Lo scrittore Antonio Scurati non ama le critiche. E così ieri in tv ha detto: il libro non è piaciuto ai giornali che sostengono il governo. Cioè noi, Il Fatto Quotidiano. Ormai la vulgata della sinistra di salotto e di establishment è questa: Il Fatto come house organ grillino. E visto che Scurati ha l’ossessione gialloverde trasposta su Mussolini, di qui la spiegazione della stroncatura nostra. In realtà il punto è un altro. Il duce scuratiano è un romanzone noioso che ha l’ambizione fallita di mettere la parola fine alla figura di Benito Mussolini, figlio del secolo. Innanzitutto, non ha una narrazione omogenea ma per quadretti che richiamano una fiction tv (ed M presto lo sarà) e poi liquida la storia della sinistra come una baruffa qualsiasi del Pd. Questo per rispondere a Scurati, che a Myrta Merlino de L’aria che tira ha precisato di aver cominciato a scrivere M tre anni fa, ben prima della cupa èra populista di oggi. Non solo. Il romanzo popolare di Mussolini è primo in classifica anche perché piace alla destra reduce e nostalgica e qui forse Scurati qualche domanda dovrebbe farsela. Altro che accusare i lettori delusi come noi dal suo tomo. Non esistono critiche militanti come ai tempi del berlusconismo e del revisionismo di Pansa. Il governo gialloverde non c’entra nulla, è solo un problema per Scurati e la sua coscienza di scrittore.
Grasso a Bersani: chi rivuole il Pd vada
Alla fine anche il placido Pietro Grasso è sbottato. A modo suo, con aplomb istituzionale, in una lettera ai compagni della finora sventurata esperienza di Liberi e Uguali: “Chi intende tornare alla sua vecchia casa politica lo faccia al più presto e ci lasci proseguire. Perché noi andremo avanti”.
Grasso parla alla “Ditta” bersaniana, che ritiene ormai prossima al rientro nella “vecchia casa” del Pd (possibilmente con Nicola Zingaretti a nascondere sotto il tappeto la polvere accumulata negli anni di Renzi). La storia degli ultimi mesi va in questa direzione: il progetto di LeU è fallito il 4 marzo con una percentuale appena superiore alla soglia di sopravvivenza del 3%. Da quel momento il cartello elettorale non si è mai trasformato in partito, diviso tra distinguo e piccole rappresaglie delle sigle che l’hanno fatto nascere (da una parte la “Ditta” di Mdp, appunto, dall’altra gli ex vendoliani di Sinistra italiana, mentre Pippo Civati e Possibile sono stati i primi a lasciare il campo).
La costituente di LeU doveva passare per un congresso in due fasi (la prima entro 30 settembre, la seconda entro il 15 dicembre), ma non è mai partita. Bersani e i suoi non vogliono un “piccolo partito di sinistra” (parole dell’ex segretario) o un “altro cartello elettorale della sinistra radicale” (Arturo Scotto) ma far nascere un “campo largo” antipopulista, espressione che spesso abbonda sulle labbra di chi non sa bene dove andare a parare.
Grasso, paradossalmente, era stato scelto come leader di LeU proprio da loro, che l’avevano cooptato nell’estate del 2017 durante la festa nazionale di Mdp a Napoli, quando era ancora presidente del Senato (eletto col Pd). Ora l’ex magistrato rompe gli indugi: “Io non ho cambiato idea – scrive – voglio contribuire a fondare un partito di sinistra, autonomo e alternativo ai partiti esistenti”. Ritiene che la base di LeU sia dalla sua parte e ne ha avuto prova dalle lettere ricevute dai militanti e dai comitati promotori di Milano, Roma, Bergamo, Varese, Forlì e Modena. Rilancia con un manifesto politico in 8 punti, dopo aver proposto nei mesi scorsi un congresso in stile “Podemos” con voto online per evitare giri di tessere e influenza dei capibastone.
E gli altri? Sinistra Italiana, con Nicola Fratoianni, concorda sulla nascita di LeU e chiede “uno spazio politico alternativo al governo e al Pd e che cerchi da subito una confluenza con tutti i soggetti interessati (De Magistris, Potere al Popolo, Varoufakis? ndr) in vista delle elezioni europee”.
Mdp pure, ufficialmente, sostiene la necessità del congresso di LeU (ma intende controllarlo ed evitare derive ulteriormente minoritarie). Intanto riunisce il coordinamento nazionale a Roma. Scrive una giovane militante furibonda su Facebook: “La convocazione arriva con una sola settimana di preavviso, in giornata e orario lavorativi. Preclude la partecipazione a chiunque non possa pagare un treno con cifre elevatissime e a tutti coloro che lavorano. È l’ennesimo schiaffo all’impegno e alla tenacia dei pochissimi ragazzi presenti nel partito”. Che non è un partito.
Casellati, il vitalizio extralarge è vietato dal Regolamento
Sul vitalizio arretrato concesso dal Senato a Maria Elisabetta Alberti Casellati per il periodo in cui è stata al Consiglio superiore della magistratura (Csm) e di cui Il Fatto Quotidiano ha dato conto qualche giorno fa, cala un’ombra pesante. Leggendo il Regolamento dei vitalizi adottato dal Consiglio di Presidenza di Palazzo Madama nel 2012 si scopre infatti che questo riconoscimento non le doveva essere accordato. Almeno stando al parere delle autorevoli fonti che hanno curato il dossier e da noi interpellate.
L’articolo 6 del Regolamento spiega infatti che “il pagamento della pensione è sospeso in caso di elezione o nomina a un incarico per il quale la legge preveda l’incompatibilità con il mandato parlamentare, ove il compenso spettante sia pari o superiore al 50% dell’indennità parlamentare”. L’incompatibilità è sancita dall’articolo 104 della Costituzione che stabilisce che i membri del Consiglio superiore della magistratura non possono far parte del Parlamento.
La Casellati infatti nel 2014 si era dovuta dimettere dal Senato per poter approdare a Palazzo dei Marescialli, dove si erogano emolumenti, tra stipendi e indennità varie, che superano, eccome, i livelli indicati dalla norma. Proprio a causa di questi paletti, la Commissione Contenziosa, organo di primo grado della giustizia domestica (autodichìa) di Palazzo Madama, aveva respinto il ricorso della presidente del Senato per reclamare le mensilità sospese della sua pensione parlamentare.
“La norma che abbiamo applicato nel respingere la sua richiesta è molto chiara: il riconoscimento del vitalizio alla Casellati si sarebbe infatti posto in aperta violazione del Regolamento sulle pensioni dei senatori”, dicono al Fatto Quotidiano fonti della Commissione che per il momento preferiscono mantenere l’anonimato.
I precedenti evidenziati dall’avvocato di fiducia della presidente, sottolineano le stesse fonti, non erano stati ritenuti meritevoli di apprezzamento essendo risalenti a periodi antecedenti all’adozione della norma restrittiva, varata dal Consiglio di presidenza del Senato il 31 gennaio 2012 proprio per fare chiarezza una volta per tutte sulla materia stabilendo il divieto di cumulo.
“Questo regolamento, che è norma di rango primario – dicono al Fatto gli estensori – rappresenta un chiarissimo spartiacque. Ed è letteralmente incredibile che la nostra decisione sia stata ribaltata in appello. Resta solo da leggere con quali argomentazioni”. E già, perché intorno alla sentenza del Consiglio di Garanzia che ha accolto le richieste della presidente Casellati permane ancora un riserbo strettissimo, come d’uso in casi particolarmente scivolosi. Così come, in attesa di informazioni precise da parte dell’interessata, permane il mistero intorno all’ammontare dell’assegno che le sta per essere riconosciuto: secondo fonti interne del Senato a conoscenza dei dettagli relativi agli anni di contribuzione effettivamente versati dall’attuale presidente per la maturazione del suo vitalizio, “il tesoretto” si attesterebbe intorno ai 360 mila euro lordi.
Una somma che ora aspetta solo di essere liquidata alla fortunata titolare dello scranno più alto di Palazzo Madama. Da chi? Dalla Ragioneria dello stesso Senato, non appena però la presidente o il suo vicario Roberto Calderoli avranno firmato il decreto per l’esecuzione della sentenza che riconosce alla stessa Casellati gli arretrati per il vitalizio sospeso durante gli anni trascorsi a Palazzo dei Marescialli tra il 2014 e l’inizio del 2018
Nei prossimi giorni, intanto, in seno all’Ufficio di Presidenza del Senato, la Casellati sarà chiamata a decidere sul ricalcolo dei vitalizi per gli ex senatori come ha già fatto, lo scorso luglio, il presidente della Camera Roberto Fico per gli ex deputati.
Gli interessati, ovviamente, già annunciano battaglia per tutelare i ricchi assegni riscossi: a decidere sui loro ricorsi sarà la solita Commissione Contenziosa, rinnovata per input della Casellati appena un paio di giorni fa. Tra i componenti due rappresentanti del personale del Senato e due giuristi esterni: l’avvocato di Tivoli Alessandro Mattoni e l’ex magistrato Cesare Martellino. Nel collegio anche Elvira Evangelista (M5S) e Simone Pillon (Lega). Presidente eletto con 5 voti a favore e 2 schede bianche (Evangelista e Pillon), Giacomo Caliendo, di Forza Italia, già sottosegretario ai tempi del Guardasigilli Angelino Alfano e del suo Lodo. A volte ritornano.
NoTav, 16 condanne e 31 anni di carcere per gli scontri del 2015
La richiesta totale delle condanne era 70 anni. Il totale di quelle inflitte dal tribunale di Torino arriva a 31. Questo, però, non basta ai No Tav che ieri hanno contestato la presidente del collegio, Diamante Minucci: “Ha dei parenti molto stretti in polizia e dubitiamo che sia davvero imparziale – hanno affermato dopo la sentenza –. È da anni che infligge pene elevatissime, persino quando i pm si pronunciano per le assoluzioni”. Sono sedici i condannati ieri per resistenza aggravata, lesioni, lancio di artifici pirotecnici e materiale esplodente, reati commessi il 28 giugno 2015 al termine di una marcia verso il cantiere della Torino-Lione a Chiomonte. Tra i colpevoli anche Nicoletta Dosio, pasionaria 73enne, condannata a venti mesi. Ieri il movimento ha contestato alcuni provvedimenti presi da questura e prefettura, come i fogli di via, l’allargamento della fascia di rispetto attorno all’odiato cantiere e le centinaia di denunce. “Le persone – sottolinea il leader Alberto Perino – non sono più libere di circolare”. In serata la giunta distrettuale dell’Anm ha difeso il giudice Minucci denunciando una “deriva antidemocratica, irrispettosa delle istituzioni e delle persone”.
L’Autorità portuale ci ripensa: “2018 in crescita”
Martedì mattina Paolo Emilio Signorini, presidente dell’Autorità Portuale di Genova e uomo di fiducia del presidente della Regione Giovanni Toti, dopo aver ascoltato le richieste del mondo economico genovese di emendare il decreto sul post Morandi, dichiarava: “Le proiezioni fatte con gli spedizionieri calcolano perdite su base annua del 20-25% per alcuni terminal. In generale, le previsioni più conservative sono fra il -6% e -10%”.
Secondo la Camera di Commercio, ci sono danni per 400 milioni dichiarati da duemila imprese della città, di cui il porto è il principale polmone economico. Il Fatto, la mattina dopo, riferiva la cosa osando rammentare la necessità di documentare qualunque pretesa risarcitoria (la delegazione suggeriva ad esempio di ristorare gli autotrasportatori a piè di lista e non a fronte di documentazione comprovante le spese supplementari) ed evidenziando lo iato fra alcune richieste dell’Autorità Portuale e lo stato dell’arte sui dati di traffico oggi disponibili: tanto più che, in tempi di risorse scarse, c’è il rischio di dirottare risorse da dove servono a dove non sono necessari.
Apriti cielo. Limitandoci al mondo politico: “Vergognoso” tuonava Toti, stigmatizzando le “offese” rivolte dal nostro giornale fra gli altri “agli operatori del porto. Disagi e perdite sono allarmanti, lo dicono i numeri”. Un “insulto alla sofferenza dei genovesi” rincarava il capogruppo in Regione del Pd, Giovanni Lunardon: si ignora “la botta che ha preso il principale porto italiano in questi due mesi (-30%) e il calo stimato nel 15% dei traffici il prossimo anno”.
Giovedì, però, al termine di una conferenza stampa, lo stesso Signorini dichiarava: “Ho sempre detto che sarei stato contento di chiudere in pari il 2018, ma le parole di Aponte e Spinelli mi fanno pensare che potremmo chiudere anche con una leggera crescita”. O a Montecitorio c’era un sosia o tutti i suoi timori sono stati spazzati via in poche ore da Gianluigi Aponte. Il patron di MSC, secondo colosso armatoriale-terminalistico al mondo, è il primo player dello scalo ligure. Il tycoon vi si è radicato quando a presiedere l’Authority c’era l’ex assessore del dem Burlando, Luigi Merlo, assunto a mandato concluso. E ha esteso la sua presenza col nuovo corso politico, dove viene accolto col tappeto rosso ad ogni comparsata.
Poco prima di Signorini, e fdavanti a Toti, aveva parlato proprio Aponte: “Grazie al tempestivo intervento istituzionale Genova non ha subito alcun contraccolpo. Se ci fosse stato un ingorgo logistico, ce ne saremmo andati, noi come gli altri. E invece siamo rimasti e Genova non ha perso un contenitore, anzi li ha aumentati”. “Il calo estivo è dovuto al rallentamento cinese e ai dazi di Trump, a ottobre recuperiamo”, gli ha fatto eco Aldo Spinelli, altro big del porto e socio di Aponte.
A quel balsamo, non solo Signorini s’è fatto più ottimista, pure Toti, funambolico, chiosava: “Il crollo del Morandi è stata una ferita dolorosissima. Ma non comporta una curva di declino per il sistema portuale genovese e ligure, che continuerà a crescere”. Un ottimismo che – stavolta lo diciamo al contrario – andrà verificato anche questo alla prova di dati certi.
Al Morandi passano tutti tranne uno: il cardinal Bagnasco
“È venuto a trovarci perfino il principe di Monaco. L’unico che non è passato qui dal ponte è Angelo Bagnasco”, allarga le braccia Pietro Tasso, sfollato del Morandi. Se ne sta come ogni giorno davanti alle transenne di via Fillak. A 200 metri da casa sua. La guarda, la coccola con lo sguardo. Il presidio della gente di via Fillak, nel cuore di quella che fu la Genova rossa e partigiana, è oggi il cuore della resistenza contro il disastro provocato dal crollo del ponte.
Qui è arrivato mezzo mondo: televisioni americane ed europee, politici di ogni colore. Tasso estrae il telefonino e agli amici mostra le foto: “Ero seduto al tavolo con il principe Alberto di Monaco. Ha bevuto un bicchiere con noi vicino ai tendoni del presidio. Fa un certo effetto vedere il Principe così, senza smoking e lontano dai riflettori. È venuto per portare 25 mila euro di donazione alla Croce. Ma è stato gentile, disponibile e non si è fatto pubblicità”.
La lista dei nomi noti che si sono presentati è interminabile: dal segretario Pd Maurizio Martina al parlamentare Ignazio La Russa. Passando ovviamente per mezzo governo: Luigi Di Maio, Matteo Salvini e Danilo Toninelli. Qualcuno è stato più riservato, altri hanno strombazzato il loro arrivo a colpi di tweet. Ma se chiedi a Pietro e agli altri sfollati la risposta è univoca: “Bagnasco no, qui non lo abbiamo visto. E ci è dispiaciuto molto”. Ma gli avete parlato per telefono? “No. Abbiamo parlato con i parroci”.
Possibile che davvero il cardinale di Genova non sia andato a visitare il ponte e il presidio degli sfollati che distano sei chilometri dalla Curia? Il cronista ha sentito diverse persone che collaborano con il Cardinale e la Curia: “È vero, il cardinale finora non è andato, ma il 2 novembre celebrerà una messa nella chiesa vicino al ponte”.
Due mesi e mezzo dopo la tragedia? “Sua Eminenza in questo periodo era molto impegnato con la Conferenza Episcopale italiana e con quella europea. È stato molto spesso lontano da Genova”, dice un suo stretto collaboratore. Un altro aggiunge: “Immagino non abbia voluto interferire con le operazioni di emergenza”, aggiunge un altro. Ma l’assenza del cardinale era già stata notata, a mezza voce in una città che in questo momento non vuole polemiche, anche il 14 settembre. Un mese dopo la tragedia Genova si era ritrovata in piazza De Ferrari per ricordare le 43 vittime del crollo. C’erano tutti, dal premier Giuseppe Conte (che arrivò sventolando il decreto alla cerimonia) al Governatore Giovanni Toti, passando per il sindaco Marco Bucci.
Ma di Bagnasco – che dalla cattedrale San Lorenzo avrebbe impiegato un minuto a piedi – neanche l’ombra. In sua rappresentanza era stato mandato il giovane vescovo Nicolò Anselmi, una figura molto amata. Ma più d’uno storse la bocca quando il vescovo disse: “Bagnasco avrebbe voluto essere presente, ma aveva impegni importanti con la Conferenza Episcopale europea”.
La Curia, interpellata dal cronista, ci tiene a ricordare: “Purtroppo Sua Eminenza nei giorni della commemorazione era in Polonia per un incontro anche con il capo dello Stato. È stato via una settimana. Ma aveva già officiato i funerali delle vittime”. Vero. Bagnasco in quell’occasione aveva pronunciato una frase che è rimasta impressa in chi viveva sotto al ponte: “Genova non si arrende, è l’ora della grande vicinanza”.
In attesa della messa per i defunti, fra tre settimane, però gli sfollati di via Fillak e la gente della Valpolcevera invece dell’immaginetta di Bagnasco devono accontentarsi di un selfie con il principe Alberto.
Stupro alla tendopoli Il Baobab denuncia e Salvini provoca
Un tunisino 20 anni, già sottoposto a divieto di dimora a Roma, è stato fermato dai carabinieri nella notte tra giovedì e venerdì nella Capitale per violenza sessuale, lesioni e sequestro di persona. È accusato di aver abusato di una cittadina slovacca di 38 anni nella tendopoli nei pressi della stazione Tiburtina, gestita da Baobab Experience, punto di riferimento totalmente autogestito per i migranti a Roma. La donna ha sporto denuncia ai carabinieri di piazza Dante raccontando che il giovane, da pochi giorni alla tendopoli, l’ha convinta a entrare nella sua tenda e, dopo averle fatto bere, ha abusato di lei e l’ha colpita a bastonate. Solo la mattina dopo è riuscita a scappare. Il ministro Matteo Salvini se l’è presa con gli attivisti del Baobab: “Non hanno detto nulla, forse perché troppo impegnati a dare solidarietà al sindaco arrestato di Riace o a criticare il Decreto sicurezza” e ha invocato “la castrazione chimica” per gli stupratori. Dal Baobab in realtà hanno reso nota la vicenda, dicono di essere “sotto shock”: “Al dolore e alla rabbia per un’altra violenza sulle donne da parte di uomini, si aggiunge la frustrazione di gridare nel deserto da mesi e di essere lasciati completamente soli con più di 200 persone”.
Nel 2009 solo “il Fatto” puntò su quella foto
“Stefano, 31 anni, chi lo ha ridotto così?”. Se lo chiedeva il Fatto Quotidiano in edicola il 30 ottobre 2009, pubblicando in prima pagina il volto tumefatto di Stefano Cucchi. Quella foto l’aveva diffusa il giorno prima la sorella Ilaria, che aveva organizzato una conferenza stampa al Senato assieme a una manciata di parlamentari, tra cui i radicali e Luigi Manconi. Ilaria consegnò a tutte le testate presenti le immagini del cadavere del fratello, con la speranza che servissero a fare luce su quella che non poteva essere una morte accidentale avvenuta in carcere.
Ma mentre quel 30 ottobre il Fatto dava risalto alle foto di Stefano, tra gli altri quotidiani nazionali soltanto il manifesto apriva la prima pagina con la denuncia di Ilaria, scrivendo un eloquente “Ammazzato” sotto a un primo piano di Cucchi.
Nonostante le foto diffuse da Ilaria, quasi tutte le testate preferirono relegare la notizia nelle ultime pagine, senza neanche pubblicare le foto più macabre, come quelle dei grossi ematomi viola attorno agli occhi di Stefano.
Il Corriere della Sera, per esempio, che ieri ha aperto la sua edizione con le dichiarazioni del carabiniere Francesco Tedesco, allora non trovava posto per la notizia se non a pagina 14: un articolo corredato da una piccola foto della schiena di Stefano coperta di lividi.
Stessa scelta del Messaggero, che ha dato risalto in prima pagina alla testimonianza di Tedesco e che pure aveva pubblicato la notizia della morte di Stefano ancor prima della conferenza stampa della sorella. L’articolo sulla denuncia di Ilaria, quel 30 ottobre 2009, era finito in una spalla a pagina 11, arricchita soltanto da una piccola foto della schiena di Cucchi. Si trattava forse di immagini troppo cruente? Può darsi, come d’altra parte scrisse allora il Secolo d’Italia, giornale dell’ex Alleanza nazionale confluita nel Popolo della Libertà, che parlò di immagini “raccapriccianti, impubblicabili” all’interno di un articolo che ricostruiva la vicenda. Ma in quel caso non si spiegherebbe perché, col passare degli anni, l’immagine del volto di Stefano sia stata a più riprese pubblicata su quegli stessi quotidiani che inizialmente non la vollero mostrare.
Anche chi lesse Repubblica, all’epoca, non poté trovare sul giornale le immagini più impressionanti, di cui il quotidiano diede conto a pagina 26 con un articolo e un’intervista a Ilaria, mostrando due piccole immagini del corpo di Stefano senza pubblicare il volto coperto di lividi . E se ieri La Stampa titolava in prima: “Cucchi, carabiniere confessa il pestaggio”, con annessa foto di Ilaria e di Stefano, nella stessa prima pagina di quel 30 ottobre la vicenda non trovava spazio, né le foto furono pubblicate all’interno del giornale.
Ma se quasi tutti hanno poi avuto tempo e modo di rivalutare l’importanza del caso, c’è anche chi si è mantenuto coerente nel corso degli anni, senza cambiare idea. Su Libero, per esempio, il tempo sembra non esser mai passato: ieri come nove anni fa, Stefano Cucchi non merita una riga in prima pagina. Il miglioramento, a volerlo trovare, è all’interno del giornale, perché dalle 477 battute senza foto del 30 ottobre 2009 siamo passati adesso a un articolo di apertura a pagina 13. Piccoli passi in avanti.
“Finalmente nessuno può accusarmi di aver detto il falso”
Dicembre 2015, la Squadra mobile di Roma intercetta una lite al telefono tra Raffaele D’Alessandro, uno dei carabinieri accusati di aver ucciso di botte Stefano Cucchi e l’ex moglie Anna Carino. Quell’intercettazione, a 6 anni dalla morte del giovane geometra, fu importante per arrivare al processo, che si sta celebrando a Roma, ai carabinieri imputati a vario titolo di omicidio preterintenzionale e di aver protetto i responsabili. Anna Carino fino a tre anni fa era rimasta in silenzio, ma chiamata dal pm Giovanni Musarò si decide a raccontare quello che l’ex marito, padre dei suoi due figli, le aveva confidato pochi mesi dopo la morte di Cucchi: aveva partecipato al pestaggio mortale dopo l’arresto per droga. “Di fronte ai miei rimproveri, mi rispose: ‘Quello era un drogato di merda’”, ha confermato ai giudici il 12 giugno scorso.
La svolta di mercoledì, con la confessione di uno dei carabinieri coinvolti, Francesco Tedesco, rivelata dal pm Musarò in aula, l’ha sorpresa: “Mai l’avrei potuta immaginare. Finalmente nessuno può più dire che non ho detto la verità”, sospira al telefono. “È stato difficilissimo parlare e ancora adesso non è facile. Mio figlio di 10 anni non sa niente, ma il più grande, di 12, ha capito. Sa, perché ha visto il telegiornale. Ora è sofferente, non vorrebbe credere che suo padre ha fatto realmente una cosa del genere. Non so nemmeno io cosa dire, non è un bel discorso da fare a un figlio, cerco di non parlarne”.
I suoi figli hanno un rapporto con il padre?
Sporadico. Lui vive in provincia di Caserta, li vede un weekend ogni due mesi circa con i suoi genitori. Non è che sia un rapporto… Dovrebbe essere diverso, ma non lo è mai stato.
Lei ha parlato perché chiamata dal pm, lo rifarebbe?
Assolutamente sì, anche perché nascondere la verità è molto brutto, si sta male. Non è facile nascondere una cosa così importante. Mi sono tenuta questo peso per tanti anni, tranne con mia mamma, a lei avevo raccontato tutto.
Come ha reagito sua madre?
Era scioccata per quello che aveva fatto il mio ex marito.
Come si convive con una tragedia così: il padre dei suoi figli aveva picchiato insieme ad altri carabinieri un ragazzo che è morto in seguito a quelle botte….
Già! non è una bella sensazione (piange, ndr). Sono nauseata.
Dopo aver parlato del suo ex marito con il pm come si è sentita?
Da una parte più leggera perché mi sono tolta un peso dicendo la verità e dall’altra parte dispiaciuta perché è il padre dei miei figli. È ovvio che mi dispiace.
Il suo ex marito l’ha sentito?
Non ho rapporti, ho solo contatti al minimo in merito ai figli.
Lei ha voluto incontrare Ilaria Cucchi oltre due anni fa. Com’è andata?
Prima ho parlato con il pm e poi l’ho cercata. L’ho voluta incontrare perché sentivo il bisogno di chiederle scusa di persona per non aver parlato prima.
Ilaria com’è stata nei suoi confronti?
Dolcissima, gentilissima. Mi ha ringraziato, ha capito la mia difficoltà, la motivazione del mio silenzio.
Un detenuto: “Erano in due. Un altro cercava di fermarli”
I primi riscontri alle rivelazioni di Francesco Tedesco per i magistrati capitolini sono contenuti nelle parole di Luigi Lainà, romano, ancora oggi detenuto ma che nell’ottobre del 2009 incrocia per qualche ora Stefano Cucchi in una cella del Centro clinico di Regina Coeli. La testimonianza di Lainà converge con quanto raccontato da Tedesco, uno dei tre carabinieri accusati di omicidio preterintenzionale, il quale nel giugno scorso ha depositato una denuncia accusando i colleghi Raffaele D’Alessandro e Alessio Di Bernardo, del pestaggio durato fino al suo intervento. Circostanza che, a suo dire, era stata riferita anche all’allora comandante della stazione Appia Roberto Mandolini (ora a processo per calunnia), e finita in un’annotazione di cui non è rimasta traccia.
Anche Lainà racconta di aver saputo da Cucchi che le cose andarono in questo modo, ma non fa i nomi dei carabinieri ai quali si riferiva il geometra.
Il detenuto viene interrogato durante il processo a carico dei cinque carabinieri in corso in Corte d’assise d’appello il 20 marzo scorso. In aula racconta di aver visto Cucchi la prima volta a mezzanotte del 16 ottobre, quando viene arrestato per detenzione e spaccio di stupefacenti. “Era gonfio come ’na zampogna”, dice Lainà in aula. E poi aggiunge: “C’aveva dei colori strani: viola, verde, giallo”. Il giorno dopo, Lainà rivede Cucchi nella cella numero 6: “M’ha detto: ‘So stati du’ carabinieri’, non in divisa, di quelli che gli avevano fatto l’arresto (…). In borghese. Poi dice che è venuto un ragazzo che non era ai livelli loro di esperienza, me sà che era un ausiliario del cavolo… e gli ha detto de farla finita che lo stavano a massacrà de botte”.
Il pm Giovanni Musarò chiede una precisazione: “Visto che Cucchi è passato in due diverse stazioni dei carabinieri, le ha precisato in quale è avvenuto questa?”. E Lainà: “La prima (…) Così ha detto”. Ossia la stazione Appia, dove erano in servizio i carabinieri ora accusati di omicidio preterintenzionale. E quella notte, secondo la ricostruzione dei pm, D’Alessandro e Di Bernardo erano in borghese.
Ma c’era un terzo carabinieri che sarebbe intervenuto. “Questo qua – aggiunge Lainà in aula – ha visto ’sto pestaggio (…) è andato a chiamà qualcuno più graduato”.
Francesco Tedesco davanti ai pm dice di essere stato lui a intervenire per fermare i due colleghi.
Il 9 luglio davanti al Procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone e al pm Musarò racconta: “Cucchi e Di Bernardo ricominciarono a discutere e iniziarono a insultarsi, per cui Di Bernardo colpì Cucchi con uno schiaffo violento in pieno volto. Allora D’Alessandro diede un forte calcio al Cucchi con la punta del piede, all’altezza dell’ano. Nel frattempo io mi ero alzato e avevo detto: ‘Basta, finitela! Che cazzo fate! Non vi permettete!’. Ma Di Bernardo proseguì nell’azione, spingendo con violenza Cucchi e provocandone una caduta in terra sul bacino, poi batté la testa. Fu un’azione combinata. (…) Nel frattempo io mi alzai, spinsi Di Bernardo, ma prima che potessi intervenire D’Alessandro colpì con un calcio in faccia (o in testa) Cucchi, mentre questi era sdraiato in terra”.
Per gli investigatori, le parole di Tedesco (che dovrà ribadire la sua versione in aula) trovano riscontro nella circostanza raccontata in precedenza da Lainà (anche se quest’ultimo non fa i nomi dei carabinieri ai quali si riferiva Cucchi).
Ma contestualmente al processo in corso in primo grado, proseguono le indagini dei pm. Due i nuovi filoni aperti: in un caso si punta a chiarire chi ha tentato di nascondere la verità, a partire dalla sparizione dell’annotazione scritta da Tedesco per segnalare il pestaggio. Si indaga, contro ignoti, per soppressione di atti pubblici. Un secondo fascicolo invece riguarda gli accertamenti su presunti atti falsificati. Indagati per falso ideologico quattro carabinieri.
Tra questi Francesco Di Sano, della stazione di Tor Sapienza, e il comandante della stessa caserma Massimiliano Colombo. I pm stanno cercando di capire se vi furono eventuali comunicazioni con i superiori dell’epoca. Questo filone d’indagine è stato avviato dopo l’audizione in Corte d’assise d’appello di Di Sano.
Rispondendo alle domande del pm, il militare il 17 aprile scorso ha ammesso di avere modificato l’annotazione di salute di Cucchi: “Mi chiesero di farlo perché la prima era troppo dettagliata. Non ricordo per certo chi è stato, ma posso dire che si è trattato di un ordine”.