Lo spauracchio dei tecnici: regalo perfetto ai giallo-verdi

L’arrivo (oh Gesù) di un nuovo governo Monti, lacrime e sangue. Ne parlano, non senza una nota di sarcasmo, esponenti di governo (soprattutto leghisti) con frasi che poi rimbalzano sui giornali, con il voluto effetto spauracchio. Un complotto in piena regola che avrebbe già un copione.

Dunque, malgrado l’abnegazione dei nostri eroi Salvini e Di Maio, e i generosi tentativi di placare gli appetiti del drago (non ancora Draghi) a tre teste (spread, agenzie di rating, il perfido Soros), la manovra del popolo viene bocciata dalla Commissione europea, in combutta con i nemici del popolo. Per non tradire il mandato ricevuto dal popolo medesimo il governo gialloverde si vede costretto alle dimissioni (annunciate da un balcone). Subito accolte dagli stregoni del Quirinale che hanno già pronto in saccoccia un manipolo di parlamentari prêt-à-porter. Raccattati nei bassifondi grillini e del Carroccio e che si presterebbero a recitare in questo horror nel ruolo dei cosiddetti “responsabili” (Berlusconi docet). Grazie ai loro voti salirebbe a Palazzo Chigi un qualche professorone, al soldo naturalmente di eurocrati e austerità. Con un programma ridotto all’osso (come del resto gli italiani): la legge Fornero non si tocca; e giù i fannulloni dal divano, altro che reddito gratis, si cerchino un lavoro.

Certo, sembra uno scenario assurdo, eppure l’esistenza di un piano B politico lo si era già colto in certe frasi buttate là dal vicepremier Luigi Di Maio. Quando per esempio dice (1 ottobre): “Se fallisce la manovra non restano che le elezioni”. Mentre tre giorni dopo, in un salotto tv, si lascia scappare un’altra mezza ammissione: “Vogliamo costringere l’Unione europea a dirci no alla manovra”. Senza contare che tutto l’ambaradan di cospirazioni internazionali, di “manine e manone ministeriali” che mettono i bastoni tra le ruote, di gazzette megafono dei poteri forti sembra costruito apposta dalla propaganda del Salvimaio per tenere caldo l’elettorato in vista di nuove succulente prove elettorali. Si parla non soltanto delle cruciali consultazioni europee del prossimo maggio, che potrebbero ridisegnare in senso sovranista il potere a Strasburgo, e dunque a Bruxelles. Ma anche di coincidenti elezioni politiche anticipate, nel caso la situazione precipitasse. Dal che si deduce per quale motivo l’ipotetico avvento di un esecutivo simil Monti venga evocato da chi fa il tifo per il Capitano.

È facilmente immaginabile, infatti, che un Paese come il nostro – già stressato da mesi di guerra psicologica, a colpi di slogan sugli attacchi alla sovranità del popolo e, viceversa, sul baratro prossimo venturo “per colpa di quei due pazzi incompetenti” – vivrebbe come una sopraffazione insopportabile l’insediamento di un governo vampiro, per giunta nuovamente non eletto. Un cadeau d’inestimabile valore per i dioscuri, che si troverebbero sul piatto d’argento una campagna elettorale già bella e confezionata. Per conquistare la maggioranza assoluta. È pensabile che il Colle, Bankitalia, la Corte dei Conti, la burocrazia fellona, gli ubriaconi del Benelux, le banche sanguisughe, la Spectre giudaicomassonica stiano alacremente lavorando per spararsi una bella sventagliata di mitra sui piedi?

Maltempo dalla Sicilia alla Liguria. Morta donna in Sardegna

Continua l’allertamaltempo nel Nord-Ovest (soprattutto in Liguria), così come in Sardegna, dove continuano le ricerche di Nicola Campitello, il pastore di origine campana disperso nella zona di Castiadas. Morta invece la 45enne Tamara Maccario, dispersa nel Cagliaritano. La donna era con il marito e le 3 figlie mercoledì notte quando l’auto su cui viaggiavano è stata travolta dall’acqua. Le operazioni di soccorso, cominciate intorno a mezzanotte, hanno consentito di individuare subito una delle figlie, che ha segnalato la mancanza degli altri membri della famiglia. Le due sorelle sono state ritrovate nelle ore successive, dopo aver chiesto aiuto in una casa della zona. Il padre delle ragazze è invece stato individuato verso le 3.30 da un elicottero dell’Aeronautica militare. La Regione ha dichiarato lo stato di emergenza.

Previste piogge intense anche in Sicilia, al punto che il dipartimento di Protezione civile ha diramato un avviso di allerta meteo, prevedendo uno stato di allerta arancione su tutta la regione e in misura preventiva la chiusura delle scuole a Catania. Dalle prime ore di oggi, e per le successive 36 ore, si prevedono precipitazioni a carattere di rovescio.

Altro stop ad Autostrade “Barriere di cemento e nuovi tiranti inadatti”

Mentre stava entrando nel vivo il processo per la strage autostradale di Acqualonga e meno di un mese prima del crollo del ponte di Genova, Autostrade per l’Italia del gruppo Benetton si era inventata un sistema per risolvere a suo modo la faccenda delle vecchie barriere in cemento new jersey diventate insicure con il tempo e piazzate su quasi un terzo della sua rete autostradale (850 chilometri su 3 mila in totale). Quel tipo di guard rail, cioè, che proprio ad Aqualonga il 28 luglio 2013 non resistettero all’urto di un pullman fuori controllo che volò giù dal viadotto della A16 Napoli-Canosa: 40 morti.

Insieme alle altre concessionarie, ma da una posizione preminente e con schierata tutta la prima fila degli esperti del ramo (il professor ingegner Marco Anghileri, l’ingener Lorenzo Domenichini, la professoressa e ingegnere Francesca La Torre), Autostrade per l’Italia stava proponendo per le logore barriere new jersey una soluzione-non soluzione, cioè l’ennesimo intervento al risparmio. Interrogato sugli aspetti tecnici della faccenda, il Consiglio superiore dei Lavori pubblici nell’adunanza del 26 luglio ha bloccato l’operazione con un parere che non lascia spazio a equivoci sostenendo che l’intervento proposto non ha i requisiti minimi per essere accettato.

Soprattutto in seguito alla strage di Acqualonga, Autostrade per l’Italia e le altre concessionarie si sono finalmente rese conto che le barriere new jersey sono diventate un problema per la sicurezza autostradale. Vecchie in alcuni casi di decenni (quelle di Acqualonga erano state piazzate nel 1988, prima ancora che fosse resa obbligatoria l’omologazione del prodotto), la prudenza, il buon senso e anche i vincoli contrattuali previsti dalle concessioni avrebbero imposto che quelle barriere fossero gradualmente sostituite. In un contesto normale, aziende normali avrebbero tirato fuori i soldi per garantire la sicurezza. Ma le concessionarie autostradali fanno caso a sé e quando si tratta di pagare diventano sorde, mentre invece per risolvere in modo adeguato e alla radice la faccenda delle barriere insicure dovrebbero investire parecchio. Un metro lineare di new jersey costa in media 210 euro, cioè 210 mila euro a chilometro. Solo Autostrade per l’Italia per i suoi 850 chilometri dovrebbe quindi tirar fuori 178,5 milioni di euro. Meglio quindi, dal suo punto di vista, escogitare altri sistemi.

Siccome al di là della corrosione del cemento e degli altri aspetti di deterioramento evidente, il tallone di Achille del new jersey sono i sistemi di ancoraggio al ponte, al viadotto o alla base dell’asfalto, Autostrade e le altre concessionarie si sono concentrate su quel problema con l’intenzione evidente di poter evitare la sostituzione completa delle barriere. I sistemi di ancoraggio usati fino a oggi e che erano stati installati anche sul viadotto di Acqualonga sono di tipo Liebig e hanno il difetto di ammalorarsi con relativa facilità per effetto degli agenti atmosferici (la neve, le piogge…) e soprattutto a causa del sale sparso d’inverno sull’asfalto in funzione antineve e antighiaccio. Al posto dei tiranti Liebig, Autostrade per l’Italia proponeva “barre filettate inghisate nel cordolo”. Senza però neanche aver provato dal vero il loro comportamento, cioè senza aver effettuato gli indispensabili crash test. Autostrade stava cioè cucendo una toppa su un cappotto vecchio e logoro provando a spacciarlo per nuovo.

Nel suo parere il Consiglio superiore dei Lavori pubblici è chiaro: le vecchie barriere new jersey “sono state a suo tempo oggetto di una estesa serie di prove sperimentali dal vero (crash test con urti di veicoli leggeri e pesanti) e quindi è stato provato e valutato il comportamento di detti ancoraggi Liebig, mentre il sistema new jersey con gli ancoraggi al piede realizzati con barre filettate al posto degli ancoraggi Liebig non risulta sia stato oggetto di tali prove dal vero”. Stando così le cose, il parere del Consiglio superiore è netto: “Non risulta sufficientemente documentata la sostanziale equivalenza di prestazioni tra il dispositivo modificato (con le barre filettate, ndr) e quello dotato di qualificazione (con il sistema Liebig, ndr)”.

Firenze, 4 anni e 8 mesi al carabiniere stupratore

Condannato a 4 anni e 8 mesi di carcere Marco Camuffo, carabiniere 48enne che insieme al commilitone Pietro Costa di 33 anni, accompagnò a casa con l’auto di servizio e poi violentò due studentesse americane a Firenze la notte tra il 6 e il 7 settembre 2017.

La sentenza è stata emessa ieri dal giudice per le indagini preliminari, Fabio Frangini. Camuffo ha scelto il rito abbreviato e ieri è stato condannato. A suo carico il pubblico ministero, Ornella Galeotti, aveva chiesto una pena di 5 anni e 8 mesi. Costa sarà invece giudicato con rito ordinario: ieri è stato rinviato a giudizio e il processo per lui si aprirà il 10 maggio 2019.

Secondo quanto ricostruito dal pm Galeotti e accolto ieri dal gup, la notte del 6 settembre, all’uscita della discoteca Flò di piazzale Michelangelo, le ragazze, 21enni, erano visibilmente ubriache: tanto che ancora il mattino successivo il loro tasso alcolico, rilevato con il test dopo aver denunciato lo stupro, è risultato di 1.59 e 1.68. I due carabinieri – destituiti dall’Arma il 12 maggio scorso – le hanno fatte salire “illegittimamente” sull’auto di servizio per accompagnarle a casa e, una volta arrivati, le hanno seguite nel portone e violentate nell’androne del palazzo, agendo, fra l’altro – aggiunge l’accusa – in modo “repentino e inaspettato”.

I due hanno sin da subito ammesso di aver avuto rapporti sessuali con le ragazze, sostenendo però che le studentesse fossero consenzienti. Ieri Camuffo ha ribadito questa versione rendendo dichiarazioni spontanee in aula e, tentando di alleggerire la sua posizione, ha aggiunto che l’iniziativa di accompagnarle a casa con l’auto di servizio è stata di Costa, non sua.

I legali degli ex carabinieri hanno chiesto per Camuffo l’assoluzione e per Costa il proscioglimento dalle accuse. Dopo una breve camera di consiglio, il gup ha emesso la sentenza di condanna per il primo e il rinvio a giudizio per il secondo.

Quando vennero sentiti, nel settembre 2017, al pm Galeotti dissero a loro discolpa che si erano “comportati da maschietti”. Che “fu un’occasione di fare sesso, lo capimmo entrati nell’androne. Tutti sanno che queste americane spesso e volentieri fanno delle avances”. Lo disse così, l’allora carabiniere Camuffo durante l’interrogatorio. Messo a verbale. Per lui era normale anche riaccompagnare a casa due ragazze con la pattuglia mentre era in servizio. La riteneva “una galanteria”. Certo, concede, “avrei dovuto avvisare il comandante” che salivano in auto, ma “si è sempre fatto così, per motivi di sicurezza: perché magari le aggrediscono nel portone”. Camuffo è stato condannato per averle violentate qualche passo dopo, nell’androne.

Nuovo colpo al clan Spada, sequestrati beni per 19 milioni

Nuovo colpo al clan Spada di Ostia. La Guardia di Finanza di Roma ha sequestrato beni per quasi 19 milioni di euro a esponenti di spicco della famiglia. Un maxi sequestro che ha interessato anche l’ormai nota palestra “Femus Boxe” di Ostia dove Roberto Spada aggredì lo scorso novembre la troupe Rai del programma Nemo colpendo con una testata il giornalista Daniele Piervincenzi. Il decreto di sequestro preventivo riguarda 28 attività economiche, tra cui associazioni sportive che gestivano palestre e scuole di danza, bar, sale giochi e tre ville di cui una in stile stile liberty del valore di circa 800 mila euro di Carmine Spada, alias Romoletto, ritenuto il capo clan. Sigilli anche a un distributore di benzina di Ostia dove nel 2016 si consumò il tentato omicidio nei suoi confronti. Il decreto di sequestro riguarda i beni riconducibili anche a Carmine, Ottavio, Armando e Roberto Spada e Claudio Galatioto che, secondo gli inquirenti, avrebbe gestito società intestate ai prestanome. Gli approfondimenti patrimoniali nei loro confronti sono scattati in seguito alle operazioni di polizia “Eclissi” e “Sub Urbe” con cui furono identificati i capì del clan e ricostruite le attività criminali del sodalizio.

Caltanissetta, minacce e proiettili al Procuratore

Una busta con un proiettile e una lettera di minacce è stata inviata al procuratore capo di Caltanissetta. Ad aprire la missiva nel suo studio è stato lo stesso magistrato, titolare di inchieste delicate come quella sul cosiddetto “sistema Montante”, sull’ex leader di Confindustria in Sicilia per cui ha chiesto il rinvio a giudizio di 23 persone, e sulle stragi di Palermo, come quella sul “falso” pentito Vincenzo Scarantino per l’eccidio di via D’Amelio sfociata in un processo a tre poliziotti. La sua reazione è quella di un magistrato da decenni impegnato nella lotta a mafia e pubblica amministrazione: “Non mi fermo, vado avanti nel lavoro con tutto il mio ufficio”, commenta con l’Ansa. Intanto da ieri è stata rafforzata la sua scorta e la sua protezione è stata portata a un livello di sicurezza superiore. La squadra Mobile di Caltanissetta indaga, ma il fascicolo sulle minacce è stato aperto a Catania, coordinato direttamente dal procuratore capo Carmelo Zuccaro, che conferma “l’apertura di un’inchiesta al momento senza indagati”. La Procura etnea e di Palermo si confronteranno per verificare le analogie che presentano le minacce a Bertone e al presidente della commissione regionale Antimafia, Claudio Fava.

Il maresciallo Roberto Mandolini, di professione sempre estraneo

Si dice all’oscuro di tutto il maresciallo capo Roberto Mandolini, all’epoca dei fatti comandante pro tempore della Stazione Appia da cui dipendevano i carabinieri Tedesco, D’Alessandro e Di Bernardo. A quanto risulta al Fatto, questa è la sua versione fornita in queste ore a chi gli chiede conto delle nuove rivelazioni del collega Tedesco: “Io non sapevo nulla di quanto ha dichiarato Tedesco né tanto meno della nota di servizio che lui dice di avere consegnato al comandante della Stazione dell’epoca”. Mandolini poi aggiunge alcune precisazioni sul suo ruolo: “il comandante della stazione quando la nota fu fatta non ero più io e comunque della nota oggi non c’è traccia”. Mandolini sostiene che, all’epoca dell’annotazione, lui era già stato trasferito, per sua stessa richiesta, a Castel Gandolfo ed era rientrato al suo posto il comandante Buccieri . Agli atti d’indagine risulta che l’annotazione di Tedesco venne redatta il 22 ottobre 2009. Però il comandante Buccieri, nel suo verbale dichiara di essere rientrato in servizio soltanto il 6 novembre. In tutti questi anni Mandolini – anche tramite esternazioni pubbliche su Facebook – si è sempre detto a posto con la coscienza. Al Fatto risulta che avrebbe ribadito che anche nella riunione fatta con i vertici dell’Arma, qualche giorno dopo la morte di Cucchi “non uscì nulla, nessuno disse nulla”. Mandolini, che si professa integerrimo e cristallino, sostiene di aver chiesto “mille volte” ai suoi uomini, dal 2009 in poi, cosa fosse accaduto quella notte e che la risposta era sempre stata la stessa: “nulla”.

Troppi silenzi e qualche distinguo. Il leghista Tonelli già spera nell’errore

Seduto su un divanetto di Montecitorio, l’ex ministro della Difesa Ignazio La Russa – stavolta – ha bisogno di “studiare”. “Cucchi? Devo leggere le agenzie, non so, me le hanno mandate adesso”. Inutile provare ad insistere mentre si rifugia nei corridoi intorno all’Aula: “Non voglio parlare”. Eppure, nove anni fa, a una sola settimana dalla morte di Stefano, professava granitico: “Di una cosa sono certo: del comportamento assolutamente corretto da parte dei carabinieri in questa occasione”.

Ora che il militare Francesco Tedesco accusa due colleghi del pestaggio del giovane romano, di certezze ne restano ben poche. Restano i silenzi, quelli sì, dei tanti che ieri hanno preferito non commentare la svolta nell’inchiesta: zitto Luigi Di Maio, zitto il premier Conte e il resto della pattuglia M5S. Parla solo l’ala “sinistra” del Movimento, con Roberto Fico e Max Bugani. Entrambi concordi nel dire che finalmente qualcuno ha “fatto la cosa giusta”, perché una morte del genere “non può avvenire in un Paese civile”. E poi c’è Paola Taverna, vicepresidente del Senato, che pur augurandosi “che chi ha sbagliato paghi” (“ve lo assicuro”, le fa eco il ministro della Difesa Elisabetta Trenta), tiene a precisare che non si debba fare “di tutta l’erba un fascio”.

È la linea di Matteo Salvini, il ministro dell’Interno che parla di errori di “pochissimi” e che ieri ha declassato a “falsità” le dichiarazioni del 2016 in cui sostenne che Ilaria Cucchi gli faceva “schifo” perché si era permessa di commentare la foto di uno degli indagati al mare (lo stesso, tra l’altro, che oggi accusa i suoi colleghi). Non chiede scusa, Salvini, come non la chiede Carlo Giovanardi, che per anni ha infangato il nome dei Cucchi e ancora adesso “non si vergogna di nulla”. Forse, la ragione di fondo, la spiega in un commento Facebook Gianni Tonelli, l’ex segretario del Sap che la Lega ha portato in Parlamento: “I processi non si fanno sul circuito mediatico. Se fai riferimento alla giornata odierna – scrive Tonelli a un amico social – i miei capelli bianchi mi fanno ipotizzare che molto presto ciò che è stato affermato oggi potrebbe essere confutato”.

“Di’ ai pm che stava bene, altrimenti perdi il lavoro”

“Io sottoscritto Tedesco Francesco dichiaro di proporre formale denuncia-querela in relazione ai fatti di seguito esposti”. La svolta nel processo bis per la morte di Stefano Cucchi viene depositata in Procura il 18 giugno 2018. Il carabiniere Tedesco – imputato per omicidio preterintenzionale (l’accusa di abuso d’autorità è prescritta) insieme con i colleghi Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro – presenta una denuncia contro ignoti per raccontare la sua versione su quanto accadde la notte del 15 ottobre 2009, quella in cui Stefano Cucchi venne arrestato da lui e dai suoi colleghi. “Dopo l’arresto e la presentazione del Cucchi al conseguente giudizio per direttissima innanzi al Tribunale di Roma – scrive nella denuncia – redigevo una annotazione di servizio con la quale portavo a conoscenza l’Autorità giudiziaria dei fatti che ebbero a verificarsi la notte dell’arresto”.

Tedesco poi spiega meglio cosa è accaduto quella notte e, soprattutto, cosa accadde a quella annotazione di servizio – del cui fascicolo chiede il sequestro – negli interrogatori resi davanti al Procuratore capo, Giuseppe Pignatone, e al pm Giovanni Musarò.

“Fare bella figura”

Il 9 luglio, Tedesco racconta di aver assistito – con il collega Gabriele Aristodemo – allo scambio di droga tra Cucchi e il suo amico Emanuele Mancini. “Quella sera – spiega il carabiniere agli inquirenti – Di Bernardo e D’Alessandro non erano in servizio, ma loro erano soliti lavorare anche in borghese e fuori dal servizio perché il maresciallo Mandolini, il quale era comandante interinale e premeva perché si facessero molti arresti in modo da fare bella figura, consentiva loro di lavorare in borghese e di aggregarsi quando c’erano arresti o sequestri”. Mandolini quella notte dispose la perquisizione a casa di Cucchi (che diede esito negativo) e, in seguito, il fotosegnalamento presso la Compagnia Casilina.

“Schiaffi, spinte e calci”

Continua Tedesco: “Io restai seduto a un banchetto posto vicino l’ingresso, mentre D’Alessandro si piazzò al computer. Di Bernardo, invece, prima accompagnò Cucchi presso la mensola dove si prelevavano le impronte digitali, poi, visto che Cucchi non intendeva farsi prelevare le impronte perché non voleva sporcarsi le mani di inchiostro, lo portò nei pressi della macchina fotografica. (…) Cucchi si sedette sul seggiolino ma poi, mentre Di Bernardo stava regolando la macchina, ebbero un battibecco, di cui non ricordo i termini esatti (‘non voglio’, ‘lo devi fare’, ‘hai rotto le palle’). In questo battibecco Cucchi, seduto sulla sedia, provò a dare uno schiaffo a Di Bernardo, ma non lo colpì. A questo punto Di Bernardo chiamò telefonicamente il maresciallo Mandolini, gli spiegò la situazione e Mandolini ordinò di rientrare”. E fu allora, racconta Tedesco, che avvenne il pestaggio: “Cucchi era tra Di Bernardo e D’Alessandro. Cucchi e Di Bernardo ricominciarono a discutere e iniziarono a insultarsi, per cui Di Bernardo colpì Cucchi con uno schiaffo violento in pieno volto. Allora D’Alessandro diede un forte calcio al Cucchi con la punta del piede, all’altezza dell’ano. Nel frattempo io mi ero alzato e avevo detto: ‘Basta, finitela! Che cazzo fate! Non vi permettete!’. Ma Di Bernardo proseguì nell’azione, spingendo con violenza Cucchi e provocandone una caduta in terra sul bacino, poi batté la testa. Fu un’azione combinata. (…) Anche la successiva botta alla testa fu violenta, ricordo di aver sentito anche il rumore. Nel frattempo io mi alzai, spinsi Di Bernardo, ma prima che potessi intervenire D’Alessandro colpì con un calcio in faccia (o in testa) Cucchi, mentre questi era sdraiato in terra”.

“Il comandante sapeva”

Il geometra romano era “stordito” e “sotto shock”, racconta Tedesco. E aggiunge: “Lo aiutai ad alzarsi e gli chiesi come stesse, lui mi rispose: ‘Sto bene, io sono un pugile’”.

Così il carabiniere informa il suo comandante: “Con il mio cellulare – mette a verbale – chiamai Mandolini, gli raccontai quello che era successo e, su sua sollecitazione, gli dissi che l’arrestato sosteneva di stare bene. Per cui Mandolini ribadì di tornare in caserma”.

“L’annotazione sparì”

Tedesco racconta agli inquirenti cosa fece nel momento della scoperta della morte di Cucchi, il 22 ottobre 2009. Dopo essersi consigliato con il collega Vincenzo Nicolardi, “scrissi l’annotazione con il mio computer portatile e la stampai sul computer dell’ufficio. (…) Nell’annotazione avevo scritto quanto accaduto presso la Compagnia Casilina. (…) Stampai due copie del file dell’annotazione, redigendo due originali. Le due annotazioni furono inserite in una carpettina (…) e avrebbero dovuto essere firmate dal Comandante, una poi avrebbe dovuto essere indirizzata all’Autorità Giudiziaria, l’altra restare agli atti del Comando. (…) Il fascicolo era conservato in un armadio posto di fronte all’entrata della caserma, accessibile a tutti. (…) Pensai che di lì a breve mi avrebbe convocato il maresciallo Mandolini (…). Qualche giorno dopo, invece, mi resi conto che sulla copertina del fascicolo era stato cancellato con un tratto di penna quello che avevo scritto e che le due annotazioni erano scomparse”.

Così Tedesco inizia ad avere paura: “In quei giorni – continua davanti al pm Musarò – assistetti alla telefonata fatta da Mandolini al Comando Stazione di Tor Sapienza. Mandolini chiese di modificare le annotazioni redatte dai militari in servizio presso la stazione di Tor Sapienza nella notte del 16 ottobre. (…) Si trattava di annotazioni che la catena gerarchica aveva richiesto nell’ambito di un’indagine interna”.

“Nessuno mi chiamò”

“So che nei giorni successivi – spiega ancora Tedesco ai pm – diversi militari furono chiamati a rapporto da un alto ufficiale dell’Arma (non ricordo chi mi disse che si trattava di un Generale) nell’ambito dell’indagine interna, io non fui convocato perché ero in ferie. Pensavo che sarei stato convocato una volta rientrato, ma ciò non accadde”.

“Non ero sereno”

Tedesco fu convocato invece dal pm Vincenzo Barba, che nel 2009 indagava sul caso. “Nella prima occasione fui certamente accompagnato da Mandolini, che attese fuori dalla porta. Nella seconda occasione c’era certamente il Comandante Bucceri e se non sbaglio anche Mandolini, ma in questo caso mi aspettarono fuori dal Tribunale. (…) Mandolini non mi minacciò esplicitamente, ma aveva un modo di fare che non mi faceva stare sereno”.

Tedesco aveva capito di “non poter dire la verità” e chiese al suo superiore cosa avrebbe dovuto dire: “‘Tu gli devi dire che stava bene, gli devi dire quello che è successo, che stava bene e che non è successo niente… capisci a me, poi ci penso io, non ti preoccupare’”. Nel verbale dell’8 ottobre, il carabiniere specifica: “Mi rivolsi a Mandolini per chiedergli cosa avrei dovuto dire al pm solo dopo che Mandolini mi aveva prospettato la possibilità che perdessi il lavoro”.

“Capii nell’estate 2015”

Tedesco racconta di aver consegnato alla sorella Giuliana (che conferma la versione) il suo pc, fatto ripulire nel 2011: “Nell’estate 2015, dopo essere stato sentito come persona informata sui fatti, ho compreso che la mia posizione si stava modificando e che sarei stato indagato”.

Gli altri falsi contestati

LA NUOVA indagine sulla morte di Stefano Cucchi viene aperta nel 2016 quando viene depositata una nuova denuncia con la versione dei fatti di Riccardo Casamassima e Maria Rosati, i due militari che a maggio 2016 si sono presentati nello studio dell’avvocato Anselmo (legale della famiglia Cucchi) per raccontare di aver assistito a un incontro tra Enrico Mastronardi – all’epoca comandante di Tor Vergata ed estraneo alle indagini – e l’allora comandante dell’Appia oggi indagato per calunnia, Roberto Mandolini. In quell’occasione, hanno riferito i due testimoni, quest’ultimo avrebbe detto al collega: “È successo un casino, i ragazzi hanno massacrato di botte un arrestato”. Dopo l’apertura dell’indagine, cinque carabinieri sono finiti a processo.

Il processo è in corso in primo grado. E proprio dopo alcune testimonianze rese in aula, sono stati avviati nuovi accertamenti: ora diversi militari accusati di falso ideologico. Tra questi, secondo l’Ansa, Francesco Di Sano, che aveva redatto due annotazioni di servizio nell’ottobre 2009. Davanti ai giudici, Di Sano ammise di essere stato invitato a ritoccare il verbale.