno. A ottobre del 2017, infatti, il Tar del Lazio, con una sentenza che aveva accolto un ricorso del Codacons, l’associazione in difesa dei consumatori, ne aveva bloccato l’erogazione e aveva annullato il provvedimento con cui il ministero aveva approvato i piani delle Regioni. Alla base, assegnazioni poco trasparenti dei fondi rilevati da alcuni membri dell’Osservatorio per il contrasto della diffusione del gioco d’azzardo e il fenomeno della dipendenza grave (che doveva valutare i progetti assieme al ministero). Per fare qualche esempio: c’erano soldi destinati l’Acli, Associazioni cristiane lavoratori italiani, o ancora 900mila euro della Campania stanziati solo per il coordinamento dei progetti. E così, in estate, nel pieno della discussione sul decreto dignità e la lotta al gioco d’azzardo, i fondi non erano ancora arrivati alle Regioni. “Ammetto con rammarico che i 100 milioni annui destinati nella scorsa legislatura a finanziare due fondi per la prevenzione e la cura della dipendenza da gioco, a distanza di due anni, non sono stati ancora del tutto assegnati”, aveva detto il ministro della Salute, Giulia Grillo, a luglio durante un question time alla Camera. La sfida che il ministero deve raccogliere è duplice: recuperare il tempo perso e finanziare i Piani di attività del biennio passato e, dall’altra, pianificare il riparto per il nuovo biennio”. C’è il nuovo ma manca il vecchio. “Con i decreti del 2016 e del 2017 sono state finanziate le attività in fase di avanzata realizzazione”, recita il testo. Attività su cui serve verifica.

I Monopoli “raccomandano”: gioco senza gara a Lottomatica

Per lo Stato italiano le gare per scegliere i concessionari a cui affidare i beni pubblici sono come il crocifisso per Nosferatu: meglio stare alla larga. Il caso del Gratta e vinci è esemplare. Per i popolari grattini lo Stato ha preferito affidarsi all’usato sicuro rappresentato da Lottomatica che ora si chiama Igt, International Game Technology, l’azienda più grande e influente del settore dell’azzardo che da 8 anni gestisce da sola l’enorme affare: 9 miliardi di euro circa di tagliandi venduti ogni anno, circa 360 milioni di euro di utili l’anno, incassati da Lottomatica. Il fatto è accaduto quasi un anno fa, ma la vicenda è tornata di attualità perché di recente il Tar ha sentenziato che quella effettuata allora fu la scelta migliore. A far pendere la bilancia dalla parte del concessionario in carica fu una comunicazione dei Monopoli, l’agenzia pubblica delegata a trattare queste faccende, una lettera finora passata inosservata, indirizzata all’allora ministro del Tesoro, Pier Carlo Padoan. Cinque pagine più una di tabelle, in cui si diceva che la gara per il Gratta e vinci era “rischiosa” ed era quindi opportuno affidare per altri 9 anni il ricco business a Lottomatica.

Per il governo quello dei Monopoli fu un formidabile assist a sostegno della decisione che aveva già in animo di prendere e cioè ridare il Gratta e vinci a Lottomatica. Il proposito fu reso legge nella manovra di bilancio delle settimane successive: il rinnovo della concessione senza gara per altri 9 anni, inserito come una semplice possibilità al momento dell’avvio della prima concessione nel 2010, fu tramutato in obbligo. Ci furono molte polemiche a riguardo e in commissione Bilancio del Senato il rinnovo automatico passò con un solo voto di scarto. Per cercare di fermare quello che stava diventando un rullo compressore, la Sisal, l’altra azienda influente dei giochi, si mise in mezzo con una lettera a Padoan in cui diceva di essere disposta a sborsare più degli 800 milioni di euro previsti come una tantum, a patto che lo Stato avesse organizzato la gara. Una volta ottenuto il rinnovo, Lottomatica-Igt commissionò alla società di consulenza Kpmg un rapporto il cui succo era che, tutto considerato, per il Gratta e vinci Lottomatica non stava ricevendo un regalo, ma lo stava facendo lei allo Stato: “L’una tantum corrisposta per il rinnovo della concessione è più onerosa per il concessionario”.

Il documento dei Monopoli porta la firma di Alessandro Aronica, all’epoca direttore dei Monopoli. Il ragionamento favorevole al rinnovo automatico a Lottomatica è incardinato su due punti. Il primo è che Lottomastica merita fiducia perché ha gestito bene il gioco. Il secondo riguarda il valore dell’una tantum che secondo Aronica dovrebbe essere fissato a 570/580 milioni di euro, proprio la stessa cifra indicata successivamente come congrua da Kpmg. Per il direttore dei Monopoli la circostanza che Lottomatica avesse ufficialmente comunicato di essere disposta a sborsare di più, cioè 800 milioni, tagliava la testa al toro in suo favore.

Argomenta Aronica: “Il rilevante differenziale tra l’importo una tantum” scaturente dai calcoli effettuati, cioè 570/580 milioni di euro “e l’importo di 800 milioni offerto dall’attuale concessionario (Lottomatica, ndr) è ragionevolmente attribuibile alla opportunità di ottenere la gestione del gioco in esame per ulteriori nove anni senza i rischi connessi ad una procedura selettiva”.

In sostanza per i Monopoli la gara per assegnare la concessione di un gioco che vale 9 miliardi di euro è un “rischio” da evitare. Anche perché, sempre secondo Aronica, ci sarebbe un secondo rischio, cioè che per la gara del Gratta e vinci non si presenti nessuno. Ignorando che Sisal, a cui probabilmente si sarebbero affiancate altre aziende nazionali e internazionali, aveva più volte manifestato l’interesse, mettendo successivamente sul piatto almeno 800 milioni di euro come garanzia. Forse anche in seguito alle polemiche scoppiate intorno alla faccenda, Aronica fu spostato a dirigere da marzo 2018 gli uffici delle Dogane e dei Monopoli di Liguria, Piemonte e Valle d’Aosta, dopo aver dovuto rinunciare alla candidatura al Senato nelle file del Pd.

La geografia è destino: Draghi e Visco in vacanza a Bali

Noi siamo profondamente convinti, col cantante, che la geografia è destino. E che lo sia nel senso più vasto. Sarà forse per questo che non ci hanno sorpreso le dichiarazioni in arrivo da Bali – luogo d’elezione del take it easy se ce n’è uno – dove da un paio di giorni folleggiano burocrati internazionali, banchieri centrali, finanzieri e magliari con la tripla A per l’annuale festicciola del Fmi. Ignazio Visco, per dire, è arrivato da Roma fresco dei colpi di sciabola col governo attorno alla riforma delle pensioni e subito s’è rilassato. Un cocktail, una corona di fiori, due risate in compagnia e già venerdì il numero 1 di Bankitalia spiegava che “tutto ciò che mette l’Italia su un sentiero di crescita è benvenuto”: tanto più che “il debito pubblico è salito dal 2008 sostanzialmente per l’economia” mica per “una politica di bilancio espansiva che non c’è stata. Anzi…”. Pure Mario Draghi, che arrivando da Francoforte ci ha messo di più a lasciarsi andare, ieri era in mood balinese puro: “Non bisogna drammatizzare” la questione dei conti italiani, “tutti devono abbassare i toni e non solo a Roma”. Certo, “un’espansione del bilancio in un Paese ad alto debito diventa molto più complicata se la gente comincia a mettere in dubbio l’euro”, però “sappiamo che ci sono state deviazioni: non è la prima volta e non sarà l’ultima. Sono fiducioso che le parti trovino un compromesso”. Vedete? Alla fine per far finire la pericolosa guerricciola dei decimali basta poco: bisogna solo riuscire a riportarsi un po’ di Bali a casa senza farsi beccare alla frontiera.

Terzo valico, lobby del cemento verso l’ennesimo trionfo

Il Terzo Valico si chiama così perché già due ferrovie collegano Genova con la Padania. Eppure da 27 anni il partito del cemento spinge per l’alta velocità tra il capoluogo ligure e Milano. Il governo Monti, appena insediato, ha tagliato le pensioni con la legge Fornero per evitare il default ma ha stanziato 6,2 miliardi per il Terzo Valico. Non per arrivare a Milano ma per fermarsi a Tortona, a un terzo del cammino. Sono 54 chilometri, costeranno 115 milioni a chilometro. Ci andranno i passeggeri o le merci? Nessuno lo dice. Però si dà per scontato che si collegherà all’Europa il porto di Genova che, da Tortona, spezzerà le reni a quello di Rotterdam, distante 1.100 chilometri. È la famosa inventiva italiana. Essendo la strategia più che comica, la lobby del cemento ha ordinato ai politici asserviti di guaire sui posti di lavoro in pericolo. Però: per la più inutile delle opere inutili, dei 6,2 miliardi previsti ne sono stati spesi 1,5 e ne restano da sperperare 4,7. Se questo denaro, anziché sprecarlo per un’opera del tutto inutile, venisse distribuito tra i 2500 lavoratori che – secondo le stime più generose – saranno occupati a regime, farebbero quasi due milioni di euro a testa. Altro che reddito di cittadinanza. A difendere posti di lavoro che costano due milioni l’uno ci sono spesso gli stessi geni dell’economia che, quando in ballo c’erano i sussidi alla fabbrica di alluminio Alcoa in Sardegna (azienda strategica secondo l’ex ministro Carlo Calenda che si faticherebbe a definire un Masaniello), tuonavano contro l’assistenzialismo.

Ma gli opinionisti a gettone sanno che in gioco non ci sono operai sardi, bensì le generose aziende delle costruzioni. Messi in ginocchio da Mani Pulite 25 anni fa, e tenuti assistenzialmente in vita proprio dall’Alta velocità, i nostri cementieri coraggiosi hanno continuato a comprarsi i politici. Per il Terzo Valico sono stati arrestati il presidente del consorzio Cociv, il direttore dei lavori e il direttore dei lavori che ha sostituito quello arrestato, più vari manager sospettati di corruzione. In tutto 36 indagati tra i quali l’ex ragioniere dello Stato Andrea Monorchio, il padre dell’alta velocità Ercole Incalza e il padrone dell’Impregilo Pietro Salini. Tra i grandi costruttori chi non è in galera è indagato, chi non è né in galera né indagato è comunque alla canna del gas. Se il governo chiudesse i rubinetti delle opere inutili sarebbero morti.

Il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli ha avuto il (provvisorio) coraggio di fare ciò che il suo predecessore Graziano Delrio, più furbo dei furbi, annunciava solo, col broncio pensoso. Ha commissionato a un gruppo di esperti l’analisi costi-benefici, cioè uno studio per capire se quei soldi sono spesi bene o buttati. Tutti hanno pensato l’ovvio, cioè che se l’analisi rivelasse che sono soldi buttati si fermerebbero i cantieri e si risparmierebbero 4,7 miliardi. Macché. Il #governodelcambiamento ha questo di bello, è talmente coraggioso da sfidare anche le leggi della fisica e, soprattutto, della logica. Quando i lavoratori del Terzo Valico sono andati a protestare sotto il ministero delle Infrastrutture, Toninelli li ha consolati notando come “ogni tipo di allarmismo sollevato sia ingiustificato”. E il suo sottosegretario Edoardo Rixi, leghista genovese, ha spiegato con più chiarezza: “È fondamentale che questa analisi costi-benefici non faccia perdere neanche un posto di lavoro e non faccia ritardare l’esecuzione delle opere”. Cioè è fondamentale che l’analisi costi-benefici sia fatta tanto per fare, con buona pace degli esperti che la stanno facendo. Qualunque sia il risultato si andrà avanti. Hanno scherzato. Come previsto, con il governo pentaleghista il partito del cemento è più forte che mai.

Twitter@giorgiomeletti

Il valore dell’esistenza non dipende dai beni posseduti ma dall’amore

In quel tempo, mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: “Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”. Gesù gli disse: “Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”. Egli allora gli disse: “Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza”. Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: “Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!”. Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni. Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: “Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel Regno di Dio!”. I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: “Figli, quanto è difficile entrare nel Regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel Regno di Dio”. Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: “E chi può essere salvato?”. Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: “Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio”. Pietro allora prese a dirgli: “Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito”. Gesù gli rispose: “In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà”. (Marco 10, 17-30)

“Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”. La domanda centrale con cui si apre il dialogo tra un uomo ricco che corre incontro a Gesù ci aiuta a far luce su un tema decisivo: in che cosa consiste la vera vita, ciò che la riempie di gioia e di senso? La riuscita e il valore della nostra esistenza dipendono dai beni, o dall’amore con cui abbiamo vissuto le nostre relazioni? Avidità, ingiustizia sociale, corruzione, latrocinio sono, spesso, il retaggio delle fortune economiche e umane. Il libro della Sapienza, parlando della saggezza, avverte: “Tutto l’oro al suo confronto è come un po’ di sabbia e come fango è valutato di fronte a lei l’argento” (Sap 7,9).

Bene ha fatto quest’uomo ricco che, spinto da una ricerca sincera di Dio, si è messo a “correre incontro” a Gesù professando che “fin dalla giovinezza” viveva nell’osservanza dei Comandamenti. Il Maestro buono, fissando lo sguardo su di lui e apprezzandone la coscienza buona e retta, “lo amò”. In questo dialogo silenzioso, si fa strada la proposta di Gesù, quella di una libertà più grande! “Va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!”. Invece di impoverirsi, avrebbe riempito la sua vita di amore, di gratuità, di relazioni nuove nate dalla condivisione di ciò che aveva. Ecco il discernimento: cosa o Chi preferire? Lo slancio del fascino iniziale si smorza e gli affetti che sembrano offrire più sicurezza inducono a mancare la scelta: “A queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato”. Invece di seguire Gesù, egli cambia strada!

Questa radicalità sconcerta i discepoli: “E chi può essere salvato?”. Ognuno di noi sa che nel cuore portiamo affetti e beni di varia natura (soprattutto la nostra stessa volontà), e proviamo paura al pensiero di abbandonarli. Vorremmo patteggiare, giungere a un compromesso.

Se può sembrare “difficile entrare nel Regno di Dio”, Gesù, ancora una volta, ci conferma: “Impossibile agli uomini, ma non a Dio, perché tutto è possibile a Dio”. Diventare discepoli non è frutto della nostra abilità umana, ma dell’incontro con quello sguardo che ci fissa con amore e ci libera dal peso del superfluo, dal bisogno di trattenere per sé dimenticando il prossimo.

 

L’amara sorpresa di Papa Francesco

Il Papa parla dell’aborto, dice il pensiero della Chiesa, ben noto. Ma la parola che ha colpito come una pugnalata chi lo ascoltava è “sicario”, ovvero assassino mercenario, senz’altro scopo che un compenso per uccidere.

Le vicende dello stesso giorno non sono state benevole per Francesco. In altre pagine degli stessi giornali la parola “sicario” compariva in molti titoli. Definiva il livello umano delle persone (forse cinque) che hanno avuto il compito di uccidere e fare a pezzi, nel Consolato saudita di Istanbul, il giornalista arabo Khashoggi, colpevole di avere scritto articoli ostili al potere del suo Paese. Nell’usare la parola “sicario”, che un comunicatore accorto come Francesco non può non aver calcolato, il Papa ha stabilito, in modo ufficiale che le donne che abortiscono, benché sia permesso dalla legge italiana e accettato da tutti i Paesi democratici, sono assassine.

La parola è ferma e brutale e non ammette sotto-valutazioni o interpretazioni più miti. Persino un assassino può essere trattato con cautela (il sicario stesso). Il mandante no, perché un perfido calcolo ben programmato gli attribuisce disegno e organizzazione del delitto. Ma una volta usata la parola “sicario” per la donna che ordisce l’uccisione del feto, oltre che per il medico che si presta, chi viene raggiunto dal messaggio (credente o non credente) è colpito da uno shock da cui non sarà facile liberarsi.

Infatti la parola scelta questa volta da Papa Francesco ha colpito e abbattuto due figure tra le più vulnerabili nella società degli umani: la donna incinta e il suo medico. Tutti sanno che non esistono allegre spedizioni di donne festose che vanno all’aborto come a un party. È solitudine, dolore, isolamento, contraddizione, tristezza. Infatti, in Italia gli aborti, da quando sono legali, sono pochi, e diminuiscono. Come è accaduto per l’immigrazione (e a causa della stessa gente) la lotta politica contro le donne e contro l’aborto (vedi lo sgradevole sottoministro Fontana) sono state dichiarate emergenza proprio quando i numeri stavano diventando minimi. La Chiesa è rimasta ferma (e sola) nel soccorso agli immigrati. Ma lo spintone improvviso e violento contro le donne e i loro medici è venuto proprio lungo la stessa linea (non solo avversa, ma anche crudele) che è tipica del momento politico italiano e della parte aggressiva e violenta di questo governo.

Perché gettare la parola “sicario” addosso a una donna tormentata dalla necessità di un aborto, quando proprio Francesco aveva usato tanto a lungo, fino a ora, la parola “misericordia”? Procurarsi un sicario è circostanza che, in ogni legislazione, aggrava la pena, perché definisce l’esistenza di traffico criminale tra criminali, chi cerca l’esecutore di un delitto e chi professionalmente si presta a uccidere, senza voler sapere altro che il compenso.

Mi sto ripetendo perché, mentre scrivo, mi rendo conto che l’evento che sto commentando è di una gravità inaudita. Non si tratta più di avere dissenso e opposizione sulla possibilità di interrompere in un punto remoto una vita che non è ancora vita. Una condanna perenne e irremovibile, una pietra tombale vaticana, è stata gettata sulle donne proprio dal Papa da cui avevamo sentito parole di aiuto, sostegno, comprensione, e istruzioni ai preti di capire e perdonare. Ma il sicario che di volta in volta viene assoldato per l’aborto, qualunque sia la ragione, inclusa la vita della madre e la peggiore diagnosi per la vita che ancora non c’è, cioè il medico, viene gravemente colpito nella sua integrità e dignità professionale.

Proprio perché il Papa è una autorità largamente riconosciuta anche dai non credenti e dai non correligionari, la sua accusa è grave e pericolosa. Francesco sa certamente che negli Stati Uniti alcune chiese fondamentaliste cristiane hanno reso possibile l’uccisione di medici ginecologi, dopo avere predicato la persuasione che quei medici erano assassini. Francesco certo sa che, negli Usa, decine di cliniche “per le donne” (ovvero i soli punti di assistenza ginecologica in certe aree americane in cui gli ospedali sono stati dissuasi dall’occuparsi di aborto) sono state fatte saltare con bombe o esplosivo, non sempre mentre erano senza pazienti. I medici abortisti italiani sono ormai pochissimi. Adesso, improvvisamente, è accaduto qualcosa che è difficile da spiegare. Il Papa ha cambiato, di colpo, personalità e pensiero. Oppure una Chiesa bigotta, conservatrice, superstiziosa, che sorveglia coi rosari le frontiere armate dei Paesi sovranisti, ha la forza di far deragliare il treno della misericordia di Francesco. E può indurre il Papa a parlare in modo disumano e crudele. Anche per sfatare la leggenda del Papa buono.

Mail box

 

L’Ue e gli organi di controllo gracchiano sul bilancio

Come facevano le passate legislature a farsi approvare i bilanci dal governo europeo se poi regolarmente aumentavano di anno in anno il debito pubblico? Semplice: presentavano un rendiconto che andava bene a tutti, investitori compresi, mentre in patria facevano quello che volevano a loro vantaggio indebitando il popolo, col silenzio degli organi di controllo. Al nuovo governo sarebbe conveniente fare la stessa cosa, ma a vantaggio del popolo, anche se gli organi di controllo questa volta gracchiano come vecchie cornacchie per avere perso oltre ai denti anche chi li manteneva.

Omero Muzzu

 

Il compito degli insegnanti è educare, non indottrinare

Recentemente in una scuola di Bologna è stato assegnato un tema in classe in cui si chiedeva agli alunni di esporre le proprie idee su come fare per disfarci di Matteo Salvini. Ci sono insegnanti che confondono il concetto di educare con quello di indottrinare. Infatti alcuni docenti abusano del loro ruolo e trasferiscono ai ragazzi quelle che in realtà sono le loro personali convinzioni. È naturale che il dibattito politico-sociale entri nelle aule ma, quando ciò accade, agli insegnanti è richiesto non di distillare e imporre certezze, ma di educare gli studenti a pensare e a scegliere con la loro testa. Saranno poi loro, i ragazzi, a decidere, nel corso della vita, se impegnarsi a seguire o a contrastare un leader politico piuttosto che un altro.

Mario Pulimanti

 

L’aborto è una scelta sofferta: la Chiesa dovrebbe capirlo

Francesco è buono e caro, e uno dei più affettuosi Papi mai esistiti. Ma il suo restare di una cieca intransigenza su ogni cosa che riguardi i rapporti sessuali, continuando ad alzare mura vaticane, non si riesce a crederlo. Eppure lo sa benissimo che è per via di queste unioni uomo-donna che, poi, si possa “anche” pensare di abortire! E non è mai bella, questa scelta, e nel prenderla si avverte certamente un’ombra nel cuore. Se la Chiesa, invece, volesse finalmente capire che vi sia uno strumento fondamentale – non un killer – perché si possano evitare non solo gli aborti ma anche, non di rado, gravi malattie, e si mettesse in testa che tale strumento è il preservativo, si eliminerebbe l’improvviso problema di coscienza focalizzato nel dare o non dare una vita… Trovo, purtroppo, che su questi argomenti così addentro tanto al problema aborto che alle giostre sessuali in sé, si preferisca evitare di andare a fondo sui primi e, sui secondi, ci si perda invece in valanghe di sfumature per dirci convulsamente come si fa all’amore.

Gianni Basi

 

Il reddito di cittadinanza non va ai furbi, ma ai poveri

I detrattori del reddito di cittadinanza sostengono che è una forma assistenziale che scatenerà tutti i “furbi’’ e gli sfaccendati del Paese. Ma allora non credono all’Istat, che certifica l’esistenza di sette milioni di “poveri’’ nel Paese, persone che vivono nella povertà o al limite di essa. Dicono che dovremmo impiegare le risorse previste per il reddito di cittadinanza per spese produttive, ma prima che si mettano in moto queste spese produttive nel frattempo facciamo morire di fame milioni di persone? O non variamo il reddito perché c’è il pericolo dei “furbi’’? Cioè, per non premiare i furbi, facciamo morire di fame sempre quei milioni di persone che non sono furbe? La realtà è che la vecchia classe parassitaria si sente minacciata nei suoi privilegi, che vanno fatalmente tagliati per recuperare in parte risorse. Il reddito di cittadinanza tende a limare le disuguaglianze nel Paese in osservanza ai principi della nostra Costituzione, che già i parassiti hanno tentato di sconvolgere il 4 dicembre 2016.

Francesco Degni

 

Sul caso Ronaldo la legge non è uguale per tutti

Il “caso Ronaldo”, attualmente al centro del palcoscenico mediatico mondiale, ci può far riflettere su come uno stesso (abominevole) reato – lo stupro – scateni reazioni diverse a seconda del ceto sociale a cui appartiene il “protagonista” (o presunto tale) dell’insano atto. Nessun ministro dell’Interno, di nessun Paese civile, penserebbe minimamente, qualora il 5 volte Pallone d’oro fosse colpevole, di praticargli la “castrazione chimica”, invocata invece se a compiere lo scempio è un “poveraccio”, magari immigrato clandestino. Purtroppo, dobbiamo rassegnarci all’idea che la bella frase incisa in ogni tribunale, “La Legge è uguale per tutti”, più che una verità, la dobbiamo considerare come una dichiarazione d’intenti, nell’attesa che il genere umano raggiunga la maturità necessaria a farla diventare una realtà oggettiva.

Mauro Chiostri

 

Una patrimoniale seria risolverebbe molti problemi

Caro Direttore, mi sfuggono i motivi per i quali nessuno parla dell’unica misura che, in parte, risolverebbe la questione delle coperture sul Def e altro ancora. Qualcuno, in vena di battuta, riferisce che l’Italia è un paese dove da sempre i poveri mantengono i ricchi. Lo si deduce dalla evasione (240 miliardi fra Irpef e Iva) e dalla percentuale delle tasse pagate, all’87%, da dipendenti e pensionati. La disuguaglianza, in questo Paese sgangherato da 30 anni di cialtroneria politica, non è solo dovuta alla pessima distribuzione del reddito, ma anche a “chi” o “come” evade. E la risposta è semplice. L’unica misura a cui mi riferisco è una patrimoniale seria. L’ultimo rapporto di Bankitalia ci indica che, non solo il 23% di italiani è a rischio povertà, ma che il 30% delle famiglie detiene il 75% della ricchezza complessiva. Pari a oltre 510.000 euro. Facendo un calcolo approssimativo, un prelievo “una tantum” sul patrimonio corrisponderebbe a circa 150 miliardi, che risolverebbero sia la tanto discussa copertura sia l’inizio di politiche di investimento e di incentivazione allo sviluppo.

Ezio Marino