Parte da Verona la nuova crociata

“La verità cammina al di là delle persone”, dice uscendo di corsa dalla canonica. Don Adriano Avesani scandisce le parole come fosse sul pulpito, mentre in piedi occupa l’ingresso. Si intravede la perpetua, che ora sbarazza la tavola del pranzo come niente fosse. “Ce la facciamo”, dice don Avesani. “Siamo quasi alla verità”. La verità, la realtà, la legge di Dio. È una lezione. Due del pomeriggio, chiesa di Santa Toscana, Verona. Santa Toscana non è un posto qualunque: è una piccola chiesa nel quartiere Veronetta, quello multietnico dove convivono (male) CasaPound e Anpi. Su questo altare ogni domenica alle 11 si celebra la messa in latino, punto di ritrovo dei cattolici più conservatori. E qui – la chiesa è pure sede dell’Ordine dei Cavalieri di Malta – prestava servizio don Vilmar Pavesi, il prete iper tradizionalista vicino al ministro leghista della Famiglia Lorenzo Fontana, che a Verona è nato. Le femministe, che oggi manifestano in città, termineranno il corteo proprio davanti a questa chiesa. È passata una settimana da quando il Comune ha votato la mozione contro l’aborto. E ancora in città si parla solo di quello. “Dobbiamo salvare la famiglia e la vita. A tutti i costi”, ribadisce don Avesani. “Bisogna impedire alla donna di abortire per farle scoprire la sua vocazione: la maternità. Si deve abolire la legge 194 sull’aborto. Ora se ne vada”.

Verona è stizzita e stanca che si parli di lei, ma ancora una volta la storia ha voluto che sia qui il laboratorio delle destre, luogo di elaborazione di un modello di donna da estendere a tutta l’Italia. Ma se si vuole capirne qualche cosa di più, bisogna prendere la macchina fino alle porte di Verona, ad Arbizzano. Qui vive Matteo Castagna, giornalista e direttore del circolo “Christus rex-traditio”, uno che si definisce “cattolico integrale” e pure “all’estrema destra del Padre”. Non riconosce la chiesa e la chiesa non riconosce i suoi, ma è amico personale del ministro Fontana: “Abbiamo iniziato insieme a militare nella Lega. Poi io sono uscito dal partito, ma rimane uno dei nostri interlocutori”. Un interlocutore è Fontana come pure Andrea Bacciga, consigliere comunale per la lista identitaria “Battiti per Verona”, considerata vicina agli estremisti di Fortezza Europa, un nome che riecheggia direttamente il Terzo Reich. Hanno sostenuto il sindaco Federico Sboarina e ora hanno otto consiglieri. “Siamo simpatizzanti di Fortezza Europa, una forza politica populista e sovranista. Non è fascista, quella è una categoria superata”.

Nel salotto di casa Castagna: “Dobbiamo distinguere le femmine dalle femministe che vogliono sovvertire il diritto naturale”

C’è una bandiera gialla sulla parete, quella del Sacro Romano Impero: “Perché a quell’epoca ci fu l’apogeo della Civitas Christiana”, dice mentre si mette in posa con le braccia incrociate. Vuole una foto con lo stemma. “Si vede?”. Castagna ha 40 anni e di politica che conta ne ha vista già tanta: è stato a fianco di Flavio Tosi “prima che tradisse i suoi ideali” e pure con Borghezio in Europa. E ora è ottimista: “Dietro ogni grande politico c’è un grande tradizionalista. Dopo 60 anni di politica sovversiva dell’ordine naturale si sta assistendo al fallimento. C’è un risveglio nel mondo: penso a Trump, Orbán, ma anche al nostro governo. Non a caso a Verona ci sarà il World Congress of Families l’anno prossimo”.

“Noi siamo per la tutela della vita e riteniamo pericoloso il calo demografico in Italia che favorisce popoli che ci vorrebbero sostituire”. Castagna quando parla si sistema gli occhiali come per mettere a fuoco: dosa ogni parola. “L’aborto è una forma di omicidio. Nessuno che abbia buon senso può contravvenire al comandamento ‘non uccidere’. Noi siamo contrari a ogni forma di contraccezione. Il piacere non è contemplato, non lo neghiamo, ma è finalizzato alla riproduzione”. E le donne? “Dobbiamo distinguere le femmine dalle femministe che vogliono sovvertire il diritto naturale. La donna è un essere meraviglioso che Dio ha creato come compagna dell’uomo. Prima di tutto è moglie e madre. Ci sono donne che si rivolgono a noi in lacrime perché la società dei consumi le costringe a lavorare”.

Dalle “testarde” alla cattoliche: sono tutte contro il nuovo (o meglio antico) modello femminile

Verona è la terra dove le destre e la Cesa, la Chiesa come la chiamano qui, comandano da sempre. Ma qualcosa sembra essersi incrinato dopo il voto sull’aborto. La foto delle femministe di “Non una di meno” vestite da ancelle che osservano come statue il consiglio comunale è entrata nella storia. E ora le attiviste sentono la forza di chi ha fatto partire una scintilla. Martedì scorso hanno organizzato un’assemblea pubblica e oggi si trovano davanti alla stazione per una manifestazione nazionale. “È un risultato enorme”, dice Laura, seduta sugli scalini del Comune. Da quelle parti ora le chiamano “le testarde”. Quelle matte che sono state così irriverenti da andare “mascherate” a un consiglio comunale e che hanno macchiato il buon nome della città mostrando quella che semplicemente era la realtà. “Sono due anni che siamo attive – continua Giulia –. Ci battiamo per riprenderci uno spazio. L’antifemminismo ora ha una sponda nel governo e il corpo della donna è tornato a essere un campo di battaglia”.

Tra loro c’è anche Laurella, attivista trans dagli anni 70: “Da sempre a Verona le destre sperimentano quello che poi vogliono fare a livello nazionale. Qui era terra della Repubblica di Salò e qui ci sono le origini dello stragismo italiano. Nel 1995 la giunta approvò una delibera contro la parità dei diritti degli omosessuali. Non è mai stata cancellata. I dieci anni di amministrazione Tosi sono stati fondamentali per preparare il campo”. Rispetto al passato però c’è “Non una di meno” che, a un anno dal #MeToo, vuole far invertire una rotta. “Siamo pronte a uno stato di mobilitazione permanente”, dice Anna. “La mozione sull’aborto è una prima tappa. Poi ci sarà il ddl Pillon e le politiche di Matteo Salvini contro le donne migranti. Non staremo a guardare”.

Verona non è solo culla di integralismi. È anche terra di pensiero e filosofia, pure in campo femminista. La comunità di Diotima, quella a cui fanno riferimento le filosofe del pensiero della differenza Luisa Muraro e Chiara Zamboni, è nata qui. E sempre qui, all’università, si tengono seminari aperti alla cittadinanza. Alcune di loro saranno in piazza oggi: “È necessario esserci nelle urgenze del momento – spiega Sara Bigardi – che richiedono presa di coscienza e capacità di leggere ciò che accade. È il momento di interrogare i nostri privilegi di occidentali e proporre delle pratiche di pensiero e delle esperienze che possano essere positivamente contagiose”.

Nell’ultimo libro curato proprio da Diotima, parla anche Ida Dominijanni che ricorda come sia “il conflitto con l’esterno, e dall’interno, a mantenere in vita il femminismo”. E questo è quello che dicono le attiviste a Verona: “Il femminismo è vivo”.

Il Centro Aiuto alla Vita Diocesano, una delle associazioni che dovranno ricevere finanziamenti dal Comune dopo la mozione sull’aborto. Si trova a pochi minuti a piedi dalla chiesa di Santa Toscana. Quina, nigeriana, aspetta fuori dalla porta che inizi la distribuzione delle medicine. Le sue due bimbe giocano con una bambola sedute sul marciapiede. “Qui sono cattolici? Non lo so, a me non hanno mai chiesto niente della religione. Solo se avessi bisogno d’aiuto”. In portineria due signore che fanno le volontarie, nella sala d’attesa il poster di un bambino con la scritta “Io sono unico e irripetibile”. La direttrice Maria Paola Cinquetti ci pensa un po’, poi accetta di parlare. È tesa. “I più integralisti tra i cattolici dicono che non mi batto abbastanza contro l’aborto; gli altri, sul versante opposto, che costringo le mamme a partorire. Ma qui semplicemente ascoltiamo e offriamo alternative. Abbiamo visto e ascoltato troppe storie per essere contro le donne che abortiscono. Noi non colpevolizziamo nessuno”.

Il centro solo nel 2017 ha aiutato 586 donne, e i progetti vanno dall’accoglienza di mamme e bambini in strutture all’inserimento lavorativo. “Mi accusano di prendere soldi pubblici. Ma lo sanno che forniamo servizi gratuiti dove lo Stato laico non arriva?”. Lei, donna cattolica e a guida di un centro per la vita, sul modello femminile però non si trattiene: “Non possiamo tornare alla famiglia patriarcale. La maternità è un valore in più, ma garantendo la libertà di scelta”.

Due sere fa, un’altra seduta del Consiglio comunale

Sui banchi della maggioranza i consiglieri parlottano. I fotografi cercano Carla Padovani, l’eletta Pd che ha votato contro l’aborto ed è stata sfiduciata. Lei cammina avanti e indietro. Un ragazzo che viene da un circolo democratico la insegue per chiarire. Lei lo gela: “È tardi”. È giovedì scorso, sei giorni dopo il voto sull’aborto, il Consiglio comunale si riunisce per votare la presa di distanza dal leghista Alberto Zelger. Il problema, dicono, non è stata la sua mozione sulla 194, ma le dichiarazioni omofobe che ha rilasciato nei giorni successivi. “I gay sono una sciagura per la riproduzione e la conservazione della specie”, ha detto alla Zanzara su Radio 24. E pure: “L’aborto non è un diritto, ma un abominevole delitto”.

Si aprono i lavori e Zelger prende la parola: “Mi scuso se vi siete sentiti offesi”, dice ai colleghi in aula. “Le mie frasi esprimevano una posizione personale”. Dalla tribuna arriva un grido: “Vergogna”. Sono Angelo e Andrea, coppia omosessuale che un mese fa è stata aggredita davanti a casa con della benzina: un uomo incappucciato ha tirato il liquido in faccia ad Andrea che ha rischiato di perdere l’occhio. Sul pianerottolo sono state disegnate due svastiche ed è comparsa la scritta. “Vi metteremo tutti nelle camere a gas”. Angelo grida contro Zelger: “Sono queste le scuse? È colpa di voi politici se poi vengono ad attaccarci sotto casa”. L’Aula finge di non sentire e il consiglio viene sospeso per quasi due ore per riscrivere la presa di distanza da Zelger: si è scusato e la maggioranza spera che possa bastare così. Quando i consiglieri tornano, il testo è epurato: sono state tolte tutte le frasi choc, che così non rimarranno mai agli atti. Il documento passa con i voti di tutti tranne uno (Michele Bertucco di “Sinistra in Comune”). Il sindaco, assente. Aveva un altro impegno: la sagra della polenta.

La verità, vi prego, su Benigni (e l’amore)

Lo diceva già Rossano Brazzi: “Nella vita l’unica cosa vera è l’amore, l’amore, l’amore…”. Roberto Benigni ne conviene: “L’amore è un discorso politico molto forte, è rivoluzionario”. Ci pareva di aver già sentito qualcosa del genere duemila anni fa, ma non sottilizziamo. Dopo La Divina Commedia e i Dieci Comandamenti, Robertino pane e vino si candida a successore di Papa Francesco? Per ora no, si accontenta di annunciare il ritorno a teatro e in Tv con “una specie di atlante intorno a questo sentimento, qualcosa come parlare dell’infinito, dell’oceano”. Il titolo perfetto sembrerebbe Brevi cenni sull’universo, ma lui ne ha scelto un altro: La verità, vi prego sull’amore.

Già che c’era, poteva aggiungere che lo ha copiato dalla celebre raccolta di poesie pubblicata da Wystan Auden nel 1939. Niente di grave, ma sarebbe bello che Benigni andasse fino in fondo, misurandosi con quelle ballate dove l’amore si rivela una serie inesauribile di interrogativi, l’esatto contrario di ogni stucchevole certezza. “Assomiglia a una coppia di pigiami/ O al salame dove non c’è da bere?/ È pungente a toccarlo come un pruno/ o lieve come morbido piumino?/ È un buon patriota o mica tanto?/ Ne racconta di allegre, anche se spinte?…”

Caro Benignuccio benedicente urbi et orbi (specialmente orbi): l’amore assomiglia più al Cioni Mario o a Pier Ferdinando Casini? All’Inno del corpo sciolto o alla sfilata del Family Day? A Televacca o a Che tempo che fa? La verità, vi prego, sulla verità.

Guerre di carta (stampata) e guerre di potere

“Il giornalismo professionale ha di fronte a sé la sfida più ardua: produrre informazione di qualità per società prive, in prospettiva, di vere koinè, di culture e lingue comuni, riconoscibili e legate da valori condivisi”

(da “La guerra delle parole” di Vittorio Meloni Laterza, 2018 – pag. 188)

 

Gli editori di giornali, in Italia e nel resto del mondo, sono quelli che sono. Nella migliore delle ipotesi, si tratta di “editori puri”, imprenditori che amministrano le loro aziende per produrre notizie e nel contempo fare profitti. Ma ormai, e specialmente nel nostro Paese, sono per lo più “impuri”, vale a dire imprenditori o finanzieri che hanno altri interessi economici da curare, estranei all’editoria.

Anche i giornalisti hanno i loro difetti e le loro colpe, più o meno come tutte le altre categorie: avvocati, medici, ingegneri, architetti e così via. Sono dipendenti degli editori o a volte freelance. Ma hanno (finora) un loro Ordine professionale a cui rispondono e un codice deontologico da rispettare, oltre alla Federazione nazionale della Stampa e al comitato di redazione – una doppia rappresentanza sindacale, interna ed esterna – che all’occorrenza li difendono. E comunque, il loro rapporto di lavoro subordinato è mediato dalla figura del direttore responsabile, l’anello di darwiniana memoria tra l’uomo e la scimmia (ognuno può scegliere la scimmia, fra la proprietà e la direzione). Non sono quindi tutti “schiavi” dell’editore, scriba o servi sciocchi, a meno che non accettino più o meno consapevolmente di esserlo, rinnegando la propria autonomia e la propria indipendenza. Ed eventualmente, a parte la coscienza professionale, ne rispondono ai lettori, ai telespettatori o ai radioascoltatori.

Fatte queste premesse, si può dire allora che la “guerra ai giornali” – e in particolare alle testate principali del gruppo Gedi, cioè il quotidiano Repubblica e il settimanale L’Espresso – dichiarata dal M5S contro di loro, è in realtà una guerra di carta che rischia di diventare una guerra di potere. Forse può anche servire a screditarli e a indebolirli ulteriormente, ma è improbabile che li danneggi sul piano della diffusione e delle vendite più di quanto già non patiscano al momento. E in ogni caso, questo non sarebbe un obiettivo legittimo da parte di un Movimento o di un partito che per di più detiene la maggioranza in Parlamento e ha responsabilità di governo.

Non spetta certamente alle forze politiche “migliorare” i giornali, come recrimina qualche “pietromicca” dall’altra parte della barricata, salvo poi riconoscere contraddittoriamente che non compete loro un tale compito. Toccherebbe semmai al Parlamento e al governo fissare le condizioni all’interno delle quali gli editori possono fare liberamente gli editori e i giornalisti i giornalisti, nell’interesse primario dei cittadini che sono i legittimi titolari del diritto all’informazione. Per esempio, introducendo un moderno Statuto dell’editoria; stabilendo che una grande industria o un grande gruppo finanziario non possono essere proprietari di testate giornalistiche; limitando e riducendo le maxi-concentrazioni; vietando i conflitti di interessi, nella carta stampata, nella radiotelevisione e anche sulla rete; regolando le quote della raccolta pubblicitaria, in modo da tutelare il pluralismo dell’informazione e la libera concorrenza.

In attesa di una tale “rivoluzione copernicana”, deve restare fermo però il principio che in tutte le democrazie sono i giornali che criticano i politici e non viceversa. È solo nei regimi autoritari che accade il contrario.

La scomparsa della politica estera

Timothy Garton Ash parla di declino dell’Occidente. E non è certo la prima volta: fu uno dei mantra intellettuali al volgere del secolo scorso che proseguì a ogni fine di guerra mondiale. Oggi va sotto il tema dei “sonnambuli”: governi che andarono verso la Grande Guerra senza accorgersene, storditi dai fasti della Belle Époque. Quel tempo, che alcuni chiamano la “prima globalizzazione economica”, ancora segna chi studia le cose europee.

Oggi “mente svagata” mi pare la sintesi migliore. Uno dei problemi degli Stati “sonnambuli” fu il non parlarsi, non fare politica estera che serve proprio a evitare disastri. Con un po’ di esagerazione (ma solo un briciolo) si potrebbe affermare che con “mente svagata” l’Occidente oggi non si interessa più del mondo esterno. Quasi tutti i Paesi importanti dell’Occidente non fanno più politica estera sottomettendola alle necessità immediate di politica interna.

Non abbiamo posto la dovuta attenzione al fatto che l’Amministrazione Trump non abbia mai completato le nomine al dipartimento di Stato: molte caselle sono rimaste vuote e la politica estera americana è sostanzialmente in mano agli “acting” (interim) senza potere, con tutte le conseguenze del caso. La stessa staffetta tra Tillerson e Pompeo ha mostrato quale sia la direzione presa: America First significa una jacksoniana politica di “rientro” entro i confini nazionali, iniziata da Barack Obama e a cui Donald Trump ha impresso una velocità maggiore.

Guardando al Regno Unito il quadro non cambia: preso in pieno dalla Brexit e dal negoziato con la Ue, il governo britannico si trova isolato e non operante sullo scenario internazionale, malgrado la sua perfetta macchina diplomatica. Le dimissioni di Boris Johnson da ministro degli Esteri sono state emblematiche. In Italia per almeno due anni la politica estera è stata frenata dal ministero dell’Interno con le sue ossessioni migratorie. La decisione di Enzo Moavero Milanesi, ora titolare della Farnesina, di tenere la conferenza politica sulla Libia potrebbe essere un colpo d’ala. La Germania, dal canto suo, è concentrata sui dossier europei e sull’attacco sovranista interno. Le poche iniziative internazionali significative del governo Merkel sono state il parto più del ministero della Cooperazione che di quello degli Esteri. In Francia, tradizionalmente il Paese europeo più attivo sullo scenario mondiale, le preoccupazioni domestiche stanno limitando l’outreach del presidente Macron, che pure ha investito molto in termini di pensiero e proposte globali nella prima fase della sua presidenza, senza tuttavia ricevere risposte sia dall’Europa che da altri possibili partner. La Spagna non fa di meglio, presa in ostaggio dalla questione catalana.

Le crisi siriana e libica stanno lì a dimostrare come l’Occidente non riesca più a fare politica estera, anzi ne sembra disinteressato, senza citare lo Yemen e l’Iraq. Mentre Russia, Turchia, Cina e altri attori (il Golfo, l’Iran, l’India ecc.) stanno facendo molto in termini di presenza e di proposta, l’Occidente tace, ritirato nel suo foro interno e alle prese con le ossessioni della sua opinione pubblica. Siamo schiacciati sul presentismo e sono finiti i dibattiti che avevano appassionato i cittadini occidentali durante le guerre nell’ex Jugoslavia o nel Golfo. Lo stesso movimento per la pace, che nel 2003 aveva provocato la manifestazione globale più imponente della storia (120 milioni di persone in 800 città), oggi è silenzioso. Dominano i temi tutti intestini e di retroguardia sull’identità, la sostituzione etnica, le migrazioni o la sicurezza, che attraversano le società occidentali provocando reazioni emotive di paura e di rabbia. Il mondo sembra una minaccia di cui è meglio non occuparsi. Ma con la geopolitica delle emozioni non si va lontano.

*già viceministro degli Esteri 2016-2018

Cucchi, la nostra battaglia dal 2009

È il 29 ottobre 2009, il Fatto Quotidiano è in edicola da appena un mese, la consueta riunione del mattino è da poco terminata. Vitantonio Lopez entra nella mia stanza con delle foto e poche parole: “Direttore decidi tu ma per me vanno pubblicate”. Abbiamo chiamato la nostra piccola redazione di via Orazio, “due camere e cucina”, e dalla mia parete di cartone ho già capito che è successo qualcosa. Non posso immaginare cosa. Vitantonio – caporedattore insieme con Nuccio Ciconte, giornalisti di razza – mi mette sotto gli occhi qualcosa di mai visto.

L’immagine di un viso sfigurato, massacrato, una chiazza informe dove il rosso del sangue rappreso si confonde con il nero delle palpebre pestate. Al giornale le ha portate Caterina Perniconi, giovane collega di quella nidiata di ragazzi entusiasti, tenuti a freno dal polso esperto di Vito e Nuccio. Caterina è stata al Senato, dove si è svolta la conferenza stampa organizzata da Luigi Manconi con il Partito radicale. C’è una ragazza, racconta Caterina, che non riesce a trattenere le lacrime. Ci sono un padre e una madre. C’è un avvocato che denuncia un caso di morte sospetta in carcere e consegna ai giornalisti presenti una busta. Contiene le foto, quelle foto, che mostrano il cadavere di un ragazzo. Stefano Cucchi. La ragazza con gli occhi gonfi è Ilaria, sorella di Stefano. Rita e Giovanni sono i genitori: straziati, piegati. In redazione siamo in pochi e che io ricordi, tutti sono per pubblicare, senza se e senza ma. Il solo a mostrare qualche perplessità sono io. Mi chiedo e chiedo se sbattere in prima pagina l’insostenibile violenza di quel corpo distrutto possa urtare la sensibilità dei nostri lettori. Un mondo subito accorso a sostenerci ma che ancora conosciamo poco. Non rischiamo di creare così un effetto controproducente rispetto alla battaglia di verità sul caso Cucchi che stiamo per intraprendere? No, al contrario, mi convince Marco Travaglio, la forza di quell’orrore potrà essere decisiva. L’indomani, se non ricordo male, saremo solo noi a pubblicare in prima pagina le foto di Stefano steso sul tavolaccio dell’obitorio. Forse altri direttori hanno preferito la cautela. Accresciuta dal profilo giudiziario della vittima, già liquidata come un “tossico spacciatore”. Senza contare le prime versioni dell’Arma tese a smontare qualsiasi ipotesi di pestaggio in caserma, dopo l’arresto del ragazzo. La parola dei carabinieri contro quella di una famiglia disperata e definita “assente”. Non c’è partita. Infatti Silvia D’Onghia, che con Caterina e altri eccellenti colleghi, provano a smontare giorno dopo giorno, anno dopo anno, articolo dopo articolo, il muro dell’omertà complice, si troveranno spesso a lavorare controvento. Poiché, accanto alla famiglia Cucchi, non sono tanti coloro che hanno voglia di contrastare la gelida tramontana delle “verità ufficiali”.

Due anni dopo il Fatto decide di partecipare alla produzione del film documentario di Maurizio Cartolano (sponsorizzato da Amnesty e Articolo 21): 148 Stefano mostri dell’inerzia. Quando il 2 novembre 2011 la pellicola viene presentata alla Mostra del Cinema di Roma, Ilaria, i genitori di Stefano e noi che li accompagniamo, sembriamo dei fissati che insistono su una battaglia persa in partenza. Non è stato così.

Mail box

 

Altro che merito: l’Italia è il Paese del nepotismo

L’Italia è spesso descritta come un Paese gerontocratico in cui le relazioni contano sempre molto, il ricambio generazionale procede lentamente e solo per cooptazione, e il nepotismo (per esempio nei concorsi notarili) rappresenta una pratica comune e accettata. C’è molto di vero in tutto questo. La differenza tra il nostro e altri Paesi è racchiusa in una parola: merito. Altrove questo è il principale metro di misura per valutare un professionista e il suo inserimento nel mondo del lavoro. In Italia le capacità contano, ma sono spesso mediate e condizionate da altre valutazioni che talvolta hanno anche il sopravvento: l’età, l’ambiente sociale di provenienza, il sesso, le conoscenze e altro ancora. Siamo, anche in questo, una società opaca, con regole poco trasparenti e dove la discrezionalità ha ampio spazio. Un gruppo di esperti qualche tempo fa ha elaborato una classifica europea della meritocrazia: l’Italia, guarda caso, si collocava all’ultimo posto anche dietro Paesi come Spagna e Polonia e molto distanziata dai paesi scandinavi che occupavano i primi posti. Ecco, forse su questo tema dovremmo davvero cercare di diventare un po’ più europei.

Mario Pulimanti

 

Il presidente Inps e il gioco delle previsioni sul futuro

E dulcis in fundo, ma non inaspettato, ecco l’immancabile Prof. Tito Boeri, Presidente Inps: attenti con la quota 100, costerà 100 miliardi! Se non fosse per la carica che ricopre, risultano anche divertenti i suoi periodici allarmi sui costi di eventuali ritocchi alla Fornero che variano sempre tra i 100 e i 200 miliardi, che si scaricheranno ovviamente sulle future generazioni. In un Paese come l’Italia dove non è mai esistito che un bilancio consuntivo di qualsiasi ente pubblico sia risultato in linea con il bilancio preventivo, constatiamo con piacere che all’Inps invece, i numeri non sono chiacchiere. Se non la conosce, gli cito io l’esilarante battuta del fisico danese Niels Bohr: “È molto difficile fare previsioni, specialmente se riguardano il futuro”!

Enzo Ciciliani

 

Le vere intenzioni di Di Maio su “Repubblica”

Vi scrivo riguardo alle dichiarazioni di Di Maio sul caso Repubblica. Secondo me il leader dei 5stelle non ha attaccato la libertà di stampa, ma ha detto che Repubblica non lo legge più nessuno perché scrive un sacco di cazzate, soprattutto sul Movimento 5 Stelle. Inoltre, Di Maio ha precisato che non può far chiudere un giornale. In questa situazione, non è mancato il commento del solito Renzi, che ha gridato alla lesa libertà di stampa, proprio lui che ha attaccato il vostro giornale chiamandolo “Falso Quotidiano” e dalla Leopolda ha catalogato i peggiori titoli, per lui, di alcuni giornali (soprattutto del vostro).

Francesco Vignola

 

Ma Salvini si ricorda in quanti l’hanno (davvero) votato?

In un momento di esaltazione Matteo Salvini ha affermato che il governo non cambierà idea sulla legge finanziaria perché è forte del sostegno di 60 milioni di italiani. Neppure il Duce aveva osato tanto. Salvini vanta il 100% di preferenze degli italiani, anche se alle elezioni ha raccattato solo il 17% dei voti (e cioè circa 7 milioni di persone).

Armando Parodi

 

DIRITTO DI REPLICA

In merito all’articolo pubblicato l’11 ottobre sul suo giornale sulla situazione economica di Alitalia, dobbiamo precisare che: innanzitutto non esistono “debiti non registrati” non compresi nella contabilità; non sappiamo quindi a cosa si riferisca questo carico di 100 milioni riportato nell’articolo. Sul valore della cassa occorre inoltre precisare come la situazione della Compagnia – illustrata con trasparenza dai commissari nelle recenti audizioni alla Camera e al Senato – risenta del regime di amministrazione straordinaria in cui si trova l’azienda.

Questo significa che Alitalia ha dovuto costituire depositi (a beneficio, tra gli altri, della Iata e di controparti in operazioni di copertura sul carburante) che normalmente non vengono richiesti a una compagnia aerea in una situazione ordinaria e che, dunque, è previsto tornino nella disponibilità aziendale al termine della gestione commissariale.

Va infine precisato che sui flussi di cassa ha avuto un’incidenza la sensibile riduzione dei termini di pagamento, richiesti dai fornitori proprio per lo stato di amministrazione straordinaria. In conclusione, il percorso verso un margine operativo positivo prima e un cash flow in grado di coprire gli investimenti poi, è ancora lungo e faticoso. Ma i progressi effettuati finora hanno ridotto significativamente l’emorragia in un contesto di prezzi petroliferi crescenti e in assenza di mezzi finanziari propri.

Federico Garimberti Vice Presidente Communications Alitalia

 

Ha ragione Alitalia quando dice che non ci sono “debiti non registrati”. Ho usato impropriamente quella terminologia per indicare l’importo delle fatture in arrivo, presumibilmente non inferiore a 100 milioni di euro considerato il conto economico della compagnia. Per quanto riguarda il deposito Iata non è affatto scontato che possa tornare facilmente nella disponibilità dell’azienda, la sua restituzione è a discrezione della Iata e della credibilità che essa ripone negli amministratori/commissari gestori. Infine, i progressi: ci sono rispetto al periodo precedente al fallimento, ma non ci sono se si prendono a riferimento gli ultimi 5 anni di vita di Alitalia.

Dan.Mar.

Il Pd non è più di sinistra, ma c’è una tradizione rossa da ricordare

Ho letto con molto interesse e apprezzamento l’articolo di Luisella Costamagna (“Non lo spread ma una risata vi seppellirà”) e da vecchio comunista quale sono, e fiero pure, non posso non condividere. Però, signora Costamagna e cari tutti voi che scrivete sui giornali e partecipate ai talk show (non capisco tra l’altro perché state uccidendo la nostra bella lingua), vi ostinate a chiamare “sinistra” quell’ammasso di gentaglia del Pd che invece di stare dalla parte dei deboli si schiera con i potentati di ogni genere e delle molteplici lobby (si dice così oggi vero?) affamatrici. La sinistra che conoscevo io era quella che lottava per i diritti non riconosciuti, che scendeva in piazza incazzata e che faceva letteralmente “cacare” sotto il padrone, che stava insomma con i più vulnerabili. Quella era la sinistra, perciò vi scongiuro non chiamate più il Pd la sinistra. Lei purtroppo è morta con Berlinguer.

Giuseppe D’Eramo

 

Caro Giuseppe, sottoscrivo da cima a fondo la sua lettera, che usa fieramente parole dimenticate come “scendere in piazza” e “padrone”. Già a giugno, all’indomani della nascita del governo gialloverde, scrissi sul “Fatto” una lettera a Renzi che (se mi perdona l’autocitazione) si concludeva così: “Il partito che lei ha guidato alla disfatta, fiaccandone le anime più di sinistra, portate in dote al Nazareno da Berlusconi, Verdini, Alfano… era tutto fuorché di sinistra. Non che la piega destrorsa del Pd sia cominciata con lei – sarebbe attribuirle troppi (de)meriti – ma sicuramente lei ha tolto qualunque dubbio. Caro Renzi, a dire ‘il Pd non è di sinistra’ sono i fatti, gli elettori e anche i suoi compagni di partito che, proprio per quella ragione, se ne sono andati”.

Eppure nell’articolo dell’altro giorno ho usato la parola sinistra (ancorché preceduta dall’aggettivo “presunta”). Sì, perché voglio insistere. Per ricordare che c’era una tradizione in cui milioni di elettori come lei credevano, e che quella tradizione viene ancora sbandierata – beninteso quando gli fa comodo – da un partito che poi, per attaccare il governo, non trova di meglio da fare che aggrapparsi alle agenzie di rating e alle “turbolenze dei mercati”.

Un caro saluto.

Luisella Costamagna

Gse, eletto il vertice: Vetrò presidente e Moneta sarà l’ad

Dopo tre mesi di braccio di ferro tra il ministero dell’Economia e quello dello Sviluppo economico, al decimo tentativo sono arrivate le nomine del vertice del Gestore dei servizi elettrici (Gse) che gestisce 16 miliardi di euro l’anno di incentivi alle rinnovabili. Il compromesso è arrivato adottando una formula salomonica che passa per lo sdoppiamento del ruolo di presidente e amministratore delegato, cariche fino a oggi unificate: il presidente sarà Francesco Vetrò (presidente del Comitato di Gestione della Cassa per il settore elettrico) e l’ad Roberto Moneta (direttore del dipartimento Efficienza energetica di Enea, dove valuta i progetti che attestano gli obiettivi di risparmio energetico). Chiude il cerchio il consigliere Laura Bajardelli. La coppia al vertice era stata già proposta la scorsa settimana dai Cinque Stelle per superare lo stallo del Mef che aveva espresso alcune perplessità su Moneta per un possibile conflitto di interessi tra il suo incarico attuale e quello che andrà a ricoprire. Soddisfatto il sottosegretario del Mise, Davide Crippa (M5S): “Ottimo management, ora rivederemo aspetti procedurali che funzionano male”. Approvato anche il bilancio 2017 del Gse con 7 milioni di euro di utili.

Reddito di cittadinanza: tutti i segreti della app

Una applicazione nata per riunire tutti i servizi della Pubblica amministrazione in un’unica piattaforma e che potrebbe essere estesa anche al Reddito di cittadinanza, come annunciato nei giorni scorsi in una intervista al Corriere della Sera dal commissario per il Digitale uscente, Diego Piacentini. Abbiamo provato ad approfondire di cosa si tratta, come nasce questa applicazione e come dovrebbe funzionare. Il progetto è in fase di sviluppo avanzato, è nato prima dell’arrivo di questo governo, tanto che in estate sono iniziati i primi test con un numero limitato di cittadini e in sette comuni – tra cui Milano, Torino, Palermo, Cagliari, ma anche più piccoli – e sette amministrazioni. L’app si può scaricare sullo smartphone; si dovrebbe da lì poter accedere alla cartella sanitaria per consultare i propri referti e il fascicolo sanitario, con tanto di alert quando ne è disponibile uno nuovo. E ancora: si può prenotare l’appuntamento per il rilascio della carta d’identità elettronica e l’attivazione della notifica per ricordarlo. O l’avviso della scadenza della tassa sui rifiuti con tanto di importo e possibilità di pagare tramite la app.

La sicurezza è garantita dall’accesso tramite Spid, il sistema di identità digitale che identifica in modo univoco il cittadino. Sarà quindi rilasciato un pin di cinque cifre o sarà possibile utilizzare il riconoscimento dell’impronta digitale. Ci sarà una cartella messaggi dove ricevere le comunicazioni da parte della Pa, dalle scadenze in arrivo alle comunicazioni sulla viabilità del proprio comune (se ad esempio una strada è interrotta o se c’è una deviazione). Si potrà collegare la propria carta di credito/debito (o più di una) oppure il proprio conto bancario e pagare direttamente le tasse dovute alla Pa reinserendo il Pin o l’impronta digitale, ottenendo poi la ricevuta di pagamento e consultando lo storico dei pagamenti.

Tramite la app sarà possibile anche avere eventuali rimborsi, sempre sullo stesso conto. Si potrà stabilire il proprio domicilio digitale, tramite Pec, per le comunicazioni di carattere legale sarà possibile anche richiedere e ricevere, quindi scaricare, i certificati, pagando gli eventuali diritti di segreteria con lo stesso procedimento.

Perché tutto questo è applicabile al reddito di cittadinanza, come a qualsiasi altro sostegno del welfare? Perché implica la possibilità di riunire in un’unica sorgente, in un unico posto, tutti i dati che riguardano il singolo cittadino di cui la Pubblica amministrazione è in possesso (o meglio, di rendere comunicanti i dati in possesso ai singoli enti/ministeri) e quindi anche di riuscire a capire se quel cittadino sia o meno titolato a ricevere il reddito di cittadinanza che potrebbe poi essere concesso tramite questo canale. Meno chiari sono però gli ultimi due step a cui fa riferimento Piacentini, ovvero “il controllo del passaggio dei soldi dal cittadino al mercato” e “la valutazione a posteriori della policy” attraverso i big data. Abbiamo chiesto al team digitale una spiegazione, ma nel momento in cui scriviamo l’articolo non c’è stata risposta.

Finora, un monitoraggio simile è stato effettuato per le due principali distribuzioni di bonus ai cittadini: i 500 euro distribuiti dal governo Renzi ai neo 18enni e quelli destinati agli insegnanti, il cosiddetto bonus docenti, che vincolavano la spesa del bonus a determinate categorie di prodotti o a una serie di punti vendita online che dovevano però accreditarsi al sistema. Ovviamente si tratta di un progetto che potrà essere pienamente efficace solo quando tutte le Pa si adegueranno alle iniziative già avviate, da Spid all’Anagrafe Nazionale Digitale (a cui sono connessi tutti i database delle altre amministrazioni e che quindi è una base essenziale) al momento – come più volte raccontato – ancora indietro nonostante l’accelerazione degli ultimi anni. La proiezione è che entro la fine del 2019 abbia aderito all’Anagrafe l’80% dei Comuni italiani, con l’idea di disincentivare chi vorrà rimanere analogico.

Fmi, Bce e Ue compatti: assaggi di Troika sull’Italia

Nello scontro tra Unione europea e governo italiano ogni giorno ha la sua pena. Quella di ieri è sotto il segno di un’autorità indiscussa come Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea, il quale da Bali, dove si tiene la sessione del Fondo monetario internazionale, ha ridettato le regole base: “Occorre rispettare il Patto di Stabilità europeo specialmente per i Paesi con alto debito”. Cioè l’Italia.

Il ministro Giovanni Tria ha provato a giocare con le parole ricordando che se il Patto di Stabilità chiede di mantenersi all’interno del parametro del 3% nel rapporto tra deficit di bilancio e Pil, l’Italia con il suo piccolo 2,4 previsto nel 2019, ci sta. Ma Draghi quando osserva che occorre rispettare le regole pensa ovviamente all’insieme di quelle europee, compreso il Fiscal compact e i piani di rientro dal deficit strutturale.

A ruota è intervenuto anche il Fmi per bocca di Paul Thomsen, capo del dipartimento europeo, il quale sulla scia di Draghi, e replicandone quasi le parole, ha detto che “l’Italia deve rispettare le regole dell’Unione europea con la sua legge di Bilancio del 2019 e costruire un buffer (una riserva, ndr) di liquidità per attutire la prossima crisi economica”. Curioso, anche Draghi si è riferito al “buffer” parlando di riserva fiscale per affrontare le difficoltà.

Con l’intervento del Fmi il Movimento 5 Stelle ha alzato il tiro della replica prima con il vicepremier Luigi Di Maio – “ora manca solo la Nasa ad attaccarci” – e poi con Alessandro Di Battista, in Guatemala ma vigile su quanto accade in Italia: “Che una banca che presta i soldi a strozzo deve dire quale leggi vadano bene e quali no è il segno che viviamo nell’epoca dell’impero del capitalismo finanziario”.

Il copione, quindi, resta per ora quello incardinato all’inizio di questa storia: da un lato il governo italiano che chiede, come ricorda lo stesso Di Battista, margini maggiori di “sovranità”, dall’altra la Ue, e la Bce o il Fmi che la negano. E quei tre insieme fanno la famigerata Troika, il vero spettro che anima questo dibattito sulle regole da rispettare, quelle che governano gli attuali trattati internazionali e che, di fronte a una rimessa in discussione da parte dell’Italia, potrebbero saltare. Si tratta di uno scontro politico, dunque, a tutto campo.

A finire nel mirino è ancora una volta Jean Claude Juncker, presidente della Commissione Ue, il quale in un’intervista a Le Monde ha attaccato di nuovo l’Italia che “non rispetta le regole”. E giù, il solito fuoco di fila a colpi di allusioni alla “grappa” e all’indegnità del personaggio. Che in realtà sta facendo una battaglia politica. Così come fanno Marine Le Pen e Steve Bannon, che si sono incontrati giovedì a Parigi per convergere sul progetto di un movimento populista europeo.

Il governo italiano deve comunque presentare la manovra a Bruxelles il 15 ottobre, quindi lunedì prossimo. Nonostante la Nota aggiuntiva al Def sia stata approvata dalle Camere, la manovra e i vari collegati ad essa conseguenti, non sono ancora nero su bianco. Se ne discuterà lunedì al Consiglio dei ministri. L’attenzione è sul tema fiscale, con il condono sulle cartelle fino a mille euro, mentre sembra ormai certa la rottamazione che prevede la cancellazione delle sanzioni per le cartelle esattoriali fino alla soglia di 200 o 500 mila euro, particolare da precisare. Nel fare i conti anche il presidente dell’Ufficio parlamentare di Bilancio, Giuseppe Pisauro, concede al governo che “alcune misure, come il reddito di cittadinanza potrebbero avere un effetto moltiplicatore molto importante”, ma occorre vedere i dettagli. Un approccio diverso da chi alla Camera ha bocciato la manovra proprio perché non attendibile sulle previsioni di crescita.