Bugani (M5S): “Nelle Regioni serve allearsi con liste civiche”

Il veterano che sta a Palazzo Chigi con Luigi Di Maio (ri)lancia il sasso nello stagno: “Senza alleanze con le liste civiche non possiamo vincere, né in Emilia Romagna né altrove”. E il dibattito dentro il Movimento riprende. Fa discutere i 5Stelle, l’intervista rilasciata ieri a Qn da Max Bugani, vicecapo della segreteria di Di Maio, uno dei quattro soci dell’associazione Rousseau di Davide Casaleggio, nonché consigliere comunale del M5S a Bologna. “In Emilia-Romagna, come in altre Regioni – afferma il consigliere dei 5Stelle – se il M5S alle Regionali non si alleerà con liste civiche, resterà importante come forza politica, ma non riuscirà a vincere. Bisogna esserne consapevoli: senza ballottaggio sarebbe dura. È un ragionamento che bisogna fare anche per il futuro del Movimento a livello locale e territoriale”. D’altronde, secondo Bugani, la partita è aperta: “La Regione è contendibile perché il Pd ha fallito su tutto. Hanno già perso: trovarsi a parlare in Emilia-Romagna di una Regione contendibile per i dem è già una sconfitta. Questa è la loro riserva indiana. E sono spaventati”.

Il piano disperato di Di Maio per salvare Alitalia

Per Alitalia il vicepremier Luigi Di Maio ostenta fiducia: “Convertiamo in azioni dello Stato parte dei 900 milioni del prestito ponte concesso alla compagnia dal passato governo e in un mese possiamo chiudere al meglio il dossier così come è successo con Ilva”. Detto così sembra facile, in realtà è una scommessa ardita e contro il tempo. Il prestito ponte dovrebbe essere restituito allo Stato dai commissari straordinari di Alitalia entro il 10 dicembre e nel frattempo a fine ottobre l’Europa dovrà pronunciarsi sulla natura dello stesso prestito e secondo le previsioni più accreditate esprimerà un giudizio negativo considerandolo un aiuto pubblico mascherato. Il primo passo dell’operazione immaginata da Di Maio dovrebbe essere la costituzione di una newco dentro cui spostare gli asset positivi di Alitalia (slot, flotta, personale). Il resto rimarrebbe in una old company affidata ai commissari per la liquidazione delle partite in sospeso.

La trasformazione del prestito in azioni dello Stato riguarderebbe la newco. Tutto ciò dovrebbe essere accompagnato dall’elaborazione di un piano per consentire all’azienda di funzionare meglio di quanto abbia funzionato fino a questo momento. Al ministero dello Sviluppo economico è al lavoro un gruppo ristretto. Ne fanno parte la senatrice 5 Stelle Giulia Lupo, Ugo Arrigo, professore di Economia politica all’Università Bicocca di Milano, Claudio Di Cicco, ex dipendente Alitalia e procuratore speciale di Alitalia-Cai da ottobre 2016, e infine Gianni Rossi, ex amministratore delegato di Meridiana che con l’ex segretario Uil Marco Veneziani ha partecipato al lancio di Anp, Associazione nazionale piloti.

Sulla base della credibilità del piano gli investitori privati e pubblici dovrebbero affiancare lo Stato investendo su Alitalia. Si è parlato molto di Fs la cui disponibilità massima, in ogni caso, non supera i 150 milioni di euro, poi del fantomatico intervento di una compagnia cinese. E infine di Boeing con cui le trattative erano a buon punto, ma si sono improvvisamente arenate alcuni giorni fa. Nonostante le dichiarazioni ufficiali, la compagnia di Fiumicino continua a bruciare soldi, secondo autorevoli indiscrezioni quasi 2 milioni di euro al giorno, mentre del famoso prestito ponte è rimasto ben poco. Il valore della cassa dichiarato è di 600 milioni di euro più 169 di non meglio specificati “depositi” di cui probabilmente fanno parte i 103 milioni conferiti come garanzia alla Iata, l’organizzazione internazionale del trasporto aereo, che non possono essere considerati disponibilità liquide. Ci sono circa 200 milioni di euro di debiti scaduti più altri 100 di debiti non registrati e afferenti alla gestione estero mentre si approssimano le scadenze relative al pagamento delle manutenzioni e la necessità di onorare in un solo mese le scadenze di 2 mesi pari a circa 50 milioni di euro. Infine ci sono almeno 100 milioni di euro di biglietti prepagati. Tirate le somme si può dedurre che il valore reale della cassa non superi i 300 milioni di euro.

Servizi, ambasciata e conferenza: il caos libico è nel governo

Il governo affronta con esitazioni e divisioni pericolose il dossier libico. Il premier Giuseppe Conte ha conservato la delega sui Servizi segreti, ma asseconda la smania del ministro dell’Interno Matteo Salvini di sostituire in anticipo – la scadenza naturale è in primavera – la coppia Alessandro Pansa, direttore generale del Dis (il dipartimento che fa da coordinamento tra gli apparati di intelligence), e Alberto Manenti, direttore dell’Aise, l’agenzia per le informazioni e la sicurezza esterna. Ormai da un paio di mesi, in un sistema di relazioni in cui i rapporti personali influiscono parecchio, come ha scritto il Fatto in agosto, i capi di Dis e Aise operano delegittimati dal governo. Ancora ieri, però, Palazzo Chigi ha aggirato la pratica. Conte ha riunito invano il Comitato per la sicurezza della Repubblica e i ministri coinvolti per formulare le nomine. Stavolta si fatica a costruire una sintesi fra le istanze dei due alleati gialloverdi, impegnati a ridisegnare l’intelligence con un vorticoso giro di poltrone che riguarda pure i vice di Mario Parente, confermato all’Aisi, l’agenzia per la sicurezza interna.

Il lungo periodo di incertezza non danneggia soltanto il dialogo avviato con le diverse fazioni che si contendono il territorio libico, ma si riverbera sulle capacità diplomatiche dell’Italia con il governo di Tripoli del presidente riconosciuto Fayez al-Serraj e con la Cirenaica controllata dal generale Khalifa Belqasim Haftar. Oltre a favorire i progetti egemonici dei francesi, che negli ultimi tempi tendono a sabotare il lavoro di tessitura di Roma, l’Italia rischia di perdere i contatti con il generale Haftar e trasformare la conferenza di pace sulla Libia – prevista a Palermo il 12 e 13 novembre – in un’inutile passerella. Oggi l’Italia ha una sede di ambasciata vacante in quel di Tripoli, perché la feluca Giuseppe Perrone – considerato “persona non gradita” da Haftar e non proprio amica da al-Serraj – resta congelato a Roma, dopo un’imprudente intervista in lingua araba in cui si dichiarava contrario alle elezioni in Libia quest’anno, un’ingerenza intollerabile che ha scatenato proteste in strada.

Enzo Moavero Milanesi, il titolare degli Esteri, tra i ministri più in contatto col Quirinale, e lo stesso Manenti suggerivano di sacrificare Perrone per non compromettere la solida amicizia con Serraj e quella in espansione con Haftar. Non è accaduto perché Salvini s’è opposto all’avvicendamento di Perrone anche durante un recente Consiglio dei ministri con uno scontro verbale con Moavero.

Il leghista non fa i capricci: è determinato a ribaltare le strategie adottate in Libia dal precedessore Marco Minniti, che s’è sempre avvalso del supporto dell’Aise per frenare l’emigrazione sui barconi e tutelare gli interessi economici italiani con gli accordi “bilaterali” con le singole tribù locali. Tant’è che il ministro dell’Interno non pare entusiasta di una promozione di Giovanni Caravelli, il vice di Manenti, tra i pochi italiani che parlano con Haftar. Salvini ha una linea che porta avanti con durezza, Conte lo rallenta a volte, ma non riesce a disinnescarlo. Agli inizi di settembre, in un contesto istituzionale, il premier ha annunciato l’addio di Pansa e Manenti entro “un paio di settimane”: ne sono trascorse il doppio, e si continua a improvvisare sul dossier libico più Servizi.

Il Colle di Sergio Mattarella “sorveglia”, però non ci sono margini di intervento, neanche per salvare Pansa, che confidava di proseguire con un incarico di sottosegretario con responsabilità sull’intelligence o la gestione della fondazione – ancora da costituire – sulla sicurezza cibernetica, mentre al momento potrebbe accontentarsi di diventare consigliere del premier. Anche Manenti non ha bisogno di un posto, ma di un ruolo: è un tipo che non va a caccia di uffici da occupare, bensì di un mandato preciso.

Con il Dis e l’Aise azzoppati e un ambasciatore in ostaggio delle diatribe interne al governo, è la Farnesina che si è intestata l’organizzazione della conferenza di Palermo – supportata dall’Onu – con il viaggio a Mosca del ministro Moavero e gli inviti ai presidenti dei Paesi che confinano con la Libia. Palazzo Chigi culla il miraggio di ospitare a Palermo l’americano Donald Trump e il russo Vladimir Putin, per adesso neanche l’arrivo di Mike Pompeo e Sergej Lavrov – i rispettivi ministri degli Esteri – sembra plausibile.

“Voglio svegliarmi” Grillo e il via libera a procedere contro di lui

Il ministro della Giustizia a 5Stelle, Alfonso Bonafede, ha appena dato il via libera a procedere contro il garante del Movimento, per vilipendio dell’ex presidente della Repubblica. E lui, Beppe Grillo, ci scherza su (ma neanche troppo) con un post sul suo sito. Lo scritto inizia con Grillo che si addormenta. Ma il sonno è agitato, assicura: “Sogno di precipitare al suolo. Sono per terra, dolorante, dal buio spunta Bonafede che mi tende la mano per aiutarmi a tornare in piedi, esattamente come sogno per l’Italia! Lui mi tira su con una forza inaspettata”. La forza del ministro, che gli annuncia: “Grande Beppe! Al ministero abbiamo dato un’occhiata alle richieste di autorizzazione a procedere giacenti…C’era anche il tuo nome, Grillo Giuseppe, nel 2014 ti hanno denunciato perchè hai detto: Napolitano non deve dimettersi, deve costituirsi. Reato di vilipendio“. E Grillo rimane un po’ così: “Riprende quel senso di fastidio allo stomaco che mi tiene sveglio tutte le notti, tranne questa”. Ma Bonafede non si ferma: “Ho concesso l’autorizzazione, mi sembrava corretto, perché il MoVimento è diverso…”. E Grillo è incredulo: “ Apro gli occhi, ancora a terra e con il telefono in mano, l’Elevato sogna la realtà”.

Regole sui soldi ai partiti, Cantone applaude

È un giudizio con molte luci e qualche ombra quello del presidente dell’Anac Raffaele Cantone, che ieri davanti alle Commissioni Affari costituzionali e Giustizia della Camera ha dato il suo parere sul ddl Anticorruzione del ministro Alfonso Bonafede. È stato ascoltato anche il Garante per la privacy, Antonello Soro, che ha esternato grande preoccupazione sul punto del ddl che mira a garantire la trasparenza dei finanziamenti ai partiti. Questa è la parte, invece, “più coraggiosa” a detta di Cantone.

Il presidente dell’Anticorruzione è stato il primo a parlare con una premessa decisamente favorevole: “Il mio è un giudizio positivo per l’intervento del governo. Il giudizio è assolutamente a favore per la scelta di abbassare da tre a due anni la soglia per far scattare l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Chi è stato condannato per corruzione ha commesso un gravissimo atto di tradimento verso le istituzioni”. Un ritocco, però, va fatto per alcune circostanze previste.

Il ddl fissa l’interdizione dai pubblici uffici anche per chi – se dovesse passare la legge –, godrà di uno sconto di pena in caso di collaborazione a indagini su fatti di corruzione: “Questo rischia di disincentivare una collaborazione”, spiega Cantone. “Se so di avere una pena accessoria, potrei non avere interesse a collaborare”. C’è anche un dubbio di costituzionalità che riguarda la previsione dell’interdizione anche dopo la riabilitazione per un lunghissimo periodo: “È come prevedere la riabilitazione della riabilitazione”. Cantone si è poi detto “assolutamente favorevole” all’agente sotto copertura: “Ci sono dei problemi pratici, gli spazi per l’agente sotto copertura sono ridotti, ma la norma va nella giusta direzione. Penso a inchieste come Mafia Capitale, l’uso di un agente sotto copertura sarebbe stato eccezionale”. Il presidente Anac, però, ha una preoccupazione, che l’introduzione di un nuovo articolo (il 323 ter) sulle orme di un’ipotesi dei tempi di Tangentopoli, possa introdurre “sotto mentite spoglie l’agente provocatore, che è pericoloso”. In sostanza, spiega Cantone, poiché si prevede la non punibilità di un corruttore che si autodenuncia e collabora entro sei mesi dal fatto, “c’è il rischio di trappole. Tanto che il legislatore se ne rende conto e prevede che sia accertato che la denuncia” sia genuina. Quindi, ragiona il magistrato, il gioco non vale la candela perché i rischi di polpette avvelenate sono troppo alti. Ritiene positiva, invece, la confisca dei beni anche nel caso ci sia stata una condanna solo in primo grado, poi vanificata dalla prescrizione nei gradi successivi.

Quanto alle norme stringenti su fondazioni e finanziatori dei partiti, Cantone plaude alla novità che da tempo aveva sollecitato: “Mette mano a un vero e proprio buco del sistema”. Chiede, però, più mezzi e più poteri per la Commissione cui spetta l’erogazione delle sanzioni amministrative e lancia l’idea della pubblicità online dei sanzionati, magari sul sito del partito coinvolto, perché i cittadini sappiano.

Di altro avviso Antonello Soro, Garante della privacy e prima parlamentare Pd: “Dobbiamo pensare alla trasparenza come una cosa diversa dalla gogna. Quando pensiamo all’utilizzo di dati sensibili questi, resi disponibili e trattati senza cautele, possono essere fonte di grande pregiudizio per le persone. Bisogna trovare un giusto equilibrio tra l’opportuna esigenza di trasparenza e la tutela” della privacy, soprattutto dei militanti di partito che, temendo ritorsioni sul posto di lavoro “per la pubblicità del loro orientamento politico”, potrebbero desistere dal donare piccoli contributi.

Il condono si allarga ancora: sconti pure sulle mini-cartelle

Gli orizzonti del maxi-condono in preparazione tra palazzo Chigi e il ministero dell’Economia si allargano sempre più. Alla rottamazione Ter delle cartelle, si aggiunge ora il “ravvedimento” con le dichiarazioni integrative mentre si conferma la conciliazione delle liti tributarie. Arriverà con il voto del Consiglio dei ministri di lunedì prossimo il decreto che anticiperà le misure fiscali collegate alla manovra di Bilancio. Lo ha assicurato a Radio anch’io il vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio. Poco prima, nella stessa trasmissione radiofonica, il sottosegretario leghista all’Economia, Massimo Bitonci, rivelava nuovi particolari sulla bozza del documento allo studio del Tesoro che da giorni viene sballottata da una esternazione all’altra dei due vicepremier, in una continua rincorsa a chi fa la voce più grossa. I Cinquestelle proclamano di non voler sentire parlare di condoni. Dall’ala verde del governo, invece, continuano ad arrivare proposte di radicali sanatorie “a saldo e a stralcio”. L’ultima formulazione leghista si articola in tre mosse.

La prima sarebbe una revisione del “ravvedimento operoso”. In pratica coloro che hanno spedito al fisco una dichiarazione dei redditi fasulla ne possono presentare un’altra integrativa, in cui far “riemergere” agli occhi dell’Erario la quota evasa nei cinque anni precedenti. L’Agenzia delle Entrate a quel punto richiuderà subito gli occhi e applicherà sul nuovo ammontare – comprensivo di Irpef, addizionali comunale e regionali, Ires e Irap – un’aliquota del 15%. Ma attenzione: la facilitazione è limitata a somme sottratte al fisco fino a 200mila euro che non derivino da attività illecite o frodi fiscali ed è riservata a chi non ha un contenzioso in corso. Una misura analoga praticata dal ministro Giulio Tremonti in occasione del condono tombale del 2002 fruttò al governo Berlusconi entrate per 20 miliardi di euro.

Per coloro invece che hanno fatto ricorso e sono in lite con l’Agenzia delle Entrate è previsto un apposito condono, che prevede uno sconto di sanzioni e interessi se il giudice non si è ancora pronunciato, del 50% sul valore della controversia se l’Agenzia delle Entrate ha già perso in primo grado e del 20% se ha perso anche in secondo. La sanatoria potrebbe essere estesa anche alle liti semplicemente “potenziali”. Fattispecie che nel condono “tombale” escogitato da Tremonti veniva allargata ad “avvisi di accertamento, inviti al contraddittorio, processi verbali di constatazione, atti di contestazione e avvisi di irrogazione delle sanzioni”, notificati entro una certa data. In pratica tutte le cartelle esattoriali sarebbero condonabili per la parte delle sanzioni e degli interessi, rientrando così nella ipotesi delineata nei giorni scorsi di una “rottamazione Ter”. E pagabili in 5 anni.

Ma la vera novità adombrata da Bitonci alla radio è lo “stralcio” di tutte le cartelle di piccola entità, “sotto i 1000 o 5mila euro”. Dovrebbero essere condonate in cambio del versamento del solo 40% degli importi. D’altra parte il bottino elettorale è cospicuo, come sottolinea Bitonci: “Sono il 55% del magazzino che vale 850 miliardi, si tratta di 15 milioni di contribuenti”. Il popolo degli evasori “per necessità” nella narrazione del governo sarebbe lievitato a dismisura in questi anni. Però “se si intende evitare conseguenze gravi a chi non aveva i soldi per pagare allora non dovrebbero esserci dichiarazioni false” ha osservato in tv, a Dimartedì su La7, Piercamillo Davigo, commentando gli annunci del governo. Il magistrato è scettico anche sulle finalità economiche: “Dipende da quanti soldi vuoi ricavare dal condono, se questi non hanno soldi non li hanno neanche per aderire”. “In generale trovo che i condoni diseduchino all’osservanza delle leggi – ha aggiunto il magistrato – siccome agli evasori non capita niente e alla fine ne traggono vantaggi, aumentano”.

Bagnoli, Floro Flores commissario: però il M5S a Napoli insorge

Il premier Giuseppe Conte ha finalmente nominato il commissario per Bagnoli, e il prescelto come previsto è l’ingegnere napoletano Francesco Floro Flores. Ma il M5S napoletano protesta a gran voce. Una brutta accoglienza per Floro Flores, che ieri è stato presentato con un video su Facebook dal ministro per il Sud, Barbara Lezzi. “Sono certa che con il nuovo commissario lavoreremo bene, con in mente un unico obiettivo: restituire finalmente quest’area ai cittadini bagnolesi e di tutta Napoli”, assicura Lezzi. Mentre Floro Flores sostiene: “Il vero nemico nel lavoro per la bonifica di Bagnoli è il tempo, sarebbe quindi auspicabile che tutti insieme ci impegnassimo per ridurlo”. I due consiglieri comunali del Movimento a Napoli, Matteo Brambilla e Marta Matano, e i consiglieri delle Municipalità 3,6, 9 e 10 (quest’ultima comprende il territorio di Bagnoli) hanno però reagito con una nota in cui esprimono “sorpresa e delusione” per la nomina di Floro Flores, “calata dall’alto”, aggiungendo: “È discutibile la scelta di un imprenditore, con interessi importanti sul territorio, che disattende quanto sempre sostenuto dal M5S, perché rinnova il commissariamento ex articolo 33 del cosiddetto Sblocca Italia”.

Def i gialloverdi devono fare marcia indietro? I conti

Il governo gialloverde ha deciso di non rispettare le regole europee del Fiscal compact. La Nota di aggiornamento al Def, che fa da base per la manovra, fissa il deficit 2019 al 2,4%, contro lo 0,8 a cui si era impegnato il governo Gentiloni e l’1,6% garantito dall’Ue al ministro dell’Economia Giovanni Tria. L’obiettivo del governo è che il maggior disavanzo, che servirà a finanziare misure come il reddito di cittadinanza, la mini flat tax o per le partite Iva e la riforma della Fornero, abbia un impatto positivo sulla crescita, data in rallentamento. Bruxelles ha già bocciato la decisione e martedì Bankitalia e Corte dei conti hanno di fatto espresso parere negativo sul quadro di finanza pubblica, mentre l’Ufficio parlamentare di bilancio non ha validato le stime di crescita, considerandole “troppo ottimistiche”. Lo spread è salito. Il governo deve fare marcia indietro? Lo abbiamo chiesto a esperti, giornalisti ed economisti.

 

Gustavo Piga Bene lo stop al Fiscal compact, più coraggio sugli investimenti

La Nadef è una rivoluzione positiva, coraggiosa ed essenziale per la ripresa. Non ancora sufficiente, però. Il governo va applaudito per aver smontato la macchina infernale del Fiscal compact che ha ridotto l’Europa in questo stato. Il maggior deficit libera 70 miliardi in 3 anni rispetto al piano di Gentiloni e Padoan, ma il governo usi lo stesso coraggio nella manovra. C’è un solo modo per rassicurare Europa, mercati e cittadini sulla forza del progetto: dedicare tutte le risorse agli investimenti, che hanno lo stesso impatto redistributivo del reddito di cittadinanza, specie al Sud, ma più capacità di far ripartire subito economia e occupazione. Se lo fa, gli spread crollano come il Debito/Pil e l’Ue non dirà no. Con la stessa manovra negli Usa Roosevelt governò per 12 anni. Anche così, però, la proposta del governo è infinitamente migliore del Def di Gentiloni, che portava il pareggio in due anni e una recessione che avrebbe fatto schizzare il debito e distrutto il tessuto sociale italiano. Uno scenario insostenibile per l’Italia, e il voto lo ha dimostrato.

 

Chiara Saraceno Basta insulti all’Ue: la manovra è sbagliata, rischiamo il patatrac

Di Maio e Salvini forse potranno ignorare i consigli dell’Europa, ma non gli effetti dei mercati: chi ha soldi da investire decide dove spostarli in base alle proprie convinzioni e a quanto pensa sia affidabile un Paese. Se gli investitori puniranno l’Italia ce ne accorgeremo. Per questo trovo rischioso che il governo continui con l’atteggiamento dell’insulto, dei pugni sul tavolo, dell’andiamo avanti a ogni costo. Temo però che Di Maio e Salvini non cambieranno idea sui contenuti della manovra: se un giorno i mercati ci mettessero con le spalle al muro, loro potranno giustificarsi ai propri elettori dicendo di aver fatto quello che avevano promesso ma di esser stati fermati dai grandi nemici internazionali. La manovra non la condivido, perché contiene un condono fiscale e un reddito di cittadinanza pasticciato, che controlla i più poveri dicendo come ed entro quando spendere i soldi, invece di aiutarli a programmare il futuro, eppure devo sperare che il governo abbia ragione sui numeri, altrimenti sarà un patatrac.

 

Roberto Perotti Il problema è il dilettantismo sulle coperture, mica il deficit

La manovra non cambierà: il governo non può permettersi passi indietro. È sbagliata, ma non perché viola le regole Ue. Tutti i governi le hanno violate, questo le violerà un po’ di più, ma solo perché i precedenti promettevano un aggiustamento futuro che non avrebbero mai mantenuto. Il deficit previsto per il 2019-21 è perfino inferiore a quello dei governi precedenti. Purtroppo questo governo non ha idea di come mantenere le promesse, già dal 2019. Mancano 20 miliardi, da reperire subito con tagli o più tasse. Per il 2020-21 va pure peggio. Non è questione di decimali, ma di immagine percepita dall’esterno di un gruppo di dilettanti che non rassicura cittadini e mercati. Vogliono risolvere tutto aumentando le stime di crescita ma così peggiora l’impressione di dilettantismo. Non sanno come strutturare il reddito di cittadinanza per evitare che diventi solo assistenziale. La riforma della Fornero è un errore che aumenterà la disoccupazione giovanile e la flat tax è un regalo ai ricchi che non aumenterà il Pil, come invece sperano.

 

Antonio Padellaro La Carta tutela il risparmio, ascoltino i rilievi delle Authority

Articolo 38 della Costituzione: “Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale”. Articolo 47: “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme”. Articolo 81: “Lo Stato assicura l’equilibrio tra entrate e spese del proprio bilancio”. Quando questo giornale è nato abbiamo scritto che la sola linea a cui ci saremmo ispirati era la difesa e il rispetto della Carta costituzionale. Oggi, esprimere opinioni pregiudiziali – critiche o favorevoli – sulla manovra è legittimo ma prematuro. I conti si faranno alla fine e se il governo riuscirà, nei limiti del possibile, a contemperare sostegno alla povertà, tutela del risparmio, investimenti sulla crescita con l’equilibrio di bilancio avrà fatto centro. Inaccettabile sarebbe invece se una manovra sbagliata incidesse negativamente su risparmio e credito. Il governo ha il diritto-dovere di attuare il programma votato dagli elettori. Ascoltando i rilievi degli istituti di garanzia, da Bankitalia alla Corte dei Conti. Cercando il dialogo con l’Ue. Senza insultare o minacciare.

 

Stefano Fassina Lo scontro non serve, il governo spieghi perché rifiuta l’austerità

Lo scontro frontale con gli attori internazionali credo sia controproducente, ma il governo fa bene a tenere duro sui contenuti della manovra, anche a costo di fare più deficit. Salvini e Di Maio dovrebbero impegnarsi a spiegare all’esterno perché quei provvedimenti sono necessari all’Italia e perché si è scelta la via della crescita per ridurre il debito in alternativa alla fallimentare via dell’austerità. A meno di abolire il suffragio universale, la stabilità sociale conta almeno quanto quella finanziaria. Suggerirei anche al governo di preparare una legge di Bilancio che concentri l’extra-deficit sugli investimenti pubblici – che, come noto, hanno maggiore efficacia nel sostegno all’economia – destinati soprattutto al Mezzogiorno. Dopodiché, al di là dei rapporti con le istituzioni europee, i mercati capiranno che con le politiche restrittive degli ultimi dieci anni il debito pubblico è aumentato ovunque e che alla lunga gli obiettivi della manovra potranno essere perseguiti.

 

Andrea Roventini Le stime si possono centrare, va ridotta la spesa improduttiva

IIl maggior deficit non è un problema. Dopo 20 anni di avanzi primari record è giusto decidere di averne uno più basso. Il punto è come viene speso. Servono interventi che sostengano la crescita in maniera duratura. Il messaggio da dare ai mercati e alla Ue è dimostrare che riduciamo la spesa improduttiva. Il governo punti sugli investimenti pubblici, che hanno l’impatto maggiore su Pil e produttività. Il Reddito di cittadinanza avrà un impatto doppio, favorendo l’incontro tra domanda e offerta di lavoro e la formazione dei disoccupati con i centri per l’impiego; e stimolerà la domanda contrastando la povertà. Flat tax o quota 100 indiscriminata avranno invece effetto basso, ma l’impatto sul deficit certo. Il condono, poi, danneggia le entrate future per pochi spiccioli. La manovra porterà più crescita che potrebbe non essere distante dalle stime del governo. Bankitalia e Upb potrebbero averne sottostimato l’impatto usando moltiplicatori più bassi: è già successo in Ue con le disastrose manovre di austerità.

Conte al Colle: “Vedrò i leader europei per spiegare le misure”

Si è detto convinto che i mercati “capiranno la manovra” e ha assicurato che comunque lui la spiegherà ai leader e alle istituzioni della Ue nel Consiglio europeo della prossima settimana. Ieri, come prassi prima del Consiglio a Bruxelles, il premier Giuseppe Conte si è recato al Quirinale assieme ai vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini e a gran parte dei ministri. E nel consueto pranzo con il capo dello Stato, Conte si è impegnato nel provare a rassicurare Sergio Mattarella. Innanzitutto, ripetendo che la manovra in fase di elaborazione riuscirà a convincere i mercati. E poi garantendo che si adopererà per tranquillizzare anche i vari leader continentali, nel Consiglio europeo fissato per il 17, 18 e 19 ottobre. “Conte sta lavorando a vari incontri bilaterali” spiegano da Palazzo Chigi. Appuntamenti molto importanti, per il governo gialloverde. Ma se l’esito non dovesse essere quello sperato, il premier potrebbe anche valutare l’ipotesi di viaggi mirati in varie Capitali europee. “Per ora comunque non sono previste altre trasferte all’estero, almeno fino a fine mese”, spiegano fonti di governo.

“Il ministro pronto a lasciare a gennaio”, parola di Reuters

Il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, sarebbe pronto a lasciare l’incarico dopo la manovra. Lo sostiene l’agenzia Reuters. “La scorsa settimana a cena un importante esponente della maggioranza ha incontrato degli investitori internazionali, in un ristorante di Roma – scrive la Reuters – A fine serata gli è stato chiesto se avesse domande da fare. Ne aveva solo una: ‘Cosa fareste se Tria si dimettesse?’”. La risposta degli interlocutori è stata “che non sarebbero contenti. Alcuni hanno detto di essere pronti a vendere asset italiani. Altri invece aspetterebbero il sostituto (alcune fonti Reuters ipotizzano Massimo Garavaglia, ndr)”. Alla cena in questione c’era anche un giornalista della Reuters. Mentre il portavoce del ministro ha smentito le ipotesi di dimissioni. “Tria è serio e competente, ma non credo che abbia pienamente compreso il suo ruolo – ha detto l’esponente della maggioranza durante la cena –. Si è comportato come l’ad di una società privata che può agire in autonomia. Non è così, questo è un governo politico, non tecnocratico. Tria vuole andare via, a prescindere dal fatto che noi siamo stufi di lui, ma prima di gennaio non succederà nulla. Bisogna approvare la manovra”, conclude Reuters.