L’ennesima “bomba” su “Guernica”: l’attacco a Picasso aizza la corrida

Che cosa non si fa per vendere. È l’ormai noto motto – almeno quanto i suo libri – dello scrittore spagnolo Arturo Pérez-Reverte, il quale, presentando Sabotaje la sua ultima fatica a Parigi ha deciso di rivelare un dettaglio storico del suo romanzo, usando il suo arcinoto tatto. “Picasso non dipinse la Guernica per patriottismo, ma per moltissimo denaro”. Più che una notizia, una bomba, che l’autore rivendica in quanto “licenza letteraria. Se qualcuno poi ne fa argomento di dibattito politico, ideologico, artistico, non me ne frega un cacchio. Ringrazio solo per la pubblicità gratuita che mi procurano”. Ecco. E su Twitter il dibattito si va alimentando di giorno in giorno. Non poteva che finire così (cosa che finge di ignorare l’autore), se si chiamano in causa il più grande pittore spagnolo, e il periodo più controverso della storia del suo Paese. La prima a insorgere contro la fake news è stata la massima esperta del pittore malagueño, la docente universitaria Nere Basabe, che sul social network ha pubblicato la lettera di Max Aub, scrittore che nel 1937 spiega ai suoi “mandanti” la decisione di Picasso.

Perché sì, è vero che nel maggio del 1937 la Repubblica spagnola – impegnata nella Guerra Civile contro l’esercito di Francisco Franco – punta tutte le sue carte sull’Esposizione Universale di Parigi – ad attestarlo c’è tra l’altro un intero piano del Museo Reina Sofia di Madrid – e per questo si rivolge a uno dei massimi esponenti della sua arte per chiedergli un’opera da portare in Francia che fosse di tale forza da convincere i paesi europei ad appoggiare la sua causa. E sì – scrive Aub “Picasso accetta la richiesta fattagli nel 1936 e reiteratagli dalla delegazione formata dagli scrittori Max Aub, Juan Larrea Luis Aragon e dagli architetti Luis Lacasa e Josep Lluis Sert nel 1937, ma per mesi non riesce neanche a tenere in mano il pennello, preso com’è dai suoi problemi personali”. Questo finché – accettato forzatamente l’acconto di 50mila franchi – l’aviazione nazista non rase al suolo Guernica. “Quello stesso giorno si mise al lavoro al murale”, spiega la storica Josefina Alix al quotidiano El Pais. “E lo fece – continua – assolutamente sconvolto dalla situazione”. Dopo aver più volte rifiutato di vedersi corrispondere il resto del denaro, Picasso riceverà anche i restanti 150 mila franchi, anche se la ricevuta di avvenuto pagamento si è persa a Parigi. Quei soldi, però, secondo la storica, non gli basteranno neanche a coprire le ingenti spese del suo lavoro. A parte pittura e tela, la più dispendiosa fu l’affitto dello studio tale da poter lavorare a un quadro di 7,7 metri di lunghezza per 3,49 di altezza. “La somma corrisposta, dunque – è a carattere prettamente simbolico – scrive in un’altro documento José Gaos, commissario del padiglione spagnolo all’Expo di Parigi – solo a prova dell’acquisizione del quadro da parte della Repubblica”. Nessuno, dunque – neanche i commentatori più accaniti sui social network – nega il dato storico, tra l’altro già noto. “Da qui a dire che Picasso dipinse il quadro per soldi, c’è un abisso”, conclude Alix. Si è trattato di un “sabotaggio”.

“Bibbia, altro che guida etica: è una raccolta di storie truci”

“Come facciamo a sapere che una trasfusione o un tradimento sono sbagliati? Lo sappiamo e basta. Nel nostro cuore”: è uno dei dialoghi al cuore di The Children Act – Il verdetto, film di Richard Eyre tratto dall’omonimo romanzo di Ian McEwan (uscito in Italia con il titolo La ballata di Adam Henry; Einaudi, 2014), in sala dal 18 ottobre. A confrontarsi, o meglio a scontrarsi, su temi di etica e autodeterminazione sono Adam Henry, 17enne Testimone di Geova, che rifiuta una trasfusione di sangue a costo di condannarsi a morte certa e lenta e terribile, e l’esangue Fiona Maye, giudice dell’Alta Corte britannica che ha in carico le cause sui minori.

Il rifiuto della cura è un diritto insindacabile di ogni paziente adulto, ma per un minore chi decide? “La legge anglosassone ha una lunga tradizione laica – racconta McEwan, anche sceneggiatore –. I principi del diritto non si basano sull’esistenza di dio né si preoccupano di stabilire se dio esista o meno. Per lo Stato, e quindi per Fiona, è inaccettabile lasciar morire un minore”. Interpretata da una straordinaria Emma Thompson, la lady di ferro del tribunale deroga, per la prima volta, al protocollo, andando fino in ospedale a conoscere il giovane malato (Fionn Whitehead): filo rosso non è tanto (o non solo) la libertà individuale quanto l’amore, del ragazzo per la donna e della donna per il marito (Stanley Tucci), con cui sta attraversando una profonda crisi coniugale. Trasfusione e tradimento, appunto.

I rituali – matrimoniali, legali, religiosi – vengono infranti; similmente diritto e fede si sovrappongono, tanto che la Royal Courts sembra una cattedrale e il cerimoniale dei giudici – dalla vestizione al parrucco – un rito clericale. “A mio avviso, però, il diritto è l’opposto della fede: ogni volta Fiona tenta di prendere una decisione ragionevole su questioni che sembrano non avere razionalità. Io rifiuto la Bibbia come guida etica: è solo una collezione di storie, scritte benissimo, ma piene di violenza, stupri, omicidi. Spesso è lo stesso dio ad accettare e promuovere schiavitù e crimini. Allo stesso tempo, non accetto che la scienza mi dica come devo vivere”. La fede oggi suona come un paradosso: sempre meno persone credono in dio, ma quelle poche credono con più pervicacia, dai Testimoni di Geova fino agli estremisti e ai fanatici dell’Islam. “È così, ma la maggior parte dei fedeli professa in modo pacifico. Il problema sono le minoranze violente: il terrorismo è un fenomeno molto difficile da capire per una mente laica”.

The Children Act non è il primo romanzo di McEwan a essere trasposto al cinema: Il giardino di cemento (Orso d’argento 1993); L’amore fatale (2004); Espiazione (Oscar 2007 per la Colonna sonora); Bambini nel tempo (sceneggiato per la tv nel 2017); Chesil Beach (in uscita a fine anno); Miele (il cui adattamento è in corso): “Non penso mai al film quando scrivo un romanzo”, si schermisce lo scrittore. “Sono due tipi di scrittura differenti: la sceneggiatura nasce dalla collaborazione, dalla negoziazione con il regista, il produttore, gli attori. Come romanziere, quando lavoro al cinema smetto di fare dio, di essere l’unico creatore. Nel libro ha molto spazio l’interiorità di Fiona, ma la pellicola non se lo può permettere: perciò parte con un dialogo tra lei e il marito che ci svela il problema alla base della trama: la crisi coniugale”.

Ogni storia è una storia d’amore: “Il lato migliore della natura umana è l’armonia tra razionalità e compassione, logica ed empatia: tenerle insieme è difficile, così come capire la mente degli altri. Non sempre ci si riesce, ma è uno sforzo che ci rende umani”. E di cosa ci rende umani tratta il prossimo romanzo di McEwan, Machines Like Me, in uscita ad aprile: “È un triangolo all’antica, ambientato a Londra negli anni Ottanta. C’è un uomo solo, Charlie, che compra un altro essere umano sintetico, artificiale, ed entrambi si innamorano della stessa donna, Miranda”. Il nome del conteso umanoide, manco a dirlo, è Adam, come il ragazzino di The Children Act. Ma la Bibbia non c’entra.

“Il #MeToo mancato nell’Italia del maschio”

“Stanotte, in volo da New York, ho visto due film italiani, Fortunata e Nome di donna. Sono perplessa. Le scene di molestie sul luogo di lavoro dovevano provocare indignazione, invece le attrici erano bellissime e c’era un’atmosfera ammiccante, quasi soft porn…”. In un tempo in cui molti intellettuali si trincerano dietro formule vuote e si ostinano a girare le spalle alla realtà, la scrittrice Zadie Smith spiazza con la sua oscena franchezza. Padre inglese, madre giamaicana, a 23 anni è divenuta celebre con Denti bianchi, seguito nel corso degli anni da altri libri di successo. Ospite al Festival Internazionale a Ferrara, la incontriamo in un ristorante poco prima del suo appuntamento al Teatro Comunale, per parlare di scrittura e dell’arte di cambiare idea. Zadie indossa il suo turbante rosso iconico, accompagnata dallo stato maggiore della casa editrice Sur (che pubblica il suo saggio Feel Free), ordina un piatto locale e, dopo un paio di bocconi, alza gli occhi dal piatto: “Mi sembra assurdo che in Italia ci sia un movimento #MeToo”.

Perché?

Ho vissuto in Italia dal 2006 al 2009, conosco il vostro Paese. La cultura italiana avalla l’idea che l’uomo potente si prenda la donna più bella, il premio più grande. Una mentalità molto lontana da qualsiasi concetto di parità sessuale. Per questo motivo vorrei capire se il #MeToo ha preso seriamente piede da voi.

L’Italia è misogina?

È una delle società più patriarcali al mondo.

La denuncia di Asia Argento ha monopolizzato la questione italiana del #MeToo.

(Sorride) In America è stato sconvolgente leggere che per molti giornali italiani Asia Argento non era altro che una prostituta, l’ennesima ragazza che, dopo essere andata a letto con il potente di turno, era pronta a cavalcare il momento. Ma io ho vissuto in Italia durante gli scandali del Bunga Bunga, quando tutta l’attenzione era concentrata sui soldi e nessuno pensava alle donne, alle vittime. Erano solo veline, nel senso più dispregiativo possibile. In Italia servirebbe davvero un cambio di paradigma culturale, ma sinceramente la vedo dura.

E in Inghilterra in questo momento che aria tira?

Sono una mamma, è una fantasia borghese pensare che si possa fare girare il mappamondo e scegliere il Paese migliore per i propri figli, ma il futuro non sembra roseo. Nel mio quartiere, Queen’s Park, c’erano diversi negozi gestiti da italiani, adesso che fine faranno? Dovranno lasciare il paese?

La Brexit la spaventa?

Ovviamente. Sarà una tragedia con conseguenze surreali. Persino i malati di diabete avranno problemi per l’importazione dell’insulina e ci sono enormi generatori di energia elettrica piazzati su piattaforme al largo perché gli inglesi non sono nient’affatto autonomi. È incredibile come la Gran Bretagna si stia auto-flagellando. Oggi il pensiero di Theresa May non rappresenta proprio nessuno. Questa è una lezione che anche l’Italia dovrebbe apprendere. Isolarsi dal contesto geopolitico seguendo ciecamente delle tesi indipendentiste è un’assurdità.

Lei è considerata l’icona del multiculturalismo. È stato un fallimento?

Il concetto di razza è superato, per questo credo che parlare di multiculturalismo sia scientificamente sbagliato. Ma ovviamente i pregiudizi sono ancora molto forti, dovremmo preoccuparci del razzismo, non delle razze. Del resto, gli italiani e gli irlandesi che andavano in America a inizio ’900 erano considerati di colore, “la bianchezza” è un concetto culturale che dovremmo scardinare.

Anni fa disse che, per non cadere in tentazione, usava una app che bloccava la navigazione verso i social mentre stava scrivendo…

La utilizzo ancora oggi ma, in realtà, ormai i social mi fanno orrore, li considero una perdita di tempo.

Invece in Italia molti scrittori passano molto tempo sui social. Sbagliano?

La ricerca della visibilità personale può essere un grande problema. In Italia c’è un culto della bellezza che abbraccia l’arte, la moda e l’architettura toccando vette elevatissime ma dando tanta importanza all’estetica. Penso che oggi essere una ragazzina di quindici anni in Italia può essere durissima.

Dovremmo resistere a Facebook?

È in atto una dittatura del tasto like. Oggi stesso, adesso, potremmo cancellare la app e sarebbe una vera rivoluzione. La mia botta di dopamina è leggere bei racconti.

Dal salotto di casa all’asta: “Lady Fai” fa evadere il Burri

La superstar delle prossime vendite newyorchesi d’arte moderna brilla presso la casa d’aste Phillips: ed è una stella italianissima, il Grande legno e rosso creato da Alberto Burri tra il 1957 e il 1959. Sale, in queste ore, la febbre per il record che il 15 novembre potrebbe stabilire: presentato con una stima tra i 10 e i 15 milioni di dollari, in molti si aspettano che si piazzi ben più su. Perché non solo quest’opera – lunga due metri e mezzo, e solenne come una moderna, umanissima pala d’altare – “è un esempio di serie A di uno dei periodi più celebrati di Burri” (così Hughes Joffre, di Phillips), ma è anche commercialmente ‘vergine’: essendo stata esposta una volta sola (alla grande retrospettiva del Guggenheim di New York nel 2015), ed essendo rimasta per oltre mezzo secolo presso l’illustre famiglia, i Crespi, che la acquistò dalla mitica galleria romana della Tartaruga, e che ora la mette in vendita.

Com’è possibile che un simile capolavoro abbia varcato i confini patrii senza che il ministero per i Beni culturali abbia mosso un dito? Il responsabile ha un nome e un cognome: Dario Franceschini. L’ultimo “regalo” di quest’ultimo al patrimonio culturale italiano è stata la legge 124 del 2 agosto 2017, scritta letteralmente sotto dettatura della lobby dei mercanti d’arte. Tra altri seri danni alla tutela, questa norma ha innalzato da cinquanta a settant’anni la zona franca per l’esportazione dell’arte contemporanea: fino al giorno prima si poteva far uscire dall’Italia tutto ciò che era stato dipinto dopo il 1967, mentre dal giorno dopo è stato gettato nelle fauci del mercato internazionale un ventennio cruciale della produzione artistica italiana, quello dal 1947 al 1967. Eppure le cassandre (che sono antipatiche, ma dicono la verità) non erano mancate: il 4 agosto 2017 un appello – firmato, tra gli altri, da Salvatore Settis, Lorenza Carlassare, Paolo Maddalena e da Italia Nostra – chiedeva a Sergio Mattarella di non firmare la legge, per manifesta “illegittimità costituzionale”, e perché avrebbe comportato “una perdita grave e immotivata, causata da una norma introdotta al solo scopo di favorire i mercanti d’arte che non dovranno più avere un’autorizzazione (l’attestato di libera circolazione) per trasferire all’estero quadri dipinti meno di settant’anni fa”. Il presidente Mattarella non rispose nemmeno: e così oggi perdiamo un pezzo fondamentale di un patrimonio particolarmente difficile da difendere, quale la grande arte italiana del Dopoguerra.

Il Mibac, ora guidato da Alberto Bonisoli, sta studiando il modo di chiudere la falla, ma nel frattempo qualcuno si è precipitato ad approfittare di una tutela in ginocchio. Si era messo nel conto che l’avrebbero fatto mercanti senza scrupoli, collezionisti venali e palazzinari che usano i quadri per ripulire i loro sporchi denari. Ma davvero nessuno avrebbe potuto prevedere che il danno più serio l’avrebbe fatto la fondatrice e presidente onoraria del Fai, la signora Giulia Maria Crespi. Per cinquant’anni quel grande Burri ha infatti accolto, sullo scalone monumentale, i visitatori di Casa Crespi, in corso Venezia a Milano: dove coronava una collezione sceltissima, che annovera tra l’altro i due celeberrimi, monumentali Canaletto. Non si riesce a credere che questa pugnalata al patrimonio culturale della Nazione sia stata inferta da chi ha fondato, e ancora presiede, un’associazione che ha lo scopo di “tutelare e valorizzare il patrimonio d’arte e natura italiano, educare e sensibilizzare la collettività, vigilare e intervenire sul territorio”.

E ancora più sconcertante (anche se oggi perfettamente lecito) è il modo in cui il quadro è stato fatto uscire dall’Italia. Nello scorso aprile è stata presentata all’Ufficio Esportazioni di Venezia un’autocertificazione in cui la finanziaria Il Gallione si dichiarava proprietaria del Burri e attestava che, avendo esso meno di settant’anni (ne ha infatti circa 60), rientrava nei fatidici vent’anni lasciati scoperti dalla legge di Franceschini. Ora, il direttore del Gallione è Luca Paravicini Crespi, figlio di Giulia Maria, e la lettera di vettura che traccia l’avvenuta spedizione a Londra (prima tappa verso New York) dichiara che l’opera è stata prelevata a Milano, in corso Venezia 20: dunque, nessun dubbio sull’identità del Burri.

Grazie a Franceschinil’iter descritto è perfettamente legale: ma è anche profondamente sleale verso quegli organi della tutela che il Fai affianca e difende. Perché, avendo deciso di vendere il Burri (cosa triste, ma perfettamente legittima), la signora Crespi avrebbe potuto (ed, essendo lei, dovuto) rivolgersi a viso aperto al ministero per i Beni culturali, accettando la possibilità di un diniego e lasciando allo Stato la possibilità di acquistarlo. Invece si è scelta la via dell’alienazione all’estero, per massimizzare il profitto senza alcuno scrupolo culturale e morale: l’opera è stata esportata senza dichiarare esplicitamente il nesso storico con la famiglia Crespi. E soprattutto non è stata presentata a Milano: dove l’Ufficio Esportazioni avrebbe immediatamente riconosciuto il ben noto Burri, e, sfruttando l’unica possibilità della legge, l’avrebbe bloccato per l’“interesse eccezionale” che esso riveste anche a causa della sua storia collezionistica. Lo si è invece portato a Venezia: sperando di eludere gli organi di tutela, come è puntualmente accaduto. È la prassi seguita dai mercanti furbastri, che ben sanno come aggirare la legge e tenere in scacco un sistema di tutela ormai allo stremo: ma la sua adozione in un caso del genere è un fatto che lascia sgomenti.

In queste ore il ministero sta valutando le azioni per recuperare il Burri: e presto dovrà anche porsi il problema di vincolare tutto il resto di una collezione ormai evidentemente a rischio, visto che non è mai stata notificata a causa di una ingenua fiducia. Certo, questa tristissima storia del declino italiano potrebbe ancora avere un finale a sorpresa: la signora Crespi potrebbe ripensarci, riportando il Burri a Milano e donandolo a un museo pubblico. Sarebbe un bel modo di fare ammenda: da parte di chi ha detto, e ripetuto mille volte, che “ci vuole l’esempio, e l’esempio deve venire dall’alto”.

Erdogan: “Khashoggi, Ryad provi che è uscito vivo dal consolato”

“I responsabili del consolato saudita non possono sfuggire alle loro responsabilità dicendo semplicemente che Jamal Khashoggi ha lasciato il consolato” a Istanbul, ma “devono provarlo”. Così il presidente turco Recep Tayyip Erdogan è tornato sul caso del giornalista, collaboratore anche del Washington Post, scomparso da quasi una settimana dopo essere entrato nella rappresentanza diplomatica di Riad per svolgere alcune pratiche burocratiche. Erdogan ha toccato l’argomento durante la conferenza stampa a Budapest con il premier ungherese Viktor Orban, rilanciando l’ipotesi che la sparizione di Khashoggi sia stata organizzata: “Ci sono individui arrivati dall’Arabia Saudita che sono entrati e usciti dall’aeroporto” di Istanbul, ha aggiunto Erdogan, facendo riferimento a 15 funzionari sauditi arrivati in coincidenza con la scomparsa di Khashoggi. Secondo fonti investigative turche, potrebbero essere stati i membri di un commando.

La lezione di Kavanaugh: chi non capisce ha già perso

Difficile percepire da lontano il clima drammatico che ha accompagnato il processo di conferma al Senato di Brett Kavanaugh, il prescelto da Trump per lo scranno della Corte Suprema lasciato libero dalla decisione del giudice Kennedy di andare in pensione. Venerdì pomeriggio ho assistito a un incontro in un campus giuridico della University of California in cui diverse studentesse hanno preso la parola in lacrime di fronte a professori tanto imbarazzati da non riuscire a mantenere la discussione sui rilevanti temi giuridico-costituzionali coinvolti. Qualche giorno prima ero stato raggiunto da una circolare dell’ amministrazione universitaria che invitava i professori a leggere alcuni saggi su come insegnare temi delicati e sessualmente espliciti quali la conferma di Kavanaugh, come se si trattasse di un problema di pruriginosità sessuale. In effetti, nell’America del #MeToo, la decisione del Senato di non tener conto delle accuse di tre donne che sostengono di essere state aggredite sessualmente dal giudice federale ultraconservatore di Washington promosso a vita da Trump alla più alta carica giudiziaria, ha polarizzato il dibattito.

Prima di alzare le spalle e vedere questa come la solita manifestazione estrema di un’America ancora fondamentalmente sessuofoba, vale la pena di riflettere sulla portata storica della vittoria muscolare di Donald Trump, il quale (con consensi in crescita fra i maschi nelle intenzioni di voto per le elezioni di Midterm del 6 novembre) sta davvero interpretando una trasformazione costituzionale profonda al tramonto di quel costituzionalismo (neo)liberale che ha costituito fin dalla caduta del Muro di Berlino il modello egemonico globale. È dai tempi dell’ultima parte della lunga presidenza di Franklin Delano Roosevelt, che un presidente americano non può contare su una solida, prevedibile e stabile maggioranza alla Corte Suprema. Ancor più, è la prima volta che la Corte Suprema, ancora oggi celebrata nella cultura liberal statunitense come leggendaria garante di diritti civili e politiche di progresso e integrazione (si pensi alle sentenze di integrazione razziale degli anni Sessanta), diventa stabilmente e radicalmente di destra.

Quando i cultori del “sogno americano” che dormono profondamente cullati da una ipocrita retorica democratica ancora largamente maggioritaria fra le élite dei campus universitari e del New York Times, si saranno davvero svegliati (per ora la fede nel sistema costituito sembra tetragona), si accorgeranno di trovarsi, dopo il fallimento/tradimento di Obama, più vicini che mai a una dittatura tecno-totalitaria.

La sessualizzazione del dibattito ci riporta indietro ai tempi della nomina di Clarence Thomas alla Corte Suprema e dello scandaletto Clinton/Lewinsky in cui il sesso produce audience per la società dello spettacolo e serve a nascondere le nefandezze vere del potere, ieri non diversamente da oggi. Negli Stati Uniti, lo diceva già Tocqueville, non c’è questione politica che non si risolva in una decisione della Corte Suprema. Ho posto ai miei colleghi, cercando di cambiare un po’ il discorso a favore degli studenti, una domanda ispiratami dal documentario di Michael Moore uscito in questi giorni negli Stati Uniti.

Chi deciderebbe se Trump con un ordine presidenziale rinviasse sine die le elezioni del 2020? Tutti si sono affrettati a dire che sarebbe impensabile lo facesse, ma la risposta costituzionalmente corretta non ha potuto essere elusa. Come in Bush vs Gore (fu la Corte a decidere le elezioni impedendo il riconto in Florida), l’ultima parola ce l’avrebbe comunque la Corte Suprema, che da domani Trump controllerà stabilmente.

Come dalle rovine del “socialismo realizzato” era uscito Vladimir Putin, così da quelle del “capitalismo realizzato” è uscito Trump. Dopo la Guerra Fredda non c’è stata “fine della storia” in salsa di costituzionalismo liberale. Altri modelli politici si stagliano all’orizzonte del mondo post-globale.

Sarebbe bene si svegliassero per rendersene conto i dem, anche nostrani.

Il Pt resiste, ma la Rousseff resta fuori dal Parlamento

Il Partido Social Liberal (Psl) era un piccolo è quasi sconosciuto partito fino a un anno fa, oggi non solo presenta Jair Bolsonaro, il candidato dell’strema destra populista alla presidenza della Repubblica, ma è la seconda forza politica che è riuscita a ottenere più seggi alla Camera dei deputati. Al primo posto, sorprendendo chi credeva a un crollo del Partido dos Trabalhadores (Pt), il partito di Fernando Haddad, il quale sarà l’avversario politico di Bolsonaro al ballottaggio presidenziale del 28 ottobre, ha eletto il maggior numero di deputati alla Camera. Il neoliberale Psdb, il pivot dell’impeachment contro la presidente Dilma Rousseff (che è rimasta fuori dal Parlamento) e della caduta del Pt, è invece crollato, assieme al Mdb, il partito del presidente Michel Temer che ha governato con qualsiasi formazione politica, sin dalla fine della dittatura militare.

La Camera e il Senato presenteranno quest’anno il maggior tasso di rinnovamento avuto negli ultimi 10 anni. “Ci sono molti poliziotti, molte celebrità e anche molti rappresentanti delle chiese evangeliche. Sicuramente sarà uno dei Congressi più conservatori di tutti i tempi”, ha affermato Antonio Augusto de Queiroz, il direttore del Dipartimento intersindacale di analisi parlamentare a Bbc Brasil. Se Bolsonaro sarà eletto presidente, godrà di una base assoluta con cui dominerà la politica nei prossimi 4 anni. L’opposizione sarà molto debole anche a causa del gran numero di partiti conservatori che sono riusciti ad eleggere i proprio candidati che faranno sicuramente parte di un governo conservatore. La sinistra petista, oltre ai deputati, elegge 9 governatori, principalmente negli Stati del Nord-est, dove si trova la roccaforte dell’ex presidente Lula, riuscendo ad arginare almeno parzialmente la vittoria dell’ex capitano.

L’ex ufficiale Bolsonaro sogna: da degradato a presidente

I suoi oppositori non vogliono neanche nominarlo, preferiscono chiamarlo con il soprannome “Lui no”, lo slogan coniato dalle donne, divenuto un simbolo di lotta in Brasile. Parliamo di Jair Messias Bolsonaro, il candidato alla presidenza che, con il Psl ha ottenuto più voti al primo turno – ma non la maggioranza – e disputerà il ballottaggio contro Fernando Haddad del PT, il 28 ottobre. Bolsonaro suscita sentimenti contrastanti, di odio e ammirazione per milioni di brasiliani, polarizzati sempre più dopo il suffragio di domenica, in cui l’ex capitano non è riuscito a ottenere, per un soffio, l’anelata conquista alla presidenza della Repubblica.

“Lui no” risveglia tra la gente i sentimenti più contraddittori: alcuni lo dipingono come il salvatore della patria, un mito, l’unico uomo capace di porre ordine al paese. Altri lo ritengono una minaccia alla fragile democrazia brasiliana, un razzista omofobo, antifemminista, un difensore di latifondisti, golpisti, militari e torturatori.

Bolsonaro, che è già stato paragonato al presidente americano Donald Trump e al sanguinario presidente delle Filippine, Rodrigo Duterte, è un paulista di origini italiane e tedesche, nato 62 anni fa a Araçatuba. Quando non è a Brasilia, abita a Rio de Janeiro, in un condominio di lusso a Barra da Tijuca, dove vive con la seconda moglie, Michelle de Paula Firmo Reinaldo, conosciuta quando era segretaria alla segreteria parlamentare della Camera dei deputati.

I due si sono incontrati nei trent’anni in cui Bolsonaro ha coperto ininterrottamente la carica di deputato a Brasilia. Michelle e Jair si sono sposati due mesi dopo il primo incontro e, nonostante il brasiliano sia formalmente cattolico, il matrimonio fu celebrato dal pastore televangelista, Silas Malafaia, pivot di altri politici brasiliani nello sterminato universo neo pentecostale brasiliano. Malafaia, probabilmente, ha contribuito all’essenziale alleanza dell’ex militare con Edir Macedo, il poderoso leader religioso della Chiesa universale del regno di Dio, ma anche proprietario della TV Record, la voce evangelica del Brasile. Macedo ha donato a Bolsonaro, durante la sua convalescenza dopo l’attentato, 30 minuti di tranquilla e confortevole intervista nel lussuoso appartamento a Barra, mentre i suoi avversari alla presidenza si confrontavano nell’ultimo dibattito su TV Globo. I primi passi nel mondo politico non sono stati fatti però a Brasilia, ma in caserma, quando Bolsonaro indossava l’uniforme da capitano negli anni in cui frequentava la scuola di guerra Agulhas Negras. Nel 1987, Beco sem saida, vicolo senza uscita, era il nome di un piano a cui lo stesso ufficiale avrebbe partecipato: prevedeva di collocare bombe a basso potenziale nella scuola e in alcune caserme. L’obiettivo era quello di forzare il governo di Josè Sarney a concedere aumenti salariali ai militari che avevano nel frattempo lasciato il potere (1985) ai civili, dopo il regime dittatoriale. All’epoca i suoi superiori non lo amavano, come invece fanno oggi; nel 1988 la giustizia militare lo degradò e dichiarò che il capitano era “incompatibile al comando”. Il Superiore Tribunale militare riconsegnò, però, la patente di capitano nel 1988. Dal primo gennaio, l’ex capitano che era stato degradato anche se per breve tempo potrebbe dare ordini al generale della riserva Hamilton Mourão, il quale, oltre a essere candidato per essere il vice di Bolsonaro, è il simbolo del nuovo protagonismo dei militari che da tempo cercano uno spazio politico dentro le istituzioni civili. Non sono solo soldati, graduati, poliziotti e miliziani a mostrare apertamente il loro appoggio all’ex militare, ci sono anche alcuni popolari beniamini del mondo sportivo brasiliano, come Ronaldinho Gaucho, il palmerense Felipe Melo, il corintiano Jadson.

L’aggressivo Bolsonaro ha appoggi anche in altri sport come il Mixed Martial Arts (Mma), grazie a Josè Aldo, Wanderley Silva e Paulo Borracha.

Nell’ambito dello spettacolo, dalla sua parte sta il presentatore di programmi televisivi sensazionalisti, Ratinho, il cui figlio, Ratinho Junior, è stato ora eletto governatore dello Stato del Paraná. Ma c’è anche Alexandre Frota, ex pornodivo che Bolsonaro immagina ministro della Cultura nel suo governo. Gli appoggi giungono anche dai suoi cinque figli, soprattutto da Flavio e Eduardo, rispettivamente neo eletti senatore e deputato. Nonostante sia deputato da trent’anni, la produzione legislativa di Bolsonaro è quasi nulla. Non ha mai occupato un incarico importante. Fino a poco tempo fa, era conosciuto più per le liti in cui era coinvolto alla Camera, piuttosto che per la sua attività parlamentare.

L’ex capitano si vanta di non essere mai stato corrotto, ma contro di lui ci sono state varie azioni penali ed è risultato colpevole in due processi, tra cui uno per apologia allo stupro; alla Camera dichiarò che non avrebbe stuprato la deputata del PT Maria do Rosario, perché “non ne valeva la pena”. La seconda condanna per avere fatto dichiarazioni omofobiche in un programma televisivo.

Un atteggiamento che spinse il deputato Jean Wyllis, unico parlamentare a rivelare la propria omosessualità, a sputargli addosso in segno di sdegno.

Mail Box

 

Con la sinistra divisa la destra governerà a lungo

Sono un semplice cittadino che ha sempre condiviso i valori della sinistra. Non sono iscritto a nessun partito perché la sinistra è sempre stata divisa, portandoci alla disastrosa situazione attuale. Seguo, in tv e sui giornali, le diatribe tra le vostre diverse anime e non posso che dire che continuando così non farete altro che favorire l’avanzata della destra in Italia e in Europa, con le conseguenze che solo voi non riuscite a individuare. Mi permetto di darvi un suggerimento: smettetela con i personalismi autoreferenziali; stilate un programma comune che si fondi sui valori e sugli ideali della sinistra; insieme, e non ognuno per conto proprio, portate quel programma nelle città e nei paesi; dimostrate di essere capaci, tutti, di autocritica; cercate forze nuove, dimenticando la vostra carriera; non spaccatevi su Corbin e Macron: costruite prima una forza unitaria e poi decidete come collocarvi in Europa. Il tempo stringe. Dovete parlare agli italiani di cose concrete, condivise, fattibili. Le vostre apparizioni in Tv fanno pena e non fate altro che disorientare la gente che vi ascolta. Datemi retta: se la sinistra non è unita, la destra continuerà a governare in eterno.

Umberto Marinello

 

Reddito di cittadinanza, strumento di giustizia sociale

Li vedi aggirarsi senza meta: alcuni sotto choc, con il terrore negli occhi; altri in preda ai peggiori istinti. Assistono al ridursi dell’immunità di Sistema che salvaguardava i loro privilegi e assicurava il finanziamento ai loro luridi eccessi, e non ce la fanno. Il raccomandato cronico, ad esempio, non si capacita di come possa venire in mente a qualcuno di aiutare i poveri addirittura erogando un reddito. Che il povero possa sopravvivere lo tollera, ma che abbia anche aiuto nella ricerca di un impiego lo trova ripugnante. Un vero insulto ai suoi sforzi per scovare una raccomandazione. Il proprietario della “fabbrichetta”, accumulatore seriale di denaro, nonché abituale destinatario di agevolazioni fiscali, che ha appena finito di brindare al Jobs Act, si sente tradito, abbandonato, perso. Come il banchiere/bancario che è riuscito, finalmente, a convincere un pensionato a investire la sua liquidazione in sicurissime azioni, e il petroliere che ha inaugurato una trivella tra gli applausi della claque. Poveri, disoccupati, precari non devono spaventarsi dei vari tipi di violenza istituzionalizzata e legalizzata, ma devono prendere coscienza di essere il motore di una nuova forma di convivenza fondata sulla giustizia sociale.

Lettera non firmata

 

Sassari, solidarietà al ragazzo che ha difeso la madre

Esprimo la mia solidarietà come donna per il ragazzo che ha difeso la madre dalle violenze del compagno a Sassari. Immagino la paura e il dolore che lo hanno indotto a difendere la madre come ha potuto. Mi sembra assurdo che il ragazzo sia stato accusato di tentato omicidio e accompagnato in Comunità terapeutica, misure che avrebbero dovuto piuttosto essere applicate al violento compagno della madre.

Elisabetta Corea

 

DIRITTO DI REPLICA

In merito all’articolo “Autostrade Spa voleva abbattere il Ponte Morandi” di domenica 7 ottobre, Autostrade per l’Italia precisa che a partire dal 2001 ha studiato varie opzioni di potenziamento del tratto autostradale di Genova, che hanno portato al Progetto Gronda inserito nel Piano Finanziario già nel 2002, alle quali erano collegati anche progetti di demolizione del Ponte Morandi.

In particolare la società, all’interno del dibattito pubblico sulla Gronda nel 2008, aveva anche sviluppato un progetto di costruzione sul Polcevera di un nuovo ponte a 4+4 corsie affiancato all’attuale e al servizio sia dell’attuale tratta autostradale che della nuova Gronda, con l’obiettivo di utilizzare lo stesso corridoio viabilistico. A valle della costruzione del nuovo ponte sarebbe stato smontato l’attuale.

La proposta di Ponte affiancato al Morandi fu però accantonata nel corso del dibattito pubblico a favore di una soluzione di attraversamento del Polcevera molto più a monte. Ma prima di questa decisione assunta nell’ambito del dibattito pubblico sulla Gronda, la società – ai fini della completezza dell’analisi- chiese a Despe una valutazione di fattibilità. Valutazione che è stata ri-attualizzata nelle ultime settimane ed è entrata a far parte della proposta di demolizione e ricostruzione del Ponte presentata al Commissario per l’emergenza. È assolutamente fuorviante, dunque, mettere in relazione i progetti di demolizione del Ponte Morandi definiti dalla società a partire dal 2001 con eventuali rischi per la sicurezza del Ponte, in quanti tali progetti sono sempre stati pensati soltanto in funzione della realizzazione della Gronda.

Ufficio stampa Autostrade per l’Italia

 

La Procura di Genova sta valutando i progetti di demolizione del Morandi studiati da Autostrade nel 2001. Dopo un crollo con 43 vittime non è ‘fuorviante’ per un cronista riferire all’opinione pubblica gli interrogativi dei magistrati.

F.Sa.

Olimpiadi invernali. L’esclusione di Torino pesa, ma non è un’occasione perduta

 

Anche sulla candidatura italiana ai Giochi invernali 2026 i media, in generale, hanno portato avanti la narrazione di “Torino che si è sfilata”, mentre voi, pur sottolineando, com’è giusto, il peso delle divisioni all’interno della maggioranza pentastellata in Comune, avete messo in evidenza le pretese da “primadonna” di Milano. Sono convinto che Torino, la candidata obiettivamente più solida e affidabile, sia stata messa nell’angolo e costretta a ritirarsi per ragioni politiche, dopo la “finzione” estiva di un possibile ritiro di Milano (metodo “chiagne e fotte”, direbbero a Napoli). Premesso tutto questo, vorrei domandare: la sindaca Appendino ha fatto bene a tenere il punto e a proseguire sulla linea del no alle Olimpiadi? O avrebbe dovuto (o dovrebbe eventualmente, dato che per alcuni Torino potrebbe comunque tornare in gioco in un secondo momento, se dovesse essere scelta la candidatura italiana) accettare un ruolo, anche da comprimaria, per la sua città, se non altro per dare trasparenza e ufficialità ai finanziamenti pubblici (giustamente avete parlato, con un titolo in prima pagina, del falso “disimpegno” dello Stato).

Antonio Maldera

 

Da torinese, e da giornalista che seguì le Olimpiadi Invernali del 2006, le rispondo che – forse un po’ deludendola – l’unica possibilità che io intravedevo per un ripetersi di un simile evento sotto la Mole era proprio quella di un’alleanza con altre realtà italiane. È vero: i Giochi di 12 anni fa sono stati uno straordinario strumento per cambiare e recuperare la città, ma a un prezzo che ha pesato tantissimo, e che tantissimo continua ancora a pesare sulle casse del Comune. Dunque, ci si poteva augurare una soluzione imperniata sulla condivisione dei costi e una razionalizzazione e un riutilizzo di impianti ed edifici già esistenti e spesso abbandonati, da allora, a Torino come nelle sue valli alpine (pensi a che cosa è oggi, per esempio, l’area degradata degli ex Mercati generali e del Villaggio Olimpico, e che brutta fine sta facendo l’avveniristica passerella sospesa del Lingotto, simbolo di Torino 2006, chiusa per motivi di sicurezza dopo il crollo del ponte di Genova). Non so offrirle un giudizio preciso sull’operato della sindaca Chiara Appendino, presa com’era tra il no di una parte dei Cinquestelle e una certa confusione amministrativa ormai cronica, ma credo che alla fine, per Torino, non ospitare nuove Olimpiadi non sia per nulla un’occasione perduta.

Ettore Boffano