“La lotta di classe si è trasferita in molte aule scolastiche”

Il ragazzo che si è innamorato del teatro interpretando Gavronche è cresciuto. Jaime Lorente – star del Segreto, e poi della Casa di carta – è diventato grande, eppure qualcosa del monello eroe dei Miserabili di Hugo gli è rimasto sulla pelle ora che è Nano nella nuova serie Netflix. Élite (in cui ritroviamo anche altri due colleghi de La casa de papel, María Pedraza e Miguel Herrán) mette in scena “un conflitto di classe in classe” perché racconta la storia di tre ragazzi poveri che si ritrovano iscritti al collegio più esclusivo della Spagna dopo il crollo della loro scuola. “In Élite si parla di conflitto di classe ma non solo nel senso di conflitto tra ceti diversi: in realtà esiste un’élite in ogni classe sociale, anche negli strati più bassi della società”, spiega Jaime Lorente di passaggio a Milano con il tour promozionale.

Il fratello di Nano nel primo episodio dice: “Faccio il cameriere, ma sono qui perché ogni tanto offrono un posto a tavola anche a noi. Ma non preoccupatevi, continuerete a essere voi la classe dirigente di questo Paese”. L’ascensore sociale si è rotto?

No, non si è del tutto rotto per fortuna. Anche se è più o meno facile in base a dove nasci: diciamo che qualcuno prende l’ascensore, qualcuno le scale.

Nano – senza spoilerare! – che tipo è?

Nano vuole il bene per se stesso e per gli altri, vuole troppo, ama troppo, e quindi sbaglia. È un personaggio pieno di sfumature e tensioni.

Las Encinas è una scuola tremendamente competitiva. Troppo.

Nel collegio di Élite va in scena uno scontro. È come se fossero dei cani in gabbia che per riuscire ad arrivare dove vogliono non devono solo lavorare sodo e impegnarsi, ma devono anche schiacciare gli altri. Tanta competitività c’è soprattutto nelle classi superiori. La società più ricca è più tiranna.

La scuola non dovrebbe formare cittadini, prima che professionisti di successo?

È molto importante tracciare un limite tra formazione ed educazione: la formazione dovrebbe essere appannaggio della scuola, l’educazione della famiglia. Si tende purtroppo a mischiare le due funzioni.

Suo padre è un economista e insegna. Cosa le ha detto della serie da prof?

Magari avessi degli allievi così bravi come in quella scuola! Sono tutti dei gran secchioni.

Che studente era Jaime?

Ero il contrario di un secchione. Non mi sforzavo molto per prendere sempre dieci. Diciamo che arrivare a 5 e mezzo/sei era abbastanza.

Nella serie si affronta anche il tema dell’integrazione perché una delle ragazze povere è musulmana. In Spagna a che punto è l’integrazione?

L’integrazione è un tema delicato e che io preferisco affrontare con i miei amici e la mia famiglia. Bisogna essere coerenti e rispettare tutti quelli che però rispettano te.

Lei ha recitato molte volte nudo in teatro. Imbarazzi?

Non mi sono sentito in imbarazzo perché era molto necessario. Ero tranquillo: sono nato così quindi non mi vergogno.

Che rapporto ha con i social network?

I social network hanno un’utilità pratica, mi permettono di far sapere alle persone cosa sto facendo dal punto di vista lavorativo. Ma non pubblico foto private. Credo che la gente sui social tenda a mostrare una vita ideale, perfetta. Poi magari dietro tutta questa felicità, questi lustrini c’è la persona più triste del mondo. Chi tende a mostrare tutto di sé, a non fare differenza tra pubblico e privato, spesso ha una doppia vita.

Lei ha dichiarato: “Non mi piace il mondo dell’apparenza”. Cosa vuol dire?

Il nostro lavoro richiede una forte esposizione pubblica ed è un lavoro di élite perché fa parte del mondo dell’arte. Ma può diventare pericoloso se dimentichiamo che siamo dei narratori e che dobbiamo far arrivare un messaggio alle persone. Io faccio questo lavoro perché adoro recitare, tutto il resto lascia il tempo che trova. Tendiamo a essere messi dalle persone su un piedistallo e questo può essere pericoloso perché si perde facilmente la testa. Ne ho visti parecchi convinti di poter fare tutto e avere tutto.

Il migliore amico dell’uomo? È un libro

“Nove giorni prima di morire Emanuele Kant ricevette una visita del suo medico. Benché vecchio, malato e quasi cieco, si levò e se ne stette in piedi, tremante di debolezza, mormorando parole incomprensibili. Alla fine il suo fedele amico comprese che egli non si sarebbe seduto finché lui stesso non si fosse accomodato. Il che egli fece, e allora Kant si lasciò accompagnare alla sua poltrona, e ripresa lena, osservò: ‘Il senso dell’umanità non mi è ancora venuto meno’”. Così Erwin Panofsky provò a spiegare cosa vuol dire ‘umanistico’: intendendo dire che le arti, le lettere, la filologia o la poesia servono in ultima analisi a rimanere umani. Nonostante tutto, umani: che è esattamente ciò che non riusciamo più a fare oggi, divisi tra la caccia al profitto e quella al negro.

Non ci sono manuali, per rimanere umani: ma ci sono amici capaci di prenderti per mano, e di guidarti. Nel suo felicissimo Una certa idea di letteratura. Dieci scrittori per amici (Donzelli), Franco Marcoaldi è così generoso da condividerne con noi una lista, e con essa la sua personalissima via all’umanità. Da poeta vero qual è, egli sa che non potrà chiudere perfettamente nel giro delle parole la corsa sfrenata di Pozzo e Nina, i suoi adorati cani, o lo stellato estivo che gocciola sulla sua Maremma. Ma sa anche che, per avvincerci alla vita e insieme liberarci dal suo peso, nulla è più potente delle parole degli scrittori e dei poeti: che rifanno nuove tutte le cose, proprio come il Dio cristiano annuncia di voler fare alla fine del mondo.

Marcoaldi convoca dunque intorno a un tavolo immaginario, imbandito della gioia e della fatica di ogni giorno, dieci amici: da Italo Svevo a Luigi Meneghello, da Andrea Zanzotto a Giorgio Caproni, da Brodskij alla Szymborska. Alcuni li ha conosciuti consumandone i libri, altri li ha frequentati di persona: profondamente in qualche caso, oppure solo sfiorandoli. E in dieci fulminanti ritratti – in cui li mostra intenti “a scoperchiare la realtà per reinventare se stessi” –, l’autore riesce a dirci perché quelle parole, e non altre, sono state e sono per lui un quotidiano salvagente nel mare della disumanità.

I temi sono quelli cardine: “Lo scarto tra sentimento e ragione, l’inafferrabilità angosciosa del tempo, il mistero invadente della sessualità… la dialettica potere-libertà… la coppia vizio-salute… l’inesausta ricerca di un senso anche là dove non si riesca a rintracciarlo”. E il tempo è ora: sì, nonostante tutto. Chi può pensare di sostare a leggere letteratura, poesia perfino, mentre l’Italia e l’Europa vanno in frantumi, una terza guerra mondiale si combatte a pezzi (secondo le parole di papa Francesco) e il Mediterraneo inghiotte schiere di dannati (dannati da noi)? Proprio per questo, il tempo è ora: “Mai come adesso – scrive Marcoaldi – c’è stato e c’è un bisogno estremo di letteratura”. Perché “chi altri se non lo scrittore e il poeta ha a cuore nella stessa misura lo spazio individuale e pieno di ciascun individuo?”. Perché, scrive parafrasando Roland Barthes, la letteratura “protegge la fragilità miracolosa di ogni singolo istante. Perché rappresenta il tentativo più efficace di ‘scremare la realtà’, e di catturare ‘una sfoglia di presente’, valorizzando il lampo epifanico della bellezza, dovunque si manifesti”.

Avere “dieci scrittori per amici” significa chiudere questo piccolo, prezioso libro per precipitarsi in biblioteca o in libreria ad ascoltare in modo esteso e duraturo la loro voce, per provare a guardare il mondo, noi stessi e gli altri esseri umani con i loro occhi fatati. Personalmente, tra questi grandissimi dieci, sono stato catturato da Giorgio Caproni, il vero modello poetico di Marcoaldi, il quale gli dedica pagine meravigliose che si concludono andando al cuore del problema, singolo e collettivo: “Questo è il succo ultimo delle cose: niente ci appartiene. Caproni descrive tale strazio con versi scolpiti, che lasciano senza fiato: ‘Tutti riceviamo un dono/ Poi non ricordiamo più/ Né da chi né che sia./ Soltanto ne conserviamo/ – pungente e senza condono/ la spina della nostalgia’”.

Come si fa a non correre a comprare tutte le poesie di Caproni? L’ho fatto, e tra tante pagine vertiginose, ho trovato versi che sembrano il manifesto ideale della necessaria palingenesi di oggi: dei singoli, di una qualsivoglia sinistra, di un Paese intero. “L’ultima mia proposta è questa/ – scrive Caproni in Per le spicce –Se volete trovarvi,/ perdetevi nella foresta”. È qui, in questa foresta interiore, che Franco Marcoaldi ci insegna a perderci: per trovarci.

Guatemala, in viaggio con un guerrigliero

Guillermo Figueroa Santos, nome da guerrigliero Raul, è la persona più buona che conosca. Tredici anni fa, quando ero un ragazzo con la voglia di conoscere il mondo, Raul mi accolse a casa sua a Nuevo Horizonte, una comunità formata da ex-guerriglieri che dopo la firma degli accordi di pace con l’esercito guatemalteco, decisero di vivere insieme coltivando la terra e la voglia di portare avanti la rivoluzione non più con le armi ma attraverso il lavoro collettivo. Arrivai in Guatemala dopo aver vinto un bando della Caritas. Non parlavo una parola di spagnolo e sapevo poco di questo piccolo Paese martoriato dalle ingiustizie e dalla miseria. Lasciai l’Italia pieno di entusiasmo e con una certa dose di superbia tipicamente occidentale della quale credo di non essere più affetto. Pensavo di poter insegnare qualcosa a quella gente, ma giorno dopo giorno, mi accorsi che erano loro a insegnare molto a me. Come parlamentare ho commesso errori, tuttavia sono riuscito a non commettere quello più grave: lasciarmi soggiogare dal Palazzo e dal distacco dalla realtà che porta con sé. A me il potere non ha mai suscitato grande fascino. Non che ne abbia avuto così tanto, tuttavia, quando è arrivata la possibilità di ricoprire ruoli rilevanti, è come se avessi sentito dentro di me la voglia di fuggirne e di ricacciarmi nella più tangibile realtà. Qualcuno l’ha considerata una ritirata, io un investimento sulla mia libertà, sulla mia felicità e, perché no, sulla qualità di una mia possibile carriera politica futura.

Io devo tanto a Nuevo Horizonte, devo moltissimo alla famiglia Figueroa con la quale ho condiviso per mesi e mesi una condizione di vita non proprio agiata, devo moltissimo a Raul perché è stato soprattutto lui, insieme a mio padre e a Gianroberto, a farmi nascere la passione per la politica con la P maiuscola, quella che si può fare anche al di fuori di un ministero. Se non ho faticato troppo a lasciare il Palazzo è per via della vita che ho fatto prima di entrarvi, la stessa vita che sto vivendo adesso. Ed è per riconoscenza che ho voluto portare Raul nella giungla dove si è nascosto per molti anni, dove la guerriglia aveva posto la retroguardia strategica, dove nacque la prima CP-R (Comunità Popolare in Resistenza) e dove la Chala, la sua compagna, anch’essa guerrigliera, diede alla luce Raulin, il loro primo figlio.

Siamo partiti all’alba da Nuevo Horizonte prendendo la strada per La Libertad, una delle cittadine più pericolose del Guatemala. È terra di conquista del narcotraffico, del latifondo, delle imprese petrolifere straniere e di gruppi di sicari collegati all’agro-business. Il conflitto armato guatemalteco è finito, eppure, in certe zone del Paese, i morti si contano come negli anni della guerra, forse ancor di più. Qualche anno fa, proprio a La Libertad, un commando legato al cartello messicano degli Zetas, uccise e decapitò 27 contadini per lanciare un messaggio al proprietario della terra dove lavoravano, anch’egli, presumibilmente, un trafficante di droga che voleva alzare troppo la testa. Negli anni della guerra civile, i paramilitari al servizio dell’esercito guatemalteco per mandare messaggi alla guerriglia entravano nei villaggi indigeni e distruggevano tutto ciò che incontravano. I paramilitari non sono scomparsi, solo che oggi li pagano i narcos o alcune imprese private che hanno bisogno della testa di qualche leader indigeno per continuare a gestire terre e potere.

Da La Libertad abbiamo preso la carrettera a Bethel, una lunga strada sterrata che costeggia il Rio Usumacinta che in questo tratto segna il confine tra Messico e Guatemala. Qui le persone aspettano da sempre che venga asfaltata la strada, ma i lavori non partono mai. Se poi gli acquazzoni, copiosi durante la stagione delle piogge, aprono buche che sembrano crateri, ci pensano i narcos a mandare qualche camion di ghiaia. “Meno male che ci sono loro” è una frase che, se entri in confidenza con gli abitanti di questo pezzo di mondo, ascolti spesso. Dalla carrettera a Bethel partono un mucchio di stradine che raggiungono i villaggi più lontani. Su quella che va a Bonanza e poi ad Arbolito il ponte su un ruscello l’hanno fatto costruire proprio i narcotrafficanti. I narcotrafficanti sanno farsi voler bene dalle comunità rurali, regalano riso e fagioli, finanziano le feste patronali con qualche vitello, e consegnano farmaci indispensabili. Con quel che vendono uccidono, con quel che ricavano, a volte, provano a lavarsi la coscienza. I loro sicari sistemano chi si ribella, i loro denari sistemano le strade così da irrobustire il loro potere.

A Bethel c’è il posto di frontiera ma ci si fermano solamente gli occidentali per farsi timbrare i passaporti prima di proseguire per il Chiapas. Di certo non vi si fermano le centinaia di salvadoregni, honduregni o guatemaltechi che entrano in Messico da illegali attraversando il fiume. Di fatto non c’è alcun controllo, a parte quello dei coyotes, i trafficanti di uomini che organizzano gli esodi verso il Texas o la California come fossero un’agenzia di viaggio.

Bethel non è l’ultimo villaggio guatemalteco prima della frontiera, qualche chilometro dopo c’è La Felicidad, una delle comunità più povere che abbia mai visto. Alla Felicidad i bimbi sono felici anche se non esistono le fogne, anche se metà del loro campo da calcio è venuto giù per una piena del fiume, anche se l’unico edificio in muratura è la chiesa evangelica. Almeno la terra qui è ricca, il mais cresce rigoglioso e le piante di banane sono robuste. Il cibo non manca, manca tutto il resto. Mancano i dottori, manca una corretta alimentazione, mancano le medicine. I farmaci quando arrivano sono carissimi, l’omeprazolo è come l’oro, le pillole le vendono sfuse perché chi ha lo stomaco bucato se ne può permettere solo un paio. I migranti passano per La Felicidad e non vedono l’ora di lasciare il Guatemala perché pensano che al di là dell’Usumacinta non potrà mai esserci una povertà così immorale. I coyotes non li perdono mai di vista, sono le loro galline dalle uova d’oro d’altronde. Per loro l’importante non è che raggiungano gli Stati Uniti, ma che non tornino indietro dimostrando di non avercela fatta. Se i migranti arrivano tardi alla Tecnica, l’ultimo villaggio guatemalteco prima del fiume, si fermano la notte lì. I coyotes li piazzano nei piccoli hotel del paesino, li portano a mangiare nei ristorantini che servono pollo fritto e li rassicurano sul fatto che l’indomani prenderanno una barca e arriveranno in Messico.

Gli Stati Uniti vendevano armi a tutti

A La Tecnica abbiamo preso una lancia direzione Piedras Negras, uno dei siti archeologici più affascinanti del Guatemala. È immerso nella selva, la giungla ha ormai preso possesso delle piramidi maya. L’ultima volta che Raul visitò il sito era il 1990, ci passò per raggiungere la CP-R dove viveva sua madre. Le CP-R erano accampamenti dove andarono a vivere molti guatemaltechi minacciati dall’esercito. Vennero riconosciuti dal governo del Paese e non vennero mai attaccati grazie alla presenza di osservatori internazionali e della Chiesa cattolica.

Per arrivare a Piedras Negras occorrono quattro ore di navigazione. Le scimmie urlatrici nelle ore calde del giorno vanno a bere sulla riva ma devono stare attente ai coccodrilli. Ne avremmo incontrati a decine lungo il tragitto, io li fotografavo, Raul mi diceva che durante gli anni della guerra li cacciavano per poterli mangiare. “La carne di coccodrillo è bianca, sembra pollo ma con l’odore del pesce”. Raul mi indicò il punto esatto in cui, dal Messico, un’unità di guerriglieri faceva entrare provviste, uniformi, munizioni e armi. Le armi arrivavano anche dagli Stati Uniti. I fucili d’assalto M-16 partivano dalle stesse fabbriche prima di prendere strade differenti: alcuni carichi arrivavano a Puerto Barrios, un porto sul mar Caraibico da dove, grazie alla ferrovia di proprietà della United Fruit Company, l’attuale Chiquita, raggiungevano Città del Guatemala; altri, attraverso la Selva Lacandona, entravano illegalmente in Guatemala.

A 14 anni nella guerriglia grazie alla Capitana Maria

Raul entrò nella guerriglia a 14 anni grazie alla Capitana Maria, una guerrigliera guatemalteca figlia di un latifondista del caffè che non accettò mai di vedere il suo Paese sprofondare nella miseria. A 16 anni Raul riuscì a raggiungere Cuba dopo un lungo viaggio che lo vide passare prima a Città del Messico e poi a Managua dove aveva appena trionfato la rivoluzione sandinista. A Cuba ricevette un addestramento in difesa personale e in tecniche di comunicazione. “A L’Habana si mangiava tanta carne, non avevo mai mangiato così tanta carne in vita mia, però non c’erano le tortillas di mais e non era facile per noi guatemaltechi”. Tutti i fratelli e le sorelle di Raul hanno fatto parte della guerriglia, il più piccolo è morto a La Libertad durante uno degli ultimi combattimenti prima della firma della pace. Raulin, suo figlio, è nato nella giungla e Raul, che in quel tempo si trovava sul fronte a Sayaxche lo vide per la prima volta dopo due mesi dalla nascita. Raulin è venuto con noi a Piedras Negras e ogniqualvolta suo padre raccontava le storie della guerriglia lo osservava come si osserva un eroe. Da Piedras Negras abbiamo preso un sentiero che porta al Porvenir, l’accampamento dove abbiamo passato la notte. Abbiamo fatto una piccola deviazione, siamo entrati nella giungla più fitta. Raul voleva mostrarmi quanto fosse difficile vivere là dentro tra liane che sembrano serpenti e milioni di zanzare, gli animali più pericolosi della selva. Raul per me è un esempio, non perché ha preso in mano un fucile, ma perché ha lottato tutta la vita affinché la povertà immotivata in un Paese bagnato da due oceani, ricco di oro, petrolio e dalla terra fertile, venisse sconfitta. E ha lottato in prima persona per eliminare quelle ingiustizie che ancora attanagliano il suo Paese. Il Guatemala è la perla del Centro America, centinaia di migliaia di turisti vi arrivano ogni anno. Visitano Tikal, fanno incetta di artigianato locale al mercato di Chichicastenango, scalano i vulcani e ammirano la bellezza coloniale di Antigua. Raramente si rendono conto del livello di miseria del Paese. Si indignano quando vedono bambini costretti a lavorare per la strada, provano disgusto per chi si fa lustrare le scarpe da chi dovrebbe giocare all’asilo, ma non si rendono conto che i loro genitori non sono sfruttatori, ma uomini e donne disperati che non sanno come riempire gli stomaci dei figli. In Guatemala la metà dei bambini sotto i 5 anni soffre di ritardi causati dalla denutrizione.

Se dal Petén, la regione più settentrionale del Paese, si prende la strada per Cobán, la città più importante della regione dell’Alta Verapaz, si costeggia, oltre l’oleodotto costruito dalla Perenco, una multinazionale petrolifera che opera in mezzo mondo, centinaia di minuscoli campi di mais. Gli indigeni coltivano dove possono, anche sul ciglio della strada, dove si rischia di essere investiti dalle auto durante il raccolto. La popolazione indigena vive tutt’oggi ai margini della società. Eppure sono loro i legittimi padroni di quelle terre. Dovrebbero essere loro e soltanto loro i protagonisti del loro futuro, così come gli afghani, per parlare di una guerra a noi più vicina.

Raul è la persona più buona che abbia mai conosciuto. Dopo la firma degli accordi di pace ha pensato di continuare la rivoluzione a modo suo. Lo fa lavorando e mettendo da parte il denaro sufficiente per far studiare i suoi figli; lo fa tenendosi lontano dall’alcool, la principale piaga che colpisce il Centro America; lo fa, lui che non ha avuto la fortuna di studiare, provando a scrivere un libro sul conflitto armato guatemalteco. A me la guerra fa schifo, ma ancor più schifo mi fanno coloro che, nel corso dei secoli, hanno costretto la povera gente a combattere. In Europa ci sentiamo fortunati, pensiamo di vivere in pace. Ascoltiamo conduttori Tv tessere le lodi dell’Unione europea in virtù della pace che ha prodotto. Ma dove? E che tipo di pace? Non erano bombe quelle sganciate su Belgrado, a poche centinaia di chilometri dal Mar Adriatico, con la compiacenza di un governo di sinistra? Non sono guerre quelle dannatissime missioni militari mascherate da operazioni di peace-keeping tanto per aggirare, come sostiene Massimo Fini, l’articolo 11 della Costituzione italiana? Non è guerra quella che si è combattuta in Libia per soddisfare la sete francese di petrolio? Non provoca morte e disperazione quel capitalismo finanziario e quel libero mercato che libero non è e che produce ogni giorno un accentramento di ricchezze in poche mani che non si era visto neppure nelle più inique monarchie? E non sono collaborazionisti quei sicari della libera informazione che si scandalizzano più per lo spread che per la povertà dilagante?

Il Paese con il miglior caffè del mondo beve solo Nestlé

Chi legge questo reportage penserà che io abbia preso posizioni di sinistra. Io non credo più che destra e sinistra siano categorie capaci di interpretare le pulsioni politiche, sociali ed esistenziali degli esseri umani e trovo avvilente che il dibattito politico in Italia sia ritornato a battere su questo punto. La battaglia del secolo sarà tra chi si vuole riprendere quote di sovranità e chi invece continua a volerle cedere a organizzazioni sovranazionali che stanno distruggendo i diritti economici e sociali delle popolazioni.

A Cobán le terre migliori sono in mano a famiglie tedesche, molte delle quali fuggite dalla Germania dopo la Seconda guerra mondiale. Vi coltivano il caffè migliore del mondo eppure in Guatemala gli indigeni, quando se lo possono permettere, bevono solo disgustose brodaglie che si ottengono mischiando polveri della Nestlé con acqua spesso contaminata. Stare dalla parte delle popolazioni indigene significa essere di sinistra? Per me si tratta solo di logica. Era logico per Raul prendere la strada della selva come è logico adesso, per lui, far di tutto affinché i figli possano andare all’università. L’università ufficiale, non quella del crimine presente nei quartieri caldi o nelle carceri del Paese. Perché in Guatemala si è firmata la pace nel 1996, ma la guerra esiste ancora. La combattono i narcos tra di loro; la combattono i latifondisti corrompendo la classe politica per ottenere il permesso di disboscare uno degli ultimi polmoni del continente per potervi piantare caffè, canna da zucchero o palma africana; la combattono le pandillas, le bande delle periferie delle città, per accaparrarsi i ragazzini più disperati e trasformarli in sicari senza paura. In mezzo al fuoco incrociato vivono i più poveri del Centro America, gli indigeni, i quali oggi hanno finalmente diritto a parlare la loro lingua ma non a coltivare la loro terra.

“Audio e video confermano l’uccisione di Kahsoggi”

La Turchia ha in mano audio e video che provano l’omicidio di Jamal Kashoggi dentro il consolato saudita a Istanbul, ma non li ha diffusi per non essere costretta ad ammettere che spia i diplomatici stranieri. Il Washington Post rilancia le accuse a Riad sulla sorte del giornalista dissidente, che dalle sue colonne attaccava la stretta del principe ereditario Mohammed bin Salman contro attivisti e nemici politici. A riferire al governo Usa delle prove in mano all’intelligence sarebbero stati funzionari del governo di Ankara. In particolare, ci sarebbe un audio a conferma dei particolari più raccapriccianti emersi in questi giorni: “Si può sentire la sua voce, si può sentire come è stato interrogato, torturato e ucciso”, racconta una delle fonti. Secondo questi resoconti, “dopo aver ucciso” il giornalista il team di agenti si è spostato nella vicina residenza del console.

Il Papa accetta le dimissioni del cardinale che coprì abusi

Papa Francesco ha accettato la rinuncia al governo pastorale dell’arcidiocesi di Washington presentata dal cardinale Donald W. Wuerl. Nell’indagine sulla pedofilia nel clero condotta in Pennsylvania, Wuerl era stato accusato d’aver coperto abusi quand’era vescovo di Pittsburgh, tra il 1988 e il 2006. Wuerl, 78 anni a novembre, arcivescovo dal 2006, aveva sostituito il cardinal McCarrick, dimissionario per raggiunti limiti d’età, poi accusato per i rapporti omosessuali con seminaristi, e abusi su minori da sacerdote a New York e privato della porpora dal Papa. Wuerl ieri ha mostrato la lettera inviatagli da Bergoglio: “Possiedi elementi sufficienti per ‘giustificare’ il tuo agire e distinguere tra ciò che significa coprire delitti o non occuparsi dei problemi, e commettere qualche errore. La tua nobiltà ti ha condotto a non usare tale difesa. Di ciò ti ringrazio”.

Terremoti e tsunami fanno stragi: il governo vuole spendere meno

Nell’isola di Sulawesi devastata da un forte terremoto e da uno tsunami il 28 settembre non si scava più. Le operazioni di ricerca e soccorso sono state interrotte. Le cifre ufficiali riportano 2065 morti e migliaia di feriti. Ufficialmente i dispersi sono 680, ma le autorità temono che sotto le macerie e il fango dei villaggi più remoti ci siano ancora 5000 corpi.

“Alcuni villaggi sono totalmente distrutti così come le strade e per raggiungere in jeep luoghi che prima distavano 10 minuti, ora ci vogliono due ore”, ci spiega la dottoressa Letizia Becca dell’Ong Intersos arrivata nel capoluogo di Palu pochi giorni dopo la doppia catastrofe naturale.

Assieme a tre colleghi dirige una clinica mobile per curare i tanti feriti sparsi sull’isola. “Siamo arrivati portando materiale chirurgico acquistato durante uno scalo in Indonesia come richiesto dal governo locale. Di medicine invece ne avevano perché sono purtroppo abituati a fare scorta in vista di eventuali cataclismi. Anche i medici sanno cosa devono fare in queste circostanze, la maggior parte ha già affrontato più di una volta le conseguenze delle scosse. In questo caso al sisma si è aggiunto lo tsunami rendendo tutto ancora più difficile e tragico”, sottolinea la dottoressa italiana.

Dopo il terremoto di magnitudo 7.5 che ha innescato uno tsunami, c’è stata un’estesa liquefazione del suolo, un fenomeno che trasforma il terreno morbido in una palude ribollente che ha inghiottito le poche case rimaste in piedi e la gente che si era riversata in strada. La liquefazione è una caratteristica abbastanza comune dei terremoti di alta magnitudo, ma il governo indonesiano afferma che non esiste ancora una comprensione esaustiva del fenomeno.

“In ogni disastro, c’è sempre una lezione da imparare”, ha detto Sutopo Purwo Nugroho, portavoce dell’agenzia nazionale per la mitigazione dei disastri.

Nugroho ha ammesso che la preparazione dell’Indonesia e la capacità di risposta ai disastri naturali anziché migliorare con l’aumento di questi fenomeni, continua a peggiorare perché i finanziamenti pubblici sono sempre più scarsi. Il budget per la risposta alle calamità è attualmente di 4 trilioni di rupie (262 milioni di dollari) all’anno, pari allo 0,002% del budget dello stato.

“Non dobbiamo dimenticare che ci saranno molti disastri a venire. Per questo c’è urgente bisogno che lo Stato aumenti i fondi. Abbiamo bisogno di imparare dal Giappone”, ha avvertito il portavoce. La maggior parte degli esperti sostiene che, nonostante i miglioramenti a livello nazionale nella gestione delle catastrofi dopo il devastante tsunami del 2004 (solo arcipelago indonesiano 120 mila morti), le autorità non abbiano sufficiente know how e attrezzature, e pertanto i soccorsi arrivano in ritardo. La gente lamenta il mancato allarme riguardo lo tsunami e in generale l’assenza delle esercitazioni di sicurezza.

Quello che ha investito Palu è stato il secondo disastro sismico dell’Indonesia nel corso del 2018. Ad agosto, l’isola di Lombok era stata colpita da un terremoto che aveva ucciso più di 500 persone. Anche gli tsunami non sono sconosciuti nell’arcipelago indonesiano. A parte quello che tutti ricordiamo per la portata catastrofica, ce ne sono stati nel 2005, 2006 e 2010.

“Ci sono ancora scosse anche se di bassa entità sia durante il giorno che la notte. La maggior parte dei sopravvissuti è terrorizzata e dorme all’aperto”, conclude la dottoressa Becca.

Un vertice val bene uno sgarbo Perrone, nessun dubbio sul voto

Aun mese esatto dalla grande Conferenza sulla Libia a Palermo, l’Italia si avvicina all’evento senza il suo ambasciatore operativo e con i vertici dei ‘servizi’ da rinnovare. Giuseppe Perrone manca dal 10 agosto, in congedo per motivi di sicurezza, come ribadito dal ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, nella recente audizione al Senato. Galeotta, secondo la Farnesina, l’intervista rilasciata da Perrone alla tv libica Akhtar in cui avrebbe affermato di non appoggiare lo svolgimento delle elezioni il 10 dicembre. Tradotto il contenuto dell’intervista e, a parte i tranelli insistiti del giornalista, Perrone non ha mai sostenuto contrarietà al voto, parlando solo di ‘scelta ponderata in base alla situazione del Paese’. Invece di prendere la difesa dell’ambasciatore, Moavero ha preferito allontanarlo, dando ragione al generale Khalifa Haftar che considerava il diplomatico persona non gradita e alla Francia che le elezioni le vuole fortemente. I fatti risalgono a luglio, e l’ambasciatore non commette alcuna gaffe, come alcun attacco alla Francia o al leader della Cirenaica Haftar, anzi la totale collaborazione al processo organizzativo della tornata elettorale, sempre all’interno di un quadro di sicurezza garantito. L’intervista resta un pretesto, Perrone è stato congedato da Tripoli, esattamente due mesi fa, per altri motivi. Nessuna minaccia diretta o indiretta al nostro ambasciatore o al personale diplomatico sarebbe giunto ai vertici ministeriali. L’ambasciata resta sotto-rappresentata, e con direttive e operatività ridotte.

A Tripoli, nonostante la tregua perdurante dopo un settembre di combattimenti, i problemi non mancano. Tra questi i migranti: quasi 700 mila secondo l’ultimo report dell’Oim, l’agenzia Onu che si occupa delle migrazioni. La chiusura dei porti del Mediterraneo e la linea dura applicata dalla Guardia costiera libica su input italiano, sta azzerando le partenze. Alternative: sopravvivere a stento nei centri di detenzione o essere venduti a bande di trafficanti, tentare la fortuna con la fuga o accettare i rimpatri assistiti e riprovare di nuovo la traversata, magari spostandosi a ovest, verso Tunisia o Marocco. Lo studio dell’Oim ha identificato 669 mila immigrati illegali di 41 nazionalità in 100 municipalità e 554 comunità/tribù. Arrivano, in prevalenza, da Niger, Egitto, Ciad, Sudan e Nigeria; un quinto sono donne e bambini, il 60% si trova nella parte occidentale, a Tripoli e dintorni in particolare. Sono stati 14 mila i profughi recuperati/arrestati in 120 operazioni in acque territoriali dalla Guardia costiera libica.

Solférino addio, i socialisti vanno in banlieue

Solférino adieu. I socialisti francesi hanno passato le ultime settimane a riempire scatoloni e ieri hanno consegnato le chiavi della sede storica della rue de Solférino, numero 10, a due passi dall’Assemblée Nationale e dal musée d’Orsay, per traslocare in banlieue.

Il Ps lascia la Parigi più bella per Ivry-sur-Seine, comune della periferia popolare sud, uno degli ultimi bastioni del partito comunista, con la sua rue Lenin, per “ritrovare le radici popolari” del movimento, ha detto Olivier Faure, il suo segretario generale. Di fatto vendere Solférino era diventato necessario per fare cassa. Il partito era uscito esangue dalle elezioni del 2017, presidenziali e legislative.

Il taglio delle sovvenzioni statali – passate da 28 milioni di euro annui a 8 milioni – ha generato un “buco” di 100 milioni su 5 anni, secondo i calcoli del tesoriere Ps, Jean-François Debat. Il palazzo era stato acquistato nel 1980 per la campagna elettorale di François Mitterrand per l’Eliseo. Ma quella era l’âge d’or del Ps. Dopo i cinque anni disastrosi di François Hollande e la batosta elettorale, il partito non si può più permettere di spendere quattro milioni di euro all’anno solo per la gestione della sede.

A dicembre l’hôtel particulier di 3.000 metri quadri è stato dunque venduto, ripreso per 45,5 milioni di euro dal gruppo immobiliare Apsys.

Si aggiunge che circa la metà degli impiegati, 57 persone, sono stati licenziati. La nuova sede, invece, stando a Olivier Faure, è costata “solo” 7 milioni, compresi i lavori. Da Solférino i socialisti si sono portati dietro la scrivania di Mitterrand, poi “ereditata” da Lionel Jospin, ma poche altre cose. La maggior parte dell’arredamento è stato ceduto a delle associazioni. Gli archivi sono stati affidati alla Fondation Jean Jaurès. Pare che nella frenesia del trasloco stava per essere gettato via un libro di Mitterrand con la sua dedica manoscritta, che un gruppo di militanti, alla ricerca di “reliquie”, avrebbe riesumato dalla spazzatura.

Quello che per i socialisti doveva essere un “nuovo inizio” però non è molto glorioso. I lavori a Ivry saranno terminati solo a novembre per cui, nell’attesa, i socialisti si ritrovano a lavorare in uno spazio di co-working, a Montreuil. Proprio ieri uno dei responsabili socialisti, Emmanuel Maurel, dell’ala più a sinistra, ha annunciato che lascia il partito, forse per avvicinarsi all’ “indomito” Jean-Luc Mélenchon, e che porterà con sé in questo divorzio “tanti militanti e centinaia di dirigenti”. Quanti sono non si sa, ma alcune fonti parlano di 500 persone.

Intanto, sul fronte del rimpasto, il presidente Macron tiene coperte le carte: le cose “vanno avanti al giusto ritmo”, ha detto a France 24 e Rfi a margine del suo viaggio in Armenia. La Francia attende ormai da dieci giorni di conoscere il nuovo governo.

Bavaresi “lumbard” e il voto che turba Merkel (ed Europa)

“Credo a nostro Signore, tutto il resto si vedrà”. Markus Söder, 51 anni, rischia di dover riporre una notevole fiducia nell’Altissimo, che ha tra l’altro provato a lusingare rendendo obbligatorio il crocifisso negli edifici pubblici della Baviera irritando anche la chiesa cattolica. Il governatore del Land più ricco della Germania (il salario medio sfiora i 3.900 euro), ha risposto con questa battuta alla domanda se confidasse ancora nella conferma della maggioranza assoluta per l’Unione Cristiano Sociale (Csu) alle elezioni regionali in programma domani. Söder ha ereditato la presidenza lo scorso marzo dal numero uno del partito, Horst Seehofer, diventato ministro degli Interni federale.

La disfatta per i partiti di raccolta sembra certa, anche se gli indecisi sono molti: fino al 53% secondo un’ultima inchiesta. I sondaggi danno il movimento bavarese, “gemello” di quello della cancelliera Angela Merkel (Cdu) che si presenta a livello nazionale ma non in Baviera, in caduta libera nonostante il braccio di ferro nel governo nazionale. Molto più probabilmente soprattutto per quello. L’altro grande sconfitto sarebbe l’alleato progressista nel governo nazionale, la Spd.

I cristiano sociali vengono dati tra il 33 e il 35% mentre adesso “regnano” con esecutivo monocolore ottenuto con il 47% dei consensi , i socialdemocratici tra l’11 e il 12%. Per Seehfoer uno scenario apocalittico: rischierebbe di passare alla storia come il segretario del tracollo, preferisce non commentare i sondaggi spiegando che non se ne è mai curato finora. La Baviera, soprattutto quella rurale, è sempre stata il feudo di un partito senza avversari. Per decenni la Csu era un “credo”. In molti parametri la regione è davanti a tutti: occupazione, istruzione, sicurezza. Ed è in grado di distribuire prebende generose: come i 250 euro mensili destinati alle famiglie con neonati che hanno provvidenzialmente cominciato a venire liquidati da settembre.

La Csu è sempre stata un partito che assicurava certezze. Alternative für Deutschland, che già alle consultazioni federali aveva ottenuto in Baviera il miglior risultato nelle regioni della Germania occidentale, le sta sfilando gli elettori grazie alle sue scelte che comprendono quella di chiedere la testa di Angela Merkel, la cancelliera che ha sostenuto e votato, quasi come fosse un movimento di opposizione. L’AfD di Katrin Ebner-Steiner, 40 anni, madre di quattro figli e candidata di punta, quasi non ha bisogno di fare campagna elettorale.

La Csu ha provato a sottrarle i punti fermi con una linea intransigente sull’immigrazione e con la ventilata richiesta delle dimissioni della cancelliera, ma al partito populista e xenofobo bastano la litigiosità a Berlino degli alleati di governo e uno slogan convincente: “Noi facciamo quello che la Csu promette”.

Malgrado Seehofer (che nel frattempo chiamano anche “Drehhofer”, da drehen, girare, attribuendogli l’appellativo banderuola) dica di non seguire i sondaggi, è probabile che li abbia interpretati male. E così anziché traghettare il proprio partito verso la maggioranza assoluta, ha “tirato la volata” ai rivali, che stanno più a destra e i cui elettori vengono costantemente istigati dalle provocazioni del ministro degli Interni; vorrebbe essere il re dei duri in un Land dove i treni di profughi erano stati accolti tra gli applausi. Di un Land dove il volontariato è radicato e dove in molti si sono spesi per i disperati scappati dalla guerra.

“Mi hanno detto di accogliergli, mi hanno detto di insegnare loro il tedesco, mi hanno detto di integrarli, mi hanno detto di dar loro un lavoro e adesso me li portano via. Sono come miei figli, ma adesso la Germania non li vuole più”, ha denunciato un’anziana imprenditrice turistica a proposito di due ragazzi di colore. Gli elettori bavaresi hanno perso la fiducia in un partito che sembra essersi smarrito, costretto a inseguire gli avversari anziché precederli.

Spd, che pure governa la città principale, Monaco, è alla deriva: in Baviera come in Germania. Secondo le previsioni dovrebbe salvare la doppia cifra, ma non sarà più il secondo partito (aveva più del 20%). E forse nemmeno il terzo. L’emorragia di voti dei due grandi partiti (quasi il 70% nel 2013) verrà in parte assorbita dai Verdi, accreditati di un 16-18%, cioè il doppio dei consensi rispetto della scorsa tornata. La AfD, che viene generalmente sottostimata, è data poco sopra il 10% e accederebbe per la prima volta nel parlamento regionale, cioè allo stesso livello dei Freie Wähler (Liberi Elettori), un movimento rappresentato anche a Bruxelles, che costituisce la seconda opzione di coalizione secondo i sondaggi.

Mara vs Barbara: alla fine ne sopravviverà una sola

Forse non ve ne siete accorti, ma nel Paese è in atto una delle faide più feroci e devastanti degli ultimi anni, una roba da far passare quella tra i cartelli di Cali e Medellín per una lite condominiale. Sto parlando della faida che vede ai lati opposti della barricata Mara Venier e Barbara D’Urso, ovvero le due condottiere della domenica pomeriggio, ognuna coi rispettivi programmi (Domenica In e Domenica Live). Va premesso che come in tutte le migliori faide della storia, le due, prima della sfida Auditel, erano amiche.
Tant’è che nelle interviste estive entrambe facevano l’in bocca al lupo all’altra, entrambe dicevano che avrebbe vinto l’altra, entrambe parevano votate a un commovente, ammirevole fair play. Dopo la prima domenica, si sono prese a ciabattate. Il nodo centraledella questione è il seguente: la prima domenica, in fatto di ascolti, Mara ha stracciato la D’Urso. La seconda, Mara ha vinto di poco. La terza, la D’Urso ha vinto di pochissimo. La quarta domenica, Mara è tornata in testa. Il pubblico italiano si è dunque spaccato in “dursisti” e “maristi” e il lunedì mattina, intorno alle dieci (orario in cui arrivano le rilevazioni Auditel), si respira un clima da giorno del giudizio che non so voi, ma io metto il tapis roulant davanti alla porta e abbasso le saracinesche almeno finché non si sono sedati i primi tumulti.

Del resto, che le due siano divisive è inevitabile. Barbara D’Urso è in tv ininterrottamente dal lunedì alla domenica, postando foto da playmate e selfie con gli ospiti, Mara passa buona parte dell’anno ai Caraibi col marito, postando video in cui va al mare con i suoi favolosi look da “gattara milionaria”. Barbara intervista in minigonna e in punta di sedia col polpaccio tirato e la schiena inarcata alla Belén, Mara ci manca poco che si tolga le scarpe e chieda all’intervistato di farle dei grattini sotto i piedi. La D’Urso vive di integratori, centrifughe e i prodotti dell’orto e ci tiene a sembrare una ventenne; la Venier, quando posta le sue foto al supermercato, ha un carrello delle dimensioni del Titanic. Si fa chiamare “Zia” perché i 60 li ha passati da un po’ e non pare fregargliene un granché. La D’Urso sguazza nel trash e nel guardare i suoi programmi ci si sente il pubblico del circo, tra lo stupito e l’incredulo. Con Mara ci si sente parte del circo.

Mara è la padrona di casa che ti apre la porta con lo smalto ai piedi che deve ancora asciugare, il gatto che salta da una mensola all’altra, gli amici brilli sul divano e il tavolo coi pasticcini. La D’Urso innesca dinamiche trash, fingendo di rimanerne fuori. La Venier, nel trash, ci si tuffa con allegria e si sporca le mani, per poi leccarsele goduriosamente a favore di telecamera. La D’Urso ha il complesso di avere gli ascolti ma non la stima (famose le sue premesse autocelebrative “Il mio ospite aveva tanti inviti ma ha scelto me”), ma soprattutto, con i suoi “noi siamo inimitabili, gli originali” ha la convinzione di aver inventato qualcosa. Tipo Meucci o Thomas Edison. La Venier si diverte senza complessi.

Con queste premesse, capirete bene che i colpi bassi tra le due erano già scritti, come il futuro scazzo Salvini/Di Maio. La prima domenica Barbara aveva ospite la Lecciso, l’altra Romina. Per la cronaca, mesi fa la D’Urso aveva dichiarato: “Io faccio il 22% pure senza Romina”. Quest’ultima, pur di farle il mazzo, s’è presa un aereo da Los Angeles ed è andata da Mara, vincendo. A quel punto la guerra si sposta su instagram. Mara ringrazia per la vittoria, Barbara inizia la sua esilarante contro-informazione auditel, per cui una volta perde perché “il mio pubblico giovane è ancora al mare”, manco chi guarda Domenica Live avesse una convenzione su lettino e ombrellone. Poi, il primo ottobre, fa lo 0,17% in più di share della Venier e dice che ha vinto con picchi del 20% “nonostante la gente sia ancora al mare”. Come no, a ottobre a Gallipoli non sai dove mettere l’asciugamano. E sottolinea che lei ha “tanta pubblicità” (la Venier invece porella al massimo ha la televendita del Kukident, il sottotesto è questo). Poi, la domenica dopo, riperde di un punto e mezzo ma scrive che ha vinto perché nella sovrapposizione calcola anche la percentuale del programma della Parodi, tra gli insulti generali. Insomma, quando si dice saper perdere. A quel punto il marito della Venier comincia a perculare la D’Urso su instagram, e i dursisti e i maristi si insultano a suon di “Non ha vinto manco con il Ken Umano, la donna barbuta e l’alieno, alla prossima chi chiama? L’uomo falena?”, “Pensa a Zia Mara, che se dai rilevamenti le togli il pubblico col catetere fa il 2%!” e così via.

Nel frattempo, altri colpi di scena: Bianca Berlinguer invita la D’Urso su Rai3, ma la Rai blocca l’ospitata. Allora la D’Urso inizia a ringraziare il pubblico da casa spiegando curve e Auditel come se al pubblico da casa fregasse qualcosa di picchi e share, e infatti sono pizzini per la concorrenza. Mara risponde con un’esilarante siparietto in cui sfotte i tormentoni della D’Urso e in diretta dice che il suo è un programma fatto “col cuoreeee”. E così via, in un crescendo di sfottò, rosicate e dispettucci che stanno appassionando il Paese più di qualunque diatriba politica.

Difficile prevedere chi la spunterà da qui a giugno tra Mara e Barbara, ma una cosa è certa: rimarrà viva solo una delle due.