“Questa volta la grande riforma scriviamola noi che siamo per le strade, la grande riforma dell’Italia semplice, la Carta dell’Italia semplice”. Sale sul palco dell’ex Dogana, alla fine della mattinata, Nicola Zingaretti. Parla di “leader che devono arrivare dal basso” e di “100 idee diverse da cui nasce la politica per il futuro”. Dietro di lui, la scritta, su sfondo giallo, “Piazza grande”, con la freccia blu. Intorno, gli amministratori. Quasi quasi pare che chieda alla gente di dargli la linea (e il coraggio). Una specie di collettivo alla guida del Pd.
Oggi farà il discorso ufficiale della sua candidatura. Il format è parecchio usurato, con gli amministratori che salgono sul palco uno dopo l’altro per interventi brevi e i tavoli di discussione nel pomeriggio. Persino il luogo (architettura industriale e arcate) evoca una sorta di Leopolda in tono minore, senza movimento (la ex Dogana non è una stazione) fuori tempo massimo. Ma l’atmosfera generale, un po’ moscia, ma senza l’energia diventata sempre più isterica del renzismo, fa della necessità di ripartire virtù. Di gente ce n’è e, soprattutto, sta decisamente a sinistra. Per tutta la giornata echeggia il tema Marco Minniti. La sua discesa in campo fa paura, ma anche tra i più vicini al governatore del Lazio c’è un’unica certezza: “Nicola deve avere coraggio, deve approfondire le differenze. Sulla sicurezza e l’immigrazione, prima di tutto”. Lo farà? Chi lo conosce ha più di un dubbio. E l’esordio di ieri, anti-renziano ma molto velatamente, pare una conferma. Però, il network che arriva alla ex Dogana racconta un partito a sinistra. C’è Alessio Pascucci: con Federico Pizzarotti sta curando Italia Comune, ed esordisce prendendo le difese di Mimmo Lucano. Ci sono il sindaco di Ravenna, Michele De Pascale e l’assessore al comune di Milano, Pierfrancesco Majorino. C’è Peppe Provenzano, il leader di Sinistra Annozero. In uno dei tavoli si vede intervenire una rediviva Livia Turco. Nei dibattiti si cerca chiarezza: “Abbiamo sentito dire che il problema era la comunicazione, il problema è che non si capiva bene che politica si voleva fare”.
Insomma, l’ex Dogana pare spingere, convincere Zingaretti a essere più radicale e incisivo di com’è apparso finora. Tanto più, davanti alla candidatura di Marco Minniti. Piovuta come un fulmine alla vigilia, pare quasi metabolizzata. Zingaretti non si ritira. Pure se a questo punto la strada è in salita. Ieri a Roma c’erano tutti gli uomini di Franceschini, dello staff ristretto fanno parte Paola De Michele e Francesco Russo, “ereditati” da Enrico Letta. Sono arrivati Andrea Orlando e soprattutto Maurizio Martina. “Mi candido? Lo dirò alla Conferenza programmatica di Milano”, dice il segretario. Ottobre è il mese delle Leopolde: questo week-end c’è quella di Zingaretti, il prossimo quella originale (di Renzi), poi quella di Martina. Tra le chiacchiere della giornata di ieri emerge, insistente, un’ipotesi: “Renzi il congresso non vuole farlo. Se si moltiplicano i candidati, alla fine chiederà a Martina di rimanere”. E poi, l’ipotesi B: “Se si scontrano Minniti e Zingaretti con un terzo candidato alle primarie, è possibile che nessuno arrivi al 50%. A quel punto si decide in Assemblea, e nessuno vince davvero”. Minniti ancora aspetta e tace. I renziani sono pronti a giurare che la cosa è fatta e che scioglierà la riserva domani mattina. Grande attesa per Paolo Gentiloni, che interviene oggi, e sta cercando di ritagliarsi il ruolo di “king maker”. All’ex Dogana ci sarà, ma non si schiererà davvero con nessuno. Il discorso di oggi – salvo capovolgimenti dell’ultima ora – dovrebbe parlare dell’asse di Visegrad, del sovranismo, di Trump. Insomma, tenersi ben lontano dalle dinamiche del Pd. Uno dei pannelli recita: “Il futuro appartiene a coloro che credono nella bellezza dei propri sogni”. Firmato Eleanor Roosevelt. Sembra già sentito. Mentre la giornata avanza, qualcuno commenta: “Volevamo fare la Leopolda, poi è arrivata la salsiccia e ci siamo trasformati nella Festa dell’Unità”.