Annotazioni sparite e carte false: si cerca chi ha nascosto tutto

Un documento che a poche ore dall’omicidio avrebbe svelato il pestaggio che portò alla morte di Stefano Cucchi. E consentito alla Procura di indagare. L’annotazione era depositata in un armadio della stazione Appia di Roma. L’ha rivelato Francesco Tedesco, uno dei cinque carabinieri imputati e accusato di omicidio preterintezionale. In passato ha mentito e per nove anni ha omesso l’esistenza del documento. In poche righe aveva segnalato già nel 2009 il pestaggio di Cucchi. Ma l’annotazione è sparita. Prima di proseguire, valutiamo cosa accade in questi casi: la relazione di Tedesco, poiché contiene un’ipotesi di reato, è già di per sé un annotazione di polizia giudiziaria. E per prassi viene consegnata al comandante della stazione che, senza ritardo, deve inoltrarla all’autorità giudiziaria e trattenerne una copia. Nulla di tutto questo è accaduto.

Ora mettiamo in fila eventi, documenti e tutto ciò che, in questa storia, è quanto meno anomalo. Nella stazione Appia c’è dunque un fascicolo che annota le operazioni del 15 ottobre 2009. Nell’indice, alla casella “79” si legge “Annotazione arresto Cucchi”. All’interno del fascicolo, al numero 79, corrisponde però solo un foglio bianco con la scritta “Occupata”. La scritta dimostra tre fatti. Il primo: che al numero 79, un documento, c’era. Il secondo: qualcuno l’ha preso. Terzo: quel documento non è tornato al suo posto. L’Arma ha aperto, all’epoca, un’indagine interna: com’è possibile che nessuno abbia fatto chiarezza sul documento mancante?

A giugno Tedesco denuncia la vicenda in Procura: il pm Giovanni Musarò indaga, contro ignoti, per soppressione di atti pubblici. L’obiettivo è individuare chi ha distrutto l’annotazione e capire se ci sono state omissioni nell’indagine interna dell’Arma.

Così a luglio Tedesco viene interrogato. Il suo è uno squarcio nel muro: riferisce d’aver assistito al pestaggio di Cucchi da parte dei suoi colleghi. E spiega di aver raccontato del pestaggio sia a Roberto Mandolini, all’epoca comandante della sua stazione, sia a Vincenzo Nicolardi, entrambi imputati per calunnia. Fu Nicolardi, dice, a consigliargli “d’attestare tutto in un’annotazione di servizio”: “Le due annotazioni – continua Tedesco – furono inserite in una carpettina rossa chiamata ‘Fascicolo delle annotazioni di servizio/relazioni di servizi’ e avrebbero dovuto essere firmate dal Comandante”. In altre parole, Tedesco non consegna la relazione al suo comandante, ma ne stampa due copie e le inserisce nella carpettina rossa.

“Ero consapevole – dichiara – di aver denunciato due colleghi per abuso di autorità su soggetti arrestati”. E quindi, una vera e propria notizia di reato. Ma le annotazioni scompaiono. Tedesco aggiunge: “Assistetti alla telefonata di Mandolini al comando Stazione Tor Sapienza. Mandolini chiese di modificare le annotazioni dei militari presso il comando stazione Tor Sapienza nella notte del 16 ottobre 2009. Disse che il contenuto di quelle annotazioni non andava bene. Le annotazioni furono modificate (…). Si trattava di annotazioni che la catena gerarchica aveva richiesto nell’ambito di un’indagine interna dopo il decesso di Cucchi”.

Al Fatto risulta che Mandolini offre una versione diversa: all’epoca della relazione di Tedesco, lui non era più il comandante della stazione, e di questa relazione non avrebbe mai saputo nulla.

Il 3 ottobre il comandante pro tempore dell’epoca, maresciallo Emilio Buccieri, dice al pm d’essersi accorto dell’anomalia sulle annotazioni solo a luglio, quando la Procura di Roma acquisisce il fascicolo: “È evidente che qualcuno l’ha prelevata”. Mandolini non sa. Buccieri lo scopre a luglio. E l’indagine interna dell’Arma? Buccieri riferisce di aver partecipato a una riunione per “la vicenda Cucchi”, a novembre 2009, perché “erano stati convocati tutti i comandanti di stazione e di compagnia di Roma. Il comandante provinciale, Vincenzo Tomasone, ci sensibilizzò sulla gestione del personale perchè oltre la vicenda Cucchi, c’era anche quella Marrazzo”. Poi aggiunge: “Quando ci fu la riunione presso il comando provinciale, per l’indagine amministrativa, non fui convocato, forse perché risultavo in licenza”. Buccieri, comandante dei carabinieri che hanno pestato a morte Cucchi, non viene convocato. E Tedesco? Neanche.

Il Comandante Tomasone 10 mesi fa è stato promosso generale. Il Fatto gli ha chiesto se abbia mai saputo della relazione fantasma: “Mai. Altrimenti avrei tratto tutte le conseguenze del caso. Chiedemmo delle relazioni sulla vicenda e le depositammo in Procura”. “Non sono autorizzato a rispondere”, ci dice il diretto superiore di Buccieri, colonnello Paolo Unali, che all’epoca comandava la compagnia Casilina. Ecco invece la versione di Alessandro Casarsa, che guidava il gruppo Carabinieri di Roma, a gennaio promosso generale di Brigata, oggi comandante dei Corazzieri del Quirinale: “Non ho avuto parte attiva in quegli accertamenti. La Procura chiese al comando provinciale di effettuare delle verifiche e non mi risulta sia mai emersa alcuna notizia su questa relazione di servizio. Altrimenti avrei denunciato”.

In sintesi: il documento sparisce, né Tedesco né Buccieri vengono convocati per l’indagine interna, e la catena gerarchica riferisce al Fatto di non aver mai saputo nulla.

Il 9 luglio, però, mentre viene interrogato, Tedesco riceve una brutta notizia: gli viene notificato un procedimento di Stato. Rischia la destituzione per la condanna (prescritta) di abuso d’autorità.

E il 26 settembre racconta al pm altri dettagli: nell’elenco del fascicolo, infatti, viene aggiunta a mano una seconda annotazione, la “79bis” che riguardava un altro arresto. “È scritta con una grafia che non è la mia”, dice Tedesco. “Le due annotazioni – continua – sono scomparse (…) fra il 23 ottobre 2009 e il 27 ottobre 2009”. Chi le ha distrutte?

L’arresto, la morte e i processi: tutte le tappe del calvario

15 ottobre 2009 L’arresto

Stefano Cucchi, 31 anni, è arrestato dai carabinieri nei pressi del parco degli Acquedotti a Roma. L’uomo viene trovato in possesso di 20 grammi di hashish e di alcune pastiglie. Trasferito nel Comando Casilina per il fotosegnalamento, Stefano durante la notte avrebbe subito un violento pestaggio da parte di due militari.

22 ottobre 2009 La morte
Stefano viene trovato morto in una stanza all’interno del reparto protetto dell’ospedale Sandro Pertini di Roma, dove era ricoverato da quattro giorni. Già il 16 ottobre, durante l’udienza di convalida del fermo, era apparso in precarie condizioni di salute. Al momento del decesso il ragazzo pesava appena 37 chili.

30 ottobre 2009 Prima pagina
Il Fatto Quotidiano è il primo giornale a pubblicare le foto del cadavere di Stefano Cucchi diffuse dalla famiglia durante una conferenza stampa. Ma il primo articolo “Mio fratello, morto dopo l’arresto. Da solo e senza un motivo”, un dialogo della sorella Ilaria con Silvia D’Onghia, è pubblicato il 28 ottobre.

Marzo 2011 Il processo
Comincia a Roma il processo di primo grado. Viene chiesto il rinvio a giudizio per 13 persone: tre infermieri, sei medici, tre agenti di polizia penitenziaria e Claudio Marchiandi, direttore dell’ufficio detenuti. Le accuse sono: abbandono d’incapace, abuso d’ufficio, favoreggiamento, falsità ideologica, lesioni e abuso d’autorità.

5 giugno 2013 Prima sentenza
La III Corte d’Assise di Roma condanna in primo grado quattro medici dell’ospedale Sandro Pertini di Roma a 1 anno e 4 mesi e il primario a 2 anni di reclusione per omicidio colposo (con pena sospesa), un medico a 8 mesi per falso ideologico, mentre assolve 6 tra infermieri e guardie penitenziarie.

31 ottobre 2014 Tutti assolti
La Corte d’appello di Roma assolve tutti gli imputati. Ilaria incontra il Procuratore della Repubblica Pignatone che, secondo il racconto di Ilaria, si impegna a rivedere tutti gli atti dell’indagine sin dall’inizio. La Cassazione annullerà le assoluzioni dei medici ma confermerà quelle dei tre agenti di polizia penitenziaria.

febbraio 2017 Il Processo bis
Dopo la prima sentenza definitiva del dicembre 2015 la Procura di Roma avvia una nuova indagine e dispone una nuova perizia medico legale; nel 2017 chiede il rinvio a giudizio di cinque carabinieri. Per tre di loro l’accusa è di omicidio preterintenzionale. Ad altri due carabinieri sono stati contestati i reati di calunnia e falso.

“Ora le scuse di Salvini, La Russa, Giovanardi”

“La Russa, Giovanardi, l’attuale ministro dell’Interno, il sindacalista della Lega Tonelli”. Non è un elenco del telefono, ma quello delle persone che dovrebbero mettersi in fila per chiedere scusa. Nel giorno in cui il processo per la morte di suo fratello è a una decisiva svolta – dopo “appena nove anni” – Ilaria Cucchi passa la giornata tra telefono, microfoni e telecamere. Era da molto che aspettava questo momento e, anche se sa che la strada per arrivare alla verità non si è per niente conclusa, può portare a casa, da mamma Rita e papà Giovanni, un risultato importante.

Ilaria Cucchi, chi dovrebbe chiedere scusa?

Tutti quelli che in questi anni hanno insultato Stefano, me e la mia famiglia, che hanno voluto negare quella verità che sosteniamo fin dal principio e che oggi è entrata in aula dopo nove anni di battaglie.

Facciamo i nomi?

Ignazio La Russa, all’epoca ministro della Difesa, che appena venne fuori il ‘caso Cucchi’ si affrettò a difendere l’Arma dei carabinieri. Carlo Giovanardi, secondo il quale mio fratello era solo un povero spacciatore che sarebbe morto non per le violenze ma di inedia e di sciopero della fame. Il sindacalista della polizia e leghista Gianni Tonelli, che parlò di ‘vita dissoluta per le quali si pagano le conseguenze’. E poi l’attuale ministro dell’Interno.

Matteo Salvini.

Non lo nomino neanche.

Non si è scusato per aver detto che un suo post faceva “schifo”, ma ha invitato lei e la sua famiglia al Viminale.

Adesso ha detto che mi riceverà: non mi interessa proprio.

E l’attuale ministra della Difesa, Elisabetta Trenta? Anche lei dovrebbe scusarsi?

No, e di che? Ha annunciato che vuole incontrarmi: sarò lieta di farlo. Io, i miei genitori e il mio avvocato la vogliamo ringraziare.

Dagli atti viene fuori un’annotazione di servizio prodotta dal carabiniere Francesco Tedesco e poi sparita. All’epoca quale fu l’atteggiamento dei vertici dell’Arma?

Il comandante provinciale, Vittorio Tomasone (oggi generale di corpo d’armata, ndr) telefonò a casa di mia madre per farle le condoglianze e per dirle che avevano fatto le loro verifiche interne, dalle quali sarebbe emerso che i carabinieri non avevano alcuna responsabilità nella morte di suo figlio. Mentre oggi sappiamo di una riunione collegiale con le persone interessate e sappiamo che fu quantomeno modificata una annotazione di servizio.

Questo non significa che i vertici sapessero, però.

No, certo. Ma sono sicura che la Procura di Roma vorrà andare avanti, per stabilire – o escludere – che qualcun altro sapesse cosa subì mio fratello in quella caserma.

Si aspettava una svolta come questa?

Ci speravo. Io e la mia famiglia sono nove anni che combattiamo, abbiamo sempre saputo la verità e finalmente ieri è entrata anche in un’aula di giustizia.

“Schiaffi e calci: così i miei colleghi pestarono Cucchi”

Un banale diverbio per via delle impronte digitali. Poi uno schiaffo, un calcio nelle terga e in faccia. È la notte 15 ottobre 2009 nei locali della compagnia dei Carabinieri Casilina a Roma. La persona a terra è Stefano Cucchi. In piedi ci sono i militari Raffaele D’Alessandro e Alessio Di Bernardo.

Il caso Cucchi è davvero a una svolta. A confermare che ci fu il pestaggio ai danni di Stefano (morto all’ospedale Pertini il 22 ottobre 2009) è direttamente uno dei cinque imputati attualmente sotto processo a Roma, il carabiniere Francesco Tedesco, membro della pattuglia che arrestò il ragazzo. E lo fa chiamando in causa i colleghi coimputati. È stato il pm Giovanni Musarò, ieri, davanti alla Corte d’Assise di Roma, a darne notizia, rivelando come il 18 giugno Tedesco abbia presentato una denuncia in Procura sulla vicenda, a seguito della quale, tra luglio e ottobre, è stato sentito tre volte dai magistrati. Gli imputati sono i carabinieri Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e – appunto – Francesco Tedesco, tutti accusati di omicidio preterintenzionale e abuso di autorità (prescritto); il maresciallo Roberto Mandolini, calunnia e falso, e Vincenzo Nicolardi, calunnia. Tedesco rievoca la notte dell’arresto. Da poco fermato perché sorpreso a vendere stupefacenti, Stefano Cucchi ha un battibecco con il carabiniere Di Bernardo durante il fotosegnalamento: “Cucchi – racconta Tedesco – provò a dare uno schiaffo a Di Bernardo, ma non lo colpì”. Poco dopo – prosegue Tedesco – i due “ricominciarono a discutere e iniziarono a insultarsi (…) il Di Bernardo si voltò e colpì Cucchi con uno schiaffo violento in pieno volto. Allora il D’Alessandro diede un forte calcio a Cucchi con la punta del piede, all’altezza dell’ano. Nel frattempo io mi ero alzato e avevo detto: ‘Basta, finitela! Che cazzo fate, non vi permettete’. Ma Di Bernardo proseguì nell’azione spingendo con violenza il Cucchi e provocandone una caduta in terra sul bacino. Poi battè anche la testa. Fu un’azione combinata, (…) Io mi alzai, spinsi il Di Bernardo, ma prima che potessi intervenire D’Alessandro colpì con un calcio in faccia (o in testa) il Cucchi, mentre questo era a terra”. Un racconto compatibile con le fratture che saranno poi riscontrate sul corpo di Stefano dopo la morte: “Il muro è crollato – ha commentato su Facebook la sorella Ilaria – Il muro è stato abbattuto. Ora sappiamo e saranno in tanti a dover chiedere scusa a Stefano e alla famiglia Cucchi. Ci sono voluti 9 anni ma finalmente oggi la verità che noi sosteniamo da sempre entra in un’aula di giustizia ed entra con le parole di uno degli stessi imputati, che racconta il massacro di Stefano e tutto ciò che è accaduto nei giorni successivi e cioè le coperture che ci sono state”.

Quello in corso è il secondo processo per la morte di Stefano Cucchi. Nel primo furono imputati sei medici, tre infermieri e tre agenti della penitenziaria. Secondo l’accusa Cucchi era stato pestato nelle celle del tribunale e poi abbandonato e lasciato morire in ospedale.

Il primo grado negò il pestaggio e condannò i sei medici per omicidio colposo, assolti infermieri e agenti penitenziari. In appello tutti assolti. La Cassazione cancellò parzialmente quella sentenza e ordinò un appello-bis per omicidio colposo per i medici.

L’ostinazione di Ilaria Cucchi e della sua famiglia hanno portato all’inchiesta-bis.

Per la prima volta in nove anni ciò che la famiglia ha sempre denunciato è venuto a galla. E nelle prossime udienze potrebbero esserci altre novità.

Libertà di balla

Come denuncia l’autorevole Federazione nazionale della stampa – quella che riuscì a non fare un nanosecondo di sciopero quando la Rai cacciò Biagi, Luttazzi e Santoro per ordine del premier B. e Gabanelli, Giannini e Giletti per volontà del Giglio magico renziano – “è in atto un’aggressione senza precedenti alla libertà di informazione”. Non bastando le minacce del duce Di Maio, ci si mette pure la Cassazione, che condanna definitivamente Ottaviano Del Turco senza chiedere il permesso ai giornali, che l’avevano già assolto in tempi non sospetti. Una vergogna senza precedenti, che segnaliamo al ministro Bonafede per una riforma della giustizia che eviti simili scontri fra giustizia e giornalismo. Nel 2008 il governatore abruzzese del Pd viene arrestato per tangenti nella sanità: quello che gliele portava a domicilio, il ras delle cliniche Vincenzo Angelini, confessa tutto, con tanto di foto. Ma per i giornaloni è una persecuzione. “Crollano le accuse a Del Turco” (Stampa). “Del Turco paga il suo passato socialista” (Corriere). “Crolla il bluff dell’accusatore di Del Turco: altro che mazzette, comprava quadri” (Giornale). “Del Turco, dopo 4 anni cadono i vecchi indizi e l’inchiesta fa acqua”, “Se si è trattato di un errore siamo di fronte a un errore grave: è finita in carcere una persona innocente, la si è ricoperta di infamia, è caduto un governo regionale” (Luciano Violante, Unità).

Purtroppo, incurante di ciò che scrive la libera stampa, il gup rinvia a giudizio Del Turco. Che però resta un martire. “Il castello di accuse era fragile fin dall’inizio, perché mancava il corpo del reato… torto grave subìto da un uomo la cui storia di sindacalista e di politico era più che specchiata… e che forse ha pagato un prezzo proprio alla sua provenienza socialista… una carriera politica distrutta e un uomo fatto a pezzi… se il pm ha sbagliato c’è stato un sovvertimento per via giudiziaria della sovranità popolare… un uso leggero o spettacolare delle inchieste giudiziarie” (Antonio Polito, Corriere). Anzi, è già stato assolto: “Onore al compagno Del Turco, delicato e sensibile pittore… Fui il primo, credo l’unico a sostenere la sua innocenza. Sappiamo poi com’è andata a finire” (Vittorio Sgarbi, Giornale). “La giustizia ha decapitato la giunta abruzzese e s’è dimostrata ingiusta. Se il processo appurasse ciò che appare sempre più evidente, si sarà scritta un’orribile pagina della magistratura e della politica” (Pierluigi Battista, Corriere). “Il processo farsa a Del Turco crolla tra bugie e false prove. Le foto delle mazzette sono un bluff. La farsa è finita, datevi pace” (Giornale).

“Il processo Del Turco è finito nel nulla”, “Non c’è uno straccio di prova (e neppure d’indizio), ormai anche i giudici hanno gettato la spugna” (Piero Sansonetti, Rai2 e Gli Altri). “Soldi, bugie, foto false. Affondano le accuse contro Del Turco… Il processo potrebbe diventare un caso proverbiale nella storia giudiziaria italiana” (Stampa). “Del Turco, la prova ‘regina’ era una bufala. Il castello è crollato” (Unità). “Ogni santo giorno Travaglio salta su e decide che qualcuno è colpevole… Meglio se, come nel caso di Del Turco, ha il peccato originale di essere stato socialista… Ora si scopre che le prove latitano, le foto erano addirittura taroccate: patacche indegne” (Giuliano Ferrara, Foglio). “Del Turco vittima dei pm. Però nessuno lo risarcirà. In cella e a processo sulla base di ‘prove regine’ taroccate, sarà assolto” (Vittorio Feltri, Giornale). “La vita di Del Turco è già stata manipolata e ancora siamo in attesa delle ‘prove schiaccianti’… L’Italia è un Paese che ha smarrito l’abc dello Stato di diritto. Chi sbaglia non paga, ma viene premiato. Come i persecutori di Enzo Tortora” (Battista, Corriere). Infatti nel 2013 il Tribunale lo condanna a 9 anni e 6 mesi per associazione per delinquere, concussione, corruzione, falso e abuso. Ma i giornali insistono: verrà assolto in appello. Purtroppo, solo per lo sfizio di attaccare la libera informazione, nel 2015 anche la Corte d’appello condanna Del Turco: 4 anni e 2 mesi per associazione a delinquere e induzione indebita (la vecchia concussione, “degradata” dalla Severino). Ma, per la libera stampa, questo non smentisce la congiura, anzi la conferma: anche i giudici d’appello complottano, ma la Cassazione sistemerà tutto.

Purtroppo, nel 2016, anche la Suprema Corte si associa al complotto: condanna per induzione indebita a 3 anni e 11 mesi confermata, annullati i restanti 3 mesi per associazione e nuovo appello per ricalcolare la pena. Vari giornali e tg vedono solo la seconda parte della sentenza e la spacciano per il crollo definitivo del “teorema”. “Crolla il teorema dei pm: Del Turco assolto 9 anni dopo”, titola Sansonetti sul Dubbio. Sulla Stampa, Mattia Feltri fa “i complimenti ai vari Penati, Del Turco, Mastella e gli altri appena assolti da accuse di corruzione”. A Dimartedì, Mario Lavia, vicedirettore di Democratica (organo online del Pd), infila Del Turco in una lista di “innocenti messi alla gogna dai magistrati” che andrebbero “risarciti”. Nel 2017 la Corte d’appello lo ricondanna a 3 anni e 11 mesi e ieri la Cassazione ci mette il timbro definitivo. Tra pm, gup, tribunale, due appelli e due Cassazioni, Del Turco è stato giudicato da 23 magistrati (più i 10 che avevano confermato il suo arresto): e sempre colpevole. Al contrario della libera stampa, che non solo lo giudicava innocente (opinione legittima), ma gabellava pure i rinvii a giudizio per proscioglimenti e le condanne per assoluzioni (falsificazione della realtà). Per questo urge la riforma della giustizia: per colmare l’abisso fra le sentenze mediatiche e quelle giudiziarie. Se no poi anche la gente scambia la libertà di stampa per libertà di balla, e si confonde.

Pallavolo, dal vivaio club Italia nasce la Nazionale femminile

Otto successi su otto. Soltanto due set persi, uno contro le campionesse olimpiche della Cina e una contro la corazzata della Russia. Complice l’orario delle partite, la distanza o la scarsa copertura mediatica, non tutti sanno che c’è un’Italia giovanissima capace di fare paura. È la Nazionale femminile di pallavolo che oggi ai Mondiali in Giappone dovrà vedersela contro gli Stati Uniti: “Ci aspetta un’altra battaglia, ma siamo pronte a giocarcela con tutti”, ha detto ieri la capitana Cristina Chirichella, nonostante la qualificazione alle Final Six fosse già stata conquistata. È uno straordinario percorso quello della Nazionale allenata da Davide Mazzanti. La squadra è affiatata, gioca bene e fa ben sperare, ma le ragazze sanno che il prosieguo sarà difficile: gli Stati Uniti sono dati come favoriti dai bookmaker e poi, forse, ci saranno altre avversarie temibili da battere come la Serbia e il Brasile. “Queste ragazze hanno ottime qualità fisiche, ma anche mentali. È un mix tra veterane e giovani che danno l’anima”, spiega Maurizia Cacciatori, ex capitana della Nazionale che a fine anni 90 arrivò alla prima qualificazione alle Olimpiadi di Sydney 2000. L’ex palleggiatrice – che ha appena pubblicato Senza Rete, la sua autobiografia (Roi Edizioni) – ritiene che questa sia “la Nazionale più bella e più forte che abbiamo mai avuto” anche perché “Mazzanti ha creato un gruppo con un’identità propria, capace di gestire i momenti difficili come contro la Cina. Non hanno avuto paura, sono state caparbie e resilienti”. Esemplari. Una delle caratteristiche di queste 14 giocatrici è l’età media sotto i 23 anni: sono sei anni in meno rispetto alla formazione dei Mondiali del 2014 in Italia, quando c’erano ancora molte veterane come Francesca Piccini, campionessa che – a quasi 40 anni di età – gioca ancora ai massimi livelli. Nell’Italvolley di oggi la più “anziana”, se così si può dire, è Serena Ortolani e ha 31 anni. La più giovane si chiama Sarah Luisa Fahr, ha compiuto 17 anni poche settimane fa ed è fresca vincitrice del titolo di miglior centrale dell’Europeo Under 19. Il segreto della giovanissima età di questa squadra può essere ritrovato in un progetto cominciato venti anni fa per volontà di Julio Velasco, l’allenatore della “generazione dei fenomeni”. Si chiama “Club Italia” ed è la squadra della Federazione italiana pallavolo che, dopo lo scorso campionato in serie A2, quest’anno militerà in Serie A1.

“È un laboratorio di atlete selezionate in tutta Italia che lavora molto duramente e a stretto contatto tutto l’anno”, commenta Cacciatori. Diventato allenatore della nazionale femminile tra il 1997 e il 1998, Velasco voleva che le giovani atlete, tesserate dalle società in cui avevano poco spazio, potessero crescere in un vivaio. Così è nata una squadra in cui le pallavoliste, scelte in tutta Italia, restano per almeno due anni: seguono una formazione tecnica individuale, trovano il ruolo più adatto a loro e si allenano ogni giorno disputando un campionato professionistico. Dal lì sono passate Eleonora Lo Bianco, la recordwoman di presenza in maglia azzurra, e nove delle quattordici convocate in Giappone. Serena Ortolani ha indossato quella maglia tra il 2002 e il 2004 e la capitana Cristina Chirichella è stata formata in questo vivaio tra il 2010 e il 2012. Adesso il Club Italia Crai si allena al Centro Pavesi della Fipav di Milano, da dove sono passate anche la palleggiatrice Ofelia Malinov, la fortissima Paola Egonu, 19enne di origini nigeriane che ieri ha messo a segno 29 punti contro la Russia, e la centrale Anna Danesi. Dall’attuale formazione del Club Italia Crai, infine, arrivano anche Sylvia Nwakalor e tre millennials: due ragazze classe 2000, Elena Pietrini e Marina Lubian, e la classe 2001 Fahr, che il 9 settembre in Albania ha vinto l’europeo con la Nazionale Under 19, allenata da Massimo Bellano, lo stesso coach che guida il club della federazione. Curiosità: l’esperimento è andato talmente bene che dal 2008 è nato anche l’equivalente maschile.

Molestie, Richard Meier esce dal suo studio. Resta il nome

“Il fondatore Richard Meier lascia le attività day-by-day e appoggia la transizione alla guida dello studio da lui creato nel 1963”. Con queste righe la ditta Meier and Partners Architets comunica che l’archistar Pritzker Prize nel 1984 e creatore del Getty Center, si dimette. Motivo? L’insostenibile pesantezza delle cinque accuse di molestie sessuali. “Il fondatore rimarrà disponibile per colleghi e clienti che vorranno usufruire della sua vasta esperienza e consulenza”. È – altro dettaglio non da poco – l’azienda si affretta a dichiarare che “manterrà e svilupperà la rigorosa filosofia progettuale di cui Richard è stato precursore”, oltre che il suo nome. Insomma, tutto cambia perché niente cambi. Così il caso delle accuse a uno degli architetti viventi più importanti del mondo rischia di diventare il simbolo di un #MeToo annacquato. Altro che buttare via il bambino con l’acqua sporca, motto che molti commentatori internazionali agitavano per pronosticare il ritorno delle streghe. Il caso Meier – già in congedo da marzo, dopo le denunce – appartiene più al filone Kevin Spacey. Quello cioè più paradossale: non chiude lo studio da lui fondato, ma si dimette lui dallo suo studio. Così come la serie di cui l’attore Usa ha fatto la fortuna House of Cards prosegue dopo di lui. Intanto l’archistar dell’Ara Pacis è passato dalle scuse: “Anche se i nostri ricordi possono essere diversi, mi scuso sinceramente con chiunque sia stato offeso dal mio comportamento”, alle accuse: “Non riconosco nessuna di loro. Non sapevo chi fossero. Non conoscevo i loro nomi”. A capo della società si installa Bernhard Karpf. Bisogna vedere con quali risultati.

East, anzi West Side Story: così Bernstein seppe leggere il tempo

Le lezioni televisive prodotte dalla Cbs e trasmesse successivamente dalle più importanti emittenti del mondo (tra cui anche la Rai), ne hanno reso familiare il linguaggio chiaro con cui riusciva a spiegare – si rivolgeva in particolare alle nuove generazioni – innumerevoli pagine di musica classica e contemporanea. A cento anni dalla nascita il nome di Leonard Bernstein si lega anche a questo ricordo, oltre a quello di uno tra i più importanti compositori e direttori d’orchestra del XX secolo. Domani sera, per l’inaugurazione della nuova stagione sinfonica, l’Accademia di Santa Cecilia concluderà le proprie celebrazioni dedicate al musicista americano proponendo, con la direzione di Antonio Pappano, West Side Story, il suo musical più famoso, che in oltre sessant’anni ha collezionato record ineguagliabili di ascolto. Appena un mese dopo il debutto, nell’agosto 1957, al National Theatre di Washington, arrivò infatti a Broadway, dove rimase in scena ininterrottamente per quasi due anni, totalizzando oltre settecento repliche. Portato poi sul grande schermo nel 1961 da Jerome Robbins e Robert Wise – con Natalie Wood nel ruolo della protagonista – e premiato con dieci Oscar, questo lavoro è stato definito una “partitura urbana americana”, nella quale lo spirito cosmopolita di Bernstein e la sua sfavillante vena melodica si vanno a combinare con una profonda conoscenza del repertorio europeo e, soprattutto, delle molteplici istanze artistiche che caratterizzavano la scena Usa.

L’idea di reinterpretare la vicenda di Romeo e Giulietta fu suggerita a Bernstein dallo stesso Robbins già intorno al 1950, tuttavia gli impegni di entrambi costrinsero a far slittare il progetto di alcuni anni. Originariamente la tragedia di Shakespeare avrebbe dovuto essere ambientata nell’East Side di Manhattan coinvolgendo famiglie di diverso credo religioso, ma i crescenti problemi di criminalità giovanile che emersero nella New York degli anni 50, sommati ai conflitti razziali che la crescente immigrazione portoricana stava creando sulla West Side, portò a un cambiamento non solo nel titolo ma soprattutto nel quadro complessivo in cui la vicenda dei due giovani innamorati sarebbe stata inserita. Ecco dunque Tony e Maria, i quali invece di avere alle spalle le ricche famiglie dei Capuleti e dei Montecchi, appartengono a due gang rivali – gli Sharks, immigrati portoricani, e i Jets, bianchi e intolleranti – che si affrontano senza esclusione di colpi: entrambe le bande vedranno i loro capi uccisi durante gli scontri per le strade della metropoli statunitense, sorte che alla fine toccherà anche allo stesso Tony.

Il merito di Bernstein è innanzitutto quello di essere riuscito nell’impresa di coniugare le esigenze della vicenda drammatica – riguardante aspetti sociali già allora particolarmente spinosi – con quelle dello spettacolo teatrale. Ma West Side Story colpisce l’ascoltatore soprattutto per la perfetta padronanza con cui egli combina elementi musicali della tradizione popolare del suo paese e di quella latinoamericana (usati per differenziare le due gang), insieme a materiale jazzistico, cromatismi, atonalità e contrappunto, per dar vita a una partitura mozzafiato, nella quale melodramma, scene individuali e collettive, dialoghi, balletti e intermezzi strumentali si susseguono senza sosta. Ecco perché al suo successo a Broadway contribuì molto l’aver trovato interpreti in grado di essere allo stesso tempo provetti attori, cantanti nonché ballerini, in grado di esprimere tutta la potente verve del musical, ma anche di elettrizzare il pubblico con canzoni come la celeberrima America.

Nanni Moretti ricomincia da “Tre piani” (e da Freud)

Il nuovo, misterioso e segretissimo film di Nanni Moretti ha un titolo, Tre piani. Non è detto però che sarà quello con cui arriverà sul grande schermo, perché per la prima volta nella carriera del regista non è suo. Tre piani (in ebraico Shalosh Qomot, 2015) è il titolo del quinto romanzo dello scrittore israeliano Eshkol Nevo, edito in Italia da Neri Pozza nel 2017: Moretti ha deciso di adattarlo per il cinema, traslando la storia dai sobborghi di Tel Aviv a Roma.

Il suo tredicesimo lungometraggio non parte dunque da un soggetto declinato in prima persona singolare, o al più plurale: un unicum in 42 anni spesi dietro la macchina da presa, sicché Nanni è pronto a sfatare la premessa-promessa dell’esordio Io sono un autarchico (1976).

Firmato dall’autore, nato a Gerusalemme nel 1971, del fortunato Simmetria dei desideri, Tre piani mutua la propria architettura poetica da una palazzina borghese, associando ad altrettante famiglie le istanze intrapsichiche freudiane, ovvero Es, Io e SuperIo. Paure e rimossi, colpe e dolori, amore e fragilità, Nevo mette la penna nelle relazioni, senza esprimere giudizi e senza rinunciare all’ironia, svelando le realtà sottaciute dalla quiete dei pianerottoli: chi ci sta dietro quelle porte? Che cosa nasconde la calma apparente degli spazi condivisi? Quali inconfessabili verità si eludono nel decoro di aiuole e parcheggi?

Ancor più perché inedita, non sappiamo quale fedeltà, quale attaccamento alla lettera di Eshkol avrà la trasposizione di Moretti, ma in originale i tre nuclei familiari sono così composti: al primo piano, il giovane Arnon, unito ad Ayelet, che teme la figlia Ofri sia stata abusata dall’anziano vicino Hermann, malato di Alzheimer; al secondo piano, Hani, madre di due bimbi e “vedova” dell’assente Assaf, che non esita a ospitare il redivivo cognato Eviatar in fuga dai creditori; al terzo, la giudice in pensione Dovra, che complice la segreteria telefonica appartenuta al defunto marito cerca il figlio Arad e la possibile espiazione. A parte la traduzione spiccia, quale sarà il voltaggio dell’adattamento? Rimandi, echi e simmetrie nel corpus morettiano non mancano, da La stanza del figlio a Pâté de bourgeois, passando per La messa è finita.

Prodotto come i precedenti Mia madre (2015) e Habemus Papam (2011) da Domenico Procacci per Fandango, Tre piani – o quel che sarà: un titolo alternativo potrebbe essere La mia strada – è in fase di preparazione avanzata: dalla ricerca della location al casting, per cui il cinema Nuovo Sacher di Moretti aprirà il 13 e 27 ottobre alla selezione di bambine dai 5 ai 13 anni e di ragazze dai 16 ai 18 anni.

Nulla più trapela, ma se la scelta di adattare un testo altrui è ipso facto sorprendente, l’evoluzione artistica di Nanni, che il 19 agosto scorso ha festeggiato 65 anni, appare del tutto coerente. Nel 2006 s’è dedicato all’anamnesi politica del Paese con Il Caimano, cinque anni più tardi con Habemus Papam ha saputo preconizzare nell’abbandono di Michel Piccoli le dimissioni di Benedetto XVI: un uno-due di ampio respiro, prospettiva globale, valore non negoziabile. Dopodiché ha sterzato nell’intimità familiare di Mia madre, interpellando un’autobiografia immaginaria, senza reflussi nel personalismo. Come farvi seguito, come sintetizzare pubblico e privato, grande e piccolo se non ripartendo ex novo, accogliendo l’altro, leggi una voce e una creatività differente, nel proprio cinema, correndo perfino il rischio di fletterne l’autorialità?

Non può stupire, assecondando questo desiderio di novità, che Moretti sia pronto a portare in sala il 6 dicembre con Academy Two, e prima a chiudere il 36esimo Torino Film Festival, il quarto documentario della sua filmografia: dopo Come parli frate? (1974), La cosa (1990) e Il diario del caimano (2006), ecco Santiago, Italia. Targato Sacher Film, Le Pacte, Storyboard Media e Rai Cinema, attraverso talking heads e materiali d’archivio torna a ridosso del colpo di Stato dell’11 settembre 1973 in Cile che terminò il governo di Salvador Allende e inquadra il ruolo dell’ambasciata italiana a Santiago, che diede rifugio e quindi salvezza a centinaia di oppositori del regime di Pinochet.

L’Italia in Cile e Tel Aviv a Roma, un import-export in cui Moretti sperimenta un cosmopolitismo arioso e inaugura una dimensione da regista mai praticata: orfano del soggettista che è stato, affrancato dal demiurgo che s’è voluto e, vedremo se e in quale misura, in cerca di autore.

@fpontiggia1

“Viktoria era presentatrice, non reporter. Non è stata assassinata per il suo lavoro”

“Dolore, tristezza e rabbia”. Sono le prime tre parole che pronuncia a telefono Ivan Stefanov, collega della giornalista Viktoria Marinova, “brutalmente stuprata e poi uccisa”. Lavorava con lei ogni giorno, da tre anni. Stefanov è rimasto attaccato al telefono della redazione, che da sabato scorso non smette di squillare. “Sono esausto. Scusami, sai con quanti giornalisti in tutto il mondo ho parlato in questi giorni?”. Sono solo in 20 a lavorare negli studi della Tvn, nella quinta città più grande della Bulgaria, Ruse.

“La polizia bulgara sta lavorando su evidenze e fatti. Mi voglio fidare, ma l’indagine è appena iniziata”. Delle versioni che circolano nelle ultime ore la più veritiera per Stefanov, produttore ed editor di Viktoria, è l’ultima. L’omicida della giornalista è stato arrestato a Stade, Amburgo ovest, Germania. Il dna del bulgaro Severin Krasimirov, 21 anni, accusato dello stupro e assassinio della giovane, è stato trovato sul corpo della vittima, abbandonato sulla riva del Danubio, dove la 30enne andava a fare jogging. Lo ha dichiarato il ministro dell’Interno Mladen Marinov. Il procuratore generale, Sotir Tsatsarov, ha detto che Krasimirov era già ricercato per gli stessi crimini: omicidio e stupro.

Chi era Viktoria? A tutti i suoi colleghi viene in mente sempre la stessa frase: “sorrideva sempre”. Viktoria era “positiva, allegra” e “non era una giornalista investigativa, è un errore di tutti i mass media, ma è sbagliato. Lei era quella che dava voce ai reporter investigativi nel nostro programma, Detektor. Se fosse ancora viva, credo le sarebbe piaciuto essere identificata correttamente. Era una presentatrice”. Stefanov esclude che la sua morte sia legata al lavoro. “Perché l’ha uccisa? Non sono nella mente del killer, credo sia una vittima accidentale. In questo momento preferisco credere a questo, ma non siamo a conoscenza di tutti i dettagli dell’indagine”.

Statistiche sulla libertà di stampa bulgara e ipotesi di omicidio legato al lavoro centrerebbero poco con gli ultimi respiri della ragazza. “Quello del giornalista investigativo è un mestiere pericoloso, non solo in Bulgaria, ma in tutto il mondo. Ma qui nessun tipo di minaccia era pervenuto prima d’ora”, dice Ivan. L’ultima apparizione di Viktoria è stata quella nel primo e ultimo episodio del nuovo format che avevano appena lanciato, Detektor, che in qualche modo, in futuro, “continuerà: la missione continua, lavoriamo duramente. Questa tv è nata per dare voce alla gente comune”.