Il cazzeggio dei politici dal popolo al pubblico

“Poco prima di andare al voto il 4 marzo, Matteo Salvini ha varato un gioco mitologico nella sua pagina Facebook. Il “VinciSalvini”. Le regole erano semplici. Dovevi stare tutto il giorno nella sua pagina a mettere i like prima degli altri. Se eri più veloce di tutti vincevi il primo premio. Il primo premio era una telefonata. Di Salvini. Che culo”.

Andrea Scanzi, “Salvimaio”, PaperFIRST

Nel secolo scorso, intorno al 1980, un libro: “Lo Stato spettacolo” di Roger-Gérard Schwartzenberg, spiegava come la politica senza la rappresentazione fosse diventata un non senso. L’autore citava alcune pietre angolari nella allora nuova (oggi vetusta) ricerca del consenso. Le solenni improvvisate televisive del generale De Gaulle, con tricolore e fanfara. Il celebre duello in tv Kennedy-Nixon. Costato a quest’ultimo la Casa Bianca, sembra per un velo di barba mal rasata.

Nessuno allora poteva prevedere che tempo al tempo lo spettacolo si sarebbe divorato lo Stato. Tanto meno che, in un veloce processo di cannibalizzazione mediatica, lo spettacolo sarebbe stato successivamente sminuzzato, fagocitato e digerito dall’intrattenimento. Cioè dal format di gran lunga più avvolgente e pervasivo. Una vena robusta e inesauribile di cazzeggio sulla quale Andrea Scanzi ha messo le mani. Forse, come certi leggendari petrolieri texani, cercava qualche pagliuzza d’oro giallo. E ha scoperto un giacimento d’oro nero. Infatti, è sufficiente saldare il “Renzusconi” con il “Salvimaio” per ottenere:

a) la più esilarante (e agghiacciante) antologia di esibizionisti, narcisisti, megalomani, falliti di successo e altri squilibrati a vario titolo;

b) un rigoroso manuale sulla conquista del potere da parte dei suddetti, in base a una semplice regola: c’è del metodo in quell’idiozia.

Lo scriviamo senza intenti denigratori, ma anzi ammirati davanti a un fenomeno altrimenti inspiegabile come Toninelli ministro.

Può non piacere ma è con l’intrattenimento compulsivo di Facebook che Salvini ha costruito il suo debordante successo. Più l’uso accorto di un linguaggio basico e littorio: la pacchia è finita, me ne frego, tiro dritto. Mettiamoci la generale propensione della politica a bivaccare sui social invece che starsene a studiare i dossier (che palle). E capiremo perché la fortunata trivellazione di Scanzi è solo all’inizio. Invocavano il popolo, hanno trovato il pubblico.

Le tre vite di Elisabetta, la messa in piega della Terza Repubblica

Nelle sue tre vite Maria Elisabetta Alberti Casellati – di naturale eleganza e veneta beltà – indossa cognomi come fossero gioielli, e gioielli come fossero vitalizi, per aumentare la propria lucentezza. Non è nobile, le piacerebbe, e ha sempre fatto in modo di sembrarlo. Specialmente dallo scorso 4 aprile quando è diventata, per inaspettata fotosintesi politica, la prima donna eletta al vertice del Senato della Repubblica, qualificandosi presidente e non presidentessa, come avrebbe preteso quell’altra nobilissima alta carica della Nazione, Laura Boldrini, che per dispetto anti maschile, declinava l’intero vocabolario al femminile. Salita al soglio di Palazzo Madama, la Casellati ha liquidato la questione in una frase: “La parità è nella sostanza, non nella forma”. Per poi elogiare, nel suo discorso di insediamento, non solo le donne partigiane, ma pure le “eroine del Risorgimento”.

Senza mai mutare gli involucri Chanel, cospicua è stata la sua metamorfosi interiore. Per i primi cinquant’anni, signora d’alta borghesia padovana che ogni Natale si abbronzava al sole di Cortina, votava liberale, fumava leggero. Per i venti successivi neoromantica guerrigliera berlusconiana, in lutto d’organza quando il suo Silvio venne radiato dal Senato per manifesta frode fiscale.

Dall’altro ieri impeccabile custode dei diritti, dei rovesci e dei pennacchi della Repubblica, compresi i vitalizi dei suoi colleghi senatori e il suo. Già a suo agio nel vuoto ben arredato della retorica istituzionale: “La politica che appassiona è quella che va oltre la risoluzione dei problemi quotidiani”. “Viviamo incastonati in un quadro internazionale in continua evoluzione”. “Dobbiamo essere capaci di trasformare i problemi in opportunità”.

Da lassù chiede, ogni giorno, moderazione a tutti gli altri in qualità di vice-quirinale. Specie al barbaro Salvini, e al guaglione Di Maio, seccata dalle loro intemperanze verbali sulla perfida Europa, i mercati cattivi, i finanzieri che speculano. Stiano attenti, ha fatto sapere loro, tramite una spassosa intervista al Corriere, che “le parole sono come pietre, possono orientare l’andamento dei mercati”. Bella metafora. Alla quale ha voluto aggiungere un tocco di sapienza liceale: “Ha già detto tutto Cicerone duemila anni fa: la finanza pubblica deve essere sana, il bilancio in pareggio, il debito pubblico ridotto”. Come no. E se piove è meglio non scordarsi dell’ombrello.

La sua ascesa politica precede di molto l’improvvisato luna park della terza repubblica, ma è la sua naturale premessa, visto che Maria Elisabetta Alberti Casellati, avvocato matrimonialista, nata a Rovigo, anno 1946, viene da quella primissima ondata di donne e uomini azzurri, strappati dalla trincea del lavoro con il rispettivo bagaglio di foulard Hermes, cravatte Regimental e Rolex Daytona, per edificare le magnifiche e progressive sorti del berlusconismo vincente, nonostante l’assedio dei magistrati rossi, dei comunisti invidiosi, dei pessimisti “che non sanno sognare”.

In quella sua prima vita abitava e lavorava nella ridente Padova. Con il marito Giambattista, anche lui avvocato civilista, aveva fabbricato una bella casa con terrazza, uno studio e due figli, Ludovica e Alvise, vacanze sulla neve, d’estate un po’ di barca a vela, nell’urna la stessa preferenza del padre che fu partigiano liberale a Rovigo.

Specializzata nelle cause di nullità matrimoniale – a suo tempo si occupò di Simona Ventura versus Stefano Bettarini – scendeva di frequente a Roma presso i tetri velluti della Sacra Rota, dove i vincoli matrimoniali si dissolvono in inchiostro religioso e religiose parcelle, più o meno come ai tempi di Bonifacio VIII. Nella capitale non frequentava ancora l’ambito salotto di Maria Angiolillo, il vecchio regno di Andreotti & Letta, ma solo le porcellane inglesi di Babington’s, in piazza di Spagna, dove le signore siedono all’ora del tè a piluccare mandorle salate, proprio come al Caffè Pedrocchi nella sua bella Padova.

Poi apparve lui a inaugurarle la sua seconda vita. Era il magico 1994. E Silvio B. la conquistò con il suo primo eloquio tele politico. Racconterà: “Non lo conoscevo, ma mi dissi: questo ha i connotati”. E i connotati, da quel giorno in poi, per sei legislature in Parlamento, due volte da sottosegretaria alla Salute e alla Giustizia, una volta da membro laico del Csm, li ha difesi come una sua personale vocazione. Anche contro l’evidenza: “Da lui non ho mai sentito barzellette oscene”. Che poi i famosi connotati erano i molti processi del suo capo intentati per corruzione, falso in bilancio, tangenti, evasione fiscale, per le leggi ad personam, per le guerriglie legali in difesa prima di Cesare Previti, poi dell’avvocato inglese David Mills, poi di Marcello Dell’Utri. In un crescendo anche drammatico, che infine si sciolse nella eterna commedia italiana dentro agli occhi di due dozzine di ragazzine a tassametro, una Naomi di Casoria, e quelli color nocciola di Ruby Rubacuori, la minorenne marocchina, diventata un processo scabroso, anzi una persecuzione.

Da quieto avvocato, la Casellati diventa la devota militante che recita a memoria la favola di Ruby nipote di Mubarak. Diventa la pasionaria che con altri 150 parlamentari e il suo amico Niccolò Ghedini, assedia le scale del Palazzo di Giustizia di Milano, strillando alle telecamere: “Questa è giustizia a orologeria! Stanno cercando di eliminare Berlusconi per via giudiziaria!”, fingendosi ignara che Berlusconi si stava eliminando da sé. E vestendosi addirittura a lutto quel 27 novembre 2013, quando il Senato vota la decadenza del suo capo, lei lacrima in compagnia di Annamaria Bernini (non ancora imprigionata dai chirurghi plastici) e alle agenzie detta: “Il vero conflitto di interessi è della sinistra con la democrazia”.

In quelle schermaglie si trova a suo agio, da signora con gli artigli, anche se detesta “le unghie troppo lunghe e la bocca colorata”. Mitiga le intemperanze, professandosi conservatrice: ama la famiglia tradizionale, rifugge quella omosex. Voterebbe l’abolizione della 194, e proibirebbe la pillola abortiva che “strizza l’occhio alla morte”. È favorevole alla riapertura delle case chiuse. Intransigente con gli stupratori per i quali voterebbe la castrazione chimica. Combattiva contro il crimine: “La difesa è sempre legittima, la legge insufficiente”.

Sul lavoro ha un carattere di ferro. È stata capace di cambiare una ventina di addetti stampa da sottosegretario. Non si trattiene nelle sfuriate. Ma sa anche farsi morbida, se serve. E quando nell’anno 2005, da sottosegretario alla Salute, inciampa nel piccolo guaio della figlia Ludovica assunta a capo della propria segreteria per 60 mila euro l’anno, prova a dare battaglia: “L’ho assunta perché è la migliore!”. Poi capisce, si placa, accetta le dimissioni della figlia, e insomma non si stropiccia la permanente.

Ed eccoci alla qualità che oggi asseconda la sua terza vita: quella di farsi concava quando serve, convessa se del caso, ma anche un poco inoffensiva. E che nel marasma postelettorale del 4 marzo – la destra che vince in coalizione, i 5 Stelle che vincono come partito, la sinistra evaporata, la Lega ago della bilancia, l’Europa alla finestra, Mattarella col mal di testa – ha finito per incoronarla, dove neppure lei si sarebbe sognata. Issandola sul trono di Palazzo Madama per quietare un Berlusconi furente, sebbene declinante, che di lei si fida come di un proprio avvocato. Ma anche per volontà generale, di contrappeso al Salvimaio, affidandole l’intera messa in piega della nuova Repubblica, che nasce storta, nasce spettinata, ma almeno verrà bene per i fotografi, grazie a lei. O almeno così sperano.

Piemonte, M5S sceglie Bertola. Casaleggio benedice

”Diamoci una possibilità: prima l’obiettivo era entrare, ora è vincere”. Parte con ambizione Giorgio Bertola, eletto dagli iscritti alla piattaforma Rousseau come il candidato del M5S alla presidenza del Piemonte. Ieri pomeriggio in un teatro di Torino, alla presenza di Davide Casaleggio, è stato reso noto il risultato del voto avvenuto giovedì che ha incoronato il candidato favorito in questa corsa interna ai 5 Stelle: “L’impegno del M5S è come una staffetta: si corre insieme e ci si passa il testimone con un unico traguardo”, ha concluso. Quarantotto anni, nato e vissuto a Moncalieri, alle porte del capoluogo, Bertola ha cominciato a militare nel Movimento nel 2008 con il meetup della sua città e nel 2010 è diventato “staffista” di Davide Bono e Fabrizio Biolé, eletti in consiglio regionale. Nel 2014 viene eletto anche lui in quell’assemblea e diventa subito capogruppo focalizzando su alcuni temi: ambiente, sanità e legalità. Bertola sfiderà il presidente uscente Sergio Chiamparino, ricandidato per il centrosinistra, mentre il centrodestra non ha ancora ufficializzato il proprio candidato.

Il tour elettorale di Salvini in Trentino Alto Adige parte con i botti anti-Lega

Il “gran tour” trentino del ministro dell’Interno Matteo Salvini è stato anticipato ieri, nel cuore della notte, da un’esplosione di alcuni grossi petardi. Hanno mandato in frantumi i vetri nella piccola sede della Lega ad Ala, un paesino che non raggiunge i novemila abitanti, nel sud del Trentino, non lontano da Rovereto. Due sospetti sarebbero già stati individuati e potrebbero essere degli anarchici.

Fra sette giorni si vota nelle due province autonome e la Lega ha buone possibilità di essere al governo in entrambe, colorando di verde anche questa parte del nord Italia, dove finora è sempre stata in minoranza. Con un distinguo. In provincia di Bolzano tutto è ancora in mano all’Svp, il partito popolare sudtirolese che difende gli interessi dell’autonomia e in particolare della minoranza tedesca.

Gli eventuali accordi si faranno dopo il voto, e se finora la Südtiroler Volkspartei è sempre stata alleata con il Pd, è possibile che questa volta debba rivolgersi al centrodestra per riuscire a governare.

In provincia di Trento invece la situazione è ancora più definita. Siamo in quella che storicamente è una roccaforte del centrosinistra.

Ma un primo segnale del cambiamento c’è già stato lo scorso 4 marzo, per le elezioni nazionali: in tutto il Trentino per la prima volta ha vinto la Lega. In Parlamento è arrivata una piccola truppa di leghisti trentini, quasi tutti poi riconvertiti come candidati alle provinciali. Il centrodestra si è compattato intorno al candidato della Lega Maurizio Fugatti, salviniano di ferro e attuale sottosegretario alla Salute.

Il centrosinistra invece si è sfaldato. Da una parte gli autonomisti hanno candidato il governatore uscente, Ugo Rossi. Dall’altra il Pd, e altre liste locali del centrosinistra, hanno sfiduciato Rossi e hanno scelto – dopo lunghissime discussioni – di affidarsi all’ex senatore renziano Giorgio Tonini.

Fra sette giorni, Fugatti e la Lega puntano non solo a vincere le elezioni, ma a superare il 40%, che è la soglia con cui in Trentino si assegna il premio di maggioranza: sarebbe un risultato storico, in una roccaforte della sinistra. Per questo Salvini ha iniziato il suo tour in regione: 14 appuntamenti in 36 ore, ieri in Trentino e oggi in Alto Adige.

Partendo proprio da Ala e dai vetri distrutti nella sede leghista, dopo l’esplosione nella notte: “A me piace chi ha le idee diverse dalle mie ma le esprime con rispetto – ha detto –. Chi muove le mani, prende a calci o tira bombe non è un anarchico ma un cretino e un delinquente, che merita di passare qualche giorno in galera”.

Gli ha risposto a distanza Rossi, presidente uscente e candidato autonomista: “È un gesto da deficienti patentati e ho già espresso la mia solidarietà alla Lega. Ma parliamo di tre petardi collegati fra loro, forse Salvini non dovrebbe parlare di una ‘bomba’. È qui in Trentino per fare campagna elettorale e sta facendo credere che tutti quelli che non sono della Lega siano da paragonare a quei cretini. Forse dovrebbe limitarsi a fare il ministro”.

“Il Regolamento è una fonte primaria. Sono curioso di leggere la sentenza…”

Stefano Ceccanti insegna diritto parlamentare anche se attualmente è un deputato, eletto nelle file del Pd. A lui chiediamo un parere sulla sentenza che ha restituito alla presidente del Senato Casellati il vitalizio sospeso quand’era consigliera laica del Csm nonostante il Regolamento di Palazzo Madama vieti il cumulo.

Professore, che idea si è fatto della vicenda Casellati-vitalizio?

I Regolamenti parlamentari sono fonti primarie. Possono essere interpretati, ma non disattesi. Come abbia fatto il Consiglio di Garanzia del Senato a discostarsi dalle previsioni in essi contenuti resta un vero mistero.

La norma impone la sospensione del vitalizio a chi assuma incarichi per cui è prevista l’incompatibilità col mandato parlamentare.

Da giurista, prima che da deputato, peraltro designato come membro in uno degli organi di giustizia interna della Camera, sono davvero interessato a leggere le motivazioni della sentenza in questione che parrebbe non includere il Csm tra gli incarichi per cui è sancita l’incompatibilità, a dispetto di quanto previsto dalla Costituzione. Ma, lo ripeto, non ho letto la sentenza”.

Purtroppo la sentenza resta top-secret…

Per una questione di trasparenza sarebbe il caso che l’atto venisse divulgato dalla presidente Casellati. Anche perché ciò che decidono le Camere in regime di autodichìa è insindacabile dal momento che la Corte Costituzionale si è sempre dichiarata incompetente rispetto a tali questioni interne.

“La Casellati rinunci al vitalizio. Non le spetta, eviti polemiche”

Il vitalizio alla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, per il periodo trascorso al Csm, non andava concesso. E bene farebbe, a questo punto, a rinunciare all’assegno riconosciutole dall’organo di giustizia interna di Palazzo Madama al quale si è appellata. Parola di Primo Di Nicola, senatore del M5S, che sull’Espresso rivelò nel 1999 tutti i segreti dei vitalizi parlamentari, oggetto poi anche del libro Orgoglio e Vitalizio (Paper First).

Senatore, che idea si è fatto della vicenda Casellati?

Alla luce del regolamento sui vitalizi del Senato non c’è dubbio che tutti coloro che si trovano in situazione di incompatibilità con il mandato parlamentare, secondo quanto stabilito dalla Costituzione, non abbiano diritto a riscuotere il vitalizio.

Conosceva questo regolamento?

Fu concepito nel 2012 per togliere ogni dubbio sulla possibilità di dare la pensione ai parlamentari passati ad altri incarichi. Tra l’altro, la riforma fu varata proprio per bloccare le richieste che continuavano ad arrivare da ex senatori transitati al Csm.

Come è stato quindi possibile assumere la decisione a favore della Casellati?

Non so con quali motivazioni la commissione di Garanzia, organo di appello della giustizia interna del Senato, abbia accolto le sue richieste visto che in primo grado, correttamente, le mensilità per il periodo trascorso al Consiglio superiore le erano state negate. Sono davvero curioso di conoscerle.

L’appello a favore di Casellati è stato deciso quando era già diventata presidente del Senato. Al suo posto come si sarebbe comportato?

A me sarebbe bastato il caso di Michele Vietti per non cadere in tentazione visto che a lui, addirittura vicepresidente del Csm, la Camera aveva già in passato negato il vitalizio. Per essere più chiaro, fermo restando che ciascuno è libero di agire come vuole, personalmente non avrei proprio proposto ricorso.

Gli atti del dossier-Casellati non sono pubblici. Il Senato continua a mantenere il più stretto riserbo sulle decisioni degli organi di giustizia interna. Una tutela che non è accordata nelle aule di giustizia ai cittadini comuni. Ritiene tollerabile questa disparità?

È un antico vizio della casta. Trattandosi di istituzioni parlamentari, e soprattutto, di soldi dei cittadini, credo che su tutte le vicende interne, anche quelle dell’autodichìa delle due Camere, si debba arrivare a una trasparenza assoluta. Sono almeno 30 anni che la reclamo.

Secondo lei come si esce da questa vicenda?

La presidente Casellati ha invocato quello che ritiene un suo diritto, secondo me infondato. Visto quello che c’è in gioco, per evitare polemiche che potrebbero ripercuotersi sulle Istituzioni e sulle decisioni che il Senato assumerà nei prossimi giorni proprio in tema di vitalizi, personalmente rinuncerei all’assegno.

Ecco appunto. Nei prossimi giorni il Consiglio di presidenza, guidato da Casellati, dovrà decidere sul ricalcolo delle pensioni degli ex senatori su base contributiva…

È quello che ci auguriamo. Alla Camera è stato già fatto da mesi. Il Senato non potrà che allinearsi: c’è una consolidata tradizione in questo senso, ma ci sono soprattutto delle ragioni di buon senso e di equità. I vitalizi sono uno dei privilegi più odiosi che la classe politica si è concessa nei decenni scorsi. I cittadini lo sanno e da tempo chiedono di fare giustizia.

Dai quartieri alla scuola “gesuita”. Il coach della nuova classe dirigente

Una volta la politica a Genova si imparava in fabbrica e in sezione. Ma anche a scuola, agli incontri organizzati dai gesuiti.

Poi sono arrivati gli anni del pensiero unico che hanno visto premiate fedeltà e appartenenza.

Oggi è il vuoto. In attesa che si ridisegnino gli equilibri e magari si possa salire sul carro del vincitore. Ma proprio per questo, forse, emergono figure nuove. Come Alberto Cattaneo – 26 anni, consigliere di municipio nel centro Est, zona piuttosto borghese – che ha messo su Poliedri, una scuola di politica: “Stiamo per ripartire con le lezioni. Cerchiamo di contribuire a formare una nuova classe dirigente. Ma prima ancora la nostra scuola vorrebbe aiutare a essere cittadini che partecipano alla comunità”. Le materie vanno da “Bene comune, giustizia e legalità” a “La gestione del bene pubblico”. Una scuola che nasce anch’essa dal mondo cattolico. Sempre ispirata da gesuiti come Francesco Cavallini. Tra i docenti si ritrovano nomi nuovi e altri ai vertici del potere genovese da decenni. Vedi l’ex sindaco Beppe Pericu o Guido Alpa, mentore di Giuseppe Conte. Aggiunge Cattaneo: “Studiamo la Costituzione, quindi la base della nostra Repubblica, ma anche temi concreti come la contabilità degli enti pubblici”. E poi c’è la vita in Municipio. Cattaneo da consigliere pare appoggiarsi più alla società civile che al partito: “Dobbiamo muoverci più con le associazioni e i comitati che all’interno delle strutture di Partito. Più che all’elaborazione politica la gente sembra interessata ai problemi concreti. Non credo sia un buon segno, perché si stenta a occuparsi delle questioni che non ti toccano direttamente. Ma noi dobbiamo prenderne atto e cominciare da qui”. Ecco i progetti per il quartiere studiati con gli abitanti.

Cattaneo, ma non solo. C’è Federico Romeo, presidente del municipio della Valpolcevera spaccata in due dal ponte. È la difficile scommessa del rinnovamento generazionale di Genova. Dove l’età media, caso unico al mondo, sfiora i 48 anni. I giovani – ma anche i quarantenni – rischiano di essere esclusi dalla politica. Ci aveva provato l’ex sindaco Doria con una lista di cui facevano parte ventenni come Marianna Pederzolli. Ma l’esperienza arancione, in rotta di collisione con Renzi, ha chiuso i battenti. Altre figure fuori dal coro, come Paolo Pezzana, sindaco di un comune della Riviera, non sono state ben digerite dal Partito. Intanto c’è chi si muove ai margini della politica, come Filippo Biolè, che ieri ha organizzato la manifestazione civica “Riprendiamoci la città”.

 

Dallo strapotere ai fischi. La parabola dem genovese

Tu-tu-tu. Suona libero il centralino del Pd di Genova. Il pomeriggio capita spesso. È un segno: una volta Salita San Leonardo – sede del Pci – era il centro del potere genovese. Più del Municipio. Oggi il Pd ha lasciato la vecchia sede. È arrivata la cassa integrazione anche per ex pezzi grossi: Mario Tullo, ex parlamentare, e Stefano Bernini, vice-sindaco con Marco Doria.

Erano gli anni ’90 quando un segretario genovese del Pds indicando un passante sentenziò: “Se voglio, lo faccio diventare sindaco!”. Oggi il Pd in Liguria è poco più di una sigla sulle porte dei circoli. Il Partito ha perso tutto: è cominciato dalla Regione. Poi Savona, Genova, La Spezia, infine Imperia. Un rosario. Ammette Alessandro Terrile, ex segretario genovese e oggi in consiglio comunale: “Dei comuni con più di 15mila abitanti ci sono rimasti Ventimiglia, Sanremo e Sestri Levante”. E oggi, che non si sa chi comanderà, la gara è per nascondersi più che per emergere. I renziani sono capitanati da Raffaella Paita, pasdaran dell’ex grande capo e di Luca Lotti, che è approdata in Parlamento, e da Franco Vazio. L’avvocato che nella passata legislatura sedeva alla commissione Giustizia che doveva decidere sul trattato di estradizione con gli Emirati dove erano fuggiti suoi ex assistiti. Le truppe di Nicola Zingaretti hanno arruolato gli scontenti del renzismo. C’è anche, ma defilato, Andrea Orlando (che ai tempi di Renzi fu candidato fuori della sua Liguria). Si è avvicinata Roberta Pinotti, prima bersaniana, poi franceschiniana, infine renziana quando era ministro. Il punto è che il Pd era diventato soprattutto una cosa: potere. Secondo il mantra di Claudio Burlando, per venticinque anni dominus del Partito a Genova, che sognava una coalizione a 360 gradi. Dentro tutti: nella sua associazione Maestrale sedevano i responsabili di Asl, università, teatri. Camalli e imprenditori portuali, come dire diavolo e acquasanta. Stavano tutti dalla stessa parte, perfino la Curia di Angelo Bagnasco cui Burlando offrì un posto nella fondazione Carige. Nacque un’alleanza che andava dall’Udc a Italia dei Valori, imbarcando sinistra e post fascisti. Intanto il bubbone si gonfiava: le inchieste portarono in manette due vice-presidenti della Giunta, quasi metà consiglio fu indagato. Ma soprattutto la Liguria era in piena crisi: disoccupazione record, industrie che chiudevano, la banca Carige a un passo dal disastro, cementificazioni e alluvioni. Il Pd andava avanti come il Titanic, i vertici non cambiavano. Alla fine è arrivato l’iceberg. “Il Pd era in crisi in tutta Italia”, si difende qualche ex dirigente. Ma la Liguria è stata l’avamposto. Il presente è stato fotografato al funerale delle vittime del ponte: assenti, saggiamente, i vertici degli anni d’oro, ecco Maurizio Martina coperto di fischi. E adesso? Bisogna campare. Così, oltre a chi è finito in cassa integrazione, si racconta di ex dirigenti che sognavano il Parlamento e si sono reinventati agenti immobiliari. E poi ci sono le sezioni, pardon i circoli, che sono ancora 60, ma non li riconosci più: a Sestri Ponente nella storica sezione Boido Longhi una volta si raccoglievano 8mila iscritti (a Genova nel Dopoguerra erano 47mila). Oggi siamo a 170 e in Liguria a 4mila. Con apparenti paradossi: al Lagaccio, quartiere operaio, domina la Lega. Il Pd resiste nella borghese Castelletto.

Il Partito è partito? “No”, assicura Alberto Pandolfo, 33 anni, segretario provinciale alla guida di una squadra di trentenni, “Aspettiamo il congresso, ma ci impegniamo per l’emergenza ponte”. Intanto la destra di Giovanni Toti mette radici. Prendete l’imprenditore portuale Aldo Spinelli, finissimo nel fiutare il vento: dopo anni con Burlando è passato con Toti.

Ma l’opposizione esiste? “La vicenda del ponte e la necessaria unità che impone, rendono difficile una critica decisa delle amministrazioni”, sostiene Terrile, “Il sindaco Marco Bucci non ha risolto i nodi di trasporti, servizi pubblici e rifiuti”. Come dice Mario Margini, oggi presidente della Fondazione Ds Liguria (che ha una cinquantina di immobili): “In Liguria abbiamo governato tutto. Eravamo ovunque. Oggi manca una cultura di opposizione”. Il Pd con il potere pare aver perduto la sua ragione sociale. Ma proprio questo potrebbe far emergere figure finalmente nuove.

Intanto Burlando, come Napoleone, si è ritirato in esilio a Torriglia. Cerca funghi nell’entroterra. Proprio lui che anni fa ogni lunedì sera si ritrovava in un ristorante di Genova per le famose serate di scopone: intorno tutto il potere cittadino, finanzieri e armatori. Oggi sono passati con Toti e Burlando gioca a scopone nell’osteria di Torriglia.

Grasso: “Pier Luigi, smettila con i ‘campi’ e lascia stare i dem”

Ancora polemiche tra Pierluigi Bersani e Pietro Grasso. L’ex segretario della Ditta ha replicato all’accusa di voler tornare “alla sua vecchia casa politica” e di ostacolare la costituente di LeU. Bersani su Facebook prende le distanze sia dal “continuismo” del Pd che dall’ “isolazionismo identitario” di parte dei suoi compagni: “Qui non servono stazioni d’arrivo in cortili di sopravvivenza piccoli o meno piccoli. Qui servono stazioni di partenza verso un campo (e in prospettiva un soggetto) di sinistra popolare”. La controreplica di Grasso è netta: “La questione dei campi – dice al Fatto l’ex presidente del Senato – era ambigua un anno fa e lo è ancora di più ora. È evidente la contraddizione tra dire no al Pd e continuare a cercare un campo esclusivamente col Pd, visto che ogni altra ipotesi è rifiutata a priori. Noi dobbiamo continuare con la costituente di LeU, come promesso alla nostra base”. Grasso invita Bersani e compagni ad azioni concrete: “Sono orgoglioso che a fondare la piattaforma di Mediterranea (il progetto di soccorso in mare dei migranti ndr) ci siano esponenti di LeU. Vorrei un partito che faccia più azioni sul campo, come Mediterranea, e meno riflessioni sui campi”.

Rimuovere Renzi con Martin Luther King

Sul podio, l’amministratore di turno, una donna, parla di latte e settore caseario, poi termina e si guadagna la sua dose di battimani. Scende dalla “piazza” e Roberta Pinotti, accomodatasi su una panca in seconda fila, allarga le braccia per un abbraccio di complimenti, ma la donna non la nota e tira dritto, andandosene al suo posto.

Da Pinotti, ex ministra della Difesa, a Martin Luther King c’è un filo solido all’ex Dogana di San Lorenzo, cui agganciare la Grande Rimozione collettiva di questa convention. La rimozione di Renzi, l’Innominato di ieri per eccellenza, e del renzismo, nonostante siano in tanti a essere stati renziani e impopolari. Pinotti, appunto, ma anche Giuliano Poletti, dapprima in piedi, indi seduto, che è stato il ministro del tragico Jobs Act. Ecco perché non è rivolta a tutti i presenti – è un dato oggettivo – la frase di Martin Luther King affissa in bella vista nella sala grande: “Può darsi che non siate responsabili per la situazione in cui vi trovate, ma lo diventerete se non fate nulla per cambiarla”.

Alzi la mano, dunque, chi non è responsabile dei disastri griffati dal renzismo di governo e di partito, arginati invano dall’esecutivo post-referendario di Paolo Gentiloni, che stamattina sarà uno degli ospiti più attesi di “Piazza Grande”, alle undici.

Non possono alzarla Pinotti e Poletti, quasi uno scioglilingua ad perpetuam rei memoriam, ma neanche il grosso delle truppe di Dario Franceschini, accorse in massa all’ex Dogana. A partire dalla first lady Michela De Biase. Poi: Luigi Zanda (il capogruppo dei “canguri”), l’altra coppia Bressa & Puglisi, Pier Paolo Baretta, finanche Lorenza Bonaccorsi. Rispunta persino il desaparecido pisapiano Furfaro.

Il ceto politico è vivo e lotta con Zingaretti, e ci sono pure i signori delle tessere. Due dirigenti democratici della Sicilia, da Gela e da Caltanissetta, ragionano sui numeri con cui vinceranno il congresso regionale. Senza dimenticare che in Campania, Vincenzo De Luca ha già offerto il suo sostegno.

Ma l’abilità del governatore del Lazio rievoca il veltronismo ecumenico, non solo buonista, dei tempi d’oro. Ceto politico, signori delle tessere, ma anche movimentismo, giovani, amministratori che arrivano da sinistra per riavvicinarsi al Pd, citazioni di John Lennon, Liliana Segre, Pier Paolo Pasolini. E così accanto al nuovo libro di Goffredo Bettini, nello stand editoriale, c’è quello di Marta Fana, pasionaria del lavoro.

Il tomo di Bettini, inventore del modello Roma già con Rutelli, s’intitola Agorà. L’ago della bilancia sei tu e vanta la prefazione di Andrea Orlando, un altro dei big che furono diversamente renziani e che ha abbracciato la causa zingarettiana. Non solo. L’abilità di cui sopra include infine Antonio Napoli, già socio di Claudio Velardi in Reti.

Dalla combinazione, complici la bella giornata di sole e le centinaia di persone presenti, esce comunque fuori l’immagine di un partito vivo, che ripudia il renzismo per recuperare l’appeal rassicurante di una forza tranquilla, se non normale, senza il cinismo spregiudicato dell’era rampante del giglio magico. Come testimoniano anche i tavoli tematici che fanno tanto Leopolda ma hanno una sostanza meno frenetica e superficiale. Ed è un doppio evento, per esempio, la lezione di Nando Dalla Chiesa sulla mafia oppure la presentazione del libro di Enzo Ciconte sulla guerra al brigantaggio.

Tra riciclati e nuovismo, il Pd versione Zingaretti vuole sopravvivere. Eppur si muove, per citare Galileo.