Cucchi, i buchi dell’Arma sul “rapporto Tedesco” mai arrivato in Procura

C’è un fatto certo. Ed è proprio la sua certezza a evidenziare nella gestione della vicenda Cucchi, all’interno dell’Arma dei carabinieri, una lunga scia d’incongruenze. Il fatto certo è che il 22 ottobre 2009 – Stefano Cucchi viene arrestato tra il 15 e il 16 e muore proprio il 22 – il carabiniere Francesco Tedesco redige una relazione di servizio che viene protocollata nella stazione Appia. Il fatto è certo perché, alla riga 79 del fascicolo, è tuttora scritto: “Annotazione del 15 ottobre 2009 – arresto Cucchi”. Un’annotazione c’era. Ed è sparita. A rivelarlo è Tedesco, che finalmente ritrova la memoria, dopo 9 anni, nei quali aveva dunque omesso e mentito. La relazione – dice al pm il carabiniere, anch’egli imputato di omicidio preterintenzionale – segnalava “l’aggressione subìta da Cucchi”. Tedesco “denunciava” i colleghi Raffaele D’Alessandro e Alessandro Di Bernardo che, durante il pestaggio, aveva cercato di bloccare. Il comandante della stazione avrebbe dovuto trasmettere la relazione “senza ritardo” alla Procura. Ma in Procura non giunse nulla. Ma allora: chi – e perché – fece sparire quella relazione? E com’è possibile che nessuno – all’interno dell’Arma – si sia accorto della manomissione? Analizziamo le incongruenze di questa storia.

Per prassi, le relazioni di servizio, che contengono una notizia di reato, vengono consegnate direttamente al comandante di stazione. Tedesco sostiene di averla depositata in un “fascicolo, conservato in un armadio, posto di fronte all’entrata della caserma e accessibile a tutti”.

Non è esattamente la procedura prevista dal regolamento. Fonti qualificate – che proteggiamo con l’anonimato – assicurano al Fatto che Tedesco la depositò nel fascicolo alla presenza di un piantone. E il piantone potrebbe testimoniare. Anzi due piantoni. Tedesco, giorni dopo, torna a consultare il fascicolo, che è sempre presidiato, scoprendo che “le due annotazioni sono scomparse”. E inizia ad “avere paura”. S’informò – magari proprio con il piantone – per capire se il fascicolo fosse stato consegnato al comandante? Sarebbe una curiosità spontanea. Ma nel suo racconto non v’è traccia né del piantone né di domande. Proseguiamo.

Tedesco dice che, della relazione di servizio, era al corrente il collega Vincenzo Nicolardi che gli “consigliò” di scriverla. Facciamo due conti. Se aggiungiamo la manina che l’ha fatta sparire, i due piantoni e – non potendo escludere che l’abbia ricevuta – il comandante della stazione, nella caserma potrebbero sapere almeno in sei. Quanti carabinieri operano in una stazione di queste dimensioni? Tra i 15 e i 30. In sei, tra loro, se la versione di Tedeschi è vera, potrebbero conoscere la verità. Ma la notizia si ferma lì. Eppure, pochi giorni dopo, nel novembre 2009, secondo gli atti della Procura di Roma, “tutti i carabinieri coinvolti, in qualsiasi modo, nella vicenda Cucchi”, vengono “convocati” al “Comando gruppo carabinieri di Roma” e “sentiti dal comandante provinciale, generale Vittorio Tomasone”. Tutti tranne Tedesco. Strano.

Alla riunione sono presenti il comandante del gruppo, colonnello Alessandro Casarsa, e i comandanti delle compagnie Casilina e Montesacro, i colonnelli Paolo Unari, e Luciano Soligo. Alcuni hanno fatto una brillante carriera: Tomasone è generale di corpo d’Armata e Casarsa, generale di Brigata, oggi comanda i Corazzieri che proteggono il Quirinale. Della relazione, hanno assicurato al Fatto, non seppero mai nulla. Altrimenti avrebbero denunciato. Nella riunione in cui si occuparono della vicenda Cucchi era presente anche il maresciallo Mandolini. Il destinatario, stando alla versione di Tedesco, della relazione fantasma. Mandolini sostiene di non esserne mai stato a conoscenza. E tutta la catena gerarchica, come abbiamo detto, dice di non averne mai saputo nulla. Del resto Tedesco, che pure avrebbe potuto rivelare l’esistenza del documento, non è tra i presenti. L’indagine interna non dà alcun frutto. C’è un’altra occasione per svelare l’esistenza di questa relazione. O meglio: l’inesistenza. La Procura nel 2015 chiede al Comando provinciale dei carabinieri di trasmettere una lunga serie di atti. Tra questi, le “relazioni di servizio sottoscritte dai carabinieri coinvolti nell’arresto di Cucchi”. Tedesco incluso.

Il carabiniere che consulta l’elenco delle annotazioni di servizio, però, è stranamente disattento: gli sfugge che, alla riga 79 del fascicolo, c’è scritto “Annotazione del 15.10.2009 – arresto Cucchi”. Se l’avesse cercata, avrebbe trovato solo un foglio bianco. Niente di più. Avrebbe dovuto segnalarlo ai superiori e alla Procura. Ma anche in questo caso nessuno nota nulla. Anzi. Il maresciallo Emilio Buccieri, comandante della stazione sin dal 2009, dice al pm Musarò di averlo scoperto, sì, ma solo a luglio, dopo la richiesta della Procura. Mai prima. E trasecolando commenta: “È evidente che qualcuno l’ha prelevata”. Ed è evidente che l’Arma non se n’era mai accorta.

Autorità dipendenti

Avendola difesa dagli assalti di B., di Re Giorgio e di Renzi, siamo felicissimi quando qualcuno cita la Costituzione. E, quando la cita il presidente della Repubblica, siamo entusiasti. Avremmo preferito che la tenesse a mente quando sponsorizzò la controriforma Renzi-Boschi-Verdini, poi rasa al suolo dal popolo italiano, e quando firmò una legge elettorale incostituzionale, l’Italicum, senz’accorgersi che valeva solo per la Camera nella speranza (poi rivelatasi illusione) che gli elettori abrogassero l’elettività del Senato. Se ne accorse quand’era troppo tardi: cioè quando, bocciato dagli italiani il Senato dei nominati e bocciato dalla Consulta l’Italicum per la Camera, i due rami del Parlamento si ritrovavano (grazie alla sua sciagurata firma sull’Italicum) con due leggi elettorali diverse. Allora prese a reclamare l’“armonizzazione” dei due sistemi creati proprio dalla sua scriteriata firma. Vabbè, acqua passata. Giovedì Mattarella, ricevendo alcune scolaresche, ha monitato in difesa delle “autorità indipendenti” che, secondo alcuni, sarebbero sotto attacco del governo giallo-verde, ansioso di metterle al proprio servizio. Giorgio Meletti ha già spiegato, testo alla mano, che Mattarella – in barba a quanto scritto da giornali, agenzie di stampa e siti vari – non ha mai detto che “la Costituzione tutela le autorità indipendenti”. La Costituzione non le nomina mai (sono nate molto dopo il 1948) e Mattarella, ex giudice costituzionale, lo sa benissimo.

Infatti s’è limitato a osservare che in Italia “c’è un sistema che si articola nella divisione dei poteri, nella previsione di autorità indipendenti, non dipendenti dagli organi politici, che governano aspetti tecnici a prescindere dalle scelte politiche, a garanzia di tutti”. Poi i soliti ventriloqui, esegeti e corazzieri, citando le solite fantomatiche “fonti del Quirinale”, ci hanno spiegato il vero significato dell’oracolo: ce l’aveva con Di Maio e Salvini che avevano attaccato Juncker, Moscovici & C. per le critiche al Def e la Bankitalia e il Fondo monetario internazionale per i niet alle riforme della Fornero e del Jobs Act. Se così fosse, significherebbe che Mattarella considera “autorità indipendenti” la commissione Ue, Bankitalia e il Fmi. Che non sono né autorità né indipendenti: il primo è il governo d’Europa, oggi (ancora per poco) imperniato su una maggioranza Ppe-Psoe; la seconda è la nostra banca centrale, di proprietà di banche private; il terzo è un organismo internazionale – espressione di 189 Paesi fondatori, per nulla indipendente, né democratico, né trasparente – che si occupa di monete e mercati.

Lo sanno tutti, Mattarella in primis, che le nostre “autorità indipendenti” sono Consob (che deve vigilare sulla Borsa), Antitrust (concorrenza nei mercati), Agcom (libertà e pluralismo nelle comunicazioni) e Garante della privacy. O meglio: che siano “autorità”, lo dice la legge. Che debbano essere indipendenti, pure. Ma che lo siano davvero, o che lo fossero fino all’avvento dei barbari populisti, Mattarella può raccontarlo ai nipotini come fiaba della buona notte. Salvo rare eccezioni del passato remoto, sono uffici di collocamento per politici trombati o amici loro. In Consob regnarono gli andreottiani Piga e Pazzi (poi arrestato per Tangentopoli), Cardia (ex sottosegretario del governo Dini, con un figlio consulente della Bpl di Fiorani che la Consob avrebbe dovuto stoppare nelle scalate bancarie dei furbetti), Vegas (deputato e viceministro di FI) e Nava (scelto da Gentiloni e poi fuggito per palese incompatibilità). Al vertice dell’Agcom sono passati il demitiano Santaniello, il socialista Cheli, il berlusconiano Calabrò, fino all’attuale presidente, il montiano Cardani, affiancato da Martusciello (ex venditore di Publitalia, ex deputato e sottosegretario di B.), Preto (già capogabinetto di Tajani e consulente-coautore di Brunetta), Nicita (quota Pd, vicino a Orfini, Franceschini e Letta jr.) e Posteraro (amico di Casini). Alla Privacy, dopo gli anni d’oro di Rodotà, arrivarono il prodiano Pizzetti, l’ex governatore forzista calabrese Chiaravalloti; e ora c’è Soro, dermatologo ed ex deputato Pd, assistito dalla giudice Iannini (moglie di Vespa), dalla leghista Bianchi Clerici (ex Cda Rai condannata dalla Corte dei Conti) e la prof. Califano (amica della Finocchiaro). All’Antitrust, oltre a giuristi indipendenti come Saja e Tesauro, sedettero noti dipendenti come Amato (dal Psi al Pd), Guazzaloca (FI), Pilati (quota FI), Catricalà (quota Letta sr.), fino all’attuale Pitruzzella (amico di Schifani e Cuffaro).

In che senso questi signori sarebbero “indipendenti”? E da chi? Mai mosso un dito contro i conflitti d’interessi, le concentrazioni editoriali, le violazioni del libero mercato, del pluralismo e della privacy (quelle vere). E perché mai Mattarella dovrebbe difenderli? E da chi, poi, visto che nessuno li ha attaccati? Forse il presidente voleva difendere Bankitalia: peccato che non sia un’autorità indipendente e che, a farla fuori dal vaso, non sia chi la critica, ma essa stessa, che non ha poteri di vigilanza sul governo né deve permettersi di porre veti sulle leggi (competenza di Parlamento e governo). Dovrebbe vigilare sulle banche, possibilmente prima che falliscano. E, se non lo fa, dovrebbe cambiare governatore: ma Visco, che aveva così ben vigilato su Mps, Etruria e le banche venete, fu confermato proprio da Mattarella un anno fa. Con chi ce l’aveva, dunque, la sibilla quirinalizia? La risposta non può essere cha una: con la presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati, beccata dal Fatto a cena da B. per concordare la nuova Antitrust, ovviamente dipendente dal trust. Ma nominare la Casellati, davanti a tutti quei minori facilmente impressionabili, pareva brutto.

Un viaggio coloratissimo in 10 mondi: un annulla perché

Un annulla perché di quelli che ogni genitore aspettava. Ma, soprattutto un libro illustrato che è un mix tra treni e navi da smontare o musei da visitare: una vera e propria manna dal cielo per salvarsi da qualsiasi domanda dei più piccoli. Ma è anche un po’ “Ci vuole un fiore” di Gianni Rodari. Visto che alle illustrazioni del “mondo a fette”, l’autore, Agostino Traini somma filastrocche davvero rodariane. C’è la motonave, l’idrovolante, il sottomarino, il grattacielo, il castello e finanche il Teatro dell’Opera. Dieci piccoli mondi abitati da persone al lavoro, ognuno ben disegnato nel suo magico ruolo o professione. Ognuno facilmente identificabile e soprattutto rintracciabile, quando alla fine del libro un indovinello chiede ai lettori di ritrovare le figure lì ridisegnate in grande all’interno del libro che hanno appena finito di sfogliare. Si ritrovano così dettagli e personaggi delle pagine, con il loro nome corrispondente.

E per concludere, per rispondere coerentemente alla domanda che certamente sarà scaturita ai bambini, cioè: “chi ha disegnato questo libro?” Traini si autoracconta in immagini e parole in una tavola biografica in cui spiega anche la bellezza del suo mestiere. E la soddisfazione per la stampa del libro da lui creato. Soddisfazione condivisa da chi l’ha acquistato e da chi lo legge.

 

Jonas Fink e tutte quelle vite mancate che la Storia non ha permesso di vivere

Vittorio Giardino è un tipo strano: uno che lascia una carriera da ingegnere per fare fumetti e che si prende una pausa di vent’anni per finire un graphic novel in tre parti che aveva iniziato nel 1991. Ma Giardino, 72 anni, può permetterselo perché è il più grande di tutti, disegnatore leggiadro e narratore potente, capace di intrecciare trame complesse, documentatissime, ma fluide e appassionanti. Giardino ha prodotto molti fumetti importanti, Jonas Fink – Una vita sospesa, il volume che raccoglie le tre parti del romanzo, si inserisce tra i suoi capolavori. Quella di Jonas è la storia di Praga, della Cecoslovacchia comunista, ma è anche la storia di tutte quelle vite rimaste incompiute, di quei talenti inespressi soffocati dalla mancanza di libertà. Il padre di Jonas sparisce in carcere, era un “nemico del popolo”, borghese, intellettuale, ebreo, e così Jonas e sua mamma sono costretti a vivere di stenti, custodendo libri proibiti sotto il letto. Jonas, quasi per contrappasso, diventerà libraio, mai come sotto i regimi repressivi la letteratura trova il proprio valore sovversivo. Però quelle di Jonas e dei suoi amici che si trovano a leggere poesie di nascosto non sono vite di protagonisti. Giardino ci ricorda che per la Storia siamo tutti comparse: Jonas attraversa la primavera di Praga, nel 1968, ma la sua priorità è la vecchia fiamma Tatiana più che i carri armati sovietici, poi fugge in Francia. Senza la libertà non c’è lieto fine possibile, anche la caduta del Muro di Berlino non riscatta le vite soffocate dalla cappa comunista. Il capolavoro di Giardino è restituire la malinconia di un secolo perduto, per Praga, per i suoi protagonisti, per ogni vita che non ha realizzato il suo potenziale. Tornare indietro non si può, ma omaggiare con rispetto queste vittime dimenticate resta un imperativo per tutti.

 

 

Che incanto le streghe d’avanguardia

“Che la mia ultima magia mi trasformi/ In una statua di me stessa in corpo vivo!”: questo che potrebbe sembrare un incantesimo è in realtà un verso della poesia L’ultimo sortilegio di Fernando Pessoa. Eh già, perché a cavallo tra Ottocento e Novecento – quando l’Europa viene come colta dal fascino dell’occulto – anche il poeta lusitano si appassiona all’esoterismo, che nel frattanto riverbera in tutte le arti. I segni di una tale fascinazione nelle produzioni figurative sono ottimamente rintracciati e messi insieme all’interno dell’importante mostra Arte e Magia. Esoterismi nella pittura europea dal Simbolismo alle Avanguardie Storiche a Rovigo, Palazzo Roverella (29 settembre-27 gennaio 2019). Curata con dettaglio storiografico da Francesco Parisi, l’esposizione testimonia come l’esoterismo non fu la moda di pochi visionari, ma un movimento che seppe toccare (proprio come Pessoa nella poesia) moltissimi artisti noti e meno noti. Sfila, così il futurista Giacomo Balla – in mostra con Primaveris (1920) e Pessimismo e Ottimismo n. 4 (1923), in cui rappresenta il principio di tutte le cose con colori freddi e forme che si intersecano – in compagnia di Vasilij Kandinskij e le sue geometrie astratte nello spazio infinito in Rosso in una forma appuntita (1925) e Bastoncino nero (1928) con cui legge ciò che lo attornia. Ma l’esoterismo chiede all’uomo una continua rinegoziazione della realtà, così Fila di undici pioppi in rosso, giallo, blu e verde (1908) dell’olandese Piet Mondrian è solo all’apparenza un paesaggio mentre in realtà è un presagio: l’impasto di colori può suggerire tanto una nuova alba quanto un’apocalisse imminente.

Ovviamente, una sezione della mostra è dedicata a streghe, maghi e diavoli. E non dovrà stupire la dovizia di opere, se pensiamo che, forse, lo stesso Giovanni Verga si sia in parte ispirato al quadro La Strega di Michele Cammarano (1865) per il personaggio de La Lupa. Come la protagonista della novella verghiana, Cammarano raffigura una donna selvaggia, gli occhi spiritati, fiera, i capelli ricci e indomabili che a piedi scalzi procede nella campagna. Insieme a Cammarano, molti altri artisti obliati, riconsegnati da questa mostra al grande pubblico – come Alberto Martini, Gaetano Previati (che aveva illustrato alcuni racconti di Allan Poe), Achille Scalzi –, dialogano agilmente e meritatamente con Paul Klee, Jean Deville, Eugène Grasset e Auguste Rodin, la cui scultura Il succubo (1889) incute insieme erotismo e terrore.

Arte e Magia Esoterismi – Rovigo, Palazzo Roverella, fino al 29.1

Omicidio piccolo borghese in villetta: le sfumature grigie del noir di Tuzzi

Si ammazza soprattutto per soldi o passione, rifletteva banalmente il christiano Hercule Poirot, in gialli per eccellenza conservatori, in cui gli assassini non hanno i calli alle mani. Ma le sfumature del delitto sono infinite e riflette Norberto Melis, vicequestore a Milano, con l’amata Fiorenza: “‘Ricomporre l’infranto come nei più banali romanzi gialli’ borbottò lui. ‘Peccato che invece la vita sia un noir, un noir sporco dove a volte è davvero difficile pensare che esistano i buoni e i cattivi: si è tutti inguaribilmente corrotti’. Sospirò. ‘Il verme è dentro, e non si vede’”.

Dalle dimensioni e dal colore del “verme” dipende poi la scrittura del noir. Perché quando la vita diventa “incancrenita tristezza” non c’è poema ma solo “grigia triste prosa”. Al solito offre tantissime suggestioni non solo letterarie, l’ultimo, superbo romanzo di Hans Tuzzi, tra i migliori scrittori italici e inventore della serie di Norberto Melis, ambientata nella Milano degli anni Ottanta. La vita uccide in prosa, recita dunque il titolo, e a essere ucciso nella sua villetta da piccolo borghese è un cinquantenne che lavora al Catasto, avido e anonimo milanese che scrive lettere su lettere al condominio e contesta ogni multa. Il nome è Maggiorino Agosti. Gli hanno sparato. Viveva con il padre disabile. Poi però viene fuori che il papà non è il papà, ma un clochard preso per strada, e che la moglie di Maggiorino è morta per un incidente domestico, diciamo così, con il cranio fracassato. Tuzzi si diverte cupamente con i luoghi comuni della nostra società moderna e stavolta non ci si consola con gli odori di pietanze prelibate. Il mistero di Maggiorino nasconde troppi vermi. Al lettore scoprirli.

 

Gregor aveva le ali Kafka e Bovary riletti da Nabokov

Prima del successo perturbante e epocale di Lolita, Vladimir Nabokov aveva scritto migliaia di pagine di appunti sulla struttura di alcuni romanzi e racconti; niente sociologismi, niente psicoanalisi (“quella miscela alla moda di sesso e mito che tanto attrae le menti mediocri”). Solo la fulgida realtà del capolavoro, con le sue sottotrame e i suoi simboli, le ossessioni degli autori e dei personaggi dentro la miniera dei loro simboli nascosti: lo “squisito ricamo artistico” di Jane Austen, il “mistero toccante” di Dickens, e poi Proust, Joyce, Stevenson, e naturalmente Flaubert e Kafka, per Nabokov diamanti di una corona preziosa.

Oggi la casa editrice Adelphi riporta alla luce per i lettori italiani questo tesoro inestimabile, le Lezioni di letteratura che Nabokov tenne dal 1941 al ’48 alla Cornell University, a cura di Fredson Bowers con la traduzione di Franca Pece. Le pagine che Nabokov dedica a Madame Bovary sono ciò che di più splendido e iridescente, lucido, acuto, profondo e senza sconti sia dato di leggere in critica letteraria. È come avere tra le mani una scatola di lacca rossa e azzurra – il capolavoro di Flaubert – e lasciarsi guidare nella sua apertura dalla voce clinica e innamorata di Nabokov. Egli non distrugge l’oggetto con la lucidità, come farebbe il cinico con l’amore; piuttosto, ci dischiude la meraviglia esotica e provinciale di quella patetica tragedia d’amore, rossa per la dozzinalità del sentimento, azzurra come la boccetta dell’arsenico, con la capacità propria dei geni di non distruggerne l’incanto, ma di moltiplicarlo. Così apprendiamo che Emma è intelligente, ma ha un’anima mediocre. In fondo, è una borghese che sogna la nobiltà e cela le sue aspirazioni dietro una rozza praticità contadina. Charles Bovary, il medico marito, è un uomo senza fascino, dai gusti convenzionali; eppure, è l’unico toccato da qualcosa di divino: la capacità di amare.

La lezione sulla Metamorfosi di Kafka è raggelante, febbrile, eppure clemente, un momento di pura magia letteraria in cui uno dei più grandi scrittori del mondo, dentro una classe di studenti, si dedica alla cura di quel “povero ragazzo spacciato” (come Kafka definisce un suo personaggio in Un medico di campagna) e al riconoscimento della sua superiorità: “La famiglia Samsa che sta attorno all’insetto fantastico non è altro che la mediocrità attorno al genio”.

Gregor non si trasforma, come comunemente si pensa, in uno scarafaggio: non è, come quelli, piatto, ma convesso sul dorso e sul ventre (Nabokov lo disegna per i suoi studenti e per noi, ed è un bel colpo d’occhio vedere l’insetto nelle sue reali fattezze, come l’ha pensato il cervello di Kafka).

Non è nemmeno, come lo chiama una domestica, uno scarabeo.

Nabokov, studioso di farfalle e altri insetti iridescenti, rivela al mondo che Gregor Samsa è un coleottero, il che implica che volendo potrebbe aprire la finestra e volare via: “Stranamente, il coleottero Gregor non scopre mai di avere delle ali sotto la corazza del dorso (questa mia riflessione è acuta e dovete custodirla gelosamente per tutta la vita; ci sono dei Gregor, e come loro tante altre persone comuni, che non sanno di avere le ali)”.

 

Roman Polanski torna con zola, quello del caso Dreyfus

Roman Polanski girerà a Parigi J’accuse, un thrilller di spionaggio scritto da Robert Harris sulla base del celebre caso Dreyfus del processo che sconvolse l’opinione pubblica alla fine del XIX secolo con le vicende del capitano Alfred Dreyfus, soldato ebreo francese accusato ingiustamente di essere una spia dei tedeschi. Interpretato da Louis Garrel (Alfred) e da Jean Dujardin (l’agente del controspionaggio che provò l’innocenza dell’accusato) oltre che da Mathieu Amalric ed Emmanuelle Seigner, J’accuse prende il titolo dall’incipit della lettera che Emile Zola scrisse in difesa di Dreyfus contro lo Stato antisemita.

“Abbi fede”è il titolo del film diretto da Giorgio Pasotti, anche protagonista con Claudio Amendola, sul set a giorni tra Alto Adige e Austria per Greif Produktion, Cannizzo Produzioni e Sigma Film-produktion. È la storia di Padre Ivan (Pasotti), un prete ottimista con la tendenza ad affrontare cause perse per aiutare chi si avvicina alla sua lontana parrocchia, che vedrà cambiare la sua visione idealizzata della vita dopo il tentativo di aiutare Adamo (Amendola), un criminale psicopatico che non ha nessuna intenzione di redimersi e preferisce vivere da latitante sulle montagne.

Matt Damon e Christian Bale sono i protagonisti di Ford vs. Ferrari in cui James Mangold racconta la storia di un eccentrico e determinato team di ingegneri e designer guidato dai piloti Carroll Shelby e Ken Miles, inviati da Henry Ford II con la missione di costruire una nuovissima auto in grado di sconfiggere il costante dominio della Ferrari al Campionato Mondiale di Le Mans del 1966. Enzo Ferrari è interpretato da Remo Girone, già a Hollywood due anni fa ne La legge della notte diretto e interpretato da Ben Affleck.

 

Enia: “Anche per i naufraghi la migliore parola è quella che non si pronuncia”

Dice il teatrante – uno lungimirante – che “la prospettiva è la grande assente. Mai vengono indagate le ragioni dello spostamento in massa di esseri umani. Parlano sempre persone che non sono gli attori e gli interpreti di quel che sta accadendo: la voce dei protagonisti non la sentiamo. Eppure, è quella che bisognerebbe ascoltare”. Il teatro è la casa dell’ascolto, almeno l’India di Roma dove, fino al 28 ottobre, è di scena Davide Enia con L’abisso, tratto dal suo libro Appunti per un naufragio (Sellerio), già vincitore del Premio Mondello. Il lavoro, narrativo e teatrale, vive di “gesti, canti e cunti” ed è maturato in anni di esperienza “sul campo a Lampedusa, da prima della Primavera araba (2010-2011, ndr)”.

Cosa è cambiato da allora, dopo i respingimenti e i proclami intransigenti? “Nulla: esiste una realtà di vita e un racconto che è distorto, drogato, strumentale, manipolato. A Lampedusa tutte le persone sono concordi sul fatto che i corpi in mare si soccorrono. Stop. Tutto il resto rientra nella categoria politica: andrebbe risolto con gli strumenti della politica, non sui corpi dei poveracci. Un’isola di pescatori sa esattamente il valore del soccorso in mare. Tutto qui. Io ho provato a dare voce a quei soggetti che sistematicamente vengono zittiti: le persone che vivono e lavorano in questa frontiera del Mediterraneo”. Non compaiono, però, testimonianze di migranti: “Le avevo”, spiega Enia, ma sono state stralciate perché “ho fatto un’operazione linguistica. Loro parlavano con me in inglese e francese, in una lingua terza, che non è la mia e non è la loro: da qui l’impossibilità di nominare il trauma. Viceversa, con i pescatori, la Guardia Costiera, i residenti, i medici parlavo in dialetto, nella lingua dell’urgenza. In più ero in grado di apprezzarne il silenzio. Come si dice in Sicilia, ‘a megghiu parola è chìdda ca ‘un si dice, la miglior parola è quella che non si pronuncia”.

Cam. Ta.

 

“Quasi niente”, ma c’è tutto: la vita

Non si sa per quale misteriosa fattucchieria Daria Deflorian e Antonio Tagliarini ci parlano sempre – nei loro spettacoli – della vita: straordinari, non solo per questo, ma anche perché dissimulano una densa operazione linguistica, e quindi intellettuale, sotto mentite spoglie di personaggi dimessi, ridicoli, risibili.

Accade così anche in Quasi Niente, il loro ultimo lavoro liberamente ispirato a Deserto rosso di Michelangelo Antonioni, film del 1964, Leone d’Oro a Venezia. Prodotta da un nutrito gruppo di teatri, nazionali e non (Roma, Prato, Ert, Parigi, Ginevra, Lugano…), e in tour fino ad aprile – anche in alcune importanti piazze francesi –, la pièce si struttura a partire dall’inetta protagonista della pellicola: Giuliana, ovvero Monica Vitti, suicida mancata, una che “non riesce neanche a dire ‘non ce la faccio’” e per cui “vivere è uno sforzo”. Inguaribile depressa, è una donna incapace di “farsi toccare”, sempre lì ad “aggiustarsi”: “Quando non è malata non sa cosa farsene di sé. Che noia la serenità”. E via così.

Non è la prima volta che i due artisti prendono spunto da film o romanzi, riadattandoli per la scena: non si tratta di pedissequi adattamenti, a onor del vero, ma di riscritture squisitamente teatrali, che anzi tentano di forzare i limiti del linguaggio teatrale (trama, naturalismo, unità di tempo, personaggi…) con intelligenza e sensibilità rare. Anche in Quasi niente c’è quasi niente: l’impianto è anarrativo, antiretorico, non didascalico, autoironico: “Quanto sarebbe più facile con una trama, un ordine, dei fili, almeno”, ma la vita, la vita “non è una sequenza cinematografica”.

Pur essendo più dispersivo di altri loro spettacoli (le luci sono ancora confuse, le canzoni spiazzanti, il finale molto dilatato…), questo lavoro alterna sapientemente stralci e battute del film a tranche de vie degli stessi interpreti: la bravissima Monica Piseddu-Giuliana, una 40enne “dolorante”; la 60enne “ansiosa” e divertentissima di Deflorian, che della vita “fa una commedia o una tragedia”, tertium non datur; la 30enne Francesca Cuttica, incantevole cantante; il 40enne in fuga, Benno Steinegger, alias Corrado, spasimante di Giuliana; il 50enne Tagliarini, uno che “fa il simpatico”, a cui è affidato, non a caso, il monologo più malinconico – su un amante occasionale che non vuole togliersi le scarpe, pronto com’è a svignarsela dopo l’amplesso.

Con gli attori in scena solo pochi oggetti: un armadio, una poltrona rossa e rotta, una cassettiera, due sedie, un sipario trasparente, dietro cui le persone (più che i personaggi) via via scompaiono, metafora della sostanziosa riflessione registica su “figura e sfondo”. Alla fine “non si guarisce”, è vero; eppure la recita si chiude in levare, con un finale aperto e arioso, proprio come la vita, là davanti.

 

Quasi niente – Daria Deflorian e Antonio Tagliarini 

Roma, Teatro Argentina, fino al 14 ottobre; Prato, Fabbricone, 6-11 novembre; Modena, Teatro delle Passioni, 27 novembre-2 dicembre; Bologna, Arena del Sole, 5-9 dicembre; Milano, Teatro dell’Arte, 21-24 febbraio