Il metodo Kashoggi e il vero volto del principe “pop”

La verità sulla scomparsa del noto editorialista saudita residente negli Usa, Jamal Khashoggi, secondo il giornale turco filo-governativo Sabah, che ha contatti molto stretti con l’esecutivo e la magistratura, è ormai ricostruita. Il giornalista sarebbe stato sequestrato o ucciso dall’intelligence saudita. Se la seconda ipotesi fosse quella giusta, il problema è che fino a quando non si troverà il corpo, o almeno qualche frammento, gli investigatori non potranno accusare formalmente i 15 agenti che lo avrebbero ucciso all’interno del consolato saudita di Istanbul. Sabah si è spinto a pubblicare le foto dei presunti killer, tra i quali anche un medico forense, arrivati su un jet privato (di proprietà di una compagnia appartenente alla famiglia reale) e muniti di passaporto diplomatico. Un fatto che di per sé non dimostra nulla. Se non che la “squadra della morte” è giunta a Istanbul il 2 ottobre, giorno in cui Khashoggi è entrato e mai più uscito dal consolato dove si era recato per ritirare il documento necessario alle nozze con una collega turca. A destare sospetti più che plausibili è però la tempistica: i 15 sono entrati nella sede del consolato poco prima del giornalista e ne sono usciti qualche ora dopo per dirigersi di corsa verso l’aeroporto e fare ritorno a Ryad. Mentre due macchine con gli agenti a bordo si dirigevano verso lo scalo, dalle registrazioni delle telecamere all’esterno del consolato si nota che un furgoncino dai vetri oscurati, uscito assieme alle auto, anziché seguirle ha preso la direzione opposta. Ora gli investigatori stanno cercando di ricostruire attraverso le telecamere sparse per la megalopoli turca il percorso del van. Un altro elemento che potrebbe contribuire a scoprire cosa è accaduto a Khashoggi è l’orologio Apple che l’uomo aveva al polso quando è entrato nella sede consolare. Il dispositivo non indica solo l’orario ma può dare informazioni sul numero di passi e sulle pulsazioni del cuore, ma solo se collegato a un computer o a uno smartphone della stessa marca. L’uomo aveva lasciato i suoi due cellulari alla compagna.

Le autorità saudite hanno negato qualsiasi coinvolgimento e ribadito che Khashoggi aveva lasciato l’edificio poco tempo dopo esserne entrato, pur senza essere in grado di provarlo, sostenendo che le telecamere non conservano le registrazioni e non hanno saputo dare spiegazioni sul motivo per cui non ci sia la firma d’uscita dell’uomo, prassi in tutte le sedi diplomatiche. Khashoggi era residente da tempo a Washington e aveva scritto numerosi editoriali critici nei confronti del potentissimo principe ereditario, nonché ministro della Difesa, Mohammed bin Salman.

Per il New York Times, che cita alti funzionari della sicurezza turchi, il reporter è stato ucciso nella sede diplomatica entro le due ore dal suo ingresso per ordine dei ranghi più alti della casa reale di Ryad: una squadra di agenti sauditi avrebbe fatto a pezzi il suo corpo con una sega, “come in Pulp Fiction” ha detto una fonte.

Le tv turche hanno diffuso i video che mostrano l’ingresso di Khashoggi al consolato saudita di Istanbul e dopo di lui anche l’ingresso di un van nero inizialmente parcheggiato davanti all’edificio, così come l’arrivo dei 15 agenti in due hotel di Istanbul dove però non hanno dormito, avendo fatto ritorno a Ryad in serata.

Secondo il sito T24 alcuni “pezzi di corpo” sarebbero comparsi al passaggio delle valigie agli scanner in aeroporto. In un’intervista realizzata da Bbc tre giorni prima della scomparsa, Khashoggi aveva affermato di non avere intenzione di tornare in Arabia Saudita: “Quando sento parlare dell’arresto di un amico che non ha fatto niente che meriti un arresto, mi fa pensare che non devo tornarci. Io parlo, questo amico neanche parlava”.

Trappola Afghanistan. La soluzione privata del Mr. Wolf di Trump

Diciassette anni dopo, la guerra degli Stati Uniti in Afghanistan – tutto inizio il 7 ottobre 2001 – resta infruttuosa e un disastro dal punto di vista economico; secondo una valutazione del dipartimento della Difesa del 2017, è costata ai contribuenti 753 miliardi di dollari. La cifra tiene conto delle attività imbastite in seguito agli attacchi delle Torri gemelle. Evidente la sproporzione; l’intelligence Usa ha calcolato che a Osama bin Laden la preparazione dell’11 settembre in termini economici produsse una spesa di 500 mila dollari. Se al conto fatto sino al 2017 si aggiungono i conti del 2018 e le previsioni per il 2019, per gli Usa si arriva a 1.000 miliardi di dollari.

A questo si aggiunge il sacrificio di vite umane, 3500 soldati della Nato, di cui 2300 americani. Un prezzo che il presidente Donald Trump ha sempre detto di non essere più disposto a pagare. C’è un uomo che ha la soluzione pronta per The Donald con un discorso di quelli semplici e immediati proprio nello stile del tycoon: datemi 5,5 miliardi di dollari e penso a tutto io.

Quest’uomo si chiama Erik Prince ed è un nome ben noto nel mondo della sicurezza privata. Prince guarda lontano e vede la sua attività come un business destinato a espandersi tanto da far diventare le guerre fra Stati un appalto perenne per i contractor: l’esercito privato diventa l’esercito di un Paese.

Il personaggio dalla sua ha il curriculum e i contatti: dopo il servizio nei Navy Seals ha fondato la Blackwater, società di sicurezza che ha legato il nome alla guerra in Iraq con commesse concesse dal governo. L’episodio più controverso accadde il 15 settembre 2007, 17 civili iracheni furono uccisi a Baghdad, in piazza Nisur; il 16 aprile 2015 quattro ex guardie della Blackwater sono state condannate (un ergastolo e pene fino a 30 anni di carcere). Due le versioni: per la Blackwater il personale reagì per proteggere personale del dipartimento di Stato, per molti testimoni dopo che scoppiò una bomba in lontananza i contractor iniziarono a sparare su tutto ciò che si muoveva.

Il nome di quell’agenzia era compromesso per sempre, ma Prince proseguì e fondò la Academy. Poi, da una sigla all’altra: fra le ultime, la Frontier Services Group con sede a Hong Kong. Il motivo per cui Prince non smette è che il mondo è dalla sua parte: un conflitto lo offre sempre e il governo americano paga. Lui stesso ha ammesso nel suo libro di memorie Civilian Warriors: The Inside Story of Blackwater and the Unsung Heroes of the War on Terror, che fino al 2009 aveva ricevuto un miliardo di dollari per i servizi in Iraq, senza contare gli impegni in Afghanistan e il contributo dato alla Cia per sviluppare un programma dedicato ai droni.

L’Afghanistan, dunque. Prince vuole la “sua” guerra e ha confermato al magazine Military Times di voler ripresentare il progetto alla Casa Bianca: ci aveva provato già l’anno scorso pensando di sfruttare la promessa del ritiro dall’Afghanistan che Trump aveva fatto, ma attorno al presidente si alzò un muro difensivo eretto dal generale Jim Mattis (segretario alla Difesa), l’ex segretario di Stato Rex Tillerson e l’ex consigliere della National Security, H.R. McMaster.

Come fa notare Military Times, il momento per Prince è tornato propizio: Mattis sembra aver perso molta della sua influenza su The Donald, Tillerson e McMaster hanno lasciato il posto, e il nuovo consigliere per la National Security, John Bolton, proprio il mese scorso ha confermato alla Abc che “è sempre aperto a nuove idee”.

Il piano di Prince è articolato, eccone alcuni capisaldi: 1) Basta con la Nato: al posto di 23.000 soldati della forza multinazionale – circa 15.000 americani e 8.000 truppe Nato – schierare 6.000 contractor e 2.000 uomini delle forze speciali Usa, specialisti sia a terra che per la forza aerea. 2) Nessuna rotazione: i contractor rimarrebbero accanto alle unità afghane, invece di arrivi e partenze in un tipico ciclo di dispiegamento militare. Gli operatori “verrebbero mantenuti a lungo termine, almeno tre anni minimo”. 3) Aspetto normativo: i contractor e i militari sarebbero entrambi soggetti al Codice uniforme di giustizia militare e alla legge afghana. Ogni aereo avrebbe un membro afghano dell’equipaggio, unico abilitato a sparare. 4) I costi: Prince ritiene di poter eseguire la missione con un budget di circa 5,5 miliardi di dollari: 3,5 per i contractor, gli aerei, i magazzini per la logistica e gli ospedali da campo; circa 2 miliardi di dollari per le 2.000 forze speciali Usa. L’ex Navy Seal potrebbe spuntarla: è ben visto dal tycoon per aver contribuito alla campagna presidenziale con 250 mila dollari e sua sorella è Elisabeth Dee DeVos, pezzo grosso della galassia repubblicana e dal 2017 ministro dell’Istruzione. Il modello di Prince – lui sostiene – è di fatto applicabile a tutte le zone di crisi: nel 2017 lo aveva proposto per risolvere la crisi libica.

Il commissario Ue Vladimir Ilic Lenin e il soviet di via Solferino

Noi, lo dobbiamo ammettere, siamo avidi lettori dell’organo del proletariato noto come Corriere della Sera che ieri, com’è sua abitudine, ci ha spiegato l’attuale situazione ricorrendo a un antico detto di Lenin: “Compagna – disse Vladimir Ilic ad Angelica Balabanoff – ti ha mai colpito il fatto che l’Italia non ha carbone?”. Ci spiega il compagno giornalista che “il messaggio è chiaro: l’Italia la rivoluzione non la può fare, perché non ha il carbone”. Il carbone oggi, è la tesi, sono i mercati finanziari: “Ed è un’ironia che il rivoluzionario più fanatico della storia dovesse ricordare agli italiani lo stesso principio di realtà che oggi è l’Unione europea a rappresentare: quali che siano gli orientamenti della massa dei disoccupati e di coloro che si sentono defraudati del futuro, non c’è alternativa”. Ed è un’ironia ancora maggiore, diciamo così, reclutare “il rivoluzionario più fanatico” alla causa del Tina (there is no alternative) e dello status quo come un Moscovici qualunque. Per le prossime puntate, suggeriamo al foglio dei soviet di via Solferino ulteriori riflessioni attorno ad altre sentenze del suo rivoluzionario di riferimento. Tipo: “Gli Stati Uniti d’Europa in regime capitalistico sarebbero o impossibili o reazionari”. Oppure, restando al there is no alternative, “per fare una frittata bisogna rompere qualche uovo”. E qui, già che siamo ai fornelli, interrogarsi su una bizzarra omissione di Lenin: se “il cuoco deve imparare a governare lo Stato”, che faranno i camerieri?

 

Dario e Franca, il ricordo affidato a un anonimo

“L’era così vivo, de vivo!”: questa scritta è comparsa nei giorni scorsi, aggiunta sulla lapide che ricorda Dario Fo, al Famedio del Cimitero Monumentale di Milano, dove Dario riposa. Non sappiamo chi siano gli ignoti che hanno aggiunto – senza alcun permesso dell’autorità costituita – la frase all’epitaffio scolpito nel marmo, che dice: “Dario Luigi Angelo Fo / giullare e pittore / 24 marzo 1926 – 13 ottobre 2016”. Certo che, chiunque siano, quegli ignoti lo conoscevano bene: Fo non parlava mai della sua morte, ma le rare volte che l’ha fatto, ripeteva la frase del Ruzante come l’unica che gli sarebbe piaciuta sulla sua tomba, se proprio gli fosse toccato di morire. Gli è toccato, purtroppo, il 13 ottobre di due anni fa. Tre anni dopo la scomparsa di Franca Rame. “L’era così vivo, de vivo!”: l’esclamazione è tratta da un testo del Ruzante riscritto e reinventato da Dario Fo – come lui sapeva fare – e portato in scena con il titolo La vita.

“Tuto l’è comenzò in del giorno de quando che Adamo e nostra madre Eva, biastemàda ’me putàna, fùrno dal Paradjs cazzà di fòra, per la rasòn che évano magnàdo ’sta malarbèta póma”.

La cacciata dal Paradiso terrestre è l’inizio di una riflessione sul senso della vita (e sulla morte) che si conclude con un elogio della “follia e allegrezza, aggiunte alla ragione”: queste, insieme, “spingono a più lunga vita, se ’sta tua vita non la vai vivendo di nascosto, ma con gli altri legato, e così generoso… che non t’importa di spendere tutta ’sta tua vita per provare che sia giocondità e libertà e giustizia buona per la gente tutta. È da lì che nasce l’eternità della vita. E io vado sperando che il giorno che me ne vado morendo, la gente dica: ‘Peccato che abbia finito di campare. L’era così vivo, de vivo!’”.

La manina ignota che ha aggiunto la citazione del Ruzante sarebbe molto piaciuta a Dario e Franca, perché è una manina situazionista e affettuosa. Un bel modo di ricordare l’anniversario di una scomparsa che ha impoverito Milano, l’Italia, il teatro, la cultura, l’arte, la vita civile e politica. Per rendere ancora più viva la memoria di Dario e Franca, sarebbe bene chiedere che fine hanno fatto i progetti lanciati subito dopo la sua morte. Il materiale teatrale e artistico proveniente da anni di lavoro dei due artisti è raccolto nell’archivio Dario Fo-Franca Rame di Verona, curato da Maria Teresa Pizza, docente alla Sapienza ed ex assistente di Franca Rame. Ma Milano? Era stato promesso che il grande appartamento di Dario e Franca in Porta Romana – pieno di libri, opere, lavori, dipinti, sculture, echi, memorie, ricordi – diventasse una “casa d’artista” aperta alla città. Sono passati due anni. Che cosa è stato fatto? L’appartamento è rimasto chiuso e silenzioso. Non c’è più quell’allegro casino che, vivi Franca e Dario, mischiava arte, teatro, pittura e passione politica. Gli ingredienti di quella magia sono ancora tutti lì. Milano, l’Italia, li deve preservare. Mica si può svuotare l’appartamento e affidarlo a un agente immobiliare. Quella è già in sé una casa-museo. Quando potrà essere aperta ai cittadini? Lo chiediamo al sindaco Giuseppe Sala e al ministro della Cultura Alberto Bonisoli. Aspettiamo risposte.

Vuoi l’arte a fette: tu scrivi da mercante

In che veste scrive Daverio? Gli insulti con cui mi investe vietano di pensare che lo faccia come portavoce o valvassino della signora Crespi. Forse allora come mercante, quale ha tentato di essere, aprendo gallerie a Milano e a New York (tutte gestite così bene da indurlo a cambiar mestiere). Sì, non c’è dubbio: egli scrive da mercante, giacché le sue argomentazioni (culturalmente risibili) sono quelle tipiche del mantra dei commercianti che, da secoli, vorrebbero le mani libere.

Ma esistono anche i mercanti colti e civili. In pieno Seicento il venalissimo veneziano Marco Boschini riconosceva che, senza il freno posto al mercato dalla pubblica autorità, a Venezia non sarebbe rimasto un solo quadro: “Benedeta sia sempre la prudenza / de chi governa el Stato venezian / Che si no intrava qua la regia man, / Piture addio, Venezia sarìa senza” (1660).

Boschini terminava il suo ragionamento in versi veneti dicendo che le pitture sono luci eterne “che non le smorza doppie né zecchini”.

L’arte non è riducibile al denaro, e la proprietà dei privati sulle opere d’arte non è (da noi) mai stata piena. Fin dal 70 a. C. Cicerone spiegava ai Romani che le raccolte d’arte dei ricchi siciliani “costituivano un vanto non tanto per il padrone, quanto per l’intera città”. Questa è la nostra storia: se l’Italia è ancora l’Italia è perché, molto per tempo, abbiamo ritenuto l’arte (anche quella in mani private) un bene comune su cui vegliare.

Già nel 1603, il granduca di Toscana affida a un ‘ufficio esportazione’ il vaglio dei quadri che le grandi famiglie volevano portare fuori dallo Stato: i nostri vincoli, le nostre leggi sono figli di questa lunga, altissima tradizione.

Casa Crespi è parte del patrimonio culturale italiano: lo stesso Fai lo afferma quando la fa visitare ai cittadini, spiegando, sul suo sito, che “si trova nel centro di Milano e si affaccia su corso Venezia. Questa casa, della fondatrice e Presidente Onorario del Fai Giulia Maria Mozzoni Crespi, merita una visita in quanto si tratta di una delle poche residenze patrizie milanesi tuttora integre e vissute”. È dunque un luogo di interesse pubblico: per questo, quando alcuni cittadini mi hanno scritto, sconcertati di vedere il grande Burri all’asta all’estero, ho potuto conoscere gli atti grazie alla legge del 2013 che riconosce il diritto di accesso civico. Mi spiace per l’istinto da secondino di Daverio: ma la legge non sempre protegge solo i ricchi e i potenti.

Il caso è chiaro, nella sua triste evidenza: l’esportazione del Burri, fino a un anno fa, sarebbe stata illegale. Ora è lecita solo grazie a uno strappo grave, che (se il Movimento 5 Stelle sarà coerente con le sue lotte passate) tra breve sarà sanato. Che del varco approfitti una personalità come quella di Giulia Maria Crespi è una notizia clamorosa. Che le modalità siano quelle furbesche e sleali verso gli organi di tutela, che ho descritto, a me pare gravissimo.

Insomma, bisogna decidersi: non si può voler essere canonizzati in vita per meriti verso il patrimonio, e poi farsi bellamente gli affari propri. O si è davvero per la tutela, o si è per le mani libere su patrimonio e territorio. Perché la tutela non si fa a fette, come spiegava benissimo Giulio Carlo Argan proprio negli anni in cui la signora Crespi fondava il Fai: “La borghesia vuole che i suoi figli seguitino come i padri a inquinare allegramente mari e fiumi, a speculare rapacemente sul suolo delle città e delle campagne, a esportare impunemente capolavori nel baule della fuoriserie”.

Il Burri all’estero? Fa bene all’Italia

L’articolo di Tomaso Montanari apparso sul Fatto Quotidiano circa le vendita in atto del quadro di Burri che Giulia Maria Crespi teneva appeso nell’androne di casa è eticamente repellente e moralmente ridicolo: eticamente perché il giornalista si è fatto fornire da un funzionario del Ministero gli atti relativi ad una esportazione privata legittima in barba ad ogni criterio di privacy (ci si augura che il Ministro provveda), moralmente perché usa parametri di “nazionalità” che non avrebbe digerito neppure il mascellone di Predappio.

Di Giulia Maria Crespi tutto si può dire se non che non sia sempre stata persona che agli interessi dei beni culturali italiani abbia dedicato la vita e spesso il proprio danaro, sia nelle battaglie personali che nell’avere promosso, finanziato e sostenuto il Fondo Ambiente Italiano. Che abbia poi deciso di vendere, forse per finanziare ulteriormente il suo impegno, un’opera d’arte contemporanea da lei acquistata a poco e oggi di valore alto, non solo è il suo diritto ma pure forse la gioiosa verifica del proprio intuito nell’avere individuato in Alberto Burri un talento emergente quando il resto della borghesia italiana era ottuso e acquistava opere altrettanto opache. Sarebbe bello ci fosse ancora oggi nella classe abbiente emergente italiana la medesima capacità di intuire le arti che saliranno alla gloria del palcoscenico mondiale!

Vendere oggi a milioni di euro, di sterline o di dollari le opere della nostra contemporaneità non depriva il patrimonio nazionale, visto che di Burri c’è un intero museo a Città di Castello, ma contribuisce invece a ristabilire un onore nazionale che viene quotidianamente avvilito dalla stupidità che regna sovrana, purtroppo anche sulla carta stampata.

La conoscenzaè sempre più importante del patrimonio. Se gli inglesi del Grand Tour non avessero acquistato le vedute di Canaletto e di Bellotto come souvenir della loro iniziazione europea, mai questi autori avrebbero assunto l’importanza che hanno oggi; pittori altrettanto significativi come Magnasco non hanno avuto medesima fortuna perché rimasti quasi esclusivamente sulla penisola. Se Leonardo non avesse portato con sé la tavoletta della Monna Lisa, il quadro non sarebbe finito a Fontainebleau, Napoleone non lo avrebbe riscoperto lì trecento anni dopo e non sarebbe stato affidato al barone Vivant Denon che allora stava inventando il museo del Louvre; Marcel Duchamp non avrebbe mai rieditato la sua foto con i baffi e la scritta ironica “L.H.H.H.Q.” (elle a chaud au cul). Se l’ultimo erede italiano degli affari commerciali di Herwarth Walden non avesse venduto, dopo avere tentato di venderlo in Italia, per un milione di lire del 1959 La città che sale di Umberto Boccioni al MoMA di New York il futurismo rozzamente tacciato di collusione con il fascismo a casa nostra non sarebbe ancora oggi riconosciuto come uno dei principali movimenti delle avanguardie moderne: d’altronde era lo stesso Marinetti a spingere la loro disseminazione in tutto il continente. Morandi è noto fuori Bologna perché sin dagli esordi ne acquistò un centinaio l’oscuro signor Morat, il tedesco che fondò il Morat-Institut für Kunst und Kunstwissenschaft di Freiburg im Breisgau. Lucio Fontana e Piero Manzoni sono oggi considerati protagonisti indiscussi dopo che hanno superato il milione alle battute d’asta, fuori Italia ovviamente, poiché a casa nostra, chi compisse un simile acquisto pubblico, verrebbe immediatamente indagato dall’Agenzia delle entrate e quindi si astiene… Et semper ad maiorem Italiae gloriam. E quanto hanno contribuito Leonardo, Canaletto, Morandi, Fontana e Manzoni, assieme a Verdi e Toscanini a redimere l’immagine d’un Paese uscito perdente dalla guerra e a promuovere il made in Italy assieme alle sue migliaia di posti di lavoro!

La circolazione libera delle opere d’arte è pari a quella delle idee, dei libri e delle invenzioni che formano il tessuto di coesione delle società moderne e democratiche. La difesa del patrimonio nazionale dovrebbe pensare alla salvaguardia d’una storia sedimentata che vede oggi purtroppo crollare i palazzi e marcire gli affreschi, nella disattenzione d’un ministero che ha appena compiuto lo scempio goffo di Palazzo Citterio a Milano.

 

Mail box

 

Nessun sindaco può decidere di infrangere le leggi

Un appunto riguardo al fondo di Travaglio sull’arresto di Mimmo Lucano.

Il sindaco di Riace rispetta l’articolo 3 della Costituzione (tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali). Danilo Dolci diceva che la disobbedienza civile (la nonviolenza) è obbedire alla Costituzione in disobbedienza a leggi ingiuste. Se nel 1955 Rosa Parks avesse ceduto (come la legge le imponeva) il suo posto sul bus a un bianco, sarebbe nato il Movimento per i diritti civili degli afroamericani di Luther King? E le “disobbedienze” dello stesso Danilo Dolci, di don Milani, di Gandhi e di… Gesù Cristo?

“La legge non ha mai reso gli uomini neppure poco più giusti; e anzi, a causa del rispetto della legge, perfino gli onesti sono quotidianamente trasformati in agenti d’ingiustizia” (Henry David Thoreau).

Franco de Pasquale

Caro Franco, i personaggi che Lei cita non erano né sindaci né pubblici ufficiali, ma privati cittadini. I sindaci non possono infrangere le leggi: se vogliono farlo, prima si devono dimettere.

M. Trav.

 

DIRITTO DI REPLICA

In risposta ad articoli apparsi su Il Fatto Quotidiano sulle presunte distorsioni presenti nel sistema di valutazione della Performance dei medici Inps, si precisa quanto segue. Il Piano della performance 2018 ha previsto che la retribuzione accessoria dei medici dell’Istituto contenga anche, ma non solo, una valutazione sul contributo alla riduzione del debito pubblico, come quello previsto per i dirigenti e i professionisti legali. Gli indicatori finanziari che valutano l’attività dei medici sono collegati alle attività relative a Revoche Prestazioni invalidità civile, visite di controllo, Azioni Surrogatorie. Questi indicatori incidono sull’1,7% della retribuzione totale. L’obiettivo di questi incentivi è duplice. Da un lato, si vuole spingere il personale medico a contribuire a meglio identificare gli utenti che è più probabile vedano un mutamento in positivo della loro condizione di salute. Nel caso dell’invalidità civile, per fare questo, il medico può prevedere visite di revisione più frequenti.

Inoltre questo indicatore rappresenta una leva gestionale per migliorare la programmazione delle visite di revisione dell’invalidità allo scopo di effettuarle prima della scadenza della prestazione evitando il pagamento di mensilità indebite.

È evidente il legame tra numero di visite ed effetto finanziario: gli scorsi anni si è infatti notato come l’aumento delle revoche sia spesso accompagnato ad una maggiore efficienza delle visite. Importante precisare che la performance relativa alle revoche è valutata a livello regionale, non personale. Concorrono al risultato tutti i medici della regione. Per questo è arduo immaginare che un singolo professionista possa incidere sul risultato finale della retribuzione attesa.

Non c’è pertanto “un privato interesse economico che si scontra col dovere professionale”. C’è invece un incentivo collettivo a essere più efficienti e scrupolosi nei giudizi medici. Infine, è fortemente lesiva della professionalità dei medici Inps l’insinuazione secondo cui reagirebbero a questi incentivi non rispettando il codice deontologico. Del loro comportamento rispondono alla giustizia penale e civile e all’Ordine dei Medici da cui non abbiamo mai avuto segnalazioni di comportamenti non corretti.”

Ufficio relazioni con i media Inps

 

Credo che la migliore risposta alle osservazioni dell’Inps sia la dichiarazione che il presidente dell’Ordine dei medici, Filippo Anelli, che rappresenta tutti i 350 mila camici bianchi d’Italia, ha rilasciato al riguardo ai colleghi del nostro sito: “Non siamo i medici dello Stato ma del cittadino. Questo incentivo, se confermato, è un’aberrazione per la professione medica e segna il tradimento di principi costituzionali. Chiunque debba valutare, sappia che siamo contrari”. E più avanti: “Non si può anteporre il diritto del cittadino a un pur ragionevole incentivo del medico. Le due cose non possono essere confliggenti. Puoi chiedere al medico di essere più efficiente sugli aspetti gestionali e operativi del suo lavoro, ma non di negare dei diritti. Se secondo loro le commissioni mediche non sono efficienti, trovino un modo per renderle tali, ma non agendo sul merito delle loro decisioni. È insultante anche per il medico che dietro un promesso corrispettivo si trasformi da compiacente facilitatore degli abusi a rigido funzionario che finalmente applica norme già previste. È insultante che lo Stato assuma un punto di vista come questo sul medico. Non puoi svendere per qualche euro in più in busta paga l’autonomia di pensiero e di giudizio professionale”.

Lu.Ce.

 

I NOSTRI ERRORI

Ieri, nell’articolo “Csm, il sorteggio è necessario”, abbiamo erroneamente tagliato una frase dell’autrice, Carmen Giuffrida. Il passaggio corretto sarebbe stato: “Il Csm non ha funzione rappresentativa neanche con riguardo alla funzione para normativa e propositivo-consultiva”. Ce ne scusiamo con lei e con i lettori.

FQ

Ponte Morandi. Deroghe e tempi sempre più lunghi: sembra un gioco dell’oca

La provocazione di Giorgio Meletti (facciamo il ponte come cavolo ci pare) con riferimento al ponte Morandi da ricostruire, con relative “deroghe” a tutte le leggi in materia di opere pubbliche e private, rappresenta plasticamente il fallimento delle opere pubbliche nel nostro Paese. Per sveltire i lavori (questo è l’alibi) il decreto governativo sulla ricostruzione concederebbe al commissario il diritto di derogare a numerose norme di salvaguardia di principi e valori pubblici che sono un presidio di legalità, trasparenza e correttezza amministrativa. Unico argine resterebbero i vincoli della comunità europea. Pur non dubitando che l’intento sia nobile rammento che, nel passato, per le cosiddette grandi opere o per i grandi eventi sono state previste deroghe sui contratti e sui controlli, con le medesime motivazioni, ma con esiti non sempre limpidi, come testimoniano i processi e le condanne di alcuni amministratori. In realtà non servirebbero deroghe se solo si applicassero le norme in materia di accordi tra pubbliche amministrazioni, di tempi contingentati nell’acquisizione di pareri o sulle verifiche tecniche e contabili che sono presidi di trasparenza dei comportamenti degli amministratori pubblici a partire dalla legge 241 del 1990 (e successive) sullo sveltimento dei procedimenti amministrativi. I tempi delle varie procedure sarebbero compatibili con una ricostruzione in tempi accettabili anche se dovessero intervenire diverse amministrazioni e/o pareri di avvocature o magistrature amministrative. Per avvalorare questa convinzione sarebbe sufficiente ricordare che negli anni 60 (con gli ausili tecnici di allora) è stata costruita in Italia in poco più di 6 anni un’autostrada di oltre 600 chilometri con centinaia di ponti e gallerie. Quando vedremo il nuovo ponte Morandi?

Gian Carlo Lo Bianco

 

La realtà supera la fantasia, caro Lo Bianco, le sue annotazioni trovano conferma nella cronaca. Il sindaco di Genova Marco Bucci, appena nominato commissario (anzi Super Commissario dotato di super poteri), ha detto che gli serviranno almeno 12-16 mesi per rifare il ponte. Il doppio degli otto mesi strombazzati all’inizio. Altri esperti dicono che potrebbero servire due o tre anni. E lo stesso Bucci ha spiegato che le gloriose deroghe a tutto del sospirato decreto vanno adesso “regolate in dettaglio”. Infatti, ha detto, “quel che resta del ponte Morandi è ancora di Autostrade per l’Italia. O lo espropriamo o si revoca la concessione. Una volta che la legge spiegherà come riavere il ponte, potremo operare”. A forza di derogare siamo tornati al punto di partenza. Un gioco dell’oca. In gergo tecnico, un casino.

Giorgio Meletti

Pedopornografia e sesso con minore: 7 anni al giudice

Sette anni di carcere e 100 mila euro di multa. È la condanna di primo grado che il giudice di Messina ha inflitto all’ex giudice Gaetano Maria Amato, accusato di produzione e diffusione di materiale pedopornografico e violenza sessuale su minore. Il processo è stato celebrato con il rito abbreviato che prevede lo sconto di un terzo della pena. Dopo l’arresto, eseguito un anno fa mentre era in servizio alla Corte d’Appello di Reggio Calabria, il giudice Amato è stato sospeso dal Csm. Era finito al centro di un’inchiesta su una rete nazionale di scambio di materiale pedopornografico. Per i pm Giovannella Scaminaci e Claudio Conte, che durante la requisitoria avevano per lui chiesto 9 anni di reclusione, Amato avrebbe diffuso in rete le immagini di due ragazze minori di 16 anni. Una delle due ragazzine, mentre dormiva, sarebbe stata anche palpata dal magistrato che adesso si trova ai domiciliari in un centro per disturbi sessuali. Inoltre, avrebbe scaricato da Internet materiale pornografico con fotografie di adolescenti e avrebbe partecipato a chat con altre persone interessate allo scambio di foto.

“La Parodi insulta il leader leghista: lascia subito la Rai”

“A cosa è dovutal’ascesa di Salvini? All’arrabbiatura della gente. Al fatto che probabilmente non è stato fatto molto di quello che era stato promesso di fare. È dovuta alla paura e anche all’ignoranza”. Lo ha detto Cristina Parodi, ospite di Rai Radio 2 alla trasmissione I lunatici.

Protesta la Lega. “Se Cristina Parodi è tanto delusa dalla politica italiana scenda in campo. E, soprattutto, lasci la Rai. Con le sue offese a Matteo Salvini, la giornalista e moglie del sindaco del Partito democratico di Bergamo, Giorgio Gori, ha utilizzato il servizio pubblico radio-televisivo a proprio uso e consumo, facendo propaganda politica alla faccia del pluralismo informativo e ciò non è giustificabile”.

“Ne chiederemo conto in Commissione di Vigilanza Rai con un’interrogazione”. Lo dichiarano i parlamentari della Lega Paolo Tiramani, capogruppo in Commissione di Vigilanza, Massimiliano Capitanio, Dimitri Coin, Igor Iezzi, Giorgio Bergesio, Simona Pergreffi ed Umberto Fusco.