Cucchi, la “divisa” ora può unire verità e giustizia

Bene. Parlare. Fa bene. Al bene, ancora prima che alla giustizia e alla verità. Fa bene all’essere che non lo conosce, non lo vuole, lo viola, lo uccide. Stavolta non per sempre. Non per sempre la ferocia e l’ingiustizia vivono, non per sempre chi è chiuso dentro a un carcere sentirà solo silenzio e bugie addosso e dentro di sé. Non per sempre i servitori dello stato possono essere colpevoli nascosti o taciti conniventi di fronte al bene che urla e che non smetterà mai perché ci sono anime del corpo dello stato che non dimenticano gli altri corpi, ci sono padri che a loro volta non scordano altri padri, altre madri, altri figli. Ci sono per fortuna redivivi che non dimenticano altri vivi. Il loro parlare oggi ancora più che dovere e coraggio è anch’esso un bene. Cucchi è una drammatica storia, è uno dei casi conosciuti: il lavoro da fare ora è quello di scoprire se e quali sono gli altri, poi, immediatamente far sì che uno stato di diritto ma soprattutto i suoi veri uomini non concepiscano più i tempi interminabili dell’oscurare, coprire, permettere, negare (parliamo pure di poche mele marce ma poi parliamo anche della cassetta di frutta dell’albero, della terra e del suo coltivatore perché questo non risucceda). Non si può più scegliere tra corpo e corporativismo, finalmente una “divisa” può unire, “unire” la verità alle forze della difesa, gli Interni possono e devono difendere e tutelare chi è chiuso in un interno-inferno, che solo per questo non può concepire degli arrestati privati del bene, della vita. Viva! Parlare insegna, parlare avvicina, salva, e dalla resa si passa al rendere giustizia e scuse, specialmente scuse che fino ad ora erano solo alibi ed ora sono diventate, spero, richiesta di perdono. Il tempo dell’odio è al termine? Solo se è l’inizio di un uomo nuovo completamente unito al resto che lo circonda: la città al carcere, le forze dell’ordine al bene, i giustizialisti al vero, la paura alla dignità, una sorella ad un’altra sorella. Che sia almeno un inizio non solo per evitare che rimuoiano degli Aldrovandi, degli Uva, dei Mastrogiovanni ma che chi non ha la forza, la abnegazione dei propri parenti, di certa opinione pubblica del momento o di qualche politico illuminato, possa ugualmente ricevere solo una giusta pena adeguata a quello che deve espiare; e chiunque, stranieri e non, più fortunati e non, siano ben conosciuti e visibili agli occhi di tutti noi, a qualsiasi giornale e televisione, insomma a prescindere dai mezzi che un essere ha a disposizione se solo e abbandonato. Non ci resta che “aprire” le carceri che hanno sì muri al loro interno ma non possiamo alzarne noi fuori: basta almeno usare un vetro per avere la massima trasparenza e sapere, conoscere, capire. È l’unico modo per cui una pena anche se giusta non diventi una tortura. Perché c’è una bella differenza. Chiediamo quella bellezza necessaria, obbligatoria, doverosa prima ancora che costituzionale o giuridica. Nessuno si senta incapace di pretendere e ottenere quella bellezza. Sempre. Perché questa diventi una vera richiesta, di “Grazia”, in senso assoluto, inseparabile dalla giustizia.

Reddito per cittadini o per consumatori?

Ci sembra che la proiezione nella realtà dell’ideale romantico del reddito di cittadinanza (d’ora in poi rdc) possa esaurirsi attorno a una questione diciamo antropologica. Il governo, chissà se più nella sua ala leghista-realista agitata dal vento del nordest o in quella dei 5Stelle che del rdc hanno fatto la madre di tutte le guerre, deve essersi chiesto: possiamo fidarci degli italiani che con tanto entusiasmo ci hanno votati? La risposta, a giudicare dalle regole con cui pare verrà erogato il rdc, è “no”. A forza di guardare ai numeri e alle percentuali, perdiamo il quadro d’insieme disegnato da questa nuova e teoricamente giustissima misura, che – se applicata come è stato annunciato – non eleva gli esclusi allo status di cittadini, ma riduce i cittadini o a potenziali frodatori dello Stato o, ben che vada, a consumatori.

L’uscita di Di Maio che col rdc saranno vietati gli acquisti “immorali”, e consentite solo le spese per alimentari e farmaci, è chiaramente una precisazione sotto dettatura: lo spaventoso scenario di una marea di 6 milioni e mezzo di sfaticati mantenuti dall’operoso nord che bivaccano nei bar del Mezzogiorno giocando al Gratta e Vinci deve aver terremotato qualche sondaggio della Lega. È ovvio che una misura che riguarderà una platea molto più ampia di quella che aveva diritto al Rei di Gentiloni (700 mila famiglie) richieda qualche controllo. Ma non si tratterà solo di verificare che il povero non lavori in nero; il sogno di una redistribuzione della ricchezza, dopo le risibili mancette renziane a categorie varie e fantasiose (anche ai 18enni figli di miliardari), si infrange su uno scoglio un po’ meschino, considerate le buone intenzioni e l’afflato filosofico che vorrebbe animarlo. Se è vero che questo reddito, che tecnicamente è un sussidio di povertà, è destinato anche ai disoccupati e ai sempre più numerosi working poors, lavoratori poveri, perché possano sentirsi cittadini come tutti gli altri, allora implicitamente si riconosce che l’unico orizzonte di un cittadino è quello di sopravvivere. Il rdc non consiste in soldi; non vedremo file di poveri con le scarpe rotte davanti agli uffici postali.

Il reddito è in realtà un credito, che verrà caricato su qualche carta a disposizione del povero (e chi non ce l’ha si arrangi). Il valore reale non potrà essere risparmiato: a fine mese, il non-speso verrà azzerato. Con ciò si esclude che nei diritti di un cittadino sia previsto quello di mettersi da parte dei soldi per un motivo che ritenga valido: fare un corso, organizzare un viaggio per migliorare una lingua straniera o andare a curarsi in un altro Paese della cosiddetta Comunità europea. La forbice di possibilità che storicamente costituisce il privilegio del capitalista, risparmiare o rischiare, non è nella disponibilità del povero, che ha diritto solo di consumare. Il povero (purché non viva coi genitori perché povero, nel qual caso verrà considerato ricco) deve chiudersi in casa a ingurgitare cibo (italiano) alla luce delle candele (si potranno pagare le bollette col bancomat gonfio di moneta virtuale dello Stato?) Niente Tv satellitare, niente Playstation per i figli. Se vuole andare al mare, che lo faccia sobriamente, un tozzo di pane e un asciugamano, come durante la guerra, e senza crema solare, non più baluardo della prevenzione ma bene voluttuario.

Se domani – come già ci è capitato negli anni di precarietà a cui la politica ha costretto la generazione degli attuali 30-40enni – diventassimo disoccupati, considereremmo bene di prima necessità una prima edizione Einaudi (i poveri non leggono?), un rossetto (le povere non possono truccarsi?), un profumo. Potremmo mangiare patate per settimane, e giammai rinunciare al cinema. E come potrebbe permettersi lo Stato di ritenere il nostro bisogno “immorale”? Di fatto, un governo capace di varare un altisonante Decreto Dignità, e fiero di aver abolito la povertà, concede una paga statale limitata al mero sostentamento fisico del futuro lavoratore, come nella Londra di Dickens.

Si potrà pagare l’affitto, ma tramite app (quindi si deve già avere uno smartphone, che però non si potrà comprare, essendo poveri). Così si alleva una classe di sotto-cittadini messi a ingrassare (si fa per dire, e non certo a caviale e foie gras) come polli da batteria da spennare fino all’ultimo centesimo per oliare la macchina del mercato, far aumentare la domanda, dunque il Pil, e farsi belli coi numeri per future elezioni.

Ps Abbiamo spiegato tutto il meccanismo dei pagamenti – messo a punto dal commissario per l’agenda digitale Diego Piacentini, strappato ad Amazon da Renzi – al disoccupato che presidia il kebabbaro-pizzeria egiziano sotto casa nostra, rassicurandolo che per le spese ammesse si tratterà solo di saper usare una card, il pos e una app, e che se sgarra rischia 6 anni di galera. Dice che a questo punto gli conviene andare a rubare.

Mail box

 

L’educazione non si baratta con trattamenti di riguardo

Direttore Travaglio, legga l’editoriale dell’ineffabile Dottor De Bortoli sul Corriere della Sera dedicato al presidente del Consiglio Conte, per poi passare alla altrettanto ineffabile Dottoressa Furlan, leader della Cisl che trova la manovra “debole” (sic) e minaccia “guerra” al governo e infine a Martina del Pd e a Forza Italia o quel che rimane, il tutto con la grancassa dei giornaloni e tv e lo confronti col suo editoriale di oggi “Abolition man”. Lei crede che se Di Maio e il M5S reagissero con dichiarazioni di bon ton avrebbero un trattamento di riguardo? Ma per favore.

Michele Lenti

 

Caro Lenti, l’educazione e lo stile istituzionale non sono merce di scambio per trattamenti di riguardo. Sono atteggiamenti doverosi per chi governa.

 

Attaccano sul reddito con argomenti vuoti

Facendo zapping all’ora di cena, mi sono imbattuto nella parte finale della trasmissione Otto e mezzo con ospite il sig. Guido Brera, ceo e cofondatore di Kairos Partners (Sgr) e la sig.ra Evelina Christillin, figura di vertice dell’Agenzia Nazionale Italiana del turismo (Enit). È ormai da parecchio tempo che non guardo talk show di questo tipo, ma la figura del sig. Brera mi ha indotto a soffermarmi qualche istante per ascoltare l’opinione di un “collega” in merito all’oggetto della puntata (la manovra ad alto rischio del governo). Sono bastati pochi secondi, quelli per capire che lo scopo della presenza della sig.ra Christillin era di far sapere che l’attuale primo ministro, nonostante le richieste, non le ha ancora dato audizione e che l’orrore del reddito di cittadinanza sta nelle tessere elettroniche, oggetto di controllo tipo Stasi ex Ddr, per far sì che mi tornasse subito in mente il motivo per il quale ho smesso di seguire tali trasmissioni. Ha fatto bene il sig. Travaglio, dopo l’intervento del sig. Brera sul reddito di cittadinanza, nel quale ha espresso concetti inesatti e non valutabili, a concludere “non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire”; insultando la nostra intelligenza, continuano a discutere di argomenti vuoti, perché fino a prova contraria è da anni che non navighiamo nell’oro e che al governo non abbiamo statisti e Nobel di levatura mondiale. Probabilmente a breve ricomparirà anche l’amico dell’ex primo ministro e collega del sig. Brera, Davide Serra, che ci dispenserà qualche altra pillola di saggezza. Ce ne faremo una ragione, dato che non rientra in Italia nemmeno ora che la Gran Bretagna è uscita dall’Ue…

Paolo B.

 

Tutti a casa! Ma prima andate a lavorare nelle campagne

Il ministro del Lavoro e il suo collega dell’Interno hanno mosso gli Ispettorati e i controlli anti clandestini in queste ultime settimane di vendemmia nelle aree agricole, contro lo sfruttamento della manodopera migrante? E le ronde da spiaggia sono andate in ferie? E gli imprenditori agricoli, in gran parte “popolo della Lega”, coltivatori diretti servitori di ogni padrone, qualcuno li ha sentiti invocare la patetica tiritera del “Prima gli italiani!”? In questo momento vanno bene anche i migranti. Tra poco però, dopo averli sfruttati ben bene sicuri dell’assenza di ogni controllo, dovranno tornare a essere invisibili, perché si è già pronti a riprendere gridare contro di loro. Vedremo se il rabbioso abbaiare di oggi, nei loro confronti, varrà quando si renderanno conto che interi settori economici non ne possono fare a meno.

Melquiades

 

Tuteliamo il Lago di Como: sta diventando una discarica

A Como i sub hanno pulito i fondali del lago dalla crescente inciviltà. Adesso tocca a quelli che stanno sopra il lago fare pulizia con i fatti, e non con le parole, di quella massa di incivili che se non saranno fermati, trasformeranno ancora il lago in una discarica.

Aldo Passarella

 

Per salvare la Terra basta rispettare gli accordi sul clima

Il pianeta Terra sta soffrendo. La conferma arriva dal rapporto presentato l’8 ottobre scorso a Incheon, in Corea del Sud, dagli esperti Onu (IPCC) sul cambiamento climatico. I governi devono adottare misure urgenti per ridurre le emissioni di CO2. Bisogna limitare il surriscaldamento a 1,5 gradi centigradi, invece che 2 gradi, come convenuto nell’Accordo sul Clima di Parigi. I potenti della terra e i capi di Stato devono tener conto di questo importante e necessario target, altrimenti le conseguenze per l’uomo, per la flora e per la fauna saranno molto gravi. Non è giusto far morire una terra viva e generosa come la nostra. È anche una questione di coscienza: perché consegnare alle future generazioni un problema angosciante e inquietante?

Franco Petraglia

 

Piuttosto che fare gaffe, provate a stare zitti

Ai ministri logorroici che quotidianamente fanno battute fuori luogo e di pessimo gusto, vorrei far conoscere un aforisma di Oscar Wilde: “A volte è meglio tacere e sembrare stupidi che aprir bocca e togliere ogni dubbio”.

Enzo Stalteri

Non è tutta colpa del Welfare (poco) se siamo ormai genitori anziani

L’altra seraguardando in tv il monologo di Valerio Mastandrea sui figli che invecchiano i padri, che però sono già vecchi, vista l’età in cui si diventa genitori in Italia, devo dire che più che ridere, mi veniva da piangere. Anche io appartengo alla generazione dei padri quarantenni che a cinquant’anni non riescono più neanche a fare due tiri a calcio con i propri bambini o a portarli in bicicletta. Ma le risate più amare sono arrivate in questi ultimi giorni, quando ho letto che in Spagna danno dai due mesi ai quattro mesi di paternità e in Gran Bretagna investono un miliardo di sterline per chiedere ai bambini se sono felici. Quindi non soltanto viviamo in un Paese in cui i figli si fanno tardi perché prima dei 40 anni non si ha un lavoro, non soltanto si invecchia precocemente non potendosi concedere neanche un periodo per accudirli senza dover andare al lavoro come zombie, ma gli altri Paesi investono sul futuro delle nuove generazioni, che da noi sono già vecchie quindi.

Gentile Francesco, intanto la invito a considerarsi fortunato: riuscire a 50 anni a fare anche solo “due tiri a calcio” con i propri bambini non è affatto poco. Io, per esempio, non gioco a pallone da quando mia figlia aveva sei mesi e non è certo colpa sua se – a volte – i legamenti decidono di dare segnali inappellabili anche prima dei 40. Scherzi a parte, ho visto anch’io Valerio Mastandrea recitare il testo di Mattia Torre. L’ho visto e ne ho riso, come tutti i genitori di figli non ancora preadolescenti, perché ognuna di quelle cose – chi più chi meno, chi in un modo chi nell’altro – le abbiamo dette e pensate tutti. Quanto all’età in cui si diventa genitori sì, è vero, si è alzata forse troppo, ma più che un segnale di decadimento penso sia una questione generazionale. I motivi per cui si sposta l’orizzonte più in là sono molti, ma sarei cauto a generalizzare incolpando “il Paese in cui viviamo”. Nello stesso Paese vivono anche gli immigrati, tendenzialmente più precari e poveri di noi “italiani” eppure fanno un sacco di figli. Poi certo, una politica familiare (o più semplicemente genitoriale) più efficace sarebbe benvenuta. Tuttavia in Italia, purtroppo, troppe energie vanno in fumo sparando cazzate.

A forza di assegnare a madri, padri (e addirittura bambini) un pedigree di purezza sulla base del diverso grado di attinenza alla “famiglia naturale” abbiamo trascurato le cose importanti. E in Spagna i papà (ma soprattutto le mamme) si godono quattro mesi di paternità. E nemmeno sanno chi sia il ministro Fontana.

Panorama in vendita a La Verità: taglia metà degli stipendi

I giornalistidi Panorama hanno proclamato uno sciopero immediato per protestare contro le condizioni imposte dalla società acquirente La Verità srl: a riferirlo, ieri, un comunicato sindacale firmato dalla redazione del settimanale di Segrate. “L’assemblea di redazione di Panorama – viene spiegato – ascoltato il resoconto della Fnsi, della Alg e del Cdr Mondadori sull’incontro avvenuto il 10 ottobre in relazione alla vendita della testata, rigetta all’unanimità le condizioni imposte dalla società acquirente La Verità srl”. Le clausole, “prevedono una riduzione, in media, del 45% della retribuzione, con umiliante azzeramento delle qualifiche e senza garanzie di durata del perimetro occupazionale. Tali condizioni non previste dalle norme per la cessione del ramo d’azienda e mai applicate ad alcuna vendita di testata della Mondadori, sono un ignobile tentativo di ricattare i giornalisti dopo anni di lavoro con la minaccia della chiusura”. I giornalisti concludono chiedendo “un ritorno sul sentiero della legalità” e riaffermando la loro “assoluta contrarietà alla svendita di un glorioso settimanale”.

Spagna, Finanziaria in deficit con l’ok della Ue

Una legge di Bilancio espansiva, per “risanare le cicatrici dell’austerità”. È quanto hanno scritto Pedro Sanchez, il socialista che guida dal giugno scorso il governo spagnolo, e Pablo Iglesias, segretario di Podemos, il partito della sinistra radicale erede del movimento degli Indignados. Le linee guida della manovra per il 2019, un documento di 50 pagine frutto dell’accordo tra le due forze, sono state presentata ieri mattina a Madrid. La stampa iberica parla della “manovra più di sinistra della storia spagnola”. Il testo, che sarà mandato alla Commissione europea lunedì, indica in effetti una svolta rispetto alle politiche adottate negli anni scorsi dalla coalizione di centrodestra (Partido Popular e Ciudadanos) guidata da Mariano Rajoy, premier che ha assecondato le richieste delle autorità europee, che dal 2009 tengono Madrid sotto scacco con una procedura per deficit eccessivo.

Tra le misure più significative: l’aumento del salario minimo, da 735 a 900 euro al mese, l’indicizzazione delle pensioni all’inflazione e massicci interventi per l’edilizia popolare e contenimento del caro affitti. I consigli comunali possono “temporaneamente ed eccezionalmente” regolare i prezzi di locazione nelle città quando l’ aumento degli affitti “impedisce ai suoi abitanti di accedere e godere di alloggi a un prezzo ragionevole”. Vengono inoltre ridotte le tasse universitarie e il governo si impegna a eliminare “gli aspetti più dannosi della riforma del lavoro del 2012”, vale a dire le limitazioni alla contrattazione collettiva e la flessibilità spinta. L’intenzione è quella di ridurre il precariato, per esempio con maggiori controlli per far emergere le false partite Iva, e diminuire la differenza di tutele tra lavoro a tempo indeterminato e contratti a termine. Il congedo parentale tra uomini e donne infine viene equiparato (otto settimane)..

La Spagna, che ha un debito pubblico al 98,3% del Pil, ha ridotto il suo deficit di bilancio, grazie anche a una robusta crescita economica, dal 4,5% del 2016, al 3,1% del 2017; l’impegno con l’Europa era di portare il rapporto al 2,2% nel 2018 e al 1,3% nel 2019. Quest’estate però il nuovo governo ha chiesto a Bruxelles di poter sforare l’obiettivo concordato, per salire nel 2019 fino all’1,8% e l’Europa ha dato l’ok per ora. Un livello che non dovrebbe però essere messo a repentaglio dal progetto di bilancio annunciato ieri. La manovra ha infatti un connotato redistributivo per il quale ai maggiori interventi sociali corrispondo maggiori prelievi sulle classi agiate. Tra questi ultimi: un aumento di due punti percentuali delle tasse per chi guadagna più di 130 mila euro l’anno e un aumento dell’1% dell’imposta sui patrimoni superiori ai 10 milioni.

“L’accordo siglato da Podemos con i Socialisti Spagnoli indica la strada. Altro che fronti repubblicani. Altro che improbabili governo del cambiamento che cambiano tutto per non cambiare nulla”. Ha commentato ieri il segretario nazionale di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni.

Il problema è che la manovra di sinistra del duo Sanchez – Iglesias rischia di non essere approvata in Parlamento. Nonostante nei sondaggi Sanchez vada forte, il suo è un governo di minoranza, con il partito socialista che in Parlamento ha solo 84 seggi su 350, che salgono a 151 con il supporto di Podemos. Mentre le formazioni di opposizione, Partido Popular e Ciudadanos, che hanno già annunciato il voto contrario, controllano insieme 166 seggi. Per passare, di misura, la manovra dovrebbe avere l’appoggio dei piccoli partiti catalani e dei Paesi Baschi.

Forbici sui fondi all’editoria. E condono di manica larga

La Nota di aggiornamento al Def passa l’esame delle Camere. Montecitorio e Palazzo Madama hanno approvato ieri lo scostamento degli obiettivi di deficit e la risoluzione di maggioranza. Il testo impegna il governo ad approvare i punti del programma, dalla riforma della Fornero alla pensione e al Reddito di cittadinanza (partiranno ad aprile); ma contiene anche altri cavalli di battaglia, come “la banca pubblica degli investimenti” e soprattutto “il graduale azzeramento dal 2019 del fondo per l’Editoria”, seppure “assicurando il pluralismo dell’informazione e la libertà di espressione”. È il vecchio pallino del Movimento 5 Stelle. La mossa ha scatenato ieri le proteste delle opposizioni.

A essere azzerata sarà la quota del fondo a carico del dipartimento per l’Editoria, che nel 2017 è stata di 114 milioni. Restano fuori i 67 milioni per radio e tv locali, finanziati dall’extra-gettito del canone Rai in bolletta assegnati dal ministero per lo Sviluppo. Il sottosegretario all’Editoria, Vito Crimi, ha spiegato al Fatto di voler modificare il meccanismo di assegnazione, che oggi “garantisce il 30% dei fondi a 3-4 giornali”. L’obiettivo finale è di sostituire i fondi pubblici con un meccanismo che dirotti sulla carta stampata parte della pubblicità che va sulle tv inserendo dei tetti agli spot televisivi. L’idea fa tremare Forza Italia: Mediaset perderebbe centinaia di milioni visto che ora, con ascolti medi del 30-35% si prende il 60% delle risorse.

Non tutti i fondi potranno però essere eliminati. Dei 114 milioni, 27 sono per le convenzioni Rai. Nel 2016 il contributo pubblico ai soli giornali è stato di 52 milioni, altrettanto nel 2017. Cifre lontane dai fasti di un tempo (nel 2010 si arrivava a 150 milioni). La riforma del governo Renzi nel 2016 ha cancellato il contributo ai giornali “organi di partito o di sindacati”, continuano invece a riceverlo imprese editrici cooperative e quelle che pubblicano quotidiani e periodici all’estero, gli enti non profit che editano testate e le pubblicazioni delle minoranze linguistiche (quest’ultime tutelate da diverse norme).

Se si somma tutto si arriva a 70 milioni. Tra i maggiori beneficiari ci sono (dati 2016): Avvenire (6 milioni); Libero (5,2); Italia Oggi (4,8); Il Manifesto (3); Il quotidiano del Sud (2,8) e Il Foglio (0,8 milioni). Sarà poi varato il decreto che impone di finanziare il Fondo con un contributo dello 0,1% sui ricavi dei concessionari pubblicitari, compresi i centri media (il governo Gentiloni se l’era scordato, per la gioia degli editori). “Così si colpiscono i piccoli, è un attacco alla democrazia”, ha spiegato il senatore forzista Renato Schifani. Stessa linea del Pd, che bolla il progetto come “illiberale”. Da tempo tra i beneficiari non compaiono più i grandi giornali nazionali, ma non mancano le distorsioni visto che molte cooperative affittano la testata a editori più grossi.

Dopo il via libera al Def, lunedì dovrebbe arrivare in Consiglio dei ministri anche la manovra insieme al decreto sulla “pace fiscale”. L’ultima bozza disegna un condono di vasta portata. Viene rinnovata la rottamazione (si paga l’imposta ma non sanzioni e interessi) per le cartelle dal 2000 al 2017, anche quelle sull’Iva sulle importazioni, estesa pure agli atti di accertamento e ai processi verbali di constatazione. Si potranno poi chiudere le liti tributarie senza sanzioni e interessi; lo sconto salirà al 50% se l’Agenzia delle Entrate ha perso in primo grado; al 20% se ha perso nel secondo. La novità più forte, però, è che le vecchie cartelle (fino al 2010) sotto i mille euro saranno addirittura semplicemente cancellate (chi ha già versato non riavrà indietro i soldi). Idea che non piace affatto ai 5Stelle, come l’ipotesi (che compare nella bozza) di permettere a chi ha dichiarato un reddito fasullo di mettersi in regola con un’integrazione, pagando un’aliquota minima (si ipotizza il 15% con un tetto a 200 mila euro).

“Il Def è una sfida. Fallirà? Ci giudicherete da quello”, ha spiegato il ministro degli Affari europei Paolo Savona alla Camera, nell’inedita veste di sostituto di Giovanni Tria, volato a Bali per gli incontri di Fmi e Banca mondiale.

Oggi la crociata è contro i bangla

Lo ha dettoieri durante una diretta su Facebook dal tetto del Viminale: il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha annunciato che nel decreto Sicurezza e immigrazione confluirà un emendamento in cui si chiede “la chiusura entro le 21 di quei negozietti etnici che la sera diventano ritrovo di ubriaconi, spacciatori, casinisti. Sono sicuro che come ce l’ho io vicino a casa, ce l’avete anche voi”. Si festeggiava il traguardo dei 133 giorni di governo, non poteva mancare quindi l’ultima perla a effetto. Arriva la crociata contro quei locali “dove c’è gente che beve birra, whiskey fino alle tre del mattino”, quelli dove “pisciano e cagano” e se lo fanno “sul cancello o sulla porta di casa, non è educato”. Insomma, sembra sia una nuova categoria: dietro questi “negozietti etnici”, tra pere, mele e cartoni del latte, si nasconde invece una fucina di maleducati senza bagno. Categoria che poi sembra coincidere proprio con i piccoli rivenditori di alimentari – solitamente gestiti da cittadini del Bangladesh – che restano aperti anche per tutta la notte. Salvini però è puntiglioso, precisa che il problema non sono “i negozi stranieri” (e infatti sono “etnici”) ma che è solo “una iniziativa per limitare gli abusi e le irregolarità di alcuni negozi che diventano ricettacolo di gente che fa casino”. Guarda caso, però, “quasi tutti gestiti da cittadini stranieri”.

Boeri torna a dare i numeri. Con il governo ora ha chiuso

Se c’era una possibilità che Tito Boeri potesse restare alla guida dell’Inps ieri se l’è giocata definitivamente. L’attacco che il presidente dell’Inps, nel corso dell’audizione alla Camera sulle “pensioni d’oro”, ha mosso al governo e all’ipotesi di modificare la legge Fornero, è stato così netto che Matteo Salvini, che di quella proposta è il principale sponsor, ne ha auspicato le dimissioni.

A Boeri hanno replicato anche dirigenti e deputati del Movimento 5 Stelle ma anche la Cgil che, con Roberto Ghiselli, della segreteria confederale, ha contestato “l’uso strumentale” dei numeri da parte del presidente Inps. Accusa che si ripete ogni volta che Boeri si esibisce nelle sue competenti e documentate prestazioni basandosi su numeri e dati che, però, solo lui possiede e solo lui utilizza a proprio piacimento.

Si prenda l’affermazione più dura espressa ieri: “Uscite consentite con un minimo di 38 anni di contributi e 62 di età portano a un incremento dell’ordine di 100 miliardi del debito pensionistico”. Boeri non spiega in quanto tempo si produrrebbe quel debito. Dieci, venti o trent’anni? Non solo, “le riforme pensionistiche degli ultimi anni hanno prodotto risparmi per 900 miliardi fino al 2050, quindi un eventuale scostamento non sarebbe grave”, dice ancora Ghiselli. Il quale ricorda che l’incidenza effettiva della spesa pensionistica sul Pil, oggi al 15% circa, “depurata di oneri impropri, come ad esempio le tasse che lo Stato versa a stesso, scenderebbe all’11-12%”.

C’è da dire anche che se si prende in esame la spesa pensionistica “pura”, cioè solo i contributi versati e le pensioni effettive pagate, il sistema è ancora in equilibrio. La Gestione dei lavoratori dipendenti, in passivo nel 2015 per 8,7 miliardi, ha chiuso il 2017 in attivo per 2,7 miliardi. In attivo anche i Parasubordinati (5,8 miliardi) mentre la zavorra è costituita da Commercianti, Artigiani e soprattutto ex Inpdap, cioè i dipendenti pubblici.

Boeri ha ragione quando dice che “quota 100” interessa principalmente lavoratori uomini, con redditi medi che, per il 40%, sono dipendenti pubblici. Saranno questi i beneficiari della riforma, mentre le donne, che beneficiano principalmente della pensione di vecchiaia sono quelle che più hanno subito gli effetti della Fornero.

L’audizione di ieri, però, era funzionale alla discussione sulla proposta di legge 1071, primi firmatari D’Uva e Molinari (M5S) sulle “pensioni d’oro”. E qui l’intervento di Boeri è servito innanzitutto a rivendicare i propri meriti perché quel provvedimento “riprende l’idea del rapporto Non per cassa, ma per equità elaborato dall’Istituto nella primavera del 2015”. E così, dall’alto della primigenia, il professore può fissare alcuni punti. Il primo è che la combinazione tra intervento sulle pensioni d’oro e “quota 100” è dannoso e perverso perché si toglie con una mano ciò che si è appena concesso con l’altra. Almeno 4700 lavoratori beneficiari della riforma Fornero, infatti, sarebbero colpiti dal maggior prelievo sulle pensioni d’oro. Il quale, aggiunge Boeri, non darà più di 150 milioni di gettito, pochi per un riequilibrio delle pensioni minime. “Dai nostri calcoli il gettito potrebbe arrivare anche a 250 milioni”, dice Francesco D’Uva, il deputato firmatario della proposta, “ma solo per effetto della riduzione a 4.500 euro della soglia sopra la quale scatta il prelievo”. D’Uva contesta poi il collegamento che fa Boeri tra pensioni di anzianità ripristinate dalla quota 100 e taglio alle pensioni d’oro, “perché noi vogliamo solo generare maggiori risorse per le pensioni minime, l’effetto principale sarà questo”.

Quello su cui c’è accordo è che per fare questa operazione di ricalcolo contributivo (che tecnicamente sarà una “correzione attuariale” con nuovi coefficienti di trasformazione ai montanti retributivi dei pensionati) avrà bisogno di tempo. “Le informazioni relative alle quote di pensione dovranno essere acquisite direttamente dalle Amministrazioni pubbliche” e quindi sarà un’impresa non da poco vista la diramazione della Pubblica amministrazione. Boeri ha approfittato dell’audizione per sponsorizzare la sezione del sito Inps “A porte aperte” in cui è consultabile “l’entità dei privilegi” data dal sistema retributivo (la pensione calcolata sulle retribuzioni percepite e non sui contributi versati) per diverse categorie: in particolare i commercianti, il comparto Difesa e sicurezza. il Fondo Volo. Pensioni che con il ricalcolo potrebbero essere decurtate, dice Boeri, tra l’8 e il 23% con una platea complessiva di circa 30 mila persone.

Urne trasparenti e seggio aperto: ok alla proposta M5S

Trasparenza in tutti i sensi. Urne in plexiglass, seggio aperto e possibilità per gli universitari fuori sede di votare per i referendum e per le Europee nel Comune dove si risiede in quel momento: sono alcune delle novità introdotte dalla proposta di legge approvata ieri alla Camera. Il testo, primo firmatario Dalila Nesci (M5S), che passa ora al Senato, è stato approvato con il voto a favore della maggioranza e di Leu, l’astensione di Pd e FdI e il no di FI che è contro le norme che riguardano gli scrutatori dei seggi elettorali e l’ampliamento dei soggetti abilitati ad autenticare le firme necessarie per proporre referendum e leggi di iniziativa popolare. In ogni caso, riscuote consenso la possibilità di avere più trasparenza in tutte le consultazioni elettorali e di ridurre al massimo il voto di scambio grazie alle urne in plexiglas semitrasparente. Sono modificate, nella stessa ottica, anche le cabine: saranno chiuse su tre lati e copriranno solo il busto dell’elettore. Il quarto lato, aperto, sarà rivolto verso il muro. Altra novità, è la possibilità per gli studenti che studiano fuori sede di votare dove frequentano l’università senza dover tornare nel Comune di residenza.