“Vi sembra giustizia? Bisogna disobbedire”

Questa è la vendetta di Matteo Salvini. Pare incredibile che il ministero dell’Interno entri in causa. Ma noi non possiamo restare così passivi ad assistere alla persecuzione di una persona giusta come Mimmo Lucano.

Padre Alex Zanotelli, secondo lei che cosa dovrebbero fare gli italiani?

È maturo il tempo per la disobbedienza civile. Non chiedo eroismo, ma bisogna rischiare qualcosa. Non si può assistere passivamente. Ricordiamo i tempi di Martin Luther King quando c’era chi disobbediva e rischiava il carcere per una causa giusta.

C’è chi dice che Lucano non ha rispettato la legge…

Prima hanno arrestato il sindaco, poi cancellano il modello di accoglienza di Riace. Sono io che vi faccio una domanda: vi sembra giustizia?

Lei conosce Lucano…

Ho organizzato a Riace campi con i nostri ragazzi. Ho visto come si muove quell’uomo, cosa fa per gli altri. Non ha mai preso un soldo per sé. Anzi… rischiamo di dimenticare…

Che cosa?

Appena Lucano è stato arrestato sono andato a trovarlo. Mi hanno concesso di vederlo ai domiciliari. E ho trovato… un uomo ferito. Ecco noi non ci rendiamo conto che quest’uomo da vent’anni si è giocato tutto: la famiglia, il lavoro, la vita.

Per i migranti?

No! Non solo. L’ha fatto anche per il suo paese che infatti è rinato. Il modello Riace dimostra che aiutando chi arriva si può rinascere. Questo Salvini non gli ha perdonato.

Molti italiani, però, sono con Salvini. È possibile ignorarlo?

Questo è grave. Anche in Calabria, nonostante quello che la Lega ha sempre detto del Sud, nascono club a favore di Salvini. È la cultura del ‘boss’, l’uomo dal pugno di ferro.

Il cuore di tutto è la questione immigrazione…

Mi viene in mente la teoria del ‘capro espiatorio’ di René Girard. La politica non sa risolvere i problemi e allora punta il dito sui migranti.

Ma gli italiani secondo lei si schiereranno con il modello Riace? Il Paese è molto cambiato…

L’altro giorno parlavo con un padre missionario eritreo che è tornato dopo anni. Mi ha detto: ‘Questa non è l’Italia, non la riconosco. Che cosa vi è successo?’.

Italiani cattiva gente?

Dico questo: noi italiani, ma anche noi europei, credevamo di non essere razzisti, ma lo eravamo. Avevamo la profonda convinzione di possedere la vera cultura, la filosofia, la religione. Questa presunzione è stata alla base del colonialismo e oggi del razzismo. Ma adesso sono arrivate queste persone da lontano e hanno tolto il velo. Hanno rivelato il nostro essere profondo.

Lei parla di ‘vendetta’ di Salvini. Ma cosa si aspettava dal Governo e dai Cinque Stelle?

Il M5S ha tradito tutto. Ieri ero nel mio Rione Sanità con una donna che al Movimento ha dedicato anni di impegno. Piangeva per la delusione. Si sono impantanati con Salvini, ma lui è molto più forte di loro. Ha un potere magico, maligno. Ma abbiamo tutti molto da rimproverarci se siamo arrivati qui… in questo clima da anni Trenta.

Anche la Chiesa?

Eccome. La Chiesa italiana dice così poco. Non ha mai cercato di capire le ragioni del leghismo, nemmeno la Chiesa lombarda ha mai fatto un documento su quello che accadeva. Adesso dobbiamo creare dal basso una reazione. L’Italia è un Paese che non vibra più. Ma proprio adesso è il momento di mettersi in gioco. Di rischiare anche. Di disobbedire.

“Irregolarità”, così il ministro Salvini sgombera Riace

Matteo Salvini mette la sua firma sulla distruzione del “modello Riace”. A due giorni dal Riesame chiamato a decidere sui domiciliari disposti dal gip su richiesta della Procura di Locri che ha indagato il sindaco Mimmo Lucano per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, il Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del ministero dell’Interno ha disposto il trasferimento dei migranti ancora ospiti nello Sprar di Riace.

Con la circolare del 9 ottobre, quindi, il Viminale azzera un modello di accoglienza dei migranti riconosciuto tale in tutto il mondo. Attraverso la Direzione centrale dello Sprar, infatti, il ministero di Salvini conferma quanto già contestato a fine luglio senza considerare le controdeduzioni con le quali il Comune calabrese si era opposto ai 34 punti di penalità per il “mancato aggiornamento della banca dati” gestita dal Servizio centrale, la “mancata rispondenza tra i servizi descritti nella domanda di contributo e quelli effettivamente erogati”. Ma anche la “mancata applicazione di quanto previsto dalle linee guida”, una riscontrata “erogazione dei servizi finanziati dal Fondo a favore di soggetti diversi da quelli ammessi all’accoglienza” e, infine, “la mancata presentazione della rendicontazione”.

“Il provvedimento è abnorme”. Gianfranco Schiavone, vicepresidente dell’Asgi, non ha dubbi. È lui che, assieme al presidente dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (l’avvocato Lorenzo Trucco), ha scritto le controdeduzioni oggi cassate dal ministero dell’Interno.

“Leggendo il provvedimento di revoca – spiega Schiavone – pare che il progetto non abbia erogato il servizio di assistenza ai migranti. Questo non è vero perché i servizi li ha erogati. Ci sono state solo delle mancanze amministrative formali che non giustificano un’applicazione di penalità sproporzionata. Non c’è proporzionalità tra la sanzione che viene data, la revoca del progetto e le irregolarità riscontrate. Qui si scopre con l’evidenza politica di dover a tutti i costi dipingere Riace come il luogo peggiore dell’accoglienza in Italia. Personalmente credo che ci sia uno sfondo politico a questo provvedimento. Credo ci sia anche tanta piccolezza della burocrazia che guarda con grande dedizione alle procedure e molto poco alla sostanza. È una storia che indica pure come parte del sistema di protezione italiano, nel corso del tempo, sta perdendo le qualità per le quali è nato, cioè dare un futuro alle persone”.

Ventuno pagine con cui, di fatto, il responsabile della Direzione centrale dei servizi civili per l’immigrazione e l’Asilo, Daniela Parisi, revoca “i benefici accordati” al Comune di Riace con il decreto ministeriale del 21 dicembre 2016.

Questo comporta “la definizione dei rapporti contabili e per l’eventuale recupero di contributi già erogati”. Il Comune di Riace potrà ricorrere al Tar chiedendo una sospensiva del provvedimento di revoca. Questo fermerebbe tutto in attesa della sentenza dei giudici amministrativi. Ma il ministero di Salvini sembra voglia giocare d’anticipo. Ieri sera, infatti, fonti del Viminale hanno fatto sapere che i migranti verranno trasferiti già dalla settimana prossima e nel giro di un mese dovrebbero essere ricollocati in altri centri. Cosa faranno in questo mese non è dato saperlo. Non una data e nessuna spiegazione sulla procedura di trasferimento. A questo punto, in qualsiasi momento la prefettura di Reggio potrà inviare i camioncini della polizia di stato a Riace per “prelevare” i migranti e portarli chissà dove.

“Vogliono soltanto distruggerci”. Dalla sua abitazione, dove sta scontando i domiciliari, Mimmo Lucano si sfoga: “Nei nostri confronti è in atto ormai un vero e proprio tiro incrociato. I nostri legali, comunque, stanno già predisponendo un ricorso al Tar contro la decisione del Viminale”.

“Chi sbaglia, paga”. Salvini gira il coltello nella piaga e replica al sindaco di Riace: “Non si possono tollerare irregolarità nell’uso di fondi pubblici, nemmeno se c’è la scusa di spenderli per gli immigrati”.

Conte: “Chi sbagliò, peggio se in divisa, dovrà pagare”

Due giorni dopo la svolta nel processo per la morte di Stefano Cucchi, la “confessione” del carabiniere Francesco Tedesco, imputato insieme aquattro colleghi di fronte alla Corte d’Assise di Roma, arrivano le prime parole sul caso del presidente del Consiglio Giuseppe Conte: “Sono molto attento a questa vicenda, stanno emergendo dei riscontri, anche le ultime confessioni, questo mi spinge a dire che chi ha sbagliato dovrà pagare, perché ovviamente indossava la divisa dello Stato e rappresentava lo Stato, quindi la cosa è ancora più grave”. Così il premier Giuseppe Conte, a margine dell’iniziativa ‘Io non rischio’, rispondendo a una domanda sul caso Cucchi: “Dobbiamo accertare le responsabilità individuali – ha aggiunto – non possiamo scaricare le responsabilità sull’intero corpo dei carabinieri e delle forze dell’ordine in generale, che tutti i giorni si impegnano per tutelare le nostre vite, la nostra incolumità, la nostra sicurezza. Ogni volta che ci sarà un pubblico ufficiale che si comporterà male venendo meno ai suoi doveri – prosegue il presidente del Consiglio – chiederò scusa da parte dello Stato”.

L’idea di Sgarbi: “A Sutri una strada intitolata a Stefano”

A Sutri, la città di 6 mila abitanti in provincia di Viterbo di cui Vittorio Sgarbi è sindaco dallo scorso giugno, verrà dedicata una via a Stefano Cucchi. ”In ordine alla violenza subita da Stefano Cucchi nelle condizioni di molti giovani inquieti del nostro tempo – spiega Sgarbi – ritengo che nella vasta impresa di denominazione di strade, come richiamo ai cittadini di Sutri come dell’Italia, sia un monito importante l’intitolazione di una strada in sua memoria, essendo stato martirizzato nove anni fa, il 22 ottobre 2009”. Sgarbi, che prima di Sutri è stato sindaco di Salemi (Trapani) e di San Severino Marche (Macerata), assessore regionale in Sicilia e deputato, eurodeputato e sottosegretario, riferisce però che la sua iniziativa incontra un ostacolo di carattere formale. “Mancando un anno ai dieci necessari secondo la legge per la titolazione di una strada, chiederemo al prefetto di Viterbo la deroga per poterlo fare entro quest’anno. In ogni caso il 22 ottobre 2019 tale atto potrebbe essere compiuto in termini di legge”, conclude il critico d’arte.

La denuncia del pestaggio in caserma non è mai entrata nel database dell’Arma

La mano che ha fatto sparire la relazione di servizio, quella firmata dal maresciallo Giuseppe Tedesco, che il 22 ottobre 2009 denunciava il pestaggio di Stefano Cucchi ad opera di due colleghi, non è stata l’unica a manipolare i documenti nella stazione Appia. La parola chiave di questa storia è docspa. Il docspa è il protocollo informatico dell’Arma dei carabinieri.

Inizia a essere operativo nel 2007 ma saranno necessari anni prima che venga utilizzato pienamente a regime. La relazione di Tedesco fu protocollata a mano con il numero 79. E al numero 79 doveva comparire anche nell’archivio informatico. Invece è sparita anche da lì.

“Nel docspa – dice al pm Emilio Buccieri, comandante della stazione Appia, alla quale appartengono i carabinieri accusati di omicidio preterintenzionale – al numero 79 corrisponde un progressivo vuoto. Mancano i progressivi dal 74 all’84”.

L’ennesima coincidenza di questa storia è l’ennesimo indizio che qualcuno ha voluto far sparire il documento. Buccieri, che non è indagato, dice di non essersi mai accorto prima della relazione sparita. Né dell’incongruenza tra l’indice cartaceo, che al 79 riporta l’inserimento della relazione sull’arresto di Cucchi, e quello informatico.

“All’epoca poteva accadere – continua Buccieri – perché non tutti sapevano utilizzare bene il sistema”. Buccieri è quindi convinto che un errore del genere sia probabile. E non è una sfumatura. Poi chiama in caserma, s’informa, quindi spiega al pm che il sistema è “manipolabile” ed “è possibile sostituire l’atto inserito”.

Torniamo indietro di tre anni. E rileggiamo la storia alla luce delle dichiarazioni di Buccieri. Nel 2015 la Procura di Roma chiede al comando provinciale dei Carabinieri di acquisire una lunga serie di atti. Incluse le eventuali relazioni di servizio depositate da Tedesco. Il comando provinciale delega ai suoi uomini l’acquisizione degli atti. Un militare si presenta quindi nella caserma Appia per acquisire i documenti. Non sappiamo se in quei giorni Buccieri fosse presente. Non possiamo affermare che la richiesta sia stata fatta a lui. Il dato certo è che un carabiniere chiede a un collega, che è nella caserma Appia, di acquisire le relazioni di servizio.

E sappiamo che il comandante non si fida pienamente del docspa: “All’epoca non tutti sapevano utilizzare il sistema”. Dobbiamo dedurne, quindi, che nel cercare le relazioni di servizio, in caserma non si affidino soltanto al docspa ma controllino pure nell’archivio cartaceo. Anche perché i documenti riguardano l’omicidio di Cucchi. Non una multa per eccesso di velocità. Negli atti acquisiti è peraltro evidente che, in molti casi, le relazioni e le annotazioni, vengono estrapolate dagli archivi cartacei e non dal docspa: sono spesso protocollati a penna, quindi a mano, non in modo informatico. Eppure, nel cercare le relazioni di servizio, nessuno si accorse che il sistema informatico era manipolato e la relazione era sparita.

Per non accorgersene, i carabinieri della stazione Appia, dovevano incappare in un doppio errore.

Il primo: consultare il docspa e non accorgersi di dieci caselle mancanti. Relative, peraltro, proprio ai giorni in cui avevano arrestato Cucchi. Il secondo: pur sapendo che il docspa non è affidabile, non consultare l’archivio cartaceo.

La doppia, decisiva combinazione di errori, si aggiunge a un’altra catena di eventi. In una caserma di circa 25 carabinieri c’è prima una mano che sottrae dal fascicolo la relazione di Tedesco. Poi una che fa sparire i dati dal docspa. C’è chi riesce a non vedere le anomalie nel sistema informatico.

E c’è chi non pensa di controllare sul registro cartaceo. Chi gli avesse dato un’occhiata, avrebbe reagito come Buccieri dinanzi al pm: “L’annotazione è scomparsa… è evidente che qualcuno l’ha prelevata… ma non so dare spiegazioni… la circostanza mi è nuova”. Chi cerca trova, dice il proverbio. E alla stazione Appia non si cercò abbastanza.

“È bene che si indaghi anche sulla riunione al comando di Roma”

Un carabiniere condannato pochi giorni fa per stupro. L’ex comandante generale Tullio Del Sette e il generale Emanuele Saltalamacchia indagati per rivelazione del segreto d’ufficio e favoreggiamento nel caso Consip. E poi, pochi giorni fa, Francesco Tedesco, imputato per l’omicidio preterintenzionale di Stefano Cucchi con Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, che dopo 9 anni rivela che i suoi colleghi pestarono Cucchi e lui lo scrisse in una relazione che però è sparita. Il sospetto di omissioni e coperture. L’Arma è a un bivio, deve dimostrare che non ci sono ombre e saprà fare pulizia oppure è in gioco la sua credibilità. Il comandante generale Giovanni Nistri lo sa bene. E accetta il confronto con più giornalisti nel suo ufficio in viale Romania.

Generale Nistri, un carabiniere accusa due colleghi del pestaggio di Cucchi. Loro negano. Il primo dice di aver già denunciato tutto 9 anni fa, in una relazione di servizio, che però gli altri negano di aver visto. L’Arma non deve scusarsi con la famiglia Cucchi, quantomeno perché qualcuno di voi mente?

L’Arma si scusa con la famiglia Cucchi. E si scusa ogni volta sente un peso forte come questo. Con chiunque ne sia vittima. Un carabiniere deve sentire il dovere morale, prima ancora che giuridico, di dire la verità e dirla subito. Voglio esprimere, come ho già fatto mesi fa in privato, la mia vicinanza alla famiglia Cucchi. Chi entra in una caserma dei Carabinieri, se non è più in grado di offendere, deve essere tutelato. E proprio noi – solo quest’anno contiamo 1092 feriti e 6 morti – che siamo sottoposti agli oltraggi della criminalità organizzata, dobbiamo conoscere l’importanza della salvaguardia fisica e morale delle persone. Ilaria Cucchi ha dichiarato di amare l’Arma. Nonostante il dramma che ha vissuto. Vuol dire che ha saputo scindere la responsabilità dei singoli dall’intero corpo. E sui singoli che hanno sbagliato interverremo senza sconti.

Nel novembre 2009, poche settimane dopo la morte di Cucchi, al comando provinciale dei carabinieri di Roma viene indetta una riunione dal generale Vittorio Tomasone. Partecipano l’ex comandante del gruppo Roma, Alessandro Casarsa, oggi generale e comandante dei Corazzieri del Quirinale, il comandante della compagnia Paolo Unali e furono convocati i carabinieri delle stazioni coinvolte nell’arresto di Cucchi. Fu un’indagine interna?

Non ho contezza diretta di questi fatti, emersi nel procedimento penale. Se fosse andata così poteva non essere un’indagine interna, ma un mero accertamento. Si può fare.

Non ci sono verbali di quella riunione. Chi può assicurare che, se coperture vi siano mai state, non siano avvenute anche in quel momento? Farete un’indagine interna per capire cosa accadde?

Non avvieremo indagini interne finché il processo non sarà concluso e non sarà stabilito quel che è accaduto. Proprio per rispetto dell’autorità giudiziaria. E perché nessuno sospetti che intendiamo interferire nelle indagini. Auspico che la Procura indaghi su quella riunione come su ogni aspetto della vicenda. Gli accertamenti ci consentiranno di definire azioni e omissioni. Se un gruppo di carabinieri ha compiuto atti esecrabili, se altri hanno coperto o taciuto, interverremo senza guardare in faccia nessuno e tanto meno i gradi. L’abbiamo già dimostrato: quando i tre carabinieri accusati di omicidio preterintenzionale hanno avuto la prima sentenza sull’abuso di autorità su un arrestato, sebbene siano stati prosciolti ma per prescrizione, siamo intervenuti con procedimenti disciplinari. Su tutti e tre.

Per Tedesco il provvedimento è arrivato proprio mentre, per la prima volta, accusava dei carabinieri.

La cronologia è chiara. Il primo interrogatorio di Tedesco è di luglio. La sentenza di prescrizione è di aprile. Noi abbiamo avviato la procedura – nei confronti di tutti, ripeto – prima che iniziasse a testimoniare e nei tempi previsti.

Anche un altro carabiniere che ha accusato i colleghi nel caso Cucchi, Riccardo Casamassima, lamenta pressioni disciplinari.

Casamassima ha fatto il suo dovere testimoniando la verità. Ma se in altri casi ha avuto comportamenti sanzionabili non possiamo ignorarli.

L’impressione è che se accusi i carabinieri, ricevi un trattamento peggiore. Al generale Saltalamacchia, indagato per il caso Consip, la promozione è stata solo sospesa. Al generale Sergio Pascali, i cui uomini hanno indagato su Saltalamacchia e sull’ex comandante Del Sette sempre per Consip, invece è stata negata.

Credo che i carabinieri abbiano il criterio di valutazioni più duro in assoluto. La sospensione dell’avanzamento di Saltalamacchia è stata disposta senza attendere che fosse imputato, ma da semplice indagato, ed è già una misura piuttosto dura. Ma le assicuro che non c’è alcuna malizia nel giudicare pro o contro, valutando se hanno indagato sui colleghi oppure no.

Fatti alla mano è difficile crederlo.

Le chiedo un atto di fede.

Si cerca l’ufficiale che ordinò il falso verbale su Cucchi

Chi ha dato l’ordine di modificare l’annotazione del 26 ottobre 2009 redatta dopo la morte di Stefano Cucchi dai carabinieri della stazione di Tor Sapienza, dove il geometra romano passò la notte del 15 novembre 2009? Da quale livello della gerarchia dell’Arma partì? Rispondere a queste domande significa far cadere un altro pezzo di quel muro di omertà che per anni ha coperto il caso Cucchi.

E proprio per trovare queste risposte, i pm romani hanno perquisito la scorsa settimana il comandante della stazione di Tor Sapienza Massimiliano Colombo e l’appuntato Francesco Di Sano. Entrambi, con un terzo militare, sono indagati in un nuovo filone d’indagine per falso ideologico. La Procura, tra l’altro, ha chiesto copia del pc di Colombo e ha preso il cellulare di Di Sano, anche per capire se qualcosa è avvenuto dopo il 17 marzo scorso.

Non è una data qualsiasi. Quel giorno infatti Di Sano – che il 15 ottobre 2009, dopo il collega Gianluca Colicchio prende in consegna Cucchi a Tor Sapienza – viene sentito in aula nell’ambito del processo a carico di cinque carabinieri, tre accusati di omicidio preterintenzionale. Entra da testimone ed esce da indagato.

In aula il pm Musarò gli sottopone due annotazioni redatte a Tor Sapienza: hanno la stessa data (26 ottobre 2009), lo stesso numero di protocollo (16/212-1/2009). Ma non il contenuto, che cambia nella parte che riguarda lo stato di salute di Cucchi. Nella prima annotazione c’è scritto: “Cucchi riferiva di avere dei dolori al costato e tremore dovuto al freddo e di non poter camminare, veniva comunque aiutato dal personale della Pmz (Pattuglie mobili di zona, ndr) Casilina a salire le scale”.

In una seconda annotazione invece Cucchi riesce a camminare benissimo. È scritto: “Cucchi riferiva di essere dolorante alle ossa sia per la temperatura freddo/umida che per la rigidità della tavola del letto (priva di materasso e cuscino) ove aveva dormito per poco tempo, dolenzia accusata anche per la sua accentuata magrezza”.

Davanti alle due annotazioni, Di Sano risponde: “Non ricordo perché la modificai nella forma. (…) Le firme sono le mie. Il protocollo è lo stesso perché doveva essere la stessa annotazione di servizio”. Chi ha ordinato quelle modifiche, chiede il pm. E Di Sano: “Il comandante di stazione, a sua volta delegato penso o dal comandante del gruppo o dal comandante provinciale, dalla scala gerarchica”. L’appuntato non fa i nomi, ma il suo comandante di stazione all’epoca era Colombo, il comandante provinciale Vittorio Tommasone mentre il numero uno del Gruppo Roma Alessandro Casarsa (Tommaso e Casarsa non sono mai stati sfiorati dall’indagine). Il generale Tomasone smentisce: “Non ho mai dato disposizioni simili nella mia vita”. Quando l’avvocato Corrado Oliviero, in aula, gli fa notare il peso delle sue parole, Di Sano corregge il tiro: “Non lo sapevo per certo”.

Proprio per chiarire questo aspetto, giovedì il comandante di Tor Sapienza, Colombo, sarà interrogato, alla presenza del suo legale Antonio Buttazzo. Il suo interrogatorio – insieme all’analisi su pc e cellulari – sarà fondamentale per i pm per capire se e da chi partì l’ordine di modificare l’annotazione.

Nell’udienza del 17 marzo è emerso che anche un altro atto redatto, sempre il 26 ottobre, a Tor Sapienza potrebbe esser stato modificato. Anche in questo caso ci sono due annotazioni che si differenziano solo nel contenuto. Una riporta: Cucchi “dichiarava di aver forti dolori al capo, giramenti di testa, tremore e di soffrire di epilessia”. Sintomi che spariscono nella seconda annotazione, dove è scritto: Cucchi “dichiarava di soffrire di epilessia, manifestando uno stato di malessere generale verosimilmente attribuito al suo stato di tossicodipendenza e lamentandosi del freddo e della scomodità della branda in acciaio”. “Una delle due è chiaramente falsa”, dice Musarò in aula. E l’appuntato scelto Colicchio (non indagato), sentito come testimone, riconosce solo la prima.

Ma a parlare del comando di Tor Sapienza era stato anche Francesco Tedesco, il carabiniere che a giugno ha rivelato ai pm di aver assistito al pestaggio di Cucchi da parte dei colleghi Raffaele D’Alessandro e Alessio Di Bernardo. Il 9 luglio ai pm parla di “una telefonata del maresciallo Mandolini (ora a processo per calunnia, ndr) al comando della stazione di Tor sapienza, credo che parlò con il comandante. Mandolini chiese di modificare le annotazione”.

Tedesco sembra riferirsi a Colombo, ma tornato il 26 settembre ai pm precisa: “Così percepii, Mandolini non me lo disse esplicitamente nè fece il nome dell’interlocutore”.

Monsieur le Paragurù

Quando si è appreso che il nouveau philosophe Bernard-Henri Lévy abbandonava il Corriere per passare a La Stampa, abbiamo immaginato il carnevale di Rio organizzato da redattori, maestranze e lettori di via Solferino. E ci si è stretto il cuore per i colleghi de La Stampa, che di lì in avanti avrebbero dovuto metterne in pagina gli incomprensibili pensieri. Ma soprattutto per gli eventuali lettori della provincia di Cuneo, gente concreta che dice pane al pane e vino al vino. Infatti gli scritti di “BHL” – così si firma lui su Twitter, tipo i corrieri di posta celere – sono programmati per non far capire una mazza a nessuno. Ieri, per esempio, il paraguru transalpino ha riempito l’intera pagina 13 de La Stampa per spiegare agli italiani quel che accade in Italia. Purtroppo, nel fluviale articolo tradotto da Carla Reschia (a cui va tutta la nostra solidarietà), non si capisce una mazza, a parte tre cose: BHL ha incontrato Saviano (“in un appartamento parigino”); gli è piaciuto molto il suo ultimo libro (“assolutamente da leggere, un capolavoro”); non ha capito una mazza di quel che accade in Italia, però ce lo spiega lo stesso. Dice che siamo caduti nelle grinfie di un’”idra populista a due teste” che sta per “ritirare la scorta a Saviano e consegnarlo agli assassini” (finora l’unica scorta ritirata a un nemico della mafia è quella di Ingroia, ma a opera del democratico governo precedente all’idra populista a due teste).

Ragion per cui, in nome della “famosa sussidiarietà”, “quando uno Stato membro consente il deterioramento dei conti delle banche o del Tesoro” (sempre a opera dei governi democratici precedenti all’idra populista bicelafa), che succede? “Subentra la Banca centrale europea, con Mario Draghi”. Non si sa dove BHL abbia appreso questa curiosa procedura, che lui chiama “sussidiarietà” perché “golpe” pare brutto. Forse in un fungo allucinogeno. Sta di fatto che ora, al posto dell’idra ecc., arriva Draghi. Per far che? BHL un’idea ce l’avrebbe: “Propongo che Draghi mobiliti le forze di polizia”. E qui ti aspetti che l’illuminato pensatore spieghi meglio. Invece quello passa a parlare “dell’Italia in generale”, avviata verso “il cataclisma europeo”, sempre per via dell’idra. “Berlusconi, ovviamente, aveva dato il via”, ma era quasi innocuo perché, povera stella, era “legato all’idea di una Repubblica italiana ed europea”. Infatti sparava un giorno sì e l’altro pure sull’euro e sull’Europa e i suoi migliori amici erano Putin, Bush, Lukashenko e Erdogan. Dopo Previti, Dell’Utri, Mangano e la nipote di Mubarak, si capisce. Ora invece, con l’idra, “la rottura è totale”. Voi magari non la vedete.

Ma a lui, sempre vigile dall’”appartamento parigino” col cannocchiale puntato su Roma, nulla sfugge: “Ingresso delle mafie nel cuore dell’apparato statale. Odio per tutti quelli che, da Giotto a Dante a Pasolini, hanno reso l’Italia la vera patria dei pensatori, dei poeti, della bellezza”. In effetti, dal 4 marzo, non passa giorno senza che Salvini attacchi Giotto, Di Maio se la prenda con Dante e Conte sputi su Pasolini. “E poi la forza del contagio, della corruzione, della contaminazione virale che questo nuovo modello di governo potrebbe avere sui Paesi vicini”. In Francia, per dire, è pronta un’altra idra populista a due teste: “Le Pen e Mélenchon? Le posizioni di quest’ultimo sulla questione dei migranti sono destinate ad allinearsi con quelle della prima?”. Ma certo che sì. Quando si sposano “la carpa e il coniglio” (ma anche la giraffa e il bassotto), può succedere di tutto. Invece Macron che chiude i porti e perseguita i migranti da Ventimiglia a Bardonecchia è un campione di accoglienza. Infatti – ha detto in tv BHL- “all’Italia serve un Macron” e“la caduta di Renzi è stata una catastrofe”.

Chi saranno mai questi volgari elettori per contrastare i piani di BHL? Leggano i suoi libri e i suoi articoli, poi votino di conseguenza. Senza badare troppo alla coerenza, perché il “disc jockey delle idee” (come lo chiama il Nouvel Observateur) era trotzkista e maoista e definiva il capitalismo “la più formidabile macchina di morte della storia”, poi divenne un aedo del capitalismo e dell’Occidente. Esaltò le bombe Nato sull’ex Jugoslavia e sulla Libia. E sostenne sia Mitterrand (socialista) sia Sarkozy (gollista). Sempre dalla parte del più forte, il nostro intellò col ciuffo e i colletti aperti modello Air France se la tira da ribelle. E soprattutto sa tutto e parla di tutto. Si dice amicone del comandante afghano Massoud, poi si scopre che non è vero. Nel suo De la guerre en philosophie elogia il filosofo neokantiano Jean-Baptiste Botul, purtroppo mai esistito: se l’è inventato Le Canard Encahiné a caccia di gonzi, e lui ci è cascato. Difende l’assassino evaso e latitante Cesare Battisti spacciandolo per “scrittore arrabbiato e imprigionato”, manco fosse Silvio Pellico, Gramsci, o Solgenitsin e l’avessero arrestato perché s’incazzava e scriveva libri (peraltro da ergastolo). Lo paragona al capitano Dreyfus, credendosi Émile Zola. E invita l’Italia (lui parla sempre da Stato a Stato, come se facesse almeno capoluogo) a “voltare la pagina degli anni di piombo” (che non c’entrano nulla coi morti ammazzati da Battisti nelle rapine in gioielleria). Crolla il ponte di Genova e l’indomani il filosofo-architetto sa già il perché: “Il M5S si è opposto alla deviazione autostradale che oggi, si sa, era l’unica alternativa al viadotto” (la famigerata Gronda che, si sa, fu bloccata dai governi di destra e di sinistra e non avrebbe rimpiazzato ma affiancato il ponte Morandi). Se fosse italiano e si chiamasse Anton Giulio o Pier Ugo, questo tuttologo del nulla sarebbe perfetto per i talk di Barbara D’Urso. Invece è francese e si chiama Bernard-Henri. E noi, quando abbiamo finito i cazzari nostrani, li importiamo dall’estero.

La Rinascente morente di Paolo Sorrentino

Più morente che Rinascente. Un ossimoro che poco piacerà ai dirigenti del colosso dello shopping made in Italy, che festeggia il primo anniversario del romano e lussuoso “flagship store” in via del Tritone. Ma Paolo Sorrentino questo è, prendere o lasciare. E loro, il premio Oscar per La grande bellezza, l’hanno designato come “unico nome possibile” a dirigere il corto/spot celebrativo lasciandogli – naturalmente – carta bianca.

Se dunque il titolo ufficiale suona come Piccole avventure romane nella realtà potrebbe chiamarsi La mia città morente, giacché di un inno funebre a Roma si tratta, ancorché elegante, patinato, seducente e superfashion con due top model in biancheria intima che si aggirano nottetempo fra le beltà della Città eterna. Ma ad attenderle lungo il percorso verso la Rinascente è solo decadenza e morte.

“Due anni fa, iniziando a parlare del progetto, il tono doveva essere più giocoso e scoppiettante. L’avevo pensato in una via Veneto luminosa, ma il corso degli eventi mi ha portato a queste atmosfere mortifere. D’altra parte – continua Sorrentino – quelli de La grande bellezza erano gli ultimi e disperati rantoli di felicità di questa città, di questo Paese”. Stride il paradosso, ma il marketing spinto (incoraggiato da un lauto compenso cui non è da sapersi l’entità) lo attenua: “Come facevo a non accettare di legare il mio nome all’insegna che per me da piccolo napoletano era un luogo mitico, il grande magazzino per eccellenza nonché un appuntamento con la gioia?”.

“Se la Nazionale retrocede, andrà fatta una riflessione su Mancini”

Il ciuffo d’argento non basta più: Roberto Mancini è già spalle al muro. Il suo inizio in Nazionale è stato un disastro: una sola vittoria all’esordio con l’Arabia Saudita, poi 5 partite consecutive in casa senza successi (peggior striscia di sempre). Il credito è quasi esaurito, la sfida di domani sera in Polonia diventa decisiva, e non soltanto per evitare la retrocessione nella Nations League, che ha sostituito le amichevoli ma di amichevole non ha quasi nulla.

Presto Mancini non avrà più nessuno a coprirgli le spalle: il 22 ottobre la Figc esce dal commissariamento del Coni di Giovanni Malagò, che l’ha voluto in azzurro; la Federazione avrà un nuovo presidente (Gabriele Gravina) e un governo che avrebbe preferito scegliersi il suo Ct, e invece si è ritrovato sul groppone un tecnico non troppo gradito e un contratto pesante. Se le cose andranno male, sarà naturale scaricare la colpa su di lui.

Quando ha accettato l’incarico, il “Mancio” probabilmente si aspettava altro: tenore di vita stellare, belle partite in tribuna, serate di gala, al massimo 3-4 ritiri l’anno. Fare peggio di Ventura sembrava impossibile. Si sbagliava. Il calcio italiano è in crisi profonda e la Nazionale ne è lo specchio: “Dopo la mancata qualificazione ai Mondiali eravamo all’anno zero, ora stiamo peggio”, ha detto ieri capitan Bonucci. Il responsabile non è certo Mancini, chiamato a una ricostruzione lenta e difficile, mentre la Federazione annaspava nel caos. Lui, però, ci sta mettendo del suo.

Si è presentato dicendo di voler costruire un ciclo su Balotelli, ora è già ai margini del progetto. È passato dal doppio centravanti all’esperimento del falso nueve senza neanche una punta. Ha convocato gente che con la Nazionale non c’entra più o ancora nulla: il 31enne Giovinco, il teenager Zaniolo (zero presenze in Serie A), i vari Caprari, Lasagna, Pellegri, Tonelli. Non ha dato gioco né identità, affrontando la Nations League come un’amichevole. Il nuovo torneo Uefa, però, determina il ranking. Proprio quello che l’ultima volta ci ha portati nel girone della Spagna e quindi allo spareggio con la Svezia: come è andata a finire lo ricordiamo tutti.

Il problema di Mancini è che diventerà un figlio di nessuno: Malagò, suo sponsor (e compagno di circolo all’Aniene), ha dovuto mollare il pallone. E la nomina frettolosa del Ct è una delle tante colpe imputate al commissario Fabbricini: “Si poteva andare avanti con un traghettatore e lasciar scegliere l’allenatore al nuovo presidente, invece hanno voluto occupare anche questa casella”, recriminano i nuovi vertici, che ora devono affrontare pure questa grana. Nei piani della prossima gestione non c’è un cambio in panchina. Non subito, almeno: “Ma è chiaro che se retrocederemo in Serie B una riflessione andrà fatta”. Nell’immediato potrebbe essergli affiancato un tutor (una figura più forte dell’attuale team manager Oriali, “per aiutarlo nelle scelte”), sperando che basti.

L’unica assicurazione è il ricco contratto che la gestione commissariale gli ha fatto firmare: l’esonero costerebbe caro, la Federazione non può permetterselo. Tra l’altro, è previsto il rinnovo automatico con la qualificazione a Euro 2020 (quasi scontata): volente o nolente, la Figc rischia di doversi tenere Mancini per 4 anni; almeno su questo si cercherà di intervenire (anche se una clausola prevede la possibilità di risoluzione anticipata per entrambe le parti, in caso di semifinale). Insomma, il “Mancio” farà meglio a rimboccarsi le sue maniche di camicia e portare a casa qualche risultato. Anche perché in Federazione c’è qualcuno che ancora pensa ad Antonio Conte, l’ultimo Ct ad aver fatto bene sulla panchina azzurra (e attualmente senza squadra). I tifosi lo rimpiangono, e non solo loro.