“Ritorno qui con un po’ di nostalgia”. Si è aperta così la giornata fiorentina del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, in visita all’Università di Firenze dove ha insegnato fino a maggio per aprire l’anno accademico della Scuola di Giurisprudenza con una lectio di diritto privato sul rapporto tra i diritti e le libertà fondamentali dell’Unione Europea. Conte non ha voluto rispondere ai cronisti che gli hanno chiesto dell’inchiesta di Repubblica sul concorso con cui è diventato ordinario nel 2002: “Ho già risposto – ha detto il premier – ma quel giornale ha sempre avuto qualcosa da dire su di me”. Anche il rettore dell’ateneo Luigi Dei ha difeso il premier: “Non conosco gli atti di questo concorso di 16 anni fa ma penso sia tutto nei limiti delle regole”. Conte ha poi tenuto una relazione su “Lingua e diritto” all’Accademia della Crusca di Firenze dove ha incontrato il sindaco Dario Nardella con cui ha parlato dei fondi per le periferie tagliati dal Milleproroghe e dell’ampliamento dell’aeroporto di Peretola.
Corallo, il piccolo filosofo anti-social: non ama la rottamazione (ma la vuole)
Pausa. Sorriso. Valutazione. “Un simpatico cazzone”. La definizione di Dario Corallo, 30 anni, romano, ultimo candidato alla segreteria del Pd è condivisa da molti. Quartiere Laurentino, una fidanzata e un cane, simpatico pare esserlo davvero. Il lato “cazzone” è intrinseco nella scelta di “lanciarsi” nell’affollatissima corsa democratica, senza una struttura alle spalle (“Siamo un manipolo di ragazzi”) e (sembrerebbe) neanche degli sponsor pesanti. Dove possa portare un po’ di “leggerezza”, però, è tutto da vedere: in fondo, pure il Renzi degli inizi aveva qualche tratto simile.
“Sono contento perché ho rivisto quello che naturalmente dovrebbe essere il nostro popolo, quello fatto di tante persone che sono mosse dal solo desiderio di cambiare un pezzetto di mondo. È inutile che i nostri dirigenti si facciano due dei 25 km di marcia giusto il tempo di farsi la foto giusta, poi fatta girare ad arte. È inutile se poi, quando governi, vai in direzione opposta e contraria”. Con questo post Facebook, accompagnato da un selfie con chioma riccia in evidenza e bandiere arcobaleno sullo sfondo, scritto lunedì, dopo la Marcia della Pace, il giovane Dario ha annunciato la sua candidatura. Non è esattamente un neofita della politica: la prima tessera l’ha presa nel 2006 (quella dei Ds), prima ancora era rappresentante di istituto al Liceo Vivona. Classico percorsi da “leaderino di sinistra”. Oggi è per un’apertura ecumenica: “Il tema non è riaprire a destra o a sinistra, ma ricominciare a discutere. Chi vince dirige, non comanda”. Dal 2008, Dario milita nei Giovani Democratici. Ha dato una mano alla comunicazione (senza avere la delega), quando era segretario Andrea Baldini (l’attuale marito di Giuditta Pini, deputata modenese, fedelissima di Matteo Orfini); ora, con Mattia Zunino, è responsabile Comunicazione. La parlantina non gli manca e neanche la capacità di dire cose tranchant. Dettaglio interessante: non è un maniaco di Facebook. Anzi. Scelta in controtendenza.
Giornalismo, politica e comunicazione li ha respirati da piccolo: suo padre è Paolo Corallo, ex vice direttore dell’Ansa, poi portavoce di Leoluca Orlando, che ha prontamente condiviso sui social la sua scelta. Oltre alla comunicazione, nel curriculum di Dario, c’è la filosofia: laurea a Roma, con tesi sul ruolo dell’individuo in Marx e Gramsci. “Sono un filosofo: risolvo problemi che non sai di avere in modi che non puoi capire” recita il suo profilo Twitter. Interessante programma per uno che vuole guidare un partito: sarà forse perché non si fa capire che i suoi follower sono solo 421? Da una parte, la passione per il cinema, dall’altra la “solida realtà”, l’ultimo lavoro che ha fatto è stato il collaboratore di Maurizio Martina al ministero dell’Agricoltura (dove è rimasto fino a un mese dopo l’insediamento di Centinaio). “Non sono vicino a Martina. E neanche a Orfini”, ci tiene a dire. All’ultimo congresso chi ha votato? “Cuperlo, ma ci ha deluso un momento dopo. E Renzi neanche sa chi sono”. Oggi cerca lavoro. Nel frattempo, prova la scalata al Pd. Resta da vedere se riuscirà a raccogliere le firme necessarie alla corsa. Un altro rottamatore? “Sono contrario al concetto di rottamazione, ma credo che i dirigenti abbiano fallito. Bisogna ascoltare la base, coinvolgerla”. Un Rottamatorino.
I poteri genovesi all’assalto della diligenza (leggi decreto)
Promessa mantenuta. La delegazione polimorfa organizzata dalla Camera di Commercio di Genova con 40 sigle del mondo economico cittadino – imprenditoria, ordini professionali, sindacati – si è presentata in audizione alla Camera sul decreto post-Morandi con un pesante cahier de doléance e un mantra unico: la città è a terra, le risorse stanziate risibili, servono sussidi, sgravi fiscali, assunzioni.
Il decreto non è perfetto, concordano persino gli autori. L’articolo 1, quello sulla ricostruzione, schiavo della promessa di “punire” Autostrade, è un temerario arzigogolo giuridico, manca un meccanismo di estensione degli ammortizzatori sociali ordinari qualora si palesasse una crisi occupazionale eccezionale e per gli sfollati si può fare di più.
Per il resto ci sono misure di vario genere e varia entità, a sostegno di una crisi economica della quale oggi non esiste alcuna stima ufficiale. Argomento scivoloso, quello dei soldi, se si pensa che per l’emergenza il commissario Giovanni Toti non spenderà – fra prima assistenza agli sfollati, interventi sulla viabilità, trasporto pubblico, etc – tutti i 42 milioni stanziati per il 2018 (ce ne sono altri 11 nel 2019).
Secondo la delegazione arrivata a Montecitorio – che ha rilanciato, soprattutto in ambito portuale, richieste nel mirino da anni come la fiscalità agevolata e gli incentivi al trasporto ferroviario – i danni alle imprese ammontano a 400 milioni di euro: si tratta, però, di danni presunti, non quantificati da fonte istituzionale. Arduo quindi stabilire se le misure presenti nel decreto siano tanto o poco.
L’unico numero ufficiale è il -20% di tasse portuali raccolte fra 15 agosto e 30 settembre dall’Autorità Portuale: due settimane fa la stima era -35%. I dati sui volumi di agosto sono invece stati pubblicati, in sordina, pochi giorni fa: il -15% generale può impressionare, ma per gli effetti di medio periodo occorrono approfondimenti.
I passeggeri innanzitutto sono aumentati. Quanto alle merci, l’aumento di traffico nei rotabili (i semirimorchi dei tir), le singole dinamiche dei terminal container (complessivamente già in calo a luglio) e l’inversione negativa nei petrolchimici (fino a luglio sugli scudi) sembrano indicare che i guai maggiori siano da imputarsi all’interruzione della linea ferroviaria, mentre la viabilità stradale parrebbe aver tenuto sulle direttrici nord-sud, patendo solo nel collegamento interno fra i due bacini portuali che avveniva via ponte Morandi.
Problemi entrambi già risolti: il secondo da un paio di settimane con una nuova strada interna al porto riservata al traffico pesante; il primo col ripristino delle 2 principali linee ferroviarie da parte di RFI, pochi giorni fa. Se insomma la situazione è lungi dalla normalità, lo è assai più per la viabilità (e vivibilità) cittadina che non per la sua economia portuale. Prima di trarre conclusioni e batter cassa, occorrerebbe dunque attendere nuovi dati di traffico. E invece si grida allo scandalo per i 20 milioni stanziati per gli autotrasportatori. “Ce ne vorrebbero 60 l’anno nel 2019 e fino alla disponibilità del nuovo ponte” secondo Paolo Signorini presidente dell’Autorità Portuale, da mesi alle prese con una categoria infuriata per (vecchi) problemi di congestionamento dei gate portuali e che a luglio, per questa ragione, aveva bloccato lo scalo per tre giorni.
Così come servirebbe, dice, l’autorizzazione “a indennizzare con 2 milioni a carico del nostro bilancio la Culmv (i camalli, ndr) per il lavoro perso”. Un escamotage che – per Signorini, già pezzo grosso alle Infrastrutture con Ercole Incalza, portato in Liguria da Toti – tamponerebbe la crisi (preesistente) di un’altra categoria dalla protesta facile. Tanto più che i revisori dei conti hanno bloccato il finanziamento a fondo perduto da oltre 10 milioni di euro che l’ente aveva deliberato per i camalli a luglio e frutto di un ardito emendamento alla scorsa finanziaria regionale fatto inserire da Forza Italia per puntellare il consenso nell’unica regione del Nord governata.
Signorini, poi, vuole 50 milioni invece dei 30 previsti per ristorare le spese in conto capitale dell’ente, e per tre anni, malgrado le tasse portuali raccolte in tutto il 2017 ammontassero a 55 milioni. Senza dimenticare la deroga al Codice degli Appalti: indispensabile per un ente che l’anno scorso non è riuscito a impegnare oltre 40 dei 78 milioni di euro a disposizione per le infrastrutture.
Solo un articolo non ha sollevato rilievi, il 6, quello che dà al porto 30 milioni di euro da gestire con Uirnet, chiacchierata emanazione ministeriale per l’informatizzazione della logistica, per realizzare il varco portuale alla succitata strada: una cifra di certo in grado di consolare chiunque dovesse essere espropriato, come prevede il decreto, dei software utili alla gestione delle garitte.
Bonafede, via libera a procedere contro Grillo, Salvini e Sibilia
Ha dato l’autorizzazione a procedere nei confronti del fondatore del Movimento, Beppe Grillo, e del padre di Alessandro Di Battista, accusati di aver offeso il presidente della Repubblica. Ma anche nei confronti del ministro dell’Interno Matteo Salvini e del suo vice del M5S, Carlo Sibilia. Come anticipato settimane fa dal Fatto, ieri il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha firmato nove richieste di autorizzazione a procedere arrivate da varie procure italiane, tra cui quella nei confronti di Salvini, accusato di vilipendio della magistratura. Il padre di Di Battista, Vittorio, dovrà invece rispondere di presunte offese al capo dello Stato, e in particolare di un post su Facebook dello scorso maggio, in cui aveva “consigliato” a Mattarella di andare “a rileggersi le vicende successive alla presa della Bastiglia“. E di offese al Quirinale dovranno rendere conto anche Grillo e Sibilia. “Erano fascicoli che stavano lì da tanto, alcuni erano sulla scrivania del ministro dal 2014” scrive Bonafede, che aggiunge: “Ovviamente ho firmato tutte le richieste; mi chiedo come mai fossero state lasciate lì a prendere polvere oppure lasciate a dormire in segreteria dopo che era stato negato il consenso”.
L’Ugl è roba sua: il sindacato si butta sulla Lega
La foto è in ancora in home page sul sito dell’Ugl, l’Unione generale del lavoro, il sindacato storico della destra italiana che un tempo era Cisnal. Matteo Salvini, Marine Le Pen e Paolo Capone, ultimo segretario eletto, sorridenti in favore di obiettivo. L’incontro tra il ministro dell’Interno e la leader del Front National, due giorni fa a Roma, si è svolto nella sede dell’Ugl, in via delle Botteghe Oscure. Dove ormai Salvini è il padrone di casa. Con buona pace di Giorgia Meloni e del mondo degli ex An, che si sono lasciati scippare il sindacato da sotto il naso. La salvinizzazione dell’Ugl è in corso da circa un anno e mezzo, da quando in Lega si sono accorti di aver bisogno di una rete, anche sociale, su cui appoggiarsi nel centro Italia. Che è da sempre il serbatoio di adesioni del sindacato che fu di Renata Polverini. E ai vertici Ugl non è parso vero di potersi rapportare con il partito in ascesa del centrodestra. Così la tela a iniziato ad esser tessuta, anche grazie all’interlocuzione di parlamentari leghisti laziali, come Barbara Saltamartini e il vicecapogruppo alla Camera Francesco Zicchieri, che è anche coordinatore regionale del Carroccio. Tutti ex An.
Una rete che ha portato l’ex vice segretario dell’Ugl, Claudio Durigon, prima a essere eletto deputato (con la Lega) e poi a entrare nel governo come sottosegretario al Lavoro. E ora, in vista delle Europee, si parla di altre candidature in arrivo, come quella dello stesso Capone, anche se la partita a Strasburgo è più difficile.
La sintonia dell’Ugl con la Lega, del resto, è lampante, basta leggere i comunicati stampa e scorrere i profili Twitter per imbattersi in giudizi positivi nei confronti dell’esecutivo e del Def, e in critiche “sovraniste”, anche feroci, a Bruxelles. Ultima sortita pubblica di Capone, per esempio, è stata alla festa della Lega a Latina il primo ottobre scorso, dove si è potuto toccare con mano la svolta pro-Salvini degli ex An pontini e non solo. L’ex direttrice del Secolo, Flavia Perina, su La Stampa ne fa un discorso quasi antropologico, con gli ex An che avrebbero preferito Salvini a Meloni a causa di una “nostalgia inespressa per il maschio alfa”, che ora si incarna a suon di “me ne frego” e “molti nemici molto onore” in Salvini che, alla festa di Atreju, si è diviso il palmares degli applausi con Steve Bannon.
Naturalmente, poi, la questione non è solo politica, perché nella “salvinizzazione” dell’Ugl contano poi gli interessi di bottega, il consenso sul territorio, la costruzione e il successo dei candidati. Si racconta, per esempio, che le liste leghiste dell’Italia centrale alle Politiche siano state decise proprio nelle stanze del sindacato. Ma forse sono leggende metropolitane. “Si sono consegnati mani e piedi a Salvini”, attacca qualche ex An. “Non ci siamo iscritti alla Lega o al Front National. Però che il superamento della Fornero, che noi auspichiamo da anni, l’abbia fatto questo governo è un fatto…”, osserva il vice segretario Ugl Luca Malcotti. Ora però c’è l’Europa da conquistare. E il rapporto privilegiato tra Lega e Ugl è destinato a durare.
Landini segretario, una felpa rossa per scuotere la Cgil
La novità di una Cgil guidata da Maurizio Landini è ormai un fatto politico pari allo stupore che genera. Fino a qualche settimana fa nessuno poteva pensare che in una segreteria come quella tenutasi fino all’1,30 di lunedì sera, Susanna Camusso avrebbe sfidato il “niet” dello Spi, il sindacato dei pensionati, per candidare a segretario generale quello che è stato un suo avversario. Eppure la segretaria uscente ha attraversato il suo personale Rubicone appoggiata da otto dei dieci componenti della segreteria. I due contrari, tra cui Vincenzo Colla, candidato alternativo, si sono ufficialmente schierati all’opposizione. Che, come vedremo fra poco, sarà molto dura.
A dare il senso dello scontro interno c’è la decisione, inedita per una dirigente sindacale come Camusso, di pubblicare un video su Facebook in cui spiega i motivi della candidatura di Landini: “continuità” con la politica sindacale, “autonomia della Cgil” di fronte a possibili “incursioni esterne”, necessità di preservare “la squadra uscente e l’unità interna”. La segreteria, dice Camusso, ha scelto di dare un’indicazione, che porterà nei prossimo giorni al direttivo nazionale, perché “il congresso resti nelle mani dei militanti della Cgil”.
La novità giunge in un’organizzazione che da tempo mostra stanchezza. Pur vantando dei risultati – il contrasto al Jobs Act, il recupero di unità con Cisl e Uil, l’accordo sulla rappresentanza sindacale – Camusso è consapevole della difficoltà sul piano sociale al tempo in cui la sinistra ha toccato storicamente il suo punto più basso. Gli iscritti votano massicciamente M5S e Lega, anche se la maggioranza resta a sinistra. Anche questo, oltre alle lotte e agli equilibri interni, può aver fatto pendere la bilancia a favore del sindacalista emiliano. La cui felpa rossa potrebbe oggi fare da contraltare, almeno mediatico, alla felpa di Matteo Salvini.
Alcuni ricordano come nel 2015 fu proprio il leader leghista a invitare Landini alla scuola di formazione della Lega insieme a Yanis Varoufakis, l’ex ministro delle Finanze greco. Landini rifiutò, per evidente distanza politica. “Con la Lega però abbiamo la stessa base” dicono in Cgil e una segreteria come quella di Landini può lavorare alla tenuta del radicamento storico, certo non sul piano elettorale ma sociale.
Allo stesso tempo Landini è quello che vanta i migliori rapporti con quella “società civile” che è tornata a manifestarsi dopo lo shock del 4 marzo: la manifestazione di Riace, la Perugia-Assisi, i vari comitati locali, gli studenti, il probabile futuro segretario della Cgil ha già dialogato con mondi diversi e può rappresentare una novità anche politica che non tarderà a manifestarsi nel dibattito del Pd. Ne è riprova il corteggiamento dell’ex ministro Andrea Orlando che lo ha cercato per combinare un incontro con Nicola Zingaretti.
Landini però può utilizzare anche la sponda che Luigi Di Maio sembra voler offrire al sindacato. L’accordo sull’Ilva, poi quello sulla Bekaert, che la Fim Cisl ha salutato come “storico”, la partecipazione al tavolo della Whirlpool, la gestione della crisi BredaMenarinibus, la cassa integrazione per cessazione, mai come in questa fase il Ministero dello Sviluppo ha manifestato attenzione verso il mondo del lavoro.
La candidatura dovrà però fronteggiare un’opposizione interna che si annuncia molto agguerrita. Il segretario dello Spi-Cgil, Ivan Pedretti, principale sostenitore della candidatura Colla, ha già convocato per sabato mattina la sua categoria. I Pensionati rimproverano a Camusso di non aver “tenuto insieme le diversità”. Per questo hanno proposto un “comitato di saggi” che consultasse i dirigenti per poi arrivare a una proposta finale. Un modello già sperimentato al tempo delle dimissioni di Bruno Trentin. Lo scontro è però sostanziale e non formale: i Pensionati vogliono contare di più, manifestano una forte identità e vantano un rapporto con la sinistra tradizionale che non vogliono mettere in discussione, come invece è avvenuto al tempo del referendum costituzionale con la Cgil schierata per il No. E poi lo Spi rappresenta il 50% dell’organizzazione ma in base a un “patto di solidarietà” interno non va oltre il 25% degli incarichi. Ora quel patto potrebbe rompersi: “Dipende da come si arriva al voto finale” che comunque avverrà a gennaio quando sarà eletta la nuova Assemblea generale che per statuto elegge il segretario. In quella occasione Landini potrebbe anche essere bocciato. Ma può davvero il primo sindacato italiano fare fuori una candidatura come quella di Landini sulla spinta dei pensionati? Sarebbe questo il suo sguardo sul futuro?
Il candido Monti: “Soros mi disse…”
L’ha ammesso con il massimo candore, il professore Mario Monti: “George Soros mi telefonò poco dopo che ero diventato premier nel 2011”. Il più famoso speculatore finanziario del mondo, l’uomo “dell’attacco alla Lira” del 1992, alzava il telefono per una chiacchierata con l’amico Mario, incidentalmente diventato presidente del Consiglio italiano. E per dirgli cosa? “Era molto preoccupato per la situazione finanziaria dell’Italia. Mi suggerì di chiedere aiuto all’Europa, ma noi volevamo evitare di far entrare la Troika e non seguimmo quel consiglio”. Le rivelazioni di Monti (lunedì sera su La7 da Lilli Gruber a Otto e mezzo) sembrano fatte apposta per dare forma ai sogni (o gli incubi) di Matteo Salvini. Il vicepremier leghista è sempre stato straordinariamente incline ad agitare le pressioni sull’Italia delle élite finanziarie globaliste e i complotti speculativi dei mercati. Soros è il nemico perfetto. L’ha citato anche l’altro giorno, durante incontro con Marine Le Pen, parlando di spread: “Mi sembra una manovra di speculatori alla vecchia maniera, alla Soros, che puntano sul crollo del Paese per comprarsi a livello di saldo le aziende sane”. Ora Monti rende pubbliche le sue chiacchierate con l’amico George. Un altro assist del prof all’odiato populista.
“Controlli sul credito”. Cassazione conferma la sanzione a Borghi
Confermata dalla Cassazione la sanzione di 15.500 euro inflitta nel 2014 da Bankitalia a Claudio Borghi – presidente della Commissione bilancio della Camera e stratega economico della Lega – “per irregolarità consistenti in carenze nell’erogazione e nel controllo del credito” quando era componente del cda di Banca Arner messa sotto ispezione da Bankitalia nel 2013. La Suprema Corte ha anche condannato Borghi a rifondere 2.500 euro di spese legali a Via Nazionale. La Cassazione respinge la tesi di Borghi che sosteneva che c’erano state disparità nel trattamento sanzionatorio degli amministratori di Banca Arner finiti nel mirino della vigilanza. La Corte, respingendo le obiezioni, ricorda quanto affermato dalla Corte di Appello di Roma nel 2015 che ratificava la sanzione per Borghi. I supremi giudici rilevano che la questione della “delimitazione del periodo” in cui Borghi “fece parte del comitato crediti della banca” viene agitato inutilmente “giacché il Prof. Borghi è stato sanzionato quale componente del consiglio di amministrazione e non quale componente del comitato crediti”.
“Il Fondo monetario taglia le stime”. In realtà è una conferma dei dati di luglio
Il Fondo monetario internazionale, nel World Economic Outlook, prevede che il Pil italiano crescerà dell’1,2 per cento nel 2018 e dell’1 per cento nel 2019 dopo il +1,5 per cento del 2017. I numeri sono al ribasso, rispetto a quelli delle previsioni di aprile 2018, di 0,3 punti percentuali per quest’anno e di 0,1 punti per il prossimo. Si tratta di dati meno ottimistici di quelli previsti dal governo, indicati nella nota di aggiornamento al Def che, invece, prevede una crescita pari al +1,5 per cento. “Confidiamo che la crescita sarà sicuramente superiore” ha detto ieri a Firenze il premier Giuseppe Conte, a cui ha fatto eco il vicepremier e ministro Luigi Di Maio. “Credo che il tasso di crescita dell’Italia sarà più alto delle stime”. Nel corso della giornata di ieri, però, i titoli di molti giornali hanno parlato di “taglio delle stime” da parte del Fmi. In realtà si tratta della conferma delle previsioni già elaborate a luglio, lontani dalle discussioni sulla manovra e che quindi nel dettaglio degli interventi economici, tengono conto della legislazione esistente.
Prima il panico, poi spread e Borsa rifiatano. Ma l’esecutivo e Savona no
La notizia è che in una delle giornate peggiori per il quadro di finanza pubblica che fa da base per la manovre approvato dal governo gialloverde – bocciati nella sostanza da Bankitalia e Corte dei conti e non validati dall’Ufficio parlamentare di bilancio – spread e Borsa rifiatano. Non il governo, però, impegnato in una raffica di dichiarazioni ardite, i cui effetti si misureranno già oggi.
Al mattino, quando Giovanni Tria parla in audizione alla Camera per spiegare la nota di aggiornamento al Def, che porta il deficit 2019 al 2,4%, il differenziale di rischio tra i titoli di Stato italiani e tedeschi sale vistosamente. Mentre il ministro dell’Economia rassicura e difende l’impianto della manovra, arriva a 317 punti, con un rendimento al 3,7%, ai massimi dal 2013. A metà giornata, l’inversione di rotta: lo spread chiuderà sotto i 300, a 299 punti, mentre la Borsa di Milano recupera e chiude in positivo (+1,06%) grazie ai titoli bancari. A spiegare l’inversione concorrono sicuramente le “ricoperture” (chi vende allo scoperto, cioè senza possedere il titolo ma scommettendo sul suo ribasso prima o poi deve comprare) ma anche acquisti veri e propri di fondi e banche attirate dai rendimenti elevati. Una mossa che stupisce perfino i tecnici del Tesoro. A pesare forse sono anche le parole di Tria, che in audizione spiega che pur essendo permanenti i fondi per la revisione della Fornero con quota 100, la misura – quella che più preoccupa per lo scarso impatto sulla crescita – avrà un carattere in qualche modo “temporaneo”, e soggetta a verifica: “Quando il governo introduce nuove misure in parte sperimentali, vedrà l’effetto e in base a quello vedrà come continuare in quale forma e in quale misura”. Già nella discussione sul Def Tria aveva provato a convincere gli alleati di governo a presentare come “sperimentali”, le misure della manovra.
In audizione il ministro difende la manovra. Le stime di crescita non sono esplosive, ma “prudenziali” e “altamente oltrepassabili”; il maggior deficit serve a stimolare la crescita (“dal 2008 a oggi agendo solo sul debito non c’è stata e infatti è aumentato in rapporto al Pil”) e il reddito minimo “a mantenere la coesione sociale”. Il rischio di un rialzo dello spread occupa buona parte della lunga audizione, durata oltre tre ore con una trentina di domande dai parlamentari. “Che succede se lo spread arriva a 400? e a 500?” chiede agitato Renato Brunetta. Tria tiene a lungo il punto, ma poi sbotta: “Il governo farà quello che deve fare di fronte a una crisi imprevista, come ha fatto Draghi”.
Il ministro si guarda bene dal fissare un’asticella per il rischio, che diventerebbe subito la soglia per i mercati per testare la tenuta del governo sulla manovra. Ma la premura viene vanificata poco dopo dal collega per gli Affari europei Paolo Savona. “Se ci sfugge lo spread la manovra deve cambiare”, spiega a Porta a porta. Un autogol. Savona prova a rassicurare, si dice certo che “che lo spread non arriverà a 400, perché vince il mercato: con tutte le critiche che ci sono state e lo scontro politico in atto avrebbe potuto reagire, gli speculatori avrebbero potuto fare operazioni più pesanti. La verità è che il mercato si è rivelato più cauto della politica”. Eppure il timore di nuovi rialzi c’è. L’economista retrocesso dal Tesoro per il veto del Colle chiede alla Bce di Mario Draghi di non lasciare l’Italia scoperta. “Tra i compiti della Banca centrale europea – ricorda – c’è anche quello della stabilità finanziaria” pertanto “Draghi dovrebbe abbattere lo spread intervenendo in acquisto” dei titoli di Stato italiani. Per Savona infatti se lo spread sale è anche causa del fatto che “qualcuno non svolge il suo compito”, evidentemente intendendo a Francoforte. Il ministro difende poi la manovra che il governo sta studiando: “Ho definito questo documento cauto, moderato e corretto, perché serve un impulso di spesa, moderato perché avremmo bisogno di ben altro del 2,4% e cauto perché verrà fatta una verifica ogni trimestre per vedere l’andamento”. E se Fmi e Bankitalia “pongono la stabilità finanziaria come presupposto dello sviluppo”, l’assunto dal quale parte l’ottimista è opposto ovvero che “senza sviluppo non ci possa essere stabilità finanziaria”.