Nelle sue tre vite Maria Elisabetta Alberti Casellati – di naturale eleganza e veneta beltà – indossa cognomi come fossero gioielli, e gioielli come fossero vitalizi, per aumentare la propria lucentezza. Non è nobile, le piacerebbe, e ha sempre fatto in modo di sembrarlo. Specialmente dallo scorso 4 aprile quando è diventata, per inaspettata fotosintesi politica, la prima donna eletta al vertice del Senato della Repubblica, qualificandosi presidente e non presidentessa, come avrebbe preteso quell’altra nobilissima alta carica della Nazione, Laura Boldrini, che per dispetto anti maschile, declinava l’intero vocabolario al femminile. Salita al soglio di Palazzo Madama, la Casellati ha liquidato la questione in una frase: “La parità è nella sostanza, non nella forma”. Per poi elogiare, nel suo discorso di insediamento, non solo le donne partigiane, ma pure le “eroine del Risorgimento”.
Senza mai mutare gli involucri Chanel, cospicua è stata la sua metamorfosi interiore. Per i primi cinquant’anni, signora d’alta borghesia padovana che ogni Natale si abbronzava al sole di Cortina, votava liberale, fumava leggero. Per i venti successivi neoromantica guerrigliera berlusconiana, in lutto d’organza quando il suo Silvio venne radiato dal Senato per manifesta frode fiscale.
Dall’altro ieri impeccabile custode dei diritti, dei rovesci e dei pennacchi della Repubblica, compresi i vitalizi dei suoi colleghi senatori e il suo. Già a suo agio nel vuoto ben arredato della retorica istituzionale: “La politica che appassiona è quella che va oltre la risoluzione dei problemi quotidiani”. “Viviamo incastonati in un quadro internazionale in continua evoluzione”. “Dobbiamo essere capaci di trasformare i problemi in opportunità”.
Da lassù chiede, ogni giorno, moderazione a tutti gli altri in qualità di vice-quirinale. Specie al barbaro Salvini, e al guaglione Di Maio, seccata dalle loro intemperanze verbali sulla perfida Europa, i mercati cattivi, i finanzieri che speculano. Stiano attenti, ha fatto sapere loro, tramite una spassosa intervista al Corriere, che “le parole sono come pietre, possono orientare l’andamento dei mercati”. Bella metafora. Alla quale ha voluto aggiungere un tocco di sapienza liceale: “Ha già detto tutto Cicerone duemila anni fa: la finanza pubblica deve essere sana, il bilancio in pareggio, il debito pubblico ridotto”. Come no. E se piove è meglio non scordarsi dell’ombrello.
La sua ascesa politica precede di molto l’improvvisato luna park della terza repubblica, ma è la sua naturale premessa, visto che Maria Elisabetta Alberti Casellati, avvocato matrimonialista, nata a Rovigo, anno 1946, viene da quella primissima ondata di donne e uomini azzurri, strappati dalla trincea del lavoro con il rispettivo bagaglio di foulard Hermes, cravatte Regimental e Rolex Daytona, per edificare le magnifiche e progressive sorti del berlusconismo vincente, nonostante l’assedio dei magistrati rossi, dei comunisti invidiosi, dei pessimisti “che non sanno sognare”.
In quella sua prima vita abitava e lavorava nella ridente Padova. Con il marito Giambattista, anche lui avvocato civilista, aveva fabbricato una bella casa con terrazza, uno studio e due figli, Ludovica e Alvise, vacanze sulla neve, d’estate un po’ di barca a vela, nell’urna la stessa preferenza del padre che fu partigiano liberale a Rovigo.
Specializzata nelle cause di nullità matrimoniale – a suo tempo si occupò di Simona Ventura versus Stefano Bettarini – scendeva di frequente a Roma presso i tetri velluti della Sacra Rota, dove i vincoli matrimoniali si dissolvono in inchiostro religioso e religiose parcelle, più o meno come ai tempi di Bonifacio VIII. Nella capitale non frequentava ancora l’ambito salotto di Maria Angiolillo, il vecchio regno di Andreotti & Letta, ma solo le porcellane inglesi di Babington’s, in piazza di Spagna, dove le signore siedono all’ora del tè a piluccare mandorle salate, proprio come al Caffè Pedrocchi nella sua bella Padova.
Poi apparve lui a inaugurarle la sua seconda vita. Era il magico 1994. E Silvio B. la conquistò con il suo primo eloquio tele politico. Racconterà: “Non lo conoscevo, ma mi dissi: questo ha i connotati”. E i connotati, da quel giorno in poi, per sei legislature in Parlamento, due volte da sottosegretaria alla Salute e alla Giustizia, una volta da membro laico del Csm, li ha difesi come una sua personale vocazione. Anche contro l’evidenza: “Da lui non ho mai sentito barzellette oscene”. Che poi i famosi connotati erano i molti processi del suo capo intentati per corruzione, falso in bilancio, tangenti, evasione fiscale, per le leggi ad personam, per le guerriglie legali in difesa prima di Cesare Previti, poi dell’avvocato inglese David Mills, poi di Marcello Dell’Utri. In un crescendo anche drammatico, che infine si sciolse nella eterna commedia italiana dentro agli occhi di due dozzine di ragazzine a tassametro, una Naomi di Casoria, e quelli color nocciola di Ruby Rubacuori, la minorenne marocchina, diventata un processo scabroso, anzi una persecuzione.
Da quieto avvocato, la Casellati diventa la devota militante che recita a memoria la favola di Ruby nipote di Mubarak. Diventa la pasionaria che con altri 150 parlamentari e il suo amico Niccolò Ghedini, assedia le scale del Palazzo di Giustizia di Milano, strillando alle telecamere: “Questa è giustizia a orologeria! Stanno cercando di eliminare Berlusconi per via giudiziaria!”, fingendosi ignara che Berlusconi si stava eliminando da sé. E vestendosi addirittura a lutto quel 27 novembre 2013, quando il Senato vota la decadenza del suo capo, lei lacrima in compagnia di Annamaria Bernini (non ancora imprigionata dai chirurghi plastici) e alle agenzie detta: “Il vero conflitto di interessi è della sinistra con la democrazia”.
In quelle schermaglie si trova a suo agio, da signora con gli artigli, anche se detesta “le unghie troppo lunghe e la bocca colorata”. Mitiga le intemperanze, professandosi conservatrice: ama la famiglia tradizionale, rifugge quella omosex. Voterebbe l’abolizione della 194, e proibirebbe la pillola abortiva che “strizza l’occhio alla morte”. È favorevole alla riapertura delle case chiuse. Intransigente con gli stupratori per i quali voterebbe la castrazione chimica. Combattiva contro il crimine: “La difesa è sempre legittima, la legge insufficiente”.
Sul lavoro ha un carattere di ferro. È stata capace di cambiare una ventina di addetti stampa da sottosegretario. Non si trattiene nelle sfuriate. Ma sa anche farsi morbida, se serve. E quando nell’anno 2005, da sottosegretario alla Salute, inciampa nel piccolo guaio della figlia Ludovica assunta a capo della propria segreteria per 60 mila euro l’anno, prova a dare battaglia: “L’ho assunta perché è la migliore!”. Poi capisce, si placa, accetta le dimissioni della figlia, e insomma non si stropiccia la permanente.
Ed eccoci alla qualità che oggi asseconda la sua terza vita: quella di farsi concava quando serve, convessa se del caso, ma anche un poco inoffensiva. E che nel marasma postelettorale del 4 marzo – la destra che vince in coalizione, i 5 Stelle che vincono come partito, la sinistra evaporata, la Lega ago della bilancia, l’Europa alla finestra, Mattarella col mal di testa – ha finito per incoronarla, dove neppure lei si sarebbe sognata. Issandola sul trono di Palazzo Madama per quietare un Berlusconi furente, sebbene declinante, che di lei si fida come di un proprio avvocato. Ma anche per volontà generale, di contrappeso al Salvimaio, affidandole l’intera messa in piega della nuova Repubblica, che nasce storta, nasce spettinata, ma almeno verrà bene per i fotografi, grazie a lei. O almeno così sperano.