Sfrattato a Ostia uno degli Spada. CasaPound rilancia: “E gli immigrati?”

Una microcamera installata nello spioncino della porta, attraverso cui controllare chi sale e chi scende dalle scale. All’interno, i soliti arredamenti kitsch, fra colonne di marmo e poltrone pompose. Fuori, un gruppo di donne che inveisce contro le forze dell’ordine. La polizia locale di Roma Capitale è tornata a Ostia ieri mattina per sgomberare un’altra casa popolare di proprietà del Comune di Roma, occupata da quasi 10 anni dalla alcuni componenti della famiglia Spada. Quella di Silvano, in particolare, che nell’immobile “quartier generale” di via Forni si era “sistemato” da tempo – in maniera abusiva – con la compagna e i figli. Un’operazione che segue quella di giovedì scorso, quando le forze dell’ordine liberarono l’alloggio di Vincenzo Spada, fratello del boss Carmine. Nell’appartamento, gli uomini del comandante Antonio Di Maggio non hanno trovato nessuno, né ulteriore materiale particolarmente significativo.

Se il giro di vite sugli immobili pubblici occupati dai clan – Casamonica, Spada e Di Silvio in primis – è un pallino della sindaca Virginia Raggi (“non daremo tregua a chi vive nell’illegalità”, ha esultato sui social) e viene cavalcato anche dal ministro dell’Interno, Matteo Salvini (che ha annunciato il prossimo abbattimento di una villa sequestrata ai Casamonica, da trasformare in parco giochi), questo scatena una reazione quasi opposta da parte di CasaPound, che invita a concentrarsi sugli “immigrati che spacciano”. “Ad Ostia – ricorda il consigliere locale, Luca Marsella – c’è anche un’ex colonia occupata abusivamente da 20 anni da centinaia di immigrati che spacciano droga ad ogni ora del giorno. Sindaca Raggi perché lì non s’interviene?”. Nei mesi passati, Marsella è stato al centro di molte polemiche per le sue foto scattate insieme al reggente del clan, Roberto Spada – oggi in carcere al 41bis – in occasione di alcune “iniziative sociali” portate avanti insieme nel quartiere di Nuova Ostia. Di una settimana fa, invece, l’esplosione di petardi sul terrazzo dei genitori di Tamara Ianni, uno dei supertesti nel processo contro il clan sinti.

Invalidità e malattia: premiati dall’Inps i medici che tagliano

Il debito pubblico è la bestia nera in agguato che imperversa in questi giorni sui mercati cercando di impedire ogni mossa anche al governo gialloverde. Ma nessuno, per ora, ha ancora pensato di incentivare con un premio di produzione al rovescio i pubblici dipendenti: i pompieri a spegnere meno incendi per risparmiare su gli schiumogeni o gli autisti delle ambulanze a fare meno corse per non consumare la benzina. Eppure qualcuno ha già escogitato, e a quanto pare applicato, un meccanismo molto simile all’Inps.

Con la determinazione presidenziale numero 24 del 13 marzo scorso il presidente Tito Boeri ha approvato il Piano performance dell’istituto 2018-2020, in cui si individuano gli obiettivi produttivi che i dipendenti devono raggiungere per accedere ad alcune forme aggiuntive di salario, tra i quali gli incentivi. Se si scorrono le tabelle allegate si scopre che per i medici legali che compongono le commissioni nazionali, regionali e provinciali è previsto che gli “indicatori di performance” sono le visite mediche di controllo che portano all’annullamento delle prestazioni dirette malattia e le revoche delle prestazioni di invalidità civile, oltre ad “azioni surrogatorie” non meglio precisate. Pare di capire che a più gente annulli o revochi malattia e invalidità e più guadagni.

Nella struttura degli obiettivi indicati (e quindi dei corrispondenti premi di “produzione”) l’annullamento delle prestazioni dirette e le revoche delle invalidità civili pesano per ben il 40% ciascuno. Ma l’Inps vuole risultati concreti e quantificabili. Alcune tabelle stabiliscono come ripartire il target nazionale, espresso in euro, tra gli uffici regionali e di tre grandi città (Milano, Roma e Napoli) presentandolo come “contributo alla riduzione del debito pubblico”. Tra le “Componenti negativi della gestione” (minori uscite), che fanno da contraltare alle componenti positive – da realizzare con maggiori entrate contributive – troviamo le voci che riguardano l’attività di competenza dei propri sanitari.

In totale l’Inps pensa di risparmiare quest’anno sulle prestazioni dirette per malattia 23 milioni 720 mila euro e sulle revoche di prestazioni di invalidità civile certificate dai medici delle commissioni 57 milioni 693 mila euro. L’obiettivo è ambizioso, ma anche il premio promesso è assai incentivante. L’Inps nel 2016 ha distribuito come bonus ai medici strutturati 20.139.098,74 euro pari a un importo medio pagato al singolo medico di 38.879,40 euro.

Nelle stesse commissioni d’invalidità siedono “i medici di categoria” che dovrebbero rappresentare gli interessi dei cittadini: sono partite Iva pagate 50 euro lordi per ogni riunione di commissione che in genere dura 4-5 ore. Fanno circa 10 euro lordi all’ora, che al netto della ritenuta d’acconto e il versamento per la cassa Enpam diventano circa 7 euro.

Le possibili ricadute sulla deontologia professionale e le conseguenze sui cittadini in malattia e invalidi, che a questo punto non sanno più di chi fidarsi, sono venute alla luce dopo mesi di silenzio il 18 settembre scorso, quando un comunicato dell’Anmi-Femepa, l’associazione nazionale dei medici dell’Inps, è finito nelle mani di Vittorio Agnoletto, un medico noto per le sue battaglie per i diritti civili e blogger de ilfattoqutodiano.it. Nel comunicato numero 12 si fa il resoconto di un incontro avvenuto con la dirigenza Inps proprio sui criteri per valutare la performance dei dipendenti e si contestano questi obiettivi “in quanto si ritiene che alcuni siano incompatibili con le norme deontologiche (revoca di prestazioni di invalidità civile)”.

Agnoletto dedica alla vicenda due puntate della trasmissione che conduce su Radio Popolare e invita i vertici dell’Inps a partecipare, ma ottiene solo risposte evasive. “Sono indignato come cittadino, come medico esterno che lavora all’Inps, come ‘terzo genitore’ di un ragazzo disabile – scrive Agnoletto sul suo blog –. non credo di essere l’unico ad avere questa reazione leggendo quelle righe. Il pensare che qualcuno possa solo ritenere di essere ricompensato da una struttura dello Stato se cancella dei diritti è indecente e inaccettabile: questa determina deve essere immediatamente ritirata sia nel caso stia già funzionando, sia nel caso sia ancora in attesa di diventare operativa”. In una nota inviata a ilfattoquotidiano.it l’Inps sostiene che “Non c’è ‘un privato interesse economico che si scontra con il dovere professionale di agire secondo scienza e coscienza’. C’è invece un incentivo collettivo a essere più efficienti e scrupolosi nei giudizi medici”.

Ogni anno si evadono 11 miliardi di contributi Inps nel settore pubblico, il doppio se si considera anche quello privato.

Il pugno di ferro del prode Scafarto

Ieri, le intercettazioni del Giglio Magico di Renzi nell’indagine sul più grande appalto d’Europa, il lotto FM4 Consip da 2 miliardi e 700 milioni di euro. Oggi le multe da 25mila euro agli immigrati che vendono borse false per terra e che non hanno un soldo per pagarle. È la parabola dell’ex capitano dei carabinieri del Noe, Gianpaolo Scafarto, che da investigatore di punta dell’Arma e del corpo guidato da Ultimo, è poi diventato assessore alla Sicurezza e ai Vigili Urbani in una giunta di Forza Italia a Castellammare di Stabia. Ed in questa veste, si legge in un comunicato del sindaco Gaetano Cimmino, Scafarto ha “coordinato” insieme al comandante dei caschi bianchi un blitz dei vigili contro due extracomunitari sorpresi a vendere sul lungomare “1000 cd, 20 giubbini, 50 borse da donna, 30 foulard, 100 borselli da uomo, 70 cinture e 100 portafogli”. Uno di loro “era privo di permesso di soggiorno”. Tutta merce falsa e sequestrata, come sottolinea la nota che plaude al “ripristino della legalità sul territorio”. A fine agosto i vigili di Scafarto fecero un altro blitz che ha lasciato traccia: controlli a tappeto alle omologazioni dei bauletti delle vespe utilizzate dalle pizzerie per le consegne a domicilio.

“Riacendere”. Voglio un Lucano, anzi decine

Cosa voglio di più dalla vita? Un Lucano. Anzi decine e decine di Lucano… Tanti quanti i piccoli Comuni disabitati e abbandonati ci sono in italia.

Per questa volta, perdonatemi se uso uno slogan che ricorda un prodotto. Concedetemi di parlare di amaro, di fare “pubblicità” (soprattutto a un sindaco e “non solo”, in tutti i sensi), ma anche all’amaro che non fa digerire se stesso né quello che ci tocca ingoiare. Un’amarezza che risale, un reflusso extra comunitario-esofageo, più che gastrico, che dalle viscere dell’inaccettabile, strabocca.

È qualcosa che non si può mandare giù che va rigettato, attraverso un settimo senso, il senso di nausea, che coglie molti e ci rimettono tutti; noi ma specialmente i nuovi abitanti di un paese che non era più fantasma, diventando reale, che cominciava ad essere un “regno da favola”, e poi uscito dalla fiaba, diventato genius loci

, luogo del riscatto, in una terra, quella calabra, spesso di ricatto e di malaffare, di abuso e di illegalità permessa, ammessa e concessa. Per non far scendere il buio, dopo che una idea esempio illuminata, aveva acceso la storia di tanti paesi in uno solo, di tante regioni dell’Africa in una sola, italiana. Finalmente una terra, una casa, un lavoro, non un viaggio affogante, un centro di detenzione, una espulsione a morte.

Mi piace pensare che Riace sia l’origine di una parola nuova, che pur suonando stonata o sgrammaticata diventi un infinito indicativo futuro presente: “Riacendere!”

Insulti e minacce ai giornali da B. al “rosicone” di Rignano

“In Italia – ha detto una volta Ferruccio De Bortoli – l’informazione è vissuta come un male necessario: dà fastidio, se fai domande scomode allora sei un nemico”. Le parole dell’ex direttore del Corriere della Sera risalgono a più di un anno fa, ma suonano attuali nei giorni dello scontro tra Luigi Di Maio e il gruppo Gedi (proprietario di Repubblica, Stampa e L’Espresso), accusato dal vicepremier di “produrre fake news” e di essere prossimo alla chiusura. Oggi Mario Calabresi, direttore di Repubblica, giura di “non avere paura” e accomuna gli attacchi di Di Maio a scenari da regime, altri hanno reagito con più aplomb.

L’abitudine di denigrare la stampa viene da lontano ed è più che mai bipartisan, apprezzata dai cosiddetti rottamati – Massimo D’Alema definiva i giornalisti “iene dattilografe” – e dai presunti rottamatori. Ne sa qualcosa anche il Fatto, che Matteo Renzi si divertiva a chiamare “Il Falso Quotidiano” per screditare notizie meno esilaranti sul padre Tiziano e l’amico Luca Lotti, indagati nello scandalo Consip. “È l’ennesima dimostrazione di rapporti particolari tra alcune Procure – accusava l’ex premier – e alcune redazioni. Non sono il primo a passare per questa gogna mediatica. Gli avvocati hanno materiale per un risarcimento danni copioso. Spero valga per chi ha scambiato la ricerca della verità con una caccia all’uomo che lascia senza parole”. E mentre nel Pd ci si affrettava a seguire la linea del leader – Matteo Orfini arrivò a dire che negli scoop del Fatto c’era qualcosa “di ben più profondo dell’aggressione a Renzi”, qualcosa che riguardava “il funzionamento della democrazia italiana” – diversi altri giornalisti denunciavano simili approcci da parte dei dem. De Bortoli, per esempio, ricordava di aver ricevuto da Renzi “sms minacciosi”, anche solo “per lamentarsi di cose irrilevanti”. Al direttore del Giornale Alessandro Sallusti andò pure peggio dopo un articolo sgradito su Maria Elena Boschi: “Renzi mi ha chiamato, mi ha riempito di insulti e mi ha detto che sarebbe venuto sotto casa mia a spaccarmi le gambe”.

Nella black list dell’ex premier è finito anche Maurizio Belpietro, all’epoca direttore di Libero, che ricorda una telefonata di Renzi del 2014 piuttosto eloquente: “Esordì dicendo: ‘Quando la pianti di rompere i coglioni?’”.

A Marco Galluzzo, giornalista del Corriere della Sera, le minacce sono arrivate invece di persona. Mentre era presidente del Consiglio, Renzi si era concesso qualche giorno di vacanza a Forte dei Marmi e Galluzzo aveva preso una stanza nel suo stesso albergo per poterlo seguire da vicino. L’ex premier, accortosi del giornalista, era andato su tutte le furie, tanto che un uomo della sua scorta aveva poi consigliato a Galluzzo di stare alla larga dall’ex presidente, alludendo persino a fatti personali del giornalista (“Sappiamo tutto di te, della tua famiglia…”).

Non sorprende allora che lo stesso Renzi, nel 2015, avesse lanciato un dibattito alla Leopolda sulla “top 11 delle balle contro il governo”, mostrando sugli schermi 11 notizie del Fatto, 4 di Libero e una del Giornale meritevoli di pubblico ludibrio. Una pratica che ricalcava il celebre “giornalista del giorno” di Beppe Grillo, premio dedicato a chi pubblicava notizie sgradite al Movimento, prima che i 5 Stelle proponessero direttamente una giuria popolare per valutare le notizie pubblicate dai media “con lo scopo di far mantenere il potere a chi lo detiene” o che, tramite il portavoce Rocco Casalino, ironizzassero sulle sorti de Il Foglio con il giornalista Salvatore Merlo (“Cosa farai adesso che chiude?”).

E per fortuna che da qualche tempo si è placato Silvio Berlusconi, eterno picconatore di giornali e giornalisti invisi. Nel 2013, ospite a Servizio Pubblico e incalzato da Marco Travaglio su lotta alla mafia, all’evasione e alla corruzione, rispose leggendo una lettera scritta dai suoi “consulenti del mattinale” che accusava il direttore del Fatto di essere un “diffamatore di professione”. Senza bisogno di tornare al 2002 – anno dell’editto bulgaro contro Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi – o al 2005 – quando a Ballarò teorizzò uno “Stato parallelo in mano alla sinistra”, che controlla “radio, televisioni e giornali” – l’ex Cavaliere ha dichiarato guerra a metà delle testate italiane quando sono comparse sui giornali le intercettazioni del processo Ruby, tanto da promuovere un ddl che ne impediva la pubblicazione. Quasi tutte le testate scioperarono in blocco contro il bavaglio e lui le liquidò come “stampa schierata con la sinistra e pregiudizialmente ostile al governo, che calpesta in modo sistematico il sacrosanto diritto dei cittadini alla privacy, invocando per sé la libertà di stampa come se si trattasse di un diritto assoluto”.

Con un maestro così, facile che altri nel centrodestra prendessero esempio. Renato Brunetta, per dirne uno, non ha gradito le critiche di inizio anno del Tempo e di Libero, paventando un “disegno criminoso” nei suoi confronti da parte dei due giornali del gruppo Angelucci: “Siamo al cospetto di una incontenibile esondazione di livore personale che finisce con l’aggredire e manganellare (in un crescendo che sa di autentico squadrismo) chi resiste in difesa di Forza Italia”.

E poi c’è Matteo Salvini, che da anni se la prende con Gad Lerner (“rosicone radical-chic”, “offrirgli un’intervista ha l’effetto di caffè e sigaretta la mattina”) senza risparmiare la categoria: “I nostri giornalisti sono tra i più servi sulla faccia della Terra”. Su questo non c’è dubbio: l’intesa di governo tiene alla grande.

Milano-Cortina 2026, 8 mesi per battere Stoccolma e Calgary

Oggi la candidatura, fra 8 mesi la vittoria. O almeno così si augurano Milano e Cortina, inserite tra le finaliste per le Olimpiadi invernali del 2026, insieme a Stoccolma (la rivale più temibile) e Calgary; fuori la turca Erzurum. Sarà una gara a tre, ma potrebbe diventare a due o addirittura una corsa solitaria: in Canada il 13 novembre ci sarà un referendum, in Svezia si attende il parere del nuovo governo. Nonostante le recenti tensioni, l’Italia paradossalmente ha la situazione politica più solida e spera nel ritiro degli scandinavi: contro di loro (che non hanno mai ospitato i Giochi) la partita sarebbe complicata. Malagò però ha una carta in più da giocarsi: è stato nominato membro Cio (carica a cui teneva tantissimo) e potrà far valere le sue influenze internazionali. Comunque vada sarà una candidatura lampo: il Comitato ha annullato il congresso di Milano 2019, visto che l’Italia è già in corsa per i Giochi. La scelta finale avverrà prima, il 23 giugno, in campo neutro a Losanna. Milano dunque perde la sessione Cio, ma per il sindaco Sala è una buona notizia: ora può vincere le Olimpiadi.

Sfratti a Roma, tocca anche a mamma Taverna

“Verranno applicate le norme, come per chiunque altro, senza alcuna via preferenziale. In ogni modo, non è una decisione politica”, ripetono dal Comune di Roma, travolto ieri dalla polemica della casa popolare oggetto di uno sfratto in cui abita la madre del vicepresidente del Senato M5s Paola Taverna.

Si tratta della signora Graziella Bartolucci, ottant’anni, che dal 1994 vive in un appartamento Ater, nel quartiere romano Prenestino. A distanza di anni, però, non ha più i requisiti per stare in quell’alloggio. E così tra i tanti sfratti, l’ufficio che si occupa del patrimonio pubblico della Capitale dovrà occuparsi di un caso delicato perché coinvolge la parente di uno dei principali esponenti del Movimento di Virginia Raggi. La vicenda è emersa ieri su Repubblica, che ha pubblicato la Determinazione dirigenziale del 23 gennaio 2018 in cui imputano alla signora Bartolucci di possedere altri immobili, tra cui, scrive il quotidiano, “un alloggio sito nel Comune di Roma adeguato alle esigenze del nucleo familiare”.

Secondo il quotidiano, la signora possiede un terzo di una abitazione di sei vani a Olbia e, fino al 2010, è stata proprietaria di 4/6 di un fabbricato, sempre al Prenestino. In questa zona, la senatrice invece risulta proprietaria con il marito di un locale commerciale di 28 metri quadri e di una casa di quattro vani nel quartiere di Torre Angela. Ed è qui che avrebbe potuto portare la madre. Per queste ragioni, la donna non può più vivere in quella casa dove è cresciuta la stessa Taverna.

A rilevare la mancanza di requisiti è l’ufficio del patrimonio pubblico che ha analizzato i redditi del 2007, 2009 e 2011. Il 3 dicembre 2014 l’Ater, avendo stabilito che “superavano i limiti stabiliti dal regolamento regionale”, ha avviato il procedimento di decadenza dall’assegnazione dell’alloggio. Il provvedimento di decadenza definitiva viene emesso dal dipartimento politiche abitative del Comune il 23 gennaio 2018 e il 6 marzo, spiegano da Ater Roma, “è stato inviato alla madre della Taverna un atto in cui si chiede di liberare la casa”.

Il 14 giugno, non essendo ciò avvenuto, viene emesso un decreto di rilascio dell’immobile. Nel frattempo la donna si è rivolta a un legale che ha presentato un ricorso e un’istanza di sospensiva al Tribunale civile di Roma.

“Mia mamma – ha commentato ieri la Taverna – è una donna di 80 anni che percepisce la pensione minima e che vive in una casa popolare, come ho fatto io finché non mi sono sposata. Lì siamo cresciuti io, mia sorella e c’è morto mio padre. Qualche tempo fa, dopo un accertamento, sembra che mia madre non abbia più diritto a quell’alloggio. Come tutti i cittadini, ha agito per via legale e ha chiesto che venga chiarita questa situazione (…) È normale che una persona a 80 anni desideri morire nella stessa casa dove è vissuta. Non provo vergogna a venire da una famiglia povera e ancor meno provo imbarazzo a dire che non ci siamo arricchiti con il mio lavoro”.

Il piano in caso di condanna: Raggi avanti senza simbolo

Il giorno del giudizio sarà da qui a un mese, più o meno. E lo aspettano con ansia in tanti, perché a tanti potrebbe cambiare i piani. In primis alla sindaca di Roma, che ai suoi continua a dirsi serena sull’esito del processo. Poi al ministro dell’Interno, che già pregusta la presa del Campidoglio e non fa nulla per nasconderlo. E infine ai suoi alleati di governo, i Cinque Stelle, che di elezioni in riva al Tevere in primavera proprio non ne vorrebbero, perché potrebbero essere altra benzina per il Salvini già primissimo nei sondaggi.

E allora nel M5S pensano anche un estremo rimedio, difficile a dirsi e ancora di più a farsi: convincere Virginia Raggi ad andare avanti anche dopo un’eventuale condanna, fuori del Movimento e con l’appoggio di una maggioranza di consiglieri e assessori autosospesi dal M5S.

L’unica, impervia strada per evitare urne a ridosso delle Europee in caso di sventura. Ovvero, in caso di condanna della sindaca Raggi nel processo che la vede imputata per falso a Roma. Un caso nato dalla nomina (poi revocata) a capo della Direzione turismo del Comune di Renato Marra, fratello dell’ex capo del personale del Comune Raffaele. In particolare, i magistrati sostengono che Raggi abbia mentito all’Anac, quando dichiarò all’Autorità anticorruzione che il ruolo di Raffaele Marra fu di “mera pedissequa esecuzione delle determinazioni da me assunte” riguardo alla nomina del fratello. Da qui il processo, e a seguire tutti i calcoli incrociati della politica. Perché stando al codice etico del Movimento, in caso di condanna la sindaca non potrà che lasciare i 5Stelle. O almeno così recita il testo: “Costituisce condotta grave e incompatibile con il mantenimento di una carica elettiva quale portavoce del Movimento la condanna, anche solo in primo grado, per qualsiasi reato commesso con dolo”.

Certo, ci sarebbe anche quella clausola iniziale, “impregiudicata la facoltà di giudizio degli organi associativi a ciò deputati”, che consente in teoria al M5S di adottare una linea diversa. Ma sarebbe alquanto complicato giocare di cavilli in una vicenda così rumorosa. E allora l’unico pertugio sarebbe quello di tollerare un’amministrazione di consiglieri e assessore congelatisi volontariamente.

Un’ipotesi di scuola, vagliata dal Movimento nazionale, di cui però non è mai stato discusso con la sindaca. Perché di riunioni su cosa fare dopo una sentenza di colpevolezza non se ne sono mai fatte. “Siamo sereni” ripetono dal Campidoglio, dove si dicono convinti che arriverà un’assoluzione, “perché i fatti sono chiari”.

E se andasse male? La risposta è lapidaria: la sindaca osserverà quanto prescritto dal codice etico. E di eventuali piani B non si vuole parlare. Mentre invece è palpabile il fastidio per il Salvini che da settimane attacca la sindaca. “Dall’amministrazione a 5Stelle tutti si aspettano di più, anche io vedo le buche e la monnezza” ha ripetuto due giorni fa il leader della Lega a Rtl. Ed è l’ennesimo schiaffo, dal ministro che una decina di giorni fa aveva “punto” la sindaca anche durante un affollato comizio a Latina (70 chilometri da Roma) per la festa regionale del Carroccio. Un’altra scena che racconta la voglia di Salvini di prendersi il Comune, con un suo candidato a guidare una coalizione di centrodestra nell’eventuale voto anticipato. “Ma che Salvini da lassù voglia venire a prendersi Roma fa sorridere” sibilano dal Campidoglio. Dove hanno letto come uno sgarbo le frasi con cui il ministro dell’Interno ha rivendicato lo sgombero di alcuni membri del clan Spada da case occupate a Ostia.

E i segnali di irritazione sono stati recapitati anche ai piani alti del M5S. Dove però non hanno neanche provato a intervenire su Salvini, in una fase così delicata per il governo. Sentimenti e ipotesi. Dopodiché nella partita del Campidoglio dovrebbero entrare anche altri giocatori. Per esempio il Pd, che cacciando un proprio sindaco, il “marziano” Ignazio Marino, spalancò le porte ai grillini. Ma i democratici, già alle prese con i congressi regionali e con la testa alle primarie per il segretario (fissate per il 27 gennaio, salvo rinvii), non hanno ancora ragionato sull’ipotesi di urne anticipate a Roma. Un passaggio sul tema lo ha fatto pochi giorni fa il candidato di Matteo Orfini alla segreteria del Lazio, Claudio Mancini: “Facciamo una grande manifestazione contro la Raggi, dimostriamo che non temiamo il voto”. Ma di eventuali candidati per il Comune non ce ne sono. Neppure all’orizzonte.

L’ultimo esponente dei trentenni ambrosiani nipotini di Penati: giovani, carini, riformisti

Ha tre passioni: la musica, il teatro e la politica. Filippo Barberis, 35 anni, è il presidente del gruppo Pd in Consiglio comunale e l’emergente del partito a Milano. È cresciuto nel gruppo dei giovani che hanno fatto carriera nel Pd esibendo una faccia pulita e presentandosi come il nuovo che nulla c’entra con le vecchie incrostazioni del Pci milanese uscito malconcio da Mani pulite: Pietro Bussolati è diventato segretario metropolitano, oggi è consigliere in Regione e punta (forse) alla segreteria regionale lombarda del Pd; Pierfrancesco Maran è assessore all’urbanistica e sta gestendo con il sindaco Giuseppe Sala i grandi affari immobiliari della città, primo fra tutti la trasformazione degli scali ferroviari; Lia Quartapelle è deputata, esperta di politica estera, ex membro della Trilaterale.

Renziani, moderati, riformisti, postideologici. Sono loro che hanno avuto la bella idea di far partecipare i militanti alla manifestazione del 25 aprile, nel 2017, con i colori giallo e blu (quelli dell’Unione europea, ma che fanno tanto Ikea) invece che con le tradizionali bandiere rosse.

Fieri di rappresentare “il nuovo”. Ma nipotini di quel Filippo Penati, ex padre-padrone del partito in Lombardia, che hanno poi abbandonato al suo destino quando è inciampato dell’inchiesta sul “Sistema Sesto”, è stato mandato a processo, uscendone alla fine con una robusta prescrizione e una parziale assoluzione.

Ora tocca a Barberis. Ha cominciato a far politica a scuola, come rappresentante degli studenti al Liceo musicale del Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano, dove si è diplomato in pianoforte. Poi nella facoltà di Giurisprudenza e nel Senato accademico dell’università Statale di Milano, dove si è laureato con una tesi in Diritto pubblico internazionale.

Nel 2011 viene eletto per la prima volta in Consiglio comunale. Fa la gavetta, promuove la nascita della Consulta degli studenti, dei dottorandi e dei ricercatori delle università milanesi, scrive il nuovo regolamento delle arti di strada, realizza rassegne di musica classica per dare visibilità ai giovani talenti. Nel 2013 entra nella segreteria metropolitana del partito, accanto a Bussolati. È socio fondatore di una associazione di cultura politica intitolata ad Altiero Spinelli che ha avuto come primo presidente Antonio Padoa-Schioppa.

Ora ha un po’ dimenticato il teatro, ma fino a qualche anno fa ha fatto parte della compagnia teatrale “Forme e linguaggi” e della compagnia di improvvisazione teatrale “Teatribù”.

Nel “villaggio di Asterix” la solita sfida Renzi-sinistra

Il villaggio di Asterix lo ha evocato Pietro Bussolati, il segretario (uscente) del Pd milanese. Il partito, uscito con le ossa rotte dalle elezioni politiche del 4 marzo, ha tenuto a Milano: “La città è in controtendenza”, gioiva Bussolati, “qui il Pd è il primo partito con il 23 per cento nell’area metropolitana e il 27 in città, che sarà laboratorio di riformismo e unico argine al populismo”. Ma c’è un però: “Non dobbiamo però stringerci nel villaggio di Asterix, bensì allargare e dialogare con quelle persone che non siamo ancora riusciti a convincere”. Anche Giuseppe Sala, il manager di Expo diventato sindaco senza essere mai stato iscritto al Pd, sottolinea ogni volta che può l’eccezionalità di Milano e la propone come esempio politico per tutta Italia. In realtà, i gufi (anche quelli interni al partito) sussurrano che “il villaggio” è ben più ridotto di quanto si dice, perché il Pd ha vinto soltanto nei tre collegi del centro città, con tutto il resto ormai a maggioranza leghista e cinquestelle. E “l’ossessione per le periferie” che Sala dice di coltivare non ha affatto invertito la tendenza.

Se Asterix è asseragliato nel centro ricco di Milano, la regione tutt’attorno è anche peggio, saldamente presidiata dalle legioni della Lega, salvo qualche città che resiste (Brescia, Bergamo, Pavia, Mantova), ma non si sa fino a quando. Ora il partito sta per cambiare guida: lasceranno la cabina di comando sia il segretario metropolitano Pietro Bussolati, eletto il 4 marzo in Consiglio regionale, sia il segretario regionale Alessandro Alfieri, volato in Senato. I successori saranno decisi il 18 novembre, election day in cui si terranno i congressi di circolo e quelli provinciali (in cui voteranno gli iscritti al partito) e il congresso regionale (in cui potranno votare gli iscritti e il popolo delle primarie). Le candidature non sono ancora definite, perché tutti aspettano le alleanze per la partita nazionale nel partito, quella che dovrebbe vedere i fedelissimi di Matteo Renzi scontrarsi per la segreteria con Nicola Zingaretti. La geografia dei gruppi, delle correnti e dei capibastone è complessa, ma alla fine si ridurrà, in Lombardia come nel resto d’Italia, al confronto tra renziani e sinistra. Milano, però, si ritiene anche in questo unica: “C’è un modello lombardo”, spiega Alfieri, “che ha permesso che il partito fosse gestito finora da una maggioranza che potremmo chiamare renziana, ma dialogante, che ha lasciato spazi a tutte le componenti”. Potrebbe proseguire in questa direzione Vinicio Peluffo, deputato non rieletto il 4 marzo, sostenuto dalle correnti di Maurizio Martina e Dario Franceschini. Ma potrebbe trovare sulla sua strada anche Bussolati, che lasciata la segreteria metropolitana potrebbe puntare a quella regionale, in rappresentanza della linea più decisamente renziana. Che per la segreteria metropolitana scommette su una terna di giovani: Silvia Roggiani, Paolo Razzano e soprattutto l’emergente Filippo Barberis, cresciuto insieme ai nuovi leoni del partito, Bussolati, Pierfrancesco Maran, Lia Quartapelle. La sinistra punterà invece su Daniele Nahum.

Anche il renzismo ha un suo “modello Milano”, nel senso che Bussolati, Maran, Quartapelle, Barberis e gli altri del gruppo hanno usato il renzismo come un taxi e ora, a fine corsa, sono pronti a scendere. Sono piuttosto i nipoti dell’ultimo vero padrone del partito a Milano, Filippo Penati, come il loro attuale punto di riferimento, potente e sconosciuto: Matteo Mauri, deputato, tesoriere del Pd alla Camera, tra i fondatori della corrente guidata da Martina. Con Renzi hanno avuto anche momenti di scontro, soprattutto per le candidature alle scorse elezioni politiche, quando il segretario ha imposto a Milano un candidato (eletto) come Mattia Mor, ex tronista di Maria De Filippi, imprenditore della società Blomor, miseramente fallita, ma frequentatore della Leopolda e cantore ultrarenziano dello storytelling della Milano vincente.

Il campione della sinistra a Milano è invece Pierfrancesco Majorino: una sinistra tutta diritti civili e sostegno ai migranti. Dopo essere stato determinante per la candidatura di Sala a sindaco, ora guida la fronda del rinnovamento: “Mi auguro che in questi mesi il Pd pensi al proprio confronto interno come a una grande occasione per aprirsi alla società e per ricostruire il senso di un dialogo perduto”.

Intanto la parlamentare Barbara Pollastrini (corrente di Gianni Cuperlo) il 19 e 20 ottobre celebrerà a Milano la anti-Leopolda, in contemporanea con la manifestazione di Renzi. Poi partirà la battaglia congressuale. Con manovre a Milano, ma un occhio attento a quello che succede a Roma.