Ipertradizionalisti di tutto il mondo, unitevi. Ora la vostra patria è all’ombra dell’Arena

La contestatissima mozione approvata a Verona il 5 ottobre scorso ha offuscato l’annuncio solo di poche ore prima: con la benedizione del ministro Matteo Salvini, la città veneta ospiterà il tredicesimo World congress of families (nell’edizione di quest’anno, svoltasi lo scorso mese in Moldavia, tra gli ospiti c’era il Segretario di Stato Vaticano Pietro Parolin).

Il presidente del Wcf è Brian Brown, un quacchero americano convertitosi alla religione cattolica che, tanto per capirci, intervistato ieri da Avvenire, ha dichiarato che “l’inizio della soluzione alla crisi dell’Occidente è che i leader politici vedano che la salute della famiglia naturale è la massima priorità della nazione”. Ma chi è Brown? Il New York Times lo ha definito “leader dell’opposizione al same-sex marriage” negli Usa grazie ai fondi raccolti tra i gruppi religiosi conservatori.

Basta ricostruire la rete intorno a questo World congress of families, per capire come l’incontro di Verona sarà cruciale per fare della Lega un punto di riferimento dei gruppi internazionali che si battono contro aborto e diritti degli omosessuali.

Il Wcf nasce nel 1997 dall’iniziativa di un sociologo americano, Allan Carlson, che in un testo intitolato Family Questions collegava il calo della denatalità negli Stati Uniti ai movimenti per la liberazione sessuale, e che aveva trovato una sponda in due studiosi russi, Anatoly Antonov e Victor Medkov, convinti che la cultura individualista occidentale avrebbe portato il loro Paese, uscito dal comunismo, alla rovina. Per molti anni totalmente irrilevante, il Wcf ha svoltato nel 2011 quando i suoi temi e le sue battaglie hanno trovato orecchie interessate ad ascoltare nella Russia che si apprestava a incoronare per la terza volta presidente Vladimir Putin. In quell’anno Yelena Mizulina, una parlamentare molto vicina al futuro presidente, sostenne e ottenne – negli stessi giorni in cui il Wcf teneva un incontro a Mosca – l’approvazione di una legge che restringeva il ricorso all’aborto: iniziativa considerata come il primo grande successo del Wsf.

Negli anni seguenti arrivarono le leggi contro la “propaganda omosessuale”, la depenalizzazione della violenza domestica, il divieto di adozioni internazionali verso i Paesi dove sono in vigore i matrimoni egualitari: tutte iniziative a cui il Wcf diede il suo supporto. Con questo mondo, pezzi di politica e società civile italiana iniziarono a dialogare già cinque anni fa: nel 2013 Alexey Komov, portavoce russo del Wcf, partecipò al congresso della Lega Nord (e oggi è presidente onorario dell’associazione LombardiaRussia guidata da Gianluca Savoini, una delle teste di ponte della Lega verso Mosca). A Komov guarda soprattutto ProVita, l’associazione anti-abortista guidata da Toni Brandi, amico di lunga data del leader di Forza Nuova Roberto Fiore. ProVita ha organizzato diversi incontri in Italia con Komov. A uno di questi, nel 2016, partecipò l’attuale ministro della Famiglia Lorenzo Fontana, che così salutò Komov: “C’è una deriva nichilista e relativista della società occidentale, ma la Russia, rappresentata qui dall’amico Alexey Komov, è l’esempio che l’indirizzo ideologico e culturale in una società si può cambiare”.

Fontana tracciò poi un collegamento tra il fenomeno “dell’immigrazione di massa”, “i matrimoni gay”, “la teoria del gender”: “Sono tutte questioni legate, perché questi fattori mirano a cancellare la nostra comunità e le nostre tradizioni. Il rischio è la cancellazione del nostro popolo”. Verona non è la Russia, ma intanto il Wcf può incassare con il sorriso la mozione di Verona anti-aborto.

Bergoglio: “Abortire è come affittare un sicario”

“Abortire è come affittare un sicario per ‘risolvere’ un problema”. Non è la battaglia chiave del suo pontificato, ma ogni volta che affronta il tema dell’aborto, Papa Francesco non lascia spazio a interpretazioni. Parlare di interruzione di gravidanza, secondo il Pontefice, è un modo politicamente corretto per evitare di parlare di omicidio: “Sopprimere una vita umana nel grembo materno” in nome della salvaguardia di altri diritti è un “approccio contraddittorio”.

Nell’udienza del mercoledì per la catechesi sul quinto comandamento “Non uccidere”, il Papa usa parole dure: “Come può essere terapeutico, civile, o semplicemente umano un atto che sopprime la vita innocente e inerme nel suo sbocciare? Pensiamo, ad esempio, a quando si scopre che una vita nascente è portatrice di disabilità, anche grave. I genitori, in questi casi drammatici, hanno bisogno di vera vicinanza, di vera solidarietà, per affrontare la realtà superando le comprensibili paure. Invece spesso ricevono frettolosi consigli di interrompere la gravidanza”

Dio, Verona e famiglia. È qui la roccaforte del Medioevo futuro

Una città senza “attività etniche”, dove sia sempre più difficile abortire, con la “Famiglia” tradizionale che non può essere “contraddetta o danneggiata” da messaggi che vanno in direzioni diverse, nella quale ogni bambino riceva in dono alla nascita una bandiera indipendentista. Verona è un laboratorio, con i valori della Lega che avanza, già diventati oggetto di politiche comunali. Le mozioni presentate (quasi tutte approvate) dall’inizio del mandato del sindaco Federico Sboarina (eletto nel 2017 con l’alleanza di centrodestra e vicino alla destra estrema), formano un disegno organico.

D’altra parte, fino a giugno il vicesindaco di Verona è stato Lorenzo Fontana, ministro della Famiglia, ma soprattutto ambasciatore della Lega in Europa. Con il compito di costruire un asse basato anche sui valori della destra identitaria, dall’omofobia all’aborto. Ex capogruppo della Lega a Verona, oggi consigliere semplice (è stato sconfessato dalla sua stessa maggioranza per beghe interne al partito relative ai diversi gradi di “salvinismo”) è Vito Comencini, già suo collaboratore al Parlamento europeo.

L’antesignana di tutte le mozioni fu approvata nel luglio 2014 (ancora sindaco Tosi) su “famiglia, educazione e libertà d’espressione”. Premessa: “L’opinione pubblica dev’essere adeguatamente informata e protetta dagli abusi, perpetrati da dirigenti e funzionari troppo zelanti nell’applicare la discutibile Strategia 2013-2015 contro le discriminazioni”. E dunque il Consiglio comunale riconosce “il diritto della famiglia a non essere contraddetta o danneggiata, nel suo compito educativo, dall’azione suggestiva ed erosiva dei mezzi di comunicazione, come pure dagli organismi scolastici e istituzionali, che ne violino apertamente le convinzioni morali e religiose, con particolare riferimento all’educazione sessuale”. Sotto attacco implicitamente gli omosessuali: in quegli anni in città sono stati organizzati ben 300 incontri contro il gender.

È un crescendo. Ad ottobre 2017 (quando Fontana era ancora vice sindaco), Andrea Bacciga, eletto con la lista civica di appoggio a Sboarina, Battiti, balzato agli onori delle cronache questa estate per aver fatto il saluto fascista, presenta una mozione per chiedere al Senato di non approvare lo ius soli. 20 voti favorevoli, nessun contrario, nessun astenuto. Il Pd è assente in blocco. Il 10 maggio (Fontana sempre in carica) la leghista Laura Bocchi presenta una mozione per invitare il Sindaco a chiedere alle forze dell’ordine “servizi dedicati massivi e urgenti nei confronti delle attività etniche oggetto di lamentele da parte dei cittadini e generatrici di situazioni di gravi disordini e/o ritrovo abituale di persone pericolose” . Le attività non etniche non creano problemi? Per come vanno le cose a Verona, la domanda è oziosa. Passa. Viene approvata il 4 ottobre una mozione presentata a giugno dalla leghista Bocchi per chiedere un’ordinanza che imponga lo stordimento preventivo degli animali, durante la macellazione rituale islamica “Halal del sacrificio”. La pratica è cruenta, ma il rito richiede che l’animale non sia stordito. Nessun no e nessun astenuto, Pd assente.

Il 6 luglio,la mozione firmata da Bacciga e dal leghista Alberto Zelger chiede di istituire uno spazio per la sepoltura dei “bambini mai nati” ovvero i feti. Questa non passa. Le dichiarazioni di Zelger dopo il sì alla mozione sulla 194 (“L’aborto non è un diritto, è un abominevole delitto. Il mio esempio è la Russia di Putin”) vengono stigmatizzate in un ordine del giorno presentato dal capogruppo del Carroccio Mauro Bonato. Uno di quelli un po’ a disagio per la deriva sempre più estremista del suo partito. Il 7 agosto, dopo le dichiarazioni di Fontana sulla Legge Mancino, pronta arriva la mozione (a firma Bacciga) per chiedere al Comune di sostenere tale proposta, anche con prese di posizioni ufficiali. Approvata pure questa. Ed è del 17 agosto la mozione della medesima Bocchi per chiedere al Comune l’acquisto e la consegna per tutti i nuovi nati a Verona della Bandiera di San Marco. Nel frattempo il Pd è in evidente difficoltà: oggi in Consiglio la capogruppo Carla Padovani sarà ancora al suo posto, dopo che venerdì scorso ha votato contro l’aborto con la maggioranza. I Dem ancora non sono riusciti a sostituirla.

Assedio alla 194: dal Papa al boom dei medici obiettori

Per il Papa sarà pure un atto non civile, pari all’affittare “un sicario per risolvere un problema”. Che Bergoglio tuoni contro l’aborto non è una notizia, e nemmeno che lo faccia con un’espressione così forte. Lo sarebbe semmai il contrario (ma Papa Francesco, di questo periodo, ha ben altri pensieri). Abortire, però, resta un diritto. E c’è una legge, tanto celebrata quest’anno per l’anniversario dei suoi 40 anni, che lo dovrebbe anche garantire. Ma così succede nella realtà?

Ci sono donne costrette a “emigrare” perché nelle regioni di residenza le attese sono di settimane, per i tanti ginecologi obiettori. Altre che vengono invitate a rivolgersi ai centri privati. Altre ancora che si ritrovano in coda all’alba, in scantinati squallidi e freddi con la volontaria dell’associazione “pro vita” che ti parla di “omicidio”. Era il22 maggio 1978quando in Italia fu promulgata lalegge 194sull’interruzione volontaria di gravidanza, dopo un’aspra battaglia che spaccò in due il Paese. Quarant’anni dopo, nei giorni in cui infiamma la polemica sulla “mozione per la vita” approvata dal consiglio comunale di Verona, le difficoltà segnalate da operatori, associazioni e pazienti diventano motivo di nuova mobilitazione: a partire da sabato prossimo, proprio a Verona.

Guardando i numeri, e scorrendo l’Italia regione per regione, i medici che non garantiscono di effettuare l’intervento di interruzione di gravidanza, per motivi di coscienza, sono il 70,5%, secondo l’ultimo monitoraggio nazionale presentato in Parlamento. Il record di obiettori (oltre l’80%) si registra al Sud. In Molise, per esempio, è rimasto solo il dottor Michele Mariano – intervistato qualche giorno fa dal Mattino – a praticare gli aborti. Un ginecologo solo, per un’intera regione. “Nessuna donna chiede aiuto con piacere. Io ne seguo in media 400 all’anno che arrivano da regioni vicine”, sottolinea il dottor Mariano. “Vorrà dire che andrò all’inferno, e i miei colleghi, obiettori di coscienza, in paradiso. Ma tutti siamo a favore della vita. Qui si tratta solo di applicare una legge e fare in modo che una cosa dolorosissima sia possibile come libera scelta, mettendo da parte le ideologie. Ma vedo un rigurgito anti-abortista della politica, anche a sinistra”.

Nel Lazio, l’aborto dopo il terzo mese viene effettuato solo nella Capitale, proprio perché sono rimasti in pochissimi i medici a effettuare questo intervento. Ci sono poi strutture che accettano solo un numero limitato di richieste al giorno, quindi chi vuole abortire deve raggiungere all’alba lo sportello.

Ancora: l’aborto farmacologico, attraverso la somministrazione della pillola Ru486, è possibile di fatto solo a macchia di leopardo. In Finlandia avviene nel 98% dei casi, proprio per promuovere un intervento meno invasivo: in Italia, nel 15%. Perché spesso il farmaco non è nemmeno disponibile, nei parti degli ospedali come nelle farmacie (dove la pillola abortiva è uscita dalla lista di emergenza dei prodotti obbligatori da banco). Silvio Viale, ginecologo pioniere della somministrazione ordinaria della Ru-486 a Torino, ha replicato su Facebook a Francesco: “Sono un medico, non un sicario. Tutti coloro, comprese le ministre, che fanno diagnosi pre-natale, lo fanno per sapere se dovranno abortire. Il 99,9% di chi ha una diagnosi prenatale infausta decide di abortire. Io rispetto questa volontà e garantisco questo diritto”.

E poi c’è l’aborto clandestino che è ancora oggi, nel 2018, una realtà. Specie per le immigrate, che acquistano nella maggior parte dei casi medicinali su internet.

A Castel Volturno, denuncia Emergency, alcuni volontari hanno accompagnato al pronto soccorso ragazze straniere al 7° mese di gravidanza con nello stomaco 50 compresse di gastroprotettore usato per abortire. Onu e Consiglio d’Europa hanno più volte richiamato l’Italia sia per le difficoltà di applicazione della legge sia per la “discriminazione” nei confronti del personale sanitario non obiettore. È la stessa legge 194 a imporre che “l’espletamento delle procedure” e “l’effettuazione degli interventi richiesti” debbano essere garantiti, ma nella realtà le cose vanno molto diversamente.

E in futuro? “I non obiettori hanno in media 50-60 anni”, raccontava un medico a Palermo al nostro mensile MillenniuM, mentre gli specializzandi di ginecologia hanno pochissime occasioni di fare pratica. Così “nel giro di dieci anni, la 194potrebbe diventare inapplicabile”.

Espulso l’imam che nel 2009 aggredì Daniela Santanchè

Un imam egiziano “che incitava al terrorismo islamico in Italia” è stato espulso con un provvedimento sottoscritto dal ministro Matteo Salvini, il quale ieri ha postato su Twitter la foto mentre firma la misura e la scritta “a casa!”. Si tratta di Ahmed Elbadry Elbasiouny Aboualy, 35 anni, in Italia dal 2005 e titolare di un permesso di soggiorno per motivi di lavoro. Secondo gli investigatori, l’imam ha mostrato più volte un orientamento ultraradicale, confermato anche dall’analisi dei file su telefoni e pc. Aboualy, sostengono ancora gli investigatori, è lo stesso che nel 2009 aggredì Daniela Santanchè durante una manifestazione contro il velo integrale per le donne musulmane. L’esponente di Fratelli d’Italia, in un tweet, ricorda: “Mi ruppe due costole in nome della ‘religione di pace’. A mai più!”. Nel dicembre 2013 sono stati condannati: Aboualy per aver aggredito lei a 2 mila e 500 euro di multa, a un risarcimento di 10 mila euro di danni; Santanchè a quattro giorni di arresto e 100 euro di ammenda convertiti in 1.100 euro di ammenda, ovviamente con pena sospesa, per manifestazione non autorizzata. Il procedimento, da quanto è stato riferito, per la senatrice di FdI si è prescritto in Appello.

Nicotra, in cella per mafia il veterano della Regione

Concorso esterno in associazione mafiosa, voto di scambio politico mafioso e persino estorsione: con queste accuse a Catania la Procura spedisce in carcere un altro ex deputato regionale, Raffaele Pippo Nicotra, 62 anni, veterano dell’Ars (4 legislature, eletto la prima volta nel 2001) e globetrotter dei partiti di destra e di sinistra (Nuovo Psi, Mpd, Udc di Cuffaro e l’ultimo, il Pd con la benedizione dell’ala renziana in Sicilia). I carabinieri di Catania lo hanno rinchiuso nel carcere di Bicocca nell’operazione “Aquila” insieme ad altri 17 uomini di un clan acese vicino alle famiglie Santapaola-Ercolano che lo avrebbero sostenuto elettoralmente nel corso di due elezioni regionali in cambio del versamento di 10 mila euro (nel 2008) e del pagamento di 50 euro a voto (nel 2012).

Laureato all’Accademia di Belle Arti e proprietario di alcuni supermercati costruiti partendo dal negozio di alimentari di famiglia, Nicotra era finito nel mirino degli investigatori fin dal 1993, quando da sindaco di Aci Catena contestò il divieto del prefetto di far celebrare i funerali di un boss, rifiutandosi di rimuovere i manifesti a lutto dai muri e presentandosi al cimitero per porgere le sue condoglianze ai familiari del “padrino”. Un mese dopo il Comune di cui era sindaco, Aci Catena, venne sciolto per mafia. Negli anni successivi il suo nome era finito in alcune intercettazioni agli atti di due inchieste sulla mafia acese, ma questi trascorsi non gli hanno impedito di sedere nella commissione antimafia regionale e di guidare un consorzio catanese per la gestione dei beni confiscati alla mafia. E qualche anno fa il suo nome comparve nell’elenco dei deputati morosi con la società di riscossione dei tributi, con un’esposizione di 187 mila euro, ma la sua posizione venne archiviata.

Sardegna, crolla un ponte stradale. Allerta in Liguria: scuole chiuse

Il ponte non c’è più. È crollato sotto la forza dell’acqua, a seguito dell’esondazione del Rio Santa Lucia, lungo la Statale 195 che porta a Capoterra, popoloso centro dell’hinterland cagliaritano. Al suo posto ora c’è un’unica distesa d’acqua fangosa dalla palude al mare. Un tratto di strada, qualche chilometro prima, era già sprofondato provocando una voragine che ha costretto la polizia municipale a chiudere la statale all’altezza del ponte della Scafa, all’uscita del capoluogo. Questo probabilmente ha evitato danni peggiori, in un’arteria solitamente trafficatissima di pendolari e mezzi pesanti.

Ora la statale è tagliata in due, con grosse difficoltà di collegamento verso Capoterra (23 mila abitanti): il paese, allagato dopo l’esondazione, , ha vissuto momenti di forte tensione mentre durante tutta la giornata i vigili del fuoco intervenivano in aiuto di cittadini arrampicati sui tetti o bloccati in casa, “Per ora siamo riusciti a contenere i danni, soprattutto a evitare quelli alle persone – spiega il sindaco Francesco Dessì, – ma siamo ancora isolati dal capoluogo, noi e tutte le altre cittadine della costa Sud occidentale dell’isola: 40 mila persone che vivono enormi disagi con strade che son quelle che sono, purtroppo. Si ripropone il problema delle infrastrutture viarie e della loro manutenzione”.

Intanto non smette di piovere, è la stessa perturbazione che ha investito il Mediterraneo occidentale e ha devastato l’isola di Maiorca alle Baleari, dove si contano almeno 10 morti e ci sono ancora diversi dispersi. In Italia come sempre le piogge autunnali fanno riemergere le condizioni problematiche del territorio e della rete viaria. Era già accaduto la scorsa settimana in Calabria dove è morta una mamma con i suoi due bambini e ora l’allerta meteo arancione è scattata anche in Liguria. Scuole chiuse in alcuni Comuni dell’Imperiese e del Savonese.

In Sardegna la Protezione civile regionale ha emesso un nuovo avviso per alto rischio idrogeologico nell’Iglesiente, Campidano e sul bacino Flumendosa-Flumineddu. Oggi e domani sono ancora previste precipitazioni sulla Sardegna meridionale e orientale, anche di forte intensità, con “forti raffiche di vento” e di grandinate”. “C’è preoccupazione” ammette il sindaco Dessì, che ricorda come il territorio di Capoterra abbia già vissuto tragiche alluvioni: il 22 ottobre 2008 era stato il Rio San Girolamo a esondare travolgendo case e auto, molte delle quali finirono in mare. Persero la vita quattro persone.

Avellino, chiesti 10 anni per il n. 1 di Autostrade

“Autostrade per l’Italia non ha pensato alla sicurezza ma al profitto. E la scelta di non intervenire sulle barriere di secondo impianto, come per il viadotto di Acqualonga, è avvenuta in assenza di valutazioni di carattere tecnico, ma solo per ragioni meramente economiche. Per ragioni di profitto”.

In quattro ore di requisitoria, il procuratore capo di Avellino Rosario Cantelmo ha spiegato così la sua richiesta di condanna a 10 anni di reclusione per l’amministratore delegato di Autostrade per l’Italia (Aspi) Giovanni Castellucci e altri dieci dirigenti della società, Michele Renzi, Nicola Spadavecchia, Paolo Berti, Michele Maietta, Antonio Sorrentino, Riccardo Mollo, Giulio Massimo Fornaci, Marco Perna, Gianluca De Franceschi, Gianni Marrone, Bruno Gerardi. “Chiedo una sentenza giusta, che non consenta a nessuno di farla franca”. Sono imputati a vario titolo dei reati omissivi collegati alla mancata manutenzione dei new jersey di protezione, nonché di omicidio colposo plurimo e disastro colposo, nel processo per la strage del 28 luglio 2013, quando morirono 40 persone a bordo del pullman precipitato dal viadotto lungo l’A16 Napoli-Canosa. Per altri tre dipendenti di Aspi, la Procura ha chiesto gli atti, ipotizzando la falsa testimonianza.

“Alla luce di questa richiesta di condanna, e in attesa che si faccia chiarezza su Genova, Castellucci dovrebbe dimettersi”, ha commentato il vicepremier Luigi Di Maio riferendosi al crollo del ponte Morandi nel capoluogo ligure lo scorso 14 agosto. “È evidente che il sistema delle concessioni così come è ora non funziona più e va cambiato”. A Genova sono indagati in 21, tra cui Castellucci e altri dirigenti Aspi. Anche lì, una relazione dell ministero dei Trasporti ipotizza che le carenze di manutenzione sarebbero dipese dalla volontà di incrementare i profitti.

Il perito del Tribunale di Avellino, Felice Giuliani, ha depositato una relazione che attesta che la strage si sarebbe potuta evitare e “derubricare in grave incidente stradale se solo le barriere fossero state tenute in perfetto stato di conservazione”. Invece i sistemi di ancoraggio non ressero. Colpa dei tirafondi corrosi da una soluzione salina antighiaccio. Per le difese e i tecnici di Aspi avvenne un fenomeno “imprevedibile e abnorme”. Per la Procura si poteva e doveva prevedere, e si cita la deposizione del 28 ottobre 2017 di un dirigente Direzione Trasporti: “Il problema della corrosione esiste a prescindere”. Alcune slide hanno riprodotto pezzi del verbale del Cda di Aspi del 18 dicembre 2008. Quel giorno Castellucci coordinò la discussione sul piano pluriennale di riqualificazione delle barriere, da 138 milioni di euro. La delibera mette nero su bianco che intervenire sulle barriere di secondo impianto non era obbligatorio. E infatti sul viadotto di Acqualonga non si intervenne.

E rimane un punto interrogativo su tutti gli 850 km di tratti autostradali con sistemi di sicurezza di quel tipo, sui quali la Procura ha aperto un’indagine bis. “Avremmo voluto sentire Castellucci per chiarire i dubbi, ma non ha voluto sottoporsi all’interrogatorio. Domande scomode, meglio evitarle” sostiene Cantelmo. “Si è detto che l’ad sarebbe solo portavoce delle strutture tecniche senza possibilità di valutazione. Sarebbe un corpo senz’anima. Avrebbe invece avuto il diritto e il dovere di valutare, e lo fece, illustrando il documento”. E poi: “Sarebbe bastato compiere le attività previste in concessione, senza attività straordinarie, per evitare tutto questo”.

“Una richiesta di pena sconcertante”, replica l’avvocato di Aspi Giorgio Perroni. “in contrasto con quanto emerso dal processo. Pesa sicuramente la vicenda di Genova”. E sulla mancata sostituzione dei new jersey “il Cda fece una scelta precisa perché quelle barriere non destavano preoccupazione”. In una nota Aspi ha precisato che i tecnici eseguirono i piani di dettaglio “in piena autonomia” rispetto al Cda.

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Il Csm ratifica: Finocchiaro non andrà a Via Arenula

All’unanimità il plenum del Csm ha revocato la delibera della precedente consiliatura con cui si destinava l’ex ministro ed ex capogruppo dei senatori del Pd, Anna Finocchiaro, al Dipartimento affari di Giustizia del ministero di via Arenula. Un atto dovuto dopo che il nuovo Guardasigilli Alfonso Bonafede aveva fatto sapere che non avrebbe dato esecuzione alla decisione del Csm, non volendosi avvalere della collaborazione di Finocchiaro.

L’assemblea ha inoltre incaricato la Terza Commissione di individuare una nuova sede per l’ex ministro, che nei 30 anni in cui ha fatto politica è stata fuori ruolo dalla magistratura e che ora sarà sentita per indicare le sue preferenze. È possibile però che intervenga prima il collocamento a riposo che Finocchiaro ha chiesto venti giorni fa allo stesso Csm. Una scelta certamente legata allo stop di Bonafede, andato di traverso alla diretta interessata: “Non capisco questa sua decisione – aveva commentato qualche tempo fa in un’intervista –. Dopo 30 anni in Parlamento non posso tornare a fare giurisdizione attiva”, perché “i giudici che fanno politica non hanno la terzietà per rientrare nel loro ruolo”.

Salvimaio, la strategia “cinica” di continuare a ingoiare rospi

Nelle tante analisi attorno al Salvimaio, mi stupisce come non compaia quasi mai la parolina magica che spiega la scelta dei 5 Stelle: cinismo. Senz’altro, quando si è trattato di accettare il contratto (e quindi il governo) con la Lega, molti 5 Stelle hanno ascoltato la loro ambizione. Comprensibile: se sei anni fa avessero detto a Di Maio e Toninelli che un giorno sarebbero stati ministri, per giunta con ruoli apicali, sarebbero stati i primi a mettersi a ridere. O forse a piangere, che ne so. Ci sarà anche stato un senso di responsabilità verso Stato e istituzioni: all’ipotesi di un nuovo voto con la stessa legge elettorale sommamente vile, il M5S ha preferito turarsi il naso e accordarsi con Salvini e Calderoli. E poi non c’erano altre strade.

Ma c’è di più. I 5 Stelle hanno accettato il Salvimaio, a guardar bene senza neanche troppi imbarazzi, non solo per ambizione. Non solo per senso dello Stato. E non solo perché hanno sempre preferito, come larga parte del suo elettorato, Salvini a Renzi. Lo hanno fatto anzitutto per cinismo. I 5 Stelle si sono sempre definiti una forza trasversale e post-ideologica: né di Destra, né di Sinistra. Tale affermazione ha sempre fatto arrabbiare moltissimo la Sinistra, che avrebbe voluto che il M5S fosse una succursale del Pd – o al limite un suo surrogato. Al contrario, e decidete voi se la cosa sia un bene o un male, i 5 Stelle sono davvero una forza trasversale. Hanno sempre detto che, dopo il voto, avrebbero governato (senza numeri per essere autonomi) con chi ci sarebbe stato. C’è stata la Lega. E loro non hanno fatto una piega.

In questo non sono stati incoerenti, bensì coerentissimi. La logica dei 5 Stelle è tanto chiara quanto iper-politica, e fa sorridere che la forza più alternativa e meno politichese si sia comportata da forza cinica e navigatissima: fregarsene di chi ha accanto, mettendo al centro quei cinque-sei obiettivi cardine della propria agenda politica. Di fronte alla concreta possibilità di governare, i 5 Stelle hanno più o meno ragionato così: “Me ne frego di Fontana e Borghezio, del quasi-razzismo e del qual certo oscurantismo. Sui migranti mi turerò il naso, sulla legittima difesa mi girerò di lato e sulla flat tax farò finta di aver cambiato idea. A volte soffrirò e più spesso sarò in imbarazzo, però questa è ora l’unica strada per ottenere obiettivi che reputo storici. Il reddito di cittadinanza. Una seria legge anticorruzione. Il decreto Dignità. La lotta al gioco d’azzardo. Il conflitto di interessi. Basta coi vitalizi. Basta con la Rai lottizzata. Basta coi governi conniventi, o anche solo troppo pavidi, contro la mafia. Se questa è la storia che mi passa davanti, sul treno voglio salirci. Anche se molti compagni di viaggio mi stavano sulle palle, e a dirla tutta mi ci stanno ancora”. Questo è stato il ragionamento. Ed è ancora un paradosso, decidete sempre voi se positivo o negativo, che la forza per antonomasia contraria a qualsivoglia alleanza abbia accettato – assai lucidamente – un “contratto di governo” con la Lega. Quello del m5s è un piano per nulla incoerente, lecitamente cinico e platealmente rischioso. Ai suoi elettori, la forza nata nel 2009 per volere di Grillo e Casaleggio sta dicendo questo dal 1° giugno: “Accettate di ingoiare qualche rospo con noi. In cambio, faremo buona parte di tutto ciò che in questi anni vi abbiamo promesso”. Ed è proprio questo il punto: fare buona parte di quel che hanno promesso, o almeno dimostrare di provarci. In quel caso, forse, i tanti rospi ingoiati sembrerebbero meno indigesti. Ma solo in quel caso. E non è neanche detto.

È tutto inedito. Non so se questa sia la Terza Repubblica, o magari la Seconda. O addirittura un reflusso esofageo della Prima. Non lo so ancora, perché mi do sempre molto tempo per approdare a risposte definitive, che spesso poi neanche trovo, e perché quella attuale è una situazione oltremodo fluida. Di sicuro siamo di fronte a uno scenario totalmente inedito. Con i 5 Stelle al governo, si capovolge tutto. I più detestati dal “sistema” entrano nel sistema, non solo per aprire la scatoletta di tonno ma per essere il tonno. E lo fanno da esordienti assoluti, avendo per giunta accanto il partito più vecchio della Seconda (e Terza) Repubblica. Un partito odiatissimo dal Pd, e dunque da due terzi dei media, ma pure – almeno fino a ieri – da tanti elettori del M5S. E viceversa. È come se, col governo Conte, uno chef assai fantasioso avesse proposto a noi tutti un piatto oltremodo azzardato e avveniristico. Per qualcuno sa di nirvana, per qualcun altro di merda (ops). Non ci sono mezze misure, e se ci sono non vanno di moda. Tutto quello che valeva prima, coi Monti e Letta e Renzi e Gentiloni al governo, non vale più. Prima c’erano i gattopardi, ora dichiarati e ora travestiti (malissimo) da innovatori. Adesso ci sono gli scavezzacollo, i populisti, i sovversivi. Quelli che, per tanti, hanno torto anche quando hanno ragione. È saltata ogni cosa. Persino il protocollo. Persino i convenevoli. Soprattutto i convenevoli. Non so ancora dirvi se sia un cambiamento agognato, o se piuttosto siamo passati – come molti dicono – dalla padella alla brace. So però che la padella di prima faceva così schifo che, prima di accodarmi al coro del “mai stati peggio di così”, mi prenderò un po’ di tempo. Con buona pace degli indignati a giorni alterni, ieri col poster in camera della Boschi e oggi con la bambolina voodoo della Lezzi. Credo che la storia appena iniziata – e non so quanto durevole – del Salvimaio meriti qualche riflessione. Senza apocalissi né agiografie, casomai con un po’ di ironia. Che è poi quel che vi apprestate a leggere.