Approdo americano per Stefano Sollima, figlio d’arte (Sergio), campione di genere (Suburra, Gomorra La serie) e successore di Denis Villeneuve nell’intesa trilogia di Sicario. Rispetto a Sicario (2015) del regista canadese, in Soldado cambia quasi tutto: direttore della fotografia (Dariusz Wolski), montatore (Matthew Newman) e pure il focus, che non è più la droga, ma il traffico di esseri umani tra Messico e Stati Uniti.
Tornano, viceversa, lo sceneggiatore Taylor Sheridan e i due formidabili protagonisti, che qui aggiungono una tacca di valore alla filmografia: Benicio Del Toro, nelle vesti misteriose e listate a lutto di Alejandro, e Josh Brolin, in quelle dell’assertivo federale Matt Graver.
A completare il triangolo Isabela Moner, alias Isabel Reyes, la figlia di un signore della droga che viene rapita per scatenare una guerra tra i cartelli: la Cia vuole rispondere brutalmente agli attacchi suicidi dei terroristi fatti filtrare intenzionalmente oltre il confine americano, e quale migliore stratagemma? Qualcosa però andrà storto, scardinando le già infide geometrie della War on terror: fin dove ci si può spingere, che valore ha una vita, e quale peso la giustizia?
La differenza con il primo capitolo è sensibile: Soldado si instrada tra due modelli apparenti, la serie tv Homeland nell’aderenza tematica, il western americano – ghiotta simmetria, dato che Sollima senior fu tra gli artefici maggiori dello spaghetti – per l’adesione stilistica, con Stefano impegnato in riprese lunghe, interrogazioni ai volti, accensioni di violenza. Quella mitica Frontiera diviene questo confine: agognato, varcato, eluso, seguendo il flusso di sostanze e persone e fronteggiando l’aut-aut tra politica e umanità, esecuzione e pietas.
C’è un afflato umanista che non avremmo detto, che ci saremmo aspettati più da Villeneuve che da Sollima, e invece la sorpresa: classico anziché contemporaneo, sebbene le scene d’azione siano benissimo coreografate, disteso piuttosto che meccanico, il regista italiano si fa più maturo e dolente che in Gomorra e Suburra, assecondando una poetica meno parossistica ed esibizionistica.
La morale però è quella sua solita, ovvero sta nel fuoricampo: forse a scapito dell’empatia, non della verosimiglianza. Una bella esportazione. Certo, qualche buca di sceneggiatura ha ripercussioni drammaturgiche importanti, stracche e sciatterie danno nell’occhio, e il pacchetto va addebitato a Sheridan, altrove – I segreti di Wind River e il primo Sicario – più pulito, comunque sopravvalutato. Sollima non ruba nulla, esce indenne, anzi, arricchito dalla sfida d’Oltreoceano, e ora – dopo il seriale Zero Zero Zero da Saviano e la mini-serie Colt da Sergio Leone – può concedersi il bis. Forte di una convinzione: “Gli Usa sono una vacanza, al massimo ci torno, ma la mia casa rimane questa”.
Dal 18 ottobre in sala.