Conte vede i manager delle partecipate: fate più investimenti

In principio fu il “piano Savona” di investimenti – in maggioranza pubblici e per lo più a deficit – che doveva rilanciare la crescita italiana intaccando, via domanda interna, il surplus di bilancia commerciale da 50 miliardi. Poi quel “piano” divenne, in una lettera al Sole 24 Ore di agosto, un mix di investimenti pubblici e, soprattutto, privati grazie alle grandi partecipate cdel Tesoro: il ministro degli Affari Ue prevedeva per Enel, Eni, Terna e Leonardo un’accelerazione delle spese in conto capitale già stabilite nei loro piani strategici per attivare circa 2 punti di Pil (34 miliardi di euro) di investimenti subito. Le cifre di Savona, però, risultano assai più generose delle strategie aziendali.

Da ultimo, arriva Conte. Il presidente del Consiglio, oggi incontrerà a Palazzo Chigi i vertici delle grande imprese a controllo pubblico per chiedere ai manager – secondo quanto risulta al Fatto quotidiano – quali spazi finanziari siano effettivamente disponibili per seguire i “consigli” di Paolo Savona accelerando gli investimenti in Italia già previsti. Il premier vorrebbe, peraltro, togliersi anche un’altra curiosità: sapere se, una volta approvata la famosa “quota 100” sulle pensioni, le loro aziende intendono sostituire i lavoratori che dovessero andare in pensione o ne approfitteranno per abbassare (e di quanto) il costo del lavoro.

A seguire, Conte ha intenzione anche di convocare nella sede del governo i concessionari pubblici, a partire da quelli autostradali, per conoscere i loro piani di investimenti per i prossimi anni e – se, come probabile, non dovessero soddisfarlo (e basta vedere i dati a consuntivo degli anni scorsi per sapere che sarà così) – chiederne una revisione per rendere la situazione meno penalizzante per Stato e cittadini. La terza operazione a cui il premier intende dare vita è anche la meno rilevante, ma comunque un grande classico in tempi di manovre finanziarie: la ricognizione del patrimonio demaniale per decidere cosa valorizzare e cosa vendere.

Cosa può aspettarsi il presidente del Consiglio dalle grandi partecipate e in generale dal settore pubblico? Partendo dal dato che si tratta di un’operazione legittima e pienamente costituzionale (i fini sociali dell’attività economica sia pubblica che privata permeano tutta la Carta), non molto ma neanche poco. Prendiamo i quattro big citati dal ministro Savona: Enel, Eni, Terna e Leonardo – a leggere i loro piani industriali – hanno in previsione di qui al 2021 circa 18 miliardi di investimenti in Italia, difficile dire quanto possano velocizzarli, ma ovviamente ogni decimale conta (gli investimenti hanno un alto impatto sul Pil, in particolare quelli infrastrutturali) e non esistono solo le quattro grandi quotate: da Ferrovie a Enav, da Fincantieri a Open Fiber fino alla assai liquida Inail non sono affatto di poco conto le leve azionabili dal Tesoro e, più in generale, dallo Stato.

Qualche soddisfazione, Conte potrebbe ottenerla pure dai concessionari autostradali, messi sotto pressione dal crollo del Morandi: le società delle corsie, negli ultimi tre anni, hanno abbassato in modo vertiginoso le loro spese in conto capitale passando da un media di 2,4 miliardi di euro l’anno nel periodo 2008-2015 a un miliardo tra il 2016 e quest’anno (dati Aiscat) e questo nonostante traffico e fatturati in aumento. Significa che il portafoglio lavori lasciato arretrato è ampio e questo persino al netto del necessario aumento della percentuale di investimenti sul totale degli introiti da concessione.

L’idea non è male e potrebbe persino funzionare, certo, per fare pressione su manager con una discreta – diciamo – praticaccia del mondo, forse servirebbe un premier politicamente più autorevole del giurista Conte, ma non è mai detta l’ultima parola.

Bocciate le stime di crescita e deficit del governo sul 2019

L’autorità indipendente sui conti pubblici boccia le stime di crescita e di deficit del governo sulla manovra, quelle contenute nella Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza. Il presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio, Giuseppe Pisauro, ha detto di “non poter validare le previsioni macroeconomiche sul 2019 nel quadro programmatico”. È tenuto a esprimersi soltanto sul prossimo anno, ma i “disallineamenti” osservati dall’Upb rimangono anche per gli altri due anni su cui si proietta la manovra, 2020 e 2021.

La creazione dell’Upb è prevista dal trattato Fiscal compact sui conti pubblici e le sue analisi hanno valenza ufficiale: la Commissione europea può prendere per buone soltanto le stime validate. Ora il ministro del Tesoro Giovanni Tria ha soltanto due opzioni: tornare in Parlamento a spiegare perché conferma le stime bocciate oppure modificarle, come fece il governo Renzi nel 2016 dopo una bocciatura analoga (anche se con motivazioni diverse). Il vicepremier Luigi Di Maio indica subito la linea: “Ascoltiamo tutti ma gli italiani ci chiedono di tirare dritto”. E Matteo Salvini: “Cambiare sarebbe tradire i cittadini”.

Il primo problema è sulla crescita: l’andamento del Pil tendenziale, cioè senza interventi, vedeva un 2019 a +0,9 per cento. Il governo ha deciso di evitare l’aumento dell’Iva (12,4 miliardi) senza usare coperture: il deficit sale al 2 per cento ma c’è un effetto benefico sul Pil per la mancata stangata dello 0,2 e la crescita arriva all’1,1. Il governo annuncia poi misure sempre finanziate senza coperture e in deficit per uno 0,4 per cento di Pil (circa 7 miliardi) in più. Il deficit 2014 arriva al 2,4 per cento del Pil nel 2019. L’effetto di queste misure, sostiene il governo Conte e il ministero del Tesoro, è di spingere il Pil di uno 0,4 per cento in più nel 2019, col tasso di crescita indicato nei documenti programmatici che diventa l’1,5. Ma questo, dice l’Upb, è impossibile.

Anche ammesso che ci sia un moltiplicatore pari a 1, cioè che ogni euro di deficit in più diventi un euro di Pil in più, le misure di stimolo alla crescita non partiranno il primo gennaio: il reddito di cittadinanza almeno da marzo-aprile, gli investimenti chissà, dipende anche dalle modifiche del codice degli appalti che non richiederanno poco tempo. E comunque è assai opinabile che il moltiplicatore sia pari a uno: Unicredit, per esempio, stima un moltiplicatore di 0,5 (come media tra quello più alto sugli investimenti e quello più basso per le misure sociali).

Nell’analisi dell’Upb tutto il quadro pare molto precario: l’aumento dello spread in primavera ed estate ci costerà 17 miliardi in tre anni (su questo il governo concorda). E il conto salirà se la fuga degli investitori dal debito italiano proseguirà ai ritmi attuali che ieri hanno spinto i tassi di rendimento sui titoli decennali italiani fino al 3,7 per cento, prima di una rapida discesa.

Poiché il governo non ha disinnescato per intero l’aumento dell’Iva negli anni 2020 e 2021 e poiché nessun governo recente ha mai fatto salire l’imposta sui consumi, l’Upb (come la Commissione e i mercati) considerano che il vero deficit dei prossimi anni conseguente a questa manovra sarà del 2,8 per cento del Pil nel 2020 e del 2,6 nel 2021 invece che 2,1 e 1,8 come previsto dal governo.

Anche il debito difficilmente scenderà quanto previsto, anzi potrebbe addirittura aumentare: è quasi impossibile che il Pil nominale (che considera l’aumento dei prezzi) cresca del 3,1 per cento il prossimo anno, e quindi il debito invece di scendere al 130 per cento del Pil nel 2019 potrebbe addirittura superare il 130,9 atteso per il 2018. Anche prendendo per buoni i numeri del governo, comunque, ci sono le basi perché la Commissione europea consideri “particolarmente grave” il mancato rispetto delle regole del Patto di stabilità per la mancata riduzione del debito. Il rischio della procedura di infrazione non è tanto quella di una sanzione di Bruxelles – mai applicata – quanto quello di un’ulteriore perdita di credibilità sui mercati finanziari.

In audizione il presidente della Corte dei Conti Angelo Buscema contesta la pace fiscale, può “ incidere sulla percezione di equità fiscale o introdurre nuove distorsioni nelle scelte adottate nel mondo del lavoro”. Il vice direttore generale della Banca d’Italia, Luigi Signorini, invita il governo a non distruggere la riforma Fornero anche perché le analisi disponibili “non consentono di sostenere che nel medio-lungo termine un aumento del tasso di occupazione dei lavoratori più anziani peggiori le prospettive occupazionali dei giovani”.

La reazione del governo è la solita: “Se Bankitalia vuole un governo che non tocca la Fornero, si presenti alle elezioni con questo programma” (Di Maio). Alessandro Di Battista propone su Facebook “una modifica della governance di Bankitalia”. Oggi tocca a Tria replicare in Parlamento.

L’Armata Brancaleone

Quando vai alla guerra, prima studi il nemico, poi ti guardi intorno in cerca di alleati, infine prepari le armi più efficaci per vincere. Oppure ti vedi L’Armata Brancaleone e poi fai il contrario. Ora, non c’è dubbio che il governo giallo-verde abbia deciso di andare alla guerra contro tutti i poteri, nazionali e internazionali, palesi e occulti, che governano per davvero l’Italia e l’Europa: Commissione Ue, Bce, Fmi e i famosi “mercati”, cioè la grande finanza e i grandi speculatori che scommettono immense fortune su o contro questo o quel Paese. E giù giù a cascata fino ai nostri poterucoli da riporto: Quirinale, Bankitalia, ragionerie e burocrazie ministeriali, Confindustria, lobby varie, partiti sconfitti nelle urne e vincenti nei media. Il primo atto di guerra è stato vincere le elezioni, sbaragliando i due partiti-architrave del sistema che sognavano l’ennesima ammucchiata, Pd e FI, e lasciando in gramaglie un bel po’ di prenditori, lobbisti e giornalisti vedovi inconsolabili. Il secondo è stato profanare alcuni santuari da sempre intoccabili: il precariato del Jobs Act, la corruzione impunita, i prenditori privati delle concessionarie pubbliche (vedi Autostrade Spa dopo il crollo del ponte), la lobby del gioco d’azzardo, i vitalizi, il business della cosiddetta accoglienza ai migranti. Il terzo, il più imperdonabile, è la prima manovra finanziaria non concordata con l’Ue, dunque non recessiva e non tagliata su misura dei ricchi.

Quando, in quattro mesi, si lanciano tutte queste bombe contro chi ha sempre comandato sarebbe folle non prevedere una reazione uguale e contraria. E non comportarsi di conseguenza. La reazione è sotto gli occhi di tutti: scomuniche europee, moniti quirinaleschi, toni apocalittici su tutti i media che gridano pure alla censura di regime (domenica, in prima serata, Rai1 mandava in onda gli anatemi di Cottarelli e Burioni, noti portabandiera della tirannide giallo-verde), spread a 300 e Borsa in crollo. Non c’è nessun complotto: c’è, semplicemente, il rabbioso sgomento di un intero sistema che non si dà pace di non comandare più. Quando i soliti noti raccontano che “i mercati sono neutrali” perché badano al sodo, anzi al soldo, viene da scompisciarsi: è proprio perché badano al sodo, cioè al soldo, che non sono neutrali. Immaginiamo che accadrebbe se, puta caso, il governo varasse una legge appena più drastica della Fornero, che imponesse il suicidio obbligatorio a tutti i pensionati: i mercati e le Borse festeggerebbero, lo spread e il deficit-Pil finirebbe sottozero. Idem se una legge prevedesse lo sterminio di tutti i poveri.

Per questo esiste il suffragio universale: per evitare che comandino quelli che badano al sodo, cioè al soldo. Infatti, da quando gli elettori han cominciato a votare “male”, si studia il sistema di mandare alle urne solo chi vota “bene”. Avrete notato con quali facce disgustate si parla dei populisti che, non contenti di prendere tanti voti, pretendono pure di mantenere le promesse elettorali. E con quali occhietti estasiati si guarda a Cottarelli, a Calenda, a Monti e ad altri noti frequentatori di se stessi, celebratissimi proprio perché non hanno mai preso un voto (infatti già si riparla di un bel governo tecnico). I mercati, si dice, fanno il loro mestiere: verissimo. Ma il loro mestiere è speculare, non dirigere o rovesciare i governi, fare o disfare le leggi. Questo è compito della politica. Purtroppo però la politica non può governare contro i mercati, capaci di mangiarsi non uno, ma dieci Def con un colpo di spread. Dunque la politica deve farci i conti, mediare e rassicurarli. E qui casca l’asino dei giallo-verdi: sono andati alla guerra in ordine sparso, spensieratamente, cazzeggiando. Il ministro Tria ha garantito – chissà perché e a nome di chi – all’Ue e ai mercati un deficit-Pil all’1,6%,ben sapendo che basterebbe a malapena per scongiurare l’aumento dell’Iva ereditato dai predecessori, senza avviare una sola delle riforme promesse. E ha azzerato il suo potere negoziale. Poi, tomo tomo cacchio cacchio, ha comunicato la novità del 2,4%. E ha azzerato la sua credibilità. Intanto ministri e urlatori vari davano i numeri più disparati sulla manovra e per giunta insultavano come ubriacone Juncker e cialtrone Moscovici. I quali sono entrambe le cose e anche peggio. Ma, finché non verranno spazzati via dagli elettori (i loro partiti sono già morti), hanno potere di vita o di morte sul nostro governo. E lo esercitano nel più sleale dei modi, per puri scopi elettorali: gabellano pochi decimali di deficit in più per la fine del mondo (dopo aver digerito ben di peggio da Francia, Germania, Spagna, persino Italia). E contribuiscono allo sfascio sui mercati con le loro sparate razziste contro l’Italia e il suo legittimo governo. Moscovici l’ha confessato spudoratamente al Pais: “Non si possono confrontare Italia e Spagna” non solo per le differenze di debito e deficit, ma anche perché “Madrid ha un governo pro-europeo” e l’Italia no. Intanto il Fmi e i suoi valletti di Bankitalia avvertono il governo di non toccare la Fornero e il Jobs Act. Dal che si deduce che l’Europa, come la intendono i suoi tenutari, è incompatibile con la nostra Costituzione: la sovranità non appartiene più al popolo, che vota chi gli pare (nel nostro caso, due partiti che vogliono cambiare l’Europa, il Jobs Act e la Fornero); bensì a pochi tecnocrati che non rappresentano nessuno (a parte i soliti “giri”), ma contano più di milioni di elettori. Nemici come questi si combattono senza cedere di un millimetro, ma con la massima serietà: non una parola di troppo; solo atti formali inattaccabili; e tanta mediazione e persuasione. Finora i giallo-verdi han fatto l’opposto: hanno visto L’Armata Brancaleone e, anziché evitarla, l’hanno imitata.

Danimarca, entro il 2030 al bando diesel e benzina

In un discorso al Parlamento della scorsa settimana, il primo ministro Lars Løkke Rasmussen ha annunciato che la Danimarca proibirà la vendita di auto con motori diesel e a benzina, a partire dal 2030. Ma non è tutto, perché se fino al 2035 si potrà comunque acquistare un veicolo ibrido, dopo quella data il bando riguarderà anche i mezzi con la doppia motorizzazione. In 17 anni, insomma, in Danimarca verrà portata a compimento la transizione verso la mobilità a emissioni zero: “Le auto a benzina e gasolio devono essere il passato, per noi il futuro è green”, ha commentato Rasmussen. Aggiungendo che “l’obiettivo, non facile, è quello di vedere in strada un milione di auto elettriche o ibride nel 2030”. La difficoltà sta soprattutto nel dimensionamento del mercato danese dell’auto: nel 2017 la percentuale di elettriche vendute, su un totale di 222 mila immatricolazioni, è stata di un misero 0,4%. Mentre, ad esempio, in nord Europa ci sono paesi come Svezia (5,3%) e soprattutto Norvegia (39%) che fanno decisamente meglio. In Italia, invece, lo scorso anno sono state vendute 1.945 auto elettriche, pari allo 0,1% del totale (1.970.000 auto), mentre nei primi nove mesi del 2018 siamo allo 0,2%, con 3.588 immatricolazioni su circa un milione e mezzo totali. La strada, dunque, è ancora lunga. Per la Danimarca così come per altri Paesi. Non c’è dubbio che qualsiasi politica di avvicinamento all’elettrico dovrà essere supportata da incentivi statali, come ad esempio contributi per la rottamazione di mezzi obsoleti e defiscalizzazione per l’acquisto di nuovi veicoli a batteria.

Ue e Musk a braccetto nella lotta allo smog

Chiudere definitivamente i motori a combustione nei musei dell’auto. È da sempre uno dei desideri del patron di Tesla, Elon Musk. Sposato a quanto pare anche dall’Europa, visto il voto del Parlamento europeo della scorsa settimana, che andrà comunque ratificato da singoli Stati. Riduzioni delle emissioni di Co2 del 20% entro il 2025 e del 40% entro il 2030, rispetto ai fatidici 95 grammi già fissati per il 2021, comportano infatti l’imbocco di una strada obbligata. Che porta dritta verso l’elettrificazione completa della trazione, in tempi industriali tutto sommato ridotti.

Il comparto dell’automotive, tramite l’associazione dei costruttori europei (Acea), ha già espresso preoccupazione: difficile dare spinta a un mercato, quello dell’auto a emissioni zero, che nel Vecchio continente oggi vale la miseria dell’1,5%. Ovvero 22.500 veicoli, su un totale di 15 milioni all’anno. Con quale tipo di bacchetta magica possa essere compiuto questo miracolo, senza che i costi gravino come sempre sugli automobilisti, non è dato sapere. Così come non sappiamo quali siano i provvedimenti che l’Ue ha in animo di prendere per abbattere il restante 90% dell’anidride carbonica sul suo territorio, visto che il comparto del trasporto privato contribuisce per un 10-12% alle suddette emissioni. Più o meno come il settore agricolo, e meno della metà rispetto a quello della produzione industriale. Tutelare la salute è sacrosanto, ma non può essere una questione che riguarda soltanto l’auto.

Porsche verso il futuro. Dai 70 anni alla sfida elettrica

La quarta edizione del Porsche Festival 2018 ha portato sul circuito di Imola appassionati da tutta Italia. Un appuntamento sincronizzato coi 70 anni di attività della marca, spesi fra motorsport, icone come la 911 Carrera e i suv. Risultato? Numeri da record: lo scorso anno Porsche ha venduto oltre 246 mila auto (+4%), i suoi ricavi sono aumentati del 5%, arrivando a 23,5 miliardi di euro e l’utile d’esercizio è salito del 7%, assestandosi a 4,1 miliardi di euro (contro i 3,9 del 2016). E la redditività delle vendite vola: è al 17,6%, fra le più alte del settore.

Ora la nuova sfida è quella per l’elettrificazione, indispensabile per rispettare le norme sulle emissioni inquinanti: così, dopo averlo adottato per un decennio, il brand ha abbandonato il motore diesel, rimpiazzandolo con la tecnologia ibrida plug-in – la adottano il 70% delle Panamera ordinate dai clienti italiani e dal 63% di quelli europei – e coi futuri modelli elettrici, su cui il costruttore investirà oltre 6 miliardi di euro entro il 2022. La prima Porsche a zero emissioni sarà la Taycan, berlina-coupé pronta per la fine del 2019 e spinta da due elettromotori con potenza massima complessiva di oltre 600 cavalli: 0-100o in meno di 3,5 secondi e da 0 a 200 km/h in meno di 12 secondi. L’autonomia, omologata secondo ciclo Nedc, si attesterebbe attorno ai 500 km: grazie al sistema elettrico a 800 Volt, basteranno 15 minuti per ricaricare l’80% della batteria.

Infine, due bolidi in serie limitata per festeggiare il settantesimo. Conturbante la 911 Speedster, prodotta in 1.948 unità, tutte spinte dal 6 cilindri boxer aspirato di 4 litri e 500 Cv di potenza massima. Cofani di carbonio, “gobbe aerodinamiche” dietro l’abitacolo e parabrezza di altezza molto contenuta sono immediatamente identificativi del modello. Caratteristici pure gli specchietti retrovisori conici e il tappo del serbatoio cromato, posizionato sul cofano come sulle 911 d’epoca. Assente la tradizionale capote elettrica, sostituita da una tela con fissaggi a bottone.

Esagerata la 935, costruita sulla base della 911 GT2 RS e ispirata alla 935/78 “Moby Dick” che gareggiava a Le Mans alla fine degli Anni 70. Ne saranno prodotte appena 77 unità, vendute a 702 mila euro (tasse escluse). Lunga 4,87 metri, non è omologata per circolare su strada e la sua carrozzeria è realizzata in fibra di carbonio. All’interno il volante multifunzione in composito e la strumentazione sono derivati dalla GT3 R da corsa. Il suo boxer biturbo eroga 700 cavalli di potenza ed è collegato al cambio automatico doppia frizione a 7 marce. Il peso totale è di 1.380 kg.

Greta Van Fleet, obiettivo Led Zeppelin

Come recita un vecchio detto, nella botte piccola c’è il buon vino. È proprio il caso dei Greta Van Fleet, quartetto di giovanissimi di Frankenmuth (Michigan), formato da tre fratelli (Josh, Jake e Sam Kiszka, rispettivamente cantante, chitarrista e bassista) e dal batterista Danny Wagner. Una band nata nel 2012 e cresciuta a pane e Led Zeppelin. La somiglianza con gli “immortali” maestri affiora subito al primo ascolto del singolo con cui hanno debuttato nel 2017, Highway Tune, finito in cima alle classifiche delle radio rock statunitensi: un brano che si fa apprezzare per la potente voce di Josh (che ricorda sfacciatamente il timbro vocale di Robert Plant), i ruvidi riff blues di chitarra di Jake e la robusta batteria di Danny. Segue poi la pubblicazione di un ep, Black Smoke Rising, e di un doppio ep, From the Fires: lavori ancora acerbi ma promettenti, all’insegna di un rock-blues e r’n’r tendenti all’hard, con un suono più levigato rispetto a quello dei gloriosi predecessori, ma comunque dotato di freschezza e brillantezza compositiva, al punto da spazzare via ogni dubbio che siano solo dei cloni, pur bravi e credibili, e da fare ben sperare sul futuro dei quattro giovani rocker.

La conferma che non sia solo sterile revivalismo arriva con l’album di esordio Anthem of the Peaceful Army, un concentrato del loro genuino talento: dieci brani autografi, che esplorano una varietà di stili, dal blues all’hard rock, dalla ballata folk al soul. Nulla di nuovo sotto il sole, tuttavia le tracce in scaletta riescono a lasciare il segno, per via di una scrittura personale e ispirata, di una grande carica fisica ed emotiva, di una produzione curata ma “esplosiva” al tempo stesso. La band ha conquistato fan come Robert Plant ed Elton John: “Probabilmente il migliore rock’n’roll degli ultimi 20 anni”. Un giudizio forse eccessivo, ma che dà l’idea del grande interesse intorno a loro. In tempi in cui ha preso il sopravvento una musica di facile consumo, senza passione e senz’anima, i Greta Van Fleet sono una rassicurante certezza.

Il ritorno autoironico di Giorgio Canali

Non aveva dubbi Giorgio Canali che il momento in cui saperi e conoscenze avrebbero ripreso a riannodarsi sarebbe presto arrivato. Erano sette anni infatti che Canali – uno che nella vita è stato tante cose: autore, produttore, membro di importanti band –, non pubblicava un disco di inediti. “In febbraio mi è ripartita la vena creativa e sono riuscito a colmare quel vuoto mentale che causa i blocchi di scrittura”. Per questo Undici canzoni di merda con la pioggia dentro, registrato assieme ai suoi RossoFuoco, “è per me importante: mi ha ridato la possibilità di guardare al futuro con ottimismo”. Composto da 11 brani profondamente ispirati da questi tempi densi di contraddizioni (consigliati Radioattività, Emilia Parallela e Mandate Bostik) è un disco maturo, “perché a 60 anni, forse, sono maturato io”, con sonorità pop-rock che sconfinano nel progressivo. Il titolo, invece, si ricollega a un suo disco di cover che si chiudeva con quella frase. “Siccome non mi cita mai nessuno allora mi autocito io, ma con molta ironia”.

Frank, non basta un ologramma per ricordarlo

Affidarsi a un ologramma per ricordare i venticinque anni dalla scomparsa di Frank Zappa? L’iniziativa, annunciata lo scorso febbraio dallo Zappa Family Trust in collaborazione con la compagnia Eyellusion per far rivivere il chitarrista statunitense nel corso di un nuovo tour, è di quelle che fanno notizia.

Eppure lui ha lasciato un segno decisamente più indelebile rispetto a quello di un’evanescente illusione ottica, finendo con l’influenzare diverse generazioni di musicisti, da Alice Cooper a The Tubes, da John Frusciante ai Black Sabbath, per arrivare magari fino a Steven Wilson. Se una personalità come Pierre Boulez lo considerava una figura eccezionale “perché apparteneva a due mondi: quello della musica pop e quello della musica classica”, probabilmente anche chi non dovesse mai aver ascoltato una nota dei suoi brani lo ricorderà per quei suoi inconfondibili baffi, con cui lo si vide anche all’interno della serie televisiva Miami Vice. Con oltre sessanta album pubblicati in vita e un numero impressionante di raccolte postume, ha esplorato, sperimentato, inventato, lasciandosi influenzare dai più disparati generi musicali, capace di entusiasmarsi per la musica di Edgar Varese – uno dei compositori più innovativi nel panorama statunitense del secondo 900 – ma pronto a lasciarsi suggestionare dall’ambiente freak per iniziare la sua carriera discografica. Era il 1966 e usciva Freak Out! realizzato insieme al suo gruppo The Mothers of Invention, nome imposto dalla casa discografica MGM per evitare che il semplice e apparentemente innocuo “Mothers” potesse sottintendere una espressione volgare in uso nell’ambiente musicale.

Praticamente impossibile seguire il percorso che successivamente lo portò all’esplorazione dei rumori, alla personalissima rielaborazione del pop rock e del jazz, dall’immersione in veri e propri oceani di suono alla scoperta delle più complesse possibilità di un’orchestra sinfonica. Sono nati così album come Absolutely Free (1967), The Grand Wazoo (1972), Apostrophe (1974), Joe’s Garage (1979), Jazz from Hell (1986), con contenuti talmente diversi tra loro da non rendere scontato che dietro ci sia la stessa mente creatrice. Eppure proprio questo appetito musicale onnivoro, insieme alla volontà di assimilare contenuti in modo totalmente libero, dissacrante, nonché fuori da qualsiasi schema, possono meglio di ogni altra cosa rappresentare il lascito artistico di Frank Zappa.

Se ne trova una bella sintesi in The Yellow Shark, suo ultimo progetto (e album) in cui il musicista affida a una vera orchestra dei titoli singolari come Dog Breath Variations o Questi cazzi di piccione. E tra le iniziative per ricordare Zappa nel nostro paese, il Romaeuropa Festival propone domani sera al Parco della Musica proprio Music from The Yellow Shark, con Peter Rundel alla guida dell’Ensemble Giorgio Bernasconi dell’Accademia Teatro alla Scala.

Lo stesso silenzio di Macondo. Ritrovato il Gabo più segreto

Per ultimo cessò il sibilo dei freni. La ruota si bloccò sulle rotaie bruciate e lo spaventoso e polveroso silenzio del paese penetrò nel vagone. Era lo stesso silenzio del villaggio, fatto dei suoi stessi desolati ingredienti, delle sue strade dritte, larghe e vuote, dei suoi enormi patii quadrati, freschi sotto la penetrante umidità dei platani e delle sue vecchie case di legno in rovina sotto la polvere con arredi antichi e donne scure senza età né presentimenti stese nel torpore della siesta. Non aveva più di 20 anni questo silenzio, ma la sua maturità, la sua devastante esperienza gli concedevano un aspetto secolare e lo facevano sembrare un silenzio antico come lo splendore della polvere per le strade o la chiarezza degli specchi che avevano perso la memoria degli ultimi volti. In uno c’era la sensazione della morte.

Firmato Gabriel García Márquez. È l’incipit di Relato de las barritas de menta, uno dei racconti da lui scritti tra il 1948 e il 1952, fino a qualche giorno fa inediti, in quanto “segreto meglio custodito” dalla vedova dell’autore, Mercedes Barcha. A darne notizia al Festival che porta il nome di Gabo a Medellin, i figli, che hanno annunciato l’uscita della raccolta Los papeles de Gabo. Oltre ai 4 inediti (gli altri sono Relato de un viajero imaginario, El ahogado que nos traía caracoles, Olor antiguo), si comporrà anche di illustrazioni donate da Barcha alla Biblioteca Luis Ángel Arango di Bogotá: 44 casse con 3000 libri in 46 lingue. “Non sappiamo perché non li pubblicò”, ha confessato un figlio che ha raccontato di come suo padre assoldasse lui e il fratello per distruggere i fogli che buttava. “A volte per sbaglio abbiamo strappato le belle. Poi doveva riscriverle da capo”. (Sigh!)