Ieri il viceministro degli Esteri, Emanuela Del Re, ha risposto a un’interrogazione a risposta immediata in commissione alla Camera. Il tema era la conferenza di pace sulla Libia, in programma il 12 e 13 novembre a Palermo, che riguarda anche le scelte sull’ambasciatore a Tripoli, il “congelato” Perrone (è ancora a Roma, dopo essere stato richiamato per una intervista-gaffe), e sul cambio più volte annunciato dei vertici dei servizi segreti esterni (Aise) e coordinamento (Dis). Il viceministro, nel replicare alla deputata dem Lia Quartapella, ha raccontato come la Farnesina stia lavorando all’organizzazione della conferenza di pace, sorvolando sia sulla questione Perrone sia sulle nomine dell’intelligence. Ha detto Del Re: “Vorrei rassicurare l’onorevole che continueranno i contatti di alto profilo che stiamo sviluppando tramite il presidente del Consiglio e il ministro Moavero. Questo anche tramite la nostra ambasciata, che resta pienamente operative, nonostante i bene noti motivi di sicurezza abbiano ridotto il personale”.
F-35, gli Usa li fermano. Il governo prepara il taglio
In Parlamento litigano su chi li avrebbe comprati o chi vorrebbe comprarli. Ma nelle stesse ore negli Stati Uniti, il Paese dove vengono (in buona parte) costruiti, hanno deciso di lasciarli a terra. E la Gran Bretagna si è accodata. I cacciabombardieri F-35 sono una rogna che fa rima con paradosso. E districarla spetta al governo gialloverde e al ministro della Difesa Elisabetta Trenta. Voluta da quei 5Stelle che hanno sempre bollato quegli aerei militari come uno spreco, ma che ora devono fare i conti con impegni messi nero su bianco e soprattutto con l’alleato americano. Tema attualissimo, per gli attacchi dell’opposizione in tempo di manovra economica. E soprattutto per fatti di cronaca.
Proprio ieri, il Pentagono, il Dipartimento americano della Difesa, ha deciso di lasciare a terra a tempo indeterminato l’intera flotta di F-35, dopo che un velivolo della Marina era precipitato nella Carolina del Sud lo scorso settembre. “Si dovrà investigare su eventuali falle nei serbatoi”, spiegano. E i vertici militari inglesi hanno subito imitato i cugini, ordinando “ispezioni straordinarie” sui loro F-35 e la sospensione di “alcuni voli”. Da qui si rimbalza in Italia, e al Pd che ieri con il suo senatore Ernesto Magorno ha accusato il Movimento: “La nuova giravolta è sulle spese militari, perché come annunciato dalla ministra Trenta ci saranno importanti investimenti ed è confermato l’acquisto degli F-35”. Sillabe che hanno fatto infuriare il M5S. E a cui la stessa Trenta ha risposto con un post sul blog del Movimento: “È sorprendente che esponenti del Pd sventolino dichiarazioni in cui affermano che il M5S sta comprando nuovi F35, perché i lotti 13 e 14 sono stati impegnati proprio dal Pd. E lo hanno fatto a tre mesi dalle elezioni”. E di seguito, il ministro posta copia del contratto del 25 aprile con l’azienda produttrice, la Lockeed.
Di fatto, un acconto di dieci milioni di dollari per i lotti 13 e 14, con il primo lotto che prevede la consegna di quattro aerei. Acconto, precisa una fonte specializzata, che però non equivale a un pre-contratto vincolante. Va allora citata una testata online specializzata, Defense-aerospace. com , che a luglio rimetteva in fila tutto. Spiegando che finora l’Italia ha ricevuto 12 F-35 mentre un altro cacciabombardiere, parte del lotto 11, è atteso per il 2019.
Soprattutto, non esiste una cifra fissata e immutabile. L’acquisto deve procedere per lotti, che vanno comprati di volta in volta. Ma ci sono le esigenze politiche. Perché i precedenti governi erano partiti programmando l’acquisto di 131 aerei per poi scendere a 90 già nel 2012. E secondo la relazione della Corte dei Conti dell’anno scorso, nel 2017 si era ormai scesi alla consegna di 22 velivoli entro il 2021.
Però a fronte dell’esigenza di tagliare, l’Italia ha anche nodi politici: chiudere la porta all’acquisto di F-35 potrebbe aprire una frattura con gli Stati Uniti, del cui appoggio il governo italiano ha estremo bisogno, innanzitutto per frenare la Francia in Libia. E poi ci sono le esigenze militari, perché la flotta va rinnovata. In questo quadro, il M5S cerca un equilibrio.
Nella riunione con i ministri di due giorni fa, il vicepremier Luigi Di Maio è tornato sul tema degli F-35, dopo aver concordato con la Trenta tagli per 500 milioni alla Difesa nella prossima manovra. Ma la strada non è ancora chiara, e le opzioni sono tre. Con la prima che prevede un congelamento di tutto il programma: improbabile, anche perché nuocerebbe anche all’industria italiana (alla costruzione degli aerei lavorano anche aziende italiane).
E allora c’è un’altra via, fermarsi all’acquisto di 28 caccia. Possibile ma rischioso, perché l’Aeronautica rimarrebbe con soli 13 aerei (alla Marina ne servono 15 per le portaerei). E quindi c’è la terza strada, diluire il più possibile programmazione e acquisti, così da recuperare risorse, che in parte verrebbero dirottate su equipaggiamenti e sulla manutenzione delle caserme. Ipotesi che stanno venendo vagliate. Ma tra un mese in Sicilia ci sarà la conferenza di pace sulla Libia. “Non è escluso che partecipi anche il presidente Trump”, dicono fonti di governo. Molto attento al dossier degli F-35.
Espulso dal partito di B. l’ideatore del nuovo “simbolo”
È durata poco più di due ore la vita della corrente dei forzisti pro-Salvini, ovvero l’area filo leghista all’interno del partito berlusconiano. Due ore sono passate, infatti, dalla sua presentazione, con una conferenza stampa del suo ideatore, Pietro Spizzirri, coordinatore dei club forzisti in Calabria, alla sospensione dello stesso da Forza Italia tramite comunicato del responsabile dell’organizzazione, Gregorio Fontana. Che ha diffidato Spizzirri dall’usare il simbolo del partito berlusconiano. Già, perché il logo della neonata corrente era proprio il simbolo forzista, con “Forza Salvini” al posto di “Forza Italia”. Quasi una provocazione. “Nonostante l’invito a non utilizzare il simbolo e a non violare le norme statutarie, il signor Spizzirri ha continuato ad assumere comportamenti inaccettabili”, ha detto Fontana, rendendo nota la sospensione. “Noi vogliamo restare in FI, ma il partito deve sostenere Salvini come leader del centrodestra, come ammesso dallo stesso Berlusconi che, prima del 4 marzo, disse che il leader sarebbe stato quello con un voto in più”, ha spiegato Spizzirri. Che ora per la bravata del simbolo probabilmente sarà espulso.
Scuola, il Miur si riprende la cattedra Il piano di Bussetti per lo sport in classe
Una Federazione dello sport scolastico, alle dipendenze del ministero dell’Istruzione e non del Coni, e due ore alla settimana con un vero maestro di educazione fisica anche alle elementari: è il piano del governo per riportare lo sport nella scuola italiana, già nella prossima manovra, una delle priorità del ministro Bussetti. Lo Stato se n’è disinteressato a lungo, il Coni negli ultimi anni ha provato a fare da supplente (su competenze non sue), ora il Ministero si riprenderà la sua cattedra. La nuova “federazione” si occuperà dell’organizzazione delle manifestazioni studentesche, che le Federazioni sportive (che hanno standard pensati per l’agonismo) avevano finito per scoraggiare: il sogno è riportare in vita i Giochi della gioventù, a cui partecipino tutti gli istituti. E la rivoluzione partirà dalle elementari, con la nuova figura del maestro di educazione fisica: laureati in Scienze motorie (con crediti universitari in pedagogia), per cui verranno banditi nuovi concorsi (circa 12 mila posti). L’intero pacchetto può valere 300-350 milioni di euro, da trovare per lo più con economie su altri stanziamenti.
M5S si autocelebra: la festa di governo costa 600mila euro
Ora che sono al governo vogliono celebrarsi. Con un padiglione che racconterà la storia del Movimento, dalle prime riunioni simil-carbonare alla “manovra del popolo”, come propagandano ora. E con il fondatore, quel Beppe Grillo ormai molto di lato, che riapparirà per tenere banco su un palco circolare come nei concerti rock. Nel M5S lavorano agli ultimi ritocchi per Italia5Stelle, la tradizionale festa annuale, che questa volta si svolgerà il 20 e il 21 ottobre dentro il Circo Massimo a Roma, la stessa sede della prima edizione del 2014. In quel caso, la manifestazione fu una ripartenza per il Movimento, strabattuto dal Matteo Renzi del 40,8 per cento nelle Europee.
Però ora al potere ci sono loro, i 5Stelle. E in tanti hanno voglia di imbucarsi alla loro festa, per dipingersi come grillini della prima ora e chiedere, di tutto. “Ma se qualcuno pensa di venire da noi per ottenere qualcosa sbaglia indirizzo, lo riconosceremo” giura Francesco Silvestri, vicecapogruppo vicario del M5S alla Camera, che cura l’organizzazione della festa assieme al tesoriere Sergio Battelli. Romano, nel Movimento dal 2007, Silvestri annuncia un’edizione diversa dalle precedenti, innanzitutto per l’impatto visivo, visto che a dominare non saranno come di consueto i gazebo: “Avremo un unico, grande padiglione davanti al palco, che conterrà una galleria grafica dove verrà raccontata per immagini la storia del Movimento, a mio avviso una bellissima storia. E all’interno ci saranno anche altri spazi: laboratori per gli attivisti, assieme a banchetti dove verrà illustrato quanto fatto dal governo e a uno spazio dedicato alla piattaforma web Rousseau”. E fuori?
Attorno ci saranno tre agorà, per gli interventi. Ma il cuore dell’evento sarà ovviamente il palco, quest’anno circolare. E sarà il regno di Grillo, “ma non mi chieda come e quando interverrà, Beppe è immarcabile” prende tempo Silvestri.
Dal “suo” palco parleranno anche gli altri big: Davide Casaleggio, Luigi Di Maio, il presidente della Camera Roberto Fico, i ministri, molti parlamentari e due o tre ospiti di cui il deputato non vuole ancora rivelare il nome (“sono in via di definizione”). Alessandro Di Battista invece interverrà in collegamento. Poi ci sarà la musica, con Edoardo Bennato, Cristiano De André e una piccola orchestra, presenti a titolo gratuito. “Il palco, come tutta l’area, sarà accessibile ai disabili, per i quali abbiamo creato delle pedane” racconta Silvestri. Che aggiunge: “Tutta la festa sarà plastic free, ci abbiamo lavorato assieme a 200 volontari”. Ma la difficoltà maggiore sarà un’altra: “Per le nuove norme sull’ordine pubblico, dovremo transennare tutto e prevedere vie di fuga. E costerà decine di migliaia di euro”.
E da qui si arriva ai costi complessivi dell’evento. “Un calcolo preciso ancora non è possibile, ma saranno attorno ai 600 mila euro”, dice Silvestri. Una cifra già coperta “per il 60-65 per cento” dalle donazioni di cittadini e iscritti e da quelle dei parlamentari. Però il tema dei soldi si lega a quello del malumore di diversi parlamentari. Irritati per le nuove regole sulle restituzioni, che impongono di ridare al M5S 3.000 euro al mese, più 300 euro per Rousseau. E di questi, mille vanno accantonati per gli eventi. Così il Movimento ha chiesto agli eletti di attingere da quei fondi. E in diversi hanno rumoreggiato. Silvestri però nega: “Non c’è nessun obbligo, né una quota minima da dare. Chiunque può versare quanto preferisce, e gli eletti stanno aiutando”.
Renzi con Minniti rovina il “lancio” di Zingaretti nel Pd
Auna settimana dalla Leopolda e alla vigilia di Piazza Grande, la kermesse di Nicola Zingaretti all’ex Dogana di Roma, c’è un’unica certezza: Matteo Renzi è riuscito a rovinare la festa al Governatore del Lazio. Come? Con il pressing per la discesa in campo di Marco Minniti, diventato sempre più insistente. E soprattutto pubblico. “Abbiamo bisogno di individuare un profilo forte e autorevole contro l’incompetenza e l’estremismo gialloverde. Crediamo pertanto che Marco Minniti, figura dal forte profilo democratico e unitario, potrebbe essere quella giusta per guidare il nostro partito”. Questo l’appello firmato da una quindicina di sindaci del Pd, praticamente tutti renziani: Marco Alessandrini di Pescara, Ciro Bonajuto di Ercolano, Mario Bruno di Alghero, Romano Carancini di Macerata, Massimo Castelli di Cerignale e presidente dell’Anci piccoli comuni, Antonio Decaro di Bari, Giuseppe Falcomatà di Reggio Calabria, Giorgio Gori di Bergamo, Enrico Ioculano di Ventimiglia, Dario Nardella di Firenze, Mattia Palazzi di Mantova, Matteo Ricci di Pesaro. Nella richiesta di un candidato unitario c’è anche quella implicita del ritiro di Zingaretti. Il Governatore non ci pensa proprio. Parallelamente, invece, Minniti riflette: lui sarebbe disposto a correre se è il candidato di tutti (o quasi). Si può “piegare” a fare quello di Renzi? La variabile si chiama Paolo Gentiloni: una eventuale discesa in campo del suo ex ministro dell’Interno metterebbe in crisi l’ex premier, che ha endorsato Zingaretti e che domenica mattina prenderà la parola subito prima di lui. E Dario Franceschini, anche lui atteso nel weekend dal Governatore del Lazio, cambierebbe cavallo? Minniti aspetta anche questo tipo di riscontri.
Quella di Renzi, però, si può leggere anche come una mossa disperata. Nel non aver trovato un candidato spendibile, l’unica alternativa alla discesa in campo di Minniti è la sua. Che ancora catalizza circa il 50% degli iscritti. Sarebbe una specie di battaglia finale. Perché poi l’area renziana è in via di sfaldamento progressivo: Matteo Richetti si è candidato; la chat dei senatori, che in genere sprizza entusiasmo per il Capo, in questi giorni langue; il servizio di Maria Elena Boschi su Maxim non è andato giù a molti (gira voce che nei sondaggi valga il 2% in meno per il Pd); la riunione di corrente di Salsomaggiore, dell’8 e del 9 novembre è organizzata da Gianluca Benamati, deputato Pd, finora ben lontano dal Giglio Magico. E pure Matteo Orfini marca la differenza: se Minniti si presenta, lui presenterà un suo candidato.
La Leopolda, che “non è una manifestazione del Pd”, come ricordano i renziani, potrebbe dunque diventare l’occasione per cominciare a preparare l’uscita dal partito, una volta perso il congresso. O persino una via di fuga rispetto a un Minniti segretario troppo indipendente. In questo, è speculare la kermesse di Zingaretti: neanche lì ci saranno i simboli dem, perché “non è un appuntamento del partito, ma è rivolto a tutte le forze politiche che vogliono cambiare”, come dice lui.
Per ora, i candidati sono 5 (il Governatore, Richetti, Boccia, Dario Corallo, Damiano) e altri ne arriveranno (pure se da Statuto solo i primi 3 arrivati nel voto degli iscritti fanno le primarie), ma non si capisce per quale partito. E non c’è ancora una data per il congresso: Renzi spera sempre nel rinvio. Chissà che non lo aiuti lo spread: se schizza alle stelle, come si fa a pensare al Pd?
Moscovici (Ue): “La manovra non è buona per la gente”
Il commissario Ue Pierre Moscovici – ieri a Bali (come il ministro Giovanni Tria) per l’incontro annuale del Fmi – prevede un periodo difficile nei rapporti tra Italia e Bruxelles: se Roma non cambierà gli obiettivi di bilancio “probabilmente avremo uno scambio di lettere con il governo e poi vedremo, per ora non rinvigoriamo il fuoco”, perché “non è nell’interesse della zona euro avere una crisi con l’Italia e la Commissione certamente non è nell’umore di crearne una”. Il commissario agli Affari economici prima ha ripetuto l’eterno refrain delle riforme strutturali (“il problema dell’Italia è aumentare la produttività, troppo debole da decenni, ed è per questo che la crescita italiana è troppo lenta”) e poi attaccato il mantra “manovra del popolo” creato dal governo gialloverde: “Non accetto l’idea che ci sia una Commissione di burocrati da un lato e un bilancio del popolo dall’altro. Un bilancio che aumenta il debito è un bilancio che non è buono per la gente”, sostiene Moscovici (che pure aumentò assai il debito quand’era ministro di Hollande in Francia). In ogni caso, è la conclusione, se i numeri non cambiano “agiremo di conseguenza”.
“Via l’art. 81 dalla Carta: sovrano è il Parlamento, non i mercati”
Cominciamo questa conversazione sul rapporto tra Europa e Stati, tra volontà dei popoli e diktat di mercati e commissari, dall’inizio. Cioè dal secondo comma del primo articolo della Costituzione (“la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti stabiliti dalla legge”). Partiamo dalla Carta anche perché parliamo con Gaetano Azzariti, ordinario di Diritto costituzionale alla Sapienza.
Professore, assistiamo a continue tirate d’orecchie, per di più preventive, su quello che possiamo o non possiamo fare. La sovranità a chi appartiene? Ai popoli o ai mercati?
Non certo ai mercati, ma neppure al popolo astrattamente e retoricamente inteso. Nel Novecento la sovranità è ‘sovranità costituzionale’. Quando si evoca genericamente il popolo non si fanno i conti con quanto prescritto dall’articolo 1, cioè che questi esercita la propria sovranità entro le forme e i limiti stabiliti dalla Costituzione: è questo il perimetro della sovranità.
E che succede se – come ora – i cittadini non sono disposti a farsi dire come votare dai mercati?
Anche in questo caso le decisioni politiche fondamentali spettano non a indeterminati cittadini, ma agli organi costituzionalmente competenti, in primo luogo al Parlamento, ovvero – quando la Costituzione lo prevede – alle decisioni assunte direttamente dal corpo elettorale. L’equivoco di fondo è che spesso si parla di sovranità e si pensa a quella del capo, che non è titolare di alcuna sovranità diretta; in Italia neppure il governo è eletto dal popolo. Quel che si dovrebbe recuperare non è un potere decisionale in ‘capo ai capi’, ma all’organo della rappresentanza popolare, al Parlamento appunto.
Ma è possibile che si possa dettar legge dall’esterno anche sulla riforma delle pensioni di uno Stato sovrano?
Il vero argine alle decisioni politiche dovrebbe essere la Costituzione. Argine a tutte quelle misure che non tenendo in considerazione i principi costituzionali finiscono per compromettere la salvaguardia di diritti fondamentali. Da questo punto di vista, la misura che più preoccupa è la flat tax, se essa dovesse essere concepita come un’unica aliquota al 15% come si è a lungo scritto, poiché andrebbe in conflitto con il principio della progressività fiscale.
Come siamo arrivati a questo conflitto con l’Europa?
C’è stato un tradimento dell’Europa politica. La formula dei ‘piccoli passi’ di Schuman (cominciamo dall’unione economica per arrivare all’Unione politica) si è rivelata sbagliata. Una scommessa persa a causa della sottovalutazione della forza del mercato che ha fagocitato tutto. Dal ’92 i parametri di Maastricht hanno dominato lo scenario europeo. E quando nel 2000 si è provato a reagire elaborando la Carta dei diritti dell’Unione europea, l’Europa ha finito per voltargli le spalle.
Qual è la morale?
Per rimanere in Europa si deve lottare per dare un primato dell’Europa dei diritti sull’Europa dei mercanti.
Si può rimanere in Europa tentando di preservare il diritto dei cittadini di esprimere, attraverso il voto, un indirizzo politico?
Sì, riaffermando la centralità degli organi della rappresentanza politica che oggi sono messi in un angolo. Penso al Parlamento italiano, emarginato da esecutivi sempre più invadenti; penso anche al Parlamento europeo, che con Lisbona nel 2009 si è cercato di rafforzare, ma che poi si è visto espropriare dalle decisioni assunte dagli Stati membri i quali indirizzano di fatto le politiche europee.
In Grecia c’è stato un referendum nel 2015, il cui esito è stato completamente sconfessato.
Sulle ragioni dei diritti fondamentali dei greci è prevalsa la visione europea di salvaguardia degli equilibri di un’economia senza diritti. È il punto più basso dell’Europa dei popoli. Non avremo mai un’Europa credibile se questa non riuscirà ad andare oltre alle ragioni di bilancio e farsi carico dei diritti indisponibili delle persone che devono essere comunque tutelati.
Però su tutto, sugli zero virgola e non solo, ha più voce in capitolo la Commissione europea che lo Stato italiano.
Non c’è dubbio. Oggi l’Europa pretende di dettar legge attraverso i vincoli economici. Io credo che dovrebbero essere rivalutati dei contro-limiti costituzionali per salvaguardare i diritti. Sono contro-limiti individuati dalle Corti costituzionali di alcuni Paesi e ormai implicitamente ammessi anche dalla Corte di giustizia. In ogni caso, è chiaro che c’è ancora molta strada da fare. Ma ciò che più preoccupa credo non sia neppure tanto il conflitto in sé, quanto le ragioni di esso.
Cioè?
Si scatena il conflitto solo per far prevalere gli interessi egoistici degli Stati. È sintomatico che l’enfasi maggiore riguardi la questione del debito, mentre le politiche sociali o le stesse politiche migratorie, vengono ridotte a questioni di ordine pubblico interno. Ciò che appare veramente inammissibile è l’assenza di una politica comune e solidale in tema di migrazioni.
L’articolo 81 della Costituzione, diceva il professor Rodotà, è stato un grande sbaglio perché mette il principio del pareggio di bilancio in concorrenza con i diritti fondamentali (salute, istruzione, retribuzione dignitosa).
Verissimo. L’articolo 81 è una serpe in seno alla Costituzione. Se introduci certe norme nella tua Carta fondamentale è difficile andare poi in Europa a protestare per il rigore preteso dalla Commissione. Nel 2012 è stato introdotto all’unanimità e con grande entusiasmo il vincolo di bilancio, subito dopo s’è pretesa maggiore flessibilità. Comportamento anomalo che dovrebbe far riflettere.
Forse si dovrebbe partire da qui, eliminando l’articolo 81?
Sarebbe un bel segnale per far ripartire un’Europa dei diritti e non solo dei mercati.
L’uomo di Di Maio e i tweet omofobi: “Mi diffamano”
Enrico Esposito – giovane avvocato e amico di Luigi Di Maio che il capo grillino ha nominato all’ufficio legislativo del Mise – ieri non ha passato una buona giornata. L’Espresso ha infatti pubblicato alcuni suoi tweet risalenti al 2014-2016 decisamente sgradevoli. Si va, e citiamo fior da fiore, dal sessismo (“non c’è modo migliore di onorare le donne mettendo una mignotta in quota rosa”) all’omofobia (“in un paese serio Vladimir Luxuria va in galera, non in Parlamento”) alla volgarità spicciola (“quando ti chiamano ricchione o rispondi ‘a puttan e mammt’ o vai a piangere dalla maestra. Se fai la seconda cosa, sei ricchione davvero”). L’opposizione ha chiesto a Di Maio di rimuoverlo dall’incarico per indegnità, ma Esposito contesta la ricostruzione dell’Espresso: in sostanza – dice l’avvocato con una “passione per la satira e per il black humour” – quei tweet sarebbero “la voce” di un personaggio radiofonico da lui impersonato a quel tempo (“Gianni il Riccone” sull’emittente online “Blebradio” di Acerra) e che era dunque volutamente sgradevole. “L’Espresso si è ben guardato dal riportare le foto di ‘Gianni Il Riccone’, che pure erano visibili in bacheca e ha lanciato una campagna diffamatoria nei miei confronti”.
I quarantenni, una generazione in panchina
Azzeccare la metafora non è mai semplice. Tommaso Labate però ci riesce superbamente e consegna alla storia italiana di questi anni un’immagine simbolo per raccontare il fallimento di una generazione, quella dei quarantenni-cinquantenni. Questa: la parabola perdente di Roberto Baggio ai Mondiali di calcio americani nel 1994. E non solo per il rigore sbagliato nella finale, “tirato bene ma alto”, primo ossimoro generazionale. Ma anche per quella clamorosa e inattesa sostituzione nell’incontro decisivo con la Norvegia del 23 giugno. Una partita da dentro o fuori. L’Italia rimane in dieci per l’espulsione del portiere. L’allenatore è Arrigo Sacchi, 48 anni. Per mandare in campo Marchegiani, il pipelet di riserva, l’Uomo di Fusignano fa uscire proprio lui, il talento invocato da un Paese intero, che di anni ne ha 27. E la Nazionale vince e passa il turno.
“In quella notte del 23 giugno 1994 ci sono tutti gli ingredienti dello squilibrio generazionale che viviamo oggi. (…). I padri alla Sacchi – quelli che avevano fatto il Sessantotto mandando virtualmente a processo e preventivamente condannando i loro, di padri – hanno costruito uno schema a proprio vantaggio, vincente. La mobilità sociale, il benessere economico, un sistema robusto di garanzie”.
Firma del Corriere della Sera nonché opinionista televisivo, Tommaso Labate nell’immediata vigilia dei suoi quarant’anni tratteggia il ritratto convincente e amaro allo stesso tempo di quella che Mario Monti, il premier tecnico delle lacrime e sangue in versione Terzo millennio, chiamò la “generazione perduta”. Per colpe altrui ma anche proprie. Perché se è vero che la distruzione dello Stato sociale e il totem della precarietà hanno massacrato i nati negli Ottanta e nei Settanta, è altrettanto vero che soprattutto ai quarantenni è mancato il coraggio di processare i padri e sostituirli. Sono rimasti in panchina. Qui la metafora calcistica di Baggio, a nostro giudizio, ritorna grazie alla definizione che ne diede l’Avvocato buonanima: “Coniglio bagnato”.
Il titolo del libro è l’esatto contrario del sogno e dell’utopia ideologica: Rassegnati. L’irresistibile inerzia dei quarantenni. Ai nati, come Labate, nei primi anni Ottanta non solo è mancato il coraggio di fare la guerra generazionale, modello Sessantotto o Settantasette – esemplare, in merito, il movimento studentesco della Pantera contro la riforma Ruberti che agì con la benedizione paterna dei baroni accademici – ma è mancata pure l’ideologia, con la fine del socialismo reale nell’Est sovietico. Ed è significativo notare come neanche l’antiberlusconismo, totalmente assente dal racconto tra il saggistico e l’autobiografico di Labate, sia stato un collante collettivo. Del resto, il dramma dei quarantenni comincia nel bosco oscuro della politica. Mai solidarietà tra di loro. Gianni Cuperlo, tra i più colti e preparati esponenti del post-dalemismo a sinistra, diventa “un predestinato senza destino”.
Pure quelli che ce l’hanno fatta prediligono il comodo sentiero individualista dell’egoismo generazionale. A partire dal personaggio del momento, quel Matteo Salvini che dopo vent’anni di servilismo da yes man nella Lega di Bossi e Maroni conquista il Carroccio per un accidente della storia (i guai del cerchio magico bossiano) senza versare una sola goccia di sangue.
Hai voglia a dire il merito, poi. La stucchevole retorica sulla meritocrazia, che avrebbe dovuto riempire i buchi aperti dall’introduzione della flessibilità sul lavoro, è sfociata in uno stagismo a oltranza, lavorando gratis o per quattro soldi. L’unica soluzione realistica, per risvegliare la speranza, è fare davvero rete con tre “c”: conflitto, contrapposizione e coscienza. Unico appunto veniale al libro: per la ricchezza dei personaggi presenti, un indice dei nomi avrebbe aiutato il lettore.