Zingaretti si butta a sinistra. Il congresso traballa ancora

“Questa volta la grande riforma scriviamola noi che siamo per le strade, la grande riforma dell’Italia semplice, la Carta dell’Italia semplice”. Sale sul palco dell’ex Dogana, alla fine della mattinata, Nicola Zingaretti. Parla di “leader che devono arrivare dal basso” e di “100 idee diverse da cui nasce la politica per il futuro”. Dietro di lui, la scritta, su sfondo giallo, “Piazza grande”, con la freccia blu. Intorno, gli amministratori. Quasi quasi pare che chieda alla gente di dargli la linea (e il coraggio). Una specie di collettivo alla guida del Pd.

Oggi farà il discorso ufficiale della sua candidatura. Il format è parecchio usurato, con gli amministratori che salgono sul palco uno dopo l’altro per interventi brevi e i tavoli di discussione nel pomeriggio. Persino il luogo (architettura industriale e arcate) evoca una sorta di Leopolda in tono minore, senza movimento (la ex Dogana non è una stazione) fuori tempo massimo. Ma l’atmosfera generale, un po’ moscia, ma senza l’energia diventata sempre più isterica del renzismo, fa della necessità di ripartire virtù. Di gente ce n’è e, soprattutto, sta decisamente a sinistra. Per tutta la giornata echeggia il tema Marco Minniti. La sua discesa in campo fa paura, ma anche tra i più vicini al governatore del Lazio c’è un’unica certezza: “Nicola deve avere coraggio, deve approfondire le differenze. Sulla sicurezza e l’immigrazione, prima di tutto”. Lo farà? Chi lo conosce ha più di un dubbio. E l’esordio di ieri, anti-renziano ma molto velatamente, pare una conferma. Però, il network che arriva alla ex Dogana racconta un partito a sinistra. C’è Alessio Pascucci: con Federico Pizzarotti sta curando Italia Comune, ed esordisce prendendo le difese di Mimmo Lucano. Ci sono il sindaco di Ravenna, Michele De Pascale e l’assessore al comune di Milano, Pierfrancesco Majorino. C’è Peppe Provenzano, il leader di Sinistra Annozero. In uno dei tavoli si vede intervenire una rediviva Livia Turco. Nei dibattiti si cerca chiarezza: “Abbiamo sentito dire che il problema era la comunicazione, il problema è che non si capiva bene che politica si voleva fare”.

Insomma, l’ex Dogana pare spingere, convincere Zingaretti a essere più radicale e incisivo di com’è apparso finora. Tanto più, davanti alla candidatura di Marco Minniti. Piovuta come un fulmine alla vigilia, pare quasi metabolizzata. Zingaretti non si ritira. Pure se a questo punto la strada è in salita. Ieri a Roma c’erano tutti gli uomini di Franceschini, dello staff ristretto fanno parte Paola De Michele e Francesco Russo, “ereditati” da Enrico Letta. Sono arrivati Andrea Orlando e soprattutto Maurizio Martina. “Mi candido? Lo dirò alla Conferenza programmatica di Milano”, dice il segretario. Ottobre è il mese delle Leopolde: questo week-end c’è quella di Zingaretti, il prossimo quella originale (di Renzi), poi quella di Martina. Tra le chiacchiere della giornata di ieri emerge, insistente, un’ipotesi: “Renzi il congresso non vuole farlo. Se si moltiplicano i candidati, alla fine chiederà a Martina di rimanere”. E poi, l’ipotesi B: “Se si scontrano Minniti e Zingaretti con un terzo candidato alle primarie, è possibile che nessuno arrivi al 50%. A quel punto si decide in Assemblea, e nessuno vince davvero”. Minniti ancora aspetta e tace. I renziani sono pronti a giurare che la cosa è fatta e che scioglierà la riserva domani mattina. Grande attesa per Paolo Gentiloni, che interviene oggi, e sta cercando di ritagliarsi il ruolo di “king maker”. All’ex Dogana ci sarà, ma non si schiererà davvero con nessuno. Il discorso di oggi – salvo capovolgimenti dell’ultima ora – dovrebbe parlare dell’asse di Visegrad, del sovranismo, di Trump. Insomma, tenersi ben lontano dalle dinamiche del Pd. Uno dei pannelli recita: “Il futuro appartiene a coloro che credono nella bellezza dei propri sogni”. Firmato Eleanor Roosevelt. Sembra già sentito. Mentre la giornata avanza, qualcuno commenta: “Volevamo fare la Leopolda, poi è arrivata la salsiccia e ci siamo trasformati nella Festa dell’Unità”.

“Riprendiamoci Genova”, in 1500 sfilano per il Morandi

“Genova, Genova” il grido che si è alzato dal corteo che ha sfilato per via XX settembre. “Vogliamo il ponte”, hanno chiesto i 1500 manifestanti e poi “Beppe Conte caccia le palanche”, che in genovese significa i soldi. “Siamo una città che non chiede altro che futuro – dicono gli organizzatori – Se c’è un modo per onorare le vittime del ponte è quello di fare tesoro delle energie che si sono risvegliate quel 14 agosto e recuperare il tempo perso”. A due mesi dalla tragedia, la manifestazione di Genova chiede “che una parte della ricchezza generata dal traffico del porto rimanga a Genova, come avviene a Marsiglia o Barcellona – spiega Andrea Acquarone dell’associazione Che l’Inse – Non è giusto che Genova sopporti il peso di questo traffico e non le resti niente”. “Chiediamo un progetto strategico di trasformazione urbana – aggiunge Camilla Ponzano di Riprendiamoci Genova – che veda la collaborazione delle istituzioni e della società civile”. Intanto il Comune ha stanziato 800.000 euro per finanziare le operazioni di rientro dei 283 sfollati (residenti in via Fillak e via Porro). “È possibile che già giovedì gli sfollati possano rientrare nelle case per ritirare i loro beni”, ha detto il sindaco commissario Marco Bucci.

Savona e l’hedge fund a Londra: “S’è dimesso il 20 maggio…”

Il Corriere della Sera ha pubblicato un articolo sul “giallo delle dimissioni” di Paolo Savona dal fondo Euklid, un hedge fund nel quale il ministro per gli Affari europei ricopriva la carica di “director” e del quale detiene azioni per 56mila euro. Da una ricerca catastale – si legge sul quotidiano – “il ministro risulta ancora attivo” nell’organigramma della società, malgrado le dimissioni annunciate lo scorso 23 maggio, alla vigilia dell’impegno politico nel governo Lega-M5S. L’articolo è stato ripreso da diversi parlamentari d’opposizione, soprattutto del Pd, per sottolineare il presunto conflitto d’interessi di Savona, tra il ruolo di ministro e quello di potenziale “speculatore” beneficiario un aumento dello spread. Lo stesso estensore dell’articolo in qualche modo mette le mani avanti: “È possibile che Euklid abbia scordato di segnalare al registro delle imprese che Savona non è più attivo come ‘director’”.

La verità pare essere ancora più banale. L’ha spiegata lo stesso hedge fund con un comunicato: “Euklid Ltd conferma di aver ricevuto le dimissioni del Professor Paolo Savona dalla carica di ‘director’ in data 20 Maggio 2018 e di aver accettato, mediante ‘written resolutions of the Board of Directors’, tali dimissioni in data 21 Maggio 2018 con effetto immediato”. Su Facebook il vice fondatore del fondo, Antonio Simeone, aggiunge che: “Euklid sta prendendo provvedimenti per lo pseudo fact checking del Corriere”.

Come mai nel registro delle società inglesi il ministro risulta ancora in carica? Secondo Simeone prima che il dato sia aggiornato “possono passare mesi”. Chi è vicino al ministro, allo stesso modo, definisce “il giallo” una sciocchezza: una questione infondata e ripresa a mesi di distanza; un colpo gratuito. Come il passaggio dell’articolo sui conti svizzeri del ministro: denaro detenuto regolarmente e denunciato (come le azioni di Euklid) nella dichiarazione dei redditi pubblicata al momento della nomina.

Autostrade contro chi indaga. “Faremo causa al ministero”

Una lettera durissima, nel tono e nel contenuto. A due mesi esatti dal crollo del ponte Morandi di Genova, l’amministratore delegato di Autostrade per l’Italia (Aspi) Giovanni Castellucci suona la carica del contrattacco contro il ministero delle Infrastrutture. La concessionaria non vuole ammettere nessuna responsabilità nel disastro e nella morte di 43 persone. E mira al bersaglio grosso, la Commissione ispettiva ministeriale che esattamente un mese fa ha consegnato al ministro Danilo Toninelli una relazione molto severa contro Aspi, con l’accusa alla società della famiglia Benetton di aver usato “l’utenza, a sua insaputa, come strumento per il monitoraggio dell’opera”. Contro i cinque membri della commissione presieduta dall’alto dirigente del ministero Alfredo Mortellaro Aspi minaccia un’azione legale.

Castellucci ha fatto indirizzare la lettera proprio al direttore della Vigilanza sulle concessionarie autostradali Vincenzo Cinelli, che, ironicamente, è indagato con lui per omicidio colposo, per non aver vigilato efficacemente sulle presunte carenze di Aspi nella manutenzione del viadotto autostradale che attraversava il fiume Polcevera. Ma l’avvertimento è ovviamente per Toninelli: la lettera segnala circostanze e argomentazioni che “precludono in fatto e in diritto l’utilizzabilità, a qualsiasi fine, della Relazione”, che quindi il ministro può, secondo il tono definitivo di Autostrade per l’Italia, infilarsi tranquillamente dove meglio crede. Segue la poco velata minaccia ai cinque membri della commissione: sia “il metodo seguito” sia “il merito delle valutazioni effettuate” configurano “possibili profili di responsabilità in capo agli estensori” della relazione.

Questo è dunque il preoccupante (ma prevedibile) stato del dibattito. Mercoledì scorso il procuratore capo di Avellino Rosario Cantelmo ha chiesto per Castellucci e altri pezzi grossi di Aspi la condanna a dieci anni per l’incidente del 2013 in cui 40 persone morirono in un autobus precipitato da un viadotto a causa, secondo l’accusa, della mancata manutenzione del guardrail, che non resse l’urto. Undici imputati di Aspi, 110 anni di carcere richiesti. La sentenza di primo grado arriverà a cinque anni e mezzo dal fatto, quella della Cassazione chissà quando. In un sistema in cui la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva protegge non solo (e giustamente) l’imputato di fronte alle accuse di un pubblico ministero ma anche una grande società quotata di fronte alle sue responsabilità civili, è facile indovinare che le 43 famiglie che hanno perso i loro cari a Genova, e le decine di famiglie che hanno perso la loro casa, dovranno aspettare molti anni per avere giustizia.

Mentre i Benetton, azionisti di controllo di Autostrade, coprono con un rispettoso e rigoroso silenzio il loro manager preferito, il mago dei profitti e dei dividendi, Castellucci manda a dire al governo che venderà carissima la pelle. Lo scopo della lettera firmata dal capo degli affari legali di Aspi Amedeo Gagliardi è di togliere ogni efficacia alla relazione della Commissione Mortellaro, proponendo “la radicale illegittimità che inficia l’intero operato della Commissione e la Relazione conclusiva”. I cinque esperti, sostiene Aspi, non avrebbero rispettato i canoni assegnati dalle norme: imparzialità, riservatezza e obiettività. Avendo essi scritto che “non possono trarsi conclusioni definitive su quale sia stata la causa prima e sulla conseguente dinamica del crollo”, argomenta Gagliardi, non avrebbero dovuto “avventurarsi in valutazioni meramente ipotetiche che non non le erano richieste e non doveva formulare”.

Attaccando la commissione come se si trattasse di un tribunale, Aspi lamenta che ai suoi numerosi dirigenti auditi non è stato sottoposto alcun verbale e che le stesse trascrizioni richiamate nella relazione non sono state messe a disposizione degli auditi, ai quali sarebbe stato impedito il “riscontro”, e quindi “con ogni conseguenza circa il loro reale ed effettivo contenuto”. Detto più chiaramente, Aspi fa balenare il sospetto che le affermazioni dei dirigenti (tra i quali Castellucci) possano essere state distorte dalla commissione. Peraltro, accusa la lettera, delle considerazioni tecniche avanzate dai suoi dirigenti non vi è traccia nella relazione. Ma questo è un problema facilmente risolvibile, basterebbe che Toninelli ordinasse alla Commissione Mortellaro di rendere pubbliche le trascrizioni delle audizioni dei vertici di Autostrade per l’Italia.

L’argomento più enfatizzato circa la illegittimità della Commissione e della sua relazione è quello del cosiddetto “collegio perfetto”. Secondo Castellucci la commissione poteva “operare legittimamente solo con la presenza e l’apporto diretto di tutti i componenti costituiti in collegio”. Ma come è noto la nomina della Commissione è stata laboriosa, con varie dimissioni e sostituzioni. Il presidente Mortellaro è stato nominato il 27 agosto, ma la commissione ha raggiunto la sua composizione finale il 5 settembre e sono passati solo nove giorni prima della consegna a Toninelli della relazione finale. Questo lasso di tempo, giudicato troppo breve, è secondo Aspi la prova definitiva della “radicale illegittimità” della commissione. Una “radicale illegittimità” che, par di capire, se sostenuta abilmente e vigorosamente da un pool di bravi avvocati potrebbe portare alla dimostrazione che non è colpa di nessuno, e comunque non di Autostrade e Castellucci, se il ponte Morandi è crollato uccidendo 43 persone.

 

Draghi: “Devono tutti abbassare i toni. Fiducioso nell’intesa”

“Sono fiducioso”.A volte, specialmente se si è banchieri centrali, le parole pesano moltissimo e quelle “tranquillizzanti” di Mario Draghi sulla situazione italiana sono benvenute per un governo in difficoltà come il nostro: “Non bisogna drammatizzare. Bisogna stare tranquilli, abbassare i toni e non solo a Roma”, ha detto il governatore della Bce a Bali, dove si tiene da venerdì l’incontro annuale del Fondo monetario internazionale. “Sono fiducioso che tutte le parti trovino un compromesso”, ha detto Draghi parlando della manovra di bilancio italiana: “Sappiamo che ci sono procedure stabilite e accettate da tutti, ci sono state deviazioni: non è la prima volta e non sarà l’ultima. Come ho detto, bisogna abbassare i toni e sono piuttosto ottimista che sarà trovato un compromesso”. Il numero 1 della Banca centrale europea non ha però rinunciato a una frecciata ai gialloverdi: “Un’espansione del bilancio in un Paese ad alto debito diventa molto più complicata se la gente comincia a mettere in dubbio l’euro. Queste dichiarazioni hanno creato danni reali e ci sono molte prove che lo spread è cresciuto per queste dichiarazioni”.

La Camera avverte il governo: “Ora basta decreti fantasma”

Al dodicesimo giorno dalla sparizione, disse il premier Giuseppe Conte che dovevamo stare tranquilli: “Confidiamo di inviarlo già domani se i riscontri del Mef si chiuderanno in giornata”.

Oggetto delle sue speranze di ritrovamento era il decreto su Genova, licenziato quasi due settimane prima dal Consiglio dei ministri e poi sprofondato in una lunga gestazione che, al momento del sì di palazzo Chigi, era stata preannunciata dalla formula dubitativa del via libera “salvo intese”. Conte rasserenò l’uditorio poco avvezzo al diritto e preoccupato da quell’accordo stiracchiato: “Non vi deve trarre in inganno: significa che noi non decretiamo più su quell’argomento”.

Fosse ancora all’Università, il professore prestato alla presidenza del Consiglio, avrebbe certo dato prova di maggiore accuratezza. Ma si sa, la politica è sangue e merda, mica ci si può sollazzare coi regolamenti e le formalità. Per quello c’è il comitato di legislazione, l’organo che per conto del Parlamento, dà parere sui decreti legge che arrivano dal governo. E martedì scorso, il gruppo dei 10 deputati chiamato a dire la sua sul famigerato decreto Genova ha ricordato a Conte e ai suoi ministri che così, no, non va bene. Il leghista Alberto Stefani, relatore del parere, ha ricordato la “distanza di ben 15 giorni” trascorsa tra l’approvazione in Consiglio dei ministri e la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. E a nome del Comitato ritiene che sia “opportuno un approfondimento sulle conseguenze di questa prassi in termini di certezza del diritto e di rispetto del requisito dell’immediata applicazione dei decreti-legge”. Tradotto: che senso ha dire che si è approvato d’urgenza un decreto se poi non entra subito in vigore e non si sa neanche cosa c’è scritto dentro?

Quanto al “salvo intese”, Stefani e gli altri, chiariscono a Conte che a quella dichiarazione di intenti “dovrebbe far seguito una seconda e definitiva deliberazione”. Perché cosa sia cambiato tra il primo testo e quello definitivo, così, nessuno lo sa: specie i ministri che teoricamente l’hanno approvato.

Non è solo una questione di tempi. Su Genova, nonostante il tempo trascorso, si è pubblicato un testo con errori materiali (alcuni riferimenti ai commi sbagliati, un rimando ad una legge abrogata) e innovazioni formali che derogano in maniera “solo implicita” alle norme vigenti (il commissario, per dire, dovrebbe nominarlo il presidente della Repubblica su proposta del premier, non direttamente il governo). E ancora ci sono punti poco chiari. Uno su tutti: all’autorità dei Trasporti vengono date competenze solo su tariffe e pedaggi o anche sui bandi di gara delle concessioni? Non esattamente un dettaglio.

Il comitato (che è composto da tre grillini, due leghisti, due deputati di Forza Italia, due Pd e uno di Fratelli d’Italia) non può far altro che “osservare” e “raccomandare”. Ora, le commissioni che stanno esaminando il decreto per la conversione in legge, dovranno valutare se tenerne conto oppure no.

Al governo, in ogni caso, il comitato manda un messaggio chiaro: il caso di Genova è il più clamoroso, ma non è isolato in questa giovane legislatura. In quattro mesi, l’esecutivo gialloverde, ha posto “un analogo intervallo” tra il via libera “ufficioso” e quello ufficiale anche nel decreto Dignità (11 giorni), nel decreto di riordino dei ministeri (10 giorni) e nel decreto Sicurezza (altri 10 giorni). Il relatore leghista indora la pillola: “Nella passata legislatura – ricorda – il fenomeno si è registrato in altre venti occasioni e in un’occasione (il decreto per il terremoto emiliano romagnolo, ndr) l’intervallo è stato di ben 24 giorni”. Però è una magra consolazione. Se tra il 2013 e il 2018 la media fu di un decreto “fantasma” a trimestre, stavolta “il governo del cambiamento” è partito di lena: uno al mese.

Salvini: “Niente furbetti, devono pagare tutti”

“Tutti devono pagare, tutti devono essere trattati alla stessa maniera: non devono esserci furbetti”, così il vicepremier Matteo Salvini, parlando ieri dal Trentino, in merito allo scandalo scoppiato sul regolamento della sindaca leghista di Lodi che impone alle famiglie straniere, per poter accedere a rette agevolate per il pagamento dei servizi di mense e scuolabus per i figli, di presentare documenti difficilmente reperibili dai Paesi d’origine. È intervenuto anche il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti, che si è detto “certo che si troveranno soluzioni che tengano insieme diritti dei bambini e i doveri delle famiglie”: Bussetti è pronto a incontrare la sindaca di Lodi, se necessario. Dopo la messa in onda di un servizio tv nella trasmissione di La7 Piazza Pulita, sono stati in molti a commentare indignati, via social e con dichiarazioni ufficiali. Da Susanna Camusso a Matteo Renzi, ma anche il premio Oscar Nicola Piovani: c’è chi definisce “scandaloso” quanto sta succedendo a Lodi e chi invoca lo slogan “restiamo umani”. Intanto a Lodi è partita la raccolta di fondi online per i bambini stranieri esclusi: con 3 euro si garantisce un pasto a uno degli scolari.

“Manifestiamo per molte ragioni in più di 194. E non ci fermeremo”

Le ancelle con il mantello rosso e il copricapo bianco stanno in piedi sugli scalini del Comune, in piazza Bra a Verona. Una papessa, tunica bianca e scettro con in cima il simbolo femminile, prende la parola: “A chi sproloquia sul corpo delle donne, rispondiamo con uno stato di agitazione permanente”. È il flash-mob delle femministe di “Non una di meno” che, mascherate come la sera in cui il consiglio comunale ha votato la mozione contro l’aborto, si spogliano dei loro mantelli per liberarsi simbolicamente dal patriarcato. “La marea femminista si è presa la città”: è lo slogan.

Sono circa 5mila le persone arrivate ieri pomeriggio a Verona per sostenere “Non una di meno”, e in difesa della legge 194 sull’aborto. “Non ci aspettavamo una risposta così massiccia”, spiega Valeria. “Il nostro motto è ‘molto più di 194’, perché sono molte più di 194 le ragioni per cui scendiamo piazza. E vanno dalla difesa dell’autodeterminazione della donna alla tutela dei diritti Lgbt e dei migranti. Il femminismo è tutto questo, e noi siamo qui per dimostrarlo”.

Il corteo parte alle 15 dalla stazione di Porta Nuova, sosta davanti al Comune per l’atto dimostrativo contro il consiglio e termina in piazza Santa Toscana, nel quartiere multietnico Veronetta. Qui c’è la chiesa punto di riferimento dei tradizionalisti cattolici, tra cui il ministro leghista della Famiglia Lorenzo Fontana. Pochissimi i politici: tra la folla si fanno notare solo Pippo Civati e l’europarlamentare Elly Schlein di Possibile. “Rispediamo al mittente i tentativi di portarci nel Medioevo”, dice Schlein. “Non accetteremo un passo indietro sui diritti”.

Per “Non una di meno” Verona è solo il punto di partenza: “Come ha dimostrato il voto in consiglio comunale – chiude Valeria – c’è una saldatura tra i cattolici tradizionalisti e i fascisti. E c’è un legame diretto con questo governo, quindi la mobilitazione deve essere nazionale”. Prossime tappe: 24 novembre, per la manifestazione a Roma e l’8 marzo, per lo “sciopero globale”. A Milano in contemporanea poco più di 50 persone partecipano al sit-in promosso da Forza Nuova e dal comitato contro la legge 194. “Il ministro della Famiglia è uno dei nostri iscritti e so che porterà avanti le nostre istanze”, dice l’organizzatore Pietro Guerini. “È stato lui in persona a dirmi che oggi non poteva essere qui. Ora puntiamo sulla riforma costituzionale di Lega e M5s che renderà più accessibili il referendum e la legge di iniziativa popolare”. Al suo fianco anche Roberto Fiore, leader di Forza Nuova, e una decina di attiviste del comitato Eva Perón (costola femminile del movimento): “Libertà di scelta per le donne non vuol dire scegliere di uccidere il proprio figlio”, dice Cristina Haddad.

Durante il comizio si avvicina un gruppo di dieci ragazze con il cartello “Io sono mia: unite contro il patriarcato”. Ma vengono allontanate dalla polizia. In quel momento un papà e una figlia si fermano in bicicletta. “Papà cos’è il patriarcato?”, chiede la bimba. “Ne parliamo più tardi, c’è tempo”, risponde il papà.

Lodi, quella mensa negata ai bimbi che ci fa vergognare

Alle volte succede di pensare che in fondo siamo migliori di quello che sembra. Che forse il clima politico, l’odio social, le tifoserie volgari, siano la fotografia peggiore del Paese, ma che tutto sommato, quando si lascia spazio alle storie anziché agli slogan, gli italiani siano migliori di quello che sembrano. In questi giorni, per esempio, c’è un servizio di Micaela Farrocco andato in onda a Piazza Pulita, che appare sulle homepage dei siti di informazione e le bacheche fb di politici, giornalisti, attori, cantanti e normali cittadini, in cui si racconta una storia di cui in realtà si era già scritto (il primo quotidiano nazionale fu il Fatto), ma che “non si era vista”. La sindaca leghista di Lodi, Sara Casanova, un anno fa ha emesso una delibera che ha modificato le norme di accesso per beneficiare delle tariffe agevolate per l’autobus (210 euro a trimestre) e la mensa scolastica (5 euro al giorno).

Prima, per tutti i genitori, bastava presentare l’Isee. Dal 2018, solo per i cittadini nati fuori dall’Unione europea, l’Isee non basta più. Devono presentare anche dei certificati rilasciati dal paese d’origine che attestino la loro nullatenenza. La sindaca, si spera e presume in buona fede, ha però sottovalutato un particolare: spesso, in quei paesi, un catasto informatizzato non esiste. Spesso rientrare in un paese da cui si è scappati non è una buona idea. Spesso, andarci è molto costoso. A volte impossibile.

Questo cambiamento ha di fatto impedito a più di duecento famiglie di ottenere le tariffe agevolate, con una conseguenza che, raccontata freddamente, tra le righe di un giornale, suona come un banale effetto della burocrazia. Raccontata dalle telecamere, attraverso le voci dei bambini esclusi dalla mensa scolastica e dalle loro mamme, è altro. È il bambino con la sua magliettina arancione e gli occhi neri che dice: “Io quest’anno mangiò giù, dove si mangiano i panini, volevo mangiare con i miei amici, è un po’ triste e mi sembra strano perché ci dividono dai bambini italiani…”. È la bimba timida, con la coda di cavallo, che non guarda mai l’intervistatrice e racconta: “La maestra ci ha detto che alcuni genitori pagano una cifra più alta e mangiano in mensa, gli altri no… mi sono vergognata”. È il bimbo di colore che con un candore disarmante, alla domanda dell’inviata “tu lo sai perché torni a casa per mangiare?” risponde: “Certo, per l’esonero”. E quel termine freddo e burocratico, pronunciato da un bambino che non dovrebbe neppure sapere cosa significhi “esonero”, è qualcosa che fa sentire a disagio, che ti fa domandare se la sindaca sia lì davanti alla tv e nel vedere l’effetto della delibera sulla pelle di quei bambini, un po’ di disagio lo provi anche lei. È anche incinta, di sicuro ha la lacrima facile, l’emotività amplificata, ti convinci. Ma con i bambini si sa, si gioca facile. Come si fa a non empatizzare con loro. Poi è il turno delle mamme, quelle col velo, quelle che un po’ di diffidenza la provocano sempre. C’è quella tunisina che racconta di essere andata per ben due volte nel suo paese e di aver speso tantissimi soldi, ma quei documenti non li ha avuti. Quella marocchina che è andata in Marocco, ha comprato quattro marche da bollo da 16 euro, ha avuto i documenti, li ha consegnati in Comune e non andavano bene. C’è quella che tutte le mattine fa sei km per accompagnare i figli a scuola perché 210 euro a trimestre di autobus non li ha. Una di queste mamme piange, si aggrappa all’inviata, e da casa si piange con lei. Un’altra invece sorride, ha cinque figli, dice che gli italiani le chiedono “ma come fai a sorridere con cinque figli?” e lei risponde che i figli sono belli, non sono una maledizione. E sei tu che vorresti abbracciarla e aggrapparti a lei, perché desidererebbe che i suoi figli mangiassero con gli italiani, ma non possono. E allora lei gli cucina i piatti italiani, per farli sentire come gli altri. Per farli sentire bambini. La sua bimba dice: “Mangio la pastasciutta col pomodoro!” e che non possa mangiarsela in mensa con i suoi amichetti suona come una meschinità. L’inviata va in città per raccontare gli umori dei cittadini, qualcuno dice che la sindaca ha ragione, un signore anziano spiega che le leggi devono valere per tutti, un altro che “sono come le zecche di cani”, una signora borbotta che se non hanno i soldi dovrebbero fare come gli italiani, che di figli ne fanno uno. La signora ignora che andando avanti così un giorno gli italiani non esisteranno più, e che a sollevare il tasso di natalità nel nostro paese forse ci penseranno proprio quei bambini che mangiano il panino, lontani dagli “altri”. E infine vanno in onda le immagini della “stanza dei panini”. Pochi bambini intorno a un tavolo, in un’ala separata, che sembrano lì in castigo. Che sembrano avere colpa di qualcosa. Il giorno dopo la messa in onda del servizio è successo che in poche ore sono arrivate le donazioni necessarie per pagare la mensa alle duecento famiglie. Il video è stato condiviso da migliaia di persone, commentato da tutti. La storia delle mense di Lodi ha smesso di essere una faccenda burocratica. È diventata la storia di genitori e bimbi, di una sindaca con l’aria dura e infastidita che non risponde a chi le chiede “perché?”. E alla fine, più di tutto, una piccola storia che suggerisce una cosa più grande: è un paese, il nostro, che ha bisogno di vedere i volti e le lacrime di quelli di cui ha paura. Solo così, forse, smetterà di temerli.

Torino, Procura in lutto: addio al sostituto Smeriglio

È morto per le conseguenze di una malattia rapida e implacabile, a 48 anni, il magistrato Antonio Smeriglio, sostituto procuratore a Torino. Era in forza alla Direzione distrettuale antimafia e, in questa veste, si era occupato di alcune fra le più importante inchieste contro la criminalità organizzata, come quella, chiamata “San Michele”, sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta nel tessuto imprenditoriale piemontese. “Dopo un evento così tragico – dice il procuratore capo, Armando Spataro – le parole possono sembrare rituali. Ma io sento forte il dovere di affermare che ho conosciuto un magistrato di così elevata professionalità e, allo stesso tempo, così virtuosamente rispettoso del proprio ruolo e consapevole dei confini del nostro lavoro. Tutta la Procura di Torino si stringe ai familiari. Io non dimenticherò mai il suo volto buono e attento”. L’Anm Piemonte “si unisce con infinita tristezza all’immenso dolore della famiglia per la prematura scomparsa del collega ed amico Antonio Smeriglio, magistrato laborioso e preparato, apprezzato da tutti per l’equilibrio e la serenità. Tutti i magistrati del Distretto piangono la perdita di un collega esemplare e di un amico”.