Il Soldado cowboy di Sollima junior l’italo-americano

Approdo americano per Stefano Sollima, figlio d’arte (Sergio), campione di genere (Suburra, Gomorra La serie) e successore di Denis Villeneuve nell’intesa trilogia di Sicario. Rispetto a Sicario (2015) del regista canadese, in Soldado cambia quasi tutto: direttore della fotografia (Dariusz Wolski), montatore (Matthew Newman) e pure il focus, che non è più la droga, ma il traffico di esseri umani tra Messico e Stati Uniti.

Tornano, viceversa, lo sceneggiatore Taylor Sheridan e i due formidabili protagonisti, che qui aggiungono una tacca di valore alla filmografia: Benicio Del Toro, nelle vesti misteriose e listate a lutto di Alejandro, e Josh Brolin, in quelle dell’assertivo federale Matt Graver.

A completare il triangolo Isabela Moner, alias Isabel Reyes, la figlia di un signore della droga che viene rapita per scatenare una guerra tra i cartelli: la Cia vuole rispondere brutalmente agli attacchi suicidi dei terroristi fatti filtrare intenzionalmente oltre il confine americano, e quale migliore stratagemma? Qualcosa però andrà storto, scardinando le già infide geometrie della War on terror: fin dove ci si può spingere, che valore ha una vita, e quale peso la giustizia?

La differenza con il primo capitolo è sensibile: Soldado si instrada tra due modelli apparenti, la serie tv Homeland nell’aderenza tematica, il western americano – ghiotta simmetria, dato che Sollima senior fu tra gli artefici maggiori dello spaghetti – per l’adesione stilistica, con Stefano impegnato in riprese lunghe, interrogazioni ai volti, accensioni di violenza. Quella mitica Frontiera diviene questo confine: agognato, varcato, eluso, seguendo il flusso di sostanze e persone e fronteggiando l’aut-aut tra politica e umanità, esecuzione e pietas.

C’è un afflato umanista che non avremmo detto, che ci saremmo aspettati più da Villeneuve che da Sollima, e invece la sorpresa: classico anziché contemporaneo, sebbene le scene d’azione siano benissimo coreografate, disteso piuttosto che meccanico, il regista italiano si fa più maturo e dolente che in Gomorra e Suburra, assecondando una poetica meno parossistica ed esibizionistica.

La morale però è quella sua solita, ovvero sta nel fuoricampo: forse a scapito dell’empatia, non della verosimiglianza. Una bella esportazione. Certo, qualche buca di sceneggiatura ha ripercussioni drammaturgiche importanti, stracche e sciatterie danno nell’occhio, e il pacchetto va addebitato a Sheridan, altrove – I segreti di Wind River e il primo Sicario – più pulito, comunque sopravvalutato. Sollima non ruba nulla, esce indenne, anzi, arricchito dalla sfida d’Oltreoceano, e ora – dopo il seriale Zero Zero Zero da Saviano e la mini-serie Colt da Sergio Leone – può concedersi il bis. Forte di una convinzione: “Gli Usa sono una vacanza, al massimo ci torno, ma la mia casa rimane questa”.

Dal 18 ottobre in sala.

 

Emis Killa supereroe urbano tra Donald Trump e “Cocaina”

“Supereroe ha tante sfaccettature. È chi salva la vita a una persona, è mia mamma e i suoi sacrifici, sono le lettere a Dio finite sul mio cellulare”. Emiliano “Killa” Giambelli ha presentato ieri a Milano il suo quarto album Supereroe, appunto. “Trovo messaggi su Instagram di persone di tutte le età; mi chiedono consigli e mi raccontano la loro vita. “Emis attraverso un tuo brano mi faccio forza”, “Emis la mia ragazza mi ha tradito, cosa devo fare?”. A volte non capisco perché lo scrivano a me, non ho la verità in tasca. Ma ricordo bene che anch’io avevo i miei eroi a 14 anni. Ero un ragazzo infelice, pieno di paturnie; i miei eroi erano i rapper italiani, quelli che raccontavano il disagio interiore. Mi dava sollievo sapere che altri come me vivevano lo stesso”.

Nell’album spiccano i feauturing di 6ix9ine & Pashapg, Capo Plaza, Carl Brave, Gué Pequeno, Vegas Jones & Gemeitaz. Con il disco è nato un progetto parallelo: un fumetto con la firma di Alessandro Vitti – allegato al cd – e un corto di Alessandro Prete. In entrambi i casi emerge il character di Emis, un supereroe urbano ispirato al Jeeg di Gabriele Mainetti.

Tra i brani spicca Donald Trump, un attacco frontale al mondo pop e “adulto” delle radio e al loro metaforico muro contro i brani rap. Cocaina nasce con Capo Plaza, “uno con riferimenti di strada tipici del rap. Non c’è allusione al consumo di droga, sono immagini usate come metafore. Del resto non spetta a me fare il genitore, io scrivo quello che vedo”.

Emiliano, da poco papà, protegge però la sua famiglia: “Ho sempre voluto tutelare mia vita privata, figuriamoci la gravidanza della mia fidanzata. Non amo il gossip e non sopporto i paparazzi”. Da oggi tour firmacopie nei negozi e la presentazione del disco dal vivo a Milano e domani a Roma e dal 9 dicembre sui palchi delle principali città.

“Quanto era bella e intatta Genova” nei versi di Montale

“La forme d’un ville/change plus vite, hélas! que le coeur d’un mortel”. La forma di una città cambia, ahimé, più in fretta del cuore di un uomo. Lo sosteneva Baudelaire nella magnifica poesia che è Le Cygne.

Profeta: lo vediamo oggi nelle nostre città: la mia piccola Milano, già elegante nei suoi palazzi settecenteschi, fiorita a fine Ottocento di un variegato liberty, poi modesta ma decorosa, oggi è travolta dall’opaco gigantismo dei megagrattacieli, segni dell’espropriazione di ciascun io individuale.

È solo nostalgia quella di noi anziani? O è senso dell’imbarbarimento della civiltà, che tende a cancellare o cementificare, anche metaforicamente, ogni ieri? Ma quanto Baudelaire applica alla città si può trasferire alla trasformazione di tutta l’Italia. Ho sulla scrivania un prezioso libretto appena uscito: Eugenio Montale, L’oscura primavera di Sottoripa (Il Canneto, pp. 112, 15 euro), una raccolta di testi montaliani rivolti a figure, cronache e luoghi famigliari della vecchia Liguria del poeta; arricchita da una bella, affettuosa introduzione evocativa di Bianca Montale, la nipote, e per cura intelligente e note ai testi di Stefano Verdino.

Sono raccolti qui scritti per la maggior parte, ma non proprio tutti, reperibili negli immensi Meridiani Mondadori dedicati a Montale, ma concentrati attorno al tema del “come eravamo”.

Con una caratteristica che va segnalata, costituendo la cifra del libro: non qui, come nel Montale delle poesie, almeno fino alle liriche della Bufera, la cifra costante, con variabili di illusoria salvezza, o presenze angeliche e insieme dolenti sfiorate e perdute, sta, come ha detto magistralmente Gianfranco Contini, “in un minimo di tollerabilità del vivere”; e nell’angoscia esistenziale veicolata attraverso il ritorno quasi perenne di rime interne, assonanze, versi finali o coppie di versi sigillo. Così per parlare di esperienze vitali e mortali, si veda anche, a epigrafe dell’Oscura primavera di Sottoripa, il mottetto (dalle Occasioni) “Lo sai: debbo riperderti e non posso”: dove la secca chiusa non lascia dubbi: “E l’inferno è certo”.

Ci crediamo: rinchiusi in una condizione che oggi più che ieri è anche la nostra (Montale, assieme a Sbarbaro, a Sereni, e a Caproni è tra quelli che con più anima hanno saputo raccontare il senso e l’inutilità del tempo, i lampi della memoria, la tragedia del divenire). Come non sorprenderci invece di fronte alle prose raccolte nel volumetto, che indicano tutt’altra tonalità?

Se non pensando che poeta e prosatore percorrono spesso nello stesso uomo cammini diversi, non divergenti, magari, ma non strettamente sovrapponibili nei modi. Perché, mentre nelle liriche il piccolo mondo antico di una volta torna con urgenza e massimo affanno nel quasi immediato o comunque non remoto ricordo, sia negli Ossi sia nelle Occasioni, qui, nei testi in prosa, il rimpianto si scioglie nella pacatezza, reale o autoimposta che sia, e la memoria sfiora con dolce nostalgia il passato contro il presente, ma subito si allontana dagli scempi perpetrati, a non sciupare i ricordi. Quelli della Genova di un tempo: “Quando io venni al mondo Genova era una delle più belle città italiane”. Quelli delle allora (il pezzo è del 1946), intatte Cinque Terre, popolate da “zappatori d’orto e marinai di piccolo cabotaggio”. E la villa avita delle vacanze, a Monterosso, amata e perduta: dal treno “appariva e spariva la villa, una pagoda giallognola e un po’ stinta, vista di sbieco, con due palme davanti”. Forse è l’attenzione al dettaglio, gelosamente ricostruito, che attenua distraendola la commozione. Mentre minutamente affettuosi, e dotati di un criterio di comprensione infallibile (per i giovani che non lo sanno, Montale fu anche grande critico), i ritratti di amici e poeti e scrittori, i sodali liguri della sua giovinezza: il vates, il poeta maudit, Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, “l’elegiaco e il paesista”, che “ricorda un Corot, ma portato in gamma calda”.

E Mario Novaro, “dalla poesia volutamente sfatta grezza affannosa, espressione di un animo turbato”. Giovanni Boine: “molto del lento giro delle sabbiose dune delle sue spiagge è passato nella sua lirica; molto del tranquillo declinare dei viottoli tra i suoi orti”. E il più grande, Camillo Sbarbaro, a cui qui è dedicato un intero Ricordo: “L’arte di Sbarbaro era fatta di brevi fulgurazioni e la droga che lo portava a questi attimi felici era la vita”. Sì, la vita, il cuore che muta più lento: oggi Montale è ancora e per sempre il nostro poeta.

C’è ancora tanto da denunciare: i blogger devono essere sostenuti

Sostenere i giornalisti e i blogger – come Manuel Delia (Truth be told) e Caroline Muscat (The Shift News); è questo l’intento dell’incontro che si terrà oggi alle 11.30 nella sede della Stampa Estera a Roma (via dell’Umiltà 83). L’incontro servirà anche per richiamare l’attenzione sull’anniversario dell’omicidio di Daphne Caruana Galizia. I promotori dell’iniziativa hanno anche organizzato una mobilitazione per l’anniversario della morte della giornalista, il 16 ottobre. “Ci ritroveremo in quella data a Malta – si legge nella nota – anche per protestare contro le censure e la campagna d’odio mirata contro la memoria della collega, i suoi familiari e i blogger che ne hanno ripreso le inchieste. Nell’isola-Stato sotto attacco è l’indipendenza dell’informazione”. E ancora: “È nostro dovere spiegare che Malta è in Europa e la situazione grave che si è determinata ci riguarda da vicino: l’Europa non è più un luogo sicuro per i giornalisti che cercano la verità. È accaduto anche al collega Jan Kuciak in Slovacchia e illustreremo le analogie con l’omicidio di Daphne”.

“Muscat intoccabile nell’isola dei racket”

Ana Gomes, europarlamentare portoghese nei Socialisti europei, è membro del Committee on Civil Liberties, Justice and Home Affairs e del Committee of Inquiry into Money Laundering, Tax Avoidance and Tax Evasion; ha guidato la missione del Parlamento europeo a Malta dopo l’omicidio di Daphne Caruana Galizia.

Nel primo rapporto, a giugno scorso, avete lanciato accuse molto dure a governo e polizia maltesi. È cambiato qualcosa?

No. L’inchiesta sulla morte di Daphne è ferma perché a Malta il primo ministro Joseph Muscat controlla tutto. La polizia non è indipendente. Il procuratore generale non è indipendente. Finalmente è emerso quello che la famiglia diceva dall’inizio, cioè che il vice capo della polizia non avrebbe mai dovuto condurre le indagini, visto che sua moglie è un ministro in carica. La polizia ha ignorato e continua a ignorare piste che possono infastidire il governo. Inchieste giornalistiche hanno provato che il ministro Chris Cardona ha avuto scambi telefonici con almeno uno dei killer. Com’è possibile che non venga interrogato?

Qual è il lascito di Daphne un anno dopo la morte?

Una eredità morale. Il suo omicidio ha contribuito a cambiare in parte il modo in cui Malta viene vista nelle istituzioni europee. Dobbiamo ringraziare la commissaria alla Giustizia in carica, Vera Jurova, per il suo impegno sul tema del riciclaggio di denaro. Ma la Commissione europea ha tremende responsabilità.

Si spieghi meglio.

Nel 2014 la commissaria alla Giustizia Maelstrom pubblicò un rapporto sulla corruzione in Europa, pieno di difetti, ma era un inizio. Il rapporto successivo fu bloccato dal commissario Timmermans (oggi in lizza per la presidenza della Commissione) che lo considerava pericoloso per gli equilibri politici.

Lei si è opposta fin dall’inizio agli schemi di vendita dei passaporti europei. Perché?

Sono molto di più che uno strumento per fare cassa: sono occasione di scambi di favori fra potenti e favoriscono la creazione di network criminali. I beneficiari sono protetti dalla massima riservatezza.

Daphne denunciava i rapporti fra Joseph Muscat e Christian Kâlin, presidente di Henley&Partners, la società che gestisce la vendita dei passaporti.

Durante l’audizione del signor Kalin abbiamo scoperto che, per fare causa a Daphne, Kalin ha chiesto e ottenuto il consenso di Muscat. In quale Paese una società privata chiede l’assenso del primo ministro per fare causa a un giornalista?

Malta connection: Daphne dà fastidio anche da morta

A un anno dal suo omicidio, la memoria di Daphne Caruana Galizia è un campo di battaglia. Un memoriale spontaneo è sorto ai piedi del monumento ai caduti dell’assedio di Malta del 1565, a La Valletta: è stato creato da chi portando fiori, foto e candele chiede giustizia e verità sulla morte della giornalista. Regolarmente, l’omaggio viene smantellato.

“A ripulire sono emissari del governo”, afferma Manuel Delia, che con il suo blog Truth be told tenta di proseguire il lavoro di denuncia iniziato da Daphne molti anni fa. L’ultima giustificazione del ministero della Cultura: il monumento va restaurato, non può diventare meta di pellegrinaggio. Ma su quel basamento di marmo conteso si gioca uno scontro profondo: quello fra chi vuole proseguire la lotta di Daphne contro la corruzione del suo Paese e chi quelle denunce preferisce ignorarle. Sono gli stessi che molto prima che la giornalista venisse uccisa, avevano aderito a una violenta campagna denigratoria che la identificava come una traditrice della nazione, la trascinava in tribunale per diffamazione e le congelava i conti.

Damnatio memoriae? “Non c’è dubbio – conferma al telefono la sorella Corinne –, ma anche questo è parte della sua eredità: che il suo lavoro continui a disturbare i potenti anche dopo la sua morte. Perché la necessità di cancellarla? Perché la gente vuole ricordarla, e ricordare cosa ha scritto”.

Chiunque abbia commissionato l’omicidio ha voluto metterla a tacere per essersi avvicinata troppo alla verità. Ma, nella scelta di una modalità clamorosa come un’autobomba in un Paese europeo, ha anche voluto mandare un avvertimento sfacciato, in piena luce, ai giornalisti come lei. Ha ottenuto l’effetto opposto: non solo la sua figura e il suo lavoro hanno ora ribalta e riconoscimento mondiali, ma decine di giornalisti hanno raccolto il testimone, proseguono nel lavoro di inchiesta interrotto, indagano dove le autorità che dovrebbero farlo si fermano.

Come per le indagini sul suo assassinio, ferme da mesi dopo l’arresto dei tre presunti esecutori materiali. Nessuna novità sui mandanti. In un Paese dove il potere esecutivo controlla quello giudiziario, il magistrato incaricato delle prime indagini è stato promosso, cioè rimosso, e la polizia, per ‘carenza di risorse”, non ha seguito nessuna delle piste suggerite dalle denunce di Daphne. I membri del governo al centro delle sue inchieste restano al loro posto. Jonathan Ferris, il poliziotto che aveva indagato su quella Pilatus Bank che Daphne considerava uno snodo della corruzione a favore dei più stretti collaboratori del premier, è stato costretto alle dimissioni e ora teme per la sua vita.

In questo avamposto d’Europa il potere politico, giudiziario, mediatico, è tutto concentrato nelle mani del primo ministro Joseph Muscat, che in pochi anni ha fatto di Malta un centro mondiale del gioco online, un hub delle cripto-valute e, con il controverso schema di vendita della cittadinanza, una porta d’accesso all’area Schengen per chiunque disponga di 650 mila euro. Per Daphne, uno strumento di corruzione e riciclaggio di denaro. L’anima di Malta in vendita. Il Parlamento europeo ha ripetutamente inviato missioni sull’isola. Sarebbe imminente la decisione della Banca centrale europea di ritirare la licenza a Pilatus Bank, che nel frattempo ha interrotto le operazioni dopo che l’Fbi ha arrestato per riciclaggio, frode bancaria e violazione delle sanzioni contro l’Iran il proprietario iraniano, Ali Sadr. E ai primi di ottobre, dopo un’indagine della European Banking Authority, la commissaria europea per la Giustizia Vera Jourova ha annunciato che l’Autorità Finanziaria maltese dovrà rafforzare le proprie regole sul riciclaggio. Grazie a Daphne, Malta e le molte mancanze del suo stato di diritto sono sotto osservazione anche a Bruxelles.

La famiglia della giornalista ora chiede una indagine pubblica che chiarisca se la morte di Daphne potesse essere evitata. “Il governo è legalmente obbligato a questo passo sulla base della Convenzione europea dei Diritti umani” sostiene Corinne. Eppure, il primo ministro Muscat l’ha già esclusa. “Potrebbe – ha dichiarato – compromettere l’inchiesta giudiziaria in corso”.

 

I neonazi che aiutano i siriani (a casa loro)

Biondo e pallido sotto il sole rovente di Siria, il ragazzo con la maglia grigia, su cui c’è scritto Aha, rassicura parlando con voce piana, guardando dritto nell’obiettivo: “Rifugiati, potete tornare a casa”. Sullo sfondo c’è un panorama di rocce e quiete, in primo piano l’acronimo di tre lettere, Aha: associazione aiuto alternativo, Ong vicina al German Identitare Bewegung, ala sorella del “movimento identitario tedesco”. Quello che si batte per l’Europa bianca e cristiana, per una Germania solo “patria, libertà e tradizione”. La destra tedesca è tornata in Medio Oriente.

A quasi 60 chilometri da Damasco, nel villaggio cristiano di Maaloula, in una zona controllata dalle truppe del presidente Assad, i ragazzi sono arrivati a testimoniare “la stabilità della regione”. Si rivolgono direttamente ai profughi in Germania, Europa: possono ricostruire vite, destini e case, tornare in quella patria che, – dimenticano però di ricordare –, è diventata tomba per almeno 400 mila persone da quando il conflitto è cominciato. Queste sono le ultime cifre approssimative Onu, risalgono al 2016 e nessuno ha mai più avuto un numero preciso dopo allora.

Il primo ragazzo del video di propaganda è Mario Muller, cede la parola al secondo: stessa maglietta, stesso colore di capelli, stesse spalle larghe. Stesso messaggio: l’aria di Siria è tranquilla, “il paese ha bisogno di essere ricostruito dai suoi abitanti”, l’ong dell’ultradestra tedesca, fondata nell’estate del 2017, è pronta a dare una mano. “Il nostro obiettivo è portare un contributo dove necessario”. Lo chiamano “aiuto patriottico”: invitano i loro sostenitori a donare 50 dollari al mese per “adottare” una famiglia siriana. Nel 2017 hanno raccolto quasi 60mila euro per la barca Defend Europe, che prese il largo solo per monitorare le Ong che salvavano rifugiati.

“L’obiettivo è aiutare le persone localmente”. Gli Aha forniranno sussidio finanziario, “ogni euro speso in Germania per integrazione, aiuti farebbe molto di meglio in Siria”. Non è la prima volta che i biondi della destra di Berlino si sporcano gli anfibi con le sabbie dei deserti orientali. Al conflitto siriano si erano già avvicinati dal Libano, quando lo scorso giugno, in un campo profughi nei pressi della valle della Bekaa, si erano posizionati davanti alle telecamere per dire “disastri, povertà, violenza sono le ragioni per cui si abbandona la patria”. Avevano già smesso di usare i loro vecchi slogan: “Via i migranti”, per sostituirli con quelli nuovi: vi aiutiamo a casa vostra.

“Ora le donne guidano ma gli oppositori di Mbs scompaiono”

Il giornalista ed ex consigliere della famiglia reale saudita, Jamal Khashoggi (scomparso e quasi certamente ucciso nel consolato saudita di Istanbul) si era trasferito negli Usa per timore di essere arrestato per le critiche al principe ereditario Mohamed bin Salman che all’inizio della sua ascesa aveva sostenuto. Riportiamo qui i giudizi sul regime saudita apparsi sul Washington Post a firma dell’editorialista.

L’Arabia Saudita non è sempre stata così repressiva. Ora è insopportabile. Quando parlo di paura, intimidazione, arresti e pubblica vergogna per gli intellettuali e leader religiosi che osano dire ciò che pensano, e poi ti dico che vengo dall’Arabia Saudita, sei sorpreso? Con l’ascesa al potere, il giovane principe ereditario Mohammed bin Salman promise di abbracciare riforme sociali ed economiche. Ha affermato di voler rendere il nostro Paese più aperto e tollerante e ha promesso che avrebbe affrontato ciò che frena i nostri progressi, come il divieto di guidare per le donne. Ma tutto ciò che vedo ora è la recente ondata di arresti. Circa 30 persone sono state fermate dalle autorità: alcuni sono miei buoni amici.

Non ho detto niente. Non volevo perdere il mio lavoro o la mia libertà. Ero preoccupato per la mia famiglia. Ora ho fatto una scelta diversa. Ho lasciato casa, famiglia, lavoro e sto alzando la voce. Non farlo significherebbe tradire coloro che languiscono in prigione. Posso parlare quando così tanti non possono.

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Il principe vuole “annientare gli estremisti”, ma sta punendo le persone sbagliate. Decine di intellettuali, ecclesiastici, giornalisti e star dei social media sono stati arrestati negli ultimi 2 mesi (…) Nel frattempo, molti membri del Consiglio degli studiosi senior (Ulema, ndr) coltivano idee estremiste. Come possiamo diventare più moderati quando si tollerano tali opinioni estremiste? Come possiamo progredire come nazione quando coloro che offrono un feedback costruttivo e un dissenso genuino (spesso divertente) sono banditi?

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Il principe si sta comportando come Putin. La corruzione in Arabia Saudita è molto diversa dalla corruzione diffusa nella maggior parte degli altri Paesi, in quanto non si limita a una “bustarella” in cambio di un contratto, o un regalo costoso per il familiare di un funzionario governativo o di un principe, o l’uso di un jet privato che è a carico del governo. Alti funzionari e principi diventano miliardari in quanto i contratti sono enormemente gonfiati o, nel peggiore dei casi, un miraggio completo (…) Come redattore di un importante giornale all’epoca, posso dire che lo sapevamo tutti e non ne abbiamo mai parlato.

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Le azioni avventate di Mbs (acronimo di Mohammed bin Salman, ndr) stanno intensificando le tensioni e minando la sicurezza degli Stati del Golfo e dell’intera regione.

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Con la morte di Ali Abdullah Saleh (presidente yemenita, ndr), l’Arabia Saudita sta pagando il prezzo per aver tradito la primavera araba. La scelta di rendere ancora più efferata la guerra (nello Yemen, ndr) è allettante per quelli di Ryad che vogliono sconfiggere gli Houthi (ribelli sciiti, ndr), ma sarà molto costoso, non solo per il regno, ma per i civili dello Yemen che soffrono enormemente. (…) Il mondo sta guardando lo Yemen; non solo i sauditi dovrebbero fermare la guerra, ma dovrebbero esserci pressioni perché gli iraniani fermino il loro sostegno agli Houthi; le parti devono accettare una formula per condividere il potere.

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È ancora troppo presto per giudicare come si svolgeranno gli eventi in Iran. Se i falchi del regime riescono a sopprimere le proteste, continueranno la loro politica espansionistica, il che potrebbe significare un’escalation dello scontro con l’Arabia Saudita. Se il regime cade, i canti ascoltati in diverse città iraniane – “Né Gaza né Libano, la mia vita sarà sacrificata solo per l’Iran” – potrebbero diventare la politica estera del Paese.

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Quando numerosi proprietari dei media sauditi sono finiti nel Ritz-Carlton di Ryad insieme a più di 300 reali, alti funzionari e ricchi uomini d’affari, accusati di corruzione, molte persone hanno dedotto che l’uomo forte del regno, Mohammed bin Salman, aspirasse anche a controllare i media. Questo è tutt’altro che vero, semplicemente perché lo fa già.

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Molte città interne dell’Arabia Saudita sono nella situazione in cui si trovava un tempo Detroit: miserabili baraccopoli del Terzo mondo che ridicolizzano tragicamente le ricchezze petrolifere del regno. Quindi, prima che Mbs si avventuri nella costruzione di nuove città, forse dovrebbe occuparsi di quelle vecchie. Durante la sua visita in Egitto, che ha dato il via al suo attuale tour mondiale, il principe ereditario ha rivelato il suo sogno condiviso con il presidente Abdel Fatah al-Sissi di costruire una prospera regione nel nord dell’Arabia Saudita che si estenda attraverso il Golfo di Aqaba verso l’Egitto, una “Riviera” del Mar Rosso “per attirare milioni di turisti”. Tuttavia, poiché né l’Arabia Saudita né l’Egitto hanno una stampa libera, nessuno ha chiesto ai due leader della sorte delle numerose destinazioni turistiche egiziane: tutte hanno splendide spiagge e una cronica mancanza di turisti; sono tristi ombre dei resort che erano in passato.

Temptation Island Vip: il falò delle grandi corna

Al Guinness dei primati erano certi: il Grande Fratello Vip aveva raggiunto un record imbattibile. Invece mai dire mai. Come Giotto con Cimabue, Temptation Island Vip si è aggiudicato il derby del Grande Trash Vip andato in onda su Canale5. Anello di congiunzione tra il reality e Uomini e donne, mezzo carcere e mezzo trono, è la nuova frontiera dell’amore (se questo è amore). Se i Vip del Gieffe sono ignoti ai più, quelli di Temptation sono nella gran parte sconosciuti totali, Pinco Pallino sarebbe un gigante. Inoltre non si vince niente, le coppie vanno per insultare e farsi insultare dai partner. Gratis. E si riscrive il concetto di corna; fino a ieri si facevano di nascosto, si negava l’evidenza, al massimo era una cena elegante; invece qui l’inciucio si consuma in favore di telecamera, i fedifraghi cercano il profilo migliore, trucco e parrucco in vista del “falò di confronto”, apoteosi finale del complesso termocompattatore. “Sono dieci giorni che ti chiedo un falò di confronto” singhiozza Ursula a Sossio. E da che mondo è mondo, un falò non si nega a nessuno. La luna e i falò, il falò delle vanità, delle verità e dei vaffà… Il sacro fuoco illumina il bistro dei volti e la sabbia della battigia, le onde del destino, i tablet della produzione e le facce di Simona Ventura. Fiamme perenni, immutabili come quelle del Flegetonte, ma anche dei finti camini a pellet. Poi, dopo averne fatte e rese di ogni, si decide di rimanere insieme; tanto la trasmissione è finita.

L’incubo dei poteri forti: “Democrazia ridotta a elezioni”

Il vicepremier Luigi Di Maio l’ha detto un po’ alla Fassino con Grillo: “Se Bankitalia vuole un governo che non tocca la Fornero, la prossima volta si presenti alle elezioni con questo programma”. L’unico errore sembra l’ennesimo congiuntivo mancato. Ma il Corriere della Sera ha affidato al giurista Sabino Cassese un severo editoriale che individua nelle parole di Di Maio un attacco non al congiuntivo, ma alla Costituzione. Per il leader pentastellato, accusa, “tutto il potere discende dal popolo ed è sempre il popolo che, mediante elezioni, deve pronunciarsi. La democrazia è ridotta ad elezioni”. Ha scritto proprio così: “La democrazia ridotta ad elezioni”. Intanto su La Stampa Marcello Sorgi attribuisce a Di Maio e Matteo Salvini l’idea del “governo come una sorta di comitato rivoluzionario che agisce in nome del popolo e non risponde più a nessuno”.

Si tratta solo di supponenti aberrazioni che però segnalano uno strano movimento. Ieri pomeriggio agenzie di stampa e siti online hanno titolato all’unisono che il presidente Mattarella si sarebbe unito al coro anti-Di Maio: “La Costituzione tutela le autorità indipendenti”. Ma nel testo pubblicato sul sito del Quirinale questa frase non c’è. Il presidente della Repubblica ha solo detto che ci sono “autorità che, dovendo governare aspetti tecnici, li governano prescindendo dalle scelte politiche, a garanzia di tutti”. La Costituzione non nomina né la Banca d’Italia né le autorità indipendenti. Ma qualcuno desidera talmente che interferiscano con la sovranità del Parlamento da falsificare le parole di Mattarella.

Cassese snocciola le consuete citazioni di Alexis de Tocqueville e James Madison, di John Stuart Mill e David Ricardo (intimidendo solo chi non li ha letti) per ricordarci che alla base della democrazia c’è l’antidoto contro la “tirannide delle maggioranze”. C’è un equivoco: la Banca d’Italia non è una minoranza. E correggere o abrogare la Fornero è prerogativa esclusiva del Parlamento, al quale il governo può solo fare proposte. La Costituzione italiana ha il pregio di poter essere letta e capita da ogni cittadino. Chi imbroglia le carte raccontandone una (questa sì) “versione romanzata” non va molto lontano. Articolo 70: “La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere”. Fine dell’articolo 70 e fine della discussione. Chi vuole assicurarsi che la legge Fornero non sia toccata vinca le elezioni o faccia un golpe. Ha ragione Di Maio, al quale i suoi sguaiati critici fanno fare anche la figura (probabilmente immeritata) del fine costituzionalista.

C’è un problema enorme. I padri costituenti hanno trascurato l’eventualità che il popolo sbagliasse, e molti tra loro pensavano che l’elettorato non sbagliasse per definizione. Ma mettiamo il caso (decida il lettore se stia accadendo davvero) che gli elettori consegnino il potere a una banda di idioti, inclini non solo a governare in modo pernicioso ma anche a ignorare consigli, avvertimenti e pressioni della Banca d’Italia. Che si fa? Corriere e Stampa hanno scelto di lanciare l’allarme eversione. Un governo e una maggioranza parlamentare che decidono di usare i poteri loro conferiti dalla Costituzione senza farsi “consigliare” da nessuno e da niente (eventualmente nemmeno dal buonsenso) prefigurano l’eversione. È stato scritto: “Peccato che non ci avessero avvertito che una rivoluzione è in corso”. Peccato che se dici a questi ministri un po’ sconclusionati che stanno facendo una rivoluzione li fai pure contenti. In ogni caso tocca a Mattarella, garante della Costituzione, dirci se ritiene che il governo stia o no minando la legalità Costituzionale. Qui non si scappa: ha il dovere di parlare.