Pedemontana, Toninelli gela Zaia: dubbia sostenibilità

Nessun semaforo verde del governo per la Pedemontana Veneta, la superstrada a pedaggio da 2,258 miliardi di euro che dovrebbe collegare l’alta pianura veneta alle autostrade A4 e A27 attraverso le province di Vicenza e Treviso. A smorzare gli entusiasmi del governatore leghista Luca Zaia, che aveva espresso soddisfazione per il fatto che l’opera, completata al 50%, non fosse stata inserita nella Def tra quelle che saranno sottoposte “a una rigorosa analisi costi-benefici e a un attento monitoraggio” ci ha pensato il ministro pentastellato Danilo Toninelli. Il titolare delle Infrastrutture ha gelato i fautori del progetto: “La Pedemontana mi preoccupa rispetto al suo livello di sostenibilità finanziaria – ha detto Toninelli – sia in termini di costruzione che di gestione e non vorrei che ci fossero, per il concessionario, condizioni di favore ancora maggiori rispetto a quelle che il governo sta cercando di modificare in relazione ad altre convenzioni autostradali”. “Noi abbiamo salvato quest’opera – la replica di Zaia – che è la più grande oggi in cantiere: 36 Comuni interessati, 14 caselli e 94,5 km. L’abbiamo salvata in totale trasparenza coinvolgendo la Corte dei Conti, l’Anac e l’Avvocatura dello Stato”.

Scuola, 50 piazze contro il governo

Ieri mattina 50 piazze italiane hanno ospitato la prima grande manifestazione studentesca contro il governo Conte. Circa 70 mila ragazzi, guidati dalle associazioni di sinistra, hanno contestato le novità che si apprestano ad arrivare nel mondo della scuola; quelle emerse dal Documento di Economia e Finanza e dalle dichiarazioni del ministro Marco Bussetti. Per i collettivi ci sono due questioni: nella manovra non sembrano prioritari gli investimenti nell’istruzione. La promessa mancata di cancellare la Buona Scuola, la riforma del governo Renzi, soprattutto perché l’alternanza scuola-lavoro resterà seppur con meno ore.

Giudizi molto critici e toni a tratti estremi: a Torino due studentesse hanno bruciato manichini raffiguranti Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Una cosa “schifosa”, per il ministro dell’Interno. Le due giovani sono state denunciate per vilipendio alle istituzioni. “Un reato medievale – ha commentato Di Maio – spero che la denuncia venga ritirata”. A parte questo, niente tensioni. I cortei sono stati organizzati, separatamente, da due gruppi di associazioni: la Rete degli studenti medi con l’Unione degli universitari, da un lato, e l’Unione degli studenti e il Coordinamento Link dall’altro. In alcune piazze hanno sfilato insieme, in altre no. Al di là di questo particolare, le rivendicazioni restano le stesse. La prima riguarda l’assenza di nuovi fondi per la scuola. Anzi, nella legge di stabilità potrebbe esserci un piccolo taglio: si parla di qualche decina di milioni da spostare. Il vicepremier Di Maio ha chiarito che i risparmi derivanti dalla riduzione delle ore obbligatorie di alternanza scuola-lavoro, che in molti casi si è trasformata in manodopera gratuita per le imprese, saranno usati per i docenti. “Il problema – dice Giammarco Manfreda, coordinatore della Rete degli studenti – è che non c’è un’inversione di tendenza netta in un settore già colpito anni fa dai tagli di Mariastella Gelmini”. La sola riduzione delle ore di alternanza, poi, è vista come un intervento debole, considerando la promessa di azzerare la Buona Scuola. “Faceva comodo criticarla dall’opposizione – aggiunge Manfreda – ma ora sembra che non necessiti di stravolgimenti”.

A Roma, dopo la manifestazione, gli studenti hanno chiesto (invano) di essere ricevuti dal ministro dell’Istruzione Marco Bussetti. La Rete degli studenti medi fa notare come questo governo non abbia ancora mai convocato il forum delle associazioni studentesche. In compenso, hanno ricevuto un invito per un incontro da Di Maio.

Nel mirino degli studenti è anche l’impostazione repressiva di Matteo Salvini (che tra l’altro vorrebbe reintrodurre la leva obbligatoria con un fine educativo per i giovani). “Con la direttiva scuole sicure – afferma Giulia Biazzo, coordinatrice dell’Unione degli studenti – si spende per inviare agenti di polizia e installare videosorveglianza negli istituti, quando il vero investimento in sicurezza è migliorare l’edilizia scolastica”. Il prossimo appuntamento è fissato per il 16 e 17 novembre: l’autunno del mondo della scuola sarà caldo anche per il governo Conte.

Alitalia – Tria chiude la porta: il piano Di Maio per Alitalia già vacilla

È un’affannosa lotta contro il tempo quella ingaggiata da Luigi Di Maio per Alitalia. E forse è pure una lotta all’interno del governo considerato che il ministro del Tesoro, Giovanni Tria, colui che dovrebbe alla fine mettere i soldi, ha accolto i progetti del vicepremier con un raggelante “Non ne so niente”. Dopo un anno e mezzo di amministrazione straordinaria, tutti i nodi stanno venendo al pettine. Il 31 ottobre scade il periodo concesso per l’amministrazione e se nei 18 giorni che ci separano da quel termine non sarà trovata una soluzione vera, cioè non si sarà presentato un salvatore esterno in grado di tirar fuori almeno 1 miliardo e mezzo di euro, Alitalia per la quarta volta in un decennio potrebbe ritrovarsi nella condizione di non poter far volare gli aerei. Nelle stesse settimane la Commissione europea dovrà esprimersi sulla natura del prestito ponte di 900 milioni di euro concesso all’azienda di Fiumicino dal governo passato ed è molto probabile che consideri quell’importo un aiuto di Stato.

Il 15 dicembre, infine, Alitalia dovrà restituire il prestito ricevuto più gli interessi. Nel frattempo i conti dell’azienda continuano ad andare male; secondo fonti autorevoli, ma non ufficiali, le perdite accumulate tra l’inizio dell’anno e la fine di settembre sono di oltre 333 milioni di euro, al ritmo di 1 milione e 200 mila euro al giorno. Considerando che nel periodo preso in esame è compresa l’estate, stagione florida per i voli, c’è da temere che entro la fine dell’anno le perdite possano impennarsi fino al mezzo miliardo di euro.

Per esporre le linee guida del piano che lui definisce di rilancio dell’Alitalia e non di salvezza, Di Maio ieri ha convocato i sindacati, comprese per la prima volta le sigle in passato escluse come i sindacati di base. I sindacalisti hanno apprezzato la disponibilità dimostrata che è apparsa parecchio distante dalla supponenza a cui erano stati abituati in passato. Ma per quanto riguarda la sostanza esprimono più cautela, soddisfatti per le rassicurazioni ottenute per il prolungamento della cassa integrazione destinata a scadere in condizioni normali alla fine dell’anno, ma che il vicepremier si è impegnato a prorogare fino almeno a primavera con una norma ad hoc da inserire nella manovra di Bilancio in preparazione. I sindacalisti hanno manifestato però dubbi e perplessità su altre parti fondamentali del progetto governativo.

Due sono i capisaldi attorno a cui ruota il progetto Di Maio: la possibilità di poter contare sull’apporto finanziario di un partner forte presumibilmente straniero e la costituzione a tappe forzate di una newco in cui inserire gli asset positivi della compagnia, dagli aerei agli slot al personale (che secondo il vicepremier non dovrebbe subire tagli). Di questa newco dovrebbe diventare azionista lo Stato trasformando in azioni il prestito ponte o almeno ciò che resta di quel prestito. In pratica dovrebbe essere il ministero del Tesoro a impegnarsi di nuovo come azionista in Alitalia con una quota che secondo Di Maio potrebbe essere vicina a quella detenuta dallo Stato francese in Air France, il 18 per cento circa.

Ma il ministro del Tesoro che dovrebbe dare il via libera all’operazione, ha azionato il freno facendo prevedere che da Alitalia possa partire un nuovo focolaio di incendio all’interno del governo. A Di Maio che dava per scontato il percorso che porta verso l’azionariato di Stato, Tria ha indirettamente risposto in maniera brusca: “Penso che delle cose che fa il Tesoro debba parlarne il ministro dell’Economia. Io non ne ho parlato”. Immediata è schizzata la polemica governativa e il sottosegretario ai Trasporti, Armando Siri (Lega) ha ricordato a Tria che la ricerca di una soluzione è nel contratto di governo. Nello schema di Di Maio, per Alitalia accanto al Tesoro dovrebbero impegnarsi forse la Cassa Depositi e Prestiti e le Fs con un importo al massimo di 200 milioni di euro. Ma anche in questo caso ci sono molti nodi da sciogliere. Nonostante il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, abbia incoraggiato l’intervento Fs con un tweet, il nuovo amministratore delle Ferrovie, Gianfranco Battisti, resta abbottonato: ieri le Fs hanno ufficialmente manifestato “interesse” per Alitalia, specificando però che non c’è niente di vincolante. Anche sul partner estero ci sono molti più dubbi che certezze in una girandola di nomi che mai trovano conferme: Air Delta che non essendo europea ma americana non potrebbe sottoscrivere più del 49 per cento del capitale. E poi una compagnia cinese per cui esisterebbe lo stesso vincolo percentuale e di cui si fa mallevadore il sottosegretario Siri.

L’ex delfino di Errani fa scuola a Ravenna (partendo dalle spiagge)

In passato era il delfino del potentissimo ex Governatore dell’Emilia Romagna, Vasco Errani, ma Michele De Pascale è considerato l’emergente da osservare (e magari da temere) in tutta l’Emilia Romagna. Oggi sindaco di Ravenna, classe 1985, proveniente da una famiglia di bagnini di Cervia, sposato con un figlio piccolo e in passato un grave incidente automobilistico da cui si è del tutto ripreso, è stato eletto nel 2016, con una coalizione molto larga, comprendente anche le forze a sinistra del Pd. E ha messo su una squadra di assessori, tutti nati negli anni 80. E da agosto è anche il presidente dell’Anci per l’Emilia Romagna, un incarico che conta.

Un’attenta gestione dei dossier sicurezza, una scuola di politica, il tentativo di tenere insieme, almeno a livello locale, le varie correnti del partito, sono gli elementi che ne fanno un emergente da monitorare. Non a caso la Festa dell’Unità nazionale quest’anno si è tenuta proprio a Ravenna: da Roma volevano andare sul sicuro. E, nella débâcle collettiva, è andata meglio del previsto: inclusiva, molto partecipata, con le polemiche ridotte al minimo,

Ravenna viene considerata un gioiellino da curare. E qui vivono tra i 15 e i 20 mila cittadini stranieri. Il Comune sta varando una “civil card”, una specie di attestato di appartenenza alla comunità da dare ai bambini nati in città. Un modo per farli sentire parte della comunità, ma anche per controllarli nel tempo. E poi c’è l’operazione anti-abusivismo ormai rodata, dalla quale Matteo Salvini ha dichiarato di prendere spunto per il suo ‘spiagge sicure’: mette in campo, da metà aprile fino a settembre, oltre 70 agenti della polizia municipale a presidio dei circa 45 km di costa tra Ravenna e Cervia. Gli uomini e le donne della polizia municipale impiegati nelle operazioni in spiaggia, frequentano anche corsi di formazione per l’accoglienza turistica. Modelli di amministrazione in evoluzione. “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”, dice De Pascale commentando la situazione nazionale del centrosinistra. Oggi sarà da Nicola Zingaretti a Piazza Grande. Con Renzi è molto critico: “Un sindaco che perde non può spiegare come si va avanti”. La scuola di politica, intanto, è giunta alla sua seconda edizione: mette insieme un gruppo di 30 ragazzi. L’anno scorso si parlò del Porto di Ravenna, come modo per mettere insieme il locale e le questioni geopolitiche. Quest’anno, l’argomento non è deciso, ma il taglio sarà lo stesso.

Sconfitte, litigi e debiti. Addio alla roccaforte rossa

La sconfitta storica della candidata sindaca, Carmen Cappello, alle amministrative di Imola; il cedimento all’avanzata dei 5Stelle e della Lega il 4 marzo; il flop di Vasco Errani (candidato di LeU) contro Pierferdinando Casini a Bologna la Rossa. E poi, ancora, tornando indietro nel tempo: l’elezione di Stefano Bonaccini a presidente dell’Emilia Romagna nel 2014 con un record di astensionismo (37% dei votanti). Per capire che cosa è oggi il Pd in Emilia Romagna, bisogna ripartire dalla storia recente, che ha reso la roccaforte rossa meno roccaforte (e meno rossa). La scissione dem qui ha lasciato ferite più profonde che altrove. Ma non basta: c’è anche il fatto che qui il potere rosso è stato più forte e più opprimente che altrove, con lo stesso Errani che è stato governatore per ben 15 anni (dal 1999 al 2014) e l’attuale giunta Bonaccini che nasce in continuità con quell’esperienza.

L’Emilia Romagna è la terra di molti dei big del Pd e dei padri nobili. Come Romano Prodi, più volte tradito, più volte pronto a esprimere la sua delusione. E poi ci sono gli ex big, come Pier Luigi Bersani, uscito, ma con tanta voglia di tornare. Più che altrove, dunque, la situazione è fluida e gli equilibri riflettono quelli nazionali. Il dato di cronaca più recente racconta di una battaglia furibonda, proprio a Bologna, che ha portato alle dimissioni di Paolo Critelli, segretario cittadino. Eletto in Parlamento a marzo, non aveva lasciato la segreteria bolognese come prevede lo Statuto nazionale. Così l’assemblea provinciale gli ha chiesto un passo indietro. Tra le accuse, il fatto di aver lasciato il partito locale nell’abbandono, anche economico. Tanto è vero che molti circoli hanno pagato il loro affitto alla Federazione, per poi non vedersi aiutati economicamente. Una delle conseguenze, la chiusura della Bolognina, un pezzo di storia. Critelli, nei precedenti congressi si era sempre schierato contro Renzi, dopo la sua elezione alla Camera si è avvicinato moltissimo all’ex premier.

Oggi il segretario è Paolo Calvano, che fu il frutto di un accordo unitario, vicinissimo a Bonaccini. I più, alla domanda “chi comanda in Emilia?” indicano proprio il governatore. Solido quadro di partito emiliano, cresciuto nei Ds, Bonaccini si schierò nel 2012 con Bersani, per poi entrare nel comitato elettorale di Renzi nel 2013. Guadagnò stima e fiducia dell’allora premier, ma oggi più che un renziano è un post-renziano, anche se la sua amicizia con l’ex premier rimane. È entrato anche nella rosa dei possibili candidati al congresso. Ipotesi ormai sfumata: Bonaccini, che è il presidente della Conferenza Stato-Regioni e dunque è ancora detentore di un potere vero, punta al secondo mandato da presidente. Bonaccini punta ad allargare il centrosinistra, guardando a Federico Pizzarotti e al suo movimento di sindaci. E non chiude le porte a LeU. Anche se nel Pd emiliano è in corso una riflessione: la candidata di Imola sconfitta era appoggiata da una lista di Mdp. Per alcuni, la spia di un problema. Prima di capire quali sarebbero stati gli equilibri del congresso, si è candidato Matteo Richetti, in tour da mesi con il suo Harambee. Non avrà di certo il sostegno del governatore. Il rapporto tra Bonaccini e Richetti, entrambi cresciuti a Modena, uno figlio della tradizione comunista, l’altro di quella cattolica, è un’altra storia emiliana di idiosincrasia personale e politica. Quando entrambi aspiravano a correre per la Regione, Renzi non nascose la sua preferenza per l’attuale presidente.

È stato sonoro il tonfo di Dario Franceschini nel suo collegio, Ferrara. Ma c’è un gruppo di seconde file che avanza. Andrea De Maria, già cuperliano, poi renziano, ora in segreteria con Martina. E c’è il sindaco di Rimini, Andrea Gnassi, molto vicino all’ex segretario, che però è considerato un fiore all’occhiello dell’amministrazione. Molto mediatico, è stato in prima linea nella battaglia per difendere il bando periferie dai tagli del governo, non è mancato al funerale del playboy ‘Zanza’, si è lanciato in definizioni tipo “Rimini è il social fisico umano”.

Poi c’è qualche new entry: per esempio Gianluca Benamati, deputato balzato nell’empireo renziano: deve organizzare la convention di Salsomaggiore dell’8 e 9 novembre. Agguerritissime le donne: Francesca Puglisi, che ha fatto pure un movimento per denunciare la poca rappresentanza femminile dem in Parlamento, dopo essere finita in posizione non eleggibile. Ed Elisabetta Gualmini, oggi vice di Bonaccini, provenienza Istituto Cattaneo, in prima linea per il Sì al referendum e poi aspramente critica con la scelta di non fare il governo coi 5stelle. Per un attimo, è sembrata pronta a candidarsi anche lei.

Che stipendio che fa: Cottarelli prende 6.500 euro a puntata

Il cachet pagato a Carlo Cottarelli dalla Rai – e nello specifico dalla società Officina di Fabio Fazio, che produce Che tempo che fa – è di 6.500 euro lordi a puntata. Lo scrive Viale Mazzini in risposta a un’interrogazione del senatore Maurizio Gasparri: “La Rai ha un accordo-quadro di appalto parziale con la società Officina, controllata al 50% da Fabio Fazio (…) all’interno di tale contratto è previsto un valore forfettario a puntata per la presenza degli ospiti e per le relative spese”. Il compenso pattuito viene versato non a Cottarelli in persona ma all’Università Cattolica di Milano, presso la quale l’ex premier incaricato (brevissimamente) da Sergio Mattarella detiene un Osservatorio sui conti pubblici. Come ha calcolato Mario Giordano su La Verità, l’ex uomo della spending review va in onda per circa 30 minuti a puntata (nell’ultima sono stati 28): 6.500 euro corrispondono a 232 euro al minuto, o 4 euro al secondo. Cottarelli ha replicato ribadendo che il cachet è versato dalla società privata di Fazio: “Se tale pagamento non venisse effettuato il risultato sarebbe un profitto più alto per la società di produzione (e non un risparmio per la Rai) e meno occupati come assegnisti universitari”.

Giulia Ligresti: “Messa in prova nell’azienda di famiglia”

Silvio Berlusconi ha avuto l’affidamento in prova ai servizi sociali e assisteva gli anziani in una clinica di Cesano Boscone. Umberto Bossi, condannato per vilipendio, ha chiesto lo stesso tipo di “trattamento”. Ma c’è chi, invece di fare lavori socialmente utili e mettersi al servizio della comunità, chiede di svolgere questo periodo di messa in prova nell’azienda della sorella, magari come pr o designer.

È il caso di Giulia Ligresti (nella foto, ndr) che – stando all’edizione di Torino de Repubblica di ieri – ha chiesto al tribunale di sorveglianza torinese di poter lavorare per la società di Jonella Ligresti. La secondogenita del costruttore e finanziere Salvatore Ligresti (scomparso il 16 maggio scorso) aveva patteggiato una pena di due anni e otto mesi nell’ambito del processo Fonsai per falso in bilancio aggravato e manipolazione del mercato. Arrestata il 17 luglio 2013, la manager rimase in carcere a Vercelli per quaranta giorni: uscì di cella grazie a una perizia con cui si attestava il suo profondo malessere psichico. Del suo caso si interessò addirittura l’allora ministro della Giustizia del governo Letta, Annamaria Cancellieri, amica della famiglia Ligresti che, intercettata al telefono con la moglie di Salvatore Ligresti, confermò ai pm torinesi di aver “sensibilizzato” il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria sulle condizioni della manager. Giulia Ligresti lasciò il carcere il 28 agosto. Da allora non ha ancora scontato la sua pena. Per questa ragione martedì mattina davanti al giudice Elena Bonu c’è stata l’ultima udienza, dopodiché il magistrato ha chiesto alcuni giorni di tempo per decidere se accogliere o no l’istanza presentata dall’avvocato di Giulia Ligresti, Gianluigi Tizzoni. La decisione è attesa a breve.

FI, rivolta contro il cerchietto magico di B.

I sondaggi non si schiodano dall’8 per cento, ma in Forza Italia qualcosa si muove, almeno per tentare di recuperare una linea politica propria. Perché, dicono molti, “bisogna smarcarsi il più possibile dalla Lega”. La soglia di non ritorno del 5% non è poi lontana. Così c’è stata la due giorni di orgoglio forzista a Milano organizzata da Mariastella Gelmini, snobbata quasi con disprezzo da Giovanni Toti. C’è Mara Carfagna che, a capo degli anti-Salvini, la scorsa settimana ha bacchettato in aula il ministro dell’Interno (“rispetti il Parlamento, le regole valgono anche per lei!”). C’è la battaglia contro il Def giallo-verde: due sere fa l’ufficio di presidenza azzurro ha dato il via libera a una “mobilitazione nazionale contro la manovra”: raccolta firme, gazebata, forse una manifestazione.

Qualcosa accade, dunque. Ma intorno c’è un drammatico malcontento. Mercoledì sera, per esempio, la riunione dei gruppi parlamentari si è trasformata in uno sfogatoio, con le nuove leve che hanno processato la vecchia guarda, colpevole di essere o troppo schiacciata su Salvini o di non opporsi al “cerchietto magico” di Licia Ronzulli & Niccolò Ghedini che terrebbe “in ostaggio” Silvio Berlusconi. I lombardi Cattaneo, Perego e Benigni, i calabresi Tripodi e Cannizzaro, ma anche Calabria, Ruggieri, Silli e Nevi hanno preso la parola e detto la loro.

Nel mirino sono finite le due capigruppo, Gelmini e Bernini, che di fronte allo strapotere di Ronzulli e Ghedini non muovono un dito. “Berlusconi non decide più niente, non gli dicono nemmeno le cose: fanno tutto loro”, dicono i forzisti. Risultato: paralisi completa, accuse reciproche di voler passare al nemico (la Lega), insofferenza verso i vertici e piccole ripicche personali. A Renato Brunetta, per esempio, è stato rimproverato di usare l’aumento dello spread per attaccare il governo: “Ma come, nel 2011 hanno fatto fuori Berlusconi a colpi di spread…! Quel tasto è meglio che non lo tocchiamo”.

Attenzione, però: se molti vogliono smarcarsi da Salvini anche in vista delle Europee (dove si vota con il proporzionale) altri sono più attendisti. “I rapporti tra Salvini e Berlusconi non sono così pessimi come si dice. Anzi, i due si vedono più spesso di quello che fanno trapelare”, racconta una fonte forzista. E il fatto che Salvini abbia stoppato la diaspora azzurra di una ventina di parlamentari verso la Lega, ne sarebbe la prova. Ma non significa che nella galassia forzista non si cominci a temere che Salvini si trovi meglio coi 5Stelle, anche in futuro.

Poi c’è Toti. “Io sono a disposizione di Forza Italia, se c’è ancora”, ha detto il Governatore ligure in settimana. “Giovanni vuole un gruppo unico con la Meloni, ma non si muove perché lo seguirebbero in quattro”, dice un senatore. “Toti smetta di lamentarsi e metta la sua stazza a disposizione del partito”, gli ha risposto, a brutto muso, Mara Carfagna. La quale, da par suo, coltiva apertamente ambizioni di leadership. Anche perché di quella di Tajani finora si sono accorti in pochi. La stagione dei veleni nel partito berlusconiano è appena cominciata.

Minniti aspetta il ritiro di Zingaretti per correre

“Quando succede, chiamo io”. Marco Minniti, alla fine della giornata, risponde così alla domanda se ha sciolto la riserva sulla sua candidatura alla segreteria del Pd. Quindi ormai è solo quando e non se? “Il quando contiene il sì e il no – precisa lui – Wait and see” (cioè, “aspettiamo e vediamo”) ha ripetuto da mattina a sera. Perché l’ex ministro dell’Interno ci sta pensando davvero (e non da oggi) a correre per il congresso. Solo che per farlo vuole essere il candidato unitario: in sintesi, gli serve il ritiro di Nicola Zingaretti.

Problema: il governatore del Lazio per adesso non ci pensa proprio, anche perché oggi e domani alla ex Dogana di Roma c’è la sua iniziativa, preparata da mesi per il lancio della candidatura. Titolo: “Piazza Grande”. Previsti anche Dario Franceschini e Paolo Gentiloni, che adesso sono in estrema difficoltà: non hanno fatto dichiarazioni a sostegno di Minniti e saranno con Zingaretti nel week end, ma anche loro riflettono, “aspettano e vedono”.

Gentiloni, che era il presidente del Consiglio quando Minniti era al Viminale, in particolare, sta elaborando una strategia “alla Veltroni”: appoggiare tutti, modello padre della patria. Che poi, vuol dire non prendere posizione.

A smuovere le cose, giovedì, era stata giovedì la lettera di 15 sindaci, tutti vicini a Renzi (da Antonio Decaro a Matteo Ricci, da Dario Nardella a Giuseppe Falcomatà) che hanno chiesto all’ex titolare del Viminale di scendere in campo. C’è chi racconta che sia stato lo stesso Minniti a sollecitare questo invito. Ma comunque non basta. Anche se molti dentro al Pd sostengono che sia ormai cosa fatta, che l’ex ministro aspetta solo il momento giusto per dare l’annuncio: “Tra poche ore, Minniti ufficializzerà la sua candidatura. La cosa è decisa”, assicura Renzi ai fedelissimi. Un modo sia per pressarlo, che per intestarsi la corsa. Non solo: l’ex segretario del Pd è specializzato nell’avvelenare i pozzi. E così, c’è chi è convinto che la sua vera strategia sia far saltare il congresso. Come? Con la moltiplicazione dei pretendenti al posto di segretario: e dunque, con Zingaretti in campo, ma anche con il candidato di Orfini, Richetti, Boccia, e chiunque altro voglia cimentarsi. L’eccesso di caos aiuterebbe a spostare il congresso a dopo le Europee. Una strategia possibile? Tutto da vedere.

Si tratta comunque di scenari che riguardano il futuro. Il presente vede un candidato – Nicola Zingaretti – che oggi si presenta nelle peggiori condizioni possibili, ma che è determinato ad andare fino in fondo, anche a rischiare la sconfitta: a sostenerlo alla Ex Dogana ci saranno anche politici come Massimiliano Smeriglio o Marco Furfaro, a sinistra dei dem. Zingaretti ha scelto “Piazza Grande” come slogan proprio per evocare uno spazio di confronto con un campo di forze politiche e sociale più largo di quello praticato dal Pd targato Matteo Renzi: dalla sinistra-sinistra si arriva a Demos, il nuovo soggetto di Mario Giro, ispirato dall’associazionismo cattolico impegnato nel sociale.

A Roma per Zingaretti arriveranno anche gli amministratori locali: il sindaco di Bologna Virginio Merola, quello di Cerveteri Alessio Pascucci, animatore con Federico Pizzarotti di Italia in Comune, o il sindaco civico di Latina, Damiano Coletta, che non viene da sinistra.

Nel frattempo, Minniti continua a riflettere: “Cerco soltanto di capire. Sono un po’ lento”, dice lui. Per fine ottobre è prevista l’uscita del suo libro: per quel momento, comunque vada, la decisione sarà presa. E ufficiale.

“A Genova si può far presto anche senza deroghe. Spazza-corrotti ok”

Raffaele Cantone ha lanciato un allarme sul decreto Genova. Per il presidente dell’Anac, a causa della deroga alle norme ordinarie prevista dal decreto sulla ricostruzione del ponte, ci sarebbe il rischio di infiltrazioni mafiose. Il Governatore della Liguria Giovanni Toti ha replicato che “non è una buona ragione per allungare i tempi”. E ora Cantone al Fatto spiega: “Il mio intervento era tecnico e mirava solo a suggerire una strada per accelerare e non certo per rallentare i lavori”.

Presidente Cantone, il governo finalmente è partito sul Ponte e lei, nominato da Renzi, vuole metterlo in difficoltà paventando i rischi di infiltrazione mafiosa per chiedere di tornare alle vecchie leggi ordinarie?

C’è sempre questo tentativo di dare una lettura politicizzata alle nostre posizioni. Ci sono abituato. Sono stato proposto da Matteo Renzi e non rinnego i rapporti con lui, ma ne ho di ottimi anche con molti esponenti M5S. Non è un caso che l’Autorità abbia un presidente che dura più dei governi, eletto con una maggioranza dei due terzi del Parlamento, peraltro io ho avuto l’unanimità. Martedì io ho avuto due audizioni. Sono stato anti-governativo al mattino su Genova e poi filo-governativo al pomeriggio quando ho parlato positivamente del decreto spazza corrotti?

Non pensa che, vista la situazione di Genova, una deroga alle normative sia necessaria per dare una risposta celere?

Io sono il primo a dire che, rispetto alla gravità dell’evento, è giustificato il ricorso a un commissario e alle procedure straordinarie. Io ho solo segnalato i rischi di una deroga che copra tutto l’ordinamento italiano tranne le norme penali.

Il fine potrebbe giustificare i mezzi, non crede?

Perfetto. Prescindiamo dai mezzi. Siamo sicuri che la deroga a tutte le leggi a parte quelle penali, ottenga il fine? Io ritengo di no. Ma sia chiaro il mio scopo è lo stesso del governo: non voglio più burocrazia ma più velocità. Penso però che, proprio per andare più veloci, una deroga così ampia sia controproducente. Il giudice, in caso di ricorsi, dovrà applicare comunque la legge comunitaria e le beghe legali poi potrebbero rallentare l’opera.

Le regole potrebbe stabilirle il commissario.

Stiamo parlando di un’opera pubblica e le regole per un’amministrazione dovrebbero essere stabilite dal legislatore. Io non penso che in materia di assegnazione degli appalti, di smaltimento dei rifiuti e di sicurezza del lavoro, il commissario possa fare come vuole. Riterrei più utili deroghe precise e limitate. E poi c’è anche un problema di filosofia generale.

Le risponderanno che le regole sono troppo complesse e rallentano le opere.

Questo messaggio è pericoloso. Le regole non sono degli ostacoli ma un ausilio a fare le opere nei modi giusti. Quelle sulle gare servono a cercare la ditta migliore. Quelle sul lavoro a tutelare la sicurezza degli operai. Non dobbiamo far passare il concetto che le cose si fanno bene solo senza regole. Altrimenti si minano i fondamenti dello Stato di diritto. La macchina consegnata al commissario in queste condizioni non avrà una marcia più spedita perché prima di partire dovrà tracciare da solo la strada da percorrere.

Lei davvero crede possibili infiltrazioni della mafia nella ricostruzione?

Tutto il sistema delle informative e delle interdittive antimafia, cioè i controlli che vengono fatti sempre dalle prefetture sulle società che vincono le gare, non sono previsti per i lavori del ponte Morandi.

Palazzo Chigi replica che le norme penali restano in vigore.

Sì ma i controlli antimafia sulle ditte sono amministrativi. E io segnalo che la Liguria non è nuova a infiltrazioni delle organizzazioni criminali. Una società ci mette un attimo a spostarsi dalla Calabria a Genova per fare il movimento terra.

Però è vero che il controllo preventivo sulle società fa perdere tempo.

Abbiamo già sperimentato un sistema veloce: per il terremoto e per Expo siamo riusciti a fare i controlli antimafia in 10 giorni. Il passato insegna: i primi camion sui luoghi del sisma dell’80 in Irpinia erano dei cutoliani. A L’Aquila varie interdittive bloccarono la camorra e per Expo sono state fatte 70 interdittive antimafia. Più di quelle fatte fino a quel momento nel Nord Italia.

Anche sulla spazzacorrotti lei ha espresso critiche.

Io condivido l’impianto generale di quel decreto. Le dirò di più, sono entusiasta per le norme sulle fondazioni. Dopo le elezioni feci un’intervista proprio al Fatto per dire che era la prima cosa da fare. Ed è stato fatto con grande coraggio. Ho segnalato solo due criticità: il Daspo a vita che resta anche sui riabilitati, per ulteriori 12 anni e soprattutto non mi convince l’impunità per chi denuncia entro sei mesi.

Non pensa che un premio a chi accusa possa rompere il vincolo tra complici?

Temo che così si possa favorire una sorta di agente provocatore per fini privati. Se volessi incastrare un tizio, ora ho lo strumento per farlo: lo alletto con proposte criminose finché non cede. Poi lo denuncio e non rischio nulla.

Ma la legge esclude l’impunità se c’è premeditazione.

Sì, ma provare la premeditazione è difficilissimo.

Qualcuno è rimasto stupito quando ha difeso il presidente Conte dalla campagna di Repubblica sul suo concorso da professore. In passato lei era stato duro con gli avvocati che fanno i commissari d’esame del collega dello stesso studio legale.

Sì e lo confermo. Il professor Conte però si è difeso sostenendo che il suo caso è diverso. Una collaborazione sporadica e anche la condivisione dell’ufficio non bastano per stabilire che vi sia la comunanza di interessi tra esaminato ed esaminatore. L’indagine giornalistica che Repubblica ha fatto, svolgendo il suo ruolo con correttezza, dimostra che il professor Conte e il professor Alpa erano codifensori in una causa e avevano lo studio nello stesso stabile. Conte sostiene di poter dimostrare che pagava separatamente il canone e anche le fatture per le parcelle erano separate. Io ho detto che questa è una difesa plausibile. Subito sono diventato filo M5S.

Grazie a una sua segnalazione è nato un procedimento penale che potrebbe portare a una condanna e alle dimissioni della sindaca Raggi.

Noi abbiamo mandato le carte in Procura perché la legge ci impone di segnalare i fatti che potrebbero avere rilievo penale. Però abbiamo anche scritto una lettera alla sindaca per segnalare che l’amministrazione ha ripreso a fare le gare con continuità a differenza delle precedenti giunte. Anche se i giornali hanno dato meno risalto a questa notizia.

Vero. Però la Giunta della Capitale potrebbe cadere, a seguito dell’eventuale condanna per falso. Lei è all’origine di tutto. Non le sembra un po’ eccessivo?

Virginia Raggi non decadrebbe comunque. La legge Severino prevede la decadenza solo per reati gravi. Non per il falso. Una condanna per un sindaco è un vulnus ma io ritengo che dipenda dal tipo: un sindaco condannato per diffamazione secondo me non si dovrebbe dimettere. Su questo caso specifico comunque non mi esprimo perché me ne sono occupato ed è una valutazione tutta politica.