Popolare di Bari, lo scandalo bancario a scoppio ritardato

Se non fosse una tragedia, la crisi delle banche popolari non quotate italiane sarebbe una pochade. Dopo la tournée in Veneto, l’ennesima replica sta andando in scena in Puglia, ancora una volta tutta giocata sullo strabismo delle autorità di vigilanza. Negli anni scorsi Banca d’Italia e Consob hanno sorvolato sulla Banca Popolare di Bari, autorizzandola anzi ad acquisire istituti di credito in difficoltà. Ora che però la situazione della banca governata dalla famiglia Jacobini si fa difficile, alle prese con la trasformazione in società per azioni (l’assemblea è fissata per il 16 dicembre) e con un nuovo aumento di capitale, gli sceriffi del mercato si riscuotono dal torpore e impugnata la Colt riportano la legge in città.

Dai conti, Banca Popolare di Bari non parrebbe in affanno: il bilancio del gruppo nel 2017 ha segnato un utile di 1,05 milioni (erano 5,25 nel 2016) dopo rettifiche di avviamenti per 18,5 milioni. Gli indici patrimoniali sono migliorati — il Cet1 dal 9,2 al 10,2 per cento e il Tier1 dal 12 al 12,7 per cento, sopra i requisiti regolamentari — Ma non è tutto oro quello che luccica.

Lo sanno bene i quasi 70mila soci della Popolare, che a fine 2017 contava 353 filiali in 13 regioni e 3.062 dipendenti. A questi risparmiatori negli anni la banca ha piazzato 160,36 milioni di azioni non quotate e illiquide. Titoli che valevano sino a 9,53 euro ma che oggi sono scambiati sul circuito telematico Hi-Mtf a 2,38 euro, con un tracollo del 75 per cento. Prima dell’obbligo di trattazione sul circuito telematico, deciso il 18 ottobre 2016 dalla Consob con la comunicazione 92492 a tutte le banche non quotate, le azioni erano valutate come quelle delle altre Popolari non quotate, attraverso procedure di esperti indipendenti richieste dal consiglio di amministrazione e poi approvate dai soci in assemblea a multipli elevatissimi. Un modo, utilizzato anche a Vicenza, per chiedere all’oste se il vino era buono. Se si considera che incombe un aumento di capitale stimato dai 250 ai 350 milioni (ma potrebbero essere di più), non è difficile immaginare il futuro dell’azione.

E sì che nel tempo la Bari era come il Mr. Wolf di Pulp Fiction: “risolveva i problemi” alla Vigilanza. Banca d’Italia nel 2009 autorizzò la Popolare ad acquistare Cassa di Orvieto e nel 2014 diede via libera all’acquisizione della Casse di Teramo (Tercas) e di Pescara (Caripe), in grosse difficoltà. L’acquisizione di Tercas e di Caripe fu finanziata dalla Bari con un aumento di capitale da 500 milioni, vidimato da via Nazionale e da Consob, piazzato metà in azioni (a 8,95 euro l’una) e metà in obbligazioni subordinate.

Eppure il carico da novanta ora lo mettono proprio le autorità di controllo. Dopo anni di denunce di azionisti inferociti per l’impossibilità di vendere le proprie azioni e segnalazioni dei media, la Consob si è svegliata e con le delibere 20583 e 20584 nei giorni scorsi ha sanzionato i vertici della Popolare, a partire dall’ad Marco Jacobini (consigliere da quarant’anni), e la banca stessa per 2,6 milioni. La motivazione? Violazioni di legge sugli aumenti di capitale del 2014 e 2015 nella vendita delle azioni ai clienti. La banca non avrebbe comunicato nei prospetti informativi le modalità di determinazione del prezzo dell’azione, omettendo consulenze che lo fissavano più in basso, e avrebbe forzato i profili di rischio dei clienti per potergli piazzare azioni, bond subordinati e finanziamenti “baciati”. Esemplare il caso della società di costruzioni Debar, cui fu concesso di vendere azioni per 4,1 milioni per rientrare di 5,15 milioni di finanziamento concesso dalla stessa Popolare. Secondo la Consob, a fine 2016 29mila clienti della Bari (il 36,5 per cento del totale) “presentava un portafoglio inadeguato”.

Chi si è accorto delle irregolarità? Proprio Banca d’Italia, che nel 2016 ha disposto una verifica. Il tutto ha portato a scoprire che sino a metà 2017 la gestione degli scambi delle azioni della Popolare di Bari, realizzata dall’area finanza della banca, presentava carenze ed errori che non consentivano di rispettare gli ordini dei clienti, come d’altronde già segnalato da oltre 200 esposti. Tant’è vero che la banca ha dovuto rimborsare cinque azionisti e che l’Arbitro bancario finanziario ha disposto rimborsi per i danni, stabilendo che la banca ha violato le “regole di condotta” perché gli acquirenti non erano in grado di percepire la rischiosità dei titoli. Intanto sulla banca indaga anche la Procura del capoluogo pugliese.

Ma i guai non sono finiti. Secondo Giuseppe D’Orta, consulente finanziario indipendente e responsabile della tutela del risparmio di Aduc, “al prezzo attuale di 2,38 euro la Popolare di Bari capitalizza circa 380 milioni: erano un miliardo e 200 milioni al prezzo di 7,5 euro. Applicando i multipli di bilancio di altri istituti comparabili con la banca, il prezzo può ancora almeno dimezzarsi, e la capitalizzazione complessiva scenderebbe a 190 milioni. In caso di aumento di capitale da 250-350 milioni, alla Popolare occorrerebbe nuovo capitale per un valore superiore alla propria capitalizzazione. Chi sborserebbe 250-350 milioni? Difficile pensare ai piccoli azionisti, visto il crollo delle azioni da loro possedute”. Anche a Mr. Wolf così ora serve un Mr. Wolf.

Mail Box

 

I finti allarmi sulla futura riforma delle pensioni

Vengono lanciati allarmi dai vari commentatori politici sulla “quota 100” della futura riforma delle pensioni, asserendo che porterà vuoti paurosi nella sanità e nella scuola per via della massa di medici e insegnanti che andranno in pensione in un colpo solo. È la scoperta dell’acqua calda.

Se una legge scriteriata ha bloccato per 5 anni migliaia di persone che dovevano giustamente andare in pensione a 60, o 62, o 65 anni, è evidente che se oggi si vuole riparare al madornale errore che fu commesso allora dalla Fornero, qualunque sia la “quota” immaginata, si provocherà un onda di ritorno uguale e contraria; un po’ come lo tsunami che prima fa danni con la prima onda, poi ne fa altri ritirandosi in mare. Possibile che questi super tecnici, super preparati, da Monti in giù, che forse poi così tecnici non erano, non ci abbiano pensato? Che una gradualità, anziché un blocco immediato di 5 anni sarebbe stata auspicabile? Che se avevano così bisogno di soldi, a parte la patrimoniale per i ricchi, mai attuata ne da loro ne da altri, c’erano mille pozzi dove scovare il denaro che mancava, dalla Tav, agli F35, alle missioni militari all’estero, e mille altre poste di spesa inutili e dannose ignorate?

Oggi, volendo riparare a quell’errore, continuiamo a pagarne le pesanti conseguenze, anche nell’atto di porvi rimedio. Ciò dimostra quanto quelle politiche furono sbagliate.

Enrico Costantini

 

Misure contro la povertà per salvare il tessuto sociale

Per decenni ci hanno sfinito con il mantra: “Prima i sacrifici, poi i benefici”. Ci siamo invece accorti che non solo la fase 2 non arrivava mai, ma addirittura la situazione andava peggiorando, fino a provocare il dramma di cinque milioni di poveri assoluti e di altri milioni di lavoratori precari “usa e getta”. I costi della crisi, quindi, sono stati scaricati sui ceti sociali più deboli, perché, secondo i sapientoni, le leggi dell’economia non ci consentivano di fare altrimenti. Innanzitutto l’economia non è una scienza esatta per cui, se cambiano i postulati di partenza, si deducono conclusioni diametralmente opposte. Anche nell’ambito della geometria, modificando i postulati iniziali, si deducono teoremi opposti a quelli euclidei.

A tale proposito, il premio Nobel per l’economia 2001 Joseph Stiglitz va da tempo sostenendo come nei periodi di crisi sia necessario, soprattutto per i paesi che sono indebitati, ricorrere a massicci investimenti pubblici per favorire la crescita economica e mai, invece, a politiche di austerity, che l’illustre economista ha paragonato a una stupida modifica della disposizione delle sdraio sul ponte del Titanic.

Le misure per ridurre il debito vanno, invece, prese nei periodi di espansione economica. Persino i tecnocrati Ue si sono resi conto della inadeguatezza delle politiche di austerity, ma solo dopo aver massacrato la Grecia, dove attualmente si registra un aumento abnorme della mortalità infantile, dei disoccupati, dei senzatetto e dei cittadini in stato di indigenza costretti a rinunciare alle cure mediche. Ecco perché, alla luce di quella drammatica esperienza, il nostro governo ha adottato delle misure contro la povertà, al fine di evitare una irreversibile lacerazione del tessuto sociale, nella consapevolezza che tale degrado potrebbe provocare anche un incremento della criminalità, vista la presenza nel nostro paese di potenti organizzazioni criminali. Ovviamente, i fan del neoliberismo ignorano la correlazione tra povertà e criminalità accertata da tutti gli studi effettuati in ambito sociologico.

Maurizio Burattini

 

Vip in disgrazia, c’è chi sbarca il lunario con 500 euro

In questi giorni ho letto in più giornali che sono moltissime le celebrità, tra vip e star italiane e internazionali, che sono cadute in disgrazia dopo aver gestito male il loro patrimonio in denaro o in possedimenti. In una parola, hanno dilapidato tutti i loro averi tra vizi, lusso sfrenato, ville hollywoodiane e auto da sogno. Vi è stato, in passato, qualche artista in Italia che ha avuto il coraggio, dopo una vita disordinata e spendacciona, di chiedere aiuto allo Stato invocando il sussidio previsto dalla legge Bacchelli.

Mi chiedo e chiedo provocatoriamente: dove sono finite tutte le cifre stratosferiche guadagnate nella lunga carriera artistica? Bene fa il Codacons a opporsi a un vitalizio del genere. In Italia ci sono tantissimi pensionati che sono costretti a sbarcare il lunario con una misera pensione di circa 500 euro al mese. La buonanima di mia madre mi educava sempre a fare la formica: essere laborioso risparmiatore, saggio e tenace amministratore. Si abbia, per favore, un po’ di dignità.

Franco Petraglia

 

Grazie ai “Don Chisciotte” della marcia per la Pace

Considerata inutile, quasi ingenua, ritengo invece la testimonianza una pratica politica di grande valore politico. Come lo è stata la Marcia per la pace Perugia-Assisi, declassata a passeggiata per idealisti sentimentali da chi si spaccia per saperla lunga e si vanta di badare al sodo… Allora grazie a Flavio Lotti e a tutti quei “Don Chisciotte” che hanno partecipati sotto la pioggia alla Marcia per la pace, perché c’è un gran bisogno di testimonianza e di quelle “ingenue” bandiere arcobaleno. Che testardamente affermano che c’è pace solo se c’è buona politica.

Massimo Marnetto

Maturità. I dettagli della seconda prova d’esame arriveranno entro fine ottobre

 

Le novità diffuse nei giorni scorsi a tre settimane dall’inizio delle lezioni sulle modalità di svolgimento della sessione estiva 2019 degli esami di stato lasciano un vuoto relativamente ai contenuti della seconda prova scritta. La circolare diffusa rinvia, infatti, a un emanando decreto la definizione del numero di discipline coinvolte nella seconda prova e della tipologia della stessa. Quanto ancora dovranno attendere il mezzo milione di candidati per sapere esattamente a cosa vanno incontro e di conseguenza per potersi preparare in maniera adeguata?

Lettera Firmata

 

Gentile lettore, la settimana scorsa è stata diffusa una circolare che dettaglia la riforma dell’esame di Stato con molte novità: la prima è che per accedervi non ci sarà più l’obbligo della prova Invalsi e della frequenza dei corsi e delle ore di Alternanza Scuola-Lavoro. Sarà necessaria, invece, la frequenza ad almeno i tre quarti del monte ore scolastico, la sufficienza in tutte le materie (o di una insufficienza motivata) e si darà più peso al percorso di studi per il voto finale, tanto che i crediti formativi varranno 40 punti su 100, invece degli attuali 25. Soprattutto, cambiano le prove scritte che passano da tre a due. È stata spiegata nel dettaglio la prima prova scritta, quella di italiano, che prevede tre tipologie di tracce (saranno sette in totale) tra cui scegliere: analisi del testo di autori post Unità d’Italia, la produzione di un testo argomentativo sulla base dei documenti forniti e una traccia vicina alle esperienze degli studenti. Effettivamente manca ancora il dettaglio della seconda prova di cui finora è stato solo detto che riguarderà una o più discipline “caratterizzanti” i percorsi di studio e che ci saranno griglie nazionali di valutazione, ovvero dei parametri unici forniti alle commissioni per rendere omogenea la correzione in tutta Italia. Stop. Nessun altro dettaglio, come lei fa giustamente notare. Pare però che non bisognerà aspettare ancora molto per leggere il secondo capitolo di questa riforma work in progress. Entro la fine di ottobre dovrebbero essere infatti redatti i Quadri di riferimento della seconda prova, un documento tecnico che spiegherà il dettaglio della seconda prova e che precederà poi una ordinanza definitiva sulla totalità della riforma dell’esame di maturità. Ci stanno lavorando al Ministero ora e l’idea è che il ministro nelle prossime settimane lo analizzi e dia il via libera. Da allora, gli studenti – e i docenti – avranno circa 7 mesi per prepararsi, almeno sul metodo. Sui contenuti sicuramente possono già iniziare.

Virginia Della Sala

Il caso Bolsonaro o del Sudamerica come mondo all’incontrario

Il personaggio di uno dei romanzi di Umberto Eco raccontava che il risucchio del lavandino in Sudamerica va al rovescio rispetto al nostro e così pure il “risucchio ideologico”. Sarà per questa inversione che certi che qui in Italia vogliono abbassare l’età pensionabile, alzare la spesa pubblica e avere la garanzia della Bce sul debito si eccitano per la probabile elezione di Jair Bolsonaro in Brasile? Twitta Salvini che “il vento sta cambiando ovunque”. Sarà, ma ’sto vento ci pare di averlo già sentito soffiare. Bolsonaro è il classico fascioliberista sudamericano – un po’ zingaro, un po’ peones, un po’ Chicago boy – solo più maleducato della media. È tanto vero che, quando non vuole convertire i gay a mazzate o non si mostra comprensivo coi torturatori d’antan – chiama quelli del Pt di Lula “populisti”: ma pensa te… E il programma? Meraviglia: meno Stato, pareggio di bilancio, privatizzazioni e free trade a tutta randa e, dulcis in fundo, Banca centrale indipendente… come la Bce. Più le mazzate: se vi ricorda il Cile di Pinochet, c’è un motivo. “Aria nuova!”, twitta invece Salvini. Ora o qualcuno gli spiega che quello ha il programma di Monti o, se lo sa, c’è qualcosa che scopriremo presto. A meno che non sia la maleducazione la base politica comune: estremo, ma può funzionare…

P.S. Notevole, va detto, pure il fatto che Repubblica e altri definiscano Bolsonaro “sovranista”: va bene che è una parola che non si sa cosa significhi, ma rispetto a cosa? Vuole forse uscire dall’Unione Sudamericana che gli ha garantito 70 anni di pace?

Non lo spread ma una risata vi seppellirà

Un rumore di sottofondo accompagna la manovra economica del governo. Per la verità, non così di sottofondo visto che si esplicita in annunci di catastrofe a tutta pagina – “faremo la fine della Grecia”, “pagheranno i nostri figli”, “e i figli dei figli dei figli dei nostri figli”. Figli che, sempre per la verità, non facciamo più grazie a politiche e parametri che “se non li rispettiamo faremo la fine della Grecia e pagheranno i nostri figli e i figli dei figli…”. Il classico cane che si morde la coda.

Non che questo coro lamentoso sia infondato, per carità, la preoccupazione su conti, spread, mercati ci sta tutta, solo stupisce che si manifesti con questa veemenza per la manovra-deficit-debito gialloverde, quando di manovre-deficit-debito ne abbiamo viste negli anni di tutti i colori, “eh, ma non si può fare altrimenti, è per la crescita”.

Nel Buu lacrimevole – e a tratti goduto – di chi incrocia le dita per il default, fanno breccia qua e là grasse risate. A provocare ilarità irrefrenabile è, ça va sans dire, il reddito di cittadinanza.

In un sodalizio degno di Scherzi a parte tra il partito che veniva da sinistra e diceva di stare dalla parte degli ultimi (dopo le tavole della legge renziane ora preferisce i mercati, i Parioli e Mara Carfagna); i suoi comici, vignettisti, entertainer di riferimento (quelli jeans sdrucito e majettina, che “stamo coi derelitti, che te lo dico a fa’”); e i professori, economisti, liberisti e tutti gli -isti bocconiani (quelli giacca e cravatta in pelle umana): è tutto un “Di Maio, facce ride”. E giù a spernacchiare e sghignazzare sul divano (dove ci si godrà il reddito), sugli imbrogli dei finti poracci che ripristineranno il baratto (ti do una bistecca, mi dai un buono carburante?), sul carcere per chi fa il furbo, sui consumi che resteranno al palo (con gli 80 euro invece, caviale e champagne), sulle “spese immorali” (pure la Nutella?), sul meglio ridurre le tasse che dare sussidi (infatti con le decontribuzioni alle imprese, boom di occupazione che peggio di noi ci sono solo Grecia e Spagna). Che matte risate! Da lacrime agli occhi!

In realtà le lacrime – vere, di pianto – vengono a veder sbeffeggiato un provvedimento che vuole dare un po’ di respiro a oltre 5 milioni di italiani che vivono in povertà assoluta, è un sostegno al reinserimento lavorativo e non semplice assistenzialismo, esiste già nella gran parte dei paesi europei, era previsto nei programmi elettorali di tutti i partiti sia pure con nomi diversi (“reddito d’inclusione” per il Pd, “reddito di dignità” per il centrodestra unito con tanto di Lega).

Che c’è da ridere? Perché si pensa di erogarlo con il bancomat, così da scongiurare gli imbarazzi della social card tremontiana, controllare le spese, renderle tracciabili, iniettare miliardi nell’economia reale (negozi, commercianti, imprese)? Se lo Stato controllasse davvero ogni volta che eroga denaro pubblico, non avremmo tutti gli sprechi che ci fanno tanto indignare. Il problema è riuscire a farlo, non che si faccia così.

Altro che ridere, viene da piangere a vedere questa (presunta) sinistra talmente accecata dall’odio preconcetto da perdere di vista il merito e i bisognosi. O è la risata isterica di chi sa che in quella povertà c’è (anche) il suo zampino?

Pallone d’oro, meglio non darlo a Ronaldo

Lo stupro è un “crimine abominevole”. Lo ha dichiarato Cristiano Ronaldo, travolto in questi giorni da diverse accuse di violenza sessuale (di cui ci racconta tutto Luca Pisapia a pagina 23). Siamo completamente d’accordo con lui: del resto, come si potrebbe non esserlo? L’affermazione è talmente autoevidente da sembrare scontata, eppure tra il dire e il fare ci sono di mezzo moltissimi soldi. Il presunto crimine abominevole è trattato sui giornali con molti imbarazzi conditi da frasi di circostanza che nulla hanno a che fare con i fatti. Per esempio, sappiamo che la dirigenza della Juventus definisce il giocatore un “professionista eccezionale dentro e fuori dal campo”, “impegnato nel sociale”. Affermazioni che non ci permettiamo di mettere in dubbio, ma sono non proprio pertinenti.

Accuse di questa natura non sono nuove a Ronaldo: nell’ottobre del 2005 la Gazzetta dello Sport dava notizia dell’arresto a Londra del giovanissimo giocatore, sempre in relazione a un’accusa di stupro. I fatti di cui parliamo ora – la polizia del Nevada ha riaperto l’indagine – risalgono al 2009. Ma il centro sembrano essere i soldi. I presunti danni d’immagine alla Juventus, che ha speso 100 milioni per il fuoriclasse e perso dieci punti in borsa. I 375mila dollari che Ronaldo avrebbe versato a Kathryn Mayorga, la presunta vittima di Las Vegas, in cambio del suo silenzio. I denari degli sponsor che sono tutti piuttosto in allarme anche se la stampa minimizza (Ea Sports, casa produttrice di Fifa 19, sulla cui copertina campeggia Cr7, ha rilasciato questo comunicato : “Monitoriamo la situazione con attenzione, perché ci aspettiamo che i nostri atleti di copertina e ambasciatori mantengano sempre una condotta in linea con i valori di Ea Sports”). Pecunia, non olet, ma almeno i “crimini abominevoli” un po’ di odore sgradevole dovrebbero emanarlo.

Per fortuna Ronaldo non fa il giudice in un talent musicale, altrimenti avrebbe perso il lavoro come è accaduto ad Asia Argento. Anche qui c’è di mezzo un accordo di riservatezza relativo a un reato sessuale. Con una differenza: l’attrice è accusata di aver fatto sesso con un ragazzo consenziente a pochi mesi dalla maggiore età, mentre Ronaldo è accusato di aver costretto una donna a un rapporto contro la sua volontà. Secondo quanto riferito dallo Spiegel, l’uomo avrebbe ammesso di essere stato brusco e che effettivamente la ragazza aveva espresso la sua volontà, dicendo ripetutamente “no” e “basta”. Questa storia non può, naturalmente, essere ridotta a una questione di tifoseria, come sembra stia accadendo (poveri noi). Ma sarà bene che la Juventus, celebre per il suo “stile”, si renda conto che qui non abbiamo a che fare con una scocciatura, ma con una faccenda da trattare con estrema serietà. Si rischia – fischiettando, cercando di parlar d’altro – di far passare un pessimo messaggio: con i soldi si può fare tutto, tutto si accomoda, tutto si può compare: i figli, l’impunità, il silenzio. È stato l’anno del #Metoo, pensavamo che almeno fosse servito a mantenere alta l’attenzione su questi temi. Intanto i giornali si affrettano a sottolineare che il campione è in vacanza, come i compagni di squadra, e si trova a Lisbona sebbene non sia stato convocato dal ct del Portogallo Santos per le partite della Nations League. Salterà anche Italia-Portogallo, il 17 novembre a San Siro. Ma “nessuna dietrologia”, “era stato già deciso”. Sembra invece che Ronaldo abbia partecipato nella capitale portoghese a un vertice con il suo team di avvocati, visto che le accuse pare si stiano moltiplicando. Da ultimo, si assegna in questi giorni il Pallone d’Oro e il campione portoghese è in lizza: meglio evitare. Il tempismo è tutto.

Csm, il sorteggio è necessario

La legge n. 44 del 2002, che modificò il sistema elettorale della componente togata, intendeva perseguire la riduzione del peso delle “correnti” all’interno del Csm. Tuttavia, il nuovo sistema elettorale, prevedendo l’elezione in un collegio unico nazionale, ha di fatto sortito l’effetto opposto. Infatti, proprio su base nazionale diviene praticamente impossibile che un candidato non sostenuto dalle correnti abbia concrete chance di essere eletto. A ciò si aggiunga che, anche laddove un candidato non supportato da alcuna corrente riuscisse a essere eletto, la sua possibilità di incidere sulle decisioni adottate dalle “cordate” sarebbe praticamente nulla.

Che il magistrato togato sia legato indissolubilmente alla propria corrente è stato dimostrato anche dalle recenti elezioni del vice presidente del Csm, durante le quali i neo consiglieri hanno votato “per corrente di appartenenza”. Al contrario, il segnale che tanti si aspettavano era proprio quello che i consiglieri agissero senza vincolo di mandato – come previsto dalla legge e dal codice etico e come espressamente auspicato dal presidente della Repubblica – e ciascuno mantenendo fede solo alla propria scienza.

La recente proposta di modificare le nomine da elettive a sistema per sorteggio reciderebbe il legame indissolubile tra il consigliere “togato” e la sua corrente di riferimento, restituendo così al Csm la sua originaria funzione costituzionale e alle correnti il loro corretto ambito di operatività, ovverosia l’Anm.

Tuttavia, buona parte della magistratura appare restia ad accettare tale proposta. La prima resistenza è opposta ovviamente dalle stesse “correnti” e, inutile dirlo, dai partiti a loro collaterali. Ma resistenze provengono anche dai magistrati che, pur non avendo obiettivi di carriera, non vogliono essere privati del diritto di “eleggere il loro rappresentante”. È proprio quest’ultimo convincimento che bisogna superare: il Csm non è, non può e non deve essere un organo rappresentativo dell’ordine giudiziario, compito che dovrebbe svolgere esclusivamente l’Anm, sede naturale delle correnti.

Il Csm è esclusivamente organo di garanzia della autonomia e indipendenza della magistratura ordinaria, ma non ha alcun potere di rappresentanza dei magistrati. Ciò si evince dalla Carta costituzionale, e ciò è stato chiaramente affermato anche dalla Corte costituzionale che, con sentenza n. 44 del 1968, si è espressa con chiarezza su ciò che il Consiglio non è: non è organo di autogoverno e non è organo rappresentativo dell’ordine giudiziario.

Al Csm compete l’adozione di tutte le decisioni che riguardano la vita professionale dei magistrati (ad esempio, l’accesso, i trasferimenti ad altra sede o altre funzioni, le progressioni in carriera, lo svolgimento di incarichi extragiudiziari, la nomina a incarichi direttivi o semi-direttivi, l’irrogazione di sanzioni disciplinari) al fine esclusivo di evitare che le loro decisioni possano essere “influenzate” dal timore di eventuali ripercussioni negative sulla carriera. L’attribuzione di tali funzioni, lungi dal fare del Csm un organo rappresentativo della magistratura, al contrario evidenzia come non lo sia né debba esserlo. Infatti, appare quanto mai opportuno che i consiglieri, nel decidere delle sorti professionali dei propri colleghi, non abbiano alcun “debito” nei loro confronti. E ciò è a maggior ragione auspicabile in considerazione del fatto che dietro ogni consigliere eletto c’è una corrente e dietro una corrente un certo collateralismo politico. Né si può ritenere che il Csm abbia funzione rappresentativa, funzione propositivo-consultiva e funzione “paranormativa”.

A sostegno del sorteggio va, infine, sottolineato che non va in alcun modo messa in dubbio la capacità di qualunque dei soggetti sorteggiati di far parte degnamente del Csm e di essere in grado di svolgere le funzioni assegnategli. Infatti il sorteggio verrebbe effettuato all’interno di una categoria qualificata, quella dei magistrati, i quali, già solo per il fatto di appartenere a tale categoria, si deve supporre abbiano le caratteristiche e le competenze per prestare servizio anche all’interno del Csm. A meno che non si voglia accettare l’idea che – oltre ai magistrati che temono il sorteggio come strumento di vanifica delle loro prospettive di carriera e ai magistrati che, per quanto “non carrieristi”, preferiscono comunque alzare la cornetta per sollecitare il collega votato in merito a un procedimento che li riguarda – esista anche una fetta di magistrati che non vuole rinunciare al voto, temendo che il sorteggio consegni al Csm colleghi “non all’altezza”. Beh, a questi andrebbe risposto che è quantomeno strano che un magistrato “non all’altezza” possa decidere della vita di una persona, ma non possa decidere della carriera dei propri colleghi.

*Esperta presso il Dipartimento Giustizia e Affari Interni del Consiglio europeo

Iren, esplode il silos dell’ex inceneritore: morto un 42enne

Si chiamava Silvio Sotgiu, 42enne originario di Sassari, ma residente da tempo a Reggio Emilia, l’operaio della ditta Pellicciari srl morto ieri mattina in seguito all’esplosione di un silos in un’area di stoccaggio di Iren, nell’ex inceneritore di via Dei Gonzaga, a Villa Sesso di Reggio Emilia. Stando alle prime ricostruzioni all’origine della tragedia potrebbe esserci una fuga di gas durante alcune operazioni di saldatura, mentre l’uomo si trovava all’interno un carrello a 5 metri d’altezza.

L’esplosione violenta, avvenuta poco dopo le 8.30 di ieri, lo ha sbalzato a terra. Per l’uomo, morto sul colpo, non c’è stato nulla da fare. Nessun altro lavoratore sarebbe rimasto ferito nell’incidente. Secondo la multiutility Iren il silos, al momento dell’esplosione, sarebbe stato vuoto: “Stava effettuando un lavoro di manutenzione su di un silos adibito allo stoccaggio dei reflui industriali ed è stato sbalzato dalla piattaforma a seguito di un’esplosione, le cui cause sono ancora in corso di accertamento”, scrive Iren in una nota. Cgil, Cisl e Uil di Reggio Emilia hanno proclamato per oggi quattro ore di sciopero dei lavoratori della multiutility Iren: “Un tragico evento che si sarebbe potuto evitare”.

Il Senatùr come B.: per evitare la cella va ai servizi sociali

Umberto Bossi spera di finire in un centro anziani. Ma, come il suo amico e vecchio alleato, Silvio Berlusconi, non per trascorrere la vecchiaia, piuttosto per scontare la pena alternativa al carcere: affidamento ai servizi sociali. Oggi l’avvocato del Senatùr, Domenico Mariani, deposita l’istanza. Il fondatore e leader storico della Lega Nord è stato condannato a un anno e 15 giorni di reclusione per vilipendio al presidente della Repubblica: nel 2011, durante un comizio nel bergamasco, ha definito “terùn” Giorgio Napolitano.

Un gruppo di cittadini lo ha denunciato e nel settembre 2015 è arrivata la condanna di primo grado dal tribunale di Bergamo: 18 mesi di reclusione. Pena ridotta in appello a Brescia nel gennaio 2017. L’allora avvocato di Bossi, nonché parlamentare leghista, Matteo Brigandì, si è poi rivolto alla Cassazione. E lo scorso 12 settembre la Suprema Corte ha dichiarato “inammissibile” il ricorso, rendendo esecutiva la condanna. Così, il 26 settembre, è arrivato l’ordine di carcerazione.

La contestuale emissione di un decreto di sospensione della pena da parte del sostituto procuratore generale di Brescia, Gian Paolo Volpe, ha evitato la prigione al senatore leghista.

Bossi oggi ha 77 anni e una salute non compatibile con il regime carcerario. Nel marzo 2004 è stato colpito da un ictus cerebrale che ha graziato il cervello politico ma colpito profondamente la corazza: un braccio indebolito e quasi fuori uso, oltre a difficoltà a camminare e a parlare dalle quali non si è mai ripreso.

Non è autonomo. E ha bisogno di assistenza medica costante. Può accedere a una delle misure alternative al carcere: detenzione domiciliare, semi libertà, affidamento in prova ai servizi sociali. La scelta è ricaduta su quest’ultima per garantire a Bossi di poter proseguire l’attività politica a Palazzo Madama.

Certo, considerato l’ictus e la necessità di assistenza, Bossi avrebbe potuto far leva sul suo stato di salute ma per farlo avrebbe dovuto chiedere la sospensione della pena e aspettare la decisione del tribunale di sorveglianza che però non prevede molte alternative: o accoglie o dispone la detenzione domiciliare. Bossi preferisce non correre rischi.

Inoltre l’epilogo potrebbe variare: la Cassazione ha ritenuto inammissibile il ricorso presentato da Brigandì perché questo non era iscritto all’albo degli avvocati cassazionisti. Quando il nuovo legale di Bossi lo ha scoperto, era ormai troppo tardi per chiedere la nullità del ricorso. La procedura penale è ferrea ma lascia margini alla difesa: “Sto studiando come intervenire”, spiega l’avvocato Mariani. “Per ora presentiamo l’istanza per l’affidamento in prova ai servizi sociali poi si vedrà”. Sul comportamento del collega che lo ha preceduto evita di esprimersi.

Nel luglio 2010 Brigandì entrava da membro laico nel Csm cancellandosi dall’albo. Non si è più riscritto. Ha avuto altro cui pensare.

Dopo appena sei mesi si scoprì indagato per abuso d’ufficio, accusato di aver consegnato a Il Giornale carte secretate custodite al Csm riguardanti Ilda Boccassini, magistrato inquirente a Milano nel caso Ruby che vedeva imputato per concussione e prostituzione minorile anche Berlusconi. Il quotidiano usò quel materiale per scrivere un articolo: “La doppia morale della Boccassini”, riportando un vecchio procedimento disciplinare degli anni ’80. Condannato in primo grado a due anni, nell’aprile 2011 il plenum del Csm ha dichiarato la decadenza di Brigandì per incompatibilità: non si era dimesso dal cda di un’azienda. Né mai ha lasciato la difesa di Bossi e della Lega, dalla quale nel 2013 è riuscito a ottenere il pagamento di parcelle per 1,9 milioni con un decreto ingiuntivo contro il partito del quale era legale.

Anche per questo è oggi a processo a Milano, accusato di infedele patrocinio e auto riciclaggio. Soldi che secondo gli inquirenti, Brigandì ha poi trasferito su un conto in Tunisia. Pagando parcelle simili, Bossi dormiva sonni sereni. Invece si trova a dover sperare nella sorte di Berlusconi: finire in un centro anziani.

Ex dirigente anti corruzione arrestata per corruzione

Da responsabile anticorruzione a corrotta il passo è breve e lo avrebbe fatto la dirigente della Regione Calabria Maria Gabriella Rizzo, finita ai domiciliari perché la principale indagata dell’inchiesta “È dovere”, condotta dalla Guardia di Finanza con il coordinamento della Procura di Catanzaro. Il gip ha disposto i domiciliari anche per l’imprenditrice del settore turistico Laura Miceli che gestisce un villaggio turistico nella zona di Ricadi, in provincia di Vibo Valentia. In sostanza, la dirigente Rizzo avrebbe fornito informazioni non ancora divulgate e relative a bandi non pubblicati. Questo per favorire la coindagata nell’accesso ai fondi comunitari destinati al settore turistico. Stando alle indagini del procuratore Nicola Gratteri e dell’aggiunto Vincenzo Capomolla, la dirigente Rizzo avrebbe fornito alla Miceli anche attività consulenziali. In cambio dei suoi servizi, la dipendente pubblica avrebbe ricevuto un soggiorno a Firenze, uno in un villaggio di Ricadi, qualche pranzo e varie cassette di vino. All’imprenditrice che la ringraziava al telefono, la dirigente ha risposto: “Figurati. Vuoi scherzare? È dovere”.