Siamo ancora alle audizioni, ma il decreto per Genova sta già cambiando. In attesa delle modifiche all’articolo 1 (quello che esclude Autostrade e tutti gli altri concessionari dalla ricostruzione) chieste dal sindaco-commissario Marco Bucci, il ministro Danilo Toninelli ha anticipato che il testo verrà arricchito di un “articolo 3 bis” sugli sfollati: “Noi diciamo che Aspi deve mettere i soldi. Abbiamo 260 famiglie e abbiamo fatto dei conteggi: si parla di 2 mila euro al metro quadrato. Poi dobbiamo dare delle indennità, che sono di 45 mila e 36 mila euro”, scrive il ministro su Facebook. Se Autostrade si rifiuterà, sarà lo Stato a coprire le spese (per poi rivalersi, s’immagina). In realtà, altri soldi dovranno essere trovati per la cassa integrazione straordinaria e per imprese e Porto: “Servono 400-500 milioni”, ha buttato lì ieri il governatore ligure Giovanni Toti. Poco convinto del testo anche il presidente dell’Anac, Raffaele Cantone, perplesso sui “poteri senza precedenti” del commissario e preoccupato che le mafie si infiltrino nella ricostruzione per fare affari col movimento terra o lo smaltimento rifiuti, ambiti in cui hanno un know how collaudato. A permetterlo una “lacuna” del testo, cioè “la deroga a tutte le norme extrapenali” e quindi anche al Codice antimafia e alla disciplina sulle interdittive”. Replica di Palazzo Chigi: “Non è vero e l’Anac sarà coinvolta”.
Carige e Mps, spread e rating fanno tremare le banche
Le tensioni sui mercati, specie quelle sui titoli di Stato italiani, mettono pressione alle banche, uno dei nodi scoperti del governo Conte (come lo fu per quelli Renzi-Gentiloni). L’aumento dello spread, infatti, erode il patrimonio degli istitui che hanno in pancia oltre 370 miliardi di titoli di Stato italiani (un legame su cui ieri è di nuovo tornato il Fondo monetario internazionale). A complicare il quadro, sempre ieri, è arrivata un’altra batosta per banca Carige di Genova, alle prese con una crisi infinita. Al termine di una giornata che ha visto i nuovi vertici dell’istituto volare a Francoforte per un incontro sulle prospettive future dell’istituto “anche in vista della valutazione di possibili alleanze”, l’agenzia di rating Fitch ha declassato il rating della banca. Il taglio del giudizio riflette l’idea che “il fallimento sia una possibilità reale visto che sarà difficile per l’istituto rafforzare il capitale, il che potrebbe alla fine portare a un intervento del regolatore”. Dubbi vengono espressi dall’agenzia sulla probabilità che, visto il peggioramento delle condizioni di mercato per le banche italiane, Carige riesca a emettere il bond da 200 milioni necessario ad evitare l’intervento della Bce.
La banca di peso più vulnerabile è Mps. Ieri La Stampa segnalava che con lo spread arrivato lunedì a toccare un massimo giornaliero di 315 punti, il patrimonio di vigilanza sarebbe sceso al 10,17%, a fronte del 10,25% richiesto dall’Eurotower. Una situazione non ancora allarmante ma un segnale di rischio. Secondo un report di Credit Suisse, con lo spread a 400 punti le banche italiane rischiano di dover avviare nuovi aumenti di capitale. A guardare i dati, però, lo scenario sembra ancora lontano, visto che l’unico istituto di grandi dimensioni a finire sotto i requisiti regolamentari sarebbe sempre Mps. Analoga sorte toccherebbe, ma a 500 punti, a Banco Bpm. Certo il calo dei valori in Borsa rende le banche scalabili. Uno scenario che non piace al governo.
La strana ammissione del Tesoro: i nostri calcoli privilegiano l’austerità
Per i feticisti dei documenti di finanza pubblica è una novità non da poco e illumina da una nuova angolazione un segreto di Pulcinella: i modelli attorno a cui vengono elaborate le previsioni economiche sono, all’ingrosso, tarati per attenuare gli effetti delle politiche di austerità e, viceversa, minimizzare o negare quelli di manovre espansive.
La polemica attorno alla quantificazione “statica” o “dinamica” delle misure dei governi e, parallelamente, quella sui cosiddetti “moltiplicatori” della spesa pubblica vive da decenni nell’accademia e sui giornali almeno dalla cosiddetta “crisi dei debiti sovrani”. Ora, però, sbarca nella Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza (Nadef), nella quale si legge per ben due volte (pagina 5 e 41) la stessa frase: “Sebbene le stime di finanza pubblica non comprendano effetti di retroazione della maggiore crescita sul saldo di bilancio…”.
Cos’è questa “retroazione”? Sostanzialmente il ministero dell’Economia ci dice che, quando formula le sue previsioni sui saldi di finanza pubblica, non tiene conto degli effetti delle sue politiche sulle entrate e sulle spese: un fatto scontato – come ammettono tutti i tecnici sentiti dal Fatto anche allo stesso Tesoro e nelle autorità indipendenti – per qualunque studente. La cosa non è senza effetti, specialmente in tempi in cui i decimali assurgono a totem politici: ad esempio, come vedremo, il deficit pubblico italiano del prossimo triennio potrebbe essere fissato fin d’ora, calcolando la “retroazione” della manovra, più in basso della progressione dal 2,4% al 2,1 all’1,8 scritta nella Nadef.
Com’è possibile questo? Non è così complesso come può sembrare: se si prevede maggiore crescita (come ad esempio fa il governo in questa Nadef) è ovvio che quella crescita avrà come effetto un aumento delle entrate e una diminuzione di spese (ad esempio per Cassa integrazione o i sussidi alle imprese in crisi). A voler considerare solo l’effetto sulle entrate – e citiamo una simulazione che verrà a breve pubblicata sulla rivista Etica ed economia – nel caso dei conti pubblici italiani l’effetto è quello che segue: rispetto al Def di Gentiloni, quello “gialloverde” prevede un Pil nominale (cioè che tiene conto anche dell’aumento dei prezzi e su cui si calcola il rapporto con deficit e debito) più alto di 0,4 punti il prossimo anno, dell’1,1% nel 2020 e dell’1,6% nel 2021. Ora, ipotizzando che ogni euro di Pil in più produca entrate fiscali aggiuntive di soli 20 centesimi (in sostanza solo l’Iva), il disavanzo dello Stato calerebbe di 12 miliardi nel triennio e si attesterebbe al 2,3% l’anno prossimo, all’1,9% nel 2020 e all’1,5% tra tre anni (anche il rapporto debito/Pil, ovviamente, scenderebbe più rapidamente). Se invece si tiene conto che la pressione fiscale complessiva si aggira sul 50%, l’extra-gettito andrebbe da 2 decimi di Pil nel 2019 fino agli 8 del 2021 (circa 30 miliardi): il rapporto col Prodotto passerebbe dunque al 2,2% 2019 fino all’1% del 2021. Un percorso assai “più digeribile” per Bruxelles e, peraltro, tecnicamente ineccepibile.
Solo che la “retroazione” non si usa: la giustificazione più usata è che in questo modo il bilancio è più prudente, il che può essere vero in caso di manovra espansiva (come quella di Tria). Quando si taglia, invece, non tener conto della “retroazione” delle manovre impedisce di coglierne la portata recessiva: rispetto alle previsioni del Def dell’epoca, ad esempio, la recessione post-manovra “Salva-Italia” di Monti fu sei volte più forte.
E dire che gli “effetti di retroazione” non debuttano oggi in un documento governativo: li usò Pier Carlo Padoan – innovazione “salutata positivamente” dall’Ufficio parlamentare di bilancio – nella manovra approvata nel dicembre 2016. All’epoca il ministro di Renzi mise così a bilancio sotto quella voce maggiori entrate “pari a 0,35 miliardi nel 2017, 1,05 nel 2018 e 2,2 nel 2019”.
Conte e i manager pubblici a Chigi: per ora solo sorrisi
“Oggi si è visto cosa significa ‘fare sistema’ per far crescere l’Italia”. È l’incipit esultante della velina diffusa da Palazzo Chigi nel tardo pomeriggio. Il premier Giuseppe Conte ha messo attorno al tavolo i dirigenti delle più importanti aziende partecipate italiane: gli amministratori delegati di Cassa Depositi e Prestiti, Terna, Leonardo, Snam, Eni, Enel, Saipem, Poste, Fincantieri, Open Fiber, Ferrovie, Italgas. L’obiettivo era ottenere l’impegno dai vertici delle società a incrementare il piano di investimenti nel prossimo triennio. La presidenza del Consiglio, come detto, sostiene di avercela fatta: “Tutte le principali aziende partecipate dallo Stato hanno esposto i rispettivi piani di investimento anticipando la disponibilità a incrementare ulteriormente i piani originari nel prossimo triennio”. I resoconti di chi sedeva a quel tavolo – dal lato del governo c’erano anche il vicepremier Luigi Di Maio, i ministri Paolo Savona, Giovanni Tria, Barbara Lezzi, Giulia Bongiorno, i sottosegretari Giancarlo Giorgetti e Stefano Buffagni – sono un po’ meno enfatici.
È andata grosso modo così: l’esecutivo ha illustrato il suo piano di investimenti (20,7 miliardi aggiuntivi in tre anni previsti nel Def) e di riforme strutturali che dovrebbero rimettere in moto la crescita economica nel Paese. E poi ha chiesto un contributo ai suoi interlocutori, sollecitando – con la cautela e la prudenza del caso – uno sforzo analogo. Nessuna richiesta specifica ma un invito formulato col massimo garbo, diciamo, visto che l’argomento è assai delicato: la maggior parte delle aziende interessate sono infatti quotate in Borsa e, seppur controllate dalla mano pubblica, sono tenute alla scrupolosa tutela di tutti i loro azionisti, non solo di quello pubblico.
Gli amministratori delegati delle partecipate al tavolo, in un clima definito unanimemente cordiale, si sono limitati per lo più a illustrare i piani di investimento esistenti (Eni per esempio già ha in programma di spendere 7 miliardi in Italia, Enel oltre 5 miliardi). L’unico a spingersi un po’ più in là è stato Fabrizio Palermo di Cassa depositi e prestiti (peraltro fresco di nomina a luglio da parte del governo gialloverde): “Nel prossimo quinquennio – ha detto il manager del colosso finanziario controllato dal Tesoro – la Cassa ha in programma investimenti per 22 miliardi attraverso le società del suo gruppo ma, grazie al piano di riforme strutturali che il governo intende mettere in campo, si può arrivare a 35 miliardi”.
Si tratta di un impegno di 12,5 miliardi aggiuntivi: cinque riguardano investimenti già previsti ma bloccati fino ad oggi da problemi normativi o amministrativi; altri 7,5 miliardi riguardano invece investimenti pianificati ma non ancora pronti. Le società nel perimetro di Cdp (quelle alle quali sono riferibili questi 35 miliardi di investimenti) sono cinque: Italgas, Snam, Terna, Fincantieri e Ansaldo Energia. Restano fuori tutte le altre grandi aziende sopracitate: i margini per alzare la cifra complessiva degli investimenti pubblici e privati sarebbero dunque ampi, ma non succederà certo per un semplice invito a Palazzo Chigi. Di questo si deve accontentare per ora Giuseppe Conte, dopo i grandi ed effimeri fasti del “Piano Savona”, che in origine prevedeva uno sforzo quasi interamente pubblico da 50 miliardi di euro. Il premier non ha chiesto invece ai manager delle partecipate di acquistare titoli di Stato, come confermato dall’ad di Eni Claudio Descalzi: “Assolutamente no, abbiamo parlato di investimenti su attività operative e industriali. Noi non investiamo in titoli”.
Il governo tira dritto sul Def. Fitch minaccia il downgrade
Il governo tira dritto: non correggerà la Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza, che fa da base per la manovra, le cui stime di crescita sono state bocciate martedì dall’Ufficio parlamentare di bilancio guidato da Giuseppe Pisauro. A confermarlo è stato lo stesso Tria, costretto ieri a tornare in audizione alle Camere per difendere l’operato dei tecnici del Tesoro. L’esecutivo non è infatti obbligato ad adeguarsi. Intanto però l’agenzia di rating Fitch minaccia il declassamento.
L’Upb, una specie di authority dei conti pubblici prevista dal Fiscal compact, non ha validato le stime di crescita del governo considerandole “eccessivamente ottimistiche”. Il Def prevede di portare il deficit pubblico 2019 al 2,4% del Pil, invece dell’1,2% previsto a “legislazione vigente”. Di questo 1,2 in più, lo 0,8 andrà a disinnescare gli aumenti automatici dell’Iva, e il restante 0,4 (7 miliardi) è il maggior indebitamento che finanzierà le misure della manovra. Per il governo questo spingerà la crescita del Pil dello 0,4%, a cui si aggiunge l’impatto positivo dello stop all’Iva (0,2) che porta la crescita 2019 dallo 0,9%, senza interventi, all’1,5%.
Secondo l’Upb questo significa che l’effetto moltiplicatore della manovra vera e propria è di 1 (ogni euro speso in più genera un euro di Pil) e, a suo dire, è troppo ottimistico visto che si tratta in parte di trasferimenti (reddito di cittadinanza e “quota 100”) che hanno moltiplicatori più bassi degli investimenti pubblici (che saliranno solo dello 0,2%). Ieri Tria ha spiegato che l’Upb è in errore, perché in realtà il governo stima moltiplicatori di 0,5-0,6%, a cui si aggiunge l’effetto benefico della sterilizzazione dell’Iva. Per Tria, la differenza fra le due stime è che l’Upb “sembra” considerare lo stop all’Iva come già acquisito a legislazione vigente, che quindi – se ne deduce – sarebbe anche più bassa di quella prevista in aprile dal governo Gentiloni. Ma in realtà i modelli dell’authority non possono considerare acquisito un qualcosa che viene effettuato solo nella manovra. La disputa, insomma, nasce dai diversi modelli utilizzati per elaborare le stime.
Già nel settembre 2016, peraltro, l’Upb bocciò i conti del governo Renzi, che prevedeva un moltiplicatore analogo. In quel caso, però, il deficit veniva comunque ridotto rispetto all’anno precedente: la manovra era dunque recessiva, eppure stimava un impatto positivo sulla crescita. Il governo corresse il testo alzando il deficit. Quello gialloverde non lo farà. L’Upb avrebbe validato una stima del Pil a +1,3%, ma questo farebbe saltare la discesa del debito/Pil a cui si è impegnato il governo Conte.
Ieri Tria ha difeso con insolita decisione le misure e l’operato del Tesoro, rispondendo ai dubbi dell’Upb sulla velocità con cui partiranno le misure: “Saranno avviate già da gennaio, altrimenti anche il deficit sarà più basso”. Poi ha snocciolato gli interventi. La manovra sarà di 37 miliardi, di cui 22 in deficit. Reddito di cittadinanza e Fornero costano 16 miliardi; la flat tax 600 milioni nel 2019 e 1,7 miliardi a regime; gli investimenti 3,5 miliardi; incentivi a investimenti e Pubblica amministrazione 1,8 miliardi; le spese indifferibili 2,3 miliardi. Per far quadrare i conti mancano 15 miliardi da trovare con tagli di spesa (6,9) e aumenti di entrate (8,1). Tria ha negato siano in arrivo pesanti tagli, perché parte delle misure ne assorbirà altre. Ad esempio il reddito di cittadinanza ingloberà i 2 miliardi del Rei del governo Gentiloni, mentre la flat tax per le partite Iva si finanzierà con lo stop a due tagli di imposte (Ace e Iri) previsto per le stesse categorie. Mancano però diversi miliardi all’appello, e infatti è già in programma il solito piano di tagli corposi ai ministeri (quello della Difesa, a guida 5Stelle, perderà mezzo miliardo). Il malumore nel M5S, che ne conta di più, è già salito. Ieri è saltato un incontro tra Di Maio e i ministri grillini che aspettano rassicurazioni.
La bocciatura dell’Upb non ha creato nuove turbolenze sul mercato dei titoli di Stato italiani. Lo spread ha chiuso in lieve calo a 295 punti. A complicare il quadro è invece arrivata a sera l’agenzia di rating Fitch, che in una nota vede “rischi per la manovra”, i cui contenuti saranno “determinanti” per decidere se declassare il debito pubblico nel primo trimestre 2019. Per ora le tre grandi agenzie danno un rating ai titoli italiani due gradi sopra il livello “spazzatura” (che impedirebbe alle banche di finanziarsi con la Bce). Standard & Poor’s darà il suo giudizio il 26. Moody’s ha già collocato l’Italia in prospettiva downgrade (da annunciare a fine ottobre). “È positivo che chi ha promosso i vecchi governi ora bocci noi”, ha spiegato ieri Di Maio.
Abbassare i Toninelli
Quando parliamo di Danilo Toninelli, ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture per insufficienza di prove, dobbiamo confessare un certo disagio. Siamo abituati a sbeffeggiare questo e quello, ma nel suo caso l’impresa risulta inane e non resta che la resa: Toninelli si sbeffeggia così bene da solo da vanificare ogni sforzo esterno a lui. L’invenzione del “tunnel del Brennero” (ancora in costruzione fino, se va bene, al 2025) che “sapete quante merci e imprenditori utilizzano col trasporto su gomma” e che a lui risulta in piena efficienza in base a un fantomatico “dossier che ritengo importante” (e che evidentemente non ha letto o, se l’ha letto, gli hanno fatto uno scherzo), è troppo anche per chi coltiva l’esercizio della satira. Non si riesce a stargli dietro. Ora apprendiamo che lo “staff comunicazione del M5S” gli ha affiancato un tutor per controllargli preventivamente i social. Ma la contromisura precauzionale – quantomai opportuna, specie se verrà estesa agli altri membri del governo (per l’opposizione il problema si porrebbe se esistesse) – è facilmente aggirabile: e se, come nel caso del tunnel, il ministro vede un microfono e parla a braccio? Siamo daccapo. L’altra opzione – le dimissioni – sarebbe altrettanto inutile: metti che al suo posto arrivi un Sibilia, quello che riteneva “una farsa” lo sbarco sulla Luna. Ci sarebbe pure una terza soluzione: studiare.
Ma lo studio, si sa, richiede tempi lunghi e questo fa il ministro adesso. Nell’attesa, più che un social-badante, suggeriamo un bell’ingegnere esperto di infrastrutture e trasporti, possibilmente non corrotto, che svolga su Toninelli le funzioni che Siri adempie sui dispositivi Apple. Un assistente prêt-à-porter h24. Anche perché, per strano che possa sembrare, in Toninelli non è tutto da buttare: depurato dai social e dalle gaffe, e soprattutto indirizzato verso un barbiere normale che usi il pettine al posto del lanciafiamme, può persino tornare utile. Provate a immaginarlo senza il selfie al mare con “l’occhio vigile su ciò che accade in Italia” una settimana dopo il crollo del ponte; senza la foto di lui che se la ride con Vespa davanti al plastico del viadotto crollato; senza l’annuncio che il dl Genova “è scritto col cuore”; senza l’autoscatto con l’occhio da triglia, a suo dire sintomo di “massima concentrazione”; senza il personalissimo progetto di un nuovo ponte “in cui le persone si ritrovano, possono vivere, giocare, mangiare” (e viaggiare no?). Quando non twitta, non posta, non selfa, non mette like o emoticon, non ride e soprattutto non parla, ma agisce, Toninelli non è poi così male.
Anche perché essere peggio dei predecessori asserviti alle lobby dell’asfalto e del cemento è impossibile. Quando annunciò, a ferragosto, la revoca della concessione ad Autostrade e giurò che i noti prenditori non avrebbero ricostruito il ponte crollato, fu sommerso da un coro di risate e sdegno sui giornaloni col maglione, che volevano aspettare la Cassazione anche per fare il nome dei Benetton. Ora si scopre da insigni giuristi che la revoca della concessione è giustificata dagli inadempimenti della concessionaria (peraltro recidiva: vedi la tragedia di Avellino, dove proprio ieri il pm ha chiesto 10 anni di carcere per l’Ad di Autostrade). E l’Antitrust spiega in Parlamento che escludere Autostrade dalla ricostruzione “appare funzionale a evitare di replicare nel mercato, a valle dei lavori, gli effetti della chiusura alla concorrenza del mercato a monte, in cui l’affidatario del titolo concessorio, beneficiario di proroghe dello stesso, non è stato individuato con gara”. Nel 1999 i Benetton mica ebbero Autostrade in seguito a una gara; quindi ora si fa una gara e loro non partecipano. La concorrenza o vale sempre o non vale mai. Dunque aveva ragione Toninelli e torto Autostrade e i suoi giornaloni. Punto.
Intanto il decreto Genova, pur con una settimana di ritardo, è arrivato, con tanto di commissario: e tutti hanno colto la ridicola strumentalità delle opposizioni, che già protestano per il mancato avvio della ricostruzione, dopo aver abbandonato a se stessi i terremotati de L’Aquila e dell’Italia centrale nove e tre anni fa. A fine ottobre, poi, il pool di 14 esperti chiamati da Toninelli a valutare costi e benefici delle più controverse grandi opere (Tav Torino-Lione, Terzo Valico, Tap ecc.) consegneranno il loro rapporto e sapremo finalmente di quali possiamo fare a meno, risparmiando vagonate di miliardi. I veri danni alle infrastrutture li hanno fatti i governi che hanno sperperato intere fortune in opere inutili, tagliato sulla manutenzione e sulla sicurezza, regalato beni pubblici ai privati, inaugurando viadotti già esistenti da anni come fossero roba loro (Renzi), o autostrade incompiute e tenute insieme con lo sputo che si squagliavano subito dopo il taglio del nastro (B. & Cuffaro). Ma chi vuole invertire la rotta scontrandosi con le note lobby deve rendersi inattaccabile, anziché affogare le buone cose che fa nel maremagno delle gaffe, delle sparate, degli scivoloni, dei detti e contraddetti: un frullato di logorrea che non ha impatti sulla realtà, ma sulla sua percezione sì. E questo non vale solo per Toninelli, che pure è un primatista mondiale della gaffe e non teme rivali. Vale per molti altri ministri che, anche quando ne imbroccano qualcuna, riescono a cancellarla in una cacofonia da Prova d’orchestra felliniana. Difendersi con gli alibi dell’inesperienza e della buona fede non basta, perché alla fine conta il risultato. Chi sa di avere tutti contro deve fare meglio degli altri, ma deve anche rendersi credibile. E, per esserlo, non ci vuole granché: basta studiare e fare i compiti, lavorare con serietà, contare fino a cento prima di parlare. O, meglio ancora, tacere.
Frasi manomesse e notizie postdatate: dark room Cr7
Chiunque è innocente, fino a prova contraria. Così dovrebbe essere anche nel caso della presunta violenza sessuale di Cristiano Ronaldo ai danni di Kathryn Mayorga. Ma la fiducia degli innocenti è l’arma più potente nelle mani dei bugiardi, sostiene Stephen King. E così, l’aspetto più vergognoso dell’intera vicenda è che un caso di (presunto) stupro sia ridotto a una questione di partigianeria o interesse personale. Nei bar e sui social network, ma anche tra media, politici e aziende, Ronaldo è innocente o colpevole a seconda della squadra per cui uno tifa o del proprio tornaconto economico. È grottesco anche che in Italia, dopo averci raccontato ogni giorno cosa mangiava e come dormiva il grande campione, si sia tenuta nascosta per una settimana una notizia che stava facendo il giro del mondo.
Che la Juventus si sia limitata a valorizzare la “professionalità” del suo calciatore e che un noto quotidiano sportivo abbia tradotto il comunicato in cui Nike parlava di “accuse inquietanti” con l’esatto contrario di “accuse infamanti”. O che un giornalista di RaiSport su Twitter sia riuscito a dare della prostituta a Kathryn Mayorga, solo perché per mantenersi al suo lavoro di insegnate aggiungeva quello di ragazza immagine. È il peggior istinto patriarcale: se una donna denuncia un uomo di potere è perché cerca di approfittarne. Altrettanto assurdo è che siano emerse teorie del complotto per sostenere che un (presunto) delitto commesso nell’estate del 2009 – durante il trasferimento del calciatore dal Manchester United al Real Madrid – sia diventato di pubblico dominio solo nel 2018 perché è passato alla Juventus. Questa e altre violenze sono tutte da dimostrare, ma una delle migliori cose accadute dopo la nascita del movimento #MeToo è che le donne hanno finalmente il coraggio di denunciare. Non sono arrivate tutte insieme, da un anno a questa parte ne sono arrivate molte e nei prossimi anni ne arriveranno ancora di più.
Poi andranno valutate una per una. Quelle vere e quelle false, le tragedie e le millanterie. Ma non c’entrano nulla il Real o la Juventus. I documenti raccolti dal sito Football Leaks (e di cui va verificata l’autenticità) furono pubblicati infatti per la prima volta nell’aprile del 2017, quando Ronaldo segnava tre gol al Bayern e andava a vincere l’ennesima Champions League e l’ennesimo Pallone d’oro con la maglia merengue. L’importante è quindi ripercorrere le tappe della vicenda, per il resto starà alla giustizia fare il suo corso. Ai datori di lavoro di Cristiano Ronaldo decidere come comportarsi. E alla coscienza di ciascuno farsi un’idea. Questo è quello che sappiamo finora. Il 13 giugno del 2009 in una stanza del Palms Place Hotel, a Las Vegas, Cristiano Ronaldo e Kathryn Mayorga consumano un rapporto sessuale. La mattina successiva la donna si rivolge alla polizia del Nevada raccontando di essere stata stuprata, si sottopone in ospedale ai test del caso e si limita a indicare in un “personaggio pubblico” l’autore della violenza. Qualche mese dopo, il 12 gennaio 2010, Cristiano Ronaldo e Kathryn Mayorga firmano un accordo extragiudiziale di 11 punti nel quale il calciatore s’impegna a versare alla donna 375mila dollari in cambio del silenzio. Poi sulla vicenda cala l’oblio. Nei documenti pubblicati nel 2017, in cui la donna appare ancora sotto falso nome, si legge che nella deposizione davanti ai suoi avvocati il calciatore avrebbe ammesso di essere stato “brusco” e che lei avrebbe urlato a più riprese “no” e “basta”. Lui si limita a bollarle come fake news, e sembra che sul caso debba calare nuovamente il silenzio.
Qualche settimana fa, invece, la donna cambia avvocato. Spiega di aver firmato perché all’epoca aveva paura, voleva dimenticare tutto, e c’erano delle sproporzioni di forza evidenti in campo: lei si era rivolta a un avvocato esperto di violazioni del codice stradale, lui a un pool di legali famosi oltre ad avere ingaggiato investigatori privati che per mesi l’hanno seguita archiviando tutte le informazioni possibili.
Oggi con il #metoo è cambiato tutto, dice, ha trovato il coraggio. Si rivolge all’avvocato Leslie Mark Stovall, il quale deposita una denuncia per stupro alla polizia di Las Vegas nei confronti di Cristiano Ronaldo e il 18 settembre chiede a un tribunale civile del Nevada di invalidare il precedente accordo. Presentando una denuncia per “diffamazione e violazione del contratto” allega un documento di 27 pagine nel quale sostiene sia stato il portoghese a infrangere l’accordo: rifiutandosi di farsi leggere dai suoi avvocati, come stabilito, una lettera in cui la donna gli spiegava cosa pensava di lui come uomo e il male che le aveva fatto.
La vicenda è quindi tornata di pubblico dominio. Ora altre donne vorrebbero denunciare Ronaldo. Un tabloid britannico fa addirittura il nome di Ruby, protagonista delle cene eleganti di Berlusconi nonché nipote di Mubarak. Intanto, la polizia del Nevada ha riaperto il caso di violenza sessuale, il tribunale civile indaga sulla validità del contratto e la giustizia farà, speriamo, il suo corso, i tifosi si sono già schierati. La verità non interessa a nessuno, nemmeno in un caso di (presunto) stupro.
“Rieccoci dopo tre anni di terapia di coppia”: bentornati Subsonica
La magia del numero 8 si ripete in ogni ambiente e l’effetto straniante del labirinto concentrico in cui tutto è uguale a se stesso lascia ancora, dopo 800 anni, ammaliati. Nessuno sa perché Federico II volle costruire un castello proprio su quest’altura e tanto meno è noto cosa ci facesse al suo interno. Decine le ipotesi – difesa del territorio, caccia, addirittura terme – nessuna realmente efficace. Quel che è certo, è che tutto già nel 1240 rispondeva a suggestioni simboliche ed esoteriche e che il numero 8, l’infinito, fece da stella polare agli architetti.
Otto le torri, ognuna a pianta ottagonale, otto le sale per ogni piano e un cortile ottagonale al centro. E 8 è anche il nome del nuovo album dei Subsonica – in uscita venerdì prossimo – che non a caso hanno scelto Castel del Monte per il lancio del loro ottavo lavoro. Equilibrio e magia, come quelle che un divertito Davide Dileo alias Boosta mostra alla platea di giornalisti e turisti incuriositi: “Sarò un grande mago, è un’arte che ancora mi manca”.
Il tempo torna su se stesso, in un percorso ciclico che alterna presente e futuro, e anche il gruppo torinese ha voluto ricominciare – a quattro anni dall’ultimo disco – proprio da ciò che fu. Quel lontano 1996 in cui Max Casacci, Boosta, Samuel, Ninja e Pierfunk (sostituito due anni dopo da Vicio) si unirono nella fusione di due titoli di canzoni, Subacqueo e Sonica. Sono passati 22 anni, e 8 è l’occasione per ripercorrerli, cercando sonorità familiari alternate a ricerche “futuribili – spiega Casacci –. Troviamo che gli anni 90 siano molto simili a questi ’20. Solo che adesso siamo di fronte a una sfida epocale e non si vedono leadership all’altezza del momento”. Come cantano nel brano Punto critico, sono “anni senza titolo/saldi, vetrine, shish kebab/i compro oro, traffico,/l’automazione, l’occupazione./Fermi sul punto critico/Clima, stagioni, slot machine/I tassi di monossido,/Patria, Nazione, liposiuzione”. Anni in cui l’umanità è degenerata in individuo e in cui la prateria senza regole delle nuove tecnologie ha finito con il costruire recinti intorno alle libertà delle persone. “Oggi siamo molto più concentrati nel frantumare e nell’ergere barriere”, racconta Casacci. Sono rimasti loro, i Subsonica, nonostante i percorsi intrapresi a livello individuale. “Siamo un gruppo la cui somma è maggiore dei suoi componenti – ancora Boosta –. La guida collettiva è problematica, si ragiona e si discute. Quando abbiamo iniziato a lavorare a 8 non suonavano insieme da quasi tre anni, ma è stato come se fosse passato solo un minuto”. “La sfida è sottrarre qualcosa di sé – ha proseguito Samuel –. In questi ultimi tempi abbiamo fatto terapia di coppia a distanza, ma se siamo qui è perché il matrimonio funziona”. I testi degli undici brani sono più diretti, “influenzati dai nuovi linguaggi del rap e della Trap, ma con le nostre vecchie immagini. Arrivavamo da percorsi così distanti che doveva esserci un punto di ripartenza. E non poteva essere che il nostro inizio”.
Mettere insieme i pezzi, rievocare, costruire. Senza alcun intento nostalgico, anzi, semmai proiettato nel futuro: “Per capire cosa funzionerà tra 10 anni devi andare in un mercatino dell’usato. I ‘90 torneranno protagonisti, viviamo forti analogie con quel tempo: i linguaggi stanno mutando, si sta tornando alla canzone come forza comunicativa ed esiste una generazione under 35 che ha sviluppato gli anticorpi, che si deve reinventare tutto e che salverà questo Paese. Non basteranno le ricette di una sinistra autorottamata o le esternazioni populiste che si ripetono”. La band sarà protagonista, tra il 4 e il 19 dicembre, di “European ReBoot2018” e partirà invece il 9 febbraio 2019 per il tour italiano.
Otto, per adesso, le città in programma (ma a Roma e Milano già si raddoppia).
“Matrigna”. Noemi alla ricerca del fratello perduto
Pubblichiamo alcuni stralci dell’incipit di “Matrigna”, l’ultimo romanzo di Teresa Ciabatti, da oggi in libreria.
Era inverno quando mio fratello sparì. La mamma mi aveva chiesto di tenerlo per mano. Dunque è da questa mano che si è staccato. E dunque se avessi stretto più forte, se solo avessi stretto fino a fargli male pur di non perderlo in mezzo alla gente che spingeva, e alla cascata di coriandoli, se solo io, Noemi, nove anni appena compiuti, avessi stretto fortissimo.
Torno a quel giorno sperando di scoprire nuovi dettagli, invece rimane tutto indefinito, come l’intera infanzia prima della sparizione: una sequela di immagini slegate, a volte brevi scene che non risolvono alcun mistero. Eccoci in estate, sotto l’albero del nostro giardino. Lo senti il fresco? Chiedo io. All’ombra del mandorlo, io amo mio fratello. Mi pare così piccolo e indifeso prima che scatti in piedi e si precipiti sul prato, allora laggiù, con la luce del sole che lo illumina, torna a essere un impostore, uno stupido che urla un fiore un fiore, quando è solo una cartaccia. Sì, sotto quella luce lui è la persona che mi ha rubato il posto, non proprio un posto che avevo ma il posto che sarebbe potuto essere mio, se lui non fosse mai nato. Così riprendo a sperare che gli succeda qualcosa: cadere, scivolare. Foglie secche, di nuovo inverno.
Al momento della sparizione Andrea aveva sei anni. Che bambino bellissimo, si fermavano le persone per strada. Da chi avrà preso gli occhi azzurri? E perché, la padronanza di linguaggio? Si vede che è un bambino speciale. Mettendogli una mano sulla testa, la mamma replicava: sì. Lo pettinava, capelli d’oro, mormorava spazzolandolo di fronte allo specchio che rimandava l’immagine di un angelo, un putto, e io in un angolo. Seduta sul bordo della vasca, sulla tazza del water. […] Questo non voleva dire che amasse Andrea più di quanto amasse me, amava entrambi, giuro, ripetevo agli adulti che m’interrogavano. […]
Ai microfoni delle televisioni, davanti alle telecamere, la mamma dichiarava: ha solo sei anni, riportatelo a casa. Era certa che fosse stato rapito. Un bambino così bello fa gola a molti (testuale). Considerata la nostra condizione economica, lo scopo di estorsione venne scartato. Quanti minori sparivano ogni anno? Venduti a famiglie che non potevano avere figli. O peggio, molto peggio… […]
Mamma non riusciva a mangiare, non le andava giù niente, diceva, quasi le si fosse chiusa la gola, non lo stomaco. Allora io le tagliavo il prosciutto a cubetti. Per mesi mia madre si era nutrita di cubetti di prosciutto che faceva sciogliere in bocca senza masticare. […]
Di colpo eccola trasformarsi in accusatrice. Eccola sfuggire al controllo della zia e apparire in giardino. […] “Voglio dire una cosa” socchiudendo gli occhi come in trance. “Io penso che ci siano donne… io credo che una di quelle donne… qualcuna che non ha figli, io penso che una donna abbia preso mio figlio”. […]
All’inizio i sospetti ricaddero sui componenti della famiglia. […] Nella stanza del commissariato (attenzione: nella mia memoria ingannevole, non garantisco che le cose siano andate così, non fidatevi), mi domandano: corrispondeva a verità che nostra madre non ci avesse allattato al seno? E ancora: avevo notato cambiamenti recenti nel suo umore? Allegria, rabbia? L’avevo mai sorpresa al telefono, provocando in lei reazioni brusche, come chiudere di scatto la telefonata, o urlare di allontanarmi? Avevo mai visto la mamma con persone sconosciute? E anche: alla polisportiva, nella folla di maschere, mi era capitato di notare una persona, magari uomo, che parlasse con lei? Sempre alla polisportiva, ricordavo se si fosse allontanata anche solo per un istante? Scuotevo la testa, non ricordavo. Io non ricordo. Però sì, non ci aveva allattato al seno. Significava qualcosa? […] E dunque: se volevano portarmi a dire che eravamo trascurati, non ci sarebbero riusciti. Pettinati, puliti, spiccavamo tra gli altri. Molletta rosa intonata al golf, cappotto blu di Andrea. […] Sì, era vero, poliziotti: lei non si alzava, rimaneva sdraiata dalla mattina alla sera, assicurandosi però che non fossimo soli. Mai ci avrebbe lasciati senza controllo. La zia, dal canto suo, tendeva a giustificarla. Si è trasferita per amore, abituata com’era alla città. […] Il risultato identico: lei a occuparsi di figli non suoi. Eppure quanto era felice, lo ricordo. A spingerci sulle altalene, in alto, più in alto, con le punte dei piedi a toccare le foglie degli alberi, a urlare di eccitazione, e meraviglia, il cielo sopra di noi limpido, carico di nubi, sole coperto, sole a picco, novembre, luglio.
Caso Marinova, il solito sospetto è un bluff
Rumeno, di origine ucraina e con un passaporto moldavo. Per un “giallo” ambientato nell’Est, sarebbe stato il ritratto del solito sospetto. Ma l’omicidio di Viktoria Marinova, 30 anni, la giornalista uccisa sabato scorso a Russe, nel nord della Bulgaria, non è fiction: si tratta di un delitto brutale – la vittima è stata violentata, picchiata e soffocata – sullo sfondo dell’attività professionale del personaggio televisivo.
A dare retta a una parte dell’opinione pubblica che nutre scarsa fiducia nelle istituzioni bulgare, il fermo del sospetto era solo fumo negli occhi. E ieri sera l’uomo è stato rilasciato: confermato l’alibi da lui sostenuto, il Dna non corrispondeva a quello trovato sul luogo del delitto. Delusi parenti e colleghi di Viktoria che avevano lanciato un appello a chi aveva intenzione di protestare contro le autorità. La mobilitazione lanciata sui social prevedeva il blocco del ponte Dunav Most sul Danubio nei pressi di Russe, che collega la Bulgaria alla Romania.
Di certo c’è che la procura di Sofia ha avviato una inchiesta su attività poco chiare riguardo al reperimento di fondi dell’Unione europea, bloccando un trasferimento bancario di circa 14 milioni di euro in base alle norme anti riciclaggio. È stato il procuratore generale della repubblica, Sotir Tsatsarov sottolineando che si tratta di una operazione della compagnia edilizia bulgara Gp Group. Questa società è la stessa di cui si erano occupati i cronisti del sito internet Bivol. Proprio nella sua ultima trasmissione del programma Detector sul canale Tvn, il mese scorso, Viktoria Marinova aveva intervistato due giornalisti, il bulgaro Dimitar Stoyanov di Bivol e il romeno Attila Biro del Rise Project Romania: si erano occupati dei fondi Ue recepiti dalla Gp Group ed erano stati anche arrestati durante una sorta di “incidente” con la polizia. Chi punta sull’omicidio di Marinova come rappresaglia, pensa che non sia casuale che quella sia stata l’ultima trasmissione della vittima. Per Reporters Without Borders la Bulgaria è un luogo con poca libertà di stampa.
Il paese balcanico ha aderito all’Unione europea nel 2007, ma questo non l’ha salvata dalla bassa classifica di Transparency International rispetto ai paesi più corrotti fino allo scorso anno. Inoltre l’adesione all’Unione ha aperto la strada ai finanziamenti per infrastrutture e progetti per portare la nazione dentro gli standard dell’Ue, somme cospicue che hanno acceso interessi.
Quando il corpo della giornalista è stato trovato, mancavano il cellulare, le chiavi dell’automobile, gli occhiali e parte dei vestiti: potrebbe dunque trattarsi dell’aggressione di un balordo, così come del tentativo da parte di un sicario con un “contratto” di farlo passare per tale.