“Io sottoscritto Tedesco Francesco dichiaro di proporre formale denuncia-querela in relazione ai fatti di seguito esposti”. La svolta nel processo bis per la morte di Stefano Cucchi viene depositata in Procura il 18 giugno 2018. Il carabiniere Tedesco – imputato per omicidio preterintenzionale (l’accusa di abuso d’autorità è prescritta) insieme con i colleghi Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro – presenta una denuncia contro ignoti per raccontare la sua versione su quanto accadde la notte del 15 ottobre 2009, quella in cui Stefano Cucchi venne arrestato da lui e dai suoi colleghi. “Dopo l’arresto e la presentazione del Cucchi al conseguente giudizio per direttissima innanzi al Tribunale di Roma – scrive nella denuncia – redigevo una annotazione di servizio con la quale portavo a conoscenza l’Autorità giudiziaria dei fatti che ebbero a verificarsi la notte dell’arresto”.
Tedesco poi spiega meglio cosa è accaduto quella notte e, soprattutto, cosa accadde a quella annotazione di servizio – del cui fascicolo chiede il sequestro – negli interrogatori resi davanti al Procuratore capo, Giuseppe Pignatone, e al pm Giovanni Musarò.
“Fare bella figura”
Il 9 luglio, Tedesco racconta di aver assistito – con il collega Gabriele Aristodemo – allo scambio di droga tra Cucchi e il suo amico Emanuele Mancini. “Quella sera – spiega il carabiniere agli inquirenti – Di Bernardo e D’Alessandro non erano in servizio, ma loro erano soliti lavorare anche in borghese e fuori dal servizio perché il maresciallo Mandolini, il quale era comandante interinale e premeva perché si facessero molti arresti in modo da fare bella figura, consentiva loro di lavorare in borghese e di aggregarsi quando c’erano arresti o sequestri”. Mandolini quella notte dispose la perquisizione a casa di Cucchi (che diede esito negativo) e, in seguito, il fotosegnalamento presso la Compagnia Casilina.
“Schiaffi, spinte e calci”
Continua Tedesco: “Io restai seduto a un banchetto posto vicino l’ingresso, mentre D’Alessandro si piazzò al computer. Di Bernardo, invece, prima accompagnò Cucchi presso la mensola dove si prelevavano le impronte digitali, poi, visto che Cucchi non intendeva farsi prelevare le impronte perché non voleva sporcarsi le mani di inchiostro, lo portò nei pressi della macchina fotografica. (…) Cucchi si sedette sul seggiolino ma poi, mentre Di Bernardo stava regolando la macchina, ebbero un battibecco, di cui non ricordo i termini esatti (‘non voglio’, ‘lo devi fare’, ‘hai rotto le palle’). In questo battibecco Cucchi, seduto sulla sedia, provò a dare uno schiaffo a Di Bernardo, ma non lo colpì. A questo punto Di Bernardo chiamò telefonicamente il maresciallo Mandolini, gli spiegò la situazione e Mandolini ordinò di rientrare”. E fu allora, racconta Tedesco, che avvenne il pestaggio: “Cucchi era tra Di Bernardo e D’Alessandro. Cucchi e Di Bernardo ricominciarono a discutere e iniziarono a insultarsi, per cui Di Bernardo colpì Cucchi con uno schiaffo violento in pieno volto. Allora D’Alessandro diede un forte calcio al Cucchi con la punta del piede, all’altezza dell’ano. Nel frattempo io mi ero alzato e avevo detto: ‘Basta, finitela! Che cazzo fate! Non vi permettete!’. Ma Di Bernardo proseguì nell’azione, spingendo con violenza Cucchi e provocandone una caduta in terra sul bacino, poi batté la testa. Fu un’azione combinata. (…) Anche la successiva botta alla testa fu violenta, ricordo di aver sentito anche il rumore. Nel frattempo io mi alzai, spinsi Di Bernardo, ma prima che potessi intervenire D’Alessandro colpì con un calcio in faccia (o in testa) Cucchi, mentre questi era sdraiato in terra”.
“Il comandante sapeva”
Il geometra romano era “stordito” e “sotto shock”, racconta Tedesco. E aggiunge: “Lo aiutai ad alzarsi e gli chiesi come stesse, lui mi rispose: ‘Sto bene, io sono un pugile’”.
Così il carabiniere informa il suo comandante: “Con il mio cellulare – mette a verbale – chiamai Mandolini, gli raccontai quello che era successo e, su sua sollecitazione, gli dissi che l’arrestato sosteneva di stare bene. Per cui Mandolini ribadì di tornare in caserma”.
“L’annotazione sparì”
Tedesco racconta agli inquirenti cosa fece nel momento della scoperta della morte di Cucchi, il 22 ottobre 2009. Dopo essersi consigliato con il collega Vincenzo Nicolardi, “scrissi l’annotazione con il mio computer portatile e la stampai sul computer dell’ufficio. (…) Nell’annotazione avevo scritto quanto accaduto presso la Compagnia Casilina. (…) Stampai due copie del file dell’annotazione, redigendo due originali. Le due annotazioni furono inserite in una carpettina (…) e avrebbero dovuto essere firmate dal Comandante, una poi avrebbe dovuto essere indirizzata all’Autorità Giudiziaria, l’altra restare agli atti del Comando. (…) Il fascicolo era conservato in un armadio posto di fronte all’entrata della caserma, accessibile a tutti. (…) Pensai che di lì a breve mi avrebbe convocato il maresciallo Mandolini (…). Qualche giorno dopo, invece, mi resi conto che sulla copertina del fascicolo era stato cancellato con un tratto di penna quello che avevo scritto e che le due annotazioni erano scomparse”.
Così Tedesco inizia ad avere paura: “In quei giorni – continua davanti al pm Musarò – assistetti alla telefonata fatta da Mandolini al Comando Stazione di Tor Sapienza. Mandolini chiese di modificare le annotazioni redatte dai militari in servizio presso la stazione di Tor Sapienza nella notte del 16 ottobre. (…) Si trattava di annotazioni che la catena gerarchica aveva richiesto nell’ambito di un’indagine interna”.
“Nessuno mi chiamò”
“So che nei giorni successivi – spiega ancora Tedesco ai pm – diversi militari furono chiamati a rapporto da un alto ufficiale dell’Arma (non ricordo chi mi disse che si trattava di un Generale) nell’ambito dell’indagine interna, io non fui convocato perché ero in ferie. Pensavo che sarei stato convocato una volta rientrato, ma ciò non accadde”.
“Non ero sereno”
Tedesco fu convocato invece dal pm Vincenzo Barba, che nel 2009 indagava sul caso. “Nella prima occasione fui certamente accompagnato da Mandolini, che attese fuori dalla porta. Nella seconda occasione c’era certamente il Comandante Bucceri e se non sbaglio anche Mandolini, ma in questo caso mi aspettarono fuori dal Tribunale. (…) Mandolini non mi minacciò esplicitamente, ma aveva un modo di fare che non mi faceva stare sereno”.
Tedesco aveva capito di “non poter dire la verità” e chiese al suo superiore cosa avrebbe dovuto dire: “‘Tu gli devi dire che stava bene, gli devi dire quello che è successo, che stava bene e che non è successo niente… capisci a me, poi ci penso io, non ti preoccupare’”. Nel verbale dell’8 ottobre, il carabiniere specifica: “Mi rivolsi a Mandolini per chiedergli cosa avrei dovuto dire al pm solo dopo che Mandolini mi aveva prospettato la possibilità che perdessi il lavoro”.
“Capii nell’estate 2015”
Tedesco racconta di aver consegnato alla sorella Giuliana (che conferma la versione) il suo pc, fatto ripulire nel 2011: “Nell’estate 2015, dopo essere stato sentito come persona informata sui fatti, ho compreso che la mia posizione si stava modificando e che sarei stato indagato”.