Finisce in fumo la fabbrica dei troll al servizio di Putin

Una molotov contro la macchina della propaganda: a fuoco la “fabbrica dei troll” a Pietroburgo. Due notti fa intorno alle 3 qualcuno ha tentato di bruciare quella che gli altri giornali russi chiamano “l’arma più vittoriosa dell’arsenale della guerra d’informazione”, la cucina della propaganda russa, che si dice sia finanziata dallo “chef di Putin”, Evgeny Prigozhin, milionario colpito dalle sanzioni americane per l’ingerenza di Mosca durante le elezioni statunitensi del 2016.

Molotov e fiamme, come l’indirizzo della fabbrica, non sono più un segreto: tutto è ufficiale e registrato, come ha svelato un’indagine dell’Rbc (Ros-business-konsulting, uno dei maggiori conglomerati mediatici di Mosca, ndr).

Gli uffici che si sono riempiti di fiamme e fumo nero adesso appartengono a un gigante mediatico che gestisce 16 siti, ha 30 milioni di accessi al mese, paga 200 giornalisti a tempo pieno. Una macchina da 20 milioni di rubli l’anno, che non ha fonte ufficiale d’entrata, se non uno “sponsor sconosciuto”, scrive Rbc. Oggi quei ragazzi non sono più troll, ma reporter della Fan, Agenzia federale notizie, sul cui sito la notizia di apertura è il nocnoj podzor, l’incendio notturno.

Nel video tra scrivanie, sedie e monitor spenti, si vedono prima vetri rotti e poi fiamme, si sente la voce della redattrice notturna che cerca aiuto. “Di solito ci attaccano online, ora anche offline, è già successo alle elezioni a marzo”, dice il direttore Evgeny Zybarev. Gli articoli della Fan sono divisi in 5 sessioni: Siria, Ucraina, Novorossia (le repubbliche separatiste filo-russe in Ucraina, ndr), Russia e poi l’ultima: “Tutto il mondo”.

Dai loro ip però gestirebbero ancora i vecchi gruppi Facebook e Twitter con centinaia di follower oltreoceano.

Da Pietroburgo a Londra, da troll a giornalisti: quelli del sito investigativo Bellingcat in conferenza ieri al Parlamento britannico, hanno svelato l’identità del secondo russo identificato come agente Gru, servizi segreti militari di Mosca, coinvolto nell’avvelenamento della spia doppiogiochista Skripal a Salisbury. Si chiama Aleksandr Myskin, è un medico nato nel 1979 nella regione di Archangelsk, latitudine permafrost, nel villaggio di Loyga, casa per appena 700 abitanti. Sia la Bbc che il giornale russo Insider (che si scambia informazioni con Bellingcat, ndr) ne hanno contattati decine, che hanno confermato che Myskin è l’uomo il cui volto è su tutti i giornali del mondo.

È cresciuto con sua nonna, dottoressa anche lei, 90 anni. L’anziana amava mostrare a tutti la foto di suo nipote che stringe la mano del presidente Putin quando gli appunta la medaglia da agente eroe. Una foto che ora cercano tutti i quotidiani russi e britannici, ma che è scomparsa dal villaggio, insieme alla vecchia dottoressa, 3 giorni fa.

Khashoggi, rapimento su commissione saudita

La scomparsa a Istanbul del giornalista saudita, residente negli Stati Uniti, Jamal Khashoggi è diventata un affaire internazionale, oltre che l’ennesimo motivo di frizione tra Turchia e Arabia Sudita. Ieri la polizia turca ha individuato sette sospetti; secondo l’emittente privata Ntv il gruppo è stato ripreso mentre entrava nel consolato saudita mezz’ora prima di Khashoggi; ne sarebbe uscito dopo circa tre ore, lasciando la zona con due auto le cui targhe sono state identificate.

Con loro ci sarebbe stato il reporter che condotto all’aeroporto Ataturk sarebbe stato caricato a bordo di uno dei due jet Gulfstream IV a disposizione degli 007 sauditi, atterrati separatamente in Egitto e a Dubai, per poi rientrare finalmente in Arabia Saudita.

L’editorialista del Washington Post, già direttore di alcuni giornali del paese d’origine, è scomparso una settimana fa. Khashoggi prima era stato a Londra dove aveva incontrato alcuni amici e discusso del suo editoriale in uscita intitolato “Tutti hanno paura”, riferendosi alla stretta nei confronti della stampa e degli attivisti per i diritti umani messa in atto dal principe ereditario e ministro della Difesa, Mohammed bin Salman. Nonostante alcune aperture a favore delle donne, come l’autorizzazione a guidare e ad andare al cinema, il principe ereditario (soprannominato Mbs), ha usato il pugno di ferro contro gli avversari interni all’articolata famiglia reale e non intende sedere al tavolo dei negoziati per concordare la pace con i ribelli Houthi dello Yemen, sostenuti dall’Iran, dopo tre anni dall’inizio della guerra voluta proprio da Mbs per impedire a Teheran di espandere ulteriormente la propria influenza in Medio Oriente.

Khashoggi aveva criticato attraverso articoli e conferenze in Usa ed Europa questa visione belligerante e illiberale di bin Salman al punto da essere ucciso? È quello che pensano gli investigatori turchi. I rapporti tra Ankara e Riad si sono fatti ancora più tesi da quando, un anno e mezzo fa, il presidente Erdogan non aveva aderito al blocco diplomatico e commerciale imposto dall’Arabia Saudita con Emirati, Bahrein ed Egitto, contro il Qatar. Ankara, anzi, aveva deciso in quell’occasione di ampliare la propria base militare nel piccolo ma ricchissimo paese del Golfo. Dopo la nota inviata dal principe saudita alle autorità turche per autorizzarle ad entrare nel consolato alla ricerca del giornalista, Erdogan ha risposto che “i sauditi non possono dire che è uscito dal consolato e lavarsene le mani. È un loro cittadino e se ne devono occupare. Se sono sicuri che Khashoggi sia uscito dal consolato lo devono poter provare”.

L’Arabia Saudita deve far buon viso a cattivo gioco e quindi ha dichiarato di apprezzare gli sforzi turchi: “Il regno si preoccupa della sicurezza e del benessere dei propri cittadini ovunque si trovino”. Per l’amministrazione Trump la questione è assai delicata – ieri il presidente si è detto “preoccupato” – visto che il consigliere-genero del presidente americano Jared Kushner ha stretto un patto di ferro con bin Salman anche in chiave anti-iraniana e pro-Israele. Molti funzionari americani sono in rapporti amichevoli con Khashoggi che in passato aveva lavorato presso diverse ambasciate saudite negli Usa.

Khashoggi era diventato noto per aver intervistato Osama bin Laden, prima che fondasse Al Qaeda, durante il jihad sostenuta dall’Arabia Saudita e dagli Stati Uniti contro l’Unione Sovietica in Afghanistan negli anni ‘80, divenendo poi fidato consigliere del principe Turki al-Faisal, che era a capo dell’intelligence saudita e ambasciatore in Usa e Gran Bretagna. Le autorità saudite lo avevano rimosso due volte come redattore del quotidiano saudita Al Watan dopo aver pubblicato articoli critici sull’establishment religioso.

La cometa di Haley, dall’Onu a luce di Trump

Quasi ogni giorno, un nome s’aggiunge all’elenco di quanti hanno lasciato o stanno per lasciare Donald Trump, perché li caccia o perché se ne vanno. Ma se c’era una su cui scommettere che sarebbe rimasta accanto al presidente fino alla fine del mandato, era Nikki Haley, ambasciatrice Usa all’Onu. Partita da posizioni critiche sul candidato Trump, la Haley aveva poi virato ed era stata una delle prime scelte del magnate presidente, entrando rapidamente nel cerchio magico e difendendone con vigore le posizioni apparentemente indifendibili, quando non contraddittorie, su Corea, Iran, Medio Oriente, sanzioni, clima. Così vicini, lei e Donald, che un volo sull’AirForceOne fece nascere chiacchiere.

E, invece, la Haley, 46 anni, origini indiane, ex governatrice della South Carolina, lascia, di punto in bianco. Apparentemente, tutto avviene senza scosse: la conferenza stampa di commiato è tutta miele. Vestito color malva, la sua tinta preferita, l’ambasciatrice viene ricevuta nello Studio Ovale. Segue dichiarazione congiunta, il presidente e “la mia amica”. Trump dice di aver accettato le dimissioni della Haley, che lascerà “a fine anno”: il successore sarà designato nel giro di poche settimane, forse prima del voto di Midterm il 6 novembre. In corsa, è la voce che corre, ci sarebbe Ivanka Trump, la ‘prima figlia’, consigliere del presidente. Se la scelta non sarà nepotistica, potrebbe cadere su Dina Powell, già vice alla Sicurezza nazionale ed amica della Haley, o sull’ambasciatore a Berlino Richard Grenell, un esperto di Nazioni Unite.

Naturalmente, Nikki, uscendo di scena all’improvviso, crea un vortice di voci. Lei assicura che non correrà per la Casa Bianca nel 2020 e che farà ancora campagna per Trump: “Non ho deciso nulla su cosa farò … Non ci sono ragioni personali, ma bisogna capire quand’è il momento di lasciare e consentire una rotazione” nell’Amministrazione. Di volersi prendere una pausa, a Trump l’aveva già preannunciato 6 mesi fa.

Certo, il farsi da parte oggi la mette in una posizione ideale: se Trump resterà sulla cresta dell’onda potrà appoggiarlo e, in caso di rielezione, ambire, magari, a fare il segretario di Stato; se, invece, Trump dovesse inciampare in qualche ostacolo, allora Nikki potrebbe aspirare alla nomination repubblicana, avendo messo un’intercapedine di qualche mese tra sé e il magnate presidente. Che la riempie di complimenti: “Nikki Haley ha fatto diventare la posizione di ambasciatore Usa all’Onu più glamour e più importante” di quel che pareva due anni or sono, è stata “fantastica”. “Odio perderla, ma spero che tornerà”. La Haley ricambia: è stato “un onore”. Lei, sposata, due figli, gli è stata politicamente ‘fedele’, senza però appiattirsi sulle posizioni ‘trumpiane’, specie quando c’era di mezzo il rispetto delle donne – altra dote non precipua del presidente.

All’Onu, Israele rende omaggio all’alleata che lascia, l’Iran non piange la nemica che se ne va. Trump ribadisce il suo mantra: prima o poi, a forza di sanzioni, Teheran farà “un vero accordo” (oppure, una vera bomba). Il presidente affronta sulla cresta dell’onda le ultime 4 settimane della campagna per il voto di Midterm: può capitalizzare politicamente la conferma della nomina del giudice Kavanaugh alla Corte suprema e i dati dell’economia, che va forte. Salvo crisi e/o dazi, la politica estera può attendere.

Cnr e ricerca, il pasticcio dei fondi per i precari bloccati da dieci mesi

Le assunzioni a tempo indeterminato dei precari del Cnr, il più grande centro di ricerca italiano, sono ancora in alto mare. A dieci mesi dalla legge di stabilità 2018, che ha stanziato i fondi per le stabilizzazioni, ancora nessuno ha ottenuto il posto fisso. L’ansia per dicembre che è alle porte, con il rischio di perdere quei soldi, sta infastidendo i sindacati della conoscenza di Cgil, Cisl e Uil e il comitato Precari uniti Cnr. Proprio per oggi è prevista una manifestazione di protesta. La situazione è tesa: pochi giorni fa i vertici dell’ente hanno chiesto l’intervento delle forze dell’ordine dopo un incontro tra il direttore generale e i rappresentanti dei lavoratori. Il presidente dell’istituto ha sempre sostenuto di voler procedere con le assunzioni. Alle parole, però, ancora non sono seguiti i fatti. È tuttora in piedi una disputa sulla quantità di risorse disponibili. Il governo Gentiloni, a fine 2017, ha messo sul piatto 57 milioni di euro per il superamento del precariato nella ricerca pubblica. Di questi, 40 sono per il Cnr che però deve aggiungere il 50% di quella cifra, quindi 20 milioni di euro. Il governo giallo-verde, poi, ha aumentato la dote, stabilendo che 34 milioni di fondi premiali – che in genere gli enti dovrebbero ottenere in base ai risultati – siano vincolati alle assunzioni. Il Cnr vorrebbe usare questi 34 milioni come quota di cofinanziamento, risparmiando i 20 milioni che dovrebbe tirar fuori dalle proprie casse. Il governo non è favorevole a questa impostazione e chiede che quelle risorse siano considerate aggiuntive.

Comunque, le risorse non permettono la stabilizzazione di tutti i precari storici. Applicando la legge Madia, nel Cnr avrebbero diritto al contratto permanente ben 2.500 tra quelli che oggi operano con un rapporto a termine (in totale superano i 4 mila). Tanti sono quelli con i requisiti di anzianità (tre anni di servizio negli ultimi otto) che aprono la possibilità di una stabilizzazione automatica o con concorso riservato. Con quei soldi, però, si possono assumere massimo 1.200 precari. C’è pure un altro problema. I fondi per pagare gli stipendi dei ricercatori sono due: uno ordinario, con il quale si copre la paga base, e quello integrativo per il salario accessorio. Quest’ultimo deve essere aumentato come conseguenza logica dell’aumento dei dipendenti stabili che scaturirà dalle stabilizzazioni. Per farlo serve una norma che il governo ha provato a inserire nel decreto Dignità, ma è stata dichiarata inammissibile. Il sottosegretario all’Istruzione Lorenzo Fioramonti ha promesso che arriverà con la legge di stabilità. È un tecnicismo che però ha risvolti molto pratici. Una volta rimosso questo ostacolo, si potrà procedere con le stabilizzazioni. Forse.

Addio al potere soft, è il momento dello “sharp power”

Per capire i grandi cambiamenti delle relazione internazionali bisogna trovare la sintesi giusta. Paolo Messa, direttore del Centro studi americani e della visita formiche, suggerisce che questa sia l’era dello “sharp power”. Dopo il potere “smart”, che prova a condizionare gli Stati esteri con l’attrazione e la seduzione, ora vediamo all’opera un potere tagliente. Che non è certo militare, non usa le bombe o gli eserciti, ma affonda con decisione e talvolta violenza a colpi di propaganda, di troll sui social, di investimenti aggressivi, di tentativi di inquinare il dibattito sui media e – nel terreno solo in apparenza del mondo cyber – di guerra tradizionale combattuta con armi nuove. Se gli Stati Uniti degli anni Novanta sono stati campioni del soft power, oggi sono le “democrazie guidate” (o democrature) come la Cina e la Russia a muoversi con la disinvoltura e la determinazione richieste dallo “sharp power”. Meglio saperlo, per provare a difendersi.

Musk ha corso troppo, ascesa e caduta di Tesla

Uno sguardo alle quotazioni a Wall Street di Tesla nel corso degli ultimi sei mesi può provocare più vertigini di un otto volante. L’Economist sintetizza le oscillazioni del valore del titolo in un grafico dai picchi e dalle cadute di un grado così acuto da poter trovare ben pochi equivalenti. Lo pone a corredo di un commento della decisione della Sec, l’autorità di controllo della Borsa americana, che ha imposto allo spericolato fondatore della Tesla, Elon Musk, di lasciare la presidenza della società, pur mantenendone la guida operativa come amministratore delegato.

La causa per cui a Musk è stato comminato un provvedimento così insolito è nota: in uno dei suoi tweet, il 7 agosto, aveva preannunciato un’operazione di delisting. Tesla si sarebbe ritirata da Wall Street perché aveva trovato un investitore privato (si lasciava intendere che fosse un grande fondo sovrano arabo) disposto a rilevare le sue quote a 420 dollari per azione. Peccato che non ci fosse nulla di solido, se non qualche contatto ben lontano dal concretizzarsi. Così la Sec ha avviato un provvedimento per turbativa del mercato, che si è conclusa con la sanzione oltre che con una multa alla società.

Perché Musk, di cui tutti conoscono le crescenti stranezze, ha compiuto un gesto così strampalato? Su di lui e sul suo carattere impossibile si è scritto di tutto negli ultimi anni: che è una persona dai comportamenti imprevedibili e dalla psicologia contraddistinta da un disturbo autistico, geniale nelle sue visioni, capaci di convincere gli investitori pure quando sconfinano nella fantascienza ma poi difficili a tradursi in realtà. Che rende la vita impossibile a chi lavora con lui perché pretende che ci si adegui ai suoi ritmi forsennati. Che non sa dominarsi, come dimostrano i suoi infiniti tweet, in cui non si trattiene dall’insultare e dal ridicolizzare coloro che di volta in volta ravvisa come i suoi avversari. Tutti elementi che sono ben ricostruiti e tratteggiati nella biografia che gli ha dedicato un giovane e brillante giornalista economico, Ashley Vance (Elon Musk. Tesla, SpaceX e la sfida per un futuro fantastico, Hoepli), naturalmente disconosciuta dal biografato, nonostante dal libro escano le sue componenti di genialità. L’estate scorsa, tuttavia, Musk ha superato ogni limite, procurando dei danni a sé e a Tesla, le cui azioni sono precipitate verso i 250 dollari.

La ragione di questa caduta così rapida, che vedremo se sarà o no recuperabile nel futuro, dipende dall’ultima e più ambiziosa sfida che Musk ha posto dinanzi a sé. Si era posto come obiettivo per il 2018 quello di realizzare una produzione ben più massiccia dell’ultima delle sue vetture, la Tesla Model 3, destinata a un pubblico più ampio e con un prezzo più accessibile rispetto alle vetture precedenti. Quella, per intendersi, che può essere sedotta da un’auto che sia di fatto un computer con le ruote, che si monitori da sola e aggiorni da sé il proprio software. Per vincere la sfida, Musk aveva ipotizzato di costruire circa mezzo milione di nuove Tesla all’anno, per le quali aveva raccolto le prenotazioni prima di metterle in produzione.

Da quel momento, come ha riconosciuto lui stesso, è incominciato il suo inferno, per l’impossibilità o l’incapacità di rispettare programmi produttivi, tempi e scadenze. Il visionario Musk aveva progettato una linea di lavorazione fortemente automatizzata, ma ha scoperto che quella della fabbrica senza persone è un’utopia pericolosa. Nel senso che durante il processo lavorativo si rendono necessari continui interventi di aggiustamento che ad oggi le tecnologie non sanno compiere in automatico. Per rimediare al caos organizzativo che ne è derivato, Musk non ha trovato di meglio che allestire, accanto alla linea automatica, una seconda linea di produzione più tradizionale, con una più rilevante incidenza del lavoro, sotto una specie di tendone. Lì ha lavorato ininterrottamente per giorni e notti, spesso senza allontanarsi, non già per riposare (si inibiva il riposo in quelle condizioni), ma anche solo per cambiarsi. Per tutti lavorare 60 ore e più alla settimana diventava normale. Alla fine, in parte ce l’ha fatta, ma a che prezzo? Al prezzo di una nevrosi che si è manifestata attraverso messaggi sempre più sprezzanti verso coloro che considerava i suoi detrattori.

Dev’essere stato a questo punto che a Musk è venuta in mente l’idea che il suo avversario autentico era il short-termism, cioè l’atteggiamento tipico della Borsa, che vuole trarre il massimo guadagno nel più breve tempo possibile. Lui, che aveva sempre saputo persuadere gli investitori con la grandezza dei suoi progetti, si scontrava adesso con la diffidenza per il possibile venir meno di risultati a breve. Di qui la rapida disaffezione verso il mondo borsistico, che fino a ieri lo aveva premiato così generosamente, permettendogli di raccogliere un capitale superiore, almeno per un po’ di tempo, a quello di colossi storici dell’automobile come General Motors e Ford. Ecco allora la suggestione di abbandonare Wall Street e trovare finanziatori di lungo termine, disposti a sposare i piani di Tesla, che hanno bisogno di periodi più lunghi di quelli previsti. Spinto dall’urgenza che lo divorava, Musk ha fatto la mossa più avventata di sempre, annunciando di aver trovato un investitore di lungo termine che non c’era.

Forse la corsa di Musk è finita. O forse, come osserva l’Economist, ha bisogno di reperire un manager cui affidarsi, capace di sviluppare quell’organizzazione produttiva e commerciale che finora è mancata a Tesla. Lo si vedrà fin dai prossimi mesi. Pur coi suoi toni esasperati e strumentali, Musk ha individuato un limite profondo dell’odierno capitalismo di Borsa, quello di non essere adatto a investire nei progetti tecnologici a lungo termine, quando le scadenze si fanno più complicate e incerte.

Tra Fincantieri e Leonardo prove di intesa nel settore navale

L’annuncio è di ieri: Fincantieri e Leonardo stanno rafforzando la collaborazione nel settore navale rilanciando la Joint Venture “Orizzonte Sistemi Navali”. Un segnale di distensione dopo i diversi sgambetti dei mesi scorsi e il richiamo alla collaborazione arrivato dalla stessa ministra della Difesa, Elisabetta Trenta. A settembre Leonardo aveva ad esempio annunciato di avere esercitato il diritto di prelazione, in qualità di socio, per rilevare il 98,54% di Vitrociset, scalzando l’offerta lanciata ad agosto da Fincantieri e Mer Mec, mentre Fincantieri ha cercato di portare avanti un’intesa con la francese Naval Group.

I due gruppi, spiega la nota di ieri, hanno concordato un’intesa nel settore delle navi militari con l’obiettivo di “competere su un mercato sempre più dinamico”, “valorizzando le reciproche competenze sviluppate in ambito nazionale in un’ottica di Sistema Paese”. Orizzonte Sistemi Navali dovrebbe quindi assumere la responsabilità del Sistema di Combattimento e definire i requisiti dei sottosistemi, compreso il Sistema di Comando e Controllo.
In base all’intesa, Fincantieri rimarrà Prime Contractor e interfaccia unica verso il cliente, mentre Leonardo conserverà il suo ruolo di progettista e fornitore dei sistemi e degli apparati del Sistema di Combattimento e del Sistema di Comando e Controllo. Fincantieri avrà una quota del 51% mentre Leonardo del 49%. L’intesa sarà oggetto di successivi accordi vincolanti che le parti definiranno nel rispetto dei profili regolatori applicabili, inclusi quelli in materia di operazioni tra parti correlate e antitrust.
”La rinnovata collaborazione permetterà inoltre di proporre soluzioni innovative attraverso un’offerta più competitiva caratterizzata da migliori prodotti e servizi da proporre sul mercato nazionale e internazionale, coinvolgendo in modo più strutturato le piccole e medie imprese. Per questo – conclude la nota – i due gruppi hanno deciso di costituire dei tavoli di lavoro permanenti per facilitare la collaborazione nello sviluppo di nuovi prodotti diretti a unità navali e nell’ottimizzazione della supply chain”.

“Italiani prendete Btp”: pro e contro del piano contro la speculazione

“Non staremo fermi, abbiamo più di un’idea” sul problema dello spread. “Io sono convinto che gli italiani siano pronti a darci una mano”, dice Matteo Salvini, a margine dell’incontro del G6 a Lione. E difatti tra i provvedimenti che il governo potrebbe mettere in campo nelle prossime settimane prende sempre più forma l’idea dei Cir, i nuovi Conti individuali di risparmio. Un’idea targata Lega, appunto, per incentivare i risparmiatori italiani tramite il sempre seducente appeal fiscale a mettere parte dei loro risparmi in titoli di Stato.

Le ultime indiscrezioni parlano di un tetto di 3mila euro per risparmiatore all’anno per un investimento cumulativo non superiore a 90mila euro. Nella prima fase sperimentale il sottostante dei Cir dovrebbero essere i Btp, a partire da quelli con scadenza a 5 anni e per usufruire dei vantaggi bisognerà mantenerli per un certo periodo di tempo o fino alla scadenza.

I vantaggi offerti? Rendimenti non tassati (invece del 12,5% previsto) e deducibilità al 23% ovvero un abbattimento del reddito imponibile per il calcolo dell’Irpef, oltre che zero imposte su donazioni e successioni come già accade per i titoli di Stato.

Il ragionamento è semplice e ha qualche fondamento sul piano teorico: se buona parte degli italiani comprassero più titoli “Made in Italy” anziché lasciare oltre 1.000 miliardi di euro sui conti correnti, il Paese sarebbe meno esposto agli umori degli investitori internazionali e alla speculazione. Insomma una soluzione alla giapponese per tenere a bada lo spread. Il Paese del Sol Levante alcuni anni fa ha fatto da apripista a questo tipo di marketing sovranista finanziario e con l’Italia ha in comune il fatto di essere fra i Paesi al mondo con il più alto tasso debito pubblico/Pil. Il Giappone vanta un debito pubblico in percentuale sul Pil del 240% contro il 132% tricolore, ma con investitori esteri nel loro caso pari solo al 5% mentre in Italia siamo (dopo i deflussi degli ultimi mesi) a circa il 30% dei Btp detenuto fuori confine.

Non che i soldi degli stranieri non siano buoni ma la storia finanziaria (e non solo quella recente) insegna che uno stato sovrano quando ha il suo debito collocato fuori dai confini nazionali può essere più vulnerabile e soggetto a pressioni e speculazioni. Se teoricamente l’idea ha quindi qualche fondamento, il successo dei Cir non è assicurato perché il mercato del risparmio in Italia è guidato soprattutto dall’offerta e i Cir, secondo alcuni osservatori, difficilmente sfonderanno se le banche e le reti di vendita non troveranno il modo di guadagnarci qualcosa di comparabile a quanto ricavano dalla vendita di altri strumenti.

Si parla da qualche settimana di un tetto a 15 miliardi di euro all’anno per questa offerta Btp discount con lo zuccherino fiscale ed evidentemente il confronto con le banche e assicurazioni italiane ha suggerito agli estensori della proposta (fra cui Armando Siri, sottosegretario alle Infrastrutture ed esperto economico della Lega con i colleghi al Mef Massimo Garavaglia e Massimo Bitonci) di cercare di trovare un compromesso con il sistema.

Nella proposta dei Cir oltre che di sostegno e salvaguardia del debito pubblico tricolore si parla di finanziamento mirato di infrastrutture e sarà curioso sapere come avverrà questa “tracciabilità” per verificare che effettivamente i risparmi della signora Maria sono andati a finanziare, per esempio, il viadotto in Calabria e non il pagamento dei vitalizi degli ex senatori della Prima Repubblica. Occorrerà poi vedere se questa proposta non alzerà il livello dello scontro con Bruxelles perché legittimamente qualcuno si domanda se all’interno della Ue uno Stato può decidere di favorire la sottoscrizione del suo debito rispetto a quello di altri Paesi.

Lato risparmiatore, poi, la convenienza sui Cir, una volta chiariti tutti i punti, è da valutare caso per caso. Se si passa dal punto di vista macroeconomico a quello micro un investitore dovrebbe valutare quanto ha già scommesso sull’Italia con tutti i suoi investimenti (finanziari, ma anche immobiliari). E da questo punto di vista la fotografia che ci offre il risparmiatore medio italiano è quella di un investitore che sull’Italia ci ha scommesso spesso pure la camicia. Detiene una liquidità elevatissima su banche italiane, ha per anni sofferto di “mattonite” e spesso non solo ha una ma più case di proprietà; detiene anche obbligazioni (soprattutto titoli di Stato o di banche che gli hanno rifilato i propri titoli) e azioni italiane in buona percentuale. Un risparmiatore insomma quello italiano poco diversificato e molto dipendente dall’andamento della “nave” Italia.

Il limite massimo proposto di 3.000 euro annuali sui Cir può certo scongiurare questo rischio di concentrazione. Si diversifica perché come dice il buon senso non si mettono tutte le uova nello stesso paniere e questo resta l’Abc dell’educazione finanziaria.

Quindici miliardi di euro infine di raccolta e tetto per il primo anno dei Cir sono certo un obiettivo significativo ma con un debito pubblico dello Stato italiano a 2.330 miliardi di euro rappresentano lo 0,64%. Quasi noccioline. La Bce in questi anni con il Quantitative Easing (i rubinetti si stanno chiudendo) ha acquistato, infatti, Btp e affini per 350 miliardi di euro (il 15% del debito pubblico tricolore). Le banche e le assicurazioni italiane già detengono circa il 40% del debito domestico e sono a “tappo”. Convincere la signora Maria ad acquistare più Btp ci può stare. Ma con questi numeri in gioco non è certo questa la soluzione taumaturgica.

 

Spread, torna l’incubo 2011. Banche zeppe di titoli di Stato

Cinquanta miliardi in più. Cinquanta miliardi, oltre due volte una manovra finanziaria, di troppo e che oggi pesano come un macigno sui destini dell’industria del credito. Il tutto in soli sette mesi. Le banche italiane sono tornate a imbottirsi di titoli del nostro debito pubblico proprio quando sembrava che non ce ne fosse più bisogno. A luglio ultimo dato reso disponibile dalla Banca d’Italia i titoli di Stato in pancia al sistema bancario italiano sono saliti a 373 miliardi di euro. Solo a dicembre dello scorso anno lo stock di debito pubblico nei portafogli era di 323 miliardi. Un exploit pericoloso ora che, da maggio scorso, lo spread ha cominciato a reimpensierire seriamente non solo gli osservatori ma l’intero Paese. Riacquisti che hanno ripreso consistenza proprio da maggio e sono proseguiti sull’onda dell’avvio della fuga degli investitori esteri dal nostro debito, sull’onda delle preoccupazioni legate al governo del deficit spending.

 

Il timore di tornare indietro di sette anni

Di fatto con i loro acquisti le banche italiane hanno rimesso in moto il triste copione della crisi del debito sovrano del 2011. Lo spread volato sopra i 500 punti indusse infatti molti detentori esteri a liberarsi delle posizioni sull’Italia e il nostro sistema finanziario, banche e assicurazioni, finì per immolarsi sull’altare della stabilità. Senza l’apporto degli acquisiti controcorrente delle banche chissà cosa sarebbe accaduto ai destini della tenuta del nostro debito da 2.300 miliardi. Un ruolo improprio che ha fatto di necessità virtù ma con un contraccolpo feroce: appaiare sempre più il rischio sovrano a quello bancario. Come in un’osmosi perfetta. E pericolosa. Come non ricordare che al picco della crisi post 2011 il sistema bancario era arrivato a superare i 400 miliardi di titoli di Stato nei bilanci. Il doppio dei livelli abituali pre-crisi. Consegnando mani e piedi delle banche ai capricci dello spread. Un legame vizioso e perverso che se da un lato ha evitato il crac del Paese ha reso le banche vulnerabili. E ora con 50 miliardi in più acquistati negli scorsi mesi il sistema bancario è sempre più vicino a replicare lo schema del 2011.

Del resto non pare esserci molte alternative. Chi può sostituire i fondi d’investimento stranieri in fuga? Le famiglie forse? Ora, ogni volta che lo spread prende il volo verso l’alto le banche segnano perdite sul loro patrimonio. Gli analisti stimano che per ogni 100 punti base di rialzo del differenziale di rendimento le banche accusino svalutazioni del loro capitale di base per 30 punti base. E se il capitale viene eroso accadono due cose: le banche potrebbero essere costrette a una nuova tornata di aumenti di capitale e soprattutto si creano le premesse per un nuova stretta creditizia su imprese e famiglie.

 

I bond sono due volte il capitale degli istituti

Quel numero del controvalore dei Btp in pancia alle banche da solo dice poco. Ma se rapportato al capitale ci racconta che gli oltre 370 miliardi di titoli di Stato valgono come aggregato quasi 2 volte il patrimonio degli istituti. Un peso notevole che le espone molto ai capricci del rialzo dei rendimenti che svaluta i titoli e intacca il patrimonio. Solo le prime 5 banche italiane possedevano a fine giugno quasi la metà dello stock complessivo. Intesa la prima banca italiana per redditività e solidità ha tra portafoglio bancario e assicurativo 82 miliardi di titoli del debito italiano. UniCredit ne ha per 55 miliardi; Monte dei Paschi di Siena ne possiede 21 miliardi, in crescita sui 17,6 miliardi di fine 2017; Ubi ha 9,9 miliardi e BancoBpm ne possiede per 19 miliardi.

Le due grandi banche hanno mantenuto nel primo semestre più o meno identici i pesi, mentre Mps ha incrementato di 3,5 miliardi gli acquisti e Ubi e BancoBpm hanno alleggerito di un 10% entrambe l’esposizione. Il tema di fondo non è il peso in sé ma il suo rapporto con l’attivo di bilancio e il capitale soprattutto. Mps che non a caso è banca pubblica ha il rapporto più sbilanciato: i 21 miliardi di bond governativi italiani in portafoglio valgono il 230% del capitale e il 15% dell’intero attivo di bilancio. Ovvio che la banca di Siena finisce per essere la più esposta ai rialzi dello spread.

 

Il rischio di un nuovo credit crunch

Ma il tema del legame simbiotico con il debito pubblico non riguarda solo eventuali deprezzamenti di capitale. Riguarda anche il futuro dell’industria del credito e dei suoi rapporti con l’economia reale. Le banche, come fatto in tutte le precedenti crisi, possono a fronte di incertezze future sul capitale stringere i cordoni del credito. Fare delevereging come si dice in gergo. Un nuovo credit crunch potrebbe riapparire sulla scena. Non che quello vecchio sia passato. Tuttora mancano all’appello 70 miliardi di stock di prestiti a imprese e famiglie. Il monte crediti era nel 2013 di 1.414 miliardi. A fine 2017 siamo fermi a 1.347 miliardi. In caduta i prestiti alle imprese per almeno 100 miliardi compensati in parte dal buon andamento dei mutui alle famiglie. Solo per dare un’idea UniCredit ha ridotto dal 2013 al 2017 i crediti alla clientela per 55 miliardi; Mps per 40 miliardi su uno stock di 131 miliardi (-30% in 5 anni). Solo Intesa è andata controcorrente incrementando del 19% il suo stock di crediti passato da 344 miliardi del 2013 a 411 miliardi di fine 2017. Una nuova stretta del credito per un Paese che sta frenando sulla crescita può aprire le porte a una nuova recessione.

I poveri non sono diversi dai benestanti

C’è un certo consenso all’idea che lo Stato possa e debba controllare come verrà speso il reddito di cittadinanza, escludendo l’utilizzo della apposita card per beni e servizi “immorali” o superflui. Perché lo stesso principio sembrerebbe ignobile se applicato a pensioni non coperte da contributi o al bonus degli 80 euro? La risposta è nel pregiudizio, palese, che i poveri sono meno capaci degli altri di amministrare le proprie finanze e tendono a sprecare soldi in gioco, alcol e altri vizi.

Ma questo non è vero, lo dimostrano le ricerche di una famosa economista italiana, Oriana Bandiera della London School of Economics. In Bangladesh la Bandiera ha studiato cosa succede affidando una mucca ad alcune donne scelte a caso nei villaggi più poveri del Paese (una mucca vale 560 dollari, con un Pil pro capite di 541, quindi è un grosso asset). Se fosse vero che i poveri, in quanto tali, si comportano peggio delle persone abbienti, le donne avrebbero dovuto rivelarsi incapaci di gestire una tale responsabilità, dissipare tutto il guadagno extra e magari lasciar morire di stenti l’animale perché incapaci di proiettarsi sul futuro. Dopo quattro anni, invece, il risultato è opposto: le donne con la mucca si sono comportate in modo saggio e accorto, hanno lavorato più ore al giorno e per più giorni, per far fruttare l’investimento, hanno guadagnato di più ma hanno subito aumentato il proprio tasso di risparmio, hanno investito sulla mucca ma anche su altro, per diversificare il rischio. Morale: togliete un povero dalla condizione di povertà e smetterà di comportarsi da povero. C’è una soglia minima di ricchezza, conclude Oriana Bandiera, sotto la quale i poveri non riescono a comportarsi in modo “normale” perché condizionati dalla priorità della mera sopravvivenza. Ma se si riesce a portarli sopra quella soglia, sono risparmiatori e consumatori come tutti gli altri.

Invece che pensare a quali consumi sono “morali” per un povero, bisognerebbe preoccuparsi di quando e come smetterà di essere tale.